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Messina, Righi, Gallinari, Binelli, Johnson
C., Tasso, Pasquali
Bon, Coldebella, Richardson, Sylvester,
Brunamonti
STAGIONE 1989/90
KNORR BOLOGNA
Serie A1: 5a classificata su 16 squadre
(19-30)
Play-off: eliminata ai quarti di finale (3-5)
Coppa Italia: VINCENTI (8-10)
Coppa delle Coppe: VINCENTI (8-11)
Partite
della stagione
statistiche di squadra
'LA
MIA KNORR COL SAIO'
di
Walter Fuochi – La Repubblica – 15/03/1990
In cima all'Europa al
primo colpo, padrone della Coppa che tanti maghi bruciati dall'impietosa
panchina della Virtus avevano visto soltanto da lontano. Ci sarebbe da
scoppiare d'allegria, invece
Ettore Messina, 31 anni di pacate, perfino un po' cupe, certezze, non
toglie da sotto la giacca il saio della Virtus francescana.
"Non è mai stata una strategia per camuffarci, è vero semplicemente
che non ci riteniamo i migliori. Però, giocando con la testa, applicandoci e
facendo gruppo, abbiamo scalato montagne che per molti erano insuperabili.
Di questo sono felice, anche se avevo la lacrima in agguato prima della
finale, agli inni nazionali, e non dopo". Un anno
soltanto per vincere. Prima la Coppa Italia a Forlì, poi la Coppa delle
Coppe a Firenze, e quasi un sospetto, ora, che la Knorr debba arrivare
dappertutto: anche allo scudetto, magari ripresentando fra un mese, fresco e
lucido,
Brunamonti. Da ieri il capitano ha una caviglia ingessata, unico boccale
di veleno nella notte di Firenze illuminata dalle magie di
Richardson. E proprio da Sugar, eroe per tanti notti, parte il replay di
Messina. "Un giorno, in ritiro a Folgaria, giocammo a
calcio.
Richardson non
sapeva neppure cosa fosse, infilò un gol per caso, lo vedemmo strafelice.
Mah, mi chiesi, sarà sempre così, lui che l'anno scorso giocò bene molte
partite, ma troppo da solo alcune altre? La squadra sulla carta era più
debole. Però io speravo, anche con immodestia e incoscienza, che lavorando
un po' sulla tattica si potesse far qualcosa. L'uomo-chiave, all' inizio,
era
Bon: veniva dall'A2, era un rebus. Gli dissi che sarebbe entrato in
quintetto, e magari l'immediato infortunio di
Sylvester gli allargò la strada, togliendogli lo stress di dover lottare
per il posto. Ingranò forte in precampionato e per noi fu una certezza in
più. Se controlliamo il ritmo e rafforziamo la difesa, dissi ai giocatori,
possiamo crescere. Ci siamo riusciti: adesso sappiamo che, dopo un'azione
dura in retroguardia, girare la palla 20 secondi in attacco, prima di
tirare, è anche un modo per prender fiato. L'Europa era il traguardo
principale. Primo, perché la Virtus non aveva mai vinto niente. Secondo,
perché in campionato ci sono squadre più forti. Pareva anche una Coppa
facile, con formazioni impoverite. Ora non la sento come una Coppa minore:
vincere a Kaunas, resistere a Salonicco, battere questo Real orgoglioso,
ricco di velocità, se non di talento, è stato duro e importante. A Firenze
mi son sentito sicuro solo a un minuto dal termine. Finora abbiamo vinto
tanto, ma io ho capito che eravamo forti dopo una sconfitta. In casa con
Cantù, un peccato di presunzione. Ero nero, tutt'Italia parlava bene di noi,
quel sabato in tv facemmo pena. Ne parlammo, iniziò il decollo. Un altro
segnale lo diede
Brunamonti,
prima di Roma. Lui parla poco, non si sbilancia, ma sentirlo dire in
un'intervista A Roma voglio vincere, non mi basta giocar bene, fu un botto:
pareva D'Antoni. Infine, è stata importante la Coppa: in Europa fai
esperienze serrate, preziosissime. Un bel passo avanti l'abbiamo fatto
sconfiggendo il pessimismo, una malattia storica, a Bologna, dopo tante
stagioni deludenti. Vincevamo e la gente chiedeva: fino a quando avrete
benzina? Io so questo: che quando vinci fai un altro pieno. Ora dobbiamo
bilanciare l'ottimismo, non sentirci padreterni. I due traguardi centrati
non ci sgonfieranno: tutti i giocatori hanno fame di vittorie, dagli
esordienti ai big.
Richardson
aveva attraversato l'Nba da stella, non da vincitore, ed è quello che
trascina tutti. Per me non è cambiato nulla.
è vero, rido poco. Sono
pessimista nella vita, ma quando vado in panchina sono sempre fiducioso
nella squadra. Un primo anno così non me l'aspettavo; oltre le previsioni,
assieme ai risultati, è andato anche il rapporto coi giocatori. Non pensavo
potesse essere così sincero e sereno. Mi hanno aiutato, devo ringraziarli
per avermi ascoltato quando i momenti negativi m'imponevano di alzare la
voce. Hai voglia di dire la leadership, ma se quando tu parli
Brunamonti e
Richardson
scuotono la testa sei nudo davanti a tutti, non hai credibilità, né per la
gente né per i tuoi giocatori".
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