L'origine della Società di Educazione Fisica
Virtus risale al lontano 17 gennaio 1871 quando, in un'aula delle Scuole
Tecniche San Domenico, oggi Istituto Pier Crescenzi, un esiguo gruppo di
volontari bolognesi getta le basi per la costituzione di una società
sportiva avente per scopo primo l'educazione morale e fisica della gioventù.
Il primo atto costitutivo risale al 21 marzo
1868, con la stesura di una bozza di statuto durante una riunione presieduta
da Emilio Baumann.
La denominazione iniziale è "Società Sezionale
Ginnastica di Bologna", ove l'aggettivo "sezionale" sta a significare
l'aggregazione alla Federazione Ginnastica Italiana e, conseguentemente, la
sua tutela. Primo Presidente è l'avvocato Cesare Augusto Puviani che, con
Emilio Baumann, aveva curato la stesura dello statuto della Società.
La prima palestra è ricavata nella ex chiesa
dedicata a Sant'Agata. In seguito un'altra chiesa fu per settant'anni
palestra della Virtus: la Santa Lucia. Nel 1873 viene costituita la Sezione
Scherma; l'8 agosto di quell'anno, alla presenza di Giosuè Carducci, viene
commemorato "il fatto d'armi".
Nel 1875 nasce il primo distintivo sociale
costituito da uno scudetto con le quattro F disposte a croce di Malta, il
cui significato è "Forte, Franco, Fermo e Fiero".
La denominazione "Virtus Società Ginnastica
Educativa Bologna" viene assunta in occasione del Primo Concorso Nazionale
di ginnastica, indetto a Roma nel 1889. Nel corso degli anni il Sodalizio ha
collezionato gloria e allori a tutti i livelli, materializzati in un
ricchissimo medagliere. Le Sezioni autonome attive oggi sono cinque:
ginnastica, scherma, atletica leggera, tennis e pallacanestro.
Emilio Baumann
La ginnastica svolge ininterrottamente
attività dal 1871. Nel 1942 è stata costituita la Sezione femminile. Vanta
due medaglie d'oro alle Olimpiadi (Tunesi nel '12 e Domenichelli nel '20) e
una di bronzo (Tunesi nel '12).
La scherma fondata del 1873, è stata sciolta
nel 1908, riattivata tra il '22 e il '28, ricostituita nel '53. Vanta un
argento e un bronzo alle Olimpiadi (con Calanchini, rispettivamente, nel '64
e nel '60) e tre argenti ai Campionati del Mondo (1965, Calanchini, 1963 e
1966 Cucchiara).
L'atletica leggera, attiva ininterrottamente
dal 1908, ha due ori olimpici (Valla nel '36 e Dordoni mel '52), un argento
(Gonnelli nel'36), due bronzi (Salviati nel'32 e Oberwegernel '36).
Il tennis delle V nere gioca ininterrottamente
dal 1925. Vanta una finale di Coppa Davis (Sirola nel'60) e tre semifinali
(Merlo nel '58 e Sirola nel '58 e '59).
Ondina Valla (a sinistra), oro olimpico nel
1936
La pallacanestro è stata fondata nel 1933 (ma
l'attività virtussina iniziò "non si sa bene se nel '27, nel '28 o nel '29"
- come scrive testualmente Renato Lemmi Gigli in "100.000 canestri") ed è
ininterrottamente in Serie A dal 1934. Nel suo palmares vanta 1 Coppa delle
Coppe, 12 scudetti, 4 Coppe Italia e 12 titoli giovanili
(dati al 1994 - ndb65).
Nel corso degli anni sono state attive anche
le Sezioni di:
- atletica pesante (dal 1907 al 1944 con due
sesti posti alle Olimpiadi del '36);
- calcio (dal 1910 al 1924, con quattro
partecipazioni alla Serie A);
- ciclismo (dal 1891 alla Grande Guerra);
- judo (nel 1957);
- nuoto (1903-1905 e 1934-1945, con 1 bronzo
ai Giochi del Mediterraneo);
- pallavolo (dal 1924 al 1939 e dal 1962 al
1974 con due scudetti vinti);
- pattinaggio (costituita nel 1881 come
skating, attiva poi dal 1975 al 1992, 1 argento e 1 bronzo agli Europei e 7
titoli italiani);
- pugilato (dal '35 al '40 dopo una fugace
apparizione nel '22 con 1 convocazione alle Olimpiadi del '36);
- rugby (dal 1935 al 1937 con 4 atleti
azzurri);
- sci (ricostituita nel '93 come sottosezione
del tennis, e stata attiva dal '29 al '30 e dal '52 al '57);
- tiro a segno (dal 1881 al 1910).
Orlando Sirola e Raffaella Reggi
In totale la Virtus ha avuto circa 2.500
presenze nelle varie nazionali da suddividere su oltre 250 atleti. Gli
allori più significativi sono:
- 201 Titoli Italiani nel complesso;
- 4 Coppe Italia;
- 1 Coppa delle Coppe;
- 4 medaglie d'oro olimpiche, 3 d'argento e 4
di bronzo.
Omar Camporese
Nel 1974, con decreto del Presidente della
Repubblica, viene riconosciuta come Ente Morale (nota per gli amici
stranieri: Ente Morale significa associazione alla quale per gli scopi, nel
caso della Virtus educativi e sportivi, che persegue e che per la loro
importanza oltrepassano la durata della vita umana, viene riconosciuta, con
Decreto del Capo dello Stato, personalità giuridica autonoma rispetto alla
persone che ne fanno parte). In precedenza, nel 1962, le era stata conferita
la medaglia d'oro della Presidenza della Repubblica per i benemeriti della
scuola, della cultura e dell'arte e, nel 1967, la Stella d'Oro del CONI per
meriti sportivi.
Il 29 novembre 1984 viene acquistata l'area
sportiva del Ravone; il complesso, che si trova a Bologna tra le vie
Valeriani e Galimberti, comprende: 9 campi da tennis, 1 campo da calcio, 1
pista per atletica, 1 piscina, 2 palazzine. La Virtus conta oggi 2.000 tra
soci e atleti.
da "Il mito della V nera 2 - 1971-1994" -
settembre 1994
COS'è LA VIRTUS?
Ecco alcuni che si sono cimentati nel rispondere a
questa domanda:
"La Virtus è una fede". Lo dice uno striscione appeso in alto ad
ogni partita che gioca la Virtus Pallacanestro a Bologna. Ed è vero. Non è
necessario essere italiano per capire questo, visto che non lo sono io. Non
è necessario essere bolognese per capirlo, visto che non lo è Tullio Lauro,
autore di questa opera.
è facile parlare della lunga
tradizione, della grande storia o della affascinante cultura di questa
società che è "proprietà" di un'intera città. Ed è vero. L'ho sentito
anch'io, anche se la mia esperienza Virtussina è stata breve, solo cinque
anni, e vissuta in un solo settore della società, quello della
pallacanestro.
Ma
è di pallacanestro che si parla qui dentro: il matrimonio fra uno sport, una
società e una città. Tradurre questi sentimenti, o feeling, se
preferiamo l'americano, dall'aria che si respira alla parola scritta sulla
carta non è un'impresa facile. Invece, Tullio Lauro è riuscito a inquadrare
tutto, in una vera opera d'amore.
La
tradizione della Virtus, più specificamente della Virtus Pallacanestro, è
come ogni altra tradizione: c'è voluto tempo, pagato in cose che non sono
tangibili. Questa è la storia di quella "conquista" e di altre della squadra
che è stata il mio primo amore cestistico. E sarà anche l'ultimo,
perché la Virtus è una fede.
Dan Peterson - presentazione di "Virtus - Cinquant'anni di basket" di Tullio
Lauro
Sei stata il mio
primo, vero amore. E forse anche il più grande. Ti ho conosciuta una sera
d'inverno, quando con mio padre, praticamente ancora lattante, ti vidi nella
bomboniera di Piazza Azzarita, incrociare lo sguardo con, ironia della
sorte, la di allora truppa piemontese. Erano gli anni della Berloni Torino,
e non ho memoria per ricordare se Federico fosse già seduto accanto al
Professore, o se Paolo Rossi fosse già Pablito. Ma poco importa, poi;
diventai tuo amante per caso, o per sbaglio, come sibilava a denti stretti
la tua gente, perché, dicevano alcuni, "gli altri diventano tifosi Fortitudo
perché non trovano biglietti per entrare qui". Dicevano. Non ci ho mai né
creduto né pensato più di tanto al significato di quel luogo comune, ma
ricordo che percorsi la strada opposta; pochi mesi prima, il mio vecchio
aveva pensato di portare mio fratello e me a vedere una partita. Scontro al
vertice, Bologna Latte Sole contro Reggio Emilia. Già, era la Fortitudo, e
se quel giorno il babbo non avesse trovato il "tutto esaurito" ai botteghini
del Madison, probabilmente ora racconterei un'altra storia. Il destino
apparecchiò altri tavoli, grazie a (o per colpa di) quel che il babbo
spacciava per il cognato di Renato Villalta (balla clamorosa, sbugiardata
anni a venire) che ci prestò il suo abbonamento. Rimasi colpito, in quel
primo appuntamento galante della mia vita, dalla tua sobrietà, dal suo
fascino e dal tuo distacco, e da una storia che era per me misteriosa, che
fui capace di comprendere solamente anni dopo. Perché ti amavo non l'ho mai
capito, diversa dai miei cliché, un po' come quelle Gradische di felliniana
memoria, donne altezzose ed irriverenti, oggetto di scherno e chiacchiere e
invidie e gelosie, di chi vorrebbe ma non può. In due parole, quelle che non
ti cagano. Se la bellezza è negli occhi di chi guarda, tu eri l'oggetto del
mio desiderio, un sogno che prima o poi sapevo si sarebbe avverato; fu amore
a prima vista, quella sera, tanto che a breve, con uno scudetto ed una
stella in mezzo, diventai tuo amante discreto ed appassionato, sofferente
adolescente che non potevi corrispondere. E come potevi, nemmeno sapevi che
faccia avessi, io. Ma come si fa a spiegare cos'è l'amore; retoricamente
provai, in uno scritto di tanto tempo fa, con "sentimento e ragione", ciò
che rende razionale l'irrazionale. Tutto ciò che vola sulle ali di una
passione, ma neanche allora ci ero vicino. Il basket era quella passione, ma
potreste metterci quel che volete: il risultato non cambia. Da quel giorno,
da quando ho cominciato ad invecchiare con te, mantenendo quel distacco che
oramai è paradossalmente a parti invertite, son sempre stato al tuo fianco.
Hai scandito tutte le belle esperienze della mia vita, lenito le sofferenze
dei giorni peggiori, feticcio di difficili amori adolescenziali prima, sana
passione per emozionarti due ore in una settimana di corsa poi. Proprio
passione e voglia di futuro mi infilarono poi tra i tuoi chansonniers, un
privilegio di nulla per chi ti aveva nel cuore, per narrare le tue gesta, e
con esse quelle dei tuoi figli più nobili. Il Capitano, lo Zar, il Fenomeno,
ed un Ettore sempre in lacrime per qualcosa. Ma vincente, e tuo storico
amante, sedotto anni prima del sottoscritto, ed abbandonato poi. Dopo baci
ed abbracci, arrivarono ben presto giorni di cenci e stracci, quando
vendesti l'anima a chi, per averti tutta per sè, ti sedusse mostrandoti oro
incenso e birra, per farti poi precipitare in un baratro senza ritorno. Fu
appena un battito d'ali più tardi, e fu a dispetto di coloro che ti hanno
amato davvero, che per amore ti mettevano in guardia dai pericoli di quella
relazione, tutta miele, canditi, e pennellate di unto, ma sotto la quale
covava il fuoco della menzogna, il pericolo dell'inganno, il cancro
dell'egoismo. Ti sei consegnata a quel che credevi l'uomo della tua vita,
mani e piedi, tradendo amici, amanti e figlia, rinnegandoli e denigrandoli,
rivendicando il tuo diritto ad essere felice come meglio credevi,
precipitando però in fretta in un vortice di lussuria da cui ti
risvegliasti, e con te la tua gente, solo mesi dopo, quando ormai le notti
che avevi riempito con fuochi d'artificio ti avevano lasciato niente.
Nemmeno più figli ed amanti, che si fecero, in un estremo e sofferto gesto
d'amore, da parte. Nemmeno gli spiccioli. Niente. Quanto mi ha insegnato il
film della tua lunghissima agonia, di cui fui anche, mio malgrado, comparsa.
Eri già lontana, per me, quando chiedesti aiuto, quando accanto ad
"esaurito" non campeggiava più da un pezzo il "tutto", bensì il mio nome.
Gli amici di un tempo mi dicono che sei in salute, che te la passi piuttosto
bene, e che altri, dopo di me, si sono innamorati del tuo fascino, senza
però sapere che questo fascino è ben diverso da ciò che rapì la mia
generazione 25 anni fa. Mi dicono tu abbia sedotto uomini importanti, tra
gli stessi ed altri, come ai bei tempi. Forse, quel sogno che non si è
avverato torna ora per darmi la caccia; o forse è solo una bugia, come ogni
sogno che non si avvera.
Per me sei l'amante che tradì. Cara Virtus "di dolore
ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province ma
bordello", continui a turbare le mie notti, ma cosa è rimasto di allora
dimmelo un po' tu. Forse che non amerò mai nessuna quanto ho amato te, si
dice sempre in fondo, ma, da tempo, quell'amore è morto disciolto in
lacrime. La gelosia però non mi appartiene, e come ad ogni amante che ti
tradisce, non posso comunque non augurarti di rifarti una vita felice.
Daniele Baiesi
Speciale Virtus
.
Ha
superato i cent'anni! è questo un traguardo notevolissimo per ogni essere vivente e per qualsiasi
branca dell'attività umana. Lo è particolarmente per una società che, in
ogni epoca, è vissuta solo col sostegno di chi ama lo sport, per un
Organismo che opera nel settore con principii non limitati all'agone, ma
rivolti ad un'educazione completa del giovane, con valori culturali e
civili, per formare un cittadino sano ed onorato.
Emilio Baumann La volle fattore prettamente educativo, La volle aperta a
tutti i ceti, quindi libera da ogni vincolo, La volle per un unico scopo:
sviluppo fisico-morale della gioventù e per questi cento anni chi gli è
subentrato alla guida ha seguito fedelmente la strada da Lui prescelta ed
additata.
Come concetti fondamentali la Virtus
del 1871 è uguale a quella del 1971.
Spesso il Suo cammino ha trovato ostacoli difficilissimi da superare, mai si
è arrestata e questi cento anni costituiscono una sorprendente
continuità.
Questo è dovuto soprattutto all'entusiasmo che ha suscitato sempre nella
cittadinanza, vero affetto per cui, anche quando i risultati non erano di
piena soddisfazione, i virtussini
rimanevano e rimangono sempre fedeli alla "V" nera e continuano a sostenerne
i colori.
Giovanni Elkan, 1971
"Con la V nel cuore" di Gianfranco Civolani
prefazione de "I cavalieri della Vu Nera. I
125 anni della SEF Virtus attraverso i suoi campioni"
Noi passiamo e trapassiamo. La Virtus no, mai.
Spiego come, quando e perché quella V mi è
entrata nel cuore e così rendo anche omaggio alla memoria di mio padre.
Gli anni Quaranta, subito nel dopoguerra. A
Porta d'Azeglio giocavano a pallacanestro i ragazzi della sezione socialista
Matteotti, ricordo i fratelli Bertelli, Rinaldi e uno dei Sangirardi. Quei
ragazzi spesso vincevano. Non erano grandi sfide, ma comunque meglio
vincere. Poi una sera mio padre mi disse che potevo anche stare a casa
perché contro la Matteotti c'era nientepopodimeno che la Virtus, la grande
Virtus. E l'indomani ancora mia padre mi raccontò che ovviamente non c'era
stata partita, peccato e pazienza, ma insomma era la grande Virtus e amen.
Ecco, così mi entrò nel midollo quella V. E
subito cominciai ad andare in Sala Borsa e poi in Via Valeriani alla Virtus
tennis poiché lì si giocava anche la Davis con i fratelli Del Bello di
biancovestiti e di azzurro fasciati.
Il resto è storia e appunto felice memoria. E
adesso non chiedetemi quanti e quali allori in centoventicinque anni la Vu
nera abbia conquistato. Mille, diecimila, centomila.
Che cos'è la Virtus? Un'idea, una Grande Idea.
E così abbiamo cercato di raccontare una gloriosissima storia attraverso le
gesta di una ventina di personaggi (i Cavalieri) che sono diventati un
simbolo, l'Alfa e l'Omega di una galassia già tanto esplorata e ancora così
imperscrutabile se è vero che noi passiamo e trapassiamo e la Virtus no,
mai.
IL BASKET AMA BOLOGNA
di Giampaolo Ormezzano - TuttoCittà 1992
Ci si interroga su perché Bologna ama il
basket, e non sul perché il basket ama Bologna. Per la ricerca della prima
spiegazione si va abbastanza sul sicuro: il basket ad alto livello è facile
da amare ovunque, più che mai in una città dove diventa occasione anche di
recupero di entusiasmi o sfogo di entusiasmi, quando le cose del calcio
vanno male o comunque non bastano a saziare le voglie di allegria, anche
sportiva, di una città allegra fisiologicamente.
Dunque è facile, è normale per Bologna amare
il basket, essendo Bologna quello che è. Amare il basket perché si è molto
bolognesi, non perché si è filoamericani. Amare il basket da tanto tempo,dai
tempi in cui si giocava nella mitica Sala Borsa e ben tre squadre bolognesi
giocavano in Prima Serie, amarlo non per moda.
Bologna ha prodotto sulle scene del basket il
primo celebre "due metri" italiano, Calebotta, anni 50, ma, via, lo ha fatto
bonariamente, alla bolognese appunto. E quasi ogni eroe del basket bolognese
- Alesini, Canna, Lombardi, Lucev, non importa se sono nati sotto le due
torri, ma bolognesizzati dall'uso - ha sempre saputo uniformarsi alle regole
della bonarietà, ha saputo essere eroe ma anche convitato a quella che è una
mensa continua.
Ma perché il basket ama Bologna? Ci deve
essere qualcosa nell'aria, qualcosa di assolutamente speciale e intanto
casereccio, mica americano. Qualcosa per il cui il cestista di New York
arriva a Bologna e si trova subito bene, e non importa che sia bianco o
nero.
Qualcosa - ecco la straordinaria comodità
della non definizione - che se fosse conosciuto nei dettagli perderebbe di
forza, perché definirlo significa togliergli la magia, come lo era una volta
pronunciare forte il nome di un certo guerriero.
Dunque non addentriamoci, potremmo fare e
farci del male.
Ma ecco un po' di storia cifrata (nel senso di
storia in cifre, non di storia misteriosa) del grande basket bolognese, una
storia che si chiama Gira, quella del trottolino Bongiovanni, che si chiama
Fortitudo, quella che portò in Italia un personaggio del calibro di Gary "Baron"
Schull, ancora oggi amato sotto le due torri, ma che si chiama soprattutto
Virtus, le "gloriose Vu nere".
Una storia che risale addirittura al 1871, con
la fondazione della società che fu poi tra le prime ad organizzare una
sezione basket. E subito dopo la guerra, ecco anche la ragione di tanto
amore, quattro scudetti di fila, con i Cherubini, Rapini, Ranuzzi, Dondi,
nomi entrati nella leggenda bolognese.
Altri due scudetti negli anni '50, nell'eterna
lotta contro la rivale di sempre, Milano. Poi, dopo un periodo di declino,
negli anni '70, tre scudetti "americani", il primo con Peterson in panchina
e Driscoll in campo, gli altri due con Driscoll stavolta ai bordi del campo
e il mormone jugoslavo Cosic a dirigere sul parquet; e nell'84 lo scudetto
della stella, il decimo, che fa della Virtus la seconda società nella
classifica delle più vittoriose in Italia. Mancava soltanto una
consacrazione europea, dopo la beffa di una finale di Coppa Campioni persa
per un punto col Maccabi, ed è arrivata nel 1990, la Coppa delle Coppe
conquistata a spese del club più famoso d'Europa, il Real Madrid.