|
|
homepage
Virtus
gioc. italiani
gioc. stranieri
tecnici
dirigenti
sponsor
tifosi
stagioni
palmares
classifiche
il derby
case
libri
links
contatti |
|

STAGIONE 1981/82
SINUDYNE BOLOGNA
Serie A1: 5a classificata su 14 squadre
(15-26)
Seconda fase: 5a classificata su 14 squadre
(4-6)
Play-off: semifinalista (5-8)
Coppa delle Coppe: semifinalista
(4-8)
Partite
della stagione
statistiche di squadra

Frederick a segno da sotto contro il capolista Banco di Roma
Dopo la sfortuna e le mezze delusioni (gli
ottimisti potrebbero chiamarli mezzi successi) dell'anno prima, Nikolic prende in mano le redini della squadra
a tempo pieno e con totale e unica responsabilità. "Nell'anno di Meneghin, Peterson trova
Nikolic" con questo titolo Giganti del Basket presenta il nuovo
campionato, il 60° del basket italiano. Il Billy di Peterson compie il colpo del secolo portando a
Milano Dino Meneghin, il più grande giocatore della storia del basket
nostrano ma Bologna risponde ingaggiando il coach più vincente degli anni
'70. I problemi della stagione passata derivano proprio dalla confusione
sulla panchina: prima Zuccheri, poi Zuccheri/Nikolic,
poi Nikolic/Ranuzzi.
Insomma è difficile raggiungere dei traguardi nei continui rivolgimenti
tecnici e nell'alternarsi delle persone. Altri nei erano: il ruolo di pivot
e rimbalzista al di là del prodigarsi di
Marquinho e la preparazione atletica ("o qualcuno ha delle calze troppo
vecchie, o non è abituato a correre" disse sarcasticamente Nikolic dopo che al termine dei suoi primi
allenamenti atletici, l'anno prima, ad alcuni giocatori comparvero delle
vesciche sulle piante dei piedi) oltre ad una difesa più in linea con la
strada che andava prendendo il basket italiano.
Viene abbandonata la via slava (i grandi
campioni sono oramai pochissimi) e anche la via sudamericana percorsa per
una stagione, mentre anche la strada degli ex-professionisti di gran nome,
di gran fascino e di grandi costi, viene lasciata perdere non senza aver
agitato a lungo lo specchietto di sua maestà Bob McAdoo. L'unica strada che
rimaneva all'Avvocati Porelli era quella dei
giocatori usciti dal college, ma non certo come ripiego visto che proprio da
quell'enorme serbatoio negli anni passati erano arrivati nel Bel Paese
giocatori del calibro di Moe, Morse, Jura, Hawes,
McMillen e chi più ne ricorda più ne metta. La Virtus sceglie due
giocatori di colore, entrambi referenziatissimi: il primo è Elvis Rolle, un muscoloso pivot di 2 metri e 5,
accreditato di grandi doti come rimbalzista e in possesso di un buon tiro
anche se non particolarmente prolifico. L'altro è
Zambalist Fredrick, detto Zam, una guardia di 1,88 noto per essere stato
il primo marcatore in assoluto di tutto il campionato NCAA. Zam è un grande
tiratore che gli ipercritici mettono subito sotto accusa per le sue scarse
attitudini difensive, mentre il problema vero, invece, sarà quello del
ruolo: lui è una guardia e non certo un regista. Comunque nel gruppo dei
giocatori di casa nostra come al solito le Vu nere non hanno eguali.
Dai cugini della Fortitudo, come previsto, è
arrivato Ferro, un'altra guardia tiratrice ed è
atteso a decisivi miglioramenti "Farfallino"
Cantamessi, un giocatore sul quale Porelli
conta molto. C'è un'altra novità, si tratta di
Domenico Fantin guardia di 1,94 proveniente da Pordenone, giocatore in
progresso che può diventare grandissimo in proiezione, ma diamo tempo al
tempo. In maglia Virtus invece non vedremo più
Charly Caglieris, che dopo sei stagioni petroniane ha finalmente dato
corpo alla sua "piemontesità" e se ne è tornato all'ombra della Mole per
fare grande la squadra di Torino. è
partito il regista leader della formazione da sei anni e al suo posto c'è la
speranza Cantamessi, il "nero" Fredrick (è una guardia tiratrice), i nuovi Ferro (è una guardia) e
Fantin (è una guardia). Non saranno troppe, ci si domanda?
Dopo i primi risultati negativi sul banco
degli imputati c'è Zam Fredrick "Si accusano
gli americani, Fredrick in particolare di non
essere adatti a questa Sinudyne" racconta Enrico Minazzi dalle colonne di
Giganti del Basket "si scopre a novembre che Zam non sa fare il
playmaker o che comunque non riesce a farlo come qualcuno vorrebbe". Si
arriva anche a vociferare di una sua possibile sostituzione "Non se ne parla
nemmeno taglia corto l'Avvocato Porelli ".
"Giudizi sugli americani non ne do" puntualizza
Nikolic "i conti li faremo solo a stagione conclusa. Per adesso lavoro
con la squadra che io ho voluto". "Sono in una situazione difficile" è Zam Fredrick che dice la sua "il playmaker
tira poco e si deve concentrare molto sul gioco della squadra, deve farla
giocare. Ma se devo concentrarmi sul gioco della squadra poi le cose non
vanno più come dovrebbero. Io posso fare due o tre cose e posso farle in una
maniera che credo buona. Penso che Nikolic
abbia capito benissimo quello che posso dare alla squadra; giocando con Cantamessi o qualcun altro accanto sono
libero, posso fare molte più cose, soprattutto posso vedere molto meglio il
canestro".
Naturalmente anche alla Virtus i metodi del
professore Nikolic non sono digeriti da tutti
con la stessa facilità. I sistemi, i carichi di lavoro e la dedizione che
richiede il "diavolo bosniaco" sono pesantissimi e "all'interno della
squadra si creano strani ma comprensibili meccanismi di autodifesa da parte
degli italiani che apprezzano il lavoro del professore" racconta Enrico
Minazzi su i Giganti "che concordano sulla sua bravura ma che non
accettano il suo duro modo di agire in palestra; o che addirittura non
riescono a capirlo quando li sollecita ad un maggior lavoro e anziché
reagire con impegno accentuato si siedono 'tradendo' in questo modo la
filosofia del professore". "è
un allenatore molto bravo" aggiunge Zam Fredrick
"capisce molto il basket e soprattutto sa sempre tutto quello che sta per
succedere: prevede sempre tutto. Per me comunque è stato veramente difficile
digerire i suoi metodi di allenamento. Negli Stati Uniti non ero proprio
abituato a lavorare così tanto. Ho telefonato al mio coach all'università,
pensava che scherzassi quando gli ho detto il carico di lavoro che svolgo a
Bologna".
Bene o male, la Sinudyne arriva ai play-offs
saltando gli ottavi di finale. Nei quarti trova subito un brutto cliente: la
Squibb di Bianchini. Il primo incontro a
Cantù vede vincitrice la squadra di casa (90-87), il secondo a Bologna vede
la Virtus impattare il risultato (83-80) con qualche apprensione. Si va alla
bella che diventa uno degli incontri di play-off più tirati, drammatici,
affascinanti della storia della nuova formula. L'imprevedibile armata di Nikolic passa a Cantù contro i Campioni
d'Europa che ci tenevano moltissimo a centrare un'accoppiata prestigiosa,
dopo due tempi supplementari (102-100) e molte polemiche da parte dell'Evangelista
Bianchini sull'arbitraggio. In questa occasione si scatena Nikolic che con 38 punti trascina la Sinudyne
alle semifinali dopo un triplice confronto che ha dimostrato ancora una
volta una singolare tendenza della Virtus: se non soffre fino in fondo non
si diverte a vincere. Il turno di semifinale parte da Pesaro dove il primo
incontro a "difese allegre" tra maestro e allievo sulle panchine opposte (Nikolic
e Skansi), termina a favore di quest'ultimo 115-105. Il ritorno al palasport
di piazzale Azzarita è tiratissimo ma alla fine i bianconeri hanno la meglio
di 4 lunghezze (83-79). Si va dunque alla bella dove i marchigiani, favoriti
per il titolo, vengono graziosamente omaggiati di una partita che sembrava
già nelle mani della Sinudyne. SOno i giocatori di
Nikolic che sciaguratamente sbagliano le cose decisive nei momenti
decisivi. La Virtus è dunque fuori. Per la prima volta dopo 6 anni
consecutivi la Vu nere non saranno protagoniste della finale per lo
scudetto.
Il titolo se lo giocano la Scavolini e i
milanesi di Dan Peterson e di capitan
Benevelli, Kicanovic, Sylvester, Magnifico, Zampolini, Bouie e compagnia non
sono una squadra, o per lo meno non lo sono come hanno dimostrato di esserlo
invece D'Antoni, Meneghin, Gianelli, Ferracini
e Boselli che espugnano Pesaro al primo incontro e poi strappano con le
unghie un risultato che sembrava sfuggire al palazzone di Milano, davanti a
15mila persone impazzite di gioia per un successo che vale la seconda
stella. Anche a Milano, come a Bologna, per far tornare lo scudetto (sotto
le due Torri dopo 20 anni, all'ombra del Duomo dopo 10 anni) c'è voluto un
piccolo grande uomo: Dan Peterson.
Finito il campionato cominciano ovviamente le
analisi, le recriminazioni. "Chi non si capisce più cosa abbia in mente" è
Dario Colombo direttore dei Giganti del Basket che scrive "è Gianluigi Porelli signore e padrone della
Sinudyne che anche quest'anno ha 'rischiato' di arrivare alla finalissima...
Rotto in anticipo quello che fino allo scorso settembre sembrava destinato a
diventare il matrimonio del secolo (quello con
Nikolic) adesso - come dice giustamente Aldo Giordani - Porelli per fare meglio dovrebbe solo
ingaggiare John Wooden o giù di lì. Che Nikolic
abbia sbagliato qualche mossa, soprattutto sul piano psicologico, non c'è
alcun dubbio. Se Nikolic dice che la sua
squadra non difende, alla fin fine non fa nemmeno lui una bella figura visto
che è lui che dovrebbe farla difendere. Certo, in campo poi ci vanno i
giocatori... Però Porelli non poteva nemmeno
pretende che i frutti del lavoro di Nikolic, in
una squadra rinnovata per metà - e proprio nei punti chiave - si potessero
vedere subito. Vien proprio da pensare che se anche
Nikolic ha fallito, non tanto sul piano dei risultati, quanto su quello
della costruzione di una squadra degna di questo nome, qualche cosa di
storto ci sia proprio nei giocatori... Anche qui sono anni che Porelli dichiara che non privilegerà più i
giocatori italiani nelle scelte estive (e cioè non cambio gli americani se
rompon le balle gli italiani) eppoi ci si ritrova con le stesse facce e con
gli stessi problemi di quando c'era Cosic, di
quando c'era Roche, di adesso che c'è Fredrick. E Allora?". E allora crediamo che in
casa Virtus ci si sia accorti, al di là delle valutazioni sin qui fatte, di
una cosa. Una squadra non si costruisce senza un vero playmaker. Forse la
valutazione su Fredrick era stata affrettata
se non sbagliata. Fatto sta che la squadra della stagione negativamente
conclusa, aveva un solo regista, Cantamessi,
il quale non ha confermato tutto ciò che ci si attendeva da lui, fors'anche
oppresso da questa responsabilità, e tre guardie. Forse l'errore è da
ricercare proprio lì.
tratto da "Virtus
- cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

Villalta durante il derby. Alle sue spalle si intravede
Frederick
Con Nikolic si volta pagina. Via Caglieris e Valenti, restano solo
Villalta,
Bonamico e
Generali cui si aggiungono Fantin, Ferro e una coppia di colore,
Fredrick gran fromboliere e Rolle valido
pivot. Squadra giovanissima con conseguenti pregi e difetti. Disagevole
inoltre risalire nei play-offs partendo da un 5° posto. E così dopo 5 finali
consecutive, nella bella di Pesaro è Zampolini a 4'' dalla fine a silurare
la Virtus in semifinale. Idem in Coppa per mano del Real Madrid.
tratto da "100MILA CANESTRI -
Storia statistica della Virtus Pallacanestro" di Renato Lemmi Gigli

Rolle a rimbalzo nella semifinale scudetto, persa contro la
Scavolini
SINUDYNE
A TESTA BEN ALTA
di
Naro De Gladio – Superbasket – 13/05/82
Per un punto, per l'ultimo
tiro degli avversari a quattro secondi dalla fine, la Sinudyne ha dovuto
rinunciare alla disputa delle finali tricolori. Il
lavoro di Asa Nikolic è stato esemplare, e
condotto con una mostruosa puntualità; dopo nove mesi esatti di fatiche in
palestra, la squadra felsinea era giunta al suo “optimum” attuale per
l'appuntamento decisivo. Fu in tutto e per tutto sullo stesso piano degli
avversari. Proprio nell'anno in cui veniva a mancare l'unico “play” della
squadra, è riuscito al diavolo bosniaco di portare ugualmente la Sinudyne in
un crescendo eccellente ad un soffio dalla clamorosa, sensazionale
qualificazione per l'atto conclusivo del campionato. Sì, per la prima volta
la Sinudyne non è andata in finale, sì, la cabala (che voleva la quinta
classificata della prima fase sempre presente nella finalissima) è stata
quest'anno smentita dai fatti; ma resta ugualmente negli occhi la superba
prova di carattere ed anche di efficienza tecnica fornita dalla squadra
bolognese in quell'ultimo sfortunato e “impossibile” atto della sua
stagione. Chissà dove mai potrà arrivare questa squadra se potrà essere
conservata alla guida del suo timoniere, confermatosi anche in quest'annata
ben pari alla sua fama e ai risultati che ha conquistato.
Certo, senza un “play” in
campo, senza un uomo che faccia eseguire al quintetto le disposizioni del
coach, sgolarsi in panchina non serve, e accade sempre di dover vedere che i
palloni decisivi vengono buttati al vento, o che si tira da metà campo, col
pivot, il pallone che poteva dare il k.o... Comunque, tutti coloro che sono
sportivi, tutti coloro che non sono accecati dal tifo, debbono riconoscere
che la Sinudyne è uscita di scena a testa ben alta, dopo aver sfiorato il
colpo a sensazione sul campo della prima in classifica, e dopo essersi
tenuta sullo stesso piano della sua avversaria. A Pesaro la Sinudyne uscì
battuta nel punteggio, ma non piegata e tanto meno umiliata.
Una squadra che era andata
in cessione e quindi in incasso, si è tenuta sullo stesso piano di
un'avversaria che aveva viceversa investito un miliardo. A Pesaro, come
tutti hanno veduto, la Sinudyne avrebbe potuto vincere: ha deciso una palla,
un passaggio, un tiro, un personale. La Sinudyne fu stolida solo allorché
consentì all'avversaria un parziale di dieci a zero, ma fu grande quando
riuscì a rimontare dieci lunghezze di svantaggio. I giocatori che nello
spogliatoio piangevano, avevano lacrime di rabbia e di disappunto, come
sempre accade quando si sfiora soltanto, senza riuscire a ghermirla, una
prodezza di grandi proporzioni che non sarebbe immeritata e che era a
portata di mano. Ancor sofferenti per il gran spavento provato, davano atto
della eccellente prova felsinea i capi della squadra vittoriosa, certamente
superiore nell'arco dell'intera stagione, ma non più che sullo stesso piano
nei quaranta minuti dello scontro decisivo. Del resto, il basket è questo, e
come tale va apprezzato. La Sinudyne aveva vinto l'anno scorso a Pesaro per
un punto con un fortunoso canestro di Villalta
dall'angolo (un tiro di sghimbescio, che fu documentato dalla televisione);
aveva vinto quest'anno dopo due supplementari a Cantù perché era stata
graziata da Flowers, e perché l'ultimo canestro della Squibb era giunto un
attimo dopo il fischio. Successivamente, a Pesaro, il “canestro dell'anno”
(quello che può cambiar volto al basket del prossimo lustro) è giunto
inesorabile da Zampolini a quattro secondi dal termine. Per quattro secondi,
per un punto, dopo nove mesi di sudore (nessun'altra squadra ha lavorato
tanto) le Vu nere non sono finaliste, e hanno lasciato la rumba dello
scudetto, in quella che esse considerano la vera finale. Quali che siano le
decisioni del domani-Sinudyne (e tutti si augurano che siano ispirate) resta
negli occhi la prova certamente ammirevole offerta sull'ultima spiaggia. Una
prova che ha confermato la saldezza di una società, la bravura di un
allenatore, e la classe dei singoli giocatori. Non si perde per un punto a
Pesaro contro una Scavolini scatenata, se non si appartiene al Gotha del
basket. Resta il rammarico per i pochi che alla fine vollero rovinare una
grande dimostrazione di “basket-thrilling”. Ma vale sempre la massima del
vecchio allenatore toscano: “Non ti curar di lor, ma guarda e passai!”.
|