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Generali, Cosic, Villalta, Govoni, Martini, Driscoll

Caglieris, Cantamessi, Bertolotti, McMillian, Valenti

 

STAGIONE 1979/80

 

SINUDYNE BOLOGNA

Serie A1: 2a classificata su 14 squadre (20-26)

Play-off: CAMPIONI D'ITALIA (6-8)

Coppa Europa dei Campioni: 4a classificata nel girone finale (9-14)

 

N. nome ruolo anno cm naz note
4 Carlo Caglieris P 1951 178 ITA
5 Piero Valenti P 1956 183 ITA
6 Francesco Cantamessi 1958 ITA
9 Mario Martini A 1954 200 ITA
10 Renato Villalta A 1955 204 ITA
11 Kresimir Cosic C 1948 211 JUG
12 Pietro Generali A/C 1958 207 ITA
13 Ugo Govoni 1959 205 ITA
14 Jim McMillian G 1948 198 USA
15 Gianni Bertolotti A 1950 199 ITA
Massimo Marchetti 1961 ITA
Maurizio Pedretti 1961 ITA
Ferdinando Possemato 1962 ITA
Terry Driscoll All USA

Ettore Zuccheri ViceAll ITA

 

Partite della stagione

statistiche di squadra

 

 

IL CASO DEL MESE: E DRISCOLL RESTO’ SOLO

di Tullio Lauro – Giganti del Basket - febbraio 1980

 

L'ondata è terribile, impetuosa, proprio come quelle che spazzano le spiagge dell'Atlantico davanti alla sua Boston, gli è piombata addosso l'indomani dell'incontro di coppa contro i madrileni del Real Madrid. Quel giorno - sebbene lui dica di non leggere più da tempo i giornali - a Terry Driscoll devono essere fischiate a lungo le orecchie, se è vero - come è vero - che nessun giornale italiano interessato alle vicende della Sinudyne gli ha risparmiato accuse più o meno pesanti sul modo di condurre la squadra, sulle scelte tecniche e tattiche operate alla vigilia del campionato e poi partita per partita, sulla mancanza di un gioco apprezzabile e piacevole oltreché efficace. E quel giorno, cui hanno fatto seguito altri giorni uguali, dopo la partita con il Jolly, dopo quella con la Grimaldi, dopo quella con il Maccabi, il Billy e via dicendo, Terry Driscolll deve aver scoperto (anche se c'erano già state delle avvisaglie in precedenza) che questo anno non fa più parte della premiata coppia Driscoll&Zuccheri, come aveva pensato fino allo scorso anno, ma è rimasto unico titolare - a responsabilità illimitata - delle azioni Sinudyne in questo momento assai in ribasso nelle quotazioni della borsa-scudetto e, si dice, esclusivamente per colpa sua. Nessuno, ovviamente, ha mai pensato lo scorso anno che Driscoll fosse l'unico ed esclusivo artefice della conquista dello scudetto da parte della Sinudyne: e lui stesso riconobbe ampi meriti ed ampie facoltà di manovra al bravo e silenzioso Zuccheri. Ma nessuno - che non fosse incosciente - poteva altresì pensare che fosse sufficiente presentarsi davanti alla commissione del CAF come ha fatto quest'estate Driscoll, per diventare automaticamente quello che l'anno scorso non era e quello che probabilmente non è ancora adesso. Non si diventa allenatori in un anno e neppure in due, anche se si è stati grandi campioni. Ma allora è anche necessario accomunare nelle critiche chi si è voluto - giustamente - accomunare nelle lodi. La società tutto questo sembra averlo capito e lo lascia intendere anche se in maniera indiretta, attraverso le parole dell'avvocato Porelli. “il problema Driscoll per noi non esiste nella maniera più assoluta” afferma Porelli “anche se siamo tutti coscienti del fatto che la squadra gioca male, che ci sono alcuni problemi che andranno affrontati e risolti, che taluni risultati non erano certamente previsti. Ma per sollevare un problema occorre avere anche a disposizione delle soluzioni, delle alternative: e in questo momento voglio che qualcuno mi dica quale può essere una soluzione, un'alternativa a Terry Driscoll. Io non la conosco e non la vedo, quindi per me Driscoll continua ad essere la miglior soluzione possibile per ricoprire il ruolo di allenatore della Sinudyne”. Restano, comunque, i riscontri reali, quelli da cui partono le accuse e che sicuramente non si possono negare, indipendentemente dai personaggi ai quali se ne voglia attribuire la responsabilità. Vediamoli un po' assieme, questi difetti, che hanno guadagnato a Driscoll il soprannome di “Bostoniano che dorme”, di “Aspirante allenatore” e via dicendo. La Sinudyne gioca male. Dispone del parco giocatori più ampio e completo del campionato eppure non diverte, non ha fantasia, riesce a soffrire anche contro avversari che dovrebbe travolgere senza fatica. Il suo repertorio tattico, specie in difesa, è limitato (almeno da quello che si è visto finora) ad una zona 3-2 poco efficace, poco mobile, in cui al limite era più adatto Wells dalle lunghe braccia che non McMilian. In più è raro che durante le partite Driscoll sappia adattare con la necessaria rapidità il gioco della squadra alle caratteristiche dell'avversario e all'andamento dell'incontro: spesso, anzi, vi rinuncia del tutto. In più - a quanto pare - gli è venuta a mancare da parte di alcuni giocatori anche la necessaria collaborazione per superare i momenti di crisi: ci si lamenta del lavoro intenso che Driscoll fa svolgere, qualcuno non condivide anche le scelte tecniche del coach. Anche quello che fino allo scorso anno sembrava uno dei vantaggi della scelta di Driscoll come allenatore - e cioè la sua padronanza dello 'spogliatoio' - sembra dunque venir meno. E l'elenco potrebbe continuare ancora a lungo, ovviamente, anche se questi restano i principali “capi d'accusa” nei confronti dell'ex-campione di Boston. La squadra che sembrava avviata, nelle previsioni della vigilia, a raccogliere in campionato e forse anche in campo internazionale l'eredità che fu della grande Ignis o magari anche del Simmenthal, è dunque mancata finora alle attese. Cosa ne pensa il diretto interessato? Come risponde a tutte le accuse che ormai gli piovono addosso quotidianamente? Che intenzioni ha? “Mi hanno accusato di far giocare la mia squadra senza fantasia” esordisce Driscoll “dimenticando che sostanzialmente la squadra gioca questa stagione come la passata, quella dello scudetto. So che non stiamo giocando nel modo che dovremmo, ma stiamo scontando una serie di piccoli infortuni. Non ho spiegazioni precise per tutti i nostri problemi, altrimenti li avrei già risolti”. L'allenatore dei bolognesi non si nasconde i problemi che indubbiamente esistono, ma chiarisce che, come scelta tecnica, la squadra non ha volutamente cambiato molto da quella che la scorsa stagione aveva inflitto un perentorio 2-0 al Billy nella finalissima dei playoff. unica modifica tecnica, se cosi vogliamo chiamarla” continua Driscoll “è stata la scelta del secondo straniero. Sostituendo McMilian a Wells avevamo in mente di inserire nella nostra formazione un giocatore in grado di farci fare un salto di qualità, sia in difesa che in attacco e questo anche in proiezione internazionale. Non è possibile fare un paragone tra i due giocatori perché Wells si era trovato a giocare in una squadra che aveva fatto pochissima preparazione assieme e aveva puntato tutto sulla di fesa, perdendo all'inizio della stagione diverse partite appunto per carenze in attacco, mentre l'altro si è inserito in una squadra che in questa stagione ha dimostrato certe debolezze difensive dovute ad una diversa preparazione”. Uno dei motivi di cui si è parlato per certi risultati non propriamente soddisfacenti è stato il comportamento di Driscoll nei confronti dei giocatori. Quello che durante la scorsa stagione era un merito, quest'anno sembrerebbe essersi ritorto contro di lui nel senso che qualche giocatore si sarebbe lamentato dei carichi di lavoro troppo pesanti cui li sottoporrebbe. “Appunto, quello che l'anno scorso era un merito quest'anno non lo è più. Mi sembra strano. Non posso accontentare tutti, questo l'ho imparato l'anno scorso. Non ho mai cercato di approfittare dell'amicizia, io sono sempre lo stesso, mi trovo bene con loro come mi trovo bene in generale con la gente. Ma è importante al di là dei rapporti di amicizia instaurare anche dei rapporti professionali che sono quelli che ti fanno capire quando devi scherzare e quando devi fare le cose seriamente” continua Driscoll “se qual che giocatore si è lamentato, non è mica un dramma, si può anche lamentare, ma non ho preparato il lavoro per avere la gente scontenta, non era certo il mio scopo”. Un'altra possibile spiegazione delle difficoltà Sinudyne di questa stagione è data dal venir meno di una certa “sorpresa” (o meglio, dell'assenza totale di novità offerta dai bolognesi. Lo ha ammesso anche il coach della squadra campione d'Italia, che oramai tutti conoscono sia per quello che riguarda l'attacco che per quello che concerne la difesa. “Effettivamente l'anno scorso sotto il profilo tecnico con la 3-2” conferma Driscoll “abbiamo presentato una difesa che ha dato fastidio a molti. Poi il nostro passing-game, a parte l'inizio del campionato quando avevamo dei problemi, è andato benissimo e ci ha consentito di vincere il campionato. Quest'anno abbiamo cambiato molto poco in difesa e qualcosa in attacco per sfruttare le capacità di McMilian. La cosa più grave di quest'anno è la mancata costruzione di un contropiede ed è questa la lacuna maggiore che mi imputo in questa stagione. Ma non dimentichiamoci che la stagione non è ancora terminata”. Una sensazione che ha colto molti giornalisti e tecnici, che più hanno potuto seguire la Sinudyne nelle partite che la hanno vista soccombere in questa stagione, è quella di una certa qual impotenza nel reagire ai momenti negativi, una sostanziale povertà di idee che si traduce in una sola difesa - fatta bene - la 3-2 e le altre usate come ripiego e senza convinzione. “Lo scorso anno facevamo solo zona 3-2 e tutto andava bene; quest'anno” precisa il coach dei bianconeri “abbiamo anche la uomo e la zona press a metà campo. Io non credo che il fatto di fare molte difese significa di per sé farle bene, anche perché noi partiamo dal presupposto che se la nostra squadra applica bene la difesa che per noi è quella base, la 3-2, non dobbiamo avere più nessun tipo di problema, i problemi li devono avere gli altri. Ma bisogna appunto fare le cose bene, e fino ad oggi ciò non si è verificato. Io credo più nella qualità delle cose che si fanno che non nella quantità. Per il resto ognuno è libero di pensare a suo modo, per carità, siamo nel campo delle opinioni e io le rispetto tutte”. Un'altra delle annotazioni fatte alla Sinudyne è quella di aver ceduto in prestito per il secondo anno consecutivo un uomo come Bonamico (e proprio al Billy), cessione alla quale non sarebbe stato estraneo lo stesso Driscoll. “è molto semplice. Noi al momento di fare la squadra, sulla carta, al termine della scorsa stagione ci siamo trovati con due ali giovani, una già nazionale e una ora sul taccuino di Gamba” ricorda Driscoll “e dopo le verifiche fatte nel corso della stagione con Generali, se avessimo portato di nuovo a Bologna Bonamico sarebbe senz'altro accaduto che uno dei due avrebbe fatto tanta panchina, non c'è nulla da fare. Per qualcuno forse sarebbe stata meglio questa soluzione ma io non credo proprio; a chi avrebbe giovato avere due giocatori scontenti, che giocavano poco e che quindi miglioravano poco? Non certo alla Virtus. Altri hanno detto che non era il caso di darlo al Billy; ma io penso che noi possiamo giocare con loro lo stesso, e poi alla fine sia sempre un vantaggio per la società se Bonamico avrà acquistato maggior esperienza, giocando nel Billy piuttosto che in una squadra di bassa classifica. L'anno prossimo poi saremo in grado di scegliere tra due giocatori che avranno disputato un'annata tirata e tecnicamente importante”. Tutto, dunque, sembra stemperarsi nel la serenità e nella tranquillità di una società in cui nessuno ha la tendenza ad ingigantire i problemi e fors'anche a crearli quando non ci sono. “Voglio fare una premessa” afferma Driscoll” appena arrivato in Italia leggevo moltissimo i giornali poi, piano piano, ho smesso di farlo perché non facevano che complicarmi la vita, perché finivo spesso con l'interpretare male le cose, perché non capivo i vostri modi di dire, i vostri sottintesi. Questo per dire che già io personalmente, come carattere, tendo a non preoccuparmi di quello che si dice di me. Fatta questa premessa devo dire che invece da parte della società non c e mai stata una parola, una voce contro di me o contro il mio lavoro. D'altra parte penso che un allenatore non dovrebbe mai preoccuparsi di quello che dice la stampa e nemmeno i dirigenti della società, ma deve andare avanti nel suo lavoro serenamente: poi, alla fine si possono tirare le somme e valutare tutti gli errori ed eventualmente cambiare. è indispensabile non essere permalosi e avere piena fiducia in se stessi”. “Sapevo benissimo che il mestiere di allenatore è un mestiere difficilissimo” prosegue Driscoll “non mi facevo illusioni. Eppoi nelle mie condizioni fisiche non ero più in grado di giocare nella Sinudyne e quindi era una decisione obbligata. Comunque non sono certo di seguitare a fare l'allenatore per tutta la vita, almeno a questo livello. Ci sono dei momenti bellissimi ma si è sempre nell’occhio del ciclone”. Driscoll allenatore e insieme a lui, da due stagioni, Ettore Zuccheri: lo scorso anno si diceva “la Sinudyne ha vinto, Driscoll deve ringraziare Zuccheri”. Quest'anno invece che la squadra ha dei problemi sembra che Zuccheri sia sparito, non abbia più alcun incarico. “è vero, ma vorrei chiarire i ruoli, Lo scorso anno” racconta Driscoll “Zuccheri era indispensabile specialmente sotto il profilo dell'organizzazione, perché io non l'avevo mai fatto; da un concetto, da una idea lui sapeva prepararmi gli esercizi giusti. Piano, piano anch'io sto acquisendo questa mentalità e questa pratica. Quest'anno nonostante non avessi più bisogno assoluto di questo aiuto il rapporto con Ettore è rimasto invariato, discutiamo molto di tutto quello che stiamo facendo, e cerchiamo di unire le nostre due esperienze di giocatori e di allenatori. Poi è chiaro che la responsabilità finale è mia e le eventuali colpe anche”. Le accuse sono particolarmente lievitate in occasioni delle apparizioni internazionali della squadra in Coppa Europa “A me non piace perdere” dice “però devo dire che sia in occasione della sconfitta di Bologna con il Real Madrid che di quella di Tel Aviv con il Maccabi abbiamo incontrato due squadre veramente forti, con una grande esperienza internazionale e motivatissime. Da queste prime esperienze mi sembra di capire che possono fare molta strada in campo internazionale le squadre che hanno una grande difesa e un veloce contropiede: e ho ricordato prima che queste sono le due cose più carenti in questa nostra parte della stagione. Contiamo però di rimanere in coppa vincendo il campionato, cosi saremo meno vulnerabili, l'anno venturo, anche come mentalità”.

 


 

I mesi che precedono la stagione 1979/80 vivono a lungo sul dilemma del secondo straniero. La Virtus aveva rinunciato a Wells, nonostante il colored non avesse certo demeritato l'anno del primo scudetto targato Driscoll. Il dilemma riguarda Drazen Dalipagic, il mitragliere del Partizan, il "sogno" di Porelli che vorrebbe ricostituire sotto le Due Torri una coppia vincente del basket europeo. Dopo un lungo tira e molla l'opposizione al trasferimento del Partizan e della federazione jugoslava hanno la meglio e la Virtus si deve orientare altrove. Ma il pubblico di Bologna non può essere deluso; Terry Driscoll mette in moto tutte le sue conoscenze, la società garantisce un notevole investimento per portare alla Virtus, che dovrà disputare anche la Coppa Europa, una vera stella. Alla fine la "stella" arriva: si tratta di Jim McMillian, il "Duca Nero".

 

Oltre a McMillian c'è da segnalare il rientro a Bologna di Pietro Generali che si sarebbe rivelato, sotto la guida, di Kresimir Cosic, giocatore molto importante nell'economia della squadra. Il secondo anno della gestione Driscoll, sempre con Ettore Zuccheri come prezioso collaboratore in panchina, è un anno difficile, con l'inizio di stagione rugginoso e denso di problemi. Dopo un incontro di Coppa Europa perduto con il Real Madrid non c'è stato giornale in Italia che gli abbia risparmiato le critiche più feroci sul modo di condurre la squadra, sulle scelte tecniche e tattiche operate alla vigilia del campionato e poi partita per partita, sulla mancanza di un gioco apprezzabile e piacevole. Dopo l'amara sconfitta casalinga con i madrileni sembrò di essere a pochi passi dal baratro perché vennero le sconfitte con Jolly, Maccabi, Grimaldi e Billy. Il processo al coach era quasi inevitabile "Il problema Driscoll per noi non esiste nella maniera più assoluta" metterà subito le cose in chiaro l'Avvocato Porelli, troncando sul nascere ogni possibile discorso "Anche se siamo tutti coscienti del fatto che la squadra gioca male, che ci sono alcuni problemi che andranno affrontati e risolti, che taluni risultati non erano certamente previsti. Ma per sollevare un problema occorre avere anche a disposizione delle soluzioni, delle alternative: e in questo momento voglio che qualcuno mi dica quale può essere una soluzione alternativa a Terry Driscoll. Io non la conosco, non la vedo. Quindi per me Driscoll continua ad essere la migliore soluzione possibile per ricoprire il ruolo di allenatore della Sinudyne". Insomma, la società fa quadrato, come si convien, ma i problemi sul tappeto ci sono tutti. La Virtus dispone di un parco giocatori da fare paura. Da tutti era indicata come la squadra in grado di raccogliere l'eredità lasciata dalla formazione di Varese e invece solo polemiche. "Mi hanno accusato di far giocare la squadra senza fantasia" si difende con puntiglio e precisione Driscoll "dimenticando che sostanzialmente la squadra gioca questa stagione come la passata, quella dello scudetto. La cosa più grave di quest'anno è la mancata costruzione di un contropiede ed è questa la lacuna maggiore che mi imputo. Ma non dimentichiamoci che la stagione non è ancora terminata".

 

Driscoll ha ragione. La stagione non era affatto terminata, anche se era già svanito all'orizzonte uno dei traguardi dichiarati all'inizio dell'anno.: la Coppa Europa, dove le Vu nere vengono estromesse dopo aver perduto 5 dei 12 incontri del girone eliminatorio. La stagione stava per intravedere la fine e così anche i problemi della Virtus. Non si dice più che Bertolotti gioca poco, che Cosic si allena solo due volte alla settimana, che forse Wells sarebbe servito più del "Duca Nero" e chi ne ha più ne metta. Dietro i muri della Virtus tutte queste polemiche si stemperano: dietro l'angolo sono in arrivo i play-off. E nei play-off è tutta un'altra musica, nei play-off si vedono le squadre vere, si vedono i giocatori veri, quelli che hanno dentro qualcosa.

 

 

Ci vogliono tre incontri per mettere fuori i torinesi della Grimaldi, superati alla terza partita per 94-81, dopo aver preso una vera e propria batosta nel capoluogo piemontese (67-88). Stessa storia nelle semifinali dove ci si imbatte ancora una volta nei terribili "vecchietti" di Varese: al'andata è una passeggiata (94-75), con fuochi d'artificio e "de profundis" anticipati. A Varese è un'altra passeggiata, ma questa volta per i "vecchietti" che si vendicano e fanno anche meglio (75-96). Si deve ricorrere allo spareggio che si gioca a Bologna: la partita ha poca storia, i bianconeri regolano l'Emerson per 97-81 e per il quinto anno consecutivo la Virtus è nella finalissima per lo scudetto di Campione d'Italia. Nel frattempo Dan Peterson (ricordate i tiri liberi battuti da Boselli?) perde il secondo incontro casalingo con la Gabetti e si fa estromettere dalla finale dei play-off dopo aver dominato la "regular season" mandando così in finale con i bolognesi la squadra di Marzorati e dell'astro nascente Antonello RIva, detto "Superman".

 

GLi ultimi atti dei play-off 1979/80 sono tutti bianconeri. Cosic e soci superano la squadra di Bianchina Bologna per 5 punti (94-89) e compiono un autentico capolavoro a Cantù con McMillian che dà a tutti una lezione di maestria tecnica, vincendo anche sul campo lombardo (91-88). è il secondo scudetto consecutivo per Bologna! è il nono scudetto. Uno scudetto che ha più sapore degli altri forse proprio perché è nato e maturato in una stagione in cui tutto sembrava essersi messo nella maniera peggiore. Tutto sembrava crollare, svanire, ma le strutture della società, ed è questo che spesso conta di più, hanno retto brillantemente, e i giocatori alla fine, quando contava per il campionato, hanno fatto il resto. La carovana di auto e pullman che da Cantù torna nella notte a Bologna la trova ancora, ci mancherebbe altro!, sveglia e rumorosa: la statua del Nettuno è imbandierata. Di bianconero, naturalmente.

 

tratto da "Virtus - cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 


 

Jim McMillian il "Duca Nero" dei pro arricchisce la collezione di Porelli e anche la fortuna bacia in fronte lo squadrone di Driscoll. Un buffetto del canturino Bariviera condanna il Varese negli ultimi secondi della regular-season assegnando un 2° posto "strategico" alla Virtus che nei play-offs se ne avvale per sbattere fuori lo stesso Varese in semifinale. Poi in finale 2-0 splendido al Cantù. Delude invece il 4° posto in Coppa Campioni. Però non deludono in azzurro Bonamico, Generali e Villalta medaglie d'argento alle Olimpiadi di Mosca.

 

tratto da "100MILA CANESTRI - Storia statistica della Virtus Pallacanestro" di Renato Lemmi Gigli

 

Il Duca Nero contrasta una sospensione del cecchino madridista Brabender

 

RINVIATA la CONQUISTA D'EUROPA

da Giganti del Basket, marzo 1980

 

La bella Susana aveva da poco concluso il suo spettacolo di flamenco al “Corral de la bacheca” e per il gruppetto di giocatori, giornalisti e tifosi italiani era giunto il momento di far ritorno in albergo. Si formarono gli “equipaggi”, iniziò la ricerca di un taxi per coprire il breve tragitto dal “Corral” all'Hotel Centro Norte, dove la Sinudne aveva stabilito il suo quartier generale. Solo il mattino successivo, al momento dell'imbarco verso l'Italia, Charly Caglieris si accorse d'aver pagato il taxi con un biglietto da cento marchi anziché da cento pesos; solo il mattino successivo, al momento dell'imbarco, Caglieris si accorse che oltre al danno aveva subito anche la beffa del tassista, che gli aveva dato pure un resto di 15 pesos. Fino all'ultimo, insomma, le cose sono andate storte nella trasferta madrilena dei campioni d'Italia, iniziata in una fredda alba bolognese due giorni prima e culminata nella “storica” sconfitta patita al Pabellon Desportes contro il Real Madrid. E, anche se al momento in cui scriviamo (8 febbraio), la matematica non ha ancora tolto alla Sinudyne tutte le chances per accedere alla finalissima di Berlino, in programma il 27 marzo, quello di Madrid si può considerare come il colpo di grazia definitivo ad una stagione europea che per la Sinudyne è stata sicuramente inferiore alle aspettative, ai programmi ed anche alle speranze.

Eppure, se si pensa alla convincente ed anche importante vittoria di Bratislava nel girone di qualificazione, non si può certo dire che tali speranze fossero state eccessive o fuori luogo. La stessa partita di Madrid, con gli uomini di Driscoll che si portano per ben due volte a ridosso di tre punti dei madrileni dopo aver subito una mazzata terribile come quella dell'inizio, (12-O), ha dimostrato che in altre condizioni fisiche e forse con diversa mentalità la squadra bolognese avrebbe potuto fare ben altra figura e raggiungere ben altri traguardi nell'unica manifestazione continentale che conta ed in cui il club di Porelli non ha mai offerto prestazioni esaltanti. Bologna (contro il Real), Tel Aviv e Madrid sono state le tre tappe del calvario della Sinudyne in Coppa Europa, un calvario costellato di tanti incidenti (massì), di tanti errori, di tante polemiche più o meno arrivate in superficie comunque dannose.

Gli incidenti. è indubbio che Driscoll non ha mai potuto schierare negli incontri che contavano la squadra al completo e nelle migliori condizioni fisiche. Prima Generali, poi Cosic, poi Caglieris poi soprattutto McMillian si sono sempre trovati a scendere in campo (quado sono scesi) in condizioni menomate taluno, come McMillian, addirittura proibitive. E alla Sinudyne di quest'anno, con un Bertolotti appannato, non si può certo togliere allegramente un McMillian, con il suo tasso di classe e soprattutto di esperienza. E comunque, pur in queste condizioni, l'ex-pro americano è sempre stato uno dei migliori, uno che non si è mai tirato indietro. Ed è proprio su questo punto che s'innesta il discorso più importante, quello della consistenza psicologica dei campioni d'Italia. “Palle lesse”, “lumaconi” e via dicendo sono gli epiteti più frequenti che sono comparsi sui giornali

a commento delle prestazioni di Bertolotti e compagnia in coppa. E quasi inevitabilmente è venuto fuori il paragone con coloro che fino allo scorso anno avevano rappresentato il basket italiano in coppa Europa, e cioè i varesini dell'Emerson-Girgi-Ignis. “Niente da dire” ha ammesso Villalta durante il viaggio di ritorno da Madrid “loro avevano più temperamento di noi”. Solo con tanta grinta in più, infatti, si possono spiegare vittorie come quella dello scorso anno a Madrid senza Meneghin, o addirittura quella nella finalissima di Anversa 1975 sempre contro il Real e sempre senza Meneghin. La Sinudyne è mancata proprio su questo terreno, prima ancora che su quello strettamente tecnico-tattico. Perché? Perché anche giocatori come Villalta, Generali, che pure passano per dei lottatori, non sono riusciti a fare quello che andrebbe sempre fatto in campo internazionale? Le risposte possono essere tante, e possono passare magari attraverso i mancati stimoli di carattere economico (i giocatori avevano già partecipato alla divisione degli incassi per la Coppa); attraverso la mancata abitudine in campionato a lottare e a soffrire; attraverso, infine, le polemiche cui si accennava prima e che sono arrivate bene o male anche sulle pagine dei quotidiani. “C'è chi contesta Cosic perché si allena poco” ha dichiarato Porelli “ma se poi andiamo a vedere il rendimento in partita io non posso esimermi dall'apprezzare Cosic e dal non apprezzare qualcun altro…”. Nella squadra, dunque, non c'è più armonia (o non c'é mai stata?), i rapporti tra i giocatori si sono da tempo incrinati: e se non c'è più armonia in una squadra, come si può pensare che, soprattutto all'estero, quando c'è bisogno di lottare “tutti per uno ed uno per tutti”, si ottengano certi risultati? Da un certo tipo di responsabilità, ovviamente, non si può escludere anche l'accoppiata Zuccheri-Driscoll, soprattutto in quella che è stata la partita persa più sciaguratamente, a Bologna contro il Real Madrid. Inutile ripetere ancora le espressioni di sorpresa e di soddisfazione di Sainz di fronte alla tattica adottata dai bolognesi; certo è che la squadra di Driscoll sembrava una formazione che non avesse mai visto giocare i madrileni e non conoscesse le caratteristiche, per esempio, di Brabender.

Con tutto questo, lo ripetiamo, dopo la vittoria contro il Bosna a Bologna, la Sinudyne poteva ancora rientrare nel “giro” della finalissima se avesse vinto a Madrid, una partita tutto sommato giocabilissima. Che ci fosse questa possibilità e che attraverso Madrid avrebbe potuto passare la via bolognese per Berlino lo dimostrava anche il buon numero di inviati al seguito della squadra nonostante gli scioperi dei quotidiani lombardi. Invece non è andata così, invece quella che poteva essere una lieta trasferta di coppa si è trasformata in una ulteriore “mazzata” sul fisico e sul morale della Sinudyne.

Driscoll, come del resto aveva già dichiarato lo scorso mese proprio ai Giganti, non ha saputo spiegarsi il nuovo tonfo dei suoi uomini, il terribile inizio di secondo tempo quando il Real è dilagato contro l'inesistente difesa bolognese. “Evidentemente ci devono essere dei motivi psicologici che superano il fattore puramente tecnico” ha dichiarato l'allenatore della Sinudyne “ma più che cercare di stabilire un contatto con i giocatori io non posso fare. Se loro mi dicono che tutto  OK io mi devo anche fidare, non posso andare a cercare dei problemi là dove i diretti interessati mi dicono che non ce ne sono”. è certo, comunque, che proprio la coppa ha innestato un processo di verifica all'interno della società che con ogni probabilità, al di là degli esiti del campionato, produrrà delle modifiche al termine della stagione. Non è un mistero per nessuno che quest'anno Porelli e gli altri dirigenti avessero puntato tutto (o quasi) su un brillante piazzamento in coppa: e piazzarsi bene in coppa Europa significa arrivare o primi o secondi. La squadra bolognese, per lo meno la Virtus dell'era moderna, non è mai riuscita ad andare più in là di una finalissimna con la Gabetti in coppa delle Coppe mentre in coppa Campioni tutti ricordano ancora adesso la strapazzata che il Maccabi diede alla squadra di Peterson alcuni anni fa. Dunque, per una società ambiziosa e dalle tradizioni gloriose come quella bolognese, la coppa era ed è tuttora il traguardo più ambito. Il fatto che sia mancato (e con tutte le polemiche di cui abbiamo detto) sicuramente avrà maggiori ripercussioni in seno alla società di quanto non l'avrebbe avuto, eventualmente, una sconfitta in campionato. “E contrariamente a quanto ho sempre fatto” ha confessato Porelli “quest'anno non privilegerò certo nelle mie scelte gli italiani, come ho invece fatto in passato, commettendo un grosso errore. Resterà chi meriterà di restare: americano, iugoslavo o italiano che sia”.

 

Villalta, Cosic e McMillian: è festa negli spogliatoi di Cantù

 

PLAYOFF

di Dario Colombo - Giganti del Basket - maggio 1980

 

Era un freddo, grigio e piovoso pomeriggio di dicembre del 1979, mancavano pochi giorni a Natale. Nel grande capannone della mensa degli stabilimenti della Sinudyne, a Ozzano Emilia, i brindisi ed i discorsi trionfalistici in onore dei giocatori della Virtus che si trovavano là per il consueto scambio di auguri natalizi si stavano sprecando. Poi si alzò a parlare Porelli. “Non stiamo affatto attraversando un buon momento” disse l'avvocato mantovano riportando tutti con i piedi per terra “e prevedo che quest'anno avremo tante ma tante difficoltà. Non so come andrà a finire, se riusciremo a coronare il sogno più importante, quello della Coppa Europa, o quello dello scudetto: so soltanto che quest'anno sarà molto dura”. E allora la gente dei tavoli intorno si fece più piccina, nascose la faccia nelle enormi fette di meringata ricoperta dallo zucchero tricolore, qualcuno disse proprio “che la Sinudyne, quest'anno, non faceva divertire nessuno”. A quattro mesi di distanza, con il nono scudetto cucito sulle maglie (meglio: con l'ottavo che è invecchiato di un anno), con la statua del Nettuno vestita di tricolore, con la meravigliosa notte di Cantù ancora negli occhi ed i programmi futuri di Porelli che attendono solo di essere realizzati, è giusto andare a rivangare le difficoltà, le polemiche, le sconfitte e tutte le storture che hanno accompagnato la stagione della Sinudyne? Sissignori, è giusto, perché solo pensando ai momenti brutti si possono assaporare i momenti belli, solo dando un'occhiata ai problemi che la società ha dovuto affrontare uno può rendersi conto dell'esatto valore che ha questo scudetto per la Sinudyne e la lezione che da esso ne scaturisce per tutto il basket italiano. La Sinudyne ha avuto notevoli problemi tecnici. Ha scoperto improvvisamente e con grande dolore che il suo capitano, Gianni Bertolotti, non era più il capitano di una volta, quello che Gamba definisce “l'unica ala vera del basket italiano”, ma un uomo titubante che entrava in campo ogni volta con la preoccupazione di dover dimostrare al mondo intero cosa sapeva fare con il pallone, finendo con il dimostrare tutto il contrario. Ci si può permettere il lusso di regalare agli avversari un Bertolotti? Nossignori, neanche se si hanno in squadra i McMillian, i Cosic, i Villalta, i Caglieris. Questo handicap è stato poi acuito dal fatto che la squadra è incorsa in una serie impressionante di infortuni, che le hanno tolto di volta in volta Caglieris, McMillian, Generali, Villalta, Cosic. Questo ultimo è andato avanti per quasi tutta la stagione ad allenarsi non più di due-tre volte la settimana per via delle condizioni disastrose della sua schiena: e come ci si può preparare con profitto se manca quasi sempre il centro titolare? E infatti Driscoll non è riuscito a costruire quel contro-piede che rientrava nei suoi programmi e che probabilmente avrebbe consentito alla squadra di cogliere qualche successo in più in Coppa dei Campioni. La squadra ha avuto notevoli problemi sul piano dei rapporti interni. Alle prime sconfitte sono trapelati dallo spogliatoio - per solito ben custodito - della squadra le prime lamentele su gli allenamenti troppo duri di Driscoll sul suo modo di condurre la squadra dalla panchina. Eppoi: perché Cosic si allena solo due volte la settimana e poi la domenica gioca 40' minuti? Perché Gianni Bertolotti fa così tanta panchina? Ce n'era abbastanza perché, in altre situazioni e con altri dirigenti, scoppiasse la guerra, al tecnico o ai giocatori o a tutti e due, non importa: sempre guerra sarebbe stata. Invece l'avvocato Porelli ha fatto l’unica cosa che andava fatta: fiducia totale ed incondizionata all'allenatore che la società aveva scelto, le parole giuste con i giocatori, il suo personaggio a fare da filtro tra la squadra ed il resto del mondo. La squadra ha avuto notevoli problemi anche sul piano psicologico, se è vero – com’è vero - che a furia di perdere fuori casa e di sentirsi dire che era una squadra solo “casalinga”, casalinga ha finito con il diventarlo davvero, salvo poi smentire tutti nell'unica partita esterna che contava, quella per lo scudetto a Cantù. Perché in effetti vorremmo che qualcuno ci dimostrasse come, presi uno per uno, i giocatori della Sinudyne possono essere definibili giocatori privi di certi attributi: Villalta? No di certo. Cosic? Ne ha passate di tutti i colori. McMillian? Ha giocato nove anni nell'NBA, ci mancherebbe altro. Generali? è uno di quelli che si è sempre salvato, anche in coppa. Caglieris e Bertolotti? Forse sì, però sono solo due su dieci, e allora? E allora quello che poteva non essere sulla carta un problema ha finito con il diventarlo davvero, complici mille fattori che alla fine hanno condizionato il rendimento della squadra. Questo genere di difficoltà non sono certo diminuite con la Coppa Europa, anzi: proprio la Coppa era diventata una specie di cassa di risonanza di tutti i mali e di tutte le magagne di cui la Sinudyne soffriva in campionato, con i risultati che tutti sappiamo. Il risultato di tutto questo travaglio è stato lo scudetto. Fortuna? Sicuramente c'è stata e ci vuole anche quella. Però bisogna ricordare che Terry Driscoll, anche nel momento delle critiche più aspre, quando scoprì che il termine “bostoniano” poteva significare anche qualcosa di diverso dal puro e semplice “nativo di Boston”, non ha mai guardato in faccia nessuno, ha continuato ad essere sempre e solo sé stesso, giovane allenatore alla ricerca faticosa di una propria identità che poi era anche quella della squadra, anche a costo di far diventare Gianni Bertolotti il settimo uomo, anche a costo di trovarsi contro gli ex-compagni di squadra prima ancora che il pubblico. Quanti l'avrebbero fatto, nei suoi panni? Pochi, forse nessuno, soprattutto avendo in mente - come l'ha avuta Driscoll in tutti questi mesi - l'idea di far ritorno negli Stati Uniti al termine di questa stagione per mettersi a vendere medicinali in giro per il Massachussetts. Alla fine ha avuto ragione lui: ma questa, forse, non si chiama fortuna. Allo stesso modo non si può dire che sia frutto della fortuna l'aver messo assieme un mosaico di campioni così completo, soprattutto dopo l'innesto di Jim McMillian. Trentun anni, di cui gli ultimi nove passati a buttar palloni nei canestri più ricchi e più difficili del mondo, quelli dell'NBA, al fianco di compagni che si sono chiamati anche Chamberlain, West, McAdoo, Bradley, Frazier: e solo chi non capisce niente di cose americane (ma davvero) poteva dire che McMillian era troppo vecchio, troppo logoro per il nostro campionato, magari dopo aver gli visto fare solo una decina di punti contro l'Eldorado o l'Isolabella. E allora andiamo a vedere tutte le partite che contavano, da quelle di coppa per finire al capolavoro di Cantù, e poi vediamo chi non vorrebbe avere dieci vecchietti come McMillian in squadra… La verità è che il “duca nero” è il tipico rappresentante delle superstar professionistiche, alle quali non interessano un bel niente le 82 partite della prima fase e aspettano solo i playoff, quelli dove ci sono in palio gloria e denaro: e così è stato anche per lui quest'anno. Diciamo anzi che McMillian potrebbe essere preso a simbolo stesso di tutta la Sinudyne, una squadra che non ha mai fatto - né l'anno scorso né quest'anno - della prima fase il suo terreno di battaglia preferito, interpretando meglio di ogni altra squadra una formula, un campionato, che vivono su due momenti ben distinti, separati, completamente differenti: la prima fase ed i playoff. Ma è fortuna questa? Eppoi, prendiamo l'avvocato Porelli. Non appena in squadra scoppiano i primi malumori, affiorano le prime polemiche, non nega niente, riconosce certi errori di valutazione; promette rinnovamento. “Non commetterò più l'errore di privilegiare gli italiani nelle mie scelte a fine stagione” dichiara. Sembra lo sfogo di un momento di amarezza, di difficoltà. Intanto però stende una cortina fumogena tra i giocatori ed il resto del mondo: quello che si doveva sapere si sa, adesso basta, è il momento di sbrigare i nostri affari in famiglia. Vince lo scudetto, ha gli occhi ancora gonfi di lacrime e dichiara: “Il prossimo anno faremo uno squadrone per la Coppa Europa, molte cose cambieranno nella Sinudyne, questi potrebbero essere i nomi nuovi”. Da sempre questo è il suo modo di fare sport, di guidare la sua società: ma questa si chiama fortuna? Diciamocelo francamente: con questi uomini, con questa mentalità, con questi presupposti, la Sinudyne avrà sempre meno bisogno di fortuna e sarà sempre più la protagonista del basket italiano degli anni '80. E del resto, non è stato tutto studiato ed impostato proprio per questo? Generali che viene dato in prestito a Mestre perché ritorni pronto per stare in campo ad alto livello; Bonamico che segue la stessa trafila; la politica del “ogni anno una novità” che attira sempre più abbonati quindi incassi sempre più alti, quindi possibilità d'azione sempre più vaste; l’idea del palasport come luogo di spettacolo e di svago prima ancora che palestra sportiva, come avviene da decenni in America: c'è chi la chiama programmazione, c'è chi la chiama fortuna. Tant'è che, anche per l'anno prossimo, tutto è già pronto, previsto, programmato, anche se molto dipenderà dalla decisione federale sul problema stranieri. Kreso Cosic, un altro dei regali che Porelli ha fatto al pubblico bolognese e a tutti gli appassionati italiani, quasi sicuramente lascerà appesa negli spogliatoi la sua maglia numero 11 e - se vorrà - potrà rimanere a dirigere la nuova scuola di basket che sorgerà nella zona dell'Arcoveggio seguendo un progetto cullato da anni dallo stesso Porelli. Al suo posto dovrebbe arrivare - professionisti, dollari, infortuni ed attività extra-basket permettendo - quel Tom McMillen che già nel '75 aveva fatto impazzire i 6mila di Piazza Azzarita. Altro arrivo importante potrebbe essere quello di Enrico Guardi, guardia dell'Acqua Fabia, o di Maurizio Ferro, guardia della Mercury. Con Gilardi (e il secondo straniero) rimarrebbe senza ombra di dubbio Jim McMillian; con Ferro (e il secondo straniero) potrebbe anche succedere che Caglieris vedesse esaudito il suo sogno di poter tornare a Torino ed al suo posto verrebbe un playmaker americano. Eppoi: la Sinudyne 1980-81 vedrà la luce non solo con gli applausi dei 6mila abbonati che già aspettano di poter rinnovare la loro tessera, ma anche con la musica di Dalla-De Gregori-Jannacci, secondo un progetto elaborato da tempo dall'accoppiata Porelli-Dalla, seguendo sempre il filo conduttore del basket-spettacolo. Avremmo scritto tutte queste cose se la Sinudyne avesse perso lo scudetto? Sì, di certo: perché la squadra bolognese avrebbe perso forse lo scudetto della tecnica, quello che si conquista con i tiri, i rimbalzi e le stoppate; ma avrebbe sicuramente vinto il titolo italiano della serietà, della discrezione, della coerenza, della programmazione.