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Abbio, Carera, Binelli,Binion, Battisti, Morandotti

Coldebella, Danilovic, Frattin, Bucci, Nadalini, Orsoni, Moretti, Brunamonti

 

STAGIONE 1994/95

 

BUCKLER  BOLOGNA

Serie A1: 1a classificata su 14 squadre (25-32)

Play-off: CAMPIONI D'ITALIA  (8-10)

Coppa Italia: eliminata ai quarti di finale (4-6)

Euroleague: eliminata ai quarti di finale (11-19)

Supercoppa: VINCENTI (1-1)

 

N. nome ruolo anno cm naz note
4 Roberto Brunamonti P 1959 192 ITA
5 Predrag Danilovic A 1970 201 JUG
6 Claudio Coldebella P 1968 196 ITA
7 Alessandro Abbio G 1971 193 ITA
9 Paolo Moretti G/A 1970 200 ITA fino al 09/05/95
11 Augusto Binelli C 1964 211 ITA
12 Valentino Battisti C 1959 203 ITA
13 Riccardo Morandotti A 1965 200 ITA
14 Flavio Carera C 1963 206 ITA
15 Joe Binion C 1961 204 USA
Andrea Giacchino 1975 ITA
Flavio Bottiroli 1977 196 ITA dal 08/01/95 al 08/01/95
Marco Dondi Dall'Orologio 1977 ITA
Daniele Soro 1975 ITA dal 22/09/94 al 12/04/95
Alberto Bucci All ITA

 

Partite della stagione

statistiche di squadra

 

 

1,58 MA NON LI DIMOSTRA

Centocinquantotto centimetri insospettiscono, nel basket. Ma Tyrone Bogues detto Muggsy ci vive da una vita, dentro quest’incredulità: e lo spacca, come ieri sera, questo bozzolo giocando, semplicemente, da migliore in campo di una squadra della Nba: gli Charlotte Hornets che, nel loro tour europeo, hanno battuto la Buckler 114-107. Una bella Buckler, con un bellissimo Danilovic: bravo almeno quanto Robert Parish, detto il capo, perché porta i suoi 40 anni, caricati di gloria negli anni di Boston, eretti come l'indianone di "Qualcuno volò sul nido del cuculo". Alla fine ha vinto lui materialmente la partita. Strana notte, non sembra Italia. E non solo perchè Alexi Lalas, stopper yankee del Padova travestito da busker da strada, schitarra un bell'inno stelle e strisce cui Iskra Menarini, corista di Lucio Dalla, risponde con un ispirato, irriconoscibile "Fratelli d'Italia" soul: arrangiato la notte prima, dice chi sa, con Lucio. Strana notte perché, quando Larry Johnson saluta dalla panchina con la stampella, lo applaudono. E ci sarebbe una speranza di correr via senza cori, senza odio, senza nessun "devi morire" quando le due squadre si fanno la foto insieme, ma poi il sangue vecchio prevale. Una fettina di curva ce l’ha con Pesaro, una fettona con l'arbitro Cazzaro, una con la Fortitudo. Bogues ha faticato a scaldarsi, chiamato da fans grandi come lui col berrettino da autografare. È partito male, 5 ferri ai primi 5 tiri, ma poi, quando Charlotte ha cambiato ritmo, è diventato indigeribile per la Buckler, imprendibile in accelerazione, velenoso in difesa. C'è avvezzo, Bogues. Vive da 7 anni e 560 partite nella Nba, da giocatore vero (30 minuti e 8 punti di media), non da fenomeno da baraccone, anche se per forza s'è adattato a convivere con la battuta che una volta si faceva ai lungagnoni. Che aria tira lassù?, rispondendo invece da laggiù. Cinque piedi e tre, 158 centimetri, deve averlo ripetuto mille volte alla gente intrigata da quant'era basso. Bogues ha ora 29 anni e un contratto fino al '99, 681 mila dollari l'anno, cioè un miliardo grasso, che include pure un'attività estiva per fare studiare, giocando, i ragazzi. Ne aveva 21 ai Mondiali di Spagna, quando Brunamonti, allora play degli azzurri, lo scoprì vedendoselo scappare da tutte le parti, e a tutti parve una simpatica curiosità destinata a farsi spazzar via. Per il suo club, l'anno scorso, "Muggsy" (una pestifera mosca dei fumetti) fu invece il migliore, schiaffato sulla copertina del libriccino societario: lui e non i due giganti del Dream Team 2, il pivot Alonzo Mourning e la catapulta Larry Johnson, l'uomo che ha un contratto decennale da 130 miliardi, fino al 2002. Sarebbe piaciuto vederli a Bologna: e invece il primo è ingessato in America, il secondo qui, per una fratturina patita a Parigi nel primo match del tour europeo. Così, mancando pure Dell Curry, un altro big, era mezza Charlotte, più che una intera, "importata" per 250 mila dollari d'ingaggio, a fronte di un incasso che, a quota 400 milioni, ha sbriciolato ogni precedente cestistico italiano.

BUCKLER BOLOGNA 107 - CHARLOTTE H. 114.

 


 

DANILOVIC, ZAGABRIA NO

Nel cartellone del basket c’è Cibona-Buckler, terzo turno dell’Euroclub. Ma sul fondale c’è una città nuovamente sfiorata dalla guerra. E così, a giocarci, arriva una Buckler incompleta, senza Danilovic: è serbo-bosniaco, Zagabria è Croazia. Poi, è vero che ha un piede malconcio: microfrattura a un dito, trascinata da tempo. E lui, Danilovic, un tipo fiero e duro, dice che a Zagabria non c’è andato solo per quello. "Ho male, dopo la partita con Verona non mi sono più allenato, devo fermarmi". Certo, sabato l’hanno visto tutti, in tv, tornare in panchina, sfilarsi la scarpa, affidarsi al massaggiatore. Ma l’hanno visto pure segnare 27 punti: bloccarsi adesso, su questa soglia difficile, e non per motivi di basket, è l’incastro dell’altra mezza verità. C’è una guerra, laggiù. "Non per me - ribatte lui - Due anni fa fui il primo serbo ad entrare in Croazia. Ho giocato con un polso rotto. Non ho paura, ma il piede mi fa male". La società fa capire che in quest’assenza c’è dentro tutto. Danilovic è nato a Sarajevo: mezza famiglia ce l’ha sotto le bombe, mezza la portò a Belgrado, non appena fu un giocatore famoso del Partizan, e abbastanza ricco. A Zagabria, con la maglia di Bologna, sarebbe stata la terza puntata: Cibona-Virtus, in Europa, è una classica. Due anni fa, a guerra ancora calda, Sasha fece da calamita a tutti gli insulti del palasport: si sciolse, poveraccio, dopo due giorni recluso in albergo, due angeli custodi portati da casa che gli dormirono in corridoio. Fece 12 punti, che per lui sono niente, crivellato da un’ostilità feroce. L’anno scorso andò meglio: altri cori e insulti, ma 23 punti, una partita quasi vera. Stavolta mancherà, e sarebbe stata l’ultima: la stagione prossima non ci saranno campi dove i Miami Heat, il club Nba che l’ha prenotato, non potranno portarlo. Danilovic a casa è un guaio in più per la Buckler, già frustrata nello spirito dalla sconfitta di sabato contro mezza Verona.

 

Coach Bucci catechizza i suoi ragazzi

 

BOLOGNA, FELICI E DIVISI

L'ultimo dell’anno porterà Bologna, e i suoi canestri ricchi e felici, in tutte le case, nella maratona del basket che offrirà tre ore filate di canestri, su RaiTre. (...) Ma intanto ecco una mappa per conoscere la Bologna capitale del basket, il reame diviso a metà tra Virtus (Buckler) e Fortitudo (Filodoro), con la novità storica della F, per la prima volta, più in alto della V.

 

FORTITUDO, NUOVO POTERE

Squadra. La Fortitudo Filodoro ha le sue stelle a centrocampo: Djordjevic, play serbo, eletto in un recente sondaggio miglior giocatore d’Europa, ed Esposito, indocile talento casertano, inarrestabile nei giorni di vena. Ma ha pure rastrellato i giovani pivot più promettenti (Frosini e Casoli, entrambi azzurri), sistemati accanto all’inossidabile Dan Gay; e assestato l’organico con utili gregari come Pilutti e Pezzin, cercando di costruire un gruppo che duri nel tempo e non viva un solo breve exploit. Il primo posto sta premiando il lavoro di Sergio Scariolo, il coach che a Pesaro vinse il titolo a 29 anni, ed era poi finito in A2. Le assenze di Blasi e Damiao, giovane oriundo, lo priveranno oggi di due preziose pedine.

Società. La data di nascita è 1932, la serie A arriva solo nel ‘66. Il nocciolo, ormai solo storico, è il circolo cattolico di via San Felice. Dopo aver sempre ballato fra A1 e A2, e rischiato la retrocessione in B, il club è risorto con l’ingresso di Giorgio Seragnoli, superando lo scorso anno pure l’handicap di un -6, per un oscuro tentativo di "aggiustare" una partita. Proprietario. Giorgio Seragnoli, 38 anni, è un signore che in questi giorni deve decidere se vendere le azioni di famiglia del Credito Romagnolo e incassare 60 miliardi, o tenersi i titoli e i piedi ben saldi dentro la banca cittadina, tanto quei soldi non gli servono. Casata tra le più solide della città (gruppo Gd e tanto altro), tifoso della F fin da bambino, Seragnoli ha preso il timone due anni fa, investendo una trentina di miliardi. Padrone-ombra, mai un’intervista, occupa sempre lo stesso posto, dietro la panchina, si professa ancora solo tifoso, pur essendo padrone assoluto.

Pubblico. Quelli contro. Quelli che non potevano più entrare alla Virtus. Quelli della Bologna "maraglia" contro la Bologna "fighetta". Quelli che siamo nati per soffrire (e adesso quasi quasi non ci divertiamo più). Sullo zoccolo duro i buoni risultati hanno però innestato nuovi adepti, cosicché le distinzioni "sociologiche" si sono molto diluite. 4.618 abbonati per quasi 3 miliardi d’incasso (la Fortitudo fa prezzi più bassi), palasport sempre pieno, mille in trasferta, talvolta con qualche problema per la presenza di frange ultras: è un tifo che sa essere colorato e fantasioso, quando non scade nel becero-macabro. Al patron, che la Fossa chiama per nome, Giorgio, chiedono di "comprargli Cazzola". A Scariolo, il coach al gel, cantano "Sei bellissimo", sulle note della Bertè. Ambizioni. Sono contenute nel cosiddetto Progetto Fortitudo. Arrivare allo scudetto, in un paio d’anni. Non contentarsi più di vincere un derby, da cugini poveri (ma quel che una volta riusciva non è ancora riuscito, da ricchi). "Primi in Italia", è il coro di adesso, non più "Primi a Bologna".

 

VIRTUS, MOLTO BORGHESE

Squadra. Nessuna squadra in A1 ha l’organico della Virtus Buckler. Sette azzurri, tra presenti (Coldebella, Moretti, Carera, Abbio, Binelli) e passati (Brunamonti, Morandotti); Danilovic, fra i primi 3 giocatori d’Europa, presto a Miami nella Nba; solo Binion, l’altro straniero, non ha un nome patinato, eppure vanta 3.396 punti in 6 anni di A. Attualmente, però, vincerebbe solo l’oscar della jella. Coldebella ha la varicella; Danilovic proverà oggi a rientrare, a 17 giorni da un menisco, ma è più no che sì; Moretti ha la pubalgia e giocherà camminando; Binelli ha mille malanni; Carera ha appena guarito un calcagno. Alberto Bucci, coach bolognese, una vita da tecnico randagio, ha vinto scudetti solo a Bologna (‘84 e ‘94).

Società. Dodici scudetti, seconda solo all’Olimpia Milano. Nata nel 1933 dalla Virtus ginnastica fondata nel 1871, è una delle squadre-mito italiane. Ha avuto alti e bassi, mai retrocessioni. Ha attraversato tanti sponsor, ma mai tradito i colori bianco e nero. Ha colto avari bottini europei: una sola Coppa delle Coppe, nel ‘90. Proprietario. Azionista quasi unico della Virtus è Alfredo Cazzola, 44 anni, in sella dal ‘91. Prima, ha confessato, non aveva mai visto un palasport. Di umili origini, partito da un’azienda di allestimenti fieristici, nell’81 Cazzola avviò la scommessa del Motor Show, fiera dei motori che, nell’ultima edizione, ha ospitato un milione 300.000 visitatori (a 30 mila lire l’uno). Gestisce il Salone di Torino, ha appena rilanciato la Seigiorni ciclistica, s’è allargato all’editoria sportiva (con malumori del resto del basket). Entrato per business ("a rimetterci si stancano presto tutti"), s’è innamorato. Di più, la sera d’una sconfitta, l’eliminazione in Euroclub nel marzo scorso ad Atene, quindicimila greci contro la sua Virtus, lui in panchina fra i giganti. S’iscriverebbe domani a un campionato europeo: la Virtus costa tanto, ma potrebbe incassare (sponsor, pubblico, tv) tantissimo. Pubblico. 5.600 abbonati in un impianto da 6.000, che il prossimo anno scenderà a 5.500.

Pubblico. La gente della Virtus è da un decennio un club privato, a numero chiuso, con tessere che godono di prelazione, come palchi da teatro. Così, i suoi tifosi anagraficamente maturi, competenti, talora fin troppo snob, riflettono soprattutto l’anima della Bologna borghese. Urgerebbe un ricambio, ma chi glielo dice a gente che, in tre giorni d’estate, versa 7 miliardi per i rinnovi, guardi lei non ci piace più? Ci sarebbero i novemila posti di Casalecchio, fuori porta. Ma il marketing di Cazzola, ereditato da Porelli, si chiede: fatti i pieni per le partitone, li farebbero anche le partitine? Meglio la tessera "coatta". Ambizioni. Vincere il titolo: e sarebbero tre di fila. Vincere l’Euroclub: e sarebbe il primo. Tira più l’Europa, ma è più difficile.

 


 

BOLOGNA PERDE ANCHE LA FACCIA

Si sbriciola, la Buckler, di fronte al peggior risultato della sua storia. Senza annuali sottomano, riandando solo all’era moderna, per la quale basta la memoria, 43 punti sono un’orribile rarità. Bologna li ha incassati tutti, ieri ad Atene, nella bella dei play-off europei, che non è stata una partita, ma una mattanza. Sul 21-10, dopo 9’, c’era solo una gran voglia di scappare a casa. Storditi, incapaci di reagire, in mezzo al campo, i giocatori di Bologna. Euforici e capaci di buttar dentro al canestro anche le scarpe, ci avessero provato, quelli di Atene. Per la quarta volta, Bologna si ferma su questa spiaggia. Tocca sempre i play-off, cioè le prime otto. Mai le finali, cioè le prime quattro. Ha una squadra per comandare in Italia, non per mettersi in gioco in Europa, dove pure è stata bella in casa, ma impresentabile fuori, fino all’ultimo passo di ieri, a tratti grottesco, per l’inferiorità vistosa che rendeva goffo qualsiasi movimento, qualsiasi tentativo. Chi aveva visto martedì la Virtus peggiore degli ultimi 5 anni, non conosceva ancora il secondo tempo del film. Questa sì, davvero, è stata la peggiore: liquefatta in poche battute di partita, prima dalle sue paure e incertezze, poi dal Panathinaikos. Danilovic ha attraversato qui gli 80 minuti peggiori della sua vita: 4/17 martedì, 4/15 ieri, segnando il primo canestro all’undicesimo tentativo. Ma pure Moretti, la seconda punta ieri schierata in primo quintetto, lo affianca in questo 25% globale: 1/11 ieri, 3/13 martedì. Ma sono due nomi nel mucchio, nessuno ieri va assolto, in un marasma che è stato anzitutto la titubanza di affrontare la partita. A Saragozza vanno i greci, alla Buckler resta il campionato e, comunque vada, una squadra da rinfrescare parecchio.

 

Binion e Binelli a rimbalzo contrastati da Petruska di Varese

 

BUCKLER PRIMA CON RABBIA

Djordjevic gioca solo un tempo, cacciato per proteste a un sospiro dall’intervallo: e se c’era un filo di fede per la Filodoro, di vivere una partita comunque già in ritardo di 16 punti, s’è spezzato lì, su quello scatto gratuito e banale, pesantissimo per la sua schiera, già abbastanza sconfortata dalle ondate poderose della Buckler che l’aveva letteralmente annegata. La Virtus ha vinto dunque il derby che assegna il primato in classifica e una larga ipoteca sul primo posto al termine della prima fase. L’ha asfaltato da subito, con una rabbia difensiva che forse risaliva pure ai cattivi ricordi di Atene, e con una precisione chirurgica in attacco, dove Danilovic e Moretti sono tornati la coppia di punte dei sogni di mezza città, Carera e Binion energici in difesa, Coldebella un orologio in regia. Non sarebbe derby senza l’ennesimo incidente diplomatico. La Buckler ha blindato il palasport, aprendolo ai suoi soli abbonati, e concedendo alla Filodoro 45 ingressi, su lista nominativa. La Filodoro ha rispedito la lista in bianco. Voleva i biglietti e non i rigorosi controlli delle carte d’identità alle porte. Morale: patron Seragnoli, dirigenti, amici e valvassori a casa, solo la squadra nel tempio tinto di bianconero. Peraltro, per l’ultima volta: i prossimi derby si faranno a Casalecchio, novemila posti. Se basteranno, per piantarla di litigare. La Buckler corre subito, la Filodoro cammina. La Virtus ha più palloni, perché anticipa forte coi pivot e scappa in contropiede. Il cambio di ritmo avvelena la Fortitudo, che fa 5 punti in 7’e si salva, appena, perché rientra in difesa. Ma Binion e Moretti accendono la Buckler, e quando si mette in moto anche Danilovic, sulla Filodoro scende una notte blu come le sue maglie. Djordjevic è ingabbiato da Coldebella, Esposito non c’è: primo punto dopo 7’30’, primo cesto, da tre, a 6’. Sarà l’unico di un primo tempo dal quale la Filodoro spremerà 6 canestri, un mazzo di tiri, perché i due arbitri fischiano a raffica (46 in tutto, equamente divisi) e, nel turbine, danno pure l’ultima svolta alla partita. A 40’ dall’intervallo, quando la Buckler è avanti di 16 punti e ha messo Danilovic in panchina (18 fin lì) perché fa a sportellate con Esposito, Djordjevic fa fallo su Moretti. è il quarto, il play serbo protesta e piove un tecnico, riprotesta e gli affibbiano pure un tecnico alla panchina. Da 6 liberi e la palla la Buckler strizza 7 punti, scendendo al tè sul +23 (56-33). La ripresa non serve, se non alla Filodoro per mostrare orgoglio, salendo a -12, con un 17-2, e alla Buckler per sbadigliare. Ma è scritta: ed è un calvario per chi guarda da una torre, un paradiso per chi guarda dall’altra.

Buckler-Filodoro 82-70.

 


 

DANILOVIC VUOL CHIUDERE CON LO SCUDETTO

Se vince, Sasha Danilovic gioca oggi contro la Benetton, finale numero 3, la sua ultima partita a Bologna. Timbrerà tre scudetti in tre anni: una rarità travolgente. Arriverà, con soli 13 punti, ai mille in campionato. E soprattutto darà, con la solita piega truce delle labbra, il suo addio alla città: presto, lo sfoglieranno solo in un libro, stampato da Alfredo Cazzola, il suo presidente-editore. Lo voleva la Nba, ora con meno energia. Lo vuole, tantissimo, l’Olympiakos Pireo: ha offerto due milioni di dollari, il doppio dello stipendio bolognese, e pare proprio che l’avrà, se è vero che il coach sarà Ivkovic, il guru della nazionale serba che gli parlò un paio d’ore, al bar del Ledra Marriott, l’ultima volta di Sasha ad Atene. Non solo di nazionale, probabilmente. La Buckler dice non sentirsi tagliata fuori dai rilanci, ma alle cifre che sballerebbero bilanci sani può pure associare la sazietà di un ciclo. L’asso Danilovic le ha regalato tanto. Il ragazzo, attraversati tre anni di furori agonistici e asprezze caratteriali, dovrebbe vestire quegli abiti di uomo-squadra intorno al quale costruire un futuro indissolubile. Non è il suo caso. Gli umori ammaccati di spogliatoio e le ambizioni americane, che prima o poi sfoceranno, sono la tenaglia logica che spingerà su altre rotaie: rimodellare il gruppo senza Sasha, e senza sognare di trovare un altro Sasha, anche se Komazec, che pure confina con la Nba e con la Grecia, sarebbe una soluzione sontuosa, oltreché una pista già tentata. A dire il vero, il vice-Danilovic c’era, già pronto, in casa. Moretti. Anche antagonista, nelle dialettiche interne. In ogni caso micidiale quando la coppia s’assemblava in uno splendido attacco a due punte, la chiave dei successi più limpidi della Buckler, e anche delle cadute rovinose, come ad Atene, quel giorno del -43, quando steccarono insieme. Ma Moretti s’è rotto martedì a Treviso, "disinserzione completa della giunzione miotendinea achillea di destra". Operato ieri sera, starà fuori 8 mesi. Così, andranno rimeditate le strategie della Buckler, e pure ribaltate le logiche di Messina, che nella nazionale di Atene lo vedeva tiratore, ma anche regista aggiunto, e adesso dovrà cambiare soggetto, cercando forse la soluzione in una coppia targata Bologna, ma Fortitudo: Esposito, per il fuoco offensivo, e Pilutti, per la difesa e qualche estemporanea stoccata.

 

Morandotti su Alexander Volkov di Reggio Calabria

 

FORMIDABILE QUEST’ANNO

Trecentosettantuno milioni e mezzo d’incasso, c’è scritto sulla carta intestata con la Vu nera, di ieri, giovedì feriale, pieno pomeriggio, orario da far imbestialire la gente di buona volontà, contro la solita tiranna tv. Ma non sono 371, sono quasi 550, veramente, i milioni: perché la Buckler aveva venduto tessere per l’intera finale, incassando un miliardo e 100, e aspettandosi tre partite. Adesso sono tutti felici di averla finita in due: hanno pagato in media, per una partita, come per 8 prime visioni. A Bologna si può: la tasca è ricca e la Virtus è una fede, anche coi prezzi più alti d’Italia, vicinissimi al grande calcio. Si può partire di qui, per raccontare l’isola beata dello sport. Proprio dal calcio che non c’è. O che sta correndo, splendidamente, per tornare ad esistere. E se il Bologna 1909, risorto da un fallimento, ha appena vinto (o stravinto, a suon di record) un campionato di serie C, c’è chi dice che è il minimo, ricordando la gloria di 7 scudetti; e chi invece pensa che non è mai un minimo arrivare davanti a tutti, se quel traguardo, poi, un anno fa fu fallito. è stata però la maggioranza a fare buoni pensieri: seimila e rotti abbonati, partite da 15 mila biglietti, anche 20 mila un derby con la Spal che non portava in paradiso, ma in testa alla C1. L’umore prevalente insomma è stato: qui si vince, e non si vinceva, ah bei tempi, Pascutti e Bulgarelli, Haller o Nielsen, o più indietro Schiavio e Biavati. Il Bologna che sta per tornare in B, sapendo di dover presto tornare in A, ha fuso per due campionati due anime politiche in costante collisione, i soldi del cavalier Gazzoni dell’Idrolitina e della Dietor, una sfortunata scalata a sindaco, un mese fa, e quelli della Coop rossa, ormai sul punto di sfilare dall’avventura il suo 15% di azioni. Oggi stesso, i suoi grandi capi parleranno: di divorzio, quasi certo. Gazzoni, che ha il 37%, andrà avanti da solo, e coi suoi amici industriali. Ha il peso, sulle spalle, delle glorie passate: e una concorrenza, in città, che si chiama basket. Non Tomba. Quello è un figliolone di tutti, un eroe televisivo, lontano, che qui vedono al massimo sfrecciare in Ferrari, o comparire alla festa di piazza di Castel de’ Britti. Ma che non va, per esempio, allo stadio o al palasport. Gli piaceva, poi ci rimase male: qualcuno ridacchiava che lui, la Bomba, il campione dei campioni, quando si sedeva in una poltroncina non portava buono. Il basket è lo sport più aderente alla città, perchè ha due anime e due anime sono dialettica, quando non acerba rivalità: "Chi non salta è Fortitudo", ieri, per dire che la festa, tra guelfi e ghibellini da curva, è anche l’esclusione degli altri dalla festa. Le due squadre sono ormai vicinissime: da ieri sera, prima la Virtus e terza la Fortitudo, Virtus troppo padrona, per chi non l’ama, ma ormai vicina, a tiro, per il popolo Fortitudo, se è vero che Giorgio Seragnoli, industriale plurimiliardario, l’anti-Cazzola, ha già comprato Carlton Myers, l’uomo che vale 14 miliardi e servirà per salire l’ultimo gradino. Vive, incassa, spende, lo sport di Bologna. Abbonarsi è un’abitudine. Seimila il Bologna, in C. 5.500 la Virtus, che per tradizione li vende da anni in anticipo: sono 7 miliardi e rotti prima di cominciare. La Fortitudo la incalza anche in questo: è arrivata a 4.500, l’esaurito, sull’onda Myers, è la previsione più facile. E incassando s’investe. Alfredo Cazzola, signore del Motor Show e del Salone di Torino, è alla guida della Virtus dal ‘91: ha comprato 4 azzurri (Morandotti, Moretti, Carera, Abbio), tre li aveva (Coldebella, Brunamonti, Binelli), gli ha aggiunto la certezza Danilovic e un altro americano di solida routine (Wennington, Schoene, Binion). Ne ha fatto una corazzata per l’Italia, tre scudetti in fila, roba da grande Milano anni Ottanta. Gli manca l’Europa. Ci riproverà.

 

Danilovic: tre stagioni e tre scudetti

 

LA VIRTUS DEI PRIMATI

di Enrico Campana - Superbasket 16/22 maggio 1995

 

Il grande artista, il mattatore, è stato Sasha Danilovic. 3 scudetti in 3 anni, una griffe che conta nel mondo del basket mondiale che dopo averlo premiato con l'Oscar europeo adesso se lo contende, Nba compresa, come il cestista più incisivo della Vecchia Europa, a parte Sabonis con la sua immensa classe ma anche i suoi guai fisici, i suoi anni mentre Danilovic sembra sbocciare adesso e sembra recitare lo stesso film di Drazen Petrovic che di punto in bianco scaricò il Real Madrid per tentare la grande avventura tra i professionisti.

I colpi di cesello più marcati e geniali della finale tricolore della tripletta li ha messi Sasha segnando 40 punti, uno di meno del record della finale tricolore del leggendario Oscar che però tirava nel canestro tutto quanto gli capitava fra le mani quando invece l'Adorabile Antipatico arrivato da Belgrado 3 anni fa, per 600 mila dollari, un colossale affare, ha distillato ogni canestro, quasi a volerne fare un pezzo unico e raro: contropiedi fulminanti, schiacciate, arresti e tiro che hanno ubriacato Riccardo Pittis al quale D'Antoni non ha voluto risparmiare una pesante mortificazione che può trasformarsi in un piccolo trauma.

Sasha ha preso completamente il palcoscenico, da vero istrione dei canestri deciso a lasciare un'impronta indelebile nella sua ultima recita. "Posso dirmi fortunato, un giorno racconterò ai nipotini quello che ho visto", confessava scuotendo il capo ancora incredulo Massimo Minto per la qualità dello spettacolo che è stata musica per quei 6mila spettatori che avevano comperato il carnet per la finale versando nelle casse 1 miliardo e 100 milioni. Fuori Moretti per l'operazione al tendine d'Achille, Danilovic ha recitato come non aveva fatto nemmeno in occasione del titolo europeo del Partizan e dei 2 ori continentali con la Grande Jugoslavia dell'89 a Zagabria e del '91 a Roma scavando ancora più, rispetto alle altre 2 gare, il solco con una Benetton sicuramente disturbata dai malanni dei suoi stranieri, fondamentalmente per le vittorie di coppa, ma anche continuamente sballottata e mai lucida nel trovare un antidoto per il diavolo slavo, antidoto che avrebbe dovuto essere il gioco per i lunghi e maggiore pazienza e personalità. Mike D'Antoni non è stato sfiorato, andandosene da Piazzale Azzarita, da nessun dubbio, anche se è chiaro che Treviso dovrà cambiare registro, chiedere a Rusconi se se la sente col suo enorme potenziale di farsi carico del ruolo di catalizzatore, cercare di capire se Woolridge era un barile ormai vuoto o se soffre il basket di trincea vedendo la sua classe offesa e cercare di uscire dall'equivoco-Gracis che forse non vale più il sacrificio del rinvio del lancio di German Scarone.

Alberto Bucci, grande stratega rilanciato dalla Virtus, il club che gli ha dato 1 3 scudetti di una carriera che gli riserva ancora pagine importanti quando invece sembrava stremato e senza grandi entusiasmi, i suoi dubbi li aveva strozzati invece nell'infernale notte di Atene. Dalle macerie ancora fumanti di quel -43 è uscita la squadra del 13° scudetto, quella che ha dominato l'orologio respingendo la Fortitudo nel derby per il primato, ha avuto problemi con Milano solo in trasferta e mai nel proprio bunker dal quale è partito l'ultimo grido di battaglia contro una formazione che sembrava irresistibile e invece ha lasciato gran parte della sua forza nella semifinale con i cugini, i grandi (e inconsapevoli) alleati di questa Virtus che entra fra i tema storici italiani.

Sasha può quindi essere, alla fine, un colpo di mercato e di management moderno riuscito come pochi, specie in questo momento in cui c'è penuria di fuoriclasse perché i migliori sono tutti nella Nba. Ma anche il simbolo di un discorso di squadra. Qualsiasi team sotto il peso del k.o. di Moretti sarebbe crollata lì. La Buckler ha invece scoperto interamente sé stessa, è diventata più dura in difesa, ha rischiato nel forzare i blocchi e a sua volta ne ha costruiti di granitici. Nessuno, di fronte a questa impresa, può avere dei dubbi. Lo scudetto non è in cassaforte, ad uso e consumo di pochi, anche se i quasi 9 miliardi d'incasso sono una controtendenza clamorosa e imbarazzante per chi ancora crede nel tran tran. Lo scudetto, questo scudetto, è di tutti. Ormai la Virtus è un simbolo forte dentro la sua città ma anche per gli appassionati e quindi può essere speso bene a vantaggio della collettività.

 

LE PAGELLE DEI CAMPIONI

Coldebella: Dopo un preoccupante involuzione, è tornato ad evolversi. Nella finale ha giocato bene anche in attacco. Maturo per guidare la squadra anche senza Brunamonti. voto 7

Danilovic: Uno dei più grandi stranieri mai visti in Italia. Da noi è stato più determinante di un Kukoc per intenderci. voto 9

Moretti: Il primo campionato in quintetto base. Classe enorme, attaccante naturale, forse il leader del futuro. Peccato quel brutto infortunio. voto 8

Binion: Una stagione difficile per le critiche e la riconversione al gregariato dopo anni di protagonismo in squadre minori. In finale ha "cambiato" la battaglia dei rimbalzi. voto 7

Binelli: Nonostante le tempie bianche e i 31 anni continua ad avere problemi di falli che ne limitano il rendimento. Lui e Fucka sono gli unici italiani che oltre il ferro. voto 6,5

Brunamonti: 36 anni, ma non li dimostra. Esce dalla panchina e segna canestri importanti, cambia ritmo. Nei panni di sesto uomo è ancora decisivo. Se le partite durassero 10 minuti sarebbe ancora il miglior play italiano. voto 7

Abbio: Bravo nel rosicchiare minuti ai titolari. Specialista dell'uno contro uno, saltatore prodigioso, ha firmato l'unica vera impresa esterna di Coppa. In crescendo. voto 7

Morandotti: Ha accettato lo spostamento in panchina, che non era una retrocessione perché le seconde linee sono state l'arma vincente della Buckler. Gioca due ruoli, difende, anche se non è più atletico e attaccante come un tempo. voto 6,5

Carera: L'artista del lavoro sporco. Tuffi, anticipi, difesa dura, rimbalzi importanti. A 32 anni di età, sembra anche più convinto in attacco. Il miglior terzo lungo d'Italia. voto 7,5

Battisti: Il decimo uomo di esperienza, ingaggiato per ogni evenienza. E l'evenienza si è presentata a ripetizione in finale per i falli dei titolari. Utile, prezioso. voto 6,5

Bucci: La Buckler potrebbe giocare col pilota automatico, lui è stato bravo a tenere il controllo psicologico del gruppo e a non cadere nei peccati di "overcoaching", che avrebbero potuto incatenare una squadra con un potenziale tecnico enorme. voto 8

 

Three-peat!