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STAGIONE 1981/82

 

SINUDYNE BOLOGNA

Serie A1: 5a classificata su 14 squadre (15-26)

Seconda fase: 5a classificata su 14 squadre (4-6)

Play-off: semifinalista (5-8)

Coppa delle Coppe: semifinalista (4-8)

 

N. nome ruolo anno cm naz note
4 Zambalist Frederick P/G 1959 185 USA
5 Domenico Fantin G 1961 196 ITA
10 Renato Villalta A 1955 204 ITA
11 Elvis Rolle C 1958 205 USA
13 Ugo Govoni 1959 207 ITA
15 Marco Bonamico A 1957 200 ITA
Maurizio Ragazzi G 1964 190 ITA
Maurizio Pedretti 1961 ITA
Pietro Generali A/C 1958 207 ITA
Moris Masetti 1963 ITA
Maurizio Ferro G 1959 192 ITA
Francesco Cantamessi 1958 ITA
Aza Nikolic All JUG

 

Partite della stagione

statistiche di squadra

 

Frederick a segno da sotto contro il capolista Banco di Roma

 

Dopo la sfortuna e le mezze delusioni (gli ottimisti potrebbero chiamarli mezzi successi) dell'anno prima, Nikolic prende in mano le redini della squadra a tempo pieno e con totale e unica responsabilità. "Nell'anno di Meneghin, Peterson trova Nikolic" con questo titolo Giganti del Basket presenta il nuovo campionato, il 60° del basket italiano. Il Billy di Peterson compie il colpo del secolo portando a Milano Dino Meneghin, il più grande giocatore della storia del basket nostrano ma Bologna risponde ingaggiando il coach più vincente degli anni '70. I problemi della stagione passata derivano proprio dalla confusione sulla panchina: prima Zuccheri, poi Zuccheri/Nikolic, poi Nikolic/Ranuzzi. Insomma è difficile raggiungere dei traguardi nei continui rivolgimenti tecnici e nell'alternarsi delle persone. Altri nei erano: il ruolo di pivot e rimbalzista al di là del prodigarsi di Marquinho e la preparazione atletica ("o qualcuno ha delle calze troppo vecchie, o non è abituato a correre" disse sarcasticamente Nikolic dopo che al termine dei suoi primi allenamenti atletici, l'anno prima, ad alcuni giocatori comparvero delle vesciche sulle piante dei piedi) oltre ad una difesa più in linea con la strada che andava prendendo il basket italiano.

 

Viene abbandonata la via slava (i grandi campioni sono oramai pochissimi) e anche la via sudamericana percorsa per una stagione, mentre anche la strada degli ex-professionisti di gran nome, di gran fascino e di grandi costi, viene lasciata perdere non senza aver agitato a lungo lo specchietto di sua maestà Bob McAdoo. L'unica strada che rimaneva all'Avvocati Porelli era quella dei giocatori usciti dal college, ma non certo come ripiego visto che proprio da quell'enorme serbatoio negli anni passati erano arrivati nel Bel Paese giocatori del calibro di Moe, Morse, Jura, Hawes, McMillen e chi più ne ricorda più ne metta. La Virtus sceglie due giocatori di colore, entrambi referenziatissimi: il primo è Elvis Rolle, un muscoloso pivot di 2 metri e 5, accreditato di grandi doti come rimbalzista e in possesso di un buon tiro anche se non particolarmente prolifico. L'altro è Zambalist Fredrick, detto Zam, una guardia di 1,88 noto per essere stato il primo marcatore in assoluto di tutto il campionato NCAA. Zam è un grande tiratore che gli ipercritici mettono subito sotto accusa per le sue scarse attitudini difensive, mentre il problema vero, invece, sarà quello del ruolo: lui è una guardia e non certo un regista. Comunque nel gruppo dei giocatori di casa nostra come al solito le Vu nere non hanno eguali.

 

Dai cugini della Fortitudo, come previsto, è arrivato Ferro, un'altra guardia tiratrice ed è atteso a decisivi miglioramenti "Farfallino" Cantamessi, un giocatore sul quale Porelli conta molto. C'è un'altra novità, si tratta di Domenico Fantin guardia di 1,94 proveniente da Pordenone, giocatore in progresso che può diventare grandissimo in proiezione, ma diamo tempo al tempo. In maglia Virtus invece non vedremo più Charly Caglieris, che dopo sei stagioni petroniane ha finalmente dato corpo alla sua "piemontesità" e se ne è tornato all'ombra della Mole per fare grande la squadra di Torino. è partito il regista leader della formazione da sei anni e al suo posto c'è la speranza Cantamessi, il "nero" Fredrick (è una guardia tiratrice), i nuovi Ferro (è una guardia) e Fantin (è una guardia). Non saranno troppe, ci si domanda?

 

Dopo i primi risultati negativi sul banco degli imputati c'è Zam Fredrick "Si accusano gli americani, Fredrick in particolare di non essere adatti a questa Sinudyne" racconta Enrico Minazzi dalle colonne di Giganti del Basket "si scopre a novembre che Zam non sa fare il playmaker o che comunque non riesce a farlo come qualcuno vorrebbe". Si arriva anche a vociferare di una sua possibile sostituzione "Non se ne parla nemmeno taglia corto l'Avvocato Porelli ". "Giudizi sugli americani non ne do" puntualizza Nikolic "i conti li faremo solo a stagione conclusa. Per adesso lavoro con la squadra che io ho voluto". "Sono in una situazione difficile" è Zam Fredrick che dice la sua "il playmaker tira poco e si deve concentrare molto sul gioco della squadra, deve farla giocare. Ma se devo concentrarmi sul gioco della squadra poi le cose non vanno più come dovrebbero. Io posso fare due o tre cose e posso farle in una maniera che credo buona. Penso che Nikolic abbia capito benissimo quello che posso dare alla squadra; giocando con Cantamessi o qualcun altro accanto sono libero, posso fare molte più cose, soprattutto posso vedere molto meglio il canestro".

 

Naturalmente anche alla Virtus i metodi del professore Nikolic non sono digeriti da tutti con la stessa facilità. I sistemi, i carichi di lavoro e la dedizione che richiede il "diavolo bosniaco" sono pesantissimi e "all'interno della squadra si creano strani ma comprensibili meccanismi di autodifesa da parte degli italiani che apprezzano il lavoro del professore" racconta Enrico Minazzi su i Giganti "che concordano sulla sua bravura ma che non accettano il suo duro modo di agire in palestra; o che addirittura non riescono a capirlo quando li sollecita ad un maggior lavoro e anziché reagire con impegno accentuato si siedono 'tradendo' in questo modo la filosofia del professore". "è un allenatore molto bravo" aggiunge Zam Fredrick "capisce molto il basket e soprattutto sa sempre tutto quello che sta per succedere: prevede sempre tutto. Per me comunque è stato veramente difficile digerire i suoi metodi di allenamento. Negli Stati Uniti non ero proprio abituato a lavorare così tanto. Ho telefonato al mio coach all'università, pensava che scherzassi quando gli ho detto il carico di lavoro che svolgo a Bologna".

 

Bene o male, la Sinudyne arriva ai play-offs saltando gli ottavi di finale. Nei quarti trova subito un brutto cliente: la Squibb di Bianchini. Il primo incontro a Cantù vede vincitrice la squadra di casa (90-87), il secondo a Bologna vede la Virtus impattare il risultato (83-80) con qualche apprensione. Si va alla bella che diventa uno degli incontri di play-off più tirati, drammatici, affascinanti della storia della nuova formula. L'imprevedibile armata di Nikolic passa a Cantù contro i Campioni d'Europa che ci tenevano moltissimo a centrare un'accoppiata prestigiosa, dopo due tempi supplementari (102-100) e molte polemiche da parte dell'Evangelista Bianchini sull'arbitraggio. In questa occasione si scatena Nikolic che con 38 punti trascina la Sinudyne alle semifinali dopo un triplice confronto che ha dimostrato ancora una volta una singolare tendenza della Virtus: se non soffre fino in fondo non si diverte a vincere. Il turno di semifinale parte da Pesaro dove il primo incontro a "difese allegre" tra maestro e allievo sulle panchine opposte (Nikolic e Skansi), termina a favore di quest'ultimo 115-105. Il ritorno al palasport di piazzale Azzarita è tiratissimo ma alla fine i bianconeri hanno la meglio di 4 lunghezze (83-79). Si va dunque alla bella dove i marchigiani, favoriti per il titolo, vengono graziosamente omaggiati di una partita che sembrava già nelle mani della Sinudyne. SOno i giocatori di Nikolic che sciaguratamente sbagliano le cose decisive nei momenti decisivi. La Virtus è dunque fuori. Per la prima volta dopo 6 anni consecutivi la Vu nere non saranno protagoniste della finale per lo scudetto.

 

Il titolo se lo giocano la Scavolini e i milanesi di Dan Peterson e di capitan Benevelli, Kicanovic, Sylvester, Magnifico, Zampolini, Bouie e compagnia non sono una squadra, o per lo meno non lo sono come hanno dimostrato di esserlo invece D'Antoni, Meneghin, Gianelli, Ferracini e Boselli che espugnano Pesaro al primo incontro e poi strappano con le unghie un risultato che sembrava sfuggire al palazzone di Milano, davanti a 15mila persone impazzite di gioia per un successo che vale la seconda stella. Anche a Milano, come a Bologna, per far tornare lo scudetto (sotto le due Torri dopo 20 anni, all'ombra del Duomo dopo 10 anni) c'è voluto un piccolo grande uomo: Dan Peterson.

 

Finito il campionato cominciano ovviamente le analisi, le recriminazioni. "Chi non si capisce più cosa abbia in mente" è Dario Colombo direttore dei Giganti del Basket che scrive "è Gianluigi Porelli signore e padrone della Sinudyne che anche quest'anno ha 'rischiato' di arrivare alla finalissima... Rotto in anticipo quello che fino allo scorso settembre sembrava destinato a diventare il matrimonio del secolo (quello con Nikolic) adesso - come dice giustamente Aldo Giordani - Porelli per fare meglio dovrebbe solo ingaggiare John Wooden o giù di lì. Che Nikolic abbia sbagliato qualche mossa, soprattutto sul piano psicologico, non c'è alcun dubbio. Se Nikolic dice che la sua squadra non difende, alla fin fine non fa nemmeno lui una bella figura visto che è lui che dovrebbe farla difendere. Certo, in campo poi ci vanno i giocatori... Però Porelli non poteva nemmeno pretende che i frutti del lavoro di Nikolic, in una squadra rinnovata per metà - e proprio nei punti chiave - si potessero vedere subito. Vien proprio da pensare che se anche Nikolic ha fallito, non tanto sul piano dei risultati, quanto su quello della costruzione di una squadra degna di questo nome, qualche cosa di storto ci sia proprio nei giocatori... Anche qui sono anni che Porelli dichiara che non privilegerà più i giocatori italiani nelle scelte estive (e cioè non cambio gli americani se rompon le balle gli italiani) eppoi ci si ritrova con le stesse facce e con gli stessi problemi di quando c'era Cosic, di quando c'era Roche, di adesso che c'è Fredrick. E Allora?". E allora crediamo che in casa Virtus ci si sia accorti, al di là delle valutazioni sin qui fatte, di una cosa. Una squadra non si costruisce senza un vero playmaker. Forse la valutazione su Fredrick era stata affrettata se non sbagliata. Fatto sta che la squadra della stagione negativamente conclusa, aveva un solo regista, Cantamessi, il quale non ha confermato tutto ciò che ci si attendeva da lui, fors'anche oppresso da questa responsabilità, e tre guardie. Forse l'errore è da ricercare proprio lì.

 

tratto da "Virtus - cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 

Villalta durante il derby. Alle sue spalle si intravede Frederick

 

Con Nikolic si volta pagina. Via Caglieris e Valenti, restano solo Villalta, Bonamico e Generali cui si aggiungono Fantin, Ferro e una coppia di colore, Fredrick gran fromboliere e Rolle valido pivot. Squadra giovanissima con conseguenti pregi e difetti. Disagevole inoltre risalire nei play-offs partendo da un 5° posto. E così dopo 5 finali consecutive, nella bella di Pesaro è Zampolini a 4'' dalla fine a silurare la Virtus in semifinale. Idem in Coppa per mano del Real Madrid.

 

tratto da "100MILA CANESTRI - Storia statistica della Virtus Pallacanestro" di Renato Lemmi Gigli

 

Rolle a rimbalzo nella semifinale scudetto, persa contro la Scavolini

 

SINUDYNE A TESTA BEN ALTA

di Naro De Gladio – Superbasket – 13/05/82

 

Per un punto, per l'ultimo tiro degli avversari a quattro secondi dalla fine, la Sinudyne ha dovuto rinunciare alla disputa delle finali tricolori. Il lavoro di Asa Nikolic è stato esemplare, e condotto con una mostruosa puntualità; dopo nove mesi esatti di fatiche in palestra, la squadra felsinea era giunta al suo “optimum” attuale per l'appuntamento decisivo. Fu in tutto e per tutto sullo stesso piano degli avversari. Proprio nell'anno in cui veniva a mancare l'unico “play” della squadra, è riuscito al diavolo bosniaco di portare ugualmente la Sinudyne in un crescendo eccellente ad un soffio dalla clamorosa, sensazionale qualificazione per l'atto conclusivo del campionato. Sì, per la prima volta la Sinudyne non è andata in finale, sì, la cabala (che voleva la quinta classificata della prima fase sempre presente nella finalissima) è stata quest'anno smentita dai fatti; ma resta ugualmente negli occhi la superba prova di carattere ed anche di efficienza tecnica fornita dalla squadra bolognese in quell'ultimo sfortunato e “impossibile” atto della sua stagione. Chissà dove mai potrà arrivare questa squadra se potrà essere conservata alla guida del suo timoniere, confermatosi anche in quest'annata ben pari alla sua fama e ai risultati che ha conquistato.

Certo, senza un “play” in campo, senza un uomo che faccia eseguire al quintetto le disposizioni del coach, sgolarsi in panchina non serve, e accade sempre di dover vedere che i palloni decisivi vengono buttati al vento, o che si tira da metà campo, col pivot, il pallone che poteva dare il k.o... Comunque, tutti coloro che sono sportivi, tutti coloro che non sono accecati dal tifo, debbono riconoscere che la Sinudyne è uscita di scena a testa ben alta, dopo aver sfiorato il colpo a sensazione sul campo della prima in classifica, e dopo essersi tenuta sullo stesso piano della sua avversaria. A Pesaro la Sinudyne uscì battuta nel punteggio, ma non piegata e tanto meno umiliata.

Una squadra che era andata in cessione e quindi in incasso, si è tenuta sullo stesso piano di un'avversaria che aveva viceversa investito un miliardo. A Pesaro, come tutti hanno veduto, la Sinudyne avrebbe potuto vincere: ha deciso una palla, un passaggio, un tiro, un personale. La Sinudyne fu stolida solo allorché consentì all'avversaria un parziale di dieci a zero, ma fu grande quando riuscì a rimontare dieci lunghezze di svantaggio. I giocatori che nello spogliatoio piangevano, avevano lacrime di rabbia e di disappunto, come sempre accade quando si sfiora soltanto, senza riuscire a ghermirla, una prodezza di grandi proporzioni che non sarebbe immeritata e che era a portata di mano. Ancor sofferenti per il gran spavento provato, davano atto della eccellente prova felsinea i capi della squadra vittoriosa, certamente superiore nell'arco dell'intera stagione, ma non più che sullo stesso piano nei quaranta minuti dello scontro decisivo. Del resto, il basket è questo, e come tale va apprezzato. La Sinudyne aveva vinto l'anno scorso a Pesaro per un punto con un fortunoso canestro di Villalta dall'angolo (un tiro di sghimbescio, che fu documentato dalla televisione); aveva vinto quest'anno dopo due supplementari a Cantù perché era stata graziata da Flowers, e perché l'ultimo canestro della Squibb era giunto un attimo dopo il fischio. Successivamente, a Pesaro, il “canestro dell'anno” (quello che può cambiar volto al basket del prossimo lustro) è giunto inesorabile da Zampolini a quattro secondi dal termine. Per quattro secondi, per un punto, dopo nove mesi di sudore (nessun'altra squadra ha lavorato tanto) le Vu nere non sono finaliste, e hanno lasciato la rumba dello scudetto, in quella che esse considerano la vera finale. Quali che siano le decisioni del domani-Sinudyne (e tutti si augurano che siano ispirate) resta negli occhi la prova certamente ammirevole offerta sull'ultima spiaggia. Una prova che ha confermato la saldezza di una società, la bravura di un allenatore, e la classe dei singoli giocatori. Non si perde per un punto a Pesaro contro una Scavolini scatenata, se non si appartiene al Gotha del basket. Resta il rammarico per i pochi che alla fine vollero rovinare una grande dimostrazione di “basket-thrilling”. Ma vale sempre la massima del vecchio allenatore toscano: “Non ti curar di lor, ma guarda e passai!”.