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Villalta, Martini, Driscoll, Roche, X, Peterson, Caglieris, Goti, Bertolotti, Bonamico, X

 

STAGIONE 1977/78

 

SINUDYNE BOLOGNA

Serie A1: 3a classificata prima fase su 12 squadre (17-22)

Poule scudetto: 2a classificata su 4 squadre (3-6)

Play-off: finalista (3-6)

Coppa delle Coppe: finalista (6-11)

 

N. nome ruolo anno cm naz note
4 Carlo Caglieris P 1951 178 ITA
6 Massimo Antonelli G 1953 196 ITA
7 Alessandro Goti C 1961 ITA
8 John Roche P 1949 190 USA
9 Mario Martini A 1954 200 ITA
10 Marco Bonamico A 1957 200 ITA
11 Renato Villalta A 1955 204 ITA
12 Terry Driscoll C 1947 202 USA
15 Gianni Bertolotti A 1950 199 ITA
Mario Porto 1959 ITA
Marco Pedrotti 1956 ITA
Marco Baraldi 1959 ITA
Ugo Govoni 1959 205 ITA
Dan Peterson All USA
Jim McMillen ViceAll USA
Ettore Zuccheri ViceAll ITA

 

Partite della stagione

statistiche di squadra

 

Daniel Lowell Peterson compie cinque anni di milizia Virtussina e la Federazione decide (forse per fargli un piacere?) di aprire le frontiere al secondo straniero, abbandonando il pateracchio degli oriundi. La proposta lanciata da Rubini e avversata da molti che ora si defilano quando si ricordano quelle polemiche e le loro posizioni. Dan Peterson si ricorda di un buon giocatore, una guardia bianca di nome John Roche. L'altro straniero è ancora Terry Driscoll, ma sempre con qualche acciacco in più. Questa stagione poi dovrà pensarci quasi da solo a tirare giù i rimbalzi, visto che Gigione Serafini è stato ceduto, dopo 8 anni di felice carriera Virtussina, terminati con la gioia di uno scudetto. Proprio la rinuncia al lungo pivot, diventa una spada di Damocle sulla testa di Dan Peterson che per tutto l'anno si sentirà ripetere dai tifosi che forse i rimbalzi del Gigione, nonostante l'età, tutti i difetti e l'incostanza di rendimento, sarebbero ancora serviti. Un altro giocatore spesso messo sotto accusa, è proprio Roche cui viene imputato di essere un po' l'ago della bilancia di questa Sinudyne che va a strappi, "Io credo di avere reso quanto dovuto" dirà al termine del campionato la guardia americana "spesso ho segnato più di venti punti, ho difeso benino, penso di aver fatto quanto dovevo". Fatto stà che il rendimento di Antonelli (recuperato a preparazione avanzata, dopo un lungo braccio di ferro con Porelli per divergenze economiche) non è pari a quello del passato, anche per via delle scelte che spesso prevedono due (Roche e Caglieris) con lui, ovviamente in panchina. E anche Bonamico non dà sempre quello che si aspetta da lui.

 

S arriva in finale a tutto, malgrado tutto. Si arriva ad una finale tutta italiana in Coppa delle Coppe, giocata nell'ormai inadeguato Palalido di Milano, con le squadre ferme ad aspettare i pullman dei tifosi Virtus, in netto ritardo sulla tabella di marcia. Una partita che sembrava vinta, ancora pochi minuti prima del termine, viene invece gettata al vento, non senza qualche recriminazione, nelle ultime battute, quando Marzorati e soci recuperano, passano e vincono 84-82. Si arriva alla finale anche in campionato. Si arriva al terzo incontro, non senza essersi vendicati della Gabetti andando a vincere il terzo incontro, proprio come l'anno prima, a Cantù, in una bellissima partita, forse la più bella della stagione (79-80). Ancora di fronte la Virtus e i vecchi marpioni della Mobilgirgi. A Varese vincono Meneghine cosi, con irritante facilità (93-61). A Bologna, con le unghie e con i denti, le Vu nere si conquistano il diritto al terzo incontro e ce la fanno di sue sole lunghezze (69-67). Ma a Varese la squadra di Peterson si presenta priva di John Roche, oltre alle sempre più inguaiate condizioni della schiena di Terry Driscoll. Non può che andare a finire come va: 94-78 per una squadra che coglie così l'ultimo successo in campionato prima di un rapido declino. La rabbia è che la Virtus, che aveva i mezzi per farlo, non ne abbia saputo raccogliere, da subito, l'eredità. "La Sinudyne ha reso globalmente al sessanta, settanta per cento del suo potenziale" scriverà Gianfranco Civolani su Giganti del basket. Le critiche non risparmiano neppure il coach che dopo 20 anni aveva riportato sottole Due Torri il tanto sospirato scudetto, nonostante Peterson, proprio in quella stagione, e ciò gli viene riconosciuto, le abbia tentate proprio tutte, o quasi, sia dal punto di vista difensivo che nelle soluzioni d'attacco, con i quintetti più diversi. D'altra parte quando si arriva in fondo a tutto e si perde con la Mobilgirgi di Meneghin, Zanatta, Morse, Ossola, Bisson, Yelverton e con la Gabetti di Marzorati, Della Fiori, Recalcati, Lienhard, Wingo, si può anche andare a cercare il pelo nell'uovo, ma serietà vuole dire evitare processi. E così accadde alla Virtus.

 

tratto da "Virtus - cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 

Per coach Dan una stagione positiva ma nessun trofeo

 

Ancora Sinudyne e Mobilgirgi ai ferri corti. E sono i varesini a spuntarla di nuovo con 3 vittorie a una nelle prime due fasi e poi per 2 a 1 nelle finali dei play-offs. Anche stavolta la Virtus è passata a spese del Cantù che però un mese prima le ha soffiato nella finale di Milano (per un canestro) la Coppa delle Coppe. Cannoniere virtussino è la guardia Roche secondo straniero a fianco di Driscoll che chiude (ma solo come giocatore).

 

tratto da "100MILA CANESTRI - Storia statistica della Virtus Pallacanestro" di Renato Lemmi Gigli

 

Villalta in gancio

 

Senza dubbio, quest'anno mi ha dato porzioni uguali di dolore e gioia. Se andiamo ad analizzare le cose, è stata un'annata positiva: secondo nella Coppa delle Coppe per due soli punti; secondo nei Playoffs, 2-1; il lancio di Villalta; un gioco altamente spettacolare; la conferma di Roche come super-campione. Ma il secondo posto è una cosa amara. Uno ha detto, una volta, parlando del baseball, "Meglio finire terzo che secondo. Duole meno". Poi, la colpa per i due secondi posti non era di nessuno.

Nel primo caso, nella finale della Coppa delle Coppe, contro il Cantù, al Palalido di Milano, c'è stato un errore organizzativo; nella finale scudetto, avevamo i due Americani KO o, molto vicino. Dovevamo vincere la finale della Coppa delle Coppe. Cantù aveva l'Americano Bob Lienhard fuori combattimento… e non ha giocato. A questo punto, non ci sono attenuanti: devi vincere. Per, fattori imprevisti hanno messo KO mentalmente la mia squadra. Il primo: la moglie di John Roche è arrivata dagli USA nel pomeriggio… non avendo visto il marito per quasi un mese. Insomma… Poi, nel pullman andando al Palalido, c'era un mare di gente che non è stata mai in pullman con noi. Questo fatto ha dato l'impressione di qualcosa di più di una partita di basket… pur essendo importante. Infine, i pullman dei tifosi di Bologna sono arrivati in ritardo e abbiamo ritardato l'inizio della gara per più di un'ora. Con un pullman normale e un orario normale, anche con Roche… Invece, anche complici i miei errori di gestione, una distorsione alla caviglia a Caglieris e una partita ispirata di Cantù, abbiamo perso, 84-82, con due liberi di Recalcati dopo la sua solita finta, bevuta da Antonelli, che è poi crollato addosso a Recalcati. Insomma, una partita assolutamente disastrosa; colpa di tutti, colpa di nessuno; colpa mia per la pessima gestione tecnica.

Nella finale per lo scudetto, abbiamo forse anche pagato lo stress per la semi-finale con il Cantù. Di nuovo, abbiamo perso male a Cantù, 83-73, ma eravamo sotto di -18. Di nuovo, Ettore Zuccheri è un genio: "Coach, facciamo la zona 2-3 contro Cantù". Io: "Non abbiamo mai fatto una zona in cinque anni". Zuccheri: "Proviamo". Finalmente, di nuovo, cedo per fargli vedere che… sbaglia. Li massacriamo a Bologna. Interessante: anziché il triangolo fortissimo e potente sotto canestro - Lienhard, Wingo e Della Fiori - abbiamo Lienhard in post alto e Della fiori e Wingo negli angoli… tutti più distanti dal canestro! Quindi, abbiamo spostato la montagna. Vinciamo, 100-83, ma eravamo anche +27, prima che togliessi i titolari, perché non mi va mai di esagerare nel vincere. Anzi…

Nella terza, a Cantù, giochiamo forse la più bella partita nei miei cinque anni a Bologna, vincendo per 90-79, anche stando sopra di +18. A senso unico. Ho un rammarico: ho dimenticato Marco Bonamico in panchina per tutti i 40'. Gli chiedo scusa, ma lui è troppo felice. John Roche mi 'rimprovera': "Coach, Lei che è sempre così esigente; dica che abbiamo fatto una grande partita!" Aveva ragione.

Però, dopo questa impresa, tutti i nodi sono venuti al pettine. Terry Driscoll aveva fatto una caduta in allenamento: 12 punti sulla tempia, sangue in campo. Mi ricordava il Cile. Vero guerriero qual è, ha fatto le ultime due gare con Cantù con un occhio utile, prendendo e dando le botte come sempre, incapace di vedere il canestro; 1 su 12 ai liberi in una gara! Poi, durante l'anno, Driscoll ha avuto un'altra caduta, una scivolata su un punto bagnato a Venezia, spaccando la schiena. Nonostante le infiltrazioni, lui non può pi muoversi. Poi, Roche si spacca una caviglia in allenamento. Nonostante tutto, andiamo alla bella, perdendo malissimo a Varese, 93-61, un massacro; vincendo a Bologna, 69-67. Poi, Driscoll e Roche si rompono definitivamente. Ecco, però, l'importanza di ciò che è perso oggi nel calcio e nel basket: il nucleo di giocatori italiani! Villalta, Bonamico, Caglieris, Bertolotti, ed Antonelli, aiutati da Marco Pedrotti e Mario Martini, lottano come dei pazzi e siamo a -5 con 5,00" da giocare. Villalta scivola sulla linea di fondo, contatto con Meneghin… e sarebbe stato il 5° fallo. Invece, no… Villalta pesta la riga. Questa non-decisione arbitrale ci spezza le gambe e perdiamo il titolo per -16, 94-78. Con tutti a posto? Non lo sapremo mai. Però, avevo una grande fiducia in questa squadra. Come detto: bella da vedere giocare, spettacolare, veloce, tecnica, ben affiatata, anche con Roche, non ha 'ceduto' il posto di play (lui lo desiderava tanto) a Caglieris, per cui aveva un grandissimo rispetto. è ora di lasciare Bologna e la Virtus. Lo so io e lo sa Porelli. Il giorno dopo Gara-3 con Varese, Toni Cappellari mi ha chiamato per chiedere la mia disponibilità per allenare l'Olimpia Milano. Dico: "Sono interessatissimo, ma voglio essere corretto con Porelli, che è stato sempre corretto con me". Dico a Porelli la situazione. Lui: "Coach, Vai! Tu devi andare a Milano!" E' stato un momento di emozione. Volevo bene a Bologna, alla Virtus, a Porelli, alla squadra, ai giocatori, al Palazzo dello Sport, a tutto e tutti. Porelli piomba in casa mia non tanto tempo dopo e mi dice: "Coach, abbiamo fatto un grande lavoro. Non è vero?" Ho detto: "Non grande. Grandissimo". Con questo, ho riflettuto sulle tante lezioni avute da Porelli, in 5 anni. Innanzitutto, Porelli mi ha trasformato da allenatore dilettantistico (cioè, livello NCAA e basso livello FIBA) ad allenatore professionista. Non  da poco. Ogni volta che sbagliavo, mi correggeva: "Coach, tu hai detto questo?" E mi fa vedere Stadio. Io: "Sì, perché?" Lui: "Non puoi dirlo?" Io: "Perché? Lo dice Rubini". Porelli: "Coach, tu non sei Rubini. Ancora". Amen. La gente mi chiede come sono andato d'accordo con Porelli, personaggio molto difficile per tutti, per cinque anni. Rispondo sempre: "Andando a pranzo in sede e a cena al ristorante con lui, ogni giorno, per cinque anni". Così ascoltavo e imparavo, soprattutto ciò che pensava lui e ciò che voleva lui. Poi, Porelli non si spacciava mai come coach e non mi ha mai pestato i piedi, ma conosceva il basket. La mia storia preferita su Porelli. Spesso, a cena, lanciavo una mia idea. Reazione violenta: "Cosa dici?!! Mentre io sono alla Virtus, non succederà mai!" Sia chiaro, a voce alta, ristorante pieno. Io: "OK, è stato solo un pensiero". Il giorno dopo, a pranzo, un po' agitato, Porelli mi avrebbe detto: "Coach… ho avuto un'idea". Era la mia idea, modificata un po'. Io: "OK, buona idea!" Oltre a Porelli, pensavo al perché del nostro successo: Gianni Bertolotti, Marco Bonamico, Piero Valenti, Massimo Antonelli e Mario Martini sono stati con noi tutti i cinque anni, tranne qualche prestito. Abbiamo avuto Caglieris gli ultimi tre anni e Villalta gli ultimi due. Abbiamo avuto Driscoll gli ultimi tre anni. Una squadra deve essere affiatata… e noi avevamo questa qualità. Ora, però, dovevo andare a Parigi non a Milano… per conoscere un altro personaggio siderale: il Dr. Adolfo Bogoncelli. Mi stende: "Peterson, Lei sa perché La voglio come coach?" Non avevo idea. Cito vittorie, nazionali, ecc. Niente. Allora, perché? "Perché lei è un uomo che ispira fiducia". Sapeva che questa frase era più di un complimento, era un obbligo. Ho firmato subito.

tratto da "Quando ero alto due metri" di Dan Peterson