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Lucio Dalla ha un passato nelle giovanili
della Virtus
L’INTERVISTA DEL MESE: LUCIO DALLA
di Dario Colombo –
Giganti del Basket, marzo 1980
La cosa, in genere, funziona così. Non appena
la Sinudyne passa in vantaggio Lucio Dalla si alza dalla sua poltroncina
nelle immediate vicinanze della panchina degli ospiti e, rivolgendosi al
signore che sta seduto tre posti più in là, gli urla: “Tobia, sto
raccogliendo delle firme per non farti più entrare al palazzo, dal tanto che
sei incompetente. Guarda qui che squadra!”. A quel punto il volto di Tobia
si fa ancora più rosso, i muscoli facciali si tendono tutti come corde di
violino per poi esplodere sistematicamente in un: “Fuori la pilla, io non
faccio mica delle storie, se sei così sicuro di questa squadra tira fuori la
pilla e scommetti sul risultato finale”. La pilla, per chi non l'avesse
capito, sono i soldi, la lira, il vile denaro. Tobia, invece, è il nome del
manager di Lucio Dalla, il cantautore dell'anno, l'uomo che ha ricreato il
mito del cantante italiano di successo, considerato già bell'è morto e
sepolto. Ma, molto probabilmente, la parte più ingrata e pesante del suo
lavoro il bravo Tobia non la fa quando si mette al tavolo di Gianni Ravera o
di qualche importante personaggio della RCA piuttosto che della RAI-TV,
bensì proprio la domenica quando, dalle 17,30 in avanti, Lucio Dalla si
siede nella sua poltroncina di fianco alla panchina degli ospiti ed inizia
la sua ora e mezza di sofferenza per la Sinudyne. Da quel momento Tobia non
è più un manager ma un parafulmine: è su di lui che si scarica tutta la
tensione, la gioia e il dolore che il basket ogni domenica procura al
piccolo grande Dalla. Perché Tobia lo fa apposta a tifare per tutto quello
che non è bolognese " si
arrabbia il cantante "senza capire che
questa è la più
grande squadra che il basket italiano potenzialmente abbia mai avuto".
"Lui pensa che io ce l'abbia con la Sinudyne"
confessa Tobia "ed invece non si rende conto che io
lo faccio per cercare di riportarlo entro i confini dell'obiettività,
che lui supera abbondantemente ogni volta che entra al palazzo. Ditemi voi
come si fa a dire che questa è la più
grande squadra che il basket italiano abbia mai avuto...".
E la faccenda va avanti in questi termini anche nel
dopo-partita, quando in genere si finisce tutti alla corte del bravo
"Cesàri"
(con l'accento sulla à, mi
raccomando) dove, davanti ad un piatto
di lasagne ai funghi, la, discussione può
arrivare a sfiorare anche la zona match-up o l'attacco shuffle.
Perché la verità vera,
non quella di Dalla né quella di Tobia, è
questa: nel metro e sessanta di altezza del cantante Lucio Dalla è
condensato il prototipo, il modello super raffinato e privo di
contaminazioni dello sportivo bolognese e più in
particolare del tifoso di basket bolognese. Nessun argomento cestistico per
lui è tabù, la competenza
viene data come per scontata e direttamente legata al fatto di vivere a
Bologna. Una competenza, però, che deriva dall'amore
viscerale per questo sport: e se sulla prima si può
discutere ed avere qualche dubbio sul secondo, chiunque conosce Dalla, dopo
cinque minuti sarebbe pronto a mettere la mano sul fuoco. L'unico poster che
una rivista di musica ha dedicato al cantautore
bolognese lo ritrae in tenuta da basket, maglia, pantaloncini, adidas e
l'immancabile basco. Perfino un settimanale austero come l'Espresso, che a
Dalla ha riservato una copertina ed un'intervista a firma Giorgio Bocca, non
ha potuto fare a meno di pubblicare una sua foto in mezzo ad un gruppo di
giocatori di basket. E allora?
"E allora la verità è che io sono un
grandissimo giocatore di basket, un talento naturale incredibile” afferma
Dalla. “Ci sono dei momenti in cui davvero faccio delle cose notevoli. Fino
allo scorso anno, quando giravo per i palazzi dello sport a tenere dei
concerti, portavo sempre la roba e stavo delle ore da solo sul campo a
tirare. Ho delle medie notevolissime, anche dalla grande distanza: una volta
a Cantù, Lienhard mi è testimone, feci un 10 su 11 da otto metri
impressionante”.
Allora la Sinudyne ha risolto un eventuale problema del
playmaker? “Mah, sicuramente no, perché la mia statura è quella che è e
quindi come giocatore sono ormai tagliato fuori. Rimango comunque un grande
allenatore e non è escluso che per sfizio, se me lo posso permettere, prima
o poi lo faccia. Capisco sempre in anticipo le cose che stanno succedere in
campo. Ho inventato uno schema che ho chiamato 'Rollerball' che non esito a
definire rivoluzionario: lo stesso McMillian, a cui l'ho spiegato, mi ha
detto che molte squadre pro americane adottano qualcosa di simile. Comunque
per ora non posso anticipare niente perché sarà la grande rivelazione della
mia squadra di amici nelle prossime partite…”.
Dalla al posto di Driscoll:
cosa avresti fatto? “Mah, sai, è difficile, anche perché in un anno sono
scoppiati alla Sinudyne tanti problemi che normalmente non si presentano in
tre anni. La condizione di Bertolotti, gli infortuni, le polemiche interne…
Più che un problema tecnico quello della Sinudyne è un problema psicologico:
ed è questa forse l'unica cosa in cui per me difetta Driscoll. Mi sembra che
manchi di quella aggressività e di quel temperamento che sono indispensabili
al giorno d'oggi per guidare una grande squadra. Diciamo che per me il tipo
ideale per la Sinudyne potrebbe essere Lombardi. Non lo dico perché io sono
stato uno dei suoi più grandi ammiratori quando era giocatore, ma perché mi
sembra che tutto sommato un tentativo si potrebbe fare. Certo, lui ha anche
delle altre caratteristiche che probabilmente creerebbero dei problemi di
natura diversa: però mi sembra che il gioco potrebbe valere la candela”.
E
comunque tu che modifiche porteresti a questa squadra? “Facciamo due
discorsi. il primo è quello dei giocatori che uno ha sempre sognato e che
vorrebbe vedere nella sua squadra anche se sa che non li avrà mai: e allora
dico Meneghin, dico anche Sacchetti, uno che mi è sempre piaciuto. Poi c'è
l'altro discorso, quello della squadra ideale sì ma non troppo: magari con
un po' di buona volontà la si può fare ed anzi, potrebbe anche verificarsi
che si faccia. E qui dico un’auspicabile formazione della Sinudyne 1980-81,
qualora restasse uno straniero: Tom McMillen, Bonamico, Villalta, Caglieris
e Ferro”.
Ferro? “Ferro
è una mia scoperta di alcuni anni fa, quando ne
parlavo tutti mi ridevano dietro, adesso è uno dei giocatori più
spettacolari del campionato. Si muove come un americano, ha un talento cestistico superiore alla media, ha un grandissimo equilibrio psico-fisico:
manca ancora un po' in difesa. però già rispetto all'anno scorso ha fatto
dei progressi notevolissimi. Avrebbe bisogno per venir fuori completamente
di un grande allenatore, perché McMillen, pur bravissimo, forgiatore di
giovani non è. Probabilmente se alla Mercury ci fosse ancora Nikolic, Ferro
sarebbe già diventato da tempo un uomo da nazionale”.
Allora non è vero che
il pubblico di Bologna è così competente come si vuol far credere, se solo
tu ti sei accorto di Ferro… “Io giro anche per gli altri campi d'Italia e
devo dire che, rispetto alla media, il pubblico di Bologna è un pubblico
attento. Però, avendolo giocato e seguendo il basket con un'attenzione
assolutamente critica, cioè non partecipante nel senso negativo del termine,
devo dire che sono in pochi anche a Bologna a saper dire 'ecco stanno
difendendo a zona', 'ecco quello è un buon difensore' e via dicendo. Del
resto io preferisco il basket in assoluto a tutti gli altri sport proprio
perché presenta questa vasta gamma di situazioni per cui non ti puoi fermare
soltanto al risultato, anche se è quello che conta. In una partita ci sono
tanti momenti che nel calcio e nel ciclismo per esempio non ci sono o sono
due-tre, contro i cento che si possono vedere e scoprire in un incontro di
basket. Ed è proprio facendo riferimento a questa capacità di scoperta che
dico che anche il pubblico di Bologna, pur avanti rispetto a quello di altre
città, ancora competente in maniera definitiva non è”.
Lucio Dalla: fino a
che punto il basket è uno spettacolo in assoluto e fino a che punto non
hanno contribuito a renderlo tale gli stranieri? “Devo dire, francamente,
che fino a qualche anno fa ero abbastanza polemico e contrario alla presenza
degli stranieri, soprattutto di due per squadra. Anche per delle ragioni
sentimentali: io sono amico di gran parte dei giocatori italiani e mi
sembrava poco bello il fatto che loro venissero confinati in una posizione
di secondo piano rispetto ai giocatori stranieri, in tutti i sensi. Poi
invece sono successi alcuni fatti che mi hanno costretto a cambiare idea e a
rivedere la mia posizione generale nei confronti del problema stranieri. Uno
di questi fatti è stato per esempio l'arrivo di Jim McMillian a Bologna.
L'inserimento di McMillian
è stato un fatto sconvolgente perché lui ha
dimostrato che si può fare nel primo tempo 7 su 7 e poi nel secondo decidere
di fare solo degli assist ai compagni senza che per questo il gioco, lo
spettacolo ne risentisse: e allora ti rendi conto che il tutto va rapportato
al valore degli stranieri che hai. Con un americano come lui anche i giovani
vengono valorizzati ed hanno la possibilità d'apprendere delle cose utili,
con altri americani invece la situazione mi dà onestamente fastidio”.
Ma
allora, vedendo le cose da questa prospettiva, ti va bene qualsiasi
soluzione politica: due americani, due americani e un oriundo, tre oriundi e
via dicendo… “Io sono un uomo di spettacolo, quindi l'unica cosa che secondo
me conta alla fine è la capacità di una squadra di produrre uno spettacolo
all'altezza. Siccome io tengo alla promozione del basket al pari di tutte le
altre cose che mi stanno a cuore, penso che solo attraverso un aumento dello
spettacolo si possa accrescere il livello di diffusione del basket, pure già
alto. Per esempio io troverei altamente qualificante e positivo il fatto che
qualche società riuscisse a mettere assieme una squadra fortissima,
strepitosa, con dieci fuoriclasse, che s'inserisse a livello promozionale in
tutto quello che già si sta facendo, anche se il basket ha già raggiunto
livelli addirittura superiori a quelli che le sue strutture in teoria gli
potrebbero permettere. Questo, però, lo ripeto, non deve togliere stimoli a
tutte quelle iniziative che possono servire ad aumentare lo spettacolo. Una
delle ragioni per cui mi sono riavvicinato alla Mercury sta proprio nel
fatto che la squadra di McMillen offre un grandissimo spettacolo, cosa che
invece non ha mai fatto la Sinudyne quest'anno. Questo deriva dal fatto che
i due americani della Mercury sono due buoni americani; che non soffocano il
ruolo e la personalità degli italiani; che infine tutti hanno la mentalità
giusta per produrre spettacolo. Loro infatti giocano per vincere ma per
vincere facendo spettacolo: invece la Sinudyne non fa nascere niente, se si
esclude forse Cosic che è uno showman. Io lo
chiamo "Cimiteria" perché lui è sicuramente il giocatore più improbabile che
si sia mai visto: eppure inventa delle cose bellissime, delle volte lo sento
venire avanti in contropiede cantando, insomma è l'unico che possa suscitare
dell'entusiasmo nel pubblico, il quale altrimenti deve affidarsi a leggere
tra le righe di una partita gli eventuali motivi di soddisfazione”.
Ma allora questo amore viscerale per la
Sinudyne…? “È un amore assoluto, fin da quando avevo 11 anni tifavo Virtus,
per me vederla giocar bene è come ritornare ad avere 11 anni, è come se mi
ricrescessero i capelli… Eppoi, al di là di tutto è una squadra fortissima,
non ci sono discussioni su questo”.
Quanto conta Dalla nella Sinudyne? “No, niente
per l'amor di Dio. Sono buon amico di Porelli,
ma non ne approfitto. Ecco, senza voler far torto ad altri dirigenti, Porelli
è
un uomo che ha sempre avuto come obiettivo quello dello spettacolo da
migliorare, da creare quando era il caso. Credo che lui sia avanti dieci
anni rispetto agli altri. Adesso abbiamo concepito una cosa assieme, una
specie di basket-spettacolo da mettere a punto e di cui per ora non posso
rivelare altri particolari”.
Perché? “Perché altrimenti ce lo copiano a
Milano…”.
Allora rimane questa gelosia, questo complesso
nei confronti di Milano… “Non è gelosia, è una
rivalità che tra l'altro fa benissimo: a Milano ci sono tifosi della
Sinudyne, a Bologna ci sono tifosi del Billy come Tobia: è un modo come un
altro per instaurare dei rapporti, dei legami tra la gente”.
Dal particolare all'universale: ci si ritrova
a parlare di legami tra la gente in nome dello sport, proprio nel momento in
cui lo sport sta per essere usato come arma di divisione tra i popoli…
“Guarda, io sono filoamericano, per una certa tradizione apparentemente
irrazionale, legata alla musica, al basket, perché penso che gli Stati Uniti
siano una nazione democratica: però se loro mi boicottano le Olimpiadi è il
più grosso scandalo che si sia mai visto. Ma come: mi vengono a parlare di
distensione e poi fanno una cosa di questo genere che è contro qualsiasi
concetto di distensione. Boicottare le Olimpiadi non ha alcun peso politico
né alcun senso civile. Del resto, il pensare che questo tipo di azione possa
svolgere una funzione propagandistica efficace all'interno dell'Unione
Sovietica è un'illusione bella e buona: l'URSS ha ormai collaudato dei
meccanismi di oppressione e di limitazione delle idee tali per cui è certo
che anche questo tipo di propaganda verrebbe in qualche modo fuorviato e
limitato. Quindi il tutto si risolverebbe in un'azione di propaganda interna
al mondo americano e a quello occidentale più in generale”.
Ma tu ci credi ancora a queste Olimpiadi o no?
“Io non ho mai creduto al significato mitologico dello sport e quindi ad un
certo modo di presentare anche le Olimpiadi. Credo per che lo sport possa
essere un'arma incredibile di aggiramento di taluni blocchi altrimenti
considerati insormontabili, quando si faccia riferimento però
all'uomo-atleta nudo, non rivestito di ideologie, preconcetti e via dicendo,
ma dal puro e semplice desiderio di superare un suo simile, di soddisfare
un'esigenza antropologica che è innata in ciascuno di noi e che nello sport
può trovare la sua collocazione più adatta”.
Questo è dunque il motivo principale per cui
tu vivi in un certo modo lo sport oppure il tutto trova origine anche
nell'ambiente in cui sei cresciuto e vivi tuttora? “Il mio rapporto con lo
sport nasce da un fatto ben preciso e cioè dal vivere a Bologna. Questa è
sicuramente la città più sportiva d'Italia: per quanto riguarda il basket
posso dire che non c'è quartiere che non abbia i suoi due-tre campi più o
meno coperti, in cui magari c'è sempre un tabellone da sistemare ed un
cerchio da sostituire ma che però sono meglio di niente. Noi - intendo io ed
i miei amici - abbiamo cambiato almeno trenta volte il cerchio dei canestri
sul campo dove giochiamo in collina: lo mettiamo e di notte ce lo rubano,
però chi se ne frega: quando vogliamo giocare non dobbiamo far altro che
comprarne uno nuovo ed il campo c'è. idem per i campi da calcio, da tennis e
via dicendo. inoltre tutti i miei amici sono della mia stessa generazione,
hanno iniziato a fare sport assieme a me quindi sentono quello che sento io,
vivono le mie stesse emozioni, assieme a loro continuo un certo discorso
iniziato tanti anni fa. Per tutti noi la domenica è magica, ma non perché si
va a vedere il Bologna o la Mercury o la Sinudyne: ma perché crea fenomeni
di aggregazione che sono assolutamente irripetibili. Poi magari si evolvono
in forma violenta: però anche questo se vogliamo è comprensibile, fa parte
del gioco, perché è falsa la retorica pacifista che si porta dietro da
sempre il mondo dello sport. Quest'ultimo è per sua natura antagonismo,
lotta, tentativo di supremazia: e talvolta è inevitabile che degeneri”.
Eppure nelle tue canzoni non c'è traccia di
questa passione, il basket per esempio non è mai comparso. “Io penso che due
amori così grandi come quello per la musica e quello per il basket non
vadano contaminati. Mi piace tenerli separati, continuare a pensarli così
come li ho pensati finora senza crearmi il problema di farli stare assieme.
Del resto c'è stato chi ha scritto una canzone sul basket: è stato Baglioni,
con "Il pivot", una canzone tra l'altro molto bella”.
E però il basket ha influito e influisce sulla
tua vita di cantante: dicono che organizzi le tue tournée in modo da
trovarti a cantare nelle città dove gioca la Sinudyne… “Di sicuro c’è una
cosa: che per il periodo dei playoff io non prendo impegni. Poi se posso
cerco di trovarmi dove gioca la Sinudyne, altrimenti vado a vedere anche
altre squadre”.
Non hai mai temuto di compromettere la tua
figura di cantante almeno presso i tifosi avversari della Sinudyne? “No, nel
modo più assoluto. La gente vede che io giro per tutti i campi, sono uno a
cui piace in fondo in fondo il bel gioco, lo faccia il Billy o la Sinudyne.
Quindi i tifosi di Varese che qualche anno fa sfasciarono la macchina (tra
l'altro di un mio amico) con cui ero andato alla partita, dimostrarono di
non aver capito niente del Lucio Dalla tifoso di basket: allora cosa dovrei
fare io con l'auto di Tobia, che viene al palazzo per tifare contro la mia Sinudyne?”

UN VIRTUSSINO PARTICOLARE
di Lucio Dalla - Bianconero
numero speciale giugno 1998
Forse era scritto così che la
Virtus dovesse vincere tutto, nonostante una Fortitudo strepitosa ed eroica,
nonostante Myers sempre meno italiano e sempre più planetario, stellare,
probabilmente non se lo aspettavano in molti tranne a Bologna. Non me ne
viene in mente nessuno, me compreso, che alla partenza del campionato si
immaginasse un finale così incredibile, così epico e oltre lo sport, dai
toni quasi omerici con gli dei sulla nostra testa a muove gli eroi e a
divertirsi facendoci divertire, a confondere la logica, il cronometro, e la
nostra stessa fede nei colori fino al punto, se mai fosse possibile, di
andare oltre il tifo per sognare uno scudetto diviso in due e o per tutte e
due le squadre. Io le cinque partite le ho vissute così soprattutto le
ultime due tifando per Achille Danilovic e per Ettore Myers, per Aiace Savic
e Ulisse Rigaudeau come per Patroclo Rivers. Lo sport che è quasi sempre
bello a volte diventa anche sublime, va oltre i meriti dei suoi eroi e dello
stesso pubblico, magari cancella città che fino a ieri erano leader con
siccità di basket che le fa scomparire per concentrare tutta la sua
spaventosa bellezza in una sola città anche se da sempre capitale del gioco
più belo, più intelligente, più contemporaneo che esiste. Non vado quasi mai
a vedere il derby al palazzo, non mi va di vedere una delle due squadre,
delle mie squadre, perdere ma se vi dico che il pomeriggio della quarta
partita avevo un concerto e che per non perdere neanche un minuto del
secondo tempo in tv ho accelerato tutti i tempi delle canzoni fino a suonare
e a cantare le ultime tre quasi a 78 giri avete un'idea di come non solo io
ma tutti a Bologna abbiamo vissuto questa epopea.
Ci siamo divertiti e ai tifosi
della Fortitudo dico che la squadra è al massimo e potrà vincere contro
chiunque, spero che Seragnoli faccia ancora parte del quintetto base il
prossima anno perché è anche il suo cuore che ha fatto diventare grande la
squadra, ringrazio Abbio che è stato forse l'uomo determinante, Danilovic
che ha cominciato a vincere il giorno che è nato, Myers perché se rinascessi
vorrei essere come lui, Nesterovic che, nonostante quel piccolo ma visibile
difettuccio che è l'altezza, ci ha fatto vedere come in un anno si diventa
campioni, Messina che ha pilotato la nave spaziale come una bicicletta ai
giardini Margherita, Cazzola che ci ha regalato un bel giocattolo e alla
fine anche Tobia che da tanti anni mi porta al palazzo e che, dopo tanto
tempo non ho capito ancora per che squadra tiene.

Il mitico Civ commenta da par suo la prima
Eurolega
La storia della Virtus
di Gianfranco
Civolani - Il Resto del Carlino – 05/08/2003
Era appena finita
la guerra, il basket lo si giocava solo là dove c'era un pavimento con due
canestri montati alla 'brava' e alla sezione (del Psu, partito socialista
unitario) Matteotti di Porta d'Azeglio c'era la squadra (appunto la
Matteotti con i fratelli Bertelli e i Sangirardi) e i cosiddetti sfidanti.
La Matteotti basket vinceva spesso, ma una sera toppò di brutto, solo 13
punti contro 45.
Mio padre — iscritto a quella sezione — il giorno dopo mi disse: «Non vale,
avevano di fronte la grande Virtus». E fu così che mi innamorai perdutamente
per la seconda volta (l'anno prima mi ero invaghito del Bologna calcio) di
una squadra che non avevo ancora visto giocare. Ma rimediai subito e
purtroppo toccai con mano il fascino delle vu nere quando appena quelle vu
nere avevano conquistato il quarto scudetto consecutivo. Sì, perché di
pallacanestro a Bologna se ne era parlato per la prima volta alla fine degli
anni '20 quando si cominciò a sforacchiare il canestro sotto le volte più o
meno celesti della chiesa di Santa Lucia. E nel '35 la Virtus era approdata
alla prima divisione (oggi A-1) e c'era già stato un derby con la Fortitudo
18-5 per la Virtus.
Ecco, dal '35 fino al rombo dei cannoni, la Virtus non aveva primeggiato
perché comandavano la Reyer (Venezia) e l'Olimpia (Milano) e però si
trattava solo di aspettare e subito nel '45 i nostri eroi — che pestavano i
campi in terra rossa della Sef Virtus in via Valeriani — vinsero il primo
titolo a Viareggio. E il viaggio di ritorno fu tutto un programma. Un
pullmino che attraverso il passo della Collina sbuffava e rantolava e tutti
a far baldoria mostrando anche il sedere nudo (e qui Gelsomino Girotti era
il più scatenato) o gridando frasi oscene ai viandanti di Ponte della
Venturina o ai cittadini di Porretta e di Vergato. Il primo quintetto: Dondi, Vannini, Bersani, Marinelli
e Rapini. E gli altri: Girotti, Calza,
Cherubini. E il coach? Ma quale coach, c'era il cambista (si chiamava
Foschi) che faceva da accompagnatore e che appunto faceva i cambi suggeriti
poi da Dondi e da Vannini perché se i
cambi non erano per la quale, partiva il solito «te ti 'vut sampar fer l'esen»
e insomma Foschi obbediva e schivava le orecchie del somaro.
Per qualche anno di seguito — dicevo — furono successi a catena, ma poi
campioni come Dondi,
Marinelli e Vannini
si ritirarono e c'era sempre l'Olimpia Milano fra i piedi così io mi
ritrovai in sala Borsa a soffrire perché non solo la Virtus non vinceva più,
ma nel frattempo a Bologna era stato fondato il Gira (in onore del ciclista
Girardengo) e stava spopolando anche la MotoMorini e insomma la Virtus si
piazzava seconda o terza e ringraziare. Ma agli inizia degli anni '50 arrivò
a Bologna Vittorio Tracuzzi, detto «il Moro»
per via dei pelacci che aveva sul torace, un truce siciliano (messinese) che
cominciò a tracciare il solco con le sue idee geniali (per esempio la zona
1-3-1 altro che quella di Peterson a Milano) e
poi gli arrivi del gigantone Calebotta —
figlio di un papà diplomatico dalmata —, di Canna
e di Alesini e l'esplosione del bolognesissimo Germano Gambini, fecero
tornare il tricolore a Bologna e furono due successi in serie e non tre
perché lo strampalato Tracuzzi
— con la sua Virtus in vantaggio su Milano di 15 punti — cambiò tutto
il quintetto nell'apoteosi e Milano inchiodò la Virtus ai supplementari,
vinse e si pappò uno scudetto già perso.
Poi per la Virtus arrivarono gli anni meno succosi, con Milano e Varese che
dominavano con una bolletta sempre più galoppante. E meno male che negli
anni '60 si profilò l'uomo della Provvidenza, un mantovano che inceneriva il
prossimo con i suoi occhi di brace e anche con qualche robusto ceffone dato
più o meno al momento giusto. Gigi Porelli mise
le cose al punto zero, salvò la gloriosa Virtus dalla retrocessione allo
spasimo, firmò un bel patto di cambiali («Non dormivo la notte» — dice ancor
oggi), ma con lui in sella e con lo sconosciutissimo
Dan Peterson in panca e peraltro con buoni
giocatori si ritornò ai vecchi fasti, per un bel po' di scudetti (e vale
ricordare il bostoniano Terry Driscoll, due su
due e record del mondo come allenatore) e il resto è anche storia recente.
Coppe internazionali (tre), scudetti a raffica con
Alberto Bucci e con Ettore Messina e
mentre la proprietà della Virtus veniva trasferita dal grande
Porelli (diciamolo: il
miglior dirigente della Virtus basket di sempre) ad
Alfredo Cazzola, la lunga linea di insuccessi non veniva mai intaccata.
E l'investitura del giovane Ettore Messina
(portato a Bologna proprio da Porelli
e destinato al settore giovanile) fu davvero casuale. Allenava
l'americano Bob Hill (quello che viaggiava sempre
con l'abito di vigogna grigia sulla gruccia) e io scrissi che Messina era già pronto
per subentrare. Il buon Ettore mi mandò una lettera di ringraziamento, ma il
presidente (Paolino Francia) mi disse: «Un attimo di pazienza, non
precipitiamo le cose». Ma le cose le precipitò proprio
Bob Hill. Si accasò nell'Nba e così Messina diventò il coach della
Virtus per un gran colpo — come direbbe il poeta — 't'inchiappa'.
Però che rabbia, che malinconia e che vergogna vedere la Virtus ridotta in
questo stato da un uomo solo. Il grande Slam? Facile fare la ruota del
pavone con Messina in
plancia. E quanti struggenti ricordi per chi ha sempre avuto la Virtus nel
cuore. E quanti personaggi.
Gigi Rapini che inventò l'uncino dopo averlo
studiato in costa Azzurra, Giancarlo Marinelli
che inseguiva tutte le sottane d'Europa, Nino
Calebotta che misurava (ai quei tempi) più di due metri che a Bologna
veniva chiamato «Filuccone» o «gran Camillo», Achille
Canna che in coppia con Mario Alesini
sfrecciava come Schumacher, Dan Peterson che
si presentò a Bologna vestito come una rock-star,
Gigi Porelli che combatteva il mondo intero,
Alfredo Cazzola che prendeva per gli stracci chiunque gli stesse
sull'anima, gli immensi Sasha
Danilovic e Creso Cosic che nessuno di noi
nostalgici potrà mai più dimenticare, Lombardi
- Brunamonti -
Villalta che ci hanno fatto tanto sognare e
Manu Ginobili che balzava lassù nell'empireo. E Madrigali che ha fatto peggio della grandine,
della siccità, di un ciclone caraibico e di un esercito di voraci
cavallette.
Ricordo lo scudetto della Stella, Barcellona, Vitoria, Firenze (c'era Sugar, un immortale). Dei quindici scudetti
ne ho vissuti ben undici, dieci di più di quello scudettone del Bologna
calcio che ho vissuto e celebrato nel '64.
Risorgeremo? Si, ma non so quando. E chiamerei a raccolta Porelli, Cazzola e
quant'altri. E però avrei un desiderio: non vedere mai più questo Madrigali in un'arena
sportiva.

Il mitico Peppino Cellini assiste al
riscaldamento della Candy
I GIGANTI DEL BASKET: PEPPINO CELLINI
di Dan Peterson - basketnet.it
Beh, forse il termine 'gigante' fa impressione quando si tratta del
piccolissimo Peppino Cellini, per anni una voce giornalistica del basket a
Bologna. Ovvio, non ha mai giocato a basket ma, come le persone
intelligenti, l'ha studiato attentamente, abbastanza per sapere qualcosa.
Era anche un grande ascoltatore, quindi imparava lezioni da giocatori,
dirigenti, allenatori, giornalisti, addetti, tifosi e chissà chi altro che è
passato al suo negozio di gioielli in Via Clavature 6
a Bologna, quasi sotto le Due Torri, posizione perfetta per un Bolognese ad
hoc.
Mi ha aiutato durante i miei primi tempi a Bologna. Diverse volte sono
andato a cena con lui e Silvano Stella de La
Gazzetta dello Sport. Eranodei geni per trovare
le piccolissime trattorie fuori città dove si mangiava da Dio e... si pagava
poco! Da loro due, ho capito diverse cose non del basket, ma
dell'Italia, di Bologna, della mentalità. No, loro due non hanno mai messo
dito nel mio lavoro, mai chiesto un parere su qualcosa, mai offerto
un'opinione su una mia scelta, mai criticato o elogiato qualcuno. Da loro
due capivo la grandezza dei Beppe Lamberti, dei Gigi Porelli, dell'On.
Giancarlo Tesini e altri. Università di vita.
Peppino era anche spiritosissimo. Durante il mio primo anno a Bologna, avevo
letto che un allenatore di Serie A è stato affiancato da un altro
allenatore. Non capivo la parola affiancato. Passo in negozio a
Peppino: "Peppino, cosa vuol dire la parola affiancato?" Lui, "Caro
Dan, affiancare vuol dire uccidere." Io, incredulo: "Davvero?"
Lui, "No, Dan, tu sei troppo ingenuo. Vuol dire che l'allenatore in panchina
è ormai morto, che la società non ha fiducia in lui, che hanno messo uno a
suo fianco per fare il suo lavoro." Sono lezioni di Italiano e di vita che
sono difficili da dimenticare.
Peppino voleva che il Basket City andasse bene, sia
Virtus che Fortitudo. Ovvio, i Virtussini l'hanno accusato di simpatizzare
per la Fortitudo e viceversa. Posso dire questo: non vero. Ma quando abbiamo
vinto la Coppa Italia a Vicenza nel 1974, per andare nella Coppa delle
Coppe, con viaggi in aereo all'estero l'anno dopo, proprio sul campo di
Vicenza, gara appena finita, vedo un Peppino impazzito, facendo l'aeroplano,
come Montella, urlando, "Cominciamo a volare!!!!!" Ancora, ho avuto
bisogno di spiegazioni. Ettore Zuccheri, mio vice: "Coach, per le trasferte
in coppa, si va in aereo!" Ah. OK.
Peppino ha poi litigato con tutti. Lui amava l'Avv. Porelli ma, prima del
mio arrivo, avevo scritto un titolo a 9 colonne: "Avvocato, vattene!".
Insomma, odio-amore fra loro due. E Porelli, con lo studio legale non 100
metri dal negozio di Peppino, passava quasi ogni giorno. Sul muro del
negozio, c'era una piccola balalaika russa a 6 corde. Porelli, giocando
sulla poca altezza di Peppino: "Peppa, per te, quella lì è un
violoncello!!!". Risata da spaccare i muri. Ecco il
mio ricordo di Peppino: Amicizia, Umorismo, Competenza, Passione,
Imparzialità. Il vero Piccolo Grande Uomo del Basket Italiano.

Il potico Cevenini e Andrea Mingardi
Virtus di
Andrea Mingardi
LE V NERE SON TORNATE
di
Andrea Mingardi - Bianconero - gennaio 2005
Fine ed inizio anno: auguri e tempo di bilanci. Dopo la tempesta bisesta e
madrigalesca abbattutasi sulla Virtus è giunta l'ora di fare alcune
riflessioni. Claudio Sabatini, con un carpiato di difficoltà 3,5 e una
respirazione bocca a bocca, ha miracolosamente salvato la vita alla Signora
dei canestri. Suo padre sarebbe orgoglioso di lui. L'indifferenza della
precedente amministrazione comunale, insieme al fuggi fuggi degli...
imprenditori locali, ha dato il segno di un momento storico-economico in ui
pare sia più facile trovare qualcuno che dia fiducia alle Lecciso che
sostegno per un pezzo di storia italiana. Se ci mettiamo anche una frangia
di personaggi in seno alla federazione che non vedevano l'ora di vederci in
difficoltà, il film è presto fatto. Al di là degli avvoltoi più o meno
famosi che si masturbavano neanche tanto di nascosto di fronte al disastro "parmalattiano"
bianconero, devo convenire con che parecchi "cugini" invece erano
segretamente rammaricati per la nostra penalizzazione. Una cosa è vincere
con una gara e un'altra è senza di noi. Grazie, cari "cugini" e complimenti
per la vostra squadra giovane, bella e, perché no, anche un po' Virt...uosa.
Savic, Smodis e company, per ora avete vinto là come me a... Sanremo!
Vedi che bello sfottersi? In fondo, noi noibli... decaduti, parenti
momentaneamente in disgrazia, giocatori di borsa che hanno comprato delle "Seat
pagine gialle", sentiamo già l'odore del derby, il sapore delle vigilie e il
gustop di ritornare ad essere la capitale del basket. Ma la strada è lunga e
irta di insidie.
In
campionato di A2 non fa sconti. Bisogna vincere, arrivare primi e tutti sono
contro di noi. Giustamente. Batterci, può salvare l'immagine di una squadra
e il suo stesso campionato. Quindi dopo i recenti rimpalli, deve farsi largo
nella mente dei ragazzi, non sicuramente di Consolini che ha già capito
tutto e fa il pompiere, che sarà dura e, ogni partita, ogni tiro, ogni
palla, potrebbe fare la differenza. Sabatini, il presidente, il coach,
Faraoni, il team, la Carisbo e gli sponsor, li vedo come un pugle in clinch,
chiusi in una difesa granitica, senza pazzie, fronzoli ma pronti per colpire
l'avversario dove fa male. Dobbiamo lasciare il blasone a casa e lottare
come minatore per scavare il tunnel che ci porterà alla luce. A mani nude,
con una determinazione operaia e un'umiltà che le settemila persone, a
proposito, grazie a tutti, non dovranno mai far perdere al progetto con
futili richieste di "schiacciate" e passaggi dietro alla schiena.
Perora, pale e cipolla, poi si vedrà. E sarà ancor più belo, perché la
rinascita non verrà da magnati che hanno bisogno di fatture di scarico, non
da intrallazzatori che identificano nello sport la possibilità di un indotto
personale, non da professionisti del settore che cercano, a loro vantaggio,
di rivitalizzare società moribonde per rivederle in plus valenze, ma da
qualla sorta di public company tanto auspicata da Claudio che, di fatto, si
sta verificando. Migliaia di infermieri sono al capezzale di una splendida
donna che sta riprendendosi alla grande. Per amore, perché le parliamo ad un
orecchio e la accarezziamo raccontandole storie neanche tanto remote. Lei ha
già preso colorito e spesso sorride, non sempre ma spesso. La malattia
poteva essere letale ma ora siamo una società, una squadra, abbiamo tutti i
nostri trofei belli in bacheca e la memoria in noi è viva e rivendica il
posto che le spetta. Quando? Se ogni giorno segni un progresso non è poi
così importante quanto. Ora siamo sicuri che succederà.
Pochi giorni fa ero ad Atlantic City per un paio di concerti. Ho acceso la
tv americana e la prima immagine impattata è stata quella di Ginobili che
passava la palla a Nesterovic. Un tuffo al cuore. Cari Sasha, Sugar,
Roberto, Renato, Marko, Ettore, caro Alfredo, credetemi è stato un attimo e
poi ho pensato subito a... Peluss! Di due cose con sicuro, che "Pelo"
difenderà la mia... famiglia c che, via Ferrara, Fabriano e Capo d'Orlando,
stiamo tornando!
Bolognesi, al vespro accendete la radio "Ascolta si fa Sera... gnoli",
conversazione di Padre Andrea Mingardi: "Ricordatevi, presto gli ultimi
torneranno ad essere i primi e quindi, d'ora in poi nussuno dorma
tranquillo".
Forza Virtus!!!!!!!!!

Gianluca Pagliuca
tratto da PAGLIUCA, IL BOLOGNESE GRANDE
CON LA SAMP
di Giuseppe Bagnati - La Gazzetta dello Sport
- 24/10/2008
DA BOLOGNA A VIAREGGIO
- "Ho cominciato nell’anno in cui l’Italia ha vinto i mondiali, nell’82".
Pagliuca scala tutte le categorie giovanili fino ad arrivare alla Primavera.
"Ma giocavo anche a tennis e basket. Sono da sempre tifoso della Virtus e
adesso che sono libero vado sempre in parterre assistere alle partite delle
V nere". Una brutta prestazione del portiere titolare della
Primavera gli
spiana la strada. "Il mio allenatore Renzo Ragonesi mi dà fiducia". La
Sampdoria mette gli occhi su questo ragazzo di 1,90 e lo chiede in prestito
per il torneo di Viareggio. "Verrò premiato come miglior portiere del torneo
e la Samp cede in finale soltanto all’Inter".
Il
fan Pagliuca: «Tristi le sedie
vuote ma la carica tornerà»
di Elisa Fiocchi - Il Corriere
di Bologna - 10/06/2009
Gianluca Pagliuca, ex portiere del Bologna
nonché tifoso Virtus, lei ha staccato il biglietto per i playoff o ha
seguito il trend della maggioranza degli abbonati?
«Sono venuto a vedere la prima partita in casa
contro Treviso, non la seconda ma solo perché ho avuto un impegno. Non sarei
mai mancato».
Che ha pensato dinanzi ai tanti abbonati
rimasti a casa?
«Ho notato fin da subito il palazzo mezzo
vuoto, sembrava una gara invernale di Eurochallenge, non la volata playoff
per lo scudetto. Mi è dispiaciuto molto, non fa parte dello stile Virtus».
Come se l'è spiegata una così ampia defezione?
«Non voglio credere che sia tutta dovuta a una
questione economica. La vera causa è da ricercare nel finale di stagione
della squadra, dove la Virtus ha perso le ultime quattro o cinque partite,
compresa l'ultima di campionato in casa contro Treviso: un vantaggio
scialacquato nel finale e un terzo posto sfumato a quinto. Il pubblico ha
cominciato a smettere di credere e sostenere la squadra».
Crede che le voci di mercato a stagione in
corso abbiano influito sul disamore della tifoseria?
«In parte, ma Boniciolli ha comunque le sue
responsabilità oggettive. Oggi sono davvero contento per coach Lardo, è una
bella persona e non potevamo ripartire in maniera migliore».
E Sabatini?
«Mi auguro non venda, alla Virtus ha fatto
molte più cose buone che cattive e quest'anno ha messo assieme un'ottima
squadra. Non dimentichiamoci che ci hanno "rubato" la finale di Coppa Italia
di un punto contro Siena, per non parlare di quella gara di campionato con
il fallo su Boykins. Da lì è scattata tutta l'amarezza. Poi abbiamo vinto l'Eurochallenge,
che sarà la coppa del nonno ma è pur sempre un trofeo. Purtroppo il finale
di campionato non è stato positivo, altrimenti si starebbe parlando con toni
ben diversi».
Il futuro della Virtus le sembra più nebuloso?
«Io sono convinto che faremo bene, anche con
un budget ridotto. Stando alle ultime voci, si spenderà meno. Ma credo che
possano arrivare ugualmente risultati buoni e pure che al pubblico
virtussino tornerà ogni entusiasmo».

Paolo Negro con la maglia del
Bologna
PAOLO BIANCO... NEGRO
di Jorge De Carvalho -
Bianconero n. 8/anno 2 - aprile 1998
Grande virtussino!
"Sì, può scriverlo, che non un
gran virtussino. Magari non tutti lo sapevano fino a quando non mi hanno
visto in tivù con il cappellino della Virtus, dialogando con Bulgarelli che
invece è dell'altra sponda".
Ma tu sei vicentino. Come hai
fatto a diventare tifoso bianconero?
"Tutta colpa della mia
fidanzata Lara, che è bolognese e grande tifosa della Virtus".
Raccontaci tutto...
"Beh, quando ho iniziato a
frequentare Lara giocavo allora nel Bologna, e un po' alla volta ho
cominciato a guardare la Virtus. Poi sono diventato tifoso, ma un tifoso
proprio DOC".
Un po' come Tarossi per i
cugini?
"Non so bene quanto sia tifoso
lui, per quanto mi riguarda ti dico che se in televisione c'è il calcio e la
Virtus, non c'è dubbio, io guardo la Virtus".
Quando hai iniziato a seguire
la squadra, chi ti impressionava di più come giocatore?
"Nessuno in particolare, non
avevo punti di riferimento. Per me contava la squadra e più sono passati gli
anni più sono diventato tifoso".
Anche quando sei partito da
Bologna?
"è
chiaro, anche se ora non è facile vederla dal vivo. Ogni occasione però è
buona. Per esempio quest'anno l'ho vista due volte qui a Roma e ogni volta
che c'è la partita in tv soffro moltissimo. Per esempio, sai che sia Mancini
che Ballotta tengono per la Fortitudo!? Dopo l'ultimo derby che abbiamo
vinto li ho fatti "morire". Ho attaccato i fogli dei giornali con il
risultato dentro lo spogliatoio. Non puoi capire che goduria!".
In questa stagione così
importante per le V nere, quale dei nostri giocatori vedi più simile a te
come giocatore e atleta?
"Per me è difficile scegliere,
conta soprattutto la squadra, ma se devo farlo, direi Abbio, che è un ottimo
difensore e utilizza benissimo il fisico quando gioca":
La stagione sta volgendo alla
fine e la tua Virtus è impegnata su importanti fronti, sia in Europa che in
Italia. Pensi di trovare il tempo per andare a vedere i bianconeri?
"L'Eurolega penso che la vedrò
in televisione perché la Lazio oltre che in campionato e molto impegnata
anche con le finali di coppa UEFA e Coppa Italia. Per quanto riguarda la
serie della finale scudetto tutto dipende se verrò o meno convocato per i
mondiali di Francia. In ogni caso starò comunque lì a soffrire e a fare un
GRAN TIFO PER LA VIRTUS!".

Giancarlo Marocchi e Oscar
Magoni
UNA STAGIONE VISSUTA INTENSAMENTE
di Jorge de Carvalho - Bianconero numero
speciale giugno 1998
Come la stagione di vittorie più prestigiose
della Virtus ha fatto gioire e soffrire il mondo del calcio nell'anno dei
mondiali di Francia '98. Il riferimento è sin troppo facile da indovinare,
perché a difendere le reti degli azzurri di Maldini c'è un Virtussino,
Gianluca Pagliuca. Si è dovuto accontentare di guardarli in tivù, Danilovic
e soci durante la conquista della Coppa dei Campioni ma per lo scudetto la
storia è stata diversa, Gianluca era sul parterre del PalaMalaguti, a
soffire (non è stato facile assorbire due sconfitte consecutive in casa) e a
gioire (tantissimo) alla fine di gara cinque e un supplementare.
C'era anche Andrea Tarozzi durante le finali.
Teso, speranzoso, anche festante quando poco prima del termine di gara 4 e 5
il titolo sembrava verso la "sua" F scudata. Poi la tristezza del titolo
sfumato per un niente ma anche l'orgoglio di stare dalla parte della squadra
che più ha messo in discussione la supremazia dei bianconeri.
Questa volta Paolo Negro non ha dovuto
guardare la sua squadra del cuore in televisione. Era lì, a Casalecchio, in
carne ed ossa (Maldini non l'ha portato ai Mondiali. Speriamo non se ne
venga a pentire!). Ci siamo visti prima dell'inizio di gara3 e sorrideva. A
fine gara ci siamo incrociati in silenzio. Poi, dopo il messo miracolo di
gara4 con la bomba di Abbio che obbligava Basket City al quinto ed ultimo
sforzo, l'operazione si è invertita. Poche parole prima della "bella" e poi
il naturale sfogo gioioso quando la Fortitudo capitolava sotto i colpi di
Sasha nel supplementare. L'ho perso di vista poco dopo il fischio finale e
lì per lì mi è venuto in mento che non vorrei essere nei panni di Mancini e
Ballotta (tifosi biancoblù) quando dovranno ritrovare Paolo nello
spogliatoio laziale.
Già lo si sapeva di capitan Marocchi (grande
stagione la sua con la maglia rossoblù), ricorderete le sue parole "quando
vivi a Bologna devi scegliere ed io ho scelto la Virtus!", ma di recente ho
saputo che anche Oscar Magoni (quello mai dato in formazione dai media ad
inizio stagione ma che poi si impone sempre come titolare inamovibile) è
inclinato verso i colori bianconeri della Virtus. Per i due annata da
ricordare, sia per il girone di ritorno dei rossoblù che per i trionfi della
Kinder.
Ultimo appunto. Gara 5 di finale. Il momento
era quel piccolo intervallo tra la fine del secondo tempo e l'inizio del
supplementare di Dnailovic. Il pubblico si stava ancora riprendendo dalle
forti emozioni che gli ultimi secondi (del secondo tempo) avevano riservato,
facendo pendere il favoritismo da una e dall'altra parte ad ogni
rovesciamento di fronte. Io tornavo di corsa dalla sala stampa. Era il
momento della palla a due che poi ha deciso il titolo. C'era uno spettatore
che scendeva velocemente le scale della tribuna sopra il parterre e mi
sembrò si avviasse verso l'uscita.
Era Marco De Marchi. Gli anni con la maglia
del Bologna gli hanno lasciato la passione per la Fortitudo e lui, che era
lì a tifare per la squadra che non ha vinto, incredulo per il fallo di
Wilkins, su Sasha e per la palla persa di Rivers sull'ultimo assalto al
canestro bianconero, se ne andò, prima della fine.

Luca Cecconi

Gigi Maifredi

Pierferdinando Casini festeggia l'Eurole

Vitali, ex-sindaco di Bologna e senatore

Prodi, amico di Villalta, per il quale ha
scritto la prefazione del suo libro

Gianfranco Fini, bolognese e virtussino

il filosofo Stefano Bonaga

Diego Abatantuono, ha figli
virtussini e anche lui simpatizza

Anche se non dalla nascita,
l'ex-Miss Italia Susanna Huckstep si dichiara virtussina

Sergio Cofferati, un altro
ex-sindaco tifoso virtussino
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