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Bucci, Daniele, Villalta,
Binelli, Rolle, Van Breda Kolff, Messina
Valenti, Fantin, Bonamico,
Lanza, Brunamonti
STAGIONE 1983/84
GRANAROLO FELSINEA BOLOGNA
Serie A1: 2a classificata su 16 squadre
(22-30)
Play-off: CAMPIONI D'ITALIA (6-9)
Coppa Italia: VINCENTI (9-11)
Partite
della stagione
statistiche di squadra
A QUATTR’OCCHI CON BUCCI
di Stefano Germano –
Superbasket – 15/03/1984
Alberto Bucci,
coach emergente tra tutti quelli della nouvelle vague e Valerio Bianchini, coach già emerso e guida
del Banco: tra i due una bottiglia divino e, da parte sia dell'uno sia
dell'altro, la voglia di rispondere in assoluta sincerità ad una mitragliata
di domande.
(si riportano le sole risposte di Bucci)
1) Soddisfatto della tua carriera?
Assolutamente in quanto, sia sul piano tecnico sia su quello dei rapporti
umani, ho sempre avuto esperienze assolutamente positive.
2) Soddisfatto della tua squadra? Sì, perché
nel complesso ha fatto quanto le chiedevo malgrado un periodo negativo: un
campionato, ad ogni modo, si valuta su tutti i mesi che dura: sino ad ora ne
ho avuti cinque positivi e uno negativo e mi auguro che le cose cambino in
meglio.
3) Soddisfatto dall'ambiente in cui lavori?
Nel modo più assoluto perché l'accordo con i miei collaboratori è perfetto e
lo stesso discorso vale per la società.
4) Quale differenza c'è tra lavorare in una
piccola squadra e in una grande? La differenza è soprattutto sul piano
psicologico in quanto una piccola squadra richiede, come traguardo massimo,
la salvezza e qualche exploit estemporaneo mentre la grande squadra ha
sempre e soltanto obbiettivi di vertice come la promozione se è di A2; il
titolo se è di Al.
5) Se potessi cambiare gli stranieri, chi
cambieresti? Sono troppo contento di quelli che ho per pensare a questa
eventualità: Rolle, infatti, è in classifica in
molte specialità e Van Breda è l'uomo più
indicato per una squadra come la Granarolo.
6) Se potessi cambiare gli italiani, chi
cambieresti? Visto che tre dei cinque del quintetto base sono nazionali,
cambiare in meglio sarebbe troppo difficile per cui… tengo quelli che ho.
7) Secondo te, come deve essere composta una
grande squadra? Da grandi giocatori che però abbiano equilibrio e mentalità
in quanto è proprio la mentalità a fare la differenza
8) Chi è il più grande allenatore del
campionato? Sicuramente Peterson.
9) Chi è il più grande giocatore del
campionato? Meneghin
l0) Chi è il più grande allenatore italiano di
oggi? Bianchini.
11) Chi è il più grande allenatore in
assoluto? Fare un solo nome significa far torto a
qualcuno: nelle varie epoche. Quindi, dico
Peterson, Nikolic, Bianchini e, ancora
prima, Primo (chiedo scusa per il bisticcio).
12) Cosa invidi maggiormente al tuo
interlocutore? L'esperienza e la mentalità vincente maturate alla guida di
squadre di alto livello e che gli consentono di ottenere sempre il meglio
dai suoi anche nei momenti più difficili.
13) Cosa manca alla tua squadra in questo
momento? La consapevolezza nei propri mezzi che sono assolutamente notevole
ancorché, a volte, inespressi.
14) Scovolini e Benetton sono senza dubbio le
grandi delusioni dell’A1 e dell’A2; perché? Parliamo della Scavolini: ha
cambiato tre allenatori e questo influisce; adesso è arrivato Nikolic e la squadra
deve soffrire. Indubbiamente, a Pesaro hanno perso fiducia nei propri mezzi:
partiti per vincere lo scudetto, ora debbono lottare per non retrocedere e
queste sono cose che difficilmente si accettano. Per di più, i due stranieri
sono tutt’altro che dei crack. Per la Benetton, il problema Jerkov è stato
determinante in quanto, in A2, più che il fioretto serve la baionetta.
E Jerkov non è certamente uno che vada all’assalto!
15) Qual è il ranking attuale delle prima di
A? Quello che indica la classifica per le prime otto.
16) Quali saranno le big four?
Simac, Berloni, Hranaroli, Jolly.
17) Quale finale prevedi? Più che prevedere
una finale me la auguro: Simac-Granarolo.
18) Con quante probabilità a testa? Cinquanta
e cinquanta.
IL MATCH DELLA MIA VITA:
RENATO UNA STELLA
di
Renato Villalta - V nere - 1990
Devo focalizzare una sola
partita? Allora scelgo la gara della stella,quella che nel 1984 ci ha
regalato il decimo scudetto. Devo dire che quell'incontro l'ho ancora
fotografato davanti agli occhi. La schiacciata negli ultimi secondi con la
quale Brunamonti ha posto sigillo al nostro
trionfo, non la cancellerò mai dalla mente. Mi ricordo che tutti noi ci
rivolgemmo verso i tifosi bolognesi, che ci avevano seguito nella trasferta
al vecchio palazzone, quello col velodromo, poi, messo fuori uso dalla neve.
Fu una soddisfazione incredibile, una gioia difficile da raccontare. Noi ci
credevamo tantissimo. A Milano avevamo vinto la prima sfida della serie,
allora al meglio delle tre partite. Poi la Simac ci aveva restituito il
colpo, venendo a prendersi gara-due a Bologna. La sconfitta subita in casa
aveva tolto a molti tifosi fiducia in un nuovo nostro exploit. Espugnare il
parquet di Milano era impresa difficilissima, addirittura ai limiti delle
nostre possibilità. Nello spogliatoio "però" eravamo tutti convintissimi nei
nostri mezzi, volevamo farcela e credevamo di avere ancora le frecce giuste
nel nostro arco. La terza partita, insomma, assumeva davvero i contorni di
una sfida impossibile. In quella Simac c'erano i D'Antoni e i Carr, gente
con la quale non si poteva certo scherzare. Ricordo la determinazione che ci
misero loro: fu enorme. Ma per la Simac non ci fu comunque niente da fare.
Anche noi eravamo caricatissimi. La giornata per la Virtus cominciò presto,
col ritrovo in Piazza Azzarita. Milano era una di quelle trasferte che si
affrontavano partendo in pullman, la domenica mattina. Poche ore di
autostrada ed eccoci arrivati. L'atmosfera era elettrica. Quando incrociammo
i nostri tifosi, che ci incitavano in prossimità del palasport, capimmo di
non essere i soli a crederci. Coloro che avevano affrontato per un'altra
volta la trasferta evidentemente avevano fiducia nei nostri mezzi. E tutti
noi volevamo ripagarli. All'ingresso sul parquet per il riscaldamento,
rammento il gran frastuono dei fans milanesi, ma anche l'incitamenti dei
tifosi bianconeri. Poi la partita, il rush finale, il trionfo. Io giocai una
buona gara offrendo il mio contributo al tabellino. Ma tutta la squadra si
superò. Al ritorno, trovammo la scena indimenticabile di Piazza Azzarita
colma di tifosi che aspettavano il nostro pullman. Episodi raccontati mille
volte, ma che nessuno di coloro che erano presenti quella notte potrà mai
eliminare dai propri ricordi. Il trionfo della Virtus fu così l'apoteosi di
tutta la città. In quella magica stagione vincemmo, oltre alla scudetto,
anche la Coppa Italia, a suggellare il fatto che i più forti avevamo
dimostrato di essere noi: la Granarolo di
Brunamonti, Bonamico, Binelli ma anche di
Rolle e Van Breda Kolff, oltre a
tutti gli altri.
Adesso le vie del basket mi
hanno portato a Treviso, lontano da Bologna che rimarrà comunque la mia
città. Alla Benetton c'è tanta voglia di vincere, diventare grandi. Ora in
squadra con me c'è Vinnie Del Negro, giocatore di talento straordinario. I
suoi cambi di accelerazione sono prodigiosi e soprattutto imprevedibili.
Dopo qualche problema fisico mi sono rimesso e spero di poter dare un buon
contributo. Ah, dimenticavo: qui da noi c'è anche Cirelli, l'ex segretario
della Fortitudo, un ragazzo con cui - nonostante... il suo passato - si sta
bene. La Knorr continuo a seguirla da lontano: credo che abbia le carte in
regola per poter fare un buon campionato, dire la sua quando ci sarà da
stringere i denti. In Europa, poi, la vedo favoritissima. Non sarebbe
davvero male se si potesse fare il bis dopo la Coppa delle Coppe dell'anno
scorso...
IL MATCH DELLA MIA VITA: MILANO DA BERE
di Alberto Bucci - V nere - 1990
Di indimenticabile, nel corso della mia
carriera virtussina, non c'è stata solo una partita, ma un intero
campionato: un anno sportivo vissuto in maniera splendida insieme a ragazzi
esemplari. Alla stagione 1983-84 sono legati i miei ricordi più belli e
anche quelli più brutti: tutti, comunque, riconducibili alle partite con la
Simac Milano, la nostra Avversaria con la "a" maiuscola.
Rammento che nel corso della stagione
regolare disputammo al Palazzone di San Siro una delle gare più scadenti in
assoluto, con molto nervosismo e delle percentuali di realizzazione davvero
ridicole. 65-60 fu il risultato finale, roba, con tutto il rispetto, da
basket femminile. Nel corso del viaggio di ritorno, sul pullman che ci
riportava a Bologna, i miei giocatori si impegnarono in una specie di
giuramento comune: "Mister" fu più o meno il succo del discorso generale "ti
promettiamo che torneremo ancora a Milano, quest'anno. Sarà per giocarci lo
scudetto e stai sicuro che non perderemo più". I ragazzi furono di parola,
me ne resi conto quando cominciò la prima parita di finale, contro la Simac.
Un'altra partita, in tutti i sensi, rispetto
alla prima: la Granarolo non voleva perdere e non perse, disputando una gara
perfetta sotto tutti i punti di vista, forse la migliore della mia gestione,
sicuramente quella che io ritengo meglio interpretata.
Di quella serie finale si conosce ormai
tutto. Io posso solo confermare la veridicità di un aneddoto che prese a
circolare dopo la vittoria del titolo. Come tutti ricordano, la Virtus vinse
lo scudetto dopo essere stata sconfitta in gara due, a Bologna, e aver
violato ancora il palasport avversario.
Il giorno dopo la debacle casalinga mi
ritrovai con i giocatori per un allenamento. Era un giovedì: dopo la
vittoria della domenica precedente molti l'avevano immaginato come il giorno
del trionfo: invece era il "day after" di una cocente delusione. Sotto le
volte del palasport di Piazza Azzarita i musi lunghi si sprecavano: le
parole, invece, erano assenti del tutto, o quasi. Fu un giocatore, Brunamonti, a interrompere quella atmosfera
pericolosa (perché sembrava preludere alla rassegnazione) tirandomi per un
braccio e indicandomi il soffitto dell'impianto. "Ehi, coach, vedi quella
luce lassù?". "No, non vedo niente", risposi io. "Ma dai, Alberto, guarda
bene: lassù c'è una stella!". Fu una battuta previdenziale: ci abbandonammo
tutti a una risata e riprendemmo il lavoro con uno spirito totalmente
diverso: caricati e fiduciosi di poterci ripetere. Così fu, infatti, ma
questo lo sapete fin troppo bene. I miei ragazzi avevano giurato il vero:
quell'anno, Milano, se l'erano proprio bevuta.

Brunamonti sfugge a Jones della Bic Trieste
Con Bucci
allenatore e Van Breda Kolff cervello di
gioco Porelli azzecca le scelte giuste e la
squadra torna a filare come ai tempi migliori. Il 2° posto nella
regular-season prelude a sensazionali play-offs. In finale la Granarolo
Felsinea, col 62% al tiro, sbanca due volte Milano e cattura finalmente la
stella del decimo scudetto. Segue a ruota la riconquista della Coppa Italia.
Palasport in delirio allorché Villalta
(grandissimo) alza i trofei. Bonamico, Brunamonti e
Villalta sono i nostri olimpici a Los Angeles.
tratto da "100MILA CANESTRI -
Storia statistica della Virtus Pallacanestro" di Renato Lemmi Gigli

Bonamico in rovesciata contro Woods di Napoli
La Stella
di Gianfranco Civolani - da
"Euro Virtus"
Tu fra Di Vincenzo e Bucci
chi sceglieresti? mi dice Porellone una sera. "Be' io, fammici pensare un
attimo, io credo che una pausa di riflessione...". Ah, bene mentre tu
rifletti, io ha già preso Bucci e dopodomani lo
presento in conferenza-stampa, mentre tu rifletti.
Mauro Di Vincenzo è sbalzato di sella e arriva il biondino della
Bolognina, l'Alberto Bucci che da ragazzo si era
preso il suo bravo diploma da odontotecnico perché a lui Alberto gli piaceva
tanto il basket, ma lui era stato sfigatissimo fin dalla culla, era stato
colpito da poliomielite e insomma altro che basket giocato, figuriamoci.
Un bel diploma e i bimbi della
Turris svezzati appunto per via di quell'antico amore. E l'assistentato in
Fortitudo con Guerrieri head coach. E un'atroce retrocessione all'ultima
palla (cesto da metà campo di tale Paolo Rossi, io c'ero quel giorno) e poi
una lunga gavetta a Rimini e a Fabriano per riconquistare certe vette.
C'è il pelandrone Elvis Rolle (detto Banana) sotto le plance e c'è Van Breda Kolff (oriundo olandese, figlio
di un preclaro allenatore di college) ad aiutare
Roby Brunamonti a portar palla.
Com'è l'incedere? Andante
mosso, belle cose a più riprese, ma anche qualche stecca in casa d'altri. Ma
si arriva ai playoff e si arriva al megascontro con Milano, Granarolo Virtus
contro Simac Milano, se guardiamo un attimo anche ai signori che sponsor che
sputano moneta.
In panca a Milano ci sta Dan Peterson, sì, quello che aveva i bragoni a
palloncino prima di riverginarsi a Bologna in lungo e in largo. Gara-uno,
vince la Virtus là. Gara-due, sarà il trionfo totale. E viene cacciato Dino
Meneghin perché strepita un po' troppo e raddoppia la razione con l'arbitro
Vitolo il quale lo castiga immantinente. Bene, ma la Virtus in quel preciso
momento si inceppa, Van Breda eccetera
non spara un tiro, vince Milano e siamo proprio rovinati in vista di gara
tre. Sì, Dinone Meneghin viene giustamente appiedato, ma insomma si gioca a
Milano e c'è una mannaia sulla testa delle Vu nere.
match palpitante, si gioca sul
filo. Siamo in diretta d'arrivo, Brunamonti
porta la Virtus in vantaggio, dai che è fatta. Porellone in un angolo è
cianotico.
Due liberi per loro, siamo
sull'orlo del delirio. Tira Barabba Bariviera, uno che in genere li imbuca.
Padella più padella fa la stella, per noi. Datemi il pallone, urla Porelli. Avvocato, eccoti la palla e goditela,
gli fa Bananone Rolle. Van Breda - solitamente glaciale - regala
un sorrisone, gli altri ululano mentre Milano è annichilita.
A notte fonda siamo tutti in
festa in Azzarita Square. Il mitico Amato Andalò illumina il Palasport a
giorno, è lo scudetto della stella, la notte è così breve e piccola, ma
notte è breve e lunga, la notte - quella notte - è così piena di stelle.
Alberto
Bucci è il profeta, Brunamonti - Villalta - Bonamico
- Van Breda -
Rolle - Fantin -
Binelli - Valenti -
Lanza e Daniele sono gli uomini d'oro, Achille Canna è il tessitore, il prof. Grandi, il Dott. Rimondin e Balboni sono anche
loro gli officianti migliori.
E in una polvere di stelle io
rivedo Roby Brunamonti che ci dà il canestro
Superstar e rivedo Van eccetera che non sbaglia un colpo e Renatone Villalta che sultaneggia nella sua
magica mattonella e il Marine Bonamico che
sperona anche le corazzate e Bananone Rolle che
si arrampica con i tentacoli e soprattutto rivedo il bimbo della Bolognina
dolente e sofferente, il bimbo della Bolognina schienato da un destino
cinico e baro, il bimbo della Bolognina Alberto Bucci
che ha saputo sovvertire un mondo cane, il bimbo della Bolognina travolto da
un mare di felicità e in una povere di stelle.

Vittoria scudetto al Palazzone di Milano
SUPERSTAR
di Gianfranco Civolani – tratto da
“Il Cammino verso la Stella”
In una polvere di Stella Roberto
Brunamonti schiaccia e schiaffa dentro la palla del trionfo. Schiaccia e
schiaffa allo spasimo, ma cosa importa?
è il ventisette maggio
dell'ottanta quattro, Palasport di San Siro, attorno all'ora di cena.
Gigi Porelli è quasi cianotico.
Se Barabba Bariviera butta dentro quei maledetti liberi, dopo chi la gioca
la palla dell'ipotetico sorpasso?
Non sarebbe giusto, non è giusto, si tormenta
Porelli muovendo
la gambetta senza ritegno. Barabba sbaglia i due liberi. Dio è giusto,
questa è la prova che è giusto, prorompe il duce
truce.
“Avvocato la vuoi la palla della vittoria?” gli fa quasi
emergendo da una nuvoletta lo strampalato Elvis Rolle.
Porellone si rianima subito. Stringe in seno il pallone stellare e forse
versa una lacrima, magari gridando che si suda tanto e che sembra quasi di
lacrimare.
L'avventura era cominciata di mezza estate. Per vincere il
decimo scudetto, gli dicevo, bisogna che nel momento topico tu la pianti di
andare in America. E tu - mi fa una sera Porelli - chi
prenderesti come allenatore? “Ma vedi, il problema é complesso…” “Già, così
complesso che comunque io ho scelto Bucci e
domattina faccio la conferenza-stampa”.
Alberto Bucci non era un bambino
propriamente felice. Gli altri sgambillavano sui prati verdi, lui no. Esiti
da poliomielite, una gamba molto malmessa. Ma quel bambino ha il basket
nelle arterie e nelle vene. Ha un idolo che si chiama Paolo Vittori, vecchio
Simmenthal. Alberto Bucci fa un po’ di studi (si
specializza come odontotecnico), ma a diciotto anni va a spezzare pane e
companatico per i virgulti della Turris. Quel claudicante ha dei numeri,
dicono tutti in giro e un bel giorno mi informano che quel tizio con la
faccetta da seminarista se l'è pappato la Fortitudo. Farà le giovanili e se
occorre farà pure l'assistente. Procediamo per sommi capi. Fa l'assistente
di Guerrieri e ottiene i galloni di allenatore capo quando in società
mozzano il capo al buon Dido. Ma il Bucci poi lo
bruciano. La squadra rotola giù giù e per Bucci
no, non c'è più posto in Fortitudo. E allora lui va a Rimini e fa
cose abbastanza gloriose con due cipolle e tre patate, ma il signor Bucci non tiene pedigree e
dunque si accomodi, prego, per far posto all’illustre Taurisano chiarissimo
docente a Cantù. Bucci si
rimette in marcia, si infila nell'occhio della provincia più provincia
(Fabriano) e ancora una volta torna all'onor del mondo in pompa magna. E da
lì lo ripesca un Porelli in crisi di identità. Per spiegare meglio: sono
anni che Gigi Porelli viene accusato di fare a
pezzi tutti gli allenatori che gli capitano sotto i ferri… Basta così, Bucci sarà il profeta di
questa Vu nera targata Granarolo-Felsinea. E sia chiaro che Bucci resterà con me nei
secoli dei secoli, tuona il ras. E nel frattempo approda a Bologna un
navigato campione di pelle bianca. Si chiama
Jan Van Breda Kolff ha chiarissime ascendenze olandesi, è figlio di un
rinomatissimo coach e ha giocato splendidamente con i pro del New Jersey.
Cosa manca a questa Virtus per conquistare la stella? Non
manca nulla, bisogna scriverlo prima e bisogna dunque dar atto al grande
capo di aver messo in pista il meglio del meglio. E se poi la concorrenza è
capace di metterti sotto, poco male, vorrà dire che non c'è limite
all'eccellenza e alla strapotenza.
La Virtus di Bucci
non fallisce un colpo in casa, ma fuori, bé, fuori i leoni talvolta
belano, proprio così. E Milano Simac ha grossi bordelli con i suoi americani
e Torino Berloni idem come
Milano e insomma la Virtus ha l’obbligo morale di veleggiare tranquilla e
serena in mare aperto e invece no, invece alla lunga veleggiano quelli di
Milano, e come veleggiano e come staccano tutti gli altri…
La Virtus perde a Roma, Porelli
chiama a raccolta un po’ di giornalisti e fa l’annuncio solenne,
questo: “Se i giocatori fanno i furbi, li caccio tutti e mi tengo Bucci, sissignore, e anzi il Bucci io l’ho appena
confermato anche per l’anno prossimo”.
I giocatori non fanno i furbi. Marciano spediti, ma
semplicemente c’è chi marcia ancora più forte e meno male che nel confronto
diretto con Torino la Virtus si è avanzata un piccolo margine che in teoria
vuol dire tantissimo.
Via con i play-offs, fuori Napoli. Mica alla grande, ma
comunque fuori Napoli al terzo match. Poi fuori Torino e questa volta alla
grande, alla grandissima. Tocca a quelli della Simac. Hanno spazzolato Cantù
in due sole gare, ahi che dolori solo a pensarci…
Garauno, come si dice in gergo. La Virtus gioca come si gioca
in Paradiso. Milano ha gli artigli, ma Bologna è appunto toccata dalla
grazia divina e le rituali zone di Dan Peterson
sono tagliate a fettoni.
Garadue a Bologna, sarà il match dell’oceanica consacrazione?
A ripresa inoltrata Milano perde l’incommensurabile Meneghin. Costui va
fuori per cinque falli e ne dice di tutti i colori agli arbitri Vitolo e
Duranti. I due sicari del potere grigio - sentenziano subito in casa Simac -
hanno confezionato la sentenza in anticipo. Ma qui la Virtus si impiomba,
Milano spolvera per esempio un Boselli che spaniera da ogni dove e l’urlo
resta nella strozza di settemila anime.
Garatre, Meneghin si è beccato tre turni di squalifica e non
c’è. Milano prepara un bell’ambientino. Porelli
si è trovato coinvolto in una piccola rimpatriata dopo il match
di garadue. Orrore, Porelli
ha mangiato la pizza insieme agli arbitri e chissà che bieche trame
sono state ordite…
Meneghin si becca quel che si becca perché per urli,
schiamazzi, ruggiti e sacramenti c’è un tariffario abbastanza preciso. E
Milano insegue il miracolo e la Virtus in garatre sta avanti di tanto e di
poco e Robertino Brunamonti fa in combutta con il proteiforme Van Breda le pentole e i coperchi. E a
meno di trenta secondi dalla fine la Virtus è in testa di un punto, ma se
Barabba Bariviera segna i due liberi? Avrei comandato a Bonamico di tentare l'uno contro uno oppure
avremmo fatto spazio a Villalta, dirà poi Bucci a babbo morto. Tutto
vero, tutto giusto, ma se Barabba, mamma mia su quali
imperscrutabili sfumature può ruotare una Stella, vi rendete conto?
Piazza Azzarita di notte è il paradiso degli eroi. Amato
Andalò fa sfavillare di luci il Palasport perché ci deve essere spettacolo
no-stop, spettacolo e sipario aperto. La piazza brulica e spasima, i reduci
da Milano raccontano le gesta, io c’ero, tu c’eri? Io no che non c'ero, boja
d'un boja…
C'erano loro, l'epico Renatone
Villalta, Marco Bonamico speronatore
irrefrenabile, Bob Brunamonti così lindo e
pregnante, Van Breda Kolff tutto cerebro
e sangue blù, Elvis Rolle torrenziale e
torreggiante, Domenico Fantin percorso dal moto
perpetuo, Piero Valenti capace di indovinare
d'acchito le cadenze più intonate, Gus Binelli
e Sandro Daniele così puntuali nei ricorrenti
interventi in causa e Matteo Lanza sempre pronto
per ogni emergenza. E poi ancora il grande nume (Porelli),
il fine tessitore (Achille Canna), il professor Grandi, Balboni, il medico dottor Rimondini,
eccetera. E lui, Alberto Bucci, il bambino che
sognava una qualche buona stella e che la sua stella l'ha finalmente
interiorizzata e conquistata, con questa Virtus Superstar.
AMARCORD
di
Luca Sancini - La
Repubblica - 30/05/2007
«Ventitré anni fa, già. Il 1984. E come si fa a
dimenticarsela quella sfida Milano-Bologna, quel maggio in cui vincemmo lo
scudetto della stella? Io no di certo, la storia ce l'ho ancora tutta in
testa». «Finale contro la Simac. Fortissimi, basta leggere: Meneghin, D'Antoni,
Bariviera, Carr. Aggressivi, duri, esperti. E bella in casa loro, se ci
sarà. Saliamo per gara 1, tanti parlano di scudetto già assegnato, io però
ho belle sensazioni. Lo spogliatoio è unito, la squadra è buona. Brunamonti,
Bonamico, poi è arrivato Van Breda
Kolff, smistatore fenomenale, uno che tiene cucita la squadra coi suoi
passaggi e sa darti la palla coi giri giusti. E
Rolle, sotto canestro, è una pantera. In semifinale abbiamo battuto la
Berloni di Morandotti e Sacchetti.
Giocando bene, tranquilli. E ci ha fatto morale». «Gara 1 l'abbiamo
preparata bene, per tutta la settimana. Di là c'è Dan Peterson, la sua 1-3-1 sta facendo
impazzire tutti. Ma Bucci non è uno che dorme e
pure Messina, il secondo, sta al suo posto
ma consigli al capo ne dà. E Alberto li ascolta. Allora, ci diciamo in
palestra, qui Brunamonti
e Van Breda la devono far girare
veloce, poi la palla va in angolo: o esco io, se Meneghin me lo permette,
o esce Fantin. Lì sono scoperti: se iniziamo a
far canestro, ce la giochiamo». «Palla a due, pensieri a zero. Ho fatto
tante partite internazionali, Olimpiadi e Mondiali, però questo palazzone
di S. Siro è davvero grande, pare aver tutta Milano
sulle gradinate, un frastuono continuo. Noi in nero, al solito, fuori
casa. Milano contro Bologna, la storia della pallacanestro. Il nostro
motivo in più è che questo sarebbe il decimo scudetto. Ne parliamo poco,
tra noi, ma sappiamo che la società ci spera: la stella da cucire accanto
alla Vu nera sarebbe, per l'avvocato Porelli,
il suggello più prezioso. Ma sta zitto pure lui e io, che sono il
capitano, provo a non pensarci ma la testa finisce lì». «Partita. Capiamo
subito d'aver fatto bene i compiti: esco io, esce
Fantin, Van Breda e Roby ci armano,
puntiamo, spariamo. Canestro. Se sbagliamo, la piglia Rolle. Una volta, un' altra ancora. Grandine.
Fosse già la stagione dopo, quella in cui misero il tiro da tre,
soffriremmo pure meno: tiriamo da lontano, ma ne facciamo tanti che ci
bastano. 86-82, sul pullman verso Bologna è già festa. Milano non fa più
paura, ci aspetta il Madison da far saltare di gioia. Invece perdiamo gara
2 (75-71), nonostante Meneghin si faccia buttar fuori. Orecchie basse,
bella a S. Siro, e il giorno prima, in pieno
allenamento, alzo la testa e urlo: guarda, guarda. Tutti col naso all'
insù e io: ma non la vedete lassù la stella? Bucci
mi manda a quel paese, eppure il giorno dopo a Milano, 27 maggio,
77-74, la stella atterra veramente. Sul petto di tutti, ma soprattutto sul
mio, capitano di quella Virtus». Così parlò
Renato Villalta. Ventitrè anni dopo.
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