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Abbio, Carera, Binelli,Binion,
Battisti, Morandotti
Coldebella, Danilovic, Frattin,
Bucci, Nadalini, Orsoni, Moretti, Brunamonti
STAGIONE 1994/95
BUCKLER BOLOGNA
Serie A1: 1a classificata su 14 squadre
(25-32)
Play-off: CAMPIONI D'ITALIA (8-10)
Coppa Italia: eliminata ai quarti di finale (4-6)
Euroleague: eliminata ai quarti di finale (11-19)
Supercoppa: VINCENTI (1-1)
Partite
della stagione
statistiche di squadra
1,58 MA NON LI DIMOSTRA
di
Walter Fuochi – La Repubblica – 22/10/1994
Centocinquantotto
centimetri insospettiscono, nel basket. Ma Tyrone Bogues detto Muggsy ci
vive da una vita, dentro quest’incredulità: e lo spacca, come ieri sera,
questo bozzolo giocando, semplicemente, da migliore in campo di una squadra
della Nba: gli Charlotte Hornets che, nel loro tour europeo, hanno battuto
la Buckler 114-107. Una bella Buckler, con un bellissimo
Danilovic: bravo almeno quanto Robert Parish, detto il capo, perché
porta i suoi 40 anni, caricati di
gloria negli anni di Boston, eretti come l'indianone di "Qualcuno
volò sul nido del cuculo". Alla fine ha vinto lui materialmente la partita.
Strana notte, non sembra Italia. E non solo perchè Alexi Lalas, stopper
yankee del Padova travestito da busker da strada, schitarra un bell'inno
stelle e strisce cui Iskra Menarini, corista di Lucio Dalla, risponde con un
ispirato, irriconoscibile "Fratelli d'Italia" soul: arrangiato la notte
prima, dice chi sa, con Lucio. Strana notte perché, quando Larry Johnson
saluta dalla panchina con la stampella, lo applaudono. E ci sarebbe una
speranza di correr via senza cori, senza odio, senza nessun "devi morire"
quando le due squadre si fanno la foto insieme, ma poi il sangue vecchio
prevale. Una fettina di curva ce l’ha con Pesaro, una fettona con l'arbitro
Cazzaro, una con
la Fortitudo. Bogues ha faticato a scaldarsi, chiamato da fans grandi
come lui col berrettino da autografare. È partito male, 5 ferri ai primi 5
tiri, ma poi, quando Charlotte ha cambiato ritmo, è diventato indigeribile
per la Buckler,
imprendibile in accelerazione, velenoso in difesa. C'è avvezzo, Bogues. Vive
da 7 anni e 560 partite nella Nba, da giocatore vero (30 minuti e 8 punti di
media), non da fenomeno da baraccone, anche se per forza s'è adattato a
convivere con la battuta che una volta si faceva ai lungagnoni. Che aria
tira lassù?, rispondendo invece da laggiù. Cinque piedi e tre, 158
centimetri, deve averlo ripetuto mille volte alla gente intrigata da
quant'era basso. Bogues ha ora 29 anni e un contratto fino al '99, 681 mila
dollari l'anno, cioè un miliardo grasso, che include pure un'attività estiva
per fare studiare, giocando, i ragazzi. Ne aveva 21 ai Mondiali di Spagna,
quando
Brunamonti, allora play degli azzurri, lo scoprì vedendoselo scappare da
tutte le parti, e a tutti parve una simpatica curiosità destinata a farsi
spazzar via. Per il suo club, l'anno scorso, "Muggsy" (una pestifera mosca
dei fumetti) fu invece il migliore, schiaffato sulla copertina del
libriccino societario: lui e non i due giganti del Dream Team 2, il pivot
Alonzo Mourning e la catapulta Larry Johnson, l'uomo che ha un contratto
decennale da 130 miliardi, fino al 2002. Sarebbe piaciuto vederli a Bologna:
e invece il primo è ingessato in America, il secondo qui, per una fratturina
patita a Parigi nel primo match del tour europeo. Così, mancando pure Dell
Curry, un altro big, era mezza Charlotte, più che una intera, "importata"
per 250 mila dollari d'ingaggio, a fronte di un incasso che, a quota 400
milioni, ha sbriciolato ogni precedente cestistico italiano.
BUCKLER BOLOGNA
107 - CHARLOTTE H. 114.
DANILOVIC, ZAGABRIA NO
di
Walter Fuochi – La Repubblica – 22/11/1994
Nel cartellone del basket
c’è Cibona-Buckler, terzo turno dell’Euroclub. Ma sul fondale c’è una città
nuovamente sfiorata dalla guerra. E così, a giocarci, arriva una Buckler
incompleta, senza
Danilovic: è
serbo-bosniaco, Zagabria è Croazia. Poi, è vero che ha un piede malconcio:
microfrattura a un dito, trascinata da tempo. E lui,
Danilovic, un
tipo fiero e duro, dice che a Zagabria non c’è andato solo per quello. "Ho
male, dopo la partita con Verona non mi sono più allenato, devo fermarmi".
Certo, sabato l’hanno visto tutti, in tv, tornare in panchina, sfilarsi la
scarpa, affidarsi al massaggiatore. Ma l’hanno visto pure segnare 27 punti:
bloccarsi adesso, su questa soglia difficile, e non per motivi di basket, è
l’incastro dell’altra mezza verità. C’è una guerra, laggiù. "Non per me -
ribatte lui - Due anni fa fui il primo serbo ad entrare in Croazia. Ho
giocato con un polso rotto. Non ho paura, ma il piede mi fa male". La
società fa capire che in quest’assenza c’è dentro tutto.
Danilovic
è nato a Sarajevo: mezza
famiglia ce l’ha sotto le bombe, mezza la portò a Belgrado, non appena fu un
giocatore famoso del Partizan, e abbastanza ricco. A Zagabria, con la maglia
di Bologna, sarebbe stata la terza puntata: Cibona-Virtus, in Europa, è una
classica. Due anni fa, a guerra ancora calda, Sasha fece da calamita a tutti
gli insulti del palasport: si sciolse, poveraccio, dopo due giorni recluso
in albergo, due angeli custodi portati da casa che gli dormirono in
corridoio. Fece 12 punti, che per lui sono niente, crivellato da un’ostilità
feroce. L’anno scorso andò meglio: altri cori e insulti, ma 23 punti, una
partita quasi vera. Stavolta mancherà, e sarebbe stata l’ultima: la stagione
prossima non ci saranno campi dove i Miami Heat, il club Nba che l’ha
prenotato, non potranno portarlo.
Danilovic
a casa è un guaio in più
per la Buckler, già frustrata nello spirito dalla sconfitta di sabato contro
mezza Verona.

Coach Bucci catechizza i suoi
ragazzi
BOLOGNA, FELICI E DIVISI
di
Walter Fuochi – La Repubblica – 31/12/1994
L'ultimo dell’anno
porterà Bologna, e i suoi canestri ricchi e felici, in tutte le case, nella
maratona del basket che offrirà tre ore filate di canestri, su RaiTre.
(...) Ma intanto ecco una mappa per conoscere la Bologna capitale del
basket, il reame diviso a metà tra Virtus (Buckler) e Fortitudo (Filodoro),
con la novità storica della F, per la prima volta, più in alto della V.
FORTITUDO, NUOVO POTERE
Squadra.
La Fortitudo Filodoro ha le sue stelle a centrocampo: Djordjevic, play
serbo, eletto in un recente sondaggio miglior giocatore d’Europa, ed
Esposito, indocile talento casertano, inarrestabile nei giorni di vena. Ma
ha pure rastrellato i giovani pivot più promettenti (Frosini
e
Casoli, entrambi azzurri), sistemati accanto all’inossidabile Dan Gay; e
assestato l’organico con utili gregari come Pilutti e Pezzin, cercando di
costruire un gruppo che duri nel tempo e non viva un solo breve exploit. Il
primo posto sta premiando il lavoro di Sergio Scariolo, il coach che a
Pesaro vinse il titolo a 29 anni, ed era poi finito in A2. Le assenze di
Blasi e Damiao, giovane oriundo, lo priveranno oggi di due preziose pedine.
Società. La data di
nascita è 1932, la serie A arriva solo nel ‘66. Il nocciolo, ormai solo
storico, è il circolo cattolico di via San Felice. Dopo aver sempre ballato
fra A1 e A2, e rischiato la retrocessione in B, il club è risorto con
l’ingresso di Giorgio Seragnoli, superando lo scorso anno pure l’handicap di
un -6, per un oscuro tentativo di "aggiustare" una partita. Proprietario.
Giorgio Seragnoli, 38 anni, è un signore che in questi giorni deve decidere
se vendere le azioni di famiglia del Credito Romagnolo e incassare 60
miliardi, o tenersi i titoli e i piedi ben saldi dentro la banca cittadina,
tanto quei soldi non gli servono. Casata tra le più solide della città
(gruppo Gd e tanto altro), tifoso della F fin da bambino, Seragnoli ha preso
il timone due anni fa, investendo una trentina di miliardi. Padrone-ombra,
mai un’intervista, occupa sempre lo stesso posto, dietro la panchina, si
professa ancora solo tifoso, pur essendo padrone assoluto.
Pubblico. Quelli contro.
Quelli che non potevano più entrare alla Virtus. Quelli della Bologna "maraglia"
contro la Bologna "fighetta". Quelli che siamo nati per soffrire (e adesso
quasi quasi non ci divertiamo più). Sullo zoccolo duro i buoni risultati
hanno però innestato nuovi adepti, cosicché le distinzioni "sociologiche" si
sono molto diluite. 4.618 abbonati per quasi 3 miliardi d’incasso (la
Fortitudo fa prezzi più bassi), palasport sempre pieno, mille in trasferta,
talvolta con qualche problema per la presenza di frange ultras: è un tifo
che sa essere colorato e fantasioso, quando non scade nel becero-macabro. Al
patron, che la Fossa
chiama per nome, Giorgio, chiedono di "comprargli
Cazzola". A Scariolo, il coach al gel, cantano "Sei bellissimo", sulle
note della Bertè. Ambizioni. Sono contenute nel cosiddetto Progetto
Fortitudo. Arrivare allo scudetto, in un paio d’anni. Non contentarsi più di
vincere un derby, da cugini poveri (ma quel che una volta riusciva non è
ancora riuscito, da ricchi). "Primi in Italia", è il coro di adesso, non più
"Primi a Bologna".
VIRTUS, MOLTO BORGHESE
Squadra. Nessuna squadra
in A1 ha l’organico della Virtus Buckler. Sette azzurri, tra presenti (Coldebella,
Moretti,
Carera,
Abbio,
Binelli) e passati (Brunamonti,
Morandotti);
Danilovic, fra i primi 3 giocatori d’Europa, presto a Miami nella Nba;
solo
Binion, l’altro straniero, non ha un nome patinato, eppure vanta 3.396
punti in 6 anni di A. Attualmente, però, vincerebbe solo l’oscar della jella.
Coldebella ha la varicella;
Danilovic
proverà oggi a rientrare, a 17 giorni da un menisco, ma è più no che sì;
Moretti ha la pubalgia e giocherà camminando;
Binelli ha mille malanni;
Carera ha
appena guarito un calcagno.
Alberto Bucci, coach bolognese, una vita da tecnico randagio, ha vinto
scudetti solo a Bologna (‘84 e ‘94).
Società. Dodici scudetti,
seconda solo all’Olimpia Milano. Nata nel 1933 dalla Virtus ginnastica
fondata nel 1871, è una delle squadre-mito italiane. Ha avuto alti e bassi,
mai retrocessioni. Ha attraversato tanti sponsor, ma mai tradito i colori
bianco e nero. Ha colto avari bottini europei: una sola Coppa delle Coppe,
nel ‘90. Proprietario. Azionista quasi unico della Virtus è
Alfredo Cazzola, 44 anni, in sella dal ‘91. Prima, ha confessato, non
aveva mai visto un palasport. Di umili origini, partito da un’azienda di
allestimenti fieristici, nell’81 Cazzola avviò la scommessa del Motor Show,
fiera dei motori che, nell’ultima edizione, ha ospitato un milione 300.000
visitatori (a 30 mila lire l’uno). Gestisce il Salone di Torino, ha appena
rilanciato la Seigiorni ciclistica, s’è allargato all’editoria sportiva (con
malumori del resto del basket). Entrato per business ("a rimetterci si
stancano presto tutti"), s’è innamorato. Di più, la sera d’una sconfitta,
l’eliminazione in Euroclub nel marzo scorso ad Atene, quindicimila greci
contro la sua Virtus, lui in panchina fra i giganti. S’iscriverebbe domani a
un campionato europeo: la Virtus costa tanto, ma potrebbe incassare
(sponsor, pubblico, tv) tantissimo. Pubblico. 5.600 abbonati in un impianto
da 6.000, che il prossimo anno scenderà a 5.500.
Pubblico. La gente della
Virtus è da un decennio un club privato, a numero chiuso, con tessere che
godono di prelazione, come palchi da teatro. Così, i suoi tifosi
anagraficamente maturi, competenti, talora fin troppo snob, riflettono
soprattutto l’anima della Bologna borghese. Urgerebbe un ricambio, ma chi
glielo dice a gente che, in tre giorni d’estate, versa 7 miliardi per i
rinnovi, guardi lei non ci piace più? Ci sarebbero i novemila posti di
Casalecchio, fuori porta. Ma il marketing di
Cazzola,
ereditato da
Porelli, si chiede: fatti i pieni per le partitone, li farebbero anche
le partitine? Meglio la tessera "coatta". Ambizioni. Vincere il titolo: e
sarebbero tre di fila. Vincere l’Euroclub: e sarebbe il primo. Tira più
l’Europa, ma è più difficile.
BOLOGNA PERDE ANCHE
LA FACCIA
di
Walter Fuochi – La Repubblica – 17/03/1995
Si sbriciola, la Buckler,
di fronte al peggior risultato della sua storia. Senza annuali sottomano,
riandando solo all’era moderna, per la quale basta la memoria, 43 punti sono
un’orribile rarità. Bologna li ha incassati tutti, ieri ad Atene, nella
bella dei play-off europei, che non è stata una partita, ma una mattanza.
Sul 21-10, dopo 9’, c’era solo una gran voglia di scappare a casa. Storditi,
incapaci di reagire, in mezzo al campo, i giocatori di Bologna. Euforici e
capaci di buttar dentro al canestro anche le scarpe, ci avessero provato,
quelli di Atene. Per la quarta volta, Bologna si ferma su questa spiaggia.
Tocca sempre i play-off, cioè le prime otto. Mai le finali, cioè le prime
quattro. Ha una squadra per comandare in Italia, non per mettersi in gioco
in Europa, dove pure è stata bella in casa, ma impresentabile fuori, fino
all’ultimo passo di ieri, a tratti grottesco, per l’inferiorità vistosa che
rendeva goffo qualsiasi movimento, qualsiasi tentativo. Chi aveva visto
martedì la Virtus
peggiore degli ultimi 5 anni, non conosceva ancora il secondo tempo del
film. Questa sì, davvero, è stata la peggiore: liquefatta in poche battute
di partita, prima dalle sue paure e incertezze, poi dal Panathinaikos.
Danilovic ha attraversato qui gli 80 minuti peggiori della sua vita:
4/17 martedì, 4/15 ieri, segnando il primo canestro all’undicesimo
tentativo. Ma pure
Moretti, la seconda punta ieri schierata in primo quintetto, lo affianca
in questo 25% globale: 1/11 ieri, 3/13 martedì. Ma sono due nomi nel
mucchio, nessuno ieri va assolto, in un marasma che è stato anzitutto la
titubanza di affrontare la partita. A Saragozza vanno i greci, alla Buckler
resta il campionato e, comunque vada, una squadra da rinfrescare parecchio.

Binion e Binelli a rimbalzo
contrastati da Petruska di Varese
BUCKLER PRIMA CON RABBIA
di
Walter Fuochi – La Repubblica – 23/03/1995
Djordjevic gioca solo un
tempo, cacciato per proteste a un sospiro dall’intervallo: e se c’era un
filo di fede per la Filodoro, di vivere una partita comunque già in ritardo
di 16 punti, s’è spezzato lì, su quello scatto gratuito e banale,
pesantissimo per la sua schiera, già abbastanza sconfortata dalle ondate
poderose della Buckler che l’aveva letteralmente annegata. La Virtus ha
vinto dunque il derby che assegna il primato in classifica e una larga
ipoteca sul primo posto al termine della prima fase. L’ha asfaltato da
subito, con una rabbia difensiva che forse risaliva pure ai cattivi ricordi
di Atene, e con una precisione chirurgica in attacco, dove
Danilovic e
Moretti sono
tornati la coppia di punte dei sogni di mezza città,
Carera e
Binion energici in difesa,
Coldebella un orologio in regia. Non sarebbe derby senza l’ennesimo
incidente diplomatico.
La Buckler ha blindato il palasport, aprendolo ai suoi soli
abbonati, e concedendo alla Filodoro 45 ingressi, su lista nominativa.
La Filodoro ha rispedito la lista in bianco. Voleva i biglietti e non i rigorosi
controlli delle carte d’identità alle porte. Morale: patron Seragnoli,
dirigenti, amici e valvassori a casa, solo la squadra nel tempio tinto di
bianconero. Peraltro, per l’ultima volta: i prossimi derby si faranno a
Casalecchio, novemila posti. Se basteranno, per piantarla di litigare.
La Buckler corre
subito, la Filodoro cammina. La Virtus ha più palloni, perché anticipa forte
coi pivot e scappa in contropiede. Il cambio di ritmo avvelena la Fortitudo,
che fa 5 punti in 7’e si salva, appena, perché rientra in difesa. Ma
Binion e
Moretti
accendono la Buckler, e quando si mette in moto anche
Danilovic,
sulla Filodoro scende una notte blu come le sue maglie. Djordjevic è
ingabbiato da
Coldebella,
Esposito non c’è: primo punto dopo 7’30’, primo cesto, da tre, a 6’. Sarà
l’unico di un primo tempo dal quale la Filodoro spremerà 6 canestri, un
mazzo di tiri, perché i due arbitri fischiano a raffica (46 in tutto,
equamente divisi) e, nel turbine, danno pure l’ultima svolta alla partita. A
40’ dall’intervallo, quando la Buckler è avanti di 16 punti e ha messo
Danilovic in
panchina (18 fin lì) perché fa a sportellate con Esposito, Djordjevic fa
fallo su
Moretti.
è il quarto, il play serbo
protesta e piove un tecnico, riprotesta e gli affibbiano pure un tecnico
alla panchina. Da 6 liberi e la palla la Buckler strizza 7 punti, scendendo
al tè sul +23 (56-33). La ripresa non serve, se non alla Filodoro per
mostrare orgoglio, salendo a -12, con un 17-2, e alla Buckler per
sbadigliare. Ma è scritta: ed è un calvario per chi guarda da una torre, un
paradiso per chi guarda dall’altra.
Buckler-Filodoro 82-70.
DANILOVIC VUOL CHIUDERE CON LO SCUDETTO
di
Walter Fuochi – La Repubblica – 11/05/1995
Se vince,
Sasha Danilovic
gioca oggi contro la Benetton, finale numero 3, la sua ultima partita a Bologna. Timbrerà tre
scudetti in tre anni: una rarità travolgente. Arriverà, con soli 13 punti,
ai mille in campionato. E soprattutto darà, con la solita piega truce delle
labbra, il suo addio alla città: presto, lo sfoglieranno solo in un libro,
stampato da
Alfredo Cazzola, il suo presidente-editore. Lo voleva
la Nba, ora con meno
energia. Lo vuole, tantissimo, l’Olympiakos Pireo: ha offerto due milioni di
dollari, il doppio dello stipendio bolognese, e pare proprio che l’avrà, se
è vero che il coach sarà Ivkovic, il guru della nazionale serba che gli
parlò un paio d’ore, al bar del Ledra Marriott, l’ultima volta di Sasha ad
Atene. Non solo di nazionale, probabilmente. La Buckler dice non sentirsi
tagliata fuori dai rilanci, ma alle cifre che sballerebbero bilanci sani può
pure associare la sazietà di un ciclo. L’asso
Danilovic le
ha regalato tanto. Il ragazzo, attraversati tre anni di furori agonistici e
asprezze caratteriali, dovrebbe vestire quegli abiti di uomo-squadra intorno
al quale costruire un futuro indissolubile. Non è il suo caso. Gli umori
ammaccati di spogliatoio e le ambizioni americane, che prima o poi
sfoceranno, sono la tenaglia logica che spingerà su altre rotaie:
rimodellare il gruppo senza Sasha, e senza sognare di trovare un altro Sasha,
anche se
Komazec, che pure confina con la Nba e con la Grecia, sarebbe una
soluzione sontuosa, oltreché una pista già tentata. A dire il vero, il vice-Danilovic
c’era, già pronto, in casa. Moretti. Anche antagonista, nelle dialettiche
interne. In ogni caso micidiale quando la coppia s’assemblava in uno
splendido attacco a due punte, la chiave dei successi più limpidi della
Buckler, e anche delle cadute rovinose, come ad Atene, quel giorno del -43,
quando steccarono insieme. Ma Moretti s’è rotto martedì a Treviso, "disinserzione
completa della giunzione miotendinea achillea di destra". Operato ieri sera,
starà fuori 8 mesi. Così, andranno rimeditate le strategie della Buckler, e
pure ribaltate le logiche di
Messina, che nella nazionale di Atene lo vedeva tiratore, ma anche
regista aggiunto, e adesso dovrà cambiare soggetto, cercando forse la
soluzione in una coppia targata Bologna, ma Fortitudo: Esposito, per il
fuoco offensivo, e Pilutti, per la difesa e qualche estemporanea stoccata.

Morandotti su Alexander Volkov
di Reggio Calabria
FORMIDABILE QUEST’ANNO
di
Walter Fuochi – La Repubblica – 12/05/1995
Trecentosettantuno
milioni e mezzo d’incasso, c’è scritto sulla carta intestata con la Vu nera,
di ieri, giovedì feriale, pieno pomeriggio, orario da far imbestialire la
gente di buona volontà, contro la solita tiranna tv. Ma non sono 371, sono
quasi 550, veramente, i milioni: perché
la Buckler
aveva venduto tessere per l’intera finale, incassando un miliardo e 100, e
aspettandosi tre partite. Adesso sono tutti felici di averla finita in due:
hanno pagato in media, per una partita, come per 8 prime visioni. A Bologna
si può: la tasca è ricca e la Virtus è una fede, anche coi prezzi più alti
d’Italia, vicinissimi al grande calcio. Si può partire di qui, per
raccontare l’isola beata dello sport. Proprio dal calcio che non c’è. O che
sta correndo, splendidamente, per tornare ad esistere. E se il Bologna 1909,
risorto da un fallimento, ha appena vinto (o stravinto, a suon di record) un
campionato di serie C, c’è chi dice che è il minimo, ricordando la
gloria di 7 scudetti; e chi invece pensa che non è mai un
minimo arrivare davanti a tutti, se quel traguardo, poi, un anno fa fu
fallito. è stata però la
maggioranza a fare buoni pensieri: seimila e rotti abbonati, partite da 15
mila biglietti, anche 20 mila un derby con
la Spal che non portava
in paradiso, ma in testa alla C1. L’umore prevalente insomma è stato: qui si
vince, e non si vinceva, ah bei tempi, Pascutti e Bulgarelli, Haller o
Nielsen, o più indietro Schiavio e Biavati. Il Bologna che sta per tornare
in B, sapendo di dover presto tornare in A, ha fuso per due campionati due
anime politiche in costante collisione, i soldi del cavalier Gazzoni dell’Idrolitina
e della Dietor, una sfortunata scalata a sindaco, un mese fa, e quelli della
Coop rossa, ormai sul punto di sfilare dall’avventura il suo 15% di azioni.
Oggi stesso, i suoi grandi capi parleranno: di divorzio, quasi certo.
Gazzoni, che ha il 37%, andrà avanti da solo, e coi suoi amici industriali.
Ha il peso, sulle spalle, delle glorie passate: e una concorrenza, in città,
che si chiama basket. Non Tomba. Quello è un figliolone di tutti, un eroe
televisivo, lontano, che qui vedono al massimo sfrecciare in Ferrari, o
comparire alla festa di piazza di Castel de’ Britti. Ma che non va, per
esempio, allo stadio o al palasport. Gli piaceva, poi ci rimase male:
qualcuno ridacchiava che lui, la Bomba, il campione dei campioni, quando si
sedeva in una poltroncina non portava buono. Il basket è lo sport più
aderente alla città, perchè ha due anime e due anime sono dialettica, quando
non acerba rivalità: "Chi non salta è Fortitudo", ieri, per dire che la
festa, tra guelfi e ghibellini da curva, è anche l’esclusione degli altri
dalla festa. Le due squadre sono ormai vicinissime: da ieri sera, prima la
Virtus e terza la Fortitudo, Virtus troppo padrona, per chi non l’ama, ma ormai vicina, a tiro,
per il popolo Fortitudo, se è vero che Giorgio Seragnoli, industriale
plurimiliardario, l’anti-Cazzola,
ha già comprato Carlton Myers, l’uomo che vale 14 miliardi e servirà per
salire l’ultimo gradino. Vive, incassa, spende, lo sport di Bologna.
Abbonarsi è un’abitudine. Seimila il Bologna, in C. 5.500
la Virtus, che per
tradizione li vende da anni in anticipo: sono 7 miliardi e rotti prima di
cominciare. La Fortitudo la incalza anche in questo: è arrivata a 4.500, l’esaurito, sull’onda
Myers, è la previsione più facile. E incassando s’investe.
Alfredo Cazzola, signore del Motor Show e del Salone di Torino, è alla
guida della Virtus dal ‘91: ha comprato 4 azzurri (Morandotti,
Moretti,
Carera,
Abbio), tre li aveva (Coldebella,
Brunamonti,
Binelli), gli ha aggiunto la certezza
Danilovic e un altro americano di solida routine (Wennington,
Schoene,
Binion). Ne ha fatto una corazzata per l’Italia, tre scudetti in fila,
roba da grande Milano anni Ottanta. Gli manca l’Europa. Ci riproverà.

Danilovic: tre stagioni e tre
scudetti
LA VIRTUS DEI PRIMATI
di Enrico Campana -
Superbasket 16/22 maggio 1995
Il grande artista, il
mattatore, è stato Sasha Danilovic. 3 scudetti in 3 anni, una griffe che
conta nel mondo del basket mondiale che dopo averlo premiato con l'Oscar
europeo adesso se lo contende, Nba compresa, come il cestista più incisivo
della Vecchia Europa, a parte Sabonis con la sua immensa classe ma anche i
suoi guai fisici, i suoi anni mentre Danilovic sembra sbocciare adesso e
sembra recitare lo stesso film di Drazen Petrovic che di punto in bianco
scaricò il Real Madrid per tentare la grande avventura tra i professionisti.
I colpi di cesello più marcati
e geniali della finale tricolore della tripletta li ha messi Sasha segnando
40 punti, uno di meno del record della finale tricolore del leggendario
Oscar che però tirava nel canestro tutto quanto gli capitava fra le mani
quando invece l'Adorabile Antipatico arrivato da Belgrado 3 anni fa, per 600
mila dollari, un colossale affare, ha distillato ogni canestro, quasi a
volerne fare un pezzo unico e raro: contropiedi fulminanti, schiacciate,
arresti e tiro che hanno ubriacato Riccardo Pittis al quale D'Antoni non ha
voluto risparmiare una pesante mortificazione che può trasformarsi in un
piccolo trauma.
Sasha ha preso completamente
il palcoscenico, da vero istrione dei canestri deciso a lasciare un'impronta
indelebile nella sua ultima recita. "Posso dirmi fortunato, un giorno
racconterò ai nipotini quello che ho visto", confessava scuotendo il capo
ancora incredulo Massimo Minto per la qualità dello spettacolo che è stata
musica per quei 6mila spettatori che avevano comperato il carnet per la
finale versando nelle casse 1 miliardo e 100 milioni. Fuori Moretti per
l'operazione al tendine d'Achille, Danilovic ha recitato come non aveva
fatto nemmeno in occasione del titolo europeo del Partizan e dei 2 ori
continentali con la Grande Jugoslavia dell'89 a Zagabria e del '91 a Roma
scavando ancora più, rispetto alle altre 2 gare, il solco con una Benetton
sicuramente disturbata dai malanni dei suoi stranieri, fondamentalmente per
le vittorie di coppa, ma anche continuamente sballottata e mai lucida nel
trovare un antidoto per il diavolo slavo, antidoto che avrebbe dovuto essere
il gioco per i lunghi e maggiore pazienza e personalità. Mike D'Antoni non è
stato sfiorato, andandosene da Piazzale Azzarita, da nessun dubbio, anche se
è chiaro che Treviso dovrà cambiare registro, chiedere a Rusconi se se la
sente col suo enorme potenziale di farsi carico del ruolo di catalizzatore,
cercare di capire se Woolridge era un barile ormai vuoto o se soffre il
basket di trincea vedendo la sua classe offesa e cercare di uscire dall'equivoco-Gracis
che forse non vale più il sacrificio del rinvio del lancio di German Scarone.
Alberto Bucci, grande stratega
rilanciato dalla Virtus, il club che gli ha dato 1 3 scudetti di una
carriera che gli riserva ancora pagine importanti quando invece sembrava
stremato e senza grandi entusiasmi, i suoi dubbi li aveva strozzati invece
nell'infernale notte di Atene. Dalle macerie ancora fumanti di quel -43 è
uscita la squadra del 13° scudetto, quella che ha dominato l'orologio
respingendo la Fortitudo nel derby per il primato, ha avuto problemi con
Milano solo in trasferta e mai nel proprio bunker dal quale è partito
l'ultimo grido di battaglia contro una formazione che sembrava irresistibile
e invece ha lasciato gran parte della sua forza nella semifinale con i
cugini, i grandi (e inconsapevoli) alleati di questa Virtus che entra fra i
tema storici italiani.
Sasha può quindi essere, alla
fine, un colpo di mercato e di management moderno riuscito come pochi,
specie in questo momento in cui c'è penuria di fuoriclasse perché i migliori
sono tutti nella Nba. Ma anche il simbolo di un discorso di squadra.
Qualsiasi team sotto il peso del k.o. di Moretti sarebbe crollata lì. La
Buckler ha invece scoperto interamente sé stessa, è diventata più dura in
difesa, ha rischiato nel forzare i blocchi e a sua volta ne ha costruiti di
granitici. Nessuno, di fronte a questa impresa, può avere dei dubbi. Lo
scudetto non è in cassaforte, ad uso e consumo di pochi, anche se i quasi 9
miliardi d'incasso sono una controtendenza clamorosa e imbarazzante per chi
ancora crede nel tran tran. Lo scudetto, questo scudetto, è di tutti. Ormai
la Virtus è un simbolo forte dentro la sua città ma anche per gli
appassionati e quindi può essere speso bene a vantaggio della collettività.
LE PAGELLE DEI CAMPIONI
Coldebella: Dopo un
preoccupante involuzione, è tornato ad evolversi. Nella finale ha giocato
bene anche in attacco. Maturo per guidare la squadra anche senza Brunamonti.
voto 7
Danilovic: Uno dei più grandi
stranieri mai visti in Italia. Da noi è stato più determinante di un Kukoc
per intenderci. voto 9
Moretti: Il primo campionato
in quintetto base. Classe enorme, attaccante naturale, forse il leader del
futuro. Peccato quel brutto infortunio. voto 8
Binion: Una stagione difficile
per le critiche e la riconversione al gregariato dopo anni di protagonismo
in squadre minori. In finale ha "cambiato" la battaglia dei rimbalzi. voto 7
Binelli: Nonostante le tempie
bianche e i 31 anni continua ad avere problemi di falli che ne limitano il
rendimento. Lui e Fucka sono gli unici italiani che oltre il ferro. voto 6,5
Brunamonti: 36 anni, ma non li
dimostra. Esce dalla panchina e segna canestri importanti, cambia ritmo. Nei
panni di sesto uomo è ancora decisivo. Se le partite durassero 10 minuti
sarebbe ancora il miglior play italiano. voto 7
Abbio: Bravo nel rosicchiare
minuti ai titolari. Specialista dell'uno contro uno, saltatore prodigioso,
ha firmato l'unica vera impresa esterna di Coppa. In crescendo. voto 7
Morandotti: Ha accettato lo
spostamento in panchina, che non era una retrocessione perché le seconde
linee sono state l'arma vincente della Buckler. Gioca due ruoli, difende,
anche se non è più atletico e attaccante come un tempo. voto 6,5
Carera: L'artista del lavoro
sporco. Tuffi, anticipi, difesa dura, rimbalzi importanti. A 32 anni di età,
sembra anche più convinto in attacco. Il miglior terzo lungo d'Italia. voto
7,5
Battisti: Il decimo uomo di
esperienza, ingaggiato per ogni evenienza. E l'evenienza si è presentata a
ripetizione in finale per i falli dei titolari. Utile, prezioso. voto 6,5
Bucci: La Buckler potrebbe
giocare col pilota automatico, lui è stato bravo a tenere il controllo
psicologico del gruppo e a non cadere nei peccati di "overcoaching", che
avrebbero potuto incatenare una squadra con un potenziale tecnico enorme.
voto 8

Three-peat!
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