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Villalta, Martini, Driscoll, Roche, X,
Peterson, Caglieris, Goti, Bertolotti, Bonamico, X
STAGIONE 1977/78
SINUDYNE BOLOGNA
Serie A1: 3a classificata prima
fase su 12 squadre (17-22)
Poule scudetto: 2a classificata su
4 squadre (3-6)
Play-off: finalista (3-6)
Coppa delle Coppe: finalista (6-11)
Partite
della stagione
statistiche di squadra
Daniel Lowell Peterson compie cinque anni di milizia Virtussina e la Federazione decide (forse
per fargli un piacere?) di aprire le frontiere al secondo straniero,
abbandonando il pateracchio degli oriundi. La proposta lanciata da Rubini e
avversata da molti che ora si defilano quando si ricordano quelle polemiche
e le loro posizioni. Dan Peterson si ricorda
di un buon giocatore, una guardia bianca di nome John
Roche. L'altro straniero è ancora Terry
Driscoll, ma sempre con qualche acciacco in più. Questa stagione poi
dovrà pensarci quasi da solo a tirare giù i rimbalzi, visto che Gigione Serafini è stato ceduto, dopo 8 anni
di felice carriera Virtussina, terminati
con la gioia di uno scudetto. Proprio la rinuncia al lungo pivot, diventa
una spada di Damocle sulla testa di Dan Peterson
che per tutto l'anno si sentirà ripetere dai tifosi che forse i rimbalzi del
Gigione, nonostante l'età, tutti i difetti e l'incostanza di rendimento,
sarebbero ancora serviti. Un altro giocatore spesso messo sotto accusa, è
proprio Roche cui viene imputato di essere un po' l'ago della bilancia di
questa Sinudyne che va a strappi, "Io credo di avere reso quanto dovuto"
dirà al termine del campionato la guardia americana "spesso ho segnato più
di venti punti, ho difeso benino, penso di aver fatto quanto dovevo". Fatto
stà che il rendimento di Antonelli
(recuperato a preparazione avanzata, dopo un lungo braccio di ferro con Porelli per divergenze economiche) non è pari a
quello del passato, anche per via delle scelte che spesso prevedono due (Roche
e Caglieris) con lui, ovviamente in panchina.
E anche Bonamico non dà sempre quello che si
aspetta da lui.
S arriva in finale a tutto,
malgrado tutto. Si arriva ad una finale tutta italiana in Coppa delle Coppe,
giocata nell'ormai inadeguato Palalido di Milano, con le squadre ferme ad
aspettare i pullman dei tifosi Virtus, in
netto ritardo sulla tabella di marcia. Una partita che sembrava vinta,
ancora pochi minuti prima del termine, viene invece gettata al vento, non
senza qualche recriminazione, nelle ultime battute, quando Marzorati e soci
recuperano, passano e vincono 84-82. Si arriva alla finale anche in
campionato. Si arriva al terzo incontro, non senza essersi vendicati della
Gabetti andando a vincere il terzo incontro, proprio come l'anno prima, a
Cantù, in una bellissima partita, forse la più bella della stagione (79-80).
Ancora di fronte la Virtus e i vecchi
marpioni della Mobilgirgi. A Varese vincono Meneghine cosi, con irritante
facilità (93-61). A Bologna, con le unghie e con i denti, le Vu nere si conquistano il diritto al terzo
incontro e ce la fanno di sue sole lunghezze (69-67). Ma a Varese la squadra
di Peterson si presenta priva di John Roche, oltre alle sempre più inguaiate
condizioni della schiena di Terry Driscoll.
Non può che andare a finire come va: 94-78 per una squadra che coglie così
l'ultimo successo in campionato prima di un rapido declino. La rabbia è che
la Virtus, che aveva i mezzi per farlo, non
ne abbia saputo raccogliere, da subito, l'eredità. "La Sinudyne ha reso
globalmente al sessanta, settanta per cento del suo potenziale" scriverà
Gianfranco Civolani su Giganti del basket. Le critiche non
risparmiano neppure il coach che dopo 20 anni aveva riportato sottole Due
Torri il tanto sospirato scudetto, nonostante
Peterson, proprio in quella stagione, e ciò gli viene riconosciuto, le
abbia tentate proprio tutte, o quasi, sia dal punto di vista difensivo che
nelle soluzioni d'attacco, con i quintetti più diversi. D'altra parte quando
si arriva in fondo a tutto e si perde con la Mobilgirgi di Meneghin, Zanatta,
Morse, Ossola, Bisson, Yelverton e con la Gabetti di Marzorati, Della Fiori,
Recalcati, Lienhard, Wingo, si può anche andare a cercare il pelo nell'uovo,
ma serietà vuole dire evitare processi. E così accadde alla Virtus.
tratto da "Virtus
- cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

Per coach Dan una stagione positiva ma nessun trofeo
Ancora Sinudyne e Mobilgirgi ai ferri corti. E
sono i varesini a spuntarla di nuovo con 3 vittorie a una nelle prime due
fasi e poi per 2 a 1 nelle finali dei play-offs. Anche stavolta la Virtus è
passata a spese del Cantù che però un mese prima le ha soffiato nella finale
di Milano (per un canestro) la Coppa delle Coppe. Cannoniere virtussino è la
guardia Roche secondo straniero a fianco di Driscoll che chiude (ma solo come giocatore).
tratto da "100MILA CANESTRI -
Storia statistica della Virtus Pallacanestro" di Renato Lemmi Gigli

Villalta in gancio
Senza dubbio, quest'anno mi ha dato porzioni
uguali di dolore e gioia. Se andiamo ad analizzare le cose, è stata
un'annata positiva: secondo nella Coppa delle Coppe per due soli punti;
secondo nei Playoffs, 2-1; il lancio di Villalta;
un gioco altamente spettacolare; la conferma di Roche come super-campione.
Ma il secondo posto è una cosa amara. Uno ha detto, una volta, parlando del
baseball, "Meglio finire terzo che secondo. Duole meno". Poi, la colpa per i
due secondi posti non era di nessuno.
Nel primo caso, nella finale della Coppa delle
Coppe, contro il Cantù, al Palalido di Milano, c'è stato un errore
organizzativo; nella finale scudetto, avevamo i due Americani KO o, molto
vicino. Dovevamo vincere la finale della Coppa delle Coppe. Cantù aveva
l'Americano Bob Lienhard fuori combattimento… e non ha giocato. A questo
punto, non ci sono attenuanti: devi vincere. Per, fattori imprevisti hanno
messo KO mentalmente la mia squadra. Il primo: la moglie di John Roche è arrivata dagli USA nel pomeriggio…
non avendo visto il marito per quasi un mese. Insomma… Poi, nel pullman
andando al Palalido, c'era un mare di gente che non è stata mai in pullman
con noi. Questo fatto ha dato l'impressione di qualcosa di più di una
partita di basket… pur essendo importante. Infine, i pullman dei tifosi di
Bologna sono arrivati in ritardo e abbiamo ritardato l'inizio della gara per
più di un'ora. Con un pullman normale e un orario normale, anche con Roche…
Invece, anche complici i miei errori di gestione, una distorsione alla
caviglia a Caglieris e una partita ispirata
di Cantù, abbiamo perso, 84-82, con due liberi di Recalcati dopo la sua
solita finta, bevuta da Antonelli, che è poi
crollato addosso a Recalcati. Insomma, una partita assolutamente disastrosa;
colpa di tutti, colpa di nessuno; colpa mia per la pessima gestione tecnica.
Nella finale per lo scudetto, abbiamo forse
anche pagato lo stress per la semi-finale con il Cantù. Di nuovo, abbiamo
perso male a Cantù, 83-73, ma eravamo sotto di -18. Di nuovo, Ettore Zuccheri è un genio: "Coach, facciamo
la zona 2-3 contro Cantù". Io: "Non abbiamo mai fatto una zona in cinque
anni". Zuccheri: "Proviamo". Finalmente, di
nuovo, cedo per fargli vedere che… sbaglia. Li massacriamo a Bologna.
Interessante: anziché il triangolo fortissimo e potente sotto canestro -
Lienhard, Wingo e Della Fiori - abbiamo Lienhard in post alto e Della fiori
e Wingo negli angoli… tutti più distanti dal canestro! Quindi, abbiamo
spostato la montagna. Vinciamo, 100-83, ma eravamo anche +27, prima che
togliessi i titolari, perché non mi va mai di esagerare nel vincere. Anzi…
Nella terza, a Cantù, giochiamo forse la più
bella partita nei miei cinque anni a Bologna, vincendo per 90-79, anche
stando sopra di +18. A senso unico. Ho un rammarico: ho dimenticato Marco Bonamico in panchina per tutti i 40'.
Gli chiedo scusa, ma lui è troppo felice. John Roche
mi 'rimprovera': "Coach, Lei che è sempre così esigente; dica che abbiamo
fatto una grande partita!" Aveva ragione.
Però, dopo questa impresa, tutti i nodi sono
venuti al pettine. Terry Driscoll
aveva fatto una caduta in allenamento: 12 punti sulla tempia, sangue in
campo. Mi ricordava il Cile. Vero guerriero qual è, ha fatto le ultime due
gare con Cantù con un occhio utile, prendendo e dando le botte come sempre,
incapace di vedere il canestro; 1 su 12 ai liberi in una gara! Poi, durante
l'anno, Driscoll
ha avuto un'altra caduta, una scivolata su un punto bagnato a
Venezia, spaccando la schiena. Nonostante le infiltrazioni, lui non può pi
muoversi. Poi, Roche si spacca una caviglia in allenamento. Nonostante
tutto, andiamo alla bella, perdendo malissimo a Varese, 93-61, un massacro;
vincendo a Bologna, 69-67. Poi, Driscoll
e Roche si rompono
definitivamente. Ecco, però, l'importanza di ciò che è perso oggi nel calcio
e nel basket: il nucleo di giocatori italiani!
Villalta, Bonamico, Caglieris,
Bertolotti, ed Antonelli, aiutati da
Marco Pedrotti e Mario Martini, lottano come
dei pazzi e siamo a -5 con 5,00" da giocare.
Villalta scivola sulla linea di fondo, contatto
con Meneghin… e sarebbe stato il 5° fallo. Invece, no… Villalta pesta la riga.
Questa non-decisione arbitrale ci spezza le gambe e perdiamo il titolo per
-16, 94-78. Con tutti a posto? Non lo sapremo mai. Però, avevo una grande
fiducia in questa squadra. Come detto: bella da vedere giocare,
spettacolare, veloce, tecnica, ben affiatata, anche con Roche, non ha
'ceduto' il posto di play (lui lo desiderava tanto) a Caglieris, per cui aveva un grandissimo
rispetto. è ora di lasciare
Bologna e la Virtus. Lo so io e lo sa Porelli.
Il giorno dopo Gara-3 con Varese, Toni Cappellari mi ha chiamato per
chiedere la mia disponibilità per allenare l'Olimpia Milano. Dico: "Sono
interessatissimo, ma voglio essere corretto con Porelli, che è stato sempre
corretto con me". Dico a Porelli
la situazione. Lui: "Coach, Vai! Tu devi andare a Milano!" E' stato
un momento di emozione. Volevo bene a Bologna, alla Virtus, a Porelli, alla squadra, ai giocatori, al Palazzo
dello Sport, a tutto e tutti. Porelli
piomba in casa mia non tanto tempo dopo e mi dice: "Coach, abbiamo
fatto un grande lavoro. Non è vero?" Ho detto: "Non grande. Grandissimo".
Con questo, ho riflettuto sulle tante lezioni avute da Porelli, in 5 anni. Innanzitutto, Porelli mi ha
trasformato da allenatore dilettantistico (cioè, livello NCAA e basso
livello FIBA) ad allenatore professionista. Non da poco. Ogni volta che
sbagliavo, mi correggeva: "Coach, tu hai detto questo?" E mi fa vedere
Stadio. Io: "Sì, perché?" Lui: "Non puoi dirlo?" Io: "Perché? Lo dice
Rubini". Porelli: "Coach, tu non sei Rubini. Ancora". Amen. La gente mi chiede come sono andato d'accordo con Porelli, personaggio molto difficile per tutti,
per cinque anni. Rispondo sempre: "Andando a pranzo in sede e a cena al
ristorante con lui, ogni giorno, per cinque anni". Così ascoltavo e
imparavo, soprattutto ciò che pensava lui e ciò che voleva lui. Poi, Porelli non si spacciava
mai come coach e non mi ha mai pestato i piedi, ma conosceva il basket. La
mia storia preferita su Porelli. Spesso, a
cena, lanciavo una mia idea. Reazione violenta: "Cosa dici?!! Mentre io sono
alla Virtus, non succederà mai!" Sia chiaro, a voce alta, ristorante pieno.
Io: "OK, è stato solo un pensiero". Il giorno dopo, a pranzo, un po'
agitato, Porelli mi
avrebbe detto: "Coach… ho avuto un'idea". Era la mia idea, modificata un
po'. Io: "OK, buona idea!" Oltre a Porelli,
pensavo al perché del nostro successo:
Gianni Bertolotti, Marco
Bonamico, Piero Valenti, Massimo Antonelli e
Mario Martini sono stati con noi tutti i cinque anni, tranne qualche
prestito. Abbiamo avuto Caglieris
gli ultimi tre anni e Villalta
gli ultimi due. Abbiamo avuto Driscoll
gli ultimi tre anni. Una squadra deve essere affiatata… e noi avevamo questa
qualità. Ora, però, dovevo andare a Parigi non a Milano… per conoscere un
altro personaggio siderale: il Dr. Adolfo Bogoncelli. Mi stende: "Peterson,
Lei sa perché La voglio come coach?" Non avevo idea. Cito vittorie,
nazionali, ecc. Niente. Allora, perché? "Perché lei è un uomo che ispira
fiducia". Sapeva che questa frase era più di un complimento, era un obbligo.
Ho firmato subito.
tratto da "Quando ero alto due
metri" di Dan Peterson
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