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Generali, Cosic, Villalta,
Govoni, Martini, Driscoll
Caglieris, Cantamessi,
Bertolotti, McMillian, Valenti
STAGIONE 1979/80
SINUDYNE BOLOGNA
Serie A1: 2a classificata su 14 squadre
(20-26)
Play-off: CAMPIONI D'ITALIA (6-8)
Coppa Europa dei Campioni: 4a classificata
nel girone finale
(9-14)
Partite
della stagione
statistiche di squadra
IL CASO DEL MESE: E DRISCOLL RESTO’ SOLO
di Tullio Lauro – Giganti del Basket
- febbraio
1980
L'ondata è terribile, impetuosa, proprio come
quelle che spazzano le spiagge dell'Atlantico davanti alla sua Boston, gli è
piombata addosso l'indomani dell'incontro di coppa contro i madrileni del
Real Madrid. Quel giorno - sebbene lui dica di non leggere più da tempo i
giornali - a Terry Driscoll devono essere
fischiate a lungo le orecchie, se è vero - come è vero - che nessun giornale
italiano interessato alle vicende della Sinudyne gli ha risparmiato accuse
più o meno pesanti sul modo di condurre la squadra, sulle scelte tecniche e
tattiche operate alla vigilia del campionato e poi partita per partita,
sulla mancanza di un gioco apprezzabile e piacevole oltreché efficace. E
quel giorno, cui hanno fatto seguito altri giorni uguali, dopo la partita
con il Jolly, dopo quella con la Grimaldi, dopo quella con il Maccabi, il
Billy e via dicendo, Terry Driscolll deve aver
scoperto (anche se c'erano già state delle avvisaglie in precedenza) che
questo anno non fa più parte della premiata coppia
Driscoll&Zuccheri, come aveva pensato fino
allo scorso anno, ma è rimasto unico titolare - a responsabilità illimitata
- delle azioni Sinudyne in questo momento assai in ribasso nelle quotazioni
della borsa-scudetto e, si dice, esclusivamente per colpa sua. Nessuno,
ovviamente, ha mai pensato lo scorso anno che
Driscoll fosse l'unico ed esclusivo artefice
della conquista dello scudetto da parte della Sinudyne: e lui stesso
riconobbe ampi meriti ed ampie facoltà di manovra al bravo e silenzioso
Zuccheri. Ma nessuno - che non fosse incosciente - poteva altresì pensare
che fosse sufficiente presentarsi davanti alla commissione del CAF come ha
fatto quest'estate Driscoll, per diventare
automaticamente quello che l'anno scorso non era e quello che probabilmente
non è ancora adesso. Non si diventa allenatori in un anno e neppure in due,
anche se si è stati grandi campioni. Ma allora è anche necessario accomunare
nelle critiche chi si è voluto - giustamente - accomunare nelle lodi. La
società tutto questo sembra averlo capito e lo lascia intendere anche se in
maniera indiretta, attraverso le parole dell'avvocato Porelli. “il problema
Driscoll per noi non esiste nella maniera più
assoluta” afferma Porelli
“anche se siamo tutti coscienti del fatto che la squadra gioca male,
che ci sono alcuni problemi che andranno affrontati e risolti, che taluni
risultati non erano certamente previsti. Ma per sollevare un problema
occorre avere anche a disposizione delle soluzioni, delle alternative: e in
questo momento voglio che qualcuno mi dica quale può essere una soluzione,
un'alternativa a Terry Driscoll.
Io non la conosco e non la vedo, quindi per me
Driscoll continua ad essere la miglior soluzione
possibile per ricoprire il ruolo di allenatore della Sinudyne”. Restano,
comunque, i riscontri reali, quelli da cui partono le accuse e che
sicuramente non si possono negare, indipendentemente dai personaggi ai quali
se ne voglia attribuire la responsabilità. Vediamoli un po' assieme, questi
difetti, che hanno guadagnato a Driscoll
il soprannome di “Bostoniano che dorme”, di “Aspirante allenatore” e
via dicendo. La Sinudyne gioca male. Dispone del parco giocatori più ampio e
completo del campionato eppure non diverte, non ha fantasia, riesce a
soffrire anche contro avversari che dovrebbe travolgere senza fatica. Il suo
repertorio tattico, specie in difesa, è limitato (almeno da quello che si è
visto finora) ad una zona 3-2 poco efficace, poco mobile, in cui al limite
era più adatto Wells dalle lunghe braccia che non
McMilian. In più è raro che durante le partite
Driscoll sappia adattare con la necessaria
rapidità il gioco della squadra alle caratteristiche dell'avversario e
all'andamento dell'incontro: spesso, anzi, vi rinuncia del tutto. In più - a
quanto pare - gli è venuta a mancare da parte di alcuni giocatori anche la
necessaria collaborazione per superare i momenti di crisi: ci si lamenta del
lavoro intenso che Driscoll
fa svolgere, qualcuno non condivide anche le scelte tecniche del
coach. Anche quello che fino allo scorso anno sembrava uno dei vantaggi
della scelta di Driscoll
come allenatore - e cioè la sua padronanza dello 'spogliatoio' -
sembra dunque venir meno. E l'elenco potrebbe continuare ancora a lungo,
ovviamente, anche se questi restano i principali “capi d'accusa” nei
confronti dell'ex-campione di Boston. La squadra che sembrava avviata, nelle
previsioni della vigilia, a raccogliere in campionato e forse anche in campo
internazionale l'eredità che fu della grande Ignis o magari anche del
Simmenthal, è dunque mancata finora alle attese. Cosa ne pensa il diretto
interessato? Come risponde a tutte le accuse che ormai gli piovono addosso
quotidianamente? Che intenzioni ha? “Mi hanno accusato di far giocare la mia
squadra senza fantasia” esordisce Driscoll
“dimenticando che sostanzialmente la squadra gioca questa stagione
come la passata, quella dello scudetto. So che non stiamo giocando nel modo
che dovremmo, ma stiamo scontando una serie di piccoli infortuni. Non ho
spiegazioni precise per tutti i nostri problemi, altrimenti li avrei già
risolti”. L'allenatore dei bolognesi non si nasconde i problemi che
indubbiamente esistono, ma chiarisce che, come scelta tecnica, la squadra
non ha volutamente cambiato molto da quella che la scorsa stagione aveva
inflitto un perentorio 2-0 al Billy nella finalissima dei playoff. unica
modifica tecnica, se cosi vogliamo chiamarla” continua Driscoll “è stata la
scelta del secondo straniero. Sostituendo
McMilian a Wells
avevamo in mente di inserire nella nostra formazione un giocatore in grado
di farci fare un salto di qualità, sia in difesa che in attacco e questo
anche in proiezione internazionale. Non è possibile fare un paragone tra i
due giocatori perché Wells
si era trovato a giocare in una squadra che aveva fatto pochissima
preparazione assieme e aveva puntato tutto sulla di fesa, perdendo
all'inizio della stagione diverse partite appunto per carenze in attacco,
mentre l'altro si è inserito in una squadra che in questa stagione ha
dimostrato certe debolezze difensive dovute ad una diversa preparazione”.
Uno dei motivi di cui si è parlato per certi risultati non propriamente
soddisfacenti è stato il comportamento di Driscoll
nei confronti dei giocatori. Quello che durante la scorsa stagione
era un merito, quest'anno sembrerebbe essersi ritorto contro di lui nel
senso che qualche giocatore si sarebbe lamentato dei carichi di lavoro
troppo pesanti cui li sottoporrebbe. “Appunto, quello che l'anno scorso era
un merito quest'anno non lo è più. Mi sembra strano. Non posso accontentare
tutti, questo l'ho imparato l'anno scorso. Non ho mai cercato di
approfittare dell'amicizia, io sono sempre lo stesso, mi trovo bene con loro
come mi trovo bene in generale con la gente. Ma è importante al di là dei
rapporti di amicizia instaurare anche dei rapporti professionali che sono
quelli che ti fanno capire quando devi scherzare e quando devi fare le cose
seriamente” continua Driscoll
“se qual che giocatore si è lamentato, non è mica un dramma, si può
anche lamentare, ma non ho preparato il lavoro per avere la gente scontenta,
non era certo il mio scopo”. Un'altra possibile spiegazione delle difficoltà
Sinudyne di questa stagione è data dal venir meno di una certa “sorpresa” (o
meglio, dell'assenza totale di novità offerta dai
bolognesi. Lo ha ammesso anche il coach della squadra campione d'Italia, che
oramai tutti conoscono sia per quello che riguarda l'attacco che per quello
che concerne la difesa. “Effettivamente l'anno scorso sotto il profilo
tecnico con la 3-2” conferma Driscoll
“abbiamo presentato una difesa che ha dato fastidio a molti. Poi il
nostro passing-game, a parte l'inizio del campionato quando avevamo dei
problemi, è andato benissimo e ci ha consentito di vincere il campionato.
Quest'anno abbiamo cambiato molto poco in difesa e qualcosa in attacco per
sfruttare le capacità di McMilian. La cosa
più grave di quest'anno è la mancata costruzione di un contropiede ed è
questa la lacuna maggiore che mi imputo in questa stagione. Ma non
dimentichiamoci che la stagione non è ancora terminata”. Una sensazione che
ha colto molti giornalisti e tecnici, che più hanno potuto seguire la
Sinudyne nelle partite che la hanno vista soccombere in questa stagione, è
quella di una certa qual impotenza nel reagire ai momenti negativi, una
sostanziale povertà di idee che si traduce in una sola difesa - fatta bene -
la 3-2 e le altre usate come ripiego e senza convinzione. “Lo scorso anno
facevamo solo zona 3-2 e tutto andava bene; quest'anno” precisa il coach dei
bianconeri “abbiamo anche la uomo e la zona press a metà campo. Io non credo
che il fatto di fare molte difese significa di per sé farle bene, anche
perché noi partiamo dal presupposto che se la nostra squadra applica bene la
difesa che per noi è quella base, la 3-2, non dobbiamo avere più nessun tipo
di problema, i problemi li devono avere gli altri. Ma bisogna appunto fare
le cose bene, e fino ad oggi ciò non si è verificato. Io credo più nella
qualità delle cose che si fanno che non nella quantità. Per il resto ognuno
è libero di pensare a suo modo, per carità, siamo nel campo delle opinioni e
io le rispetto tutte”. Un'altra delle annotazioni fatte alla Sinudyne è
quella di aver ceduto in prestito per il secondo anno consecutivo un uomo
come Bonamico (e proprio al Billy), cessione
alla quale non sarebbe stato estraneo lo stesso
Driscoll. “è molto
semplice. Noi al momento di fare la squadra, sulla carta, al termine della
scorsa stagione ci siamo trovati con due ali giovani, una già nazionale e
una ora sul taccuino di Gamba” ricorda Driscoll
“e dopo le verifiche fatte nel corso della stagione con Generali, se
avessimo portato di nuovo a Bologna Bonamico
sarebbe senz'altro accaduto che uno dei due avrebbe fatto tanta
panchina, non c'è nulla da fare. Per qualcuno forse sarebbe stata meglio
questa soluzione ma io non credo proprio; a chi avrebbe giovato avere due
giocatori scontenti, che giocavano poco e che quindi miglioravano poco? Non
certo alla Virtus. Altri hanno detto che non era il caso di darlo al Billy;
ma io penso che noi possiamo giocare con loro lo stesso, e poi alla fine sia
sempre un vantaggio per la società se Bonamico avrà
acquistato maggior esperienza, giocando nel Billy piuttosto che in una
squadra di bassa classifica. L'anno prossimo poi saremo in grado di
scegliere tra due giocatori che avranno disputato un'annata tirata e
tecnicamente importante”. Tutto, dunque, sembra stemperarsi nel la serenità
e nella tranquillità di una società in cui nessuno ha la tendenza ad
ingigantire i problemi e fors'anche a crearli quando non ci sono. “Voglio
fare una premessa” afferma Driscoll” appena
arrivato in Italia leggevo moltissimo i giornali poi, piano piano, ho smesso
di farlo perché non facevano che complicarmi la vita, perché finivo spesso
con l'interpretare male le cose, perché non capivo i vostri modi di dire, i
vostri sottintesi. Questo per dire che già io personalmente, come carattere,
tendo a non preoccuparmi di quello che si dice di me. Fatta questa premessa
devo dire che invece da parte della società non c e mai stata una parola,
una voce contro di me o contro il mio lavoro. D'altra parte penso che un
allenatore non dovrebbe mai preoccuparsi di quello che dice la stampa e
nemmeno i dirigenti della società, ma deve andare avanti nel suo lavoro
serenamente: poi, alla fine si possono tirare le somme e valutare tutti gli
errori ed eventualmente cambiare. è
indispensabile non essere permalosi e avere piena fiducia in se stessi”.
“Sapevo benissimo che il mestiere di allenatore è un mestiere
difficilissimo” prosegue Driscoll
“non mi facevo illusioni. Eppoi nelle mie condizioni fisiche non ero
più in grado di giocare nella Sinudyne e quindi era una decisione obbligata.
Comunque non sono certo di seguitare a fare l'allenatore per tutta la vita,
almeno a questo livello. Ci sono dei momenti bellissimi ma si è sempre
nell’occhio del ciclone”. Driscoll
allenatore e insieme a lui, da due stagioni, Ettore Zuccheri: lo
scorso anno si diceva “la Sinudyne ha vinto,
Driscoll deve ringraziare Zuccheri”. Quest'anno
invece che la squadra ha dei problemi sembra che
Zuccheri sia sparito, non abbia più alcun incarico. “è
vero, ma vorrei chiarire i ruoli, Lo scorso anno” racconta Driscoll “Zuccheri
era indispensabile specialmente sotto il profilo dell'organizzazione,
perché io non l'avevo mai fatto; da un concetto, da una idea lui sapeva
prepararmi gli esercizi giusti. Piano, piano anch'io sto acquisendo questa
mentalità e questa pratica. Quest'anno nonostante non avessi più bisogno
assoluto di questo aiuto il rapporto con Ettore è rimasto invariato,
discutiamo molto di tutto quello che stiamo facendo, e cerchiamo di unire le
nostre due esperienze di giocatori e di allenatori. Poi è chiaro che la
responsabilità finale è mia e le eventuali colpe anche”. Le accuse sono
particolarmente lievitate in occasioni delle apparizioni internazionali
della squadra in Coppa Europa “A me non piace perdere” dice “però devo dire
che sia in occasione della sconfitta di Bologna con il Real Madrid che di
quella di Tel Aviv con il Maccabi abbiamo incontrato due squadre veramente
forti, con una grande esperienza internazionale e motivatissime. Da queste
prime esperienze mi sembra di capire che possono fare molta strada in campo
internazionale le squadre che hanno una grande difesa e un veloce
contropiede: e ho ricordato prima che queste sono le due cose più carenti in
questa nostra parte della stagione. Contiamo però di rimanere in coppa
vincendo il campionato, cosi saremo meno vulnerabili, l'anno venturo, anche
come mentalità”.
I mesi che precedono la stagione 1979/80
vivono a lungo sul dilemma del secondo straniero. La Virtus aveva rinunciato
a Wells, nonostante il colored non avesse certo
demeritato l'anno del primo scudetto targato
Driscoll. Il dilemma riguarda Drazen Dalipagic, il mitragliere del
Partizan, il "sogno" di Porelli che vorrebbe
ricostituire sotto le Due Torri una coppia vincente del basket europeo. Dopo
un lungo tira e molla l'opposizione al trasferimento del Partizan e della
federazione jugoslava hanno la meglio e la Virtus si deve orientare altrove.
Ma il pubblico di Bologna non può essere deluso;
Terry Driscoll mette in moto tutte le sue conoscenze, la società
garantisce un notevole investimento per portare alla Virtus, che dovrà
disputare anche la Coppa Europa, una vera stella. Alla fine la "stella"
arriva: si tratta di Jim McMillian, il "Duca
Nero".
Oltre a McMillian c'è
da segnalare il rientro a Bologna di Pietro
Generali che si sarebbe rivelato, sotto la guida, di Kresimir Cosic, giocatore molto importante
nell'economia della squadra. Il secondo anno della gestione Driscoll, sempre con
Ettore Zuccheri come prezioso collaboratore in panchina, è un anno
difficile, con l'inizio di stagione rugginoso e denso di problemi. Dopo un
incontro di Coppa Europa perduto con il Real Madrid non c'è stato giornale
in Italia che gli abbia risparmiato le critiche più feroci sul modo di
condurre la squadra, sulle scelte tecniche e tattiche operate alla vigilia
del campionato e poi partita per partita, sulla mancanza di un gioco
apprezzabile e piacevole. Dopo l'amara sconfitta casalinga con i madrileni
sembrò di essere a pochi passi dal baratro perché vennero le sconfitte con
Jolly, Maccabi, Grimaldi e Billy. Il processo al coach era quasi inevitabile
"Il problema Driscoll per noi non esiste nella
maniera più assoluta" metterà subito le cose in chiaro l'Avvocato Porelli, troncando sul nascere ogni possibile
discorso "Anche se siamo tutti coscienti del fatto che la squadra gioca
male, che ci sono alcuni problemi che andranno affrontati e risolti, che
taluni risultati non erano certamente previsti. Ma per sollevare un problema
occorre avere anche a disposizione delle soluzioni, delle alternative: e in
questo momento voglio che qualcuno mi dica quale può essere una soluzione
alternativa a Terry Driscoll. Io non la
conosco, non la vedo. Quindi per me Driscoll
continua ad essere la migliore soluzione possibile per ricoprire il ruolo di
allenatore della Sinudyne". Insomma, la società fa quadrato, come si convien,
ma i problemi sul tappeto ci sono tutti. La Virtus dispone di un parco
giocatori da fare paura. Da tutti era indicata come la squadra in grado di
raccogliere l'eredità lasciata dalla formazione di Varese e invece solo
polemiche. "Mi hanno accusato di far giocare la squadra senza fantasia" si
difende con puntiglio e precisione Driscoll
"dimenticando che sostanzialmente la squadra gioca questa stagione come la
passata, quella dello scudetto. La cosa più grave di quest'anno è la mancata
costruzione di un contropiede ed è questa la lacuna maggiore che mi imputo.
Ma non dimentichiamoci che la stagione non è ancora terminata".
Driscoll ha
ragione. La stagione non era affatto terminata, anche se era già svanito
all'orizzonte uno dei traguardi dichiarati all'inizio dell'anno.: la Coppa
Europa, dove le Vu nere vengono estromesse dopo aver perduto 5 dei 12
incontri del girone eliminatorio. La stagione stava per intravedere la fine
e così anche i problemi della Virtus. Non si dice più che Bertolotti gioca poco, che Cosic si allena solo due volte alla settimana,
che forse Wells sarebbe servito più del "Duca
Nero" e chi ne ha più ne metta. Dietro i muri della Virtus tutte queste
polemiche si stemperano: dietro l'angolo sono in arrivo i play-off. E nei
play-off è tutta un'altra musica, nei play-off si vedono le squadre vere, si
vedono i giocatori veri, quelli che hanno dentro qualcosa.

Ci vogliono tre incontri per mettere fuori i
torinesi della Grimaldi, superati alla terza partita per 94-81, dopo aver
preso una vera e propria batosta nel capoluogo piemontese (67-88). Stessa
storia nelle semifinali dove ci si imbatte ancora una volta nei terribili
"vecchietti" di Varese: al'andata è una passeggiata (94-75), con fuochi
d'artificio e "de profundis" anticipati. A Varese è un'altra passeggiata, ma
questa volta per i "vecchietti" che si vendicano e fanno anche meglio
(75-96). Si deve ricorrere allo spareggio che si gioca a Bologna: la partita
ha poca storia, i bianconeri regolano l'Emerson per 97-81 e per il quinto
anno consecutivo la Virtus è nella finalissima per lo scudetto di Campione
d'Italia. Nel frattempo Dan Peterson
(ricordate i tiri liberi battuti da Boselli?) perde il secondo incontro
casalingo con la Gabetti e si fa estromettere dalla finale dei play-off dopo
aver dominato la "regular season" mandando così in finale con i bolognesi la
squadra di Marzorati e dell'astro nascente Antonello RIva, detto "Superman".
GLi ultimi atti dei play-off 1979/80 sono
tutti bianconeri. Cosic e soci superano la
squadra di Bianchina Bologna per 5 punti (94-89) e compiono un autentico
capolavoro a Cantù con McMillian che dà a
tutti una lezione di maestria tecnica, vincendo anche sul campo lombardo
(91-88). è il secondo
scudetto consecutivo per Bologna! è
il nono scudetto. Uno scudetto che ha più sapore degli altri forse proprio
perché è nato e maturato in una stagione in cui tutto sembrava essersi messo
nella maniera peggiore. Tutto sembrava crollare, svanire, ma le strutture
della società, ed è questo che spesso conta di più, hanno retto
brillantemente, e i giocatori alla fine, quando contava per il campionato,
hanno fatto il resto. La carovana di auto e pullman che da Cantù torna nella
notte a Bologna la trova ancora, ci mancherebbe altro!, sveglia e rumorosa:
la statua del Nettuno è imbandierata. Di bianconero, naturalmente.
tratto da "Virtus
- cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro
Jim McMillian il "Duca Nero" dei pro
arricchisce la collezione di Porelli e anche la fortuna bacia in fronte lo
squadrone di Driscoll. Un buffetto del canturino Bariviera condanna il
Varese negli ultimi secondi della regular-season assegnando un 2° posto
"strategico" alla Virtus che nei play-offs se ne avvale per sbattere fuori
lo stesso Varese in semifinale. Poi in finale 2-0 splendido al Cantù. Delude
invece il 4° posto in Coppa Campioni. Però non deludono in azzurro Bonamico, Generali
e Villalta medaglie d'argento alle Olimpiadi
di Mosca.
tratto da "100MILA CANESTRI -
Storia statistica della Virtus Pallacanestro" di Renato Lemmi Gigli

Il Duca Nero contrasta una sospensione del cecchino
madridista Brabender
RINVIATA la CONQUISTA D'EUROPA
da Giganti del Basket,
marzo 1980
La bella Susana aveva da poco concluso il suo
spettacolo di flamenco al “Corral de la bacheca” e per il gruppetto di
giocatori, giornalisti e tifosi italiani era giunto il momento di far
ritorno in albergo. Si formarono gli “equipaggi”, iniziò la ricerca di un
taxi per coprire il breve tragitto dal “Corral” all'Hotel Centro Norte, dove
la Sinudne aveva stabilito il suo quartier generale. Solo il mattino
successivo, al momento dell'imbarco verso l'Italia, Charly Caglieris si accorse d'aver pagato il
taxi con un biglietto da cento marchi anziché da cento pesos; solo il
mattino successivo, al momento dell'imbarco,
Caglieris si accorse che oltre al danno aveva
subito anche la beffa del tassista, che gli aveva dato pure un resto di 15
pesos. Fino all'ultimo, insomma, le cose sono andate storte nella trasferta
madrilena dei campioni d'Italia, iniziata in una fredda alba bolognese due
giorni prima e culminata nella “storica” sconfitta patita al Pabellon
Desportes contro il Real Madrid. E, anche se al momento in cui scriviamo (8
febbraio), la matematica non ha ancora tolto alla Sinudyne tutte le chances
per accedere alla finalissima di Berlino, in programma il 27 marzo, quello
di Madrid si può considerare come il colpo di grazia definitivo ad una
stagione europea che per la Sinudyne è stata sicuramente inferiore alle
aspettative, ai programmi ed anche alle speranze.
Eppure, se si pensa alla convincente ed anche
importante vittoria di Bratislava nel girone di qualificazione, non si può
certo dire che tali speranze fossero state eccessive o fuori luogo. La
stessa partita di Madrid, con gli uomini di
Driscoll che si portano per ben due volte a ridosso di tre punti dei
madrileni dopo aver subito una mazzata terribile come quella dell'inizio,
(12-O), ha dimostrato che in altre condizioni fisiche e forse con diversa
mentalità la squadra bolognese avrebbe potuto fare ben altra figura e
raggiungere ben altri traguardi nell'unica manifestazione continentale che
conta ed in cui il club di Porelli non ha mai
offerto prestazioni esaltanti. Bologna (contro il Real), Tel Aviv e Madrid
sono state le tre tappe del calvario della Sinudyne in Coppa Europa, un
calvario costellato di tanti incidenti (massì), di tanti errori, di tante
polemiche più o meno arrivate in superficie comunque dannose.
Gli incidenti.
è indubbio che Driscoll non ha mai
potuto schierare negli incontri che contavano la squadra al completo e nelle
migliori condizioni fisiche. Prima Generali,
poi Cosic, poi
Caglieris poi soprattutto McMillian si sono sempre trovati a scendere
in campo (quado sono scesi) in condizioni menomate taluno, come McMillian, addirittura proibitive. E alla
Sinudyne di quest'anno, con un Bertolotti
appannato, non si può certo togliere allegramente un McMillian, con il suo tasso di classe e
soprattutto di esperienza. E comunque, pur in queste condizioni, l'ex-pro
americano è sempre stato uno dei migliori, uno che non si è mai tirato
indietro. Ed è proprio su questo punto che s'innesta il discorso più
importante, quello della consistenza psicologica dei campioni d'Italia.
“Palle lesse”, “lumaconi” e via dicendo sono gli epiteti più frequenti che
sono comparsi sui giornali
a commento delle prestazioni di Bertolotti e compagnia in coppa. E quasi
inevitabilmente è venuto fuori il paragone con coloro che fino allo scorso
anno avevano rappresentato il basket italiano in coppa Europa, e cioè i
varesini dell'Emerson-Girgi-Ignis. “Niente da dire” ha ammesso Villalta durante il viaggio di ritorno da
Madrid “loro avevano più temperamento di noi”. Solo con tanta grinta in più,
infatti, si possono spiegare vittorie come quella dello scorso anno a Madrid
senza Meneghin, o addirittura quella nella finalissima di Anversa 1975
sempre contro il Real e sempre senza Meneghin. La Sinudyne è mancata proprio
su questo terreno, prima ancora che su quello strettamente tecnico-tattico.
Perché? Perché anche giocatori come Villalta, Generali, che pure passano per dei lottatori,
non sono riusciti a fare quello che andrebbe sempre fatto in campo
internazionale? Le risposte possono essere tante, e possono passare magari
attraverso i mancati stimoli di carattere economico (i giocatori avevano già
partecipato alla divisione degli incassi per la Coppa); attraverso la
mancata abitudine in campionato a lottare e a soffrire; attraverso, infine,
le polemiche cui si accennava prima e che sono arrivate bene o male anche
sulle pagine dei quotidiani. “C'è chi contesta Cosic
perché si allena poco” ha dichiarato Porelli
“ma se poi andiamo a vedere il rendimento in partita io non posso
esimermi dall'apprezzare Cosic
e dal non apprezzare qualcun altro…”. Nella squadra, dunque, non c'è
più armonia (o non c'é mai stata?), i rapporti tra i giocatori si sono da
tempo incrinati: e se non c'è più armonia in una squadra, come si può
pensare che, soprattutto all'estero, quando c'è bisogno di lottare “tutti
per uno ed uno per tutti”, si ottengano certi risultati? Da un certo tipo di
responsabilità, ovviamente, non si può escludere anche l'accoppiata Zuccheri-Driscoll,
soprattutto in quella che è stata la partita persa più sciaguratamente, a
Bologna contro il Real Madrid. Inutile ripetere ancora le espressioni di
sorpresa e di soddisfazione di Sainz di fronte alla tattica adottata dai
bolognesi; certo è che la squadra di Driscoll
sembrava una formazione che non avesse mai visto giocare i madrileni
e non conoscesse le caratteristiche, per esempio, di Brabender.
Con tutto questo, lo ripetiamo, dopo la
vittoria contro il Bosna a Bologna, la Sinudyne poteva ancora rientrare nel
“giro” della finalissima se avesse vinto a Madrid, una partita tutto sommato
giocabilissima. Che ci fosse questa possibilità e che attraverso Madrid
avrebbe potuto passare la via bolognese per Berlino lo dimostrava anche il
buon numero di inviati al seguito della squadra nonostante gli scioperi dei
quotidiani lombardi. Invece non è andata così, invece quella che poteva
essere una lieta trasferta di coppa si è trasformata in una ulteriore
“mazzata” sul fisico e sul morale della Sinudyne.
Driscoll, come
del resto aveva già dichiarato lo scorso mese proprio ai Giganti, non ha
saputo spiegarsi il nuovo tonfo dei suoi uomini, il terribile inizio di
secondo tempo quando il Real è dilagato contro l'inesistente difesa
bolognese. “Evidentemente ci devono essere dei motivi psicologici che
superano il fattore puramente tecnico” ha dichiarato l'allenatore della
Sinudyne “ma più che cercare di stabilire un contatto con i giocatori io non
posso fare. Se loro mi dicono che tutto OK io mi devo anche fidare, non
posso andare a cercare dei problemi là dove i diretti interessati mi dicono
che non ce ne sono”. è certo,
comunque, che proprio la coppa ha innestato un processo di verifica
all'interno della società che con ogni probabilità, al di là degli esiti del
campionato, produrrà delle modifiche al termine della stagione. Non è un
mistero per nessuno che quest'anno Porelli
e gli altri dirigenti avessero puntato tutto (o quasi) su un
brillante piazzamento in coppa: e piazzarsi bene in coppa Europa significa
arrivare o primi o secondi. La squadra bolognese, per lo meno la Virtus
dell'era moderna, non è mai riuscita ad andare più in là di una finalissimna
con la Gabetti in coppa delle Coppe mentre in coppa Campioni tutti ricordano
ancora adesso la strapazzata che il Maccabi diede alla squadra di Peterson alcuni anni fa. Dunque, per una
società ambiziosa e dalle tradizioni gloriose come quella bolognese, la
coppa era ed è tuttora il traguardo più ambito. Il fatto che sia mancato (e
con tutte le polemiche di cui abbiamo detto) sicuramente avrà maggiori
ripercussioni in seno alla società di quanto non l'avrebbe avuto,
eventualmente, una sconfitta in campionato. “E contrariamente a quanto ho
sempre fatto” ha confessato Porelli
“quest'anno non privilegerò certo nelle mie scelte gli italiani, come
ho invece fatto in passato, commettendo un grosso errore. Resterà chi
meriterà di restare: americano, iugoslavo o italiano che sia”.

Villalta, Cosic e McMillian: è festa negli
spogliatoi di Cantù
PLAYOFF
di Dario Colombo - Giganti del Basket -
maggio 1980
Era un freddo, grigio e piovoso pomeriggio di dicembre del
1979, mancavano pochi giorni a Natale. Nel grande capannone della mensa
degli stabilimenti della Sinudyne, a Ozzano Emilia, i brindisi ed i discorsi
trionfalistici in onore dei giocatori della Virtus che si trovavano là per
il consueto scambio di auguri natalizi si stavano sprecando. Poi si alzò a
parlare Porelli. “Non stiamo affatto
attraversando un buon momento” disse l'avvocato mantovano riportando tutti
con i piedi per terra “e prevedo che quest'anno avremo tante ma tante
difficoltà. Non so come andrà a finire, se riusciremo a coronare il sogno
più importante, quello della Coppa Europa, o quello dello scudetto: so
soltanto che quest'anno sarà molto dura”. E allora la gente dei tavoli
intorno si fece più piccina, nascose la faccia nelle enormi fette di
meringata ricoperta dallo zucchero tricolore, qualcuno disse proprio “che la
Sinudyne, quest'anno, non faceva divertire nessuno”. A quattro mesi di
distanza, con il nono scudetto cucito sulle maglie (meglio: con l'ottavo che
è invecchiato di un anno), con la statua del Nettuno vestita di tricolore,
con la meravigliosa notte di Cantù ancora negli occhi ed i programmi futuri
di Porelli che attendono
solo di essere realizzati, è giusto andare a rivangare le difficoltà, le
polemiche, le sconfitte e tutte le storture che hanno accompagnato la
stagione della Sinudyne? Sissignori, è giusto, perché solo pensando ai
momenti brutti si possono assaporare i momenti belli, solo dando un'occhiata
ai problemi che la società ha dovuto affrontare uno può rendersi conto
dell'esatto valore che ha questo scudetto per la Sinudyne e la lezione che
da esso ne scaturisce per tutto il basket italiano. La Sinudyne ha avuto
notevoli problemi tecnici. Ha scoperto improvvisamente e con grande dolore
che il suo capitano, Gianni Bertolotti, non
era più il capitano di una volta, quello che Gamba definisce “l'unica ala
vera del basket italiano”, ma un uomo titubante che entrava in campo ogni
volta con la preoccupazione di dover dimostrare al mondo intero cosa sapeva
fare con il pallone, finendo con il dimostrare tutto il contrario. Ci si può
permettere il lusso di regalare agli avversari un Bertolotti? Nossignori, neanche se si hanno
in squadra i McMillian, i Cosic, i Villalta,
i Caglieris. Questo handicap è stato poi
acuito dal fatto che la squadra è incorsa in una serie impressionante di
infortuni, che le hanno tolto di volta in volta
Caglieris, McMillian, Generali, Villalta, Cosic. Questo ultimo è andato avanti per quasi
tutta la stagione ad allenarsi non più di due-tre volte la settimana per via
delle condizioni disastrose della sua schiena: e come ci si può preparare
con profitto se manca quasi sempre il centro titolare? E infatti Driscoll non è riuscito a costruire quel
contro-piede che rientrava nei suoi programmi e che probabilmente avrebbe
consentito alla squadra di cogliere qualche successo in più in Coppa dei
Campioni. La squadra ha avuto notevoli problemi sul piano dei rapporti
interni. Alle prime sconfitte sono trapelati dallo spogliatoio - per solito
ben custodito - della squadra le prime lamentele su gli allenamenti troppo
duri di Driscoll sul
suo modo di condurre la squadra dalla panchina. Eppoi: perché Cosic si allena solo due
volte la settimana e poi la domenica gioca 40' minuti? Perché Gianni Bertolotti
fa così tanta panchina? Ce n'era abbastanza perché, in altre
situazioni e con altri dirigenti, scoppiasse la guerra, al tecnico o ai
giocatori o a tutti e due, non importa: sempre guerra sarebbe stata. Invece
l'avvocato Porelli ha
fatto l’unica cosa che andava fatta: fiducia totale ed incondizionata
all'allenatore che la società aveva scelto, le parole giuste con i
giocatori, il suo personaggio a fare da filtro tra la squadra ed il resto
del mondo. La squadra ha avuto notevoli problemi anche sul piano
psicologico, se è vero – com’è vero - che a furia di perdere fuori casa e di
sentirsi dire che era una squadra solo “casalinga”, casalinga ha finito con
il diventarlo davvero, salvo poi smentire tutti nell'unica partita esterna
che contava, quella per lo scudetto a Cantù. Perché in effetti vorremmo che
qualcuno ci dimostrasse come, presi uno per uno, i giocatori della Sinudyne
possono essere definibili giocatori privi di certi attributi: Villalta? No di certo.
Cosic? Ne ha passate di tutti i colori.
McMillian? Ha giocato nove anni nell'NBA, ci mancherebbe altro. Generali?
è uno di quelli che si è
sempre salvato, anche in coppa. Caglieris
e Bertolotti? Forse sì, però sono
solo due su dieci, e allora? E allora quello che poteva non essere sulla
carta un problema ha finito con il diventarlo davvero, complici mille
fattori che alla fine hanno condizionato il rendimento della squadra. Questo
genere di difficoltà non sono certo diminuite con la Coppa Europa, anzi:
proprio la Coppa era diventata una specie di cassa di risonanza di tutti i
mali e di tutte le magagne di cui la Sinudyne soffriva in campionato, con i
risultati che tutti sappiamo. Il risultato di tutto questo travaglio è stato
lo scudetto. Fortuna? Sicuramente c'è stata e ci vuole anche quella. Però
bisogna ricordare che Terry Driscoll, anche
nel momento delle critiche più aspre, quando scoprì che il termine
“bostoniano” poteva significare anche qualcosa di diverso dal puro e
semplice “nativo di Boston”, non ha mai guardato in faccia nessuno, ha
continuato ad essere sempre e solo sé stesso, giovane allenatore alla
ricerca faticosa di una propria identità che poi era anche quella della
squadra, anche a costo di far diventare
Gianni Bertolotti il settimo uomo, anche a costo
di trovarsi contro gli ex-compagni di squadra prima ancora che il pubblico.
Quanti l'avrebbero fatto, nei suoi panni? Pochi, forse nessuno, soprattutto
avendo in mente - come l'ha avuta Driscoll
in tutti questi mesi - l'idea di far ritorno negli Stati Uniti al
termine di questa stagione per mettersi a vendere medicinali in giro per il
Massachussetts. Alla fine ha avuto ragione lui: ma questa, forse, non si
chiama fortuna. Allo stesso modo non si può dire che sia frutto della
fortuna l'aver messo assieme un mosaico di campioni così completo,
soprattutto dopo l'innesto di Jim
McMillian. Trentun anni, di cui gli ultimi nove passati a buttar
palloni nei canestri più ricchi e più difficili del mondo, quelli dell'NBA,
al fianco di compagni che si sono chiamati anche Chamberlain, West, McAdoo,
Bradley, Frazier: e solo chi non capisce niente di cose americane (ma
davvero) poteva dire che McMillian
era troppo vecchio, troppo logoro per il nostro campionato, magari
dopo aver gli visto fare solo una decina di punti contro l'Eldorado o l'Isolabella.
E allora andiamo a vedere tutte le partite che contavano, da quelle di coppa
per finire al capolavoro di Cantù, e poi vediamo chi non vorrebbe avere
dieci vecchietti come McMillian
in squadra… La verità è che il “duca nero” è il tipico rappresentante
delle superstar professionistiche, alle quali non interessano un bel niente
le 82 partite della prima fase e aspettano solo i playoff, quelli dove ci
sono in palio gloria e denaro: e così è stato anche per lui quest'anno.
Diciamo anzi che McMillian
potrebbe essere preso a simbolo stesso di tutta la Sinudyne, una
squadra che non ha mai fatto - né l'anno scorso né quest'anno - della prima
fase il suo terreno di battaglia preferito, interpretando meglio di ogni
altra squadra una formula, un campionato, che vivono su due momenti ben
distinti, separati, completamente differenti: la prima fase ed i playoff. Ma
è fortuna questa? Eppoi, prendiamo l'avvocato Porelli.
Non appena in squadra scoppiano i primi malumori, affiorano le prime
polemiche, non nega niente, riconosce certi errori di valutazione; promette
rinnovamento. “Non commetterò più l'errore di privilegiare gli italiani
nelle mie scelte a fine stagione” dichiara. Sembra lo sfogo di un momento di
amarezza, di difficoltà. Intanto però stende una cortina fumogena tra i
giocatori ed il resto del mondo: quello che si doveva sapere si sa, adesso
basta, è il momento di sbrigare i nostri affari in famiglia. Vince lo
scudetto, ha gli occhi ancora gonfi di lacrime e dichiara: “Il prossimo anno
faremo uno squadrone per la Coppa Europa, molte cose cambieranno nella
Sinudyne, questi potrebbero essere i nomi nuovi”. Da sempre questo è il suo
modo di fare sport, di guidare la sua società: ma questa si chiama fortuna?
Diciamocelo francamente: con questi uomini, con questa mentalità, con questi
presupposti, la Sinudyne avrà sempre meno bisogno di fortuna e sarà sempre
più la protagonista del basket italiano degli anni '80. E del resto, non è
stato tutto studiato ed impostato proprio per questo? Generali che viene dato
in prestito a Mestre perché ritorni pronto per stare in campo ad alto
livello; Bonamico che segue la stessa trafila;
la politica del “ogni anno una novità” che attira sempre più abbonati quindi
incassi sempre più alti, quindi possibilità d'azione sempre più vaste;
l’idea del palasport come luogo di spettacolo
e di svago prima ancora che palestra sportiva, come avviene da decenni in
America: c'è chi la chiama programmazione, c'è chi la chiama fortuna. Tant'è
che, anche per l'anno prossimo, tutto è già pronto, previsto, programmato,
anche se molto dipenderà dalla decisione federale sul problema stranieri. Kreso Cosic, un altro dei
regali che Porelli
ha fatto al pubblico bolognese e a tutti gli
appassionati italiani, quasi sicuramente lascerà appesa negli spogliatoi la
sua maglia numero 11 e - se vorrà - potrà rimanere a dirigere la nuova
scuola di basket che sorgerà nella zona dell'Arcoveggio seguendo un progetto
cullato da anni dallo stesso Porelli.
Al suo posto dovrebbe arrivare - professionisti, dollari, infortuni ed
attività extra-basket permettendo - quel Tom
McMillen che già nel '75 aveva fatto impazzire i 6mila di Piazza
Azzarita. Altro arrivo importante potrebbe essere quello di Enrico Guardi,
guardia dell'Acqua Fabia, o di Maurizio Ferro, guardia della Mercury. Con
Gilardi (e il secondo straniero) rimarrebbe senza ombra di dubbio Jim McMillian; con Ferro (e il secondo straniero) potrebbe anche
succedere che Caglieris
vedesse esaudito il suo sogno di poter tornare a Torino ed al suo
posto verrebbe un playmaker americano. Eppoi: la Sinudyne 1980-81 vedrà la
luce non solo con gli applausi dei 6mila abbonati che già aspettano di poter
rinnovare la loro tessera, ma anche con la musica di Dalla-De
Gregori-Jannacci, secondo un progetto elaborato da tempo dall'accoppiata Porelli-Dalla,
seguendo sempre il filo conduttore del basket-spettacolo. Avremmo scritto
tutte queste cose se la Sinudyne avesse perso lo scudetto? Sì, di certo:
perché la squadra bolognese avrebbe perso forse lo scudetto della tecnica,
quello che si conquista con i tiri, i rimbalzi e le stoppate; ma avrebbe
sicuramente vinto il titolo italiano della serietà, della discrezione, della
coerenza, della programmazione.
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