homepage

 

Virtus

 

gioc. italiani

gioc. stranieri

tecnici

dirigenti

sponsor

tifosi

 

stagioni

palmares

classifiche

il derby

 

case

libri

links

contatti

 

 

Bucci, Daniele, Villalta, Binelli, Rolle, Van Breda Kolff, Messina

Valenti, Fantin, Bonamico, Lanza, Brunamonti

 

STAGIONE 1983/84

 

GRANAROLO FELSINEA BOLOGNA

Serie A1: 2a classificata su 16 squadre (22-30)

Play-off: CAMPIONI D'ITALIA (6-9)

Coppa Italia: VINCENTI (9-11)

 

N. nome ruolo anno cm naz note
4 Roberto Brunamonti P 1959 192 ITA
5 Domenico Fantin G 1961 196 ITA
6 Piero Valenti P 1956 183 ITA
8 Matteo Lanza G 1964 194 ITA
9 Ian Van Breda Kolff A 1951 200 USA
10 Renato Villalta A 1955 204 ITA
11 Augusto Binelli C 1964 211 ITA
12 Elvis Rolle C 1958 205 USA
14 Alessandro Daniele C 1963 206 ITA
15 Marco Bonamico A 1957 200 ITA
Gianluca Trisciani 1961 ITA
Alberto Bucci All ITA
Ettore Messina ViceAll ITA

 

Partite della stagione

statistiche di squadra

 

 

A QUATTR’OCCHI CON BUCCI

di Stefano Germano – Superbasket – 15/03/1984

 

Alberto Bucci, coach emergente tra tutti quelli della nouvelle vague e Valerio Bianchini, coach già emerso e guida del Banco: tra i due una bottiglia divino e, da parte sia dell'uno sia dell'altro, la voglia di rispondere in assoluta sincerità ad una mitragliata di domande.

(si riportano le sole risposte di Bucci)

1) Soddisfatto della tua carriera? Assolutamente in quanto, sia sul piano tecnico sia su quello dei rapporti umani, ho sempre avuto esperienze assolutamente positive.

2) Soddisfatto della tua squadra? Sì, perché nel complesso ha fatto quanto le chiedevo malgrado un periodo negativo: un campionato, ad ogni modo, si valuta su tutti i mesi che dura: sino ad ora ne ho avuti cinque positivi e uno negativo e mi auguro che le cose cambino in meglio.

3) Soddisfatto dall'ambiente in cui lavori? Nel modo più assoluto perché l'accordo con i miei collaboratori è perfetto e lo stesso discorso vale per la società.

4) Quale differenza c'è tra lavorare in una piccola squadra e in una grande? La differenza è soprattutto sul piano psicologico in quanto una piccola squadra richiede, come traguardo massimo, la salvezza e qualche exploit estemporaneo mentre la grande squadra ha sempre e soltanto obbiettivi di vertice come la promozione se è di A2; il titolo se è di Al.

5) Se potessi cambiare gli stranieri, chi cambieresti? Sono troppo contento di quelli che ho per pensare a questa eventualità: Rolle, infatti, è in classifica in molte specialità e Van Breda è l'uomo più indicato per una squadra come la Granarolo.

6) Se potessi cambiare gli italiani, chi cambieresti? Visto che tre dei cinque del quintetto base sono nazionali, cambiare in meglio sarebbe troppo difficile per cui…  tengo quelli che ho.

7) Secondo te, come deve essere composta una grande squadra? Da grandi giocatori che però abbiano equilibrio e mentalità in quanto è proprio la mentalità a fare la differenza

8) Chi è il più grande allenatore del campionato? Sicuramente Peterson.

9) Chi è il più grande giocatore del campionato? Meneghin

l0) Chi è il più grande allenatore italiano di oggi? Bianchini.

11) Chi è il più grande allenatore in assoluto? Fare un solo nome significa far torto a qualcuno: nelle varie epoche. Quindi, dico Peterson, Nikolic, Bianchini e, ancora prima, Primo (chiedo scusa per il bisticcio).

12) Cosa invidi maggiormente al tuo interlocutore? L'esperienza e la mentalità vincente maturate alla guida di squadre di alto livello e che gli consentono di ottenere sempre il meglio dai suoi anche nei momenti più difficili.

13) Cosa manca alla tua squadra in questo momento? La consapevolezza nei propri mezzi che sono assolutamente notevole ancorché, a volte, inespressi.

14) Scovolini e Benetton sono senza dubbio le grandi delusioni dell’A1 e dell’A2; perché? Parliamo della Scavolini: ha cambiato tre allenatori e questo influisce; adesso è arrivato Nikolic e la squadra deve soffrire. Indubbiamente, a Pesaro hanno perso fiducia nei propri mezzi: partiti per vincere lo scudetto, ora debbono lottare per non retrocedere e queste sono cose che difficilmente si accettano. Per di più, i due stranieri sono tutt’altro che dei crack. Per la Benetton, il problema Jerkov è stato determinante in quanto, in A2, più che il fioretto serve la baionetta. E Jerkov non è certamente uno che vada all’assalto!

15) Qual è il ranking attuale delle prima di A? Quello che indica la classifica per le prime otto.

16) Quali saranno le big four?

Simac, Berloni, Hranaroli, Jolly.

17) Quale finale prevedi? Più che prevedere una finale me la auguro: Simac-Granarolo.

18) Con quante probabilità a testa? Cinquanta e cinquanta.

 


 

IL MATCH DELLA MIA VITA: RENATO UNA STELLA

di Renato Villalta - V nere - 1990

 

Devo focalizzare una sola partita? Allora scelgo la gara della stella,quella che nel 1984 ci ha regalato il decimo scudetto. Devo dire che quell'incontro l'ho ancora fotografato davanti agli occhi. La schiacciata negli ultimi secondi con la quale Brunamonti ha posto sigillo al nostro trionfo, non la cancellerò mai dalla mente. Mi ricordo che tutti noi ci rivolgemmo verso i tifosi bolognesi, che ci avevano seguito nella trasferta al vecchio palazzone, quello col velodromo, poi, messo fuori uso dalla neve. Fu una soddisfazione incredibile, una gioia difficile da raccontare. Noi ci credevamo tantissimo. A Milano avevamo vinto la prima sfida della serie, allora al meglio delle tre partite. Poi la Simac ci aveva restituito il colpo, venendo a prendersi gara-due a Bologna. La sconfitta subita in casa aveva tolto a molti tifosi fiducia in un nuovo nostro exploit. Espugnare il parquet di Milano era impresa difficilissima, addirittura ai limiti delle nostre possibilità. Nello spogliatoio "però" eravamo tutti convintissimi nei nostri mezzi, volevamo farcela e credevamo di avere ancora le frecce giuste nel nostro arco. La terza partita, insomma, assumeva davvero i contorni di una sfida impossibile. In quella Simac c'erano i D'Antoni e i Carr, gente con la quale non si poteva certo scherzare. Ricordo la determinazione che ci misero loro: fu enorme. Ma per la Simac non ci fu comunque niente da fare. Anche noi eravamo caricatissimi. La giornata per la Virtus cominciò presto, col ritrovo in Piazza Azzarita. Milano era una di quelle trasferte che si affrontavano partendo in pullman, la domenica mattina. Poche ore di autostrada ed eccoci arrivati. L'atmosfera era elettrica. Quando incrociammo i nostri tifosi, che ci incitavano in prossimità del palasport, capimmo di non essere i soli a crederci. Coloro che avevano affrontato per un'altra volta la trasferta evidentemente avevano fiducia nei nostri mezzi. E tutti noi volevamo ripagarli. All'ingresso sul parquet per il riscaldamento, rammento il gran frastuono dei fans milanesi, ma anche l'incitamenti dei tifosi bianconeri. Poi la partita, il rush finale, il trionfo. Io giocai una buona gara offrendo il mio contributo al tabellino. Ma tutta la squadra si superò. Al ritorno, trovammo la scena indimenticabile di Piazza Azzarita colma di tifosi che aspettavano il nostro pullman. Episodi raccontati mille volte, ma che nessuno di coloro che erano presenti quella notte potrà mai eliminare dai propri ricordi. Il trionfo della Virtus fu così l'apoteosi di tutta la città. In quella magica stagione vincemmo, oltre alla scudetto, anche la Coppa Italia, a suggellare il fatto che i più forti avevamo dimostrato di essere noi: la Granarolo di Brunamonti, Bonamico, Binelli ma anche di Rolle e Van Breda Kolff, oltre a tutti gli altri.

Adesso le vie del basket mi hanno portato a Treviso, lontano da Bologna che rimarrà comunque la mia città. Alla Benetton c'è tanta voglia di vincere, diventare grandi. Ora in squadra con me c'è Vinnie Del Negro, giocatore di talento straordinario. I suoi cambi di accelerazione sono prodigiosi e soprattutto imprevedibili. Dopo qualche problema fisico mi sono rimesso e spero di poter dare un buon contributo. Ah, dimenticavo: qui da noi c'è anche Cirelli, l'ex segretario della Fortitudo, un ragazzo con cui - nonostante... il suo passato - si sta bene. La Knorr continuo a seguirla da lontano: credo che abbia le carte in regola per poter fare un buon campionato, dire la sua quando ci sarà da stringere i denti. In Europa, poi, la vedo favoritissima. Non sarebbe davvero male se si potesse fare il bis dopo la Coppa delle Coppe dell'anno scorso...

 


 

IL MATCH DELLA MIA VITA: MILANO DA BERE

di Alberto Bucci - V nere - 1990

 

Di indimenticabile, nel corso della mia carriera virtussina, non c'è stata solo una partita, ma un intero campionato: un anno sportivo vissuto in maniera splendida insieme a ragazzi esemplari. Alla stagione 1983-84 sono legati i miei ricordi più belli e anche quelli più brutti: tutti, comunque, riconducibili alle partite con la Simac Milano, la nostra Avversaria con la "a" maiuscola.

Rammento che nel corso della stagione regolare disputammo al Palazzone di San Siro una delle gare più scadenti in assoluto, con molto nervosismo e delle percentuali di realizzazione davvero ridicole. 65-60 fu il risultato finale, roba, con tutto il rispetto, da basket femminile. Nel corso del viaggio di ritorno, sul pullman che ci riportava a Bologna, i miei giocatori si impegnarono in una specie di giuramento comune: "Mister" fu più o meno il succo del discorso generale "ti promettiamo che torneremo ancora a Milano, quest'anno. Sarà per giocarci lo scudetto e stai sicuro che non perderemo più". I ragazzi furono di parola, me ne resi conto quando cominciò la prima parita di finale, contro la Simac.

Un'altra partita, in tutti i sensi, rispetto alla prima: la Granarolo non voleva perdere e non perse, disputando una gara perfetta sotto tutti i punti di vista, forse la migliore della mia gestione, sicuramente quella che io ritengo meglio interpretata.

Di quella serie finale si conosce ormai tutto. Io posso solo confermare la veridicità di un aneddoto che prese a circolare dopo la vittoria del titolo. Come tutti ricordano, la Virtus vinse lo scudetto dopo essere stata sconfitta in gara due, a Bologna, e aver violato ancora il palasport avversario.

Il giorno dopo la debacle casalinga mi ritrovai con i giocatori per un allenamento. Era un giovedì: dopo la vittoria della domenica precedente molti l'avevano immaginato come il giorno del trionfo: invece era il "day after" di una cocente delusione. Sotto le volte del palasport di Piazza Azzarita i musi lunghi si sprecavano: le parole, invece, erano assenti del tutto, o quasi. Fu un giocatore, Brunamonti, a interrompere quella atmosfera pericolosa (perché sembrava preludere alla rassegnazione) tirandomi per un braccio e indicandomi il soffitto dell'impianto. "Ehi, coach, vedi quella luce lassù?". "No, non vedo niente", risposi io. "Ma dai, Alberto, guarda bene: lassù c'è una stella!". Fu una battuta previdenziale: ci abbandonammo tutti a una risata e riprendemmo il lavoro con uno spirito totalmente diverso: caricati e fiduciosi di poterci ripetere. Così fu, infatti, ma questo lo sapete fin troppo bene. I miei ragazzi avevano giurato il vero: quell'anno, Milano, se l'erano proprio bevuta.

 

Brunamonti sfugge a Jones della Bic Trieste

 

Con Bucci allenatore e Van Breda Kolff cervello di gioco Porelli azzecca le scelte giuste e la squadra torna a filare come ai tempi migliori. Il 2° posto nella regular-season prelude a sensazionali play-offs. In finale la Granarolo Felsinea, col 62% al tiro, sbanca due volte Milano e cattura finalmente la stella del decimo scudetto. Segue a ruota la riconquista della Coppa Italia. Palasport in delirio allorché Villalta (grandissimo) alza i trofei. Bonamico, Brunamonti e Villalta sono i nostri olimpici a Los Angeles.

 

tratto da "100MILA CANESTRI - Storia statistica della Virtus Pallacanestro" di Renato Lemmi Gigli

 

Bonamico in rovesciata contro Woods di Napoli

 

La Stella

di Gianfranco Civolani - da "Euro Virtus"

 

Tu fra Di Vincenzo e Bucci chi sceglieresti? mi dice Porellone una sera. "Be' io, fammici pensare un attimo, io credo che una pausa di riflessione...". Ah, bene mentre tu rifletti, io ha già preso Bucci e dopodomani lo presento in conferenza-stampa, mentre tu rifletti.

Mauro Di Vincenzo è sbalzato di sella e arriva il biondino della Bolognina, l'Alberto Bucci che da ragazzo si era preso il suo bravo diploma da odontotecnico perché a lui Alberto gli piaceva tanto il basket, ma lui era stato sfigatissimo fin dalla culla, era stato colpito da poliomielite e insomma altro che basket giocato, figuriamoci.

Un bel diploma e i bimbi della Turris svezzati appunto per via di quell'antico amore. E l'assistentato in Fortitudo con Guerrieri head coach. E un'atroce retrocessione all'ultima palla (cesto da metà campo di tale Paolo Rossi, io c'ero quel giorno) e poi una lunga gavetta a Rimini e a Fabriano per riconquistare certe vette.

C'è il pelandrone Elvis Rolle (detto Banana) sotto le plance e c'è Van Breda Kolff (oriundo olandese, figlio di un preclaro allenatore di college) ad aiutare Roby Brunamonti a portar palla.

Com'è l'incedere? Andante mosso, belle cose a più riprese, ma anche qualche stecca in casa d'altri. Ma si arriva ai playoff e si arriva al megascontro con Milano, Granarolo Virtus contro Simac Milano, se guardiamo un attimo anche ai signori che sponsor che sputano moneta.

In panca a Milano ci sta Dan Peterson, sì, quello che aveva i bragoni a palloncino prima di riverginarsi a Bologna in lungo e in largo. Gara-uno, vince la Virtus là. Gara-due, sarà il trionfo totale. E viene cacciato Dino Meneghin perché strepita un po' troppo e raddoppia la razione con l'arbitro Vitolo il quale lo castiga immantinente. Bene, ma la Virtus in quel preciso momento si inceppa, Van Breda eccetera non spara un tiro, vince Milano e siamo proprio rovinati in vista di gara tre. Sì, Dinone Meneghin viene giustamente appiedato, ma insomma si gioca a Milano e c'è una mannaia sulla testa delle Vu nere.

match palpitante, si gioca sul filo. Siamo in diretta d'arrivo, Brunamonti porta la Virtus in vantaggio, dai che è fatta. Porellone in un angolo è cianotico.

Due liberi per loro, siamo sull'orlo del delirio. Tira Barabba Bariviera, uno che in genere li imbuca. Padella più padella fa la stella, per noi. Datemi il pallone, urla Porelli. Avvocato, eccoti la palla e goditela, gli fa Bananone Rolle. Van Breda - solitamente glaciale - regala un sorrisone, gli altri ululano mentre Milano è annichilita.

A notte fonda siamo tutti in festa in Azzarita Square. Il mitico Amato Andalò illumina il Palasport a giorno, è lo scudetto della stella, la notte è così breve e piccola, ma notte è breve e lunga, la notte - quella notte - è così piena di stelle.

Alberto Bucci è il profeta, Brunamonti - Villalta - Bonamico - Van Breda - Rolle - Fantin - Binelli - Valenti - Lanza e Daniele sono gli uomini d'oro, Achille Canna è il tessitore, il prof. Grandi, il Dott. Rimondin e Balboni sono anche loro gli officianti migliori.

E in una polvere di stelle io rivedo Roby Brunamonti che ci dà il canestro Superstar e rivedo Van eccetera che non sbaglia un colpo e Renatone Villalta che sultaneggia nella sua magica mattonella e il Marine Bonamico che sperona anche le corazzate e Bananone Rolle che si arrampica con i tentacoli e soprattutto rivedo il bimbo della Bolognina dolente e sofferente, il bimbo della Bolognina schienato da un destino cinico e baro, il bimbo della Bolognina Alberto Bucci che ha saputo sovvertire un mondo cane, il bimbo della Bolognina travolto da un mare di felicità e in una povere di stelle.

 

Vittoria scudetto al Palazzone di Milano

 

SUPERSTAR

di Gianfranco Civolani – tratto da “Il Cammino verso la Stella”

 

In una polvere di Stella Roberto Brunamonti schiaccia e schiaffa dentro la palla del trionfo. Schiaccia e schiaffa allo spasimo, ma cosa importa? è il ventisette maggio dell'ottanta quattro, Palasport di San Siro, attorno all'ora di cena.

Gigi Porelli è quasi cianotico. Se Barabba Bariviera butta dentro quei maledetti liberi, dopo chi la gioca la palla dell'ipotetico sorpasso?

Non sarebbe giusto, non è giusto, si tormenta Porelli muovendo la gambetta senza ritegno. Barabba sbaglia i due liberi. Dio è giusto, questa è la prova che è giusto, prorompe il duce truce.

“Avvocato la vuoi la palla della vittoria?” gli fa quasi emergendo da una nuvoletta lo strampalato Elvis Rolle. Porellone si rianima subito. Stringe in seno il pallone stellare e forse versa una lacrima, magari gridando che si suda tanto e che sembra quasi di lacrimare.

L'avventura era cominciata di mezza estate. Per vincere il decimo scudetto, gli dicevo, bisogna che nel momento topico tu la pianti di andare in America. E tu - mi fa una sera Porelli - chi prenderesti come allenatore? “Ma vedi, il problema é complesso…” “Già, così complesso che comunque io ho scelto Bucci e domattina faccio la conferenza-stampa”.

Alberto Bucci non era un bambino propriamente felice. Gli altri sgambillavano sui prati verdi, lui no. Esiti da poliomielite, una gamba molto malmessa. Ma quel bambino ha il basket nelle arterie e nelle vene. Ha un idolo che si chiama Paolo Vittori, vecchio Simmenthal. Alberto Bucci fa un po’ di studi (si specializza come odontotecnico), ma a diciotto anni va a spezzare pane e companatico per i virgulti della Turris. Quel claudicante ha dei numeri, dicono tutti in giro e un bel giorno mi informano che quel tizio con la faccetta da seminarista se l'è pappato la Fortitudo. Farà le giovanili e se occorre farà pure l'assistente. Procediamo per sommi capi. Fa l'assistente di Guerrieri e ottiene i galloni di allenatore capo quando in società mozzano il capo al buon Dido. Ma il Bucci poi lo bruciano. La squadra rotola giù giù e per Bucci no, non c'è più posto in Fortitudo. E allora lui va a Rimini e fa cose abbastanza gloriose con due cipolle e tre patate, ma il signor Bucci non tiene pedigree e dunque si accomodi, prego, per far posto all’illustre Taurisano chiarissimo docente a Cantù. Bucci si rimette in marcia, si infila nell'occhio della provincia più provincia (Fabriano) e ancora una volta torna all'onor del mondo in pompa magna. E da lì lo ripesca un Porelli in crisi di identità. Per spiegare meglio: sono anni che Gigi Porelli viene accusato di fare a pezzi tutti gli allenatori che gli capitano sotto i ferri… Basta così, Bucci sarà il profeta di questa Vu nera targata Granarolo-Felsinea. E sia chiaro che Bucci resterà con me nei secoli dei secoli, tuona il ras. E nel frattempo approda a Bologna un navigato campione di pelle bianca. Si chiama Jan Van Breda Kolff ha chiarissime ascendenze olandesi, è figlio di un rinomatissimo coach e ha giocato splendidamente con i pro del New Jersey.

Cosa manca a questa Virtus per conquistare la stella? Non manca nulla, bisogna scriverlo prima e bisogna dunque dar atto al grande capo di aver messo in pista il meglio del meglio. E se poi la concorrenza è capace di metterti sotto, poco male, vorrà dire che non c'è limite all'eccellenza e alla strapotenza.

La Virtus di Bucci non fallisce un colpo in casa, ma fuori, bé, fuori i leoni talvolta belano, proprio così. E Milano Simac ha grossi bordelli con i suoi americani e Torino Berloni idem come Milano e insomma la Virtus ha l’obbligo morale di veleggiare tranquilla e serena in mare aperto e invece no, invece alla lunga veleggiano quelli di Milano, e come veleggiano e come staccano tutti gli altri…

La Virtus perde a Roma, Porelli chiama a raccolta un po’ di giornalisti e fa l’annuncio solenne, questo: “Se i giocatori fanno i furbi, li caccio tutti e mi tengo Bucci, sissignore, e anzi il Bucci io l’ho appena confermato anche per l’anno prossimo”.

I giocatori non fanno i furbi. Marciano spediti, ma semplicemente c’è chi marcia ancora più forte e meno male che nel confronto diretto con Torino la Virtus si è avanzata un piccolo margine che in teoria vuol dire tantissimo.

Via con i play-offs, fuori Napoli. Mica alla grande, ma comunque fuori Napoli al terzo match. Poi fuori Torino e questa volta alla grande, alla grandissima. Tocca a quelli della Simac. Hanno spazzolato Cantù in due sole gare, ahi che dolori solo a pensarci…

Garauno, come si dice in gergo. La Virtus gioca come si gioca in Paradiso. Milano ha gli artigli, ma Bologna è appunto toccata dalla grazia divina e le rituali zone di Dan Peterson sono tagliate a fettoni.

Garadue a Bologna, sarà il match dell’oceanica consacrazione? A ripresa inoltrata Milano perde l’incommensurabile Meneghin. Costui va fuori per cinque falli e ne dice di tutti i colori agli arbitri Vitolo e Duranti. I due sicari del potere grigio - sentenziano subito in casa Simac - hanno confezionato la sentenza in anticipo. Ma qui la Virtus si impiomba, Milano spolvera per esempio un Boselli che spaniera da ogni dove e l’urlo resta nella strozza di settemila anime.

Garatre, Meneghin si è beccato tre turni di squalifica e non c’è. Milano prepara un bell’ambientino. Porelli si è trovato coinvolto in una piccola rimpatriata dopo il match di garadue. Orrore, Porelli ha mangiato la pizza insieme agli arbitri e chissà che bieche trame sono state ordite…

Meneghin si becca quel che si becca perché per urli, schiamazzi, ruggiti e sacramenti c’è un tariffario abbastanza preciso. E Milano insegue il miracolo e la Virtus in garatre sta avanti di tanto e di poco e Robertino Brunamonti fa in combutta con il proteiforme Van Breda le pentole e i coperchi. E a meno di trenta secondi dalla fine la Virtus è in testa di un punto, ma se Barabba Bariviera segna i due liberi? Avrei comandato a Bonamico di tentare l'uno contro uno oppure avremmo fatto spazio a Villalta, dirà poi Bucci a babbo morto. Tutto vero, tutto giusto, ma se Barabba, mamma mia su quali imperscrutabili sfumature può ruotare una Stella, vi rendete conto?

Piazza Azzarita di notte è il paradiso degli eroi. Amato Andalò fa sfavillare di luci il Palasport perché ci deve essere spettacolo no-stop, spettacolo e sipario aperto. La piazza brulica e spasima, i reduci da Milano raccontano le gesta, io c’ero, tu c’eri? Io no che non c'ero, boja d'un boja…

C'erano loro, l'epico Renatone Villalta, Marco Bonamico speronatore irrefrenabile, Bob Brunamonti così lindo e pregnante, Van Breda Kolff tutto cerebro e sangue blù, Elvis Rolle torrenziale e torreggiante, Domenico Fantin percorso dal moto perpetuo, Piero Valenti capace di indovinare d'acchito le cadenze più intonate, Gus Binelli e Sandro Daniele così puntuali nei ricorrenti interventi in causa e Matteo Lanza sempre pronto per ogni emergenza. E poi ancora il grande nume (Porelli), il fine tessitore (Achille Canna), il professor Grandi, Balboni, il medico dottor Rimondini, eccetera. E lui, Alberto Bucci, il bambino che sognava una qualche buona stella e che la sua stella l'ha finalmente interiorizzata e conquistata, con questa Virtus Superstar.

 


 

AMARCORD

di Luca Sancini - La Repubblica - 30/05/2007

 

«Ventitré anni fa, già. Il 1984. E come si fa a dimenticarsela quella sfida Milano-Bologna, quel maggio in cui vincemmo lo scudetto della stella? Io no di certo, la storia ce l'ho ancora tutta in testa». «Finale contro la Simac. Fortissimi, basta leggere: Meneghin, D'Antoni, Bariviera, Carr. Aggressivi, duri, esperti. E bella in casa loro, se ci sarà. Saliamo per gara 1, tanti parlano di scudetto già assegnato, io però ho belle sensazioni. Lo spogliatoio è unito, la squadra è buona. Brunamonti, Bonamico, poi è arrivato Van Breda Kolff, smistatore fenomenale, uno che tiene cucita la squadra coi suoi passaggi e sa darti la palla coi giri giusti. E Rolle, sotto canestro, è una pantera. In semifinale abbiamo battuto la Berloni di Morandotti e Sacchetti. Giocando bene, tranquilli. E ci ha fatto morale». «Gara 1 l'abbiamo preparata bene, per tutta la settimana. Di là c'è Dan Peterson, la sua 1-3-1 sta facendo impazzire tutti. Ma Bucci non è uno che dorme e pure Messina, il secondo, sta al suo posto ma consigli al capo ne dà. E Alberto li ascolta. Allora, ci diciamo in palestra, qui Brunamonti e Van Breda la devono far girare veloce, poi la palla va in angolo: o esco io, se Meneghin me lo permette, o esce Fantin. Lì sono scoperti: se iniziamo a far canestro, ce la giochiamo». «Palla a due, pensieri a zero. Ho fatto tante partite internazionali, Olimpiadi e Mondiali, però questo palazzone di S. Siro è davvero grande, pare aver tutta Milano sulle gradinate, un frastuono continuo. Noi in nero, al solito, fuori casa. Milano contro Bologna, la storia della pallacanestro. Il nostro motivo in più è che questo sarebbe il decimo scudetto. Ne parliamo poco, tra noi, ma sappiamo che la società ci spera: la stella da cucire accanto alla Vu nera sarebbe, per l'avvocato Porelli, il suggello più prezioso. Ma sta zitto pure lui e io, che sono il capitano, provo a non pensarci ma la testa finisce lì». «Partita. Capiamo subito d'aver fatto bene i compiti: esco io, esce Fantin, Van Breda e Roby ci armano, puntiamo, spariamo. Canestro. Se sbagliamo, la piglia Rolle. Una volta, un' altra ancora. Grandine. Fosse già la stagione dopo, quella in cui misero il tiro da tre, soffriremmo pure meno: tiriamo da lontano, ma ne facciamo tanti che ci bastano. 86-82, sul pullman verso Bologna è già festa. Milano non fa più paura, ci aspetta il Madison da far saltare di gioia. Invece perdiamo gara 2 (75-71), nonostante Meneghin si faccia buttar fuori. Orecchie basse, bella a S. Siro, e il giorno prima, in pieno allenamento, alzo la testa e urlo: guarda, guarda. Tutti col naso all' insù e io: ma non la vedete lassù la stella? Bucci mi manda a quel paese, eppure il giorno dopo a Milano, 27 maggio, 77-74, la stella atterra veramente. Sul petto di tutti, ma soprattutto sul mio, capitano di quella Virtus». Così parlò Renato Villalta. Ventitrè anni dopo.