homepage

 

Virtus

 

gioc. italiani

gioc. stranieri

tecnici

dirigenti

sponsor

tifosi

 

stagioni

palmares

classifiche

il derby

 

case

libri

links

contatti

 

 

 

Caglieris, Cantamessi, Martini, VIllalta, Marquinho, Generali, Bonamico, Porto, McMillian, Valenti

 

STAGIONE 1980/81

 

SINUDYNE BOLOGNA

Serie A1: 5a classificata su 14 squadre (16-26)

Seconda fase: 5a classificata su 14 squadre (3-6)

Play-off: finalista (7-9)

Coppa Europa dei Campioni: 1a classificata nel girone finale, finalista (13-17)

 

N. nome ruolo anno cm naz note
4 Carlo Caglieris P 1951 178 ITA
5 Piero Valenti P 1956 183 ITA
6 Francesco Cantamessi 1958 ITA
9 Mario Martini A 1954 200 ITA
12 Pietro Generali A/C 1958 207 ITA
10 Renato Villalta A 1955 204 ITA
11 Marcos Leite C 1952 211 BRA
13 Mario Porto 1959 ITA
14 Jim McMillian G 1948 198 USA
15 Marco Bonamico A 1957 200 ITA
Marco Tirel 1962 ITA
Augusto Conti 1963 ITA
Augusto Binelli C 1964 211 ITA
Ferdinando Possemato 1962 ITA
Ettore Zuccheri All ITA fino 1l 11/01/81

Renzo Ranuzzi

All

ITA

dal 12/01/81

 

Partite della stagione

statistiche di squadra

 

 

Giganti del Basket ottobre 1980

 

Campionato o Coppa? Questo atroce dilemma che  attanaglia la tifoseria bianconera non crediamo turbi il sonno dei dirigenti e dei tecnici della Virtus Sinudyne, vista la disarmante tranquillità e la prontezza nelle risposte fornite dalla società ogni qualvolta si affronta questo argomento. “Non crediamo in una scelta prioritaria fra campionato e Coppa dei Campioni” afferma il general manager Mancaruso “sicuri della nostra forza, senza false modestie, ma sempre con i piedi perennemente attaccati al suolo, si dovrà sempre giocare al meglio (contro di noi tutte le squadre per orgoglio vorranno vincere) con chicchessia, domenica dopo domenica, secondo il credo dell'allenatore, senza facili illusioni o tracotanti chimere. La Sinudyne è nel lotto delle favorite ed ovviamente miriamo ad entrare nei play-off, poi vedremo il da farsi; nell'altro discorso quello europeo, cercheremo di fare meglio dell'anno scorso; la fortuna di aver scelto i migliori, ci consente di sperare in un cammino proficuo, pur consapevoli delle molteplici difficoltà (le trasferte a lungo chilometraggio, la mancanza a volte del tempo necessario al recupero, e non ultimo il rientro dei colossi sovietici)”. La squadra si presenta al campionato 80/81 leggermente modificata. Nel capitolo stranieri Jim McMillian non si discute: l'anno scorso, erroneamente considerato “sotto la doccia” visti i suoi trascorsi nei pro, è stato determinante nel successo in campionato, per il suo stile e classe cristallina, e non comuni doti di tiratore e mastino in difesa (vero Dalipagic?); accanto a lui, dopo la partenza di Cosic, ritornato alla natia Jugo, era necessario scegliere un giocatore che non togliesse spazio alla formidabile batteria di italiani che compone il team virtussino. Viste le insipide scelte che il mercato americano offriva, è arrivato così Leite Marquinho, brasiliano di 2,08, dalle referenze più che positive raccolte alle Olimpiadi moscovite con la nazionale carioca e a conoscenza del clima del campionato italico, avendo militato per due anni nell'Emerson Genova. Inoltre nel modulo-Virtus il sudamericano rappresenta un'alternativa a Cosic sufficientemente vicina per non dover modificare radicalmente schemi e concezioni di gioco: forse mancherà quest'anno quel pizzico di fantasia… che solo Kreso sapeva infondere, ma sicuramente si conquisterà un numero maggiore di rimbalzi (specialmente offensivi) lasciando inalterato il potenziale al tiro dei tricolori. Il parco giocatori italiani è come abbiamo già affermato, dei migliori, forse il più competitivo. Nel reparto guardie, spicca il genio di Charlie Caglieris, che forse vorrà far ricredere qualcuno per l'esclusione dalle Olimpiadi, mentre le “riserve” Valenti e Cantamessi confermeranno le ipotesi che li vorrebbero titolari in tante formazioni della A. Dopo dieci anni, fra le ali bianconere non troviamo più il nome di Gianni Bertolotti, ceduto alla Fortitudo (“Il nostro capitano voleva giocare” precisa Mancaruso”e noi abbiamo voluto accontentarlo, vista anche la profondo stima che gli portiamo e la possibilità di avere la guardia Ferro, che il prossimo anno vestirà la nostra maglia”). Ma non si è certo indebolito il settore, visto il terzo ritorno di Marco Bonamico (speriamo sia quello buono) e Martini, combattenti di razza: eccezionale sesto uomo in Nazionale, che cercherà di guadagnarsi il posto in starting-five e determinante cambio il secondo per ogni frangente e nelle partite da vincere ad ogni costo. Villalta, Generali, Porto: quale altra squadra italiana può vantare una simile batteria di lunghi? Due nazionali ed un giovane (che ha fatto esperienza per due anni nella serie cadetta a Imola e Montebelluna) che non teme certo il confronto con una coppia che a Mosca ha fatto cose egregie soprattutto nella finalissima con i plavi dell'ex compagno mormone. Come giocheranno quest'anno questi dieci tricolori? Giriamo la domanda al neo coach, Ettore Zuccheri, erede naturale di Driscoll dopo la partenza di quest'ultimo: “Proseguo nel lavoro già intrapreso insieme a Terry nelle passate stagioni, perché lo ritengo ancora il più idoneo alla nostra squadra. Stiamo solo cercando di curare alcuni importanti particolari, che erano stati accantonati l'anno scorso per atti contingenti, quali il contropiede, una veloce manovra di rimessa che è doveroso attuare con simili giocatori, ma soprattutto un assiduo allenamento per perfezionare la nostra tecnica di rimbalzo, in primis quello d'attacco. L'anno scorso avevamo Generali, quest'anno potremo contare anche su Bonamico e Leite”.

 


 

SINUDYNE INCUBO E TORMENTO

di Oscar Eleni - Superbasket - 23/10/80

 

Mi hanno chiamato in alto, molto in alto. Vieni e prevedi il futuro. Come finirà la stagione della Sinudyne? Ve lo dico subito, santità, se avere pazienza. Intanto alla notte io sogno spesso Porelli e fuggo per il Naviglio inseguito da Caglieris, Villalta, l'esercito dei bravi ragazzi cestofanti a cui impedisco un sano procedere della carriera con qualche nota critica. Non è presunzione, lo dicono loro ad amici degli amici e l'informazione rotola sempre fino alla mia scrivania con forza irresistibile.

Dunque la Sinudyne. Ho paura che non vincerà niente, nono terrorizzato dal fatto di avere alle spalle mille previsioni come questa clamorosamente sbagliate: di solito sono quelli che vincono lo scudetto a farmi mangiare chili di carta stampata male, vedrai che questa volta mi fanno ingoiare anche la lega di oro matto con cui la Fiba premia i suoi campioni. Forse esagero. Sento di avere dentro l'informazione giusta. Sì, in questi casi contano anche i sogni e poi gli dei non saranno sempre dalla parte opposta alla mia, va bene che le sconfitte fortificano ed è nella disgrazia che si vedono gli uomini, però mi sono stancato di dover essere sempre il primo ad alzare bandiera bianca.

Non credo in questa Sinudyne dal primo giorno, non dalla prima sconfitta. Sono addolorato per Ettore Zuccheri a cui un amico che scrive sul "Giorno", per consolazione, ha mandato questo messaggio: "Se ha vinto due titoli Driscoll, tu che sei più allenatore di lui avrai sicuramente successo".

Ho affetto per Saccarina, deliravo per il suo modo di recitare basket quando era in campo, come essere umano gli farei subito avere il passaporto per la "fontana dei limpidi" che su questa crosta maledetta è regno per pochissima gente. Volendo essere giusti bisognerebbe aggiungere alle note di Grigoletti che hanno vinto coppe e titoli personaggi anche meno bravi di Terry Driscoll e per questo non ci dovrebbe essere timore. Invece mi sembra il caso di sentire dentro sensazioni diverse, partendo da questa sentenza rubiniana, cioè scaturita dal cervello di un uomo che ha vinto proprio tutto e si è ripetuto almeno diciassette volte: gli allenatori possono soltanto rovinare una buona squadra, se sono bravi la tengono sui binari per arrivare al successo, il 70 per cento è in mano ai giocatori, il 10 alle fortune, il 20 al tecnico.

Ora bisogna dire che il settanta per cento della carte che ha in mano Ettore Zuccheri non è certamente uguale a quello che possedeva Driscoll. Bonamico e Marquinho viaggiano due note sotto Bertolotti, anche quello inguardabile dell'ultima stagione, e Creso Cosic il vescovo che si amministrava inventando scuse per allenarsi meno di altri, facendo scoppiare la rivolta dei cattivi e, purtroppo, anche dei buoni. Stimare un giocatore, avere applaudito un brasiliano, apprezzato qualche volta il nostro marine genovese ingannato dagli adulatori e scopertosi pessimo difensore e discreto attaccante quando lui pensava esattamente il contrario, non vuol dire perdere l'esatta dimensione della realtà.

Questa Sinudyne che difendeva male ieri continuerà a farlo domani e in attacco, pur avendo bombardieri per novanta punti fissi, si troverà spesso ad avere la necessità di cercare anche oltre questa linea rossa per vincere una partita. Negarsi l'idea che la Sinudyne carrozzata Zuccheri vale meno dell'ultima che ha vinto il titolo e, forse, anche di quella che, due anni fa, agguantò lo scudetto con Owen Wells sarebbe ipocrisia. è la voragine difensiva quella che spaventa anche se a questo nessuno può credere. Certo, lasciamo in pace Marquinho, ci mancherebbe altro, troppo comodo scarica su di lui responsabilità che, casomai, saranno collettive. Piuttosto domandiamoci perché la Sinudyne di oggi non poteva essere diversa da quella che vediamo in campo, cominciamo a chiederci perché c'è stata battaglia per trattenere tutti, da Driscoll a McMillian e, invece, non è stato fatto molto per convincere Cosic che Bologna lo voleva ancora. Nell'elenco dei quesiti che non avranno mai risposta, perché Torquemada non ha fatto nulla senza averci ragionato a lungo sopra, bisognerà mettere anche quello su Haywood: lo aveva in mano e ha preferito che fossero Venezia e la Carrera a gioire di questo matrimonio. Possibile che Porelli non abbia visto l'immensità pubblicitaria, per il basket, non solo per la Sinudyne, di un assalto alla coppa con un fuoriclasse di quella portata? Allora io dico che mi si potrà convincere di tutto, accetto pettegolezzi, critiche, insulti, ma respingo chi vuole farmi credere che il nostro adoratissimo Torquemada ha tirato su le prime carte che sono uscite dal mazzo e si è messo a giocare pensando soltanto alle sue palestre. Non esiste movimento del pianeta Virtus in questi anni di regno porelliano che non sia scaturito dopo lungo ragionamento dalla stanza dei bottoni.

Allora, cari amici, vorrei portarvi nel giardino dei miei sogni per fare un certo tipo di ragionamento. Se sbaglio sparatemi, se ci azzecco pagatemi una gita a Monzuno dal toro Ugo di super Mandelli, nella tenuta Lamberti, insieme a Piero Parisini, uno che il basket ha perduto accumulando tante di quelle colpe che alla fine è quasi diventato colpevole lui.

Beh, questo non è importante adesso, torniamo al Porelli pensiero, cerchiamo di andare dentro. Chiameremo questo viaggio scoperta del razionale che sconfitto la passione, i sentimenti in attesa che sbocci un fiore tutto nuovo, impostato in maniera diversa senza "fare del casino" come direbbe l'avvocato con ogni elemento del "sistema planetario Virtus" cosciente dei propri mezzi.

L'esplorazione in questa Sinudyne ha inizio il giorno in cui Creso Cosic ha detto grazie, finisco la carriera a Zagabria. Domanda: per lui, Porelli e la Virtus erano pronti a firmare un vitalizio, possibile che il divorzio sia stato così semplice? Cosa ci nascondono?

Intanto penso che Cosic abbia sentito quella strana ostilità che spesso spingeva i suoi compagni di squadra, con ironia, con silenzi ancora più taglienti, a portare fuori dal castello tutte le notizie sui "peccati" del vescovo, uno che faceva vincere sul serio e che anche allenandosi meno, perché il suo fisico doveva essere amministrato, era sempre torre sotto la quale dovevano inchinarsi gli altri, avversari e compagni. Quando ti accorgi che questo fa male e Cosic era così geniale e sensibile d'avvertire il malanno, ecco che preferisci andartene. Verranno le smentite, ma questa idea l'ho costruita viaggiando in coppa con la Virtus e ora è ben radicata e non la cambierò.

Secondo movimento della sinfonia: Cosic come sole intorno a cui ruotare concedeva periodi di splendore e di riposo un po' a tutti. Tolto lui ecco la necessità di vedere nascere altre fonti di energia. Tocca agli italiani, alla squadra intera uscire completamente allo scoperto. Se la Sinudyne cercava nuovi leaders questo è il momento. Con ansia aspettiamo la grande regia, i tremendi rimbalzi, la superdifesa, gli spaventosi canestri. Alleluia, alleluia, canterò così il giorno in cui al Madison di piazzale Azzarita la Sinudyne mi legherà dietro il suo carro, cucendo stella e scudetto sulle maglie. La responsabilizzazione lo sapete bene è anche verifica definitiva. Fallire in questo caso vorrebbe dire bocciatura, fagottino d'insulti e ritorno ad antiche basi. Forse è per questo che la Sinudyne si muove con un certo nervosismo, preoccupata nei singoli e nel collettivo di mostrare tante cose, ma genio e tecnica non s'inventano soltanto perché c'è il desiderio di affermarsi.

Sul caso Haywood e, per qualcuno anche sul caso Dalipagic, altro uomo bloccato dalla Sinudyne, il ragionamento sconfina quasi nel sogno utopico. Il duello Simmenthal-Ignis di tanti anni ha esaltato platee esigenti però ha in un certo senso castrato il basket. I nemici di questo sport, fino a ieri, uno straniero per squadra, difendevano il loro disinteresse spiegando che tutto era troppo scontato, una minestra con i soliti ingredienti e la grande sfida finale, quella decisiva, un play-off preistorico per un paio di settimane inventava il grande basket, lasciandolo poi assopire di nuovo. Ora io non dico che Gianluigi Porelli abbia avuto un'idea così masochistica per il bene comune: vincere un altro titolo significherebbe dittatura e questo alla gente non piace, così come un buon manager sa di dover assolutamente presentare ogni anno qualcosa di nuovo al suo pubblico. Però lasciatemi essere sognatore fino in fondo. Mi è capitato tante volte. Io vedo nella rinuncia alla grande stella qualcosa di preordinato che sta a mezza strada fra il desiderio di ricercare una vera identità di squadra, e, in questo caso, il successo sarebbe doppio, e l'idea di non dover asfissiare il campionato sotto lo stesso tallone. Non dimentichiamoci che Porelli lo scorso campionato concesse a Milano un suo giocatore, Marco Bonamico, che sulla carta doveva essere l'uomo in più che mancava a Peterson per giungere a bersaglio e bisogna dire che nella prima fase del torneo fu anche uomo determinante. Per quel prestito pagato bene, come lo avrebbero potuto pagare però mille altri, ci fu battaglia, una bella valanga di accuse e Torquemada a tutti rispondeva: intanto il giocatore matura con un grande tecnico e poi Milano che lotta per lo scudetto è importante per tutti, una finale al palazzone val bene un prestito e una "messa".

Ora so benissimo che il primo a ribellarsi per queste fantasie sarà proprio l'avvocato. Sono pronto a subire il supplizio del trionfo Virtus contro ogni previsione logica. Per ora a bocce ancora ferme, non tuffandomi in quella che assurdamente viene considerata la crisi di questo o quello, il miracolo del tale, l'egemonia di una regione piuttosto che di un'altra, ho voluto dire quello che pensavo da tempo: mi è sembrato imprudente lasciare andare Cosic, sbagliato tenere qualche giocatore italiano, assurdo non tuffarsi subito su Haywood, rischioso cercare altre strade tecniche con la struttura di squadra messa in piedi. Anche questo è un tentativo Virtus di ricostruire sul vecchio tempio una squadra diversa con passo europeo, artigli da grande arena. Siamo al lancio di un progetto per una invincibile armata bolognese, il sogno richiede tempo, uomini, imponeva un sacrificio enorme alla società, lo chiederà ai suoi tifosi: se Bologna capirà il tentativo tutto diventerà più semplice e in spregio a questa stupida Cassandra anche quest'anno il gigante avrà le sue palle tricolori.

 

 

 

MAI COSì FORTE LA SINUDYNE

Di Dario Colombo – Giganti del Basket - Gennaio 1981

 

“Scusi, Villalta, perché la Sinudyne va così male?”. La domanda è nell'aria, non arriva inattesa. Neppure la vittoria di Mosca contro l'Armata Rossa ha fugato tutti i dubbi, e le perplessità sulla squadra. Dall'inizio della stagione la Sinudyne campione d'Italia  sottoposta al fuoco di fila di critiche che ne contestano non solo il rendimento sul campo ma anche l'armonia interna alla squadra; la conduzione tecnica ma anche la disponibilità dei singoli ad accettare certe scelte di gioco: insomma, al di là dei risultati - non sempre buoni, tra l'altro - di questa Sinudyne si vorrebbe conoscere il male oscuro che la corrode ormai da tempo, anche se fino allo scorso anno tutto era stato nascosto e in, parte cancellato dai due scudetti conquistati da Driscoll. Perché è indubbio che, nonostante le smentite e le cortine fumogene innalzate attorno alla squadra, da tre anni a questa parte - cioè dalla partenza di Peterson per Milano - molte cose nella squadra bolognese non sono funzionate come avrebbero dovuto anche se, alla fine, i risultati hanno dato sufficientemente ragione a quanti sostenevano il contrario. Quest'anno, comunque, le cose sembrano andare, se, possibile, peggio degli anni scorsi: e certe battute d'arresto clamorose (valga per tutte quella contro, la Recoaro a Forlì) sono là a dimostrare che forse si è arrivati al culmine di una parabola discendente iniziata tempo fa. Di tutta questa evoluzione (o involuzione?) della Sinudyne Villalta è stato sicuramente, in questi anni, il testimone più fedele: acquistato all'indomani dello scudetto del '76, prima pietra per la costruzione del grande squadrone che avrebbe dovuto dominare gli anni '80, Villalta ha vissuto in prima persona gli ultimi campionati dell'era Peterson, poi il periodo Driscoll con la conquista dei due scudetti, infine la situazione attuale, con Zuccheri allenatore, Marquinho come secondo straniero, Bonamico rientrato dopo due anni di prestito. Dunque, Villalta, perché la Sinudyne va così male?

“Se devo essere sincero, è una cosa che mi chiedo anch'io, che ci chiediamo tutti noi della squadra. è una cosa misteriosa, di cui è difficile trovare una ragione ben precisa. Però è certo, per esempio, che dall'anno scorso a quest'anno sono avvenuti molti cambiamenti importanti, che secondo me stanno avendo ancora le loro ripercussioni sulla squadra. Prendiamo primo fra tutti il cambio Cosic-Marquinho: Marcos è un grandissimo attaccante, però portato a concludere personalmente gli schemi, Creso era invece uno a cui piaceva di più fare un assist che non segnare di persona. Lo stesso si può dire per Bonamico e Bertolotti, due giocatori completamente diversi nel gioco e nella mentalità. Tutto questo ha comportato un cambiamento non solo nel gioco ma anche negli allenamenti: e non si può pretendere che una squadra come la nostra, abituata ormai da tempo a certi meccanismi, improvvisamente renda al 100% anche con tutte queste modifiche”.

Però c'è chi sostiene che la vostra, prima che tecnica, sia una crisi dovuta al logoramento di certi rapporti interni, di certi equilibri che da tempo erano sul punto di spezzarsi e che adesso - forse - si sono definitivamente rotti.

“Faccio una premessa: la Sinudyne è per me una grossa società perché ognuno ha un suo ruolo ben definito ed è così dispensato dall'occuparsi di altre cose. Noi giocatori possiamo tranquillamente pensare a fare solo i giocatori di basket e, in teoria, non dovremmo pensare anche a creare atmosfere particolari o cose del genere. Però è sicuro che noi non ci frequentiamo molto al di fuori del campo: e questo è probabilmente il problema più grande della Sinudyne. Potrei ricordare i tempi in cui giocavo a Mestre, quando eravamo un gruppo di veri amici e spesso si ottenevano dei buoni risultati anche per questo legame esistente tra di noi; però mi rendo conto che oggi il basket è cambiato, certe cose forse non sono più possibili. Fino all'anno scorso c'era Cosic, con cui ero legato da una profonda amicizia, quest'anno non posso proprio dire che siamo un gruppo di amici…”

Dunque è vero che Cosic aveva un ruolo molto importante, anche al di fuori del campo, nell'economia della Sinudyne?

“Penso proprio di sì, perché certi suoi atteggiamenti, certi scherzi che magari sul momento potevano sembrare noiosi o inutili poi si rivelavano importanti, specialmente nei confronti dei più giovani”.

E allora come si spiega il malumore nei suoi confronti, le critiche che trapelavano dalla porta degli spogliatoi per arrivare poi fino alla piazza?

“Lui si rendeva conto di essere fisicamente vulnerabile e allora cercava di amministrarsi saltando parecchi allenamenti o impegnandosi poco durante la settimana. E questo non poteva andar bene agli altri, soprattutto a quelli che poi magari alla domenica rimanevano in panchina mentre lui era in campo. Ma alla fine ha avuto ragione lui, ha dimostrato che solo allenandosi con il contagocce ha potuto arrivare fresco ai play off dove ha fatto quello che ha fatto”.

Comunque Porelli avrebbe accettato la partenza di Cosic - soprattutto lo avrebbe sostituito con Marquinho e non con un campionissimo tipo Haywood - proprio per una verifica del gruppo degli italiani. In altri termini, vorrebbe vedervi alla prova senza un aiuto come quello di Cosic: e a fine stagione trarrà poi le sue conclusioni…

“Non accetto in via assoluta l'ipotesi per cui noi italiani si sia in qualche modo deciso di far partire Cosic. Porelli non avrebbe mai ascoltato un consiglio del genere, così come non ne ha mai ascoltati altri su questi argomenti: Io non credo che abbia scelto volutamente uno straniero meno forte di un altro: il tutto mi sembra un po' autolesionista e condito di molta fantasia. Penso piuttosto che, nei cinque anni passati a Bologna con lui, Porelli ha sempre fatto delle scelte che poi si sono rivelate azzeccate: e non vedo perché anche quest'anno non potrebbe essere così…”.

è un caso che tutti i problemi siano iniziati dal momento in cui a Peterson sono subentrati Driscoll e poi Zuccheri, cioè due persone con le quali voi giocatori eravate in rapporti di estrema confidenza? “Penso di no, anche perché con Driscoll, tanto per fare un esempio, quasi tutti noi abbiamo smesso di vederci una volta diventato allenatore, come credo sia giusto. Ci si dava del tu, certo, ma quando alzava la voce nessuno osava parlare”.

Comunque è indubbio che, prospettando la soluzione-Nikolic, la società abbia inteso riportare il discorso dell'allenatore verso una persone "estranea" all'ambiente…

“Non so se questi siano gli intendimenti della Sinudyne, anche perché per ora Nikolic svolge delle mansioni limitate. Personalmente, però, se fossi stato al posto di Zuccheri non avrei accettato questa soluzione”.

Però si dice anche che voi giocatori non abbiate accettato fin dall'inizio certe soluzioni di gioco volute da Zuccheri, per esempio la difesa a uomo. è vero?

“Direi che questo rientra nel modo di vivere e pensare bolognese. Se marito e moglie vanno d'accordo prima o poi salterà fuori la voce che si mettono le corna l'un con l'altro. Probabilmente è così anche per la Sinudyne: pensate cosa succederebbe in società se davvero noi ci rifiutassimo di giocare nei modi voluti da Zuccheri…”.

Questo comunque è sempre difficile saperlo, in un club come la Virtus in cui tutte le polemiche rimangono all'interno della società e vengono risolte senza clamori e comunicati stampa…

“Per quel che mi riguarda le uniche cose da chiarire con la società sono sempre stati i contratti all'inizio di stagione e basta”.

Con Driscoll si poteva continuare?

“Direi proprio di sì, tant'è vero che per quel che ne so io, lui se n'è andato unicamente per una questione economica. Il primo anno era sicuramente limitato, da tutti i punti di vista, però già l'anno scorso molti errori non li aveva ripetuti: se fosse rimasto ancora probabilmente sarebbe diventato uno dei migliori allenatori del campionato, anche se rimane pur sempre uno che ha vinto due scudetti in due anni

Qual è stata la Sinudyne più forte degli ultimi anni?

“Quella di quest'anno, senza dubbio. Abbiamo un Generali ulteriormente migliorato, un Bonamico che ha imparato a disciplinare il proprio carattere e quindi che rende di più, io stesso mi sento maturato ancora un po' rispetto agli altri anni come penso pure Caglieris. McMillian e Marquinho non si discutono, e allora dico che sulla carta siamo la formazione migliore che Bologna abbia avuto negli ultimi anni. Certo questo non vuol automaticamente dire che si vinca lo scudetto o la Coppa, così come nel '76, quando la Sinudyne vinse il titolo con Peterson, non era assolutamente la squadra più forte d'Italia”.

Generali e Bonamico: potranno coesistere in maniera utile alla squadra?

“Conoscendo i due caratteri dico di sì, perché la loro rivalità per conquistarsi un posto in squadra nasce in allenamento e quindi ne traggono benefici loro ma anche tutti noi. Per quanto riguarda Generali dico che non è un caso che il brutto momento della Sinudyne coincida con un suo momento-no: per me lui è uno dei punti di forza della nostra squadra e quando sarà ritornato a posto anche noi ne trarremo vantaggio”.

Se dovessi dare un appuntamento ai tifosi bolognesi per tornare a vedere una bella Sinudyne, diresti loro di tornare per i playoff o per il prossimo anno?

“Potrei rispondere con una battuta dicendo che i soldi li hanno già spesi e quindi devono tornare per forza… Scherzi a parte, chi può sapere quando si risolvono certi problemi? Negli ultimi due anni ad una prima fase così così abbiamo sempre opposto dei playoff di grande livello, potrebbe essere la stessa cosa anche quest'anno, tutti noi abbiamo ormai la mentalità inconscia di risparmiarci in vista dei playoff”.

Ma tu ci credi davvero in questa squadra?

“Perché no? Mi sorregge la convinzione che la società c'è, i giocatori pure e, pur giocando male, siamo sempre in contatto con le prime posizioni per cui, quando le cose cominceranno ad andare per il verso giusto, perché non dovremmo vincere di nuovo?”.

 


 

LA CONQUISTA DI MOSCA

Giganti del Basket - Gennaio 1981

 

Questa telefoto rimarrà impressa sulle pagine di Giganti come testimonianza di un grosso avvenimento, almeno dal punto di vista “storico”: la Sinudyne vince a Mosca contro l'Armata Rossa, è la prima volta che una squadra italiana sconfigge in una competizione internazionale una compagine sovietica fra le proprie mura. Per non cadere, oltre che in superflui e già consumati elogi, anche in un falso pubblico, aggiungeremo comunque che di eccezionale l'impresa della Sinudyne ha solo il risultato dal punto di vista statistico, avendo rotto una tradizione sfavorevole delle squadre italiane in terra d'oltre cortina che durava dal 1962, anno in cui il Simmenthal battè a Tbilisi la squadra locale. Di fronte alla pochezza tattica degli avversari, oltre che tecnica, la Sinudyne ha semplicemente giocato un'onesta partita, forse neanche la migliore in assoluto della stagione. Diciamo comunque grazie alla squadra di Zuccheri che, a pochi mesi di distanza da un'analoga impresa degli azzurri alle Olimpiadi, ha sfatato il mito dell'imbattibilità interna di quella che fu una grande armata.

 

 

Non si fa in tempo a smaltire la sbornia del nono triangolo tricolore che si presenta subito il problema dell'allenatore. Sì, perché Terry Driscoll non guiderà più le Vu nere. Perché?  è presto detto: per una questione di dollari.  è una decisione che Porelli dice di non rimpiangere. "Avevo fatto i miei conti" racconterà Driscoll a Giganti del basket "Tenendo presente un sacco di cose, avevo fatto dei calcoli veri e propri, e non solo matematici, raggiungendo la convinzione che 70.000 dollari era la cifra giusta da chiedere. Probabilmente resterò famoso come colui che ha rifiutato 60.000 dollari per allenare la Virtus, questa è in effetti la cifra che mi ha offerto Porelli, ma ero convinto di doverne chiedere settanta". L'Avvocato, intransigente come molte altre volte, rimane fedele alla massima che vede "tutti necessari, e nessuno indispensabile" e non accetta le richieste del coac che che in due anni aveva vinto due scudetti. "Driscoll, quando ha iniziato ad allenare già prendeva 45mila dollari. La stessa cifra che prendeva come giocatore" spiega Porelli "Il secondo anno ne ha presi 50mila. Il terzo ne voleva 70. Sono arrivato a 63mila. Ha detto di no. Dopo 5 minuti ho informato la stampa che Driscoll poteva ritenersi libero.Non potevo cedere. L'offerta era giusta e rapportata agli stipendi degli altri allenatori in Italia e in Europa. Terry ha fatto le sue scelte. Ora fa il rappresentante di articoli sportivi negli Stati Uniti". Se ne era andato dunque il bostoniano Terry Driscoll, uno dei giocatori più amati e uno degli allenatori meno apprezzati dal pubblico bolognese. Un coach che ha centrato tutti gli obiettivi nazionali che gli erano stati assegnati. "Ricordiamoci che in campo c'era però il Signor Cosic, uno che dove è andato ha fatto sempre vincere" ricorda ancora l'avvocato Porelli. Ma il primo a non fare drammi per questo "divorzio" è proprio Terry Driscoll che si rivela anche lui ormai cooptato dal mito delle Vu nere, quando prima di partire ricorda a tutti che. "Terry Driscoll passa, la Virtus resta".

 

La panchina viene con naturalezza affidata ad Ettore Zuccheri che per due stagioni aveva collaborato con grande competenza e con assoluta dedizione al lavoro di Driscoll. Zuccheri è un "uomo" Virtus, con una lunga militanza fatta di centinaia di partire come giocatore e poi la trafila da allenatore delle giovanili su, su fino alla panchina della prima squadra. Roba da romanzo, il ragazzino che realizza il sogno di una vita: guidare la squadra del proprio cuore. Non insistiamo come De Amicis, anche perché il sogno si interromperà bruscamente a cammina appena iniziato.

 

L'organico della squadra presenta qualche novità. Confermato McMillian che aveva smentito l'anno prima con un finale di classe cristallina chi lo pensava in vacanza, si deve invece sostituire sua maestà Kresimir Cosic le cui condizioni fisiche non appaiono più in grado di far fronte al massacrante campionato italiano quando ogni domenica si devono incontrare fior di "marcantoni" made in USA. Molto meglio per il carismatico Creso il meno impegnativo campionato del suo paese. La Virtus lo deve comunque ringraziare, come lo ringrazia Terry Driscoll, anche se in maniera critica: "Lui è veramente un campione e come tutti i grandi campioni può togliere e dare moltissimo al suo allenatore nel compimento di una sola azione, pronunciando una sola frase" ricorderà il coach dei due scudetti petroniani "Queste sono cose che vanno accettate, altrimenti si rinuncia ad avere certi personaggi. In me non si è generato alcun complesso, ho accettato Cosic sapendo che non poteva essere cambiato, limitandomi a cercare di ottenere da lui il massino di quanto poteva dare. E poi Creso è uno di quei personaggi che si fanno perdonare qualsiasi cosa, cui non puoi serbare rancore in nessun modo, neppure quando riesce a dartene tutti i motivi".

 

Al suo posto, al suo scomodo posto, la Virtus pensa bene di mettere un altro non-yankee. Questa volta pesca in Sud America un nome anche questo molto noto in Italia, sia per le sue stagioni con la maglia della squadra di Genova, sia per le frequenti esibizioni con la maglia del suo paese, il Brasile, alle Olimpiadi e ai mondiali. Manifestazioni dove Carlos Leite, detto Marquinho, non era da meno di Cosic nel battere molto di sovente gli azzurri.

 

Tra gli italiani c'è la rinuncia, non senza qualche sacrosanta lacrimuccia, a capitan Bertolotti la cui esigenza di giocare è soddisfatta con la cessione ai cugini della Fortitudo (in cambio di Ferro l'anno a venire). Se non ci sarà più Bertolotti, ritornerà però Marco Bonamico che oramai più che una promessa è una realtà concretissima. Gli altri italiani, lo si proclama a chiare lettere, sono da primato, Caglieris in regìa, Villalta e Generali sottocanestro più i vari Valenti, Cantamessi, Porto, Martini fanno, ma ormai è un'abitudine oramai, sognare i tifosi. I quali tifosi però a questo punto vorrebbero anche che le Vu nere diffondessero il loro mito al di là dei confini tricolori e portassero un po' di storia sotto del Due Torri in giro per l'Europa, dalla Spagna ad Israele, dall'Unione Sovietica alla Jugoslavia. In Società non ci sono obiettivi primari: si è consapevoli che la formazione è attrezzata per il Campionato e per la Coppa e non si fa mistero di guardare con una certa tranquillità a entrambi i traguardi. "Proseguo nel lavoro già intrapreso insieme a Driscoll" dichiara il presentazione del campionato il nuovo coach Ettore Zuccheri "Stiamo cercando di curare alcuni importanti particolari, che erano stati accantonati l'anno scorso per fati contingenti: il contropiede, le rimesse rapide e i rimbalzi d'attacco, quest'anno abbiamo Bonamico e Marquinho in più".

 

Renato Villalta, che dopo la partenza di Bertolotti ne ha rilevato i gradi di capitano e il posto nel cuore dei tifosi, è molto fiducioso. "Per me questa formazione" dichiara subito"è la più forte che la Virtus abbia mai avuto" ma poi forse per scaramanzia aggiunge "ma non è detto per questo che vinceremo necessariamente il campionato o la coppa". Nonostante la fiducia iniziale, la squadra ingrana con molti problemi non solo di rendimento sul campo, ma persino di armonia interna, Una sorta di "male oscuro" che si protrae da due anni, anni in cui però tutto era poi stato messo in second'ordine a suon di vittorie. "Se devo essere sincero" dirà Villalta sul momento-no della squadra "anch'io mi chiedo perché la Sinudyne va così male. Ce lo chiediamo tutti. è una cosa misteriosa, di cui è difficile trovare una ragione ben precisa. Ma io credo ancora in questa squadra. Mi sorregge la convinzione che la società c'è, i giocatori pure e, pur giocando male siamo sempre lì, a contatto con i primi. E se le cose ricominceranno ad andare bene perché non dovremmo ricominciare a vincere?". Zuccheri era stato investito dell'eredità di Driscoll, ma molto presto parte di questa eredità gli viene tolta. L'avvocato Porelli decide di affiancargli, con compiti di consulente tecnico, il grande Aza Nikolic. Zuccheri per un po' sembra accettare questa soluzione, ma il connubio non dura molto. "Personalmente se fossi al posto di Zuccheri "aveva subito dichiarato il capitano Renato Villalta "non accetterei questa situazione" e puntualmente Ettore Zuccheri dopo qualche tempo rassegna le dimissioni. Al capezzale della Virtus malata viene chiamato un altro uomo-Virtus. è Renzo Ranuzzi, un passato glorioso come giocatore negli anni '50, "un uomo che si inserisce perfettamente, e non è retorica, nella tradizione della società" dirà l'avvocato Porelli "Era la soluzione migliore per rimediare ad una situazione di incertezza creatasi con le dimissioni di Zuccheri. Al posto suo credo non sarei andato via, ma questa è una questione di carattere: quando prendo un impegno desidero portarlo a termine soprattutto nei momenti di difficoltà. Comunque tornando a Ranuzzi, ritengo sia la persona adatta a collaborare con Nikolic, accettandone la supervisione tecnica durante i periodi in cui potremo contare sull'apporto del professore". Probabilmente la soluzione migliore sarebbe stata quella di avere Nikolic fin dall'inizio della stagione e con pieni poteri, ma ora bisogna, ancora una volta fare quadrato. A questo pensa da subito Ranuzzi. "lui è il migliore" dichiara "i miei rapporti con lui sono ottimi. Non abbiamo tempo per mutare radicalmente il gioco della squadra. Lavoreremo sulla difesa cercando soluzioni alternative per l'attacco alla zona. Il problema da risolvere subito è la graduale ripresa di Marquinho e la sua coesistenza con Generali e Villalta". Ma è Porelli che come al solito guarda oltre questa stagione e metti tutti sull'avviso "Attendo dal campo le verifiche delle nostre reali possibilità in seguito al mutato indirizzo tecnico." dichiara ai Giganti nel febbraio '81 "saprò insomma se fino a quel momento la squadra ha balbettato perché non è stata guidata adeguatamente dalla panchina, o se effettivamente qualche giocatore non è adatto alla Sinudyne":

 

Uno dei giocatori più sotto accusa è il brasiliano Marquinho. La Virtus Sinudyne con i tempi che corrono questa volta deve entrare nei play-off giocando anche li ottavi di finale. Se la vede con Brindisi che supera in due partite. Poi è la volta dei marchigiani della Scavolini che vengono battuti nella prima partita in casa loro di un solo punto e poi di 5 a Bologna nel ritorno. QUesta vittoria riaccende le speranze per le semifinali dove c'è subito la Turisanda Varese che viene eliminata in due incontri, sempre con lo scarto minimo di due lunghezze. Ed è ancora finale: per il sesto anno consecutivo.

 

Anche questa volta sulla strada della Virtus c'è la Squibb Cantù di Marzorati e Riva, Flowers e del bizzoso ex-pro Tom Boswell che aveva sostituito il deludente Stotts. Purtroppo in questa circostanza la Virtus e la finale sono mutilate irrimediabilmente dagli infortuni. Nel primo incontro a Cantù l'assenza di McMillian se non spiega forse giustifica un mortificante 98 a 69. Alla vigilia del ritorno si infortuna anche Marquinho. "Sbagliavano tutti però a dare per spacciata la Sinudyne" scrisse Dario Colombo su Giganti "Nel ritorno di Bologna Villalta e compagnia hanno infatti fatto arrossire tutta la critica giocando come non avevano mai giocato, facendo dimenticare gli uncini di Marquinho e le bordate di McMillian per strapazzare la Squibb. Un risultato clamoroso, un rovesciamento di fronte semplicemente sensazionale che riapriva il discorso scudetto, alla faccia di tutto il mondo del basket che dava per spacciata la squadra dell'avvocato Porelli. Il carattere e il cuore hanno potuto là dove la tecnica e la logica negavano possibilità ai campioni uscenti". Il terzo incontro è sempre nelle mani degli uomini di Bianchini che comunque devono temere fino all'ultimo una Sinudyne "all'Italia" che staccata fino ad un massimo di 14 punti trova la forza di tornare stupendamente in partita dino a -3. Finisce 93-83 come logica voleva. "Caglieris, Villalta e Generali" ricorda ancora Dario Colombo "sono corsi per primi nello spogliatoio canturino per complimentarsi con i giganti di Bianchini che dopo due anni avevano tolto lo scudetto a Bologna".

 

Ma la stagione delle "quasi vittorie" in casa Virtus non si ferma al terzo incontro per la supremazia italiana, ma prevede anche la Coppa Europa. "Il viaggio della Sinudyne in Europa non è stato facile ma alla fine è approdato a quella finale che i bolognesi avevano sognato altre volte" racconta Enrico Minazzi sulle colonne di Giganti del basket. Questa volta le Vu nere se la devono prendere più che con gli avversari del Maccabi, con un avvocato. No, non è l'avvocato Porelli, ma un rosso avvocato olandese di nome Van Der Willige, per diletto arbitro di basket, che riuscì nella non facile impresa di fischiare a Marco Bonamico uno sfondamento mentre effettuava un tiro in sospensione assolutamente regolare. Non sapremo mai se il fischio di quell'arbitro sia stato o meno in buona fede; certo è che sarebbe stato eroico fischiare diversamente con migliaia di tifosi israeliani che travolgendo tutto e tutti, erano ormai arrivati a pochi centimetri dalle righe laterali in attesa dell'invasione per l'immancabile vittoria dei loro eroi. Ma la Sinudyne era arrivata vicina, molto vicina, al traguardo "Ci fosse stato McMillian" osservò subito Sandro Gamba "Nikolic avrebbe potuto distribuire fra sette uomini il peso dei falli e delle fatiche". Mentre il coach jugoslavo confermava le dichiarazioni del tecnico della Nazionale "Temevo il calo fisico così come temevo il problema dei falli" disse a botta calda negli spogliatoi "purtroppo nei momenti decisivi della partita abbiamo avuto degli uomini liberi ma lì il pallone non arrivava mai".

 

Stagione di mezze vittorie. Stagione di sconfitte. Lo sport ha le sue leggi: che arriva in finale e perde viene dimenticato. Noi ci ricordiamo che le Vu nere anche in questa stagione sono state vicine a tutti i traguardi ma, mai come in questa stagione, la sfortuna ci ha messo lo zampino. Non si possono regalare due giocatori nelle finali per lo scudetto e non si può regalarne uno nella finale europea. Senza contare il fischio omicida del rosso avvocato olandese.

 

tratto da "Virtus - cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 


 

Cosic, Bertolotti, Driscoll: tre partenze che incidono anche se arriva Marquinho, rientra Bonamicoe anticipa la sua collaborazione il mago Nikolic. Stavolta la Sinudyne fa sul serio in coppa andando a vincere a Mosca, Madrid e Serajevo. Ma in finale a Strasburgo, senza McMillian infortunato , e complice l'arbitro Van der Willige, viene beffata di un punto dal Maccabi. Scalogna nera pure nei play-offs. Oltre a McMillian s'ingessa anche Marquinho e nella finalissima di Cantù non c'è proprio niente da fare.

 

tratto da "100MILA CANESTRI - Storia statistica della Virtus Pallacanestro" di Renato Lemmi Gigli

 

 

.

 

 

"Maledetta Strasburgo"

di Gianfranco Civolani

Ci siamo e finalmente vogliamo metterla in bacheca. Finale di Coppacampioni a Strasburgo, nell'ottantuno, contro il Maccabi Tel Aviv.
Quella Virtus era forte e guidata da un Coach ultrascientifico come il Professor Nikolic. Ma alla vigilia della finalissima si rompe il giocatore più prestigioso delle Vu Nere, Jimmone McMillian. Resta un solo straniero a difendere il solco, il brasiliano Marco Leite detto Marquinho, un centro dotato di eccellenti fondamentali ancorché non altrettanto provvisto di furore agonistico.
E va bene, andiamo a vedere se contro il gran Maccabi del califfo Berkowitz (una leggenda del loro basket) si può in qualche modo fare a meno di Jimmone.
No, non si può. Strasburgo in Alsazia è una cittadina deliziosa e davanti al monumento a Gutenberg (inventore dei caratteri di stampa) nella piazza grande ci confondiamo e ci mescoliamo, noi bolognesi che siamo attorno al migliaio. Ma loro sono mille eserciti, loro sono il triplo di noi. E sono assatanati, arroganti, invadono anche i posti (con biglietto rigorosamente prepagato) dei virtussini e si accalcano per ogni dove, a mezzo metro dalle linee laterali e soprattutto dietro i canestri.
Via telefono McMillian ci fa giungere il suo messaggio augurale dal letto di spine dell'ospedale nel quale Jimmone si è appena operato. E nel pomeriggio accade una cosetta molto significativa, accade che il gran capo Stankovic, dice all'Avvocato Porelli che sarebbe il caso di andare poi a giocare in Sudamerica l'Intercontinentale. Porellone ci ragiona e incautamente fa: "No, questa non passa". Stankovic prende atto con il suo badiale sorriso e forse sussurra poi a un altro avvocato - olandese - di rimettere le cose a posto.
Andiamo a giocare. Siamo sempre lì, ma l'arbitraggio non è molto carino con la Virtus. E però i due arbitri bisogna anche capirli se è vero che a ogni fischiata gli israeliani assiepati quasi in campo minacciano sfracelli.
Arriviamo agli ultimi istanti, il Maccabi ha un vantaggino minimo e da destra parte in tromba il marine Bonamico. Io sono lì a un metro e quindi posso raccontare e ricordare. In effetti il marine accenna a una nuvola di sfondamento e chi lo marca - tale Boatwright - si lascia cadere all'indietro al pelo di contatto, rotola pesantemente a terra e reclama subito lo sfondamento che l'avvocato olandese Van der Wilige sanziona all'istante. Niente da fare, ecco come ci inchiappettarono. E l'ultimo canestro di Martini al suono di sirena porta la Virtus a chiudere a meno uno (79-80) e resta anche il sospetto che su Martini ci fosse un mezzo fallo e che magari con il tiro aggiuntivo, magari.
Gli israeliani invadono in massa il campo, i virtussini mogi mogi vuotano subito quell'impiantaccio, una palestrazza indegna di una finalissima. Io trasmetto la mia roba e poi mi fiondo nell'hotel della Virtus. L'atmosfera? Nikolic bofonchia, i giocatori dicono che è uno scandalo, Bonamico trasecola e Porellone mi fa: "tu hai una squadra tua, non dirmi che noi siamo peggio". "Ma Gigi, che cavolo di discorsi sono?". "Sono appunto discorsi del cavolo", mi dice l'Avvocatissimo con il cuore a pezzi.
La mattina dopo ognuno di noi torna variamente a casa. Io mi faccio i miei ottocento chilometri in auto, ma capisco che il particolare non interessa a nessuno. Certo che farselo mettere così - mi scuso per l'espressione cruda - provoca grande dolore. Maledetta Strasburgo, il ricordo di una orrenda rapina. Parentesi: da quel dì a Strasburgo non ci sono andato mai più.

 

all'interno del seguente filmato dedicato al grande Miki Berkowitz vi sono alcune immagini di quella finale:

 

 

 

IN ATTESA DI NIKOLIC è SFUMATA ANCHE QUESTA COPPA

di Enrico Minazzi - Giganti del Basket - maggio 1981

 

La prima volta lascia sempre l'amaro in bocca. La delusione ha il sopravvento. Ci si aspetta sempre chissà che cosa. e invece la realtà, come accade spesso, è molto più semplice, molto meno spettacolare di quanto uno se la immagina. é stato così anche per Bologna che il mese scorso ha vissuto la sua prima finale di coppa campioni. Una città mobilitata, perfino il sindaco PCI Renato Zangheri aveva annunciato il suo arrivo a Strasburgo, per essere vicino alla Virtus nel suo momento più importante del dopoguerra. Un traguardo inseguito con rabbia, attraverso mille difficoltà con un cambio dall'allenatore a stagione iniziata (quasi un'eresia per la filosofia Virtus), attraverso mille compromessi (il cambio di direttore sportivo, il ricorso a Nikolic consulente affiancato a Ranuzzi. allenatore pro tempore. destinato a farsi da parte a stagione conclusa).

Il viaggio dei campioni d'Italia in Europa non è stato facile ma alla fine, mentre la squadra in campionato stentava, faticava, perdeva le partite più incredibili, è alfine approdato a quella finale che i bolognesi avevano sognato altre due volte. Anche i più scettici a quel punto hanno preparato la valigia e si son diretti in Alsazia. Non importava se Jim McMillian il giorno della finale se ne stava a Bologna, in ospedale, con una gamba immobilizzata dopo l'intervento al ginocchio che ha posto fine alla sua stagione bolognese e - probabilmente - anche alla sua esemplare carriera di cestista. La Sinudyne era pur sempre finalista assieme al Maccabi, e la partita era tutta da giocare. Si poteva perdere, si poteva vincere. Nessuno avrebbe gridato allo scandalo nel primo caso, nessuno avrebbe potuto recriminare nel secondo. Bologna invece sussulta ancora quando ripensa allo 'slow motion' al rallentatore degli ultimi dieci secondi di quella infelice finale giocata nell'infame Hall Rénhus di Strasburgo, un mercato trasformato per l'occasione in 'tempio' del basket, profanato in maniera indegna dagli organizzatori (ma è da querela chiamarli così) francesi. Il rosso avvocato olandese specialista in cause aeronautiche ha posto fine, a otto secondi dal termine, alle fin lì legittime speranze della Sinudyne che, trasformata dalla presenza e dalle urlate del professore jugoslavo, ha trovato le energie per disputare una finale di testa, battendosi alla pari con i favoriti israeliani del Maccabi. Fino all'omicida. fischiata di Van Der Willige su Bonamico la Sinudyne aveva sperato nel miracolo: purtroppo adesso siamo qui a rivedere alla moviola quello sfondamento che non era sfondamento (così come i passi fischiati a Berkowitz un attimo prima) e che ha messo la parola fine al sogno bolognese. Al di là del singolo episodio che ha finito per decidere materialmente la finale, resta il fatto che la Sinudyne la sua prima, insperata coppa l'aveva gettata alle ortiche in precedenza, nel primo tempo condotto con autorità e chiuso avanti di soli due punti, ma anche nella ripresa, quando il vantaggio sugli israeliani era stato anche di sei punti dopo un bell'inseguimento. A quel punto sono venuti puntualmente a galla i problemi di tenuta .atletica che son costati la finale. Nel momento più delicato della partita la generosa Sinudyne non ha più avuto le gambe per infliggere agli avversari il ko decisivo. “Ci fosse stato McMillian” ha osservato acutamente Gamba “la Sinudyne avrebbe potuto distribuire fra sette uomini i falli e la fatica”. Così invece Nikolic e Ranuzzi hanno dovuto disputare una finale di coppa campioni con sei uomini e mezzo. è finita come è finita, vittoria di un punto (80-79 chi se lo fosse già dimenticato) e tanti saluti a quel maledetto olandese che nel '77 a Belgrado e nel '79 a Monaco costò due coppe a quelli di Varese (e guarda caso una volta per un punto e un'altra per tre!). Giovan Battista Vico del resto non ha parlato a vuoto di corsi e ricorsi storici che alla vigilia tutti evocavano ricordando la grande Ignis che vince ad Anversa con Rizzi ma senza Meneghin. A Strasburgo non c'era McMillian, ma i conti non son tornati ugualmente. Cosa ci volete fare: era al prima volta che Bologna andava in finale, forse non si poteva pretendere di più. Oltrettutto all'ultimo momento, trattenuto dai soliti improvvisi impegni di lavoro, neppure il sindaco di Bologna se l'è più sentita di seguire la squadra in Alsazia. Un presagio: forse la tegola di McMillian ha convinto il politico bolognese a spendere meglio la serata di giovedì 26 marzo. Peccato, avrebbe potuto vedere una Sinudyne bella per la grinta e la rabbia gettate in campo per tentare di rovesciare un pronostico impossibile. Aza Nikolic subito dopo la partita è corso a Belgrado, nella sua Belgrado per “piangere senza essere visto”. Il professore jugoslavo aveva già analizzato, con la consueta severità, l'amara serata di Strasburgo. Sul banco degli accusati la preparazione atletica: “Senza quella” ha detto Il professore “non vai lontano, perché ha influenza su un'infinità di situazioni. Bastava vedere i giocatori muoversi in attacco a metà partita con la testa bassa. E non sta a me spiegarvi i crampi di qualcuno (Caglieris, n.d.r.) a metà partita…”. “Temevo il calo fisico” ha spiegato Nikolic “così come temevo. il problema dei falli. Purtroppo nei momenti decisivi della partita abbiamo avuto uomini liberi ma lì il pallone non arrivava…”. La sfortunata conclusione di questa prima esperienza europea della squadra bolognese però non ha scosso più di tanto l'avvocato Porelli che subito dopo la finale pensava già al futuro, al prossimo appuntamento internazionale della sua Virtus. L'avvocato è volato negli Stati Uniti alla ricerca dei sostituti di McMillian e Marquinho (fra i tanti nomi si son fatti anche i nomi di Mc Adoo e Archibald) sicuro che a fine campionato approderà a Bologna il mago jugoslavo che con pochi allenamenti ha saputo tonificare l'acciaccata Virtus. A chi gli chiedeva se avesse firmato il contratto con Bologna, Nikolic rispondeva di no ma che “sperava tanto di poter allenare una Sinudyne tanto meglio di questa”. L'accordo fra Porelli e Nikolic in realtà all'epoca di Strasburgo era già stato raggiunto anche se materialmente non c'era ancora nulla di scritto. Ed è proprio grazie a questa sicurezza di avere Nikolic in panchina per la prossima stagione

…omissis…

finale diversa e che invece è naufragato nella mediocrità di queste sue prestazioni che addirittura ne mettono in forse la convocazione in nazionale per gli Europei in Cecoslovacchia. Per tutti gli altri difficilmente ci sarà una riconferma anche perché dalla sponda Fortitudo arriveranno l'ex Bertolotti e la speranza Ferro. Questa prima esperienza della Sinudyne in una finale europea va insomma vista in proiezione futura: la Virtus ha visto cosa è riuscita a fare quest'anno con una squadra priva di una pedina fondamentale, ha tentato di fare il miracolo ma non c'è riuscita. Bonamico, e qualcun altro, han versato lacrime amare per l'esito di quella maledetta, stregata partita. Se tutti i pezzetti del mosaico abbozzato dal tecnico jugoslavo andranno a sistemarsi nel posto giusto c’è però da credere che il generoso marine della Virtus avrà la possibilità di rifarsi in campo europeo. Padova, Varese, Bologna (sponda Fortitudo) insegnano che dove passa il professore resta il segno. Il miglior investimento di Porelli per il futuro Virtus è stato senza dubbio l'ingaggio di Aza Nikolic. Se poi la prima coppa dei campioni è sfuggita per un punto nella bolgia di Strasburgo, beh, non ci sembra il caso di farne un dramma. L'ingaggio di Aza Nikolic vale quanto una polizza con i Lloyd per la presenza di Bologna alle prossime finali di coppa campioni, scudetto permettendo. Il problema, piuttosto, è un'altro e, forse, l'esito sciagurato della finale di Strasburgo ha contribuito in maniera notevole ad anticiparne la soluzione. In altri

… omissis …

tessere del mosaico che Porelli ha in mente vadano al posto giusto.

 

Perry in entrata contro Marquinho nella finale di Strasburgo

 

della serie facciamoci del male raccontiamo quella trasferta da guinness degli orrori... durata trenta ore... ne sono avvenute di cotte e di crude..
partenza ore 5 da Via Rizzoli... con una colonna di circa 100 pullman... un'intasata per uscire da bo circa un'ora ci mettemmo
poi un tizio a Borgo Panigale si accorge di essere senza carta d'identità e prima sosta ad aspettare il documento di sto tizio...
poi a Chiasso succede che il grande Serra decide di dichiarare le macchine fotografiche ed apriti cielo i doganieri gliele fanno smontare tutte... altre due ore perse... poi subito dopo la frontiera scopriamo che il passo è interrotto perché c'è stato un camion che si è rovesciato..
finalmente arriviamo un'ora prima in centro a strasburgo ,..alle 7 di sera non c'è nessuno in centro e nessun francese sa dov'è la partita , troviamo la fiera e c'è una fila della madonna che ci far str fermi mezz'ora... poi che scopriamo che il tizio incaricato di controllare i biglietti è un nanetto di un metro e trenta della gendarmerie... eh eh eh... dentro al palazzo mi spavento... tuttti i bolognesi sono distaccati... i maccabei ovunque... io sono a fianco di due ragazzotti francesi che facevano un tifo della madonna per il maccabi...
poi lo sfondamento di bonamico... cazzo ero ad un metro...
poi raggiungendo il pullman troviamo bolognesi in lacrime, distrutti e maccabei che ci pigliano per il culo... durante il viaggio di ritorno mi sveglio di soprassalto. l'autista con un colpo di sonno... che pauraaaaaaaaaaaa... poi frontiera di chiasso dove un carabiniere ci racconta di Aldo Giordani che durante la telecronaca racconta di Wdw che faceva un tifo della madonna a Mosca per il maccabi...
Beffa finale Via Indipendenza striscioni della fossa dei leoni ad aspettarci... ma va a cagher...

magomerlot, 09/02/08