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Villalta, Generali, Cosic,
Govoni, Martini
Caglieris, Valenti, Bertolotti,
Goti, Wells
STAGIONE 1978/79
SINUDYNE BOLOGNA
Serie A1: 2a classificata su 14 squadre
(20-26)
Play-off: CAMPIONI D'ITALIA (6-8)
Coppa delle Coppe: eliminata in semifinale
(5-8)
Partite
della stagione
statistiche di squadra
SINUDYNE
è PIù FORTE
di Dario Colombo - Giganti del
Basket - giugno 1979
L'avvocato Porelli,
da abile manager e da persona abituata a valutare i fatti più che le
apparenze, probabilmente a certe teorie di corsi e ricorsi storici non ama
prestare molto orecchio. Eppure, proprio lui che ha avuto la fortuna di
vivere in prima persona gli ultimi due scudetti della Virtus “era-moderna”,
forse non mancherà di stupirsi nel constatare come tutti e due i titoli
siano arrivati complici uomini e circostanze simili e magari - in futuro -
starà più attento a prendere in considerazione certi piccoli particolari dei
tutto degni di nota.
In fondo, la magica serata di Milano non era
molto distante da certi incontri bolognesi, complice la cucina del
ristorante “La grada”, in cui con la verve che lo caratterizza Porelli si era detto
stufo di arrivare sempre secondo. “State un po' a sentire questo quintetto”
diceva “e poi ditemi se l'anno venturo lo scudetto non è nostro: Caglieris, Carraro,
Cosic, Dalipagic e Villalta. Mica male,
no?”. Come dire: anche per quest'anno dovremmo metterci il cuore in pace,
anzi ce lo siamo già messo, e visto come sono andate le cose non proprio
l'anno in cui ci si può lamentare se arriviamo secondi. Gli stessi discorsi,
più o meno, avvenivano nell'ormai lontano 1976, alla vigilia di quel 4
aprile (vittoria sulla Girgi a Varese) che avrebbe sconfessato tutti i
programmi dell'avvocato mantovano. Allora, (il ristorante si chiamava “I
Franco”) Porelli e Peterson facevano capire che al mosaico messo
assieme in anni di paziente lavoro mancava solo un tassello, il più
importante, che avrebbero cercato di reperire in quel di Mestre e che si
chiamava Renato Villalta.
“Quest'anno abbiamo inserito Caglieris
e Driscoll” si diceva “l'anno prossimo
cercheremo di inserire Villalta: e allora sì
che saremo davvero pronti per lo scudetto”. Come siano andate poi le cose,
lo sanno tutti, inutile ripeterlo, nonostante la squadra apparisse per
quello che in effetti pensavano anche Porelli
e Peterson: e cioè ancora un passo
indietro rispetto alla grande Girgi, un passo che andava colmato, appunto,
con l'acquisto del Renato nazionale. Anche quest'anno - ed era questa la
ragione dei discorsi a venire di Porelli - la Sinudyne aveva cambiato due
pedine, ma di quelle importanti, dopo la conclusione dell'era Peterson. Terry
Driscoll, proprio l'uomo che aveva contribuito in maniera decisiva a
portare a Bologna lo scudetto del '76, era stato promosso da allenatore in
campo ad allenatore in panchina; e John Roche, il piccolo irlandese di Brooklyn dalla mano fatata, aveva lasciato il posto nientemeno che a Kresimir Cosic, uno dei sogni per tanto tempo
proibiti di Porelli, che finalmente era
riuscito a portarselo a Bologna. C'era stato, è vero, anche l'ingaggio di Owen Wells, giocatore colore destinato a dare una
mano “dietro” a Caglieris: ma nessuno si
aspettava grandi cose da lui, l'importante era che rendessero da par loro il
signore sulla panchina e quello con la maglia numero 11. Proprio perché al
centro di tutte le attenzioni, i due divennero i principali indiziati quando
la squadra cominciò ad incassare brutte sconfitte, a giocar male, ad
alternare cose egregie (poche) a cose stravolgenti (tante). Finché si arrivò
ad una lunga notte a Barcellona, quando vennero a galla tutti i problemi
legati ad un inserimento “difficile” come era quello di Cosic. A lui piaceva giocare “alla Cosic”, magari lontano dal canestro e comunque
con una certa libertà d'impostazione; alla squadra, diceva Driscoll, avrebbe fatto anche comodo un 2,11
che giocasse vicino al canestro e desse una mano a
Villalta sui rimbalzi. La cosa, come sempre è
stato nello stile della società bolognese, finì subito lì e nessuno ne seppe
più nulla. Ma quand'anche le cose si fossero risolte per il meglio (come poi
avvenne) si pensava che ben difficilmente i frutti del lavoro di Driscoll e Zuccheri) e
della classe di Cosic, si sarebbero visti quest'anno.
Si pensava già alla prossima stagione, quando Cosic
avrebbe recapitato i suo i palloni magici nelle mani del mostro
Dalipagic, che avrebbe pensato a trasformarli in tanti canestri da scudetto.
E invece no: come nel '76, sono bastate queste due mosse per aprire la
cassaforte del titolo che, anche con un anno di anticipo, non perde proprio
niente del suo valore, anzi. L'altro “ricorso” che deve aver rimandato
indietro con la memoria l'avvocato Porcili e tutti quanti s'interessano di
cose Virtus ha un nome e un volto ben preciso, quelli di Charly Caglieris. A Varese, quei 4 aprile
1976, era stato lui la chiave principale per aprire il bunker Mobilgirgi.
Lui, alto meno di 1,80 - misura oltre la quale, e soltanto oltre, si
comincia solitamente a parlare di giocatori di basket - aveva fatto
impazzire i signori Aldo Ossola e Giulio Iellini e convinto nel contempo
l'avvocato Porelli che i
centocinquanta milioni o giù di lì spesi a suo tempo per averlo non erano
stati un cattivo investimento. Non c'era stato bisogno, insomma, “che
venisse giù il palazzetto di Varese” perché la Sinudyne vincesse a Masnago:
era bastato il piccolo playmaker bresciano di nascita e torinese d'adozione
a far crollare il muro bianconero. Da allora, la storia di questo giocatore,
sempre sul punto di tornare a Torino e mai su quello di lasciare Bologna,
era stata un po' la storia della squadra bolognese: grande ogniqualvolta il
suo estro la sorreggeva (come nei grandi incontri di semifinale contro la
Gabetti degli ultimi due anni), spenta e senza nerbo tutte le volte che il
piccolo Charly scuoteva i tanti riccioli, come a dire di essere spiacente,
ma per quel giorno dovevano fare a me no di lui. Si trattava solo di
aspettare, per, e di aver fiducia: due qualità che non sono mai mancate a Porelli e ai suoi
allenatori. E così, anche per Caglieris è arrivato il giorno del “bis”, o
del “storico” se preferite: e guarda caso, era giorno di scudetto. E' vero,
D'Antoni era ormai ridotto alla velina del D'Antoni conosciuto abitualmente:
per certi guizzi, certe invenzioni, certa voglia di vincere non si possono
fermare con braccia e gambe e polmoni. Eppoi
Driscoll: ne ebbe bisogno allora la Sinudyne come giocatore, ne ha avuto
bisogno quest'anno come allenatore ma, soprattutto, come americano
particolare in grado di sostituire quell'altro bel tomo made in USA a nome Dan Peterson. Come
Peterson, che qualcuno chiama suo maestro (anche se praticamente
impossibile: i due lavoravano in coppia, l'uno trasferendo all'altro le
proprie sensazioni e le proprie esperienze) anche
Terry Driscoll è uno di quegli americani-camaleonte che sanno
mimetizzarsi benissimo, che non si ostinano a chiamare “cab” il taxi, che
non bevono latte o Fanta anche con la “paglia e fieno”
e che insegnano ai propri figli anche a dire “busén”, magari, e non solo
”gay”. Era l'unico, detto in parole povere, che potesse sostituire senza
grossi traumi il piccolo Dan, portando in più quell'entusiasmo
e quel desiderio di far bene che forse Peterson
aveva consumato tutti nei duri anni della ricostruzione-Sinudyne. In
più, Terry dal cuore gentil poteva portare una cosa importantissima, purché
aggiunta ad una profonda conoscenza tecnica: il fascino magnetico di colui
che era stato leader e modello in campo, conoscitore dello “spogliatoio”,
amico - ma sempre da un gradino più in alto, forse per via di quel famoso
“Celtic pride” di cui si è sempre imbevuto - di tutti i giocatori ed in
grado di afferrarne al volo umori, amori e dolori. Quando ritornò in Italia,
in quel famoso 1975-76, Porelli disse subito di
lui: “Terry può fermarsi da noi tutta la vita, se vuole. Quando smetterà di
giocare, se vorrà allenare, dovrà solo dirlo: a noi sta bene qualunque cosa,
un posto per lui c'è sempre”. Detto e fatto. E confermato che ancora una
volta, neppure sapere se Driscoll capiva di
interval training, l'avvocato Porelli
aveva visto giusto. Con Driscoll
(affiancato da uno Zuccheri cui va una
buona fetta di merito per lo scudetto conquistato) la Sinudyne ha adesso
davanti una prospettiva di lavoro tranquilla e serena, proprio perché
tranquillo e sereno è l'uomo chiamato ad affrontarla. Molto probabilmente,
per, tutti questi ingredienti più o meno ricorrenti nella vicenda-scudetto
del 1976 non avrebbero potuto formare un nuovo cocktail di successo se Porelli - alla continua
ricerca di incentivi per i propri quattromila e passa abbonati annui - non
avesse aggiunto a due riprese quelli che poi sarebbero risultati “il tocco
in più”, quello destinato a fare la differenza tra un modesto spumante ed un
grande champagne. Il primo di questi “interventi” era quello già destinato a
suo tempo nel '76, Renato Villalta. Porelli non ha mai
ammesso chiaramente e apertamente l'ammontare della cifra pagata (giocatori
compresi) per portarlo a Bologna, ma è certo che, qualunque essa fosse, lo
stesso avvocato è ora il primo contento d'averla spesa. “Ehi, Renato è
un'altro Driscoll: uno di quei giocatori che
ogni allenatore vorrebbe avere, che arriva sempre primo agli allenamenti e
va via per ultimo. In più lui ha fatto dei grandi progressi e adesso è
l'unico giocatore italiano assieme a Meneghin che può fare veramente la
differenza tra una squadra buona ed una ottima” dice di lui Dan Peterson, che sicuramente ha avuto non
poco merito nei progressi compiuti da Villalta
dal momento del suo arrivo a Bologna ad oggi. Non è dato sapere cosa
poi abbia provato Peterson in quelle due
partite (specie quella di Milano) in cui il buon Renato ha fatto ampio uso
di tutto il suo repertorio antico e recente per dare la mazzata decisiva al
Billy del suo ex allenatore: nessuno sa fino a che punto l'orgoglio nel
vedere assimilati i propri insegnamenti possa andare d'accordo con il
desiderio di non vederli messi in pratica...
L'altro tocco di classe al cocktail bianconero Gianluigi Porelli l'ha dato la scorsa estate,
concludendo a proprio favore una trattativa che aveva visto in lizza da un
lato Kresimir Cosic, pivot jugoslavo
pluricampione d'Europa e del mondo, dall'altro un sacco di squadre italiane
e non, Boston Celtics compresi. All'inizio, tra
Cosic ed i tifosi dal palato più raffinato non fu
vero amore. Qualcuno, dimenticando che tornava da una Manila fatale un po' a
tutti, vincitori e sconfitti, pensò bene di soprannominarlo subito “Gatto
marmone”, giocando un poco sul fatto dell'immobilismo e tanto sul fatto
della sua risaputa fede mormone. Ci si aspettavano da lui molto
probabilmente, due cose. Primo, che Cosic
esibisse subito pezzi “da campione del mondo”, giocando anche contro
l'ultima in classifica così come si era abituati a vederlo per TV magari
nella finale olimpica; secondo, che il buon Kreso si piazzasse a tre metri
dal canestro e di lì cominciasse il suo repertorio di ganci, schiacciate,
rimbalzi stratosferici via dicendo. L'illusione (o ignoranza) è andata
avanti per un bel po', con momenti di autentico rimpianto (“Ma io Cosic lo confermo anche
per il prossimo anno” diceva intanto Porelli) e
con qualche perplessità sul possibile accordo tra le esigenze della squadra
ed il gusto a giocare playmaker di Cosic, lui
che è 2,11. Poi, piano piano, la Sinudyne ha cominciato ad assumere il suo
vero volto, quello di una squadra che poteva schierare contemporaneamente
quattro uomini di due metri e passa, con un giocatore di 2,11 in punta nella
propria zona 3-2 e con la possibilità di averlo come regista “aggiunto” in
attacco ogniqualvolta c’era bisogno di inventare qualcosa di nuovo. Per quel
che riguardava la sua entrata “in moto” c'era solo da aspettare l'arrivo
delle partite importanti: ma chi aveva conoscenza del Cosic “slavo” sapeva che
sarebbe stato così. E così infatti è stato. A partire dai quarti dei playoff
contro l'Antonini fino alle partite-capolavoro contro il Billy, Cosic ha fatto in campo
delle cose che solo lui in Europa è in grado di fare, sistemando i compagni
sul campo come pedine Su una invisibile scacchiera e recapitando nelle mani
giuste il pallone giusto al momento giusto.
Driscoll, da uomo intelligente qual'è prima ancora che da allenatore ha
capito che non era il caso d'incaponirsi nell'imporre al mormone di Zara le
briglie di una disciplina tattica che neppure
Nikolic è riuscito a suo tempo ad imporgli, cercando semmai di
sfruttarne le “anomalie”: ed il risultato non può che averlo appagato della
scelta. Detto di questi uomini, pensiamo sia inutile sottolineare ancora una
volta i meriti dell'avvocato Porelli
(già alle prese con l'arduo compito di dare il prossimo anno ai
tifosi bolognesi uno stimolo in più per accorrere al Palazzo), o di Gianni Bertolotti, capitano silenzioso
impegnatosi come un serio professionista dovrebbe sempre fare nell'opera di
autoricostruzione, dopo il mezzo disastro, fisico e psicologico, di Manila,
o dei vari Generali,
Valenti, Martini e compagnia bella, che di
volta in volta sono stati chiamati a sostituire i titolari. La Sinudyne si è
già da tempo conquistata lo scudetto della serietà e della professionalità
proprio perché da anni è diventata una società in cui ognuno, da Porelli al
massaggiatore, sta al suo posto senza invadere le competenze degli altri ma
cercando di dare tutto quello che in quel ruolo gli viene richiesto. Adesso,
si tratterà soltanto di vedere se veramente l'operazione - Dalipagic andrà
in porto o se Porelli
dovrà rivolgersi altrove per potenziare ulteriormente
la squadra. Quest'anno,
fatta eccezione proprio per i play-off decisivi, la squadra non ha
sicuramente fatto vedere cose eccelse, alla ricerca di una nuova identità
dopo il trapasso Peterson-Driscoll
e l'arrivo a
Bologna di
Cosic.
Il fatto che nonostante tutto sia arrivato ugualmente lo scudetto dovrebbe
costituire un motivo in più per operare con tranquillità e senza affanni,
nella convinzione che la squadra dispone come nessun'altra di un potenziale
enorme e che il momento in cui verrà sfruttato appieno e con continuità non
può che avvicinarsi sempre di più. Chi invece ha probabilmente sfruttato
fino in fondo tutto quello che c'era da sfruttare è stato Dan Peterson, nuovo
allenatore del Billy. Il lungo applauso dei quindicimila di S. Siro e le
parole di elogio che per primi gli hanno rivolto i vincitori, testimoniano
dell'apprezzamento e dell'incredula meraviglia che ha riscosso ovunque
quest'anno il piccolo coach di Chattanooga. I motivi del suo successo - che
poi è stato il successo del Billy - sono probabilmente facili da intuire e
lo stesso Dan li ha in parte chiariti quando, al termine dell'ultima
partita, ha affermato che per la prima volta dai tempi del Cile aveva
provato un così profondo senso di soddisfazione. Per chi ha letto a suo
tempo il breve romanzo della sua esperienza cilena pubblicato proprio dalla
nostra rivista, non deve essere difficile pensare che Peterson abbia più o
meno provato le stesse cose provate a suo tempo all'arrivo a Santiago,
quando ai primi di giugno dell'anno scorso arrivò in via Caltanissetta. Da
un lato c'erano le aspettative (tante) di chi pensava che bastasse
sostituire Faina con Peterson
per fare di nuovo una grande squadra; dall'altro c'era la realtà
tragica di un parco giocatori sempre più depauperato, con tanti giovani di
belle speranze ma di poca esperienza con i quali il minimo che bisognava
fare erano i miracoli. Era la situazione ideale, conoscendo la mentalità e
le propensioni di Peterson, per dare via
libera alla sua creatività ed al suo ingegno. Due giovani assistenti, un
giovane general manager, un presidente lontano ed inavvicinabile così come
dev'essere stato a suo tempo il presidente del consiglio dello sport cileno,
più odiato che amato da tutti: come non pensare che in queste condizioni,
dove c'era tutto da inventare, Peterson
non potesse ritrovare quell'entusiasmo e quella voglia di fare che
forse, nella professionale e professionista Sinudyne, aveva in parte
smarrito? Era un ambiente ed una squadra da costruire, ma era anche un
ambiente ricco di entusiasmi, con una grande disponibilità a fare tutto,
proprio come accade quando in genere non c’è niente. Su quella specie di
tabula rasa che era la squadra, Peterson
ha cominciato ad innestare tutti i principi della sua filosofia,
fatta di sofferenza in allenamento, di abitudine alla fatica, di
temperamento. Era un'impresa difficile, sette od otto schemi poi
abbandonati, alla ricerca di quei giochi che potessero sfruttare al meglio
le qualità dei giocatori a sua disposizione. La sua fortuna, inutile
negarlo, è stata quella di incontrare sulla sua strada un giocatore a nome
Mike D'Antoni, sul quale lo stesso coach era dubbioso all'inizio di
stagione, al quale poi ha dovuto riconoscere gran parte del merito per i
traguardi raggiunti dalla squadra. Nella vicenda personale
allenatore-giocatore, che come in altri casi (Driscoll-Cosic,
Cardaioli-Griffin) si era protratta per parecchio tempo sul filo del rasoio,
il momento decisivo arrivò all'indomani della sconfitta a Torino contro la
China- martini. “Ehi, il signor D'Antoni adesso non può più continuare a
vivere sul ricordo di alcune belle partite, lui mi deve dimostrare di saper
giocare sempre in un certo modo, lui è in grado di farlo, altrimenti
bisognerà rivedere certe cose” disse Peterson
quel giorno, poche ore prima dell'incontro negli spogliatoi con il
giocatore. Le cose, come si sa, cambiarono: e da squadra candidata alla
retrocessione il Billy divenne squadra da battere, costantemente impegnata
in una guerra di corsa su tutti i mari del campionato, addirittura sul punto
di arrivare seconda alle spalle dell’Emerson se non fosse intervenuta la
famosa vicenda della partita con l’Antonini a rivoluzionare tutti i
programmi della squadra e a farle addirittura disputare l’ultimo incontro
con il Mecap con l’affanno di vincere ad ogni costo per non finire
addirittura all’ottavo posto. Da quel momento le sorprese sono arrivate
puntuali ad ogni incontro, a partire da quello di Roma contro la Perugina
fino all’apoteosi contro l’Emerson.
Che poi la
squadra abbia ceduto
contro la Sinudyne era quasi logico, visto il dispendio di energie prodotto
negli incontri con i varesini, dei quali il primo a rendersi conto era stato
lo stesso Peterson: “Ma io dovevo vincere
contro l’Emerson, e dovevo fare tutto il possibile per portare a casa il
risultato: come facevo a pensare di far riposare i titolari in previsione
degli incontri successivi?”. Ma uno striscione appeso su una delle tribune
di S. Siro dai tifosi dimostrava che anche il pubblico milanese aveva capito
quanto la squadra aveva già dato, indipendentemente dal risultato con la
Sinudyne: “Thank you, Dan for everything”. Milano era ritornata grande con i
D'Antoni, i Sylvester, i Kupec, ma anche con
i Gallinari, i Battisti, gli Anchisi, i
Boselli: e buona parte del merito di chi era, se non dell'ex-allenatore
della Nazionale cilena? Ma il problema, come dice lo stesso Peterson, è che i miracoli si fanno una volta
sola nella vita: e quali saranno le garanzie perché il prossimo anno il
Billy possa competere sugli stessi livelli senza dover contare sui miracoli?
Curiosamente, l'ascesa della stella Billy è concisa con il tramonto del
l'astro varesino. Sulla soglia della stella del decimo scudetto, la squadra
di Meneghin, Morse, Yelverton, ha perso tutto. Addio Coppa dei Campioni,
addio scudetto, addio egemonia in Italia e in Europa. Inutile ripetere
quello che questo gruppo di uomini ha dato al basket italiano in tutti
questi anni: coppe, vittorie di prestigio, giocatori di carattere che hanno
rinvigorito le file della Nazionale. Peterson,
al termine della partita decisiva di Varese, ha detto che non è vero che il
ciclo Emerson è finito, in ogni caso che loro saranno già pronti ad
iniziarne un altro fin dal prossimo anno. Può darsi. Rusconi ha dimostrato
di aver lavorato bene, meno bene forse sta lavorando la società, se è vero
che nessuno ha fatto niente per smentire le voci che vogliono Yelverton in
partenza e soprattutto niente per tenerselo a Varese, dove sicuramente il
saxofonista di New York avrebbe piacere di stare e dove nessuno, pensiamo,
possa lamentarsi di lui come uomo e come giocatore. La ricostruzione dell'Emerson,
se mai ci dovrà essere ricostruzione, non potrà prescindere da lui, così
come non potrà prescindere da Meneghin e Morse. Ma tutti sanno come,
terminato un grande ciclo, sia sempre difficile ritornare sui livelli d'un
tempo: la tensione, l'entusiasmo, la concentrazione, la determinazione
spesso durano finché durano i successi. A meno che,
come tante altre volte, Meneghin e compagni non smentiscano fin dall'anno
prossimo anche questa consuetudine: ne trarrebbe giovamento per primo il
campionato, così come quest'anno ha tratto giovamento dal fatto che a
vincere, dopo tanti anni, non siano stati ancora loro.

Generali segna in rovesciata nella gara
decisiva a Milano
Non c'è Bonamico, in prestito a Siena, ma da
Mestre torna per fare la sua parte Pietro Generali. Gli stranieri sono
nuovi. O meglio, è nuovo Owen Wells, una guardia di colore reduce da un
campionato nei paesi scandinavi. Insieme a lui una vecchissima conoscenza
del basket italiano ed europeo: Kresimir Cosic, trentunenne slavo di
religione mormone di scuola tecnica un po' americana e un po' jugoslava,
protagonista di duelli storici e spesso vittoriosi con il nostro basket a
livello di squadra nazionale. Wells non è un "super" ma lavora bene in
difesa nella 3-2 di Driscoll, dove le sue lunghe braccia mettono paura e
recuperano non pochi palloni. Cosic è invece quello che i più fiduciosi si
attendevano e che Porelli, che stravedeva per lui da anni, giurava sarebbe
stato.
Il Creso ama salire in post, ricevere il
pallone e restituirlo ai compagni meglio smarcati con deliziosi assist. Non
tutti lo capiscono subito e c'è chi rimpiange il Driscoll giocatore e
contesta il Driscoll allenatore specie quando la squadra perde qualche
partita di troppo in casa, o si fa recuperare, fuori casa, vantaggi cospicui
in Coppa delle Coppe dove viene eliminata in semifinale. Ma in campionati
con i play-off "un bel tacer non fu mai scritto" e infatti, la Virtus,
sornionamente quel tanto che basta, elimina prima l'Antonini Siena in tre
incontri, poi anche l'Arrigoni Rieti, ancora su tre incontri, dimostrando
sempre, però una certa fragilità in trasferta. Il fato, o la bravura di Peterson, ripropongono nella finalissima un confronto che forse solo il
coach milanese voleva, mentre crediamo che Porelli e Driscoll l'avrebbero
volentieri evitato per tante ragioni. In finale troviamo le società più
blasonate: la Virtus e il Billy, erede del
Borletti e del Simmenthal, le squadre che più di tutte hanno contribuito
all'affermazione del basket in Italia in anni e anni di epici duelli, prima
alla Sala Borsa e poi al Palazzo di Piazza Azzarita. Un simbolo di questa Virtus è Charly Caglieris, giocatore che
sembra sempre voler partire per la sua Torino, ma che non è mai in partenza
da Bologna. Nei play-off Charly offre due prestazioni memorabili quando
annichilisce Mike D'Antoni. Al resto pensa Cosic: "Lui ha fatto
in campo delle cose che è l'unico a sapere fare in Europa" leggiamo su
Giganti del basket a firma Dario Colombo. "è
in grado di sistemare i compagni sul campo come le pedine su una invisibile
scacchiera e recapitare nelle mani giuste il pallone giusto al momento
giusto. Driscoll,
da uomo intelligente quale è, prima ancora che allenatore, ha capito che non
era il caso d'incaponirsi nell'imporre al mormone di Zara le briglie di una
disciplina tattica che neppure Nikolic è
riuscito, a suo tempo, ad imporgli, cercando, semmai, di sfruttarne le
anomalie: ed il risultato non può che averlo appagato della scelta".
Memorabili i momenti in cui con il pallone proteso in alto con una sola mano
si permetteva di ridicolizzare la già famosa 1-3-1 dei milanesi con Tojo Ferracini che non sapeva più cosa fare
per impedirgli di fare il playmaker. La Virtus
elimina i rivali milanesi in due sole partite, andando a costruire un
autentico capolavoro a Milano, quando sbanca il Palazzone davanti a 15mila
persone che alla fine applaudono tutti. Loro, il loro scudetto lo avevano
già vinto. Era stato Dan Peterson, il
bolognese Dan Peterson, a resuscitare una
squadra che molti davano per spacciata all'inizio della stagione. In
semifinale avevano compiuto un autentico capolavoro estromettendo Varese (la
bestia nera della Virtus degli ultimi due
anni) andando a vincere due volte fuori casa. Dan, forse, aveva voluto
rendere ancora un servigio alla Virtus? Non
lo crediamo, ma credere che ci fosse anche un po' di questa motivazione non
costa niente. E poi chi è stato virtussino
una volta, non lo rimane per tutta la vita?
tratto da "Virtus
- cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

Ormai il Billy non può più
recuperare: Caglieris sente odore di vittoria
BERTOLOTTI-VILLALTA TANDEM-MONSTRE
di Oscar Eleni – Superbasket – 16/05/79
Basket arrivederci e con tanto affetto. Due
scudetti sono stati cuciti su maglie gloriose nella zona di San Siro in
quattro ore dedicate prima al folclore, lato calcio, poi allo sport con la
dura legge del ko da rispettare e questo è avvenuto nel lato basket. Da una
parte e dall'altra la gente ha sfondato cancelli, superato barriere
proibite. Per quelli del Milan il tormento di un ping-pong fatto per non
nuocere e non avere guai, per quelli della Sinudyne un trionfo in
progressione, di quelli veri che si gustano per anni. Il calcio ha avuto un
campione discutibile, forse il meno debole, il basket può vantarsi di
presentare come squadra scudetto quella messa meglio come organico, forte
negli uomini in campo, straordinaria in quelli fuori.
PALALIDO - Il Billy, come un grande
moschettiere del re, ha difeso la sua identità e i
gioielli della regina fino alla fine, dignitosamente, anche quando il
fioretto in mano era diventato insopportabile, nei momenti in cui c'era la
tentazione forte di alzare una bella bandiera bianca. Il suo finale non è
stato sostenuto dalla coralità. Prima tutte le responsabilità su due uomini,
i tiratori Kupec e Sylvester, poi lo sfacelo
fisico, la fuga da una certa realtà di squadra, l'obbligo, dopo la sbornia
all'inizio del secondo tempo, di aggredire una squadra che in regia ha un
folletto penetrante come Caglieris e, sotto
le plance, il Villalta giocatore numero due d'Italia,
oggi, con Meneghin in convalescenza, senza dubbio il numero uno. Il Billy è
rimasto prigioniero della propria leggerezza, dal poco peso sotto i
rimbalzi, di una statura media buona che però non ha consentito di
tamponare, ad esempio, sul regista di centro area, il vescovo Cosic, che tanto male ha fatto alla nostra
nazionale e che tanto bene, come previsto, ha fatto alla Sinudyne
soprattutto nei momenti che contavano sul serio. Una simpatica signora,
prima della partita, mi suggeriva di puntare tutto sul Billy. Perché? Con
grande candore la tifosissima confessava: “Quando
Silvester ha un bel colorito vuoi dire che la
squadra può vincere, da lui dipende il destino dei Billy”. La previsione
sembrava azzeccata: una partenza fantastica, proprio del super-marines che
sbarcava sulla spiaggia della Sinudyne piazzando sette bombe consecutive. Il
colorito di Sylvester svaniva però con il tempo, quando la fatica cominciava
a pizzicare muscoli e nervi e la maglia della Sinudyne era sempre
appiccicata a quella rossa del Billy. Nel magnifico gruppo inventato da Peterson la stessa sensazione che forse
provano quei corridori che tentano fughe disperate nelle super-classiche e,
poi, a pochi chilometri dal traguardo, si girano indietro e vedono un
avversario più fresco, più forte, pronto a succhiare la ruota per un tratto
breve, quindi in grado di finire a braccia alzate sul traguardo. Il colorito
di Sylvester è svanito
in venti minuti. Al rientro in campo il suo pallore già segnalava la fine. A
gesti, vi confesso, ho cercato di richiamare l'attenzione di
Torquemada Porelli per fargli capire che
consideravo già chiuso lo scontro e che ero pronto a brindare. Lui mi ha
fatto un gestaccio in tutta amicizia, in tre minuti ha capito però che la
segnalazione dal boccascena era esatta e che il titolo stava viaggiando per
l'ottava volta verso Bologna.
ROCCIA SORRIDENTE - Primo scudetto per Renato Villalta,
granatiere di Maserada sul Piave, la roccia intorno alla quale è stata
costruita anni fa la squadra e contro cui si sono feriti gli avversari di
questo campionato e i difensori del Billy. il suo blocco ha liberato
migliaia di tiri, però quest'anno l'uomo ha messo qualcosa in più nel suo
bagaglio tecnico. Ora, quando gli lasciano dieci centimetri, sa punire e il
grande bottino della finale non è venuto fuori soltanto dal suo strapotere
sotto canestro. Un'altra roccia del meccanismo che
Terry Driscoll ed Ettore Zuccheri hanno
messo insieme con pazienza infinita, sorridente però questa roccia, è stato
ovviamente Creso Cosic. Ora capiamo perché‚
Slavnic con lui in campo fa cose stupende, non possiamo stupirci di aver
trovato un Caglieris
bravo e maturo in queste partite decisive. La Sinudyne offre a Giancarlo
Primo tre uomini da quintetto base: l'unico vero regista italiano, Charlie Caglieris, la grande novità per la
squadra azzurra, dentro e fuori le trincee nemiche, Renato Villalta, infine
l'ala-guardia che lontano da un allenatore tremolante ha ritrovato il suo
artiglio, il ritmo che nessun altro due metri di casa nostra sa tenere, ci
riferiamo a Gianni Bertolotti.
FOTOGRAFIA - Due uomini del Billy non potevano
tenerne sei della Sinudyne ed era questo l'unico filo da seguire presentando
la finalissima. Nel Billy il quinto uomo in scena è Vittorio Gallinari, giocatore utile, buon rimbalzista
e difensore, bagaglio troppo limitato in attacco però e quindi marcabile da
lontano, così come si poteva fare spesso su
Ferracini, il migliore del Billy come medie totali nell'anno, ma di
certo non un tiratore pericoloso a cui prestare mille attenzioni. Nella
Sinudyne la forza era data dal sesto uomo, il solidissimo Generali a cui non avremmo proprio chiuso in
faccia le porte della nazionale, senza contare che il numero sette del
gruppo, Piero Valenti, from Friuli, meglio,
Monfalcone, provincia di Gorizia, il cervello di riserva che aiutò la
Sinudyne a passare il terribile momento dei super infortuni e che in queste
finali è sempre stato il tocco di saggezza per la squadra campione. Valenti,
non dimentichiamolo, era in squadra nell'anno dello scudetto 1976, magari
più utile come sparring-partner in allenamento che in partita, così come
oggi è il secondo regista della squadra, questa volta utilissimo anche
dentro l'inferno. La fotografia di questo scudetto è proprio nella
disponibilità degli uomini: Peterson aveva
abbondanza di registi-guardie, un lusso considerando le sue debolezze a
rimbalzo e la presenza di D'Antoni che ovviamente non ha alternative. La
Sinudyne era altissima e completa, magari facile da prendere in contropiede
nei periodi in cui non erano sistemati bene i compiti dei rimbalzisti,
difficile però da attaccare visto che in tutti gli avversari nasceva, prima
o poi, l'ansia perché portare via un rimbalzo sarebbe costato sangue.
DALLA - La Sinudyne ha deciso di festeggiare
il suo scudetto in una serata particolare, partecipando ad un concerto di
Lucio Dalla, grande tifoso del basket prima che della Virtus, disponibile da
tanto tempo per uno spettacolo in onore dei suoi beniamini. Sarà bellissimo.
I giocatori lo hanno chiesto imploranti a Gianluigi
Porelli, e il sommo duce, dimenticando le grandi paure invernali, ha
detto sì. Lucio Dalla segue il basket da anni, forse il suoi idolo oggi è Caglieris, considerando the anche lui avrebbe
voluto tentare la grande regia nel basket, trovandosi però fuori gioco per
qualità canore e poche referenze fisiche. Amici comuni mi hanno raccontato
che nella serata del primo Sinudyne-Billy, quello di Bologna, subito dopo la
partita, Dalla e il suo gruppo sono andati di corsa a casa per vedere, su
una televisione privata, la differita dell'incontro che, poi, è stato anche
regolarmente registrato sull'apparecchio dell'uomo che ha fatto vibrare
tante volte l'anima nostra e dei suoi ascoltatori. Fino all'alba discussioni
su percentuali, tiri in sospensione, non certo sulle note.
RUGBISTA – Charlie
Caglieris, dicono i suoi amici torinesi, che lo guardano con il
lacrimone fisso, perché lo vorrebbero alla China come regista di una grande
squadra, poteva essere un ottimo calciatore se non avesse trovato il basket.
Noi diciamo che probabilmente sarebbe diventato uno splendido rugbista se
nella sua vita fosse entrato il pallone ovale invece di quello da
accarezzare per spedirlo nel canestro avversario. Non preoccupatevi. Non
stiamo criticando Caglieris
per il suo lavoro difensivo. Le sue doti di rugbista le abbiamo
notate alla fine della gara, al momento del trionfo quando Gianluigi Porelli, sconvolgendo tutti, aveva
lasciato la panchina della squadra per andare sotto il canestro Billy, dalla
parte opposta all'angolo Sinudyne. Porelli
aveva dato un ordine preciso: recuperare il pallone della partita,
perché quello sarebbe stato il regalo della Virtus al sindaco di Bologna
Renato Zangheri. L'arbitro romano Alessandro Teofili, il migliore italiano,
insieme a Vitolo quest'anno, scommetteva però con Porelli che il pallone non
sarebbe finito nelle mani della Sinudyne. Dieci secondi di tensione, poi il
recupero al volo di Caglieris
che cominciava il suo slalom fra i tifosi, inseguito da Teofili.
Sulla strada dell'arbitro romano due grandi blocchi: una volta Villalta, poi uno spettatore, Caglieris ha cambiato
ritmo, ha scartato venti persone, ha fatto un paio di frontini e,
finalmente, si è buttato in meta sotto la doccia con il pallone regalo.
PROSEGUIMENTO - Per Adolfo Bogoncelli non è
arrivato il ventesimo scudetto. Il suo allenatore ha fatto un capolavoro sul
poco che gli era stato servito, però gli è mancata la tavolozza dei colori
idonea per il gran finale. Al patriarca restano i quasi cento milioni delle
due partite giocate al palazzone. Abituato a vincere con stile, primo fra
tutti in Italia per, e questo va riconosciuto, a sapere perdere con
altrettanta classe, il presidente del Billy ha ringraziato giocatori e
tecnico. A Dan Peterson, sulla porta dello
spogliatoio ha detto: “buon proseguimento”.
Peterson resterà.

Porelli mantiene la promessa
fatta al sindaco di Bologna Zangheri: gli consegnare il pallone della
partita scudetto
Ciao Peterson e
panchina a Driscoll che si avvale di una nuova
coppia straniera: il nerissimo Wells e lo slavo Cosic (mondiale a Manila), una seconda mente in
aggiunta a
Caglieris. Seconda al Varese nella regular-season, la squadra viene
fuori nei play-offs contro Siena e Rieti e in finale da 2 a 0 secco al Billy
di Peterson trionfando di 21 punti al
Palazzone di S. Siro. Sfumata invece nei supplementari di Hertogenbosch la
rivincita con Cantù in Coppa delle Coppe.
tratto da "100MILA CANESTRI -
Storia statistica della Virtus Pallacanestro" di Renato Lemmi Gigli
I RETROSCENA A PUNTATE DELLO SCUDETTO-SINUDYNE
A cura di Enrico Franceschini – Superbasket –
numeri diversi del ‘79
1. PICCOLI DRAMMI DI UNA GRANDE STAGIONE
Terry Driscoll
è un uomo paziente. Mentre la sua squadra si disperde (Cosic
è già corso da Skansi, Caglieris, Bertolotti,
Villalta sono a disposizione di Primo), lui corre da una tivù, privata o
pubblica, all'altra, parla alla radio, risponde al telefono, spiega e
racconta a tutti lo scudetto Sinudyne. Sempre appassionato, sempre
disponibile, quasi troppo: un fiume di parole nel suo italo-americano.
è tempo di bilanci, si passa
una stagione al microscopio. Ha vinto 23 partite di campionato su 34,
addirittura 21 su 28 se si saltano le prime sei balorde giornate. Ma,
appunto, non tutto è stato facile quest'anno, i momenti difficili, quelli in
cui si temeva il crollo, non sono certo mancati. “Più che all'inizio - dice
Terry - quando perdevamo fuori ma riuscivamo a vincere, bene o male, a
Bologna, c'è stato un solo periodo in cui ho davvero temuto il peggio:
abbiamo perso una orrenda partita a Venezia, poi perso in casa con l'Emerson
di 1 punto un match che non dovevamo perdere. Mi sembrava che tutto il
lavoro non riuscisse. No, nessun timore di licenziamento o cose simili, ero
sempre in contatto con Porelli, non erano
questi i problemi. Ma la responsabilità era mia. Però avevo sempre fiducia
che sarebbe stato difficile per noi non entrare nei playoff piano piano mi
sentivo crescere come coach, notavo leggeri miglioramenti di ognuno”.
Tuttavia non è difficile ricordare la bagarre
scatenata fra il pubblico sulle qualità di Driscoll in panchina: i dubbi, ad un certo punto, erano molti. Nessuno, si
diceva in tribuna stampa a quei tempi, voleva attaccare a spada tratta un
uomo così sincero, così giusto come Terry, ma l'head-coach non pareva il suo
mestiere. “La cosa più difficile per me era capire lo
"scopo" globale del mio lavoro: soprattutto tante piccole cose cui non ero
abituato, che so, un giocatore che ti dice "non mi sono arrivate le scarpe
della Lotto" e lo dice a te, o ricordarsi di chiamare uno juniores
all'allenamento perché manca qualcuno. Insomma avere fino in fondo tutte le
responsabilità di un rapporto psicologico con altri dieci uomini che fanno
capo a te, oltre ad avere sempre in testa un piano organizzativo”.
2. LA MODESTIA
è LA VIRTù
DEI FORTI
Forse c'è un nuovo proverbio da inventare: la
modestia è la virtù dei forti. Vale senz'altro per la coppia- regina delle
panchine italiane, Driscoll-Zuccheri,
un binomio perennemente estraneo a malizie, equivoci, complicazioni. L'uno e
l'altro si appioppano meriti a vicenda, entrambi ricordano che ha vinto la
squadra, più che la panchina. Eppure tutti e due firmano, con ruoli
differenti, il ciclo di questa Virtus: due scudetti e due volte seconda in
quattro anni, la palma di squadra-società guida del basket italiano nella
seconda metà degli anni Settanta. “Zuccheri
- spiega Driscoll - è un vecchio amico, un tecnico dei più informati, che studia e
legge basket, che parla di basket con passione, che ama il basket. Ha la
voglia di vincere, mi ha aiutato molto in questo primo anno, anche in tutte
quelle piccole cose che lui sapeva (e io no) far parte del lavoro di coach.
Discutiamo molto di tutto: abbiamo scoperto che parlando a lungo fra noi di
ogni problema è più facile chiarire i concetti e quindi spiegarli meglio ai
ragazzi. All'inizio parlavamo ore per decidere se cominciare con un
esercizio o l'altro gli allenamenti, per l'impostazione da sistemare nel
modo migliore. E in questo Ettore è molto bravo. In un anno sono state
pochissime le cose in cui non eravamo d'accordo”. “Driscoll - spiega Zuccheri
- è un grande uomo, è stato un grande giocatore, ha un’enorme
conoscenza del basket e dei giocatori di basket, per questo, credo, Porelli gli ha dato
fiducia anche se non aveva esperienza. Un coach ha 10 casi individuali da
risolvere e Terry ha dimostrato, sopra ogni altra cosa, grande sapienza
psicologica. Lui è stato campionissimo nei college, grande atleta nell'NBA e
in Italia, credo che sarà un grande tecnico”. Poi, i due allenatori campioni
d'Italia (uno senza la tessera d'allenatore, l'altro considerato a torto da
molti un coach da provincia, buono solo a fare da spalla), non si sentono
“arrivati” per questo scudetto. “Certo, tutti adesso mi fanno un mucchio di
complimenti, e ne sono felice - racconta Terry. - Ho avuto un’esperienza
molto importante e anche fortu nata, forse. Porelli
e Zuccheri mi
hanno detto che questo è stato l'anno più difficile degli ultimi 10 per chi
volesse lo scudetto e so di avere imparato moltissime cose. Ma ho bisogno di
un altro anno, almeno, per capire se mi trovo bene davvero, se sono proprio
capace di fare l'allenatore professionista, come sono stato giocatore
professionista. Non voglio dire che sia stato facile vincere lo scudetto, ma
comunque l'abbiamo vinto. Voglio vedere cosa succede adesso”. “Se sarò
virtussino a vita? - risponde il prode Ettore. - Se mi tengono ben
volentieri. Mi piace questa società, mi dà la possibilità di insegnare oltre
che allenare, perché, finché non vado in pensione come prof. di educazione
fisica il basket a tempo pieno non fa per me. Ho una famiglia da mantenere,
ho bisogno di un lavoro stabile. Il basket mi piace molto, ma mi sembra che
nel mondo del basket, Virtus esclusa, non sia possibile fidarsi del tutto,
non esistono vere strutture professionistiche. Magari un Taurisano ottiene
un contratto di 5 anni a 30 milioni l’anno, ma credetemi, è l’eccezione.
Alla Sinudyne con Terry c’è un rapporto ottimo, poi quando hai dietro Porelli le cose vanno
per forza in un certo modo. Per cui… Non rischio di entrare in certe
pazzie”.
Come quella, tanto per rinfrescare la memoria
che gli è capitata quando, riportando in A una squadra e una società che si
era spenta per tempo immemorabile, s’è visto premiare con un bel
licenziamento.
5.IL MIGLIOR ALLENAMENTO È
POCO ALLENAMENTO
I campioni d'Italia hanno
giocato le ultime quattro gare (perdendo a Rieti, vincendo due volte a
Bologna e una a Mila no) in otto giorni: eppure tutti hanno visto una
Sinudyne frizzante, a tutto gas, in condizioni fisico-atletiche smaglianti.
Davanti a squadre arrivate un po' “cotte” allo sprint finale, i bolognesi
hanno giocato col vento in poppa. “Nessun segreto, naturalmente - avverte Driscoll -. Il fatto che la squadra sia
partita un po' in ritardo con la preparazione atletica, anche per via di
Manila, una prima crescita iniziale, un calo a metà torneo, poi un lento
miglioramento, ha determinato la buona forma finale. Il nostro preparatore
atletico, il prof Ceschia, ha fondato la preparazione sulla corsa lenta, per
acquistare resistenza: non abbiamo mai cercato velocità folli in
preparazione atletica, anche perché se uno non sa giocare a quella velocità
non gli serve saper correre come un treno. Invece abbiamo contato molto
sulla resistenza allo sforzo, per ottenere da ognuno la capacità di giocare
per 40' di seguito con il cuore a 150/170 battiti al minuto, con pochissime
pause in panchina. Solo a Villalta abbiamo
chiesto di più obbligandolo spesso a rinunciare anche alla sosta di riposo.
Bisognava tenere i muscoli dei ragazzi sempre freschi, concedergli recuperi
necessari. Dopo i primi due mesi non abbiamo fatto molta atletica: in allena
mento cercavamo di giocare molto, di fare molto giochi di squadra. Quando
hai atleti così maturi l'importante è farli giocare insieme”. “Durante la
preparazione fisica - gli fa eco Zuccheri - si cerca quello che manca nel
gioco. Il basket offre il cosiddetto "lavoro intervallato", cioè uno corre,
palleggia, salta, tira, ma fa anche le sue pause. Manca la corsa continuata.
Nel periodo dei playoff specialmente, abbiamo fatto pochissima atletica,
tempi brevi, appena dei "richiami". L'ultimo è stato fatto prima delle due
partite col Billy, così i ragazzi hanno avuto tempo di riposarsi e voglia di
giocare. Non è un'invenzione, del resto, se lo chiedi a Peterson è la sua filosofia. Non puoi fare
prima di una partita dura un allenamento molto impegnativo. Dopo la prima
partita col Billy abbiamo dato addirittura un giorno di festa (e ne restava
solo uno per allenarsi per Milano). Bè, qualcuno è voluto andare in palestra
per conto suo. Questo è importante: la voglia che avevano dentro di giocare,
di allenarsi per essere al meglio. Una
condizione psicologica
eccezionale. La carica nervosa è alla base di tutto a questo livello”.
6.
le follie del campione
del mondo
“Io lo confermo per l'anno
prossimo, checché ne dicano gli altri, perché è un grande campione” aveva
detto l'avvocato Porelli ad un cenacolo di
giornalisti, la notte degli spareggi fra Al e A2. Indubbiamente aveva visto
giusto. Però le polemiche attorno a Creso sono fioccate a lungo, prima che
tutto finisse in gloria. Oggi, col senno di poi, si può dire che forse
questo è stato uno dei suoi anni migliori in assoluto, anche perché il
livello del nostro campionato, lo scontro continuo coi pivot americani, il
sorridente Kresimiro l'aveva verificato solo occasionalmente, mai per una
intera stagione.
“Lui è un po' un gigione –
dice Charlie Caglieris che di screzi col
fenicottero jugoslavo ne ha avuti parecchi sul campo di gioco – ogni tanto gli
piace fare il fenomeno. Chiarisco che veri e propri litigi non ce ne sono
stati fra noi, basta conoscerlo per capire che sarebbe impossibile litigare
sul serio con lui o volergli male. Il fatto è che, per esempio, lui prendeva
il rimbalzo e correva via in palleggio, dopo che per una settimana, in
allenamento, avevamo fatto il contrario, visto che per quanto è veloce, sono
più veloce io. Forse questo è anche dovuto al fatto che in Jugoslavia, nella
sua società, faceva di tutto, in completa libertà, anche perché da loro ci
sono meno ruoli fissi che in Italia. Per cui è capitato, e magari capita
sempre un paio di volte, che Creso togli spazio a me, o all'ala; certo è un
grande punto di riferimento, quando parto in palleggio, come contro il Billy,
so sempre che c’è lui pronto, è giocatore di grande intelligenza. Dovevamo
soprattutto conoscerci a fondo, abituarci a giocare insieme su certi moduli.
Ci tengo comunque a ribadire, che gli scatti nervosi erano limitati a un
attimo, in campo; non hanno mai avuto un seguito”.
Driscoll
si spazientì un po’ quando
Cosic
sembrava non volerne sapere
di giocare come serviva. Lo tenne anche a bagnomaria in panchina per una
quindicina di minuti in Coppa e, forse, fu un'esperienza salutare per
entrambi, il coach e il pivot. “Con lui veramente non ho mai avuto veri
problemi – ricorda
Driscoll
– Adesso che
me lo dici, ripensandoci, è vero che, specie in un paio di partite di Coppa,
ci fu un po’ di tensione, qualche incomprensione. Qualche volta non ci siamo
proprio capiti. Era che non conoscendolo bene, non capivo certe cose che
voleva fare. La mia impressione su di lui era sbagliata, dopo tutto s'è
aggiustato. Inoltre ho parlato spesso con Creso, perché lui ha
l’intelligenza e l'esperienza per potermi dare una mano, un consiglio, per
confrontare un'idea”.
Il che fa ancora una volta
onore a Edward Terry, ma anche se il tempo ammorbidisce tutto, diciamo che
pure Cosic non aveva capito certe cose che
voleva fare
Driscoll,
il peso della Sinudyne e l'élite del nostro basket. Le ha capite, è stato
capito, e i risultati si sono visti in fretta.
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