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Serafini, Driscoll, Pedrotti
Martini, Villalta, Peterson, Bertolotti,
Antonelli
Sacco, Caglieris, Valenti
STAGIONE 1976/77
SINUDYNE BOLOGNA
Serie A1: 1a classificata prima
fase su 12 squadre
(19-22)
Poule scudetto: 2a classificata su
4 squadre
(4-6)
Play-off: finalista (2-5)
Coppa Europa dei Campioni: 2a classificata
girone E su
4 squadre
(3-6)
Partite
della stagione
statistiche di squadra
"Forse sarebbe necessario un grosso
giocatore" aveva detto a Giganti del basket l'avvocato Porelli prima che
terminasse l'anno del sesto titolo "per fare una squadra realmente da
scudetto. Quale giocatore? Se Meneghin non è cedibile dico Villalta e scopro
l'acqua calda. Lotteremo fino all'ultimo per assicurarci questo giocatore".
Puntualmente Porelli lotta fino all'ultimo e la
spunta lui.
Villalta è della Sinudyne, Villalta indosserà la
maglia bianconera. A Mestre vanno Tommasini, Generali e danari. Intanto anche Bonamico emigra in prestito,ma solo di poche
centinaia di metri, alla Fortitudo, per avere più spazio. Bologna vive un
periodo, l'ennesimo periodo, di autentica indigestione di basket. Ad ogni
angolo di strada, in ogni bar, in ogni salotto, il basket è di casa e la fa
da padrone. Bologna presenta 3 formazioni di vertice: l'Alco con McMillen
allenatore e l'oriundo Rafaelli e il Gira Fernet Tonic rapidamente tornato
ai vecchi fasti (altrettanto rapidamente ne scomparirà) che spende e spande
comperando Bariviera e puntando ai play-off dalla A2. Poi c'è la
Virtus, che quasi obbligatoriamente, punta
al titolo. è l'anno di Villalta, di "Mister 400 milioni" come viene
subito etichettato.
Tutto bene dunque? Mica tanto,
visto per esempio che la Virtus si fa
cacciare fuori dalla Coppa dei Campioni in maniera abbastanza rapida nei
quarti di finale, senza aver vinto un solo incontro in trasferta. Non
mancano le polemiche sul fatto che la Virtus (leggi Porelli) non ha voluto ingaggiare uno straniero
per la Coppa Europa e neppure partecipare alla caccia all'oriundo, che
peraltro ha portato sulla penisola alcune bufale, ma anche qualche discreto
giocatore. Nei playoff - la novità di quest'anno - le cose per la Virtus si mettono
discretamente quando nei quarti di finale riesce a mettere fuori la Forst
andando a vincere a Cantù il terzo incontro. Ma i vecchi marpioni della
Mobilgirgi questa volta sono attentissimi (Peterson
l'aveva ricordato "Quest'anno non potremo far sorprese, tutti ci
aspetteranno con il fucile puntato") e vincono con una certa autorità (82-77
e 91-79). Finisce tutto proprio a Bologna, con il pubblico che dimostra il
suo stile come racconta Dario Colombo su Giganti: "Aldo Ossola dava
l'ennesima lezione, Gamba è portato in trionfo, Morse è in lacrime, il
pubblico è in piedi ad applaudire i vincitori. La Sinudyne ha dimostrato
anche nella sconfitta di avere i mezzi per rilevare e gestire nei migliori
dei modi l'eredità di classe, di potenza, di gioco, che per tutti questi
anni è stata dei varesini". Qualche mese prima Gianfranco Civolani aveva
scritto: "Amici che siete sui quarant'anni, ricordate quel favoloso 1956? la
Virtus tricolore, il Gira quarto e il
Morini settimo. Che tempi, she stupendi tempi. Ma forse ci siamo di nuovo".
Civolani non indovina proprio tutto, ma quasi. Infatti la Virtus è seconda, la
Fortitudo Alco è terza e il Gira Fernet Tonic arriva ottavo. Il conto,
quasi, torna. Anche se i tifosi delle Vu nere avrebbero preferito
che Civolani avesse indovinato tutto, proprio tutto.
tratto da "Virtus
- cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

John McMillen, dopo anni di assistentato a Dan, diventa head
coah per la Fortitudo
La sfida è fra campioni italiani, rinforzatisi
con Villalta, e campioni europei (Varese)
assetati di rivincita. Con 19 vittorie su 22 e 8 punti di vantaggio la
Sinudyne (Bertolotti il migliore) domina la
prima fase. Ma il Varese si aggiudica i confronti diretti e nelle finali dei
play-offs fa ancora fuori i rivali (qualificatisi per un punto a Cantù) con
un secco 2-0. Poca strada in Coppa Campioni: ci elimina il Maccabi che poi
vincerà la finale coi varesini.
tratto da "100MILA CANESTRI -
Storia statistica della Virtus Pallacanestro" di Renato Lemmi Gigli

Un jump in perfetto stile di Bertolotti
Ogni anno, trovavo un motivo per… non cambiare
qualcosa. Oppure, per non aggiungere l'1-3-1. Infatti, l'unico vero cambio
(e neanche tanto) che ho fatto nei primi tre anni a Bologna era di spostare
l'importanza dell'attacco contro l'uomo da molto doppio stack e poco doppio
post alto… al contrario: molto doppio post alto (Schema No. 3) e meno doppio
stack basso (Schema 2). Sono rimasto con lo stesso telaio per il 1976-77,
perché non volevo buttare via una cosa che funzionava (abbiamo vinto lo
scudetto così) e perché non volevo sconvolgere il nostro nuovo giocatore, Renato Villalta, soprannominato dalla stampa
come "Mr. Quattrocento Milioni". In contanti, prestiti, ecc., ci è costato
così e volevo vederle nel nostro meccanismo, giocando in una grande squadra.
Mi rendo conto subito che Villalta, in Serie B o in A-2 può giocare
sotto canestro. In A-1, però, gioca Dino Meneghin e lui non lascerà fare
facilmente a Villalta i
suoi scivolamenti. Renato aveva un'ottima sequenza di soluzioni così, ma
volevo fare due cose per lui: trovare il minutaggio per lui (in parte sotto,
come cambio di Serafini); e aggiungere un'altra dimensione al suo gioco
(tiro da fuori). A dire poco, l'esperimento è stato un disastro… all'inizio.
Meno male, Villalta era
un ragazzo d'oro, e lottava per fare le cose anche se la sua media di 26
punti per partita (in A-2) era scesa a 8 ppg con noi (in A-1). Non ha mai
mollato e, apparentemente, non ha mai perso fiducia in sé stesso o in quello
che stavamo cercando di fare. Insomma, abbiamo quasi dedicato quest'anno a
lui.
Vinciamo la stagione regolare, 19-3. Varese e
Cantù sono molto indietro. Poi, vinciamo i quarti di finale in un girone
all'Italiana, un quadrangolare, con sei partite. Dobbiamo affrontare Cantù
nelle semi-finali. Perdiamo malissimo a Cantù (sì, vantaggio campo loro non
per piazzamento nella regular season, ma nei quarti). Sono preoccupato.
Anche se vinciamo a Bologna. Il mio vice, adesso, è Ettore Zuccheri, che è
stato con noi il mio primo anno. John McMilen era diventato capo allenatore
della Fortitudo-Alco, e stava per fare un anno incredibile: 2° posto nella
Coppa Korac (c. la Jugoplastika Spalato) e 3° posto nei playoffs (battendo
Cantù, 2-0, per il terzo posto). Zuccheri mi dice di togliere Antonelli dal quintetto base e mettere Villalta al suo posto.
Non sono d'accordo. Dico: "Siamo già lenti nei loro confronti. Renato non è
veloce". Zuccheri: "Alziamo il quintetto". Io: "Non mi piace": Lui: "Coach,
dammi retta". Io: "Non sono convinto". Lui: "Proviamo": Io: "OK, per farti
capire che è uno sbaglio!". Dopo avere perso per -18 a Cantù, vinciamo per
+27 (98-71) a Bologna. Zuccheri aveva ragione… alla grande. Grazie a lui!
La Gara-3, a Cantù, solo è stata drammatica.
Come abbiamo vinto, Dio lo sa come, ma passiamo, 84-83.
è una di quelle partite in cui
ognuno fa qualcosa per vincere. è
il primo anno dei Playoffs e noi siamo in finale contro il Varese, che ha
appena perso la finale della Coppa dei Campioni, per un punto, contro
Maccabi Tel-Aviv. è un momento
che dovremo saper sfruttare. Ma facciamo un errore fatale. La formula è
strana. Se le due squadre sono 1-1 dopo due gare, si fa la terza, la 'bella'
a San Siro, campo neutro. Noi scegliamo di giocare la prima a Varese.
Terribile errore. Dovevamo giocare a Bologna, dove avremmo vinto. Loro, dopo
il Maccabi, avrebbero avuto una pressione notevole addosso a Varese. Ma loro
vincono Gara-1, 82-77. Il momento è fuggito e non lo
riprendiamo più. A Bologna, Sandro Gamba, nella
sua ultima partita sulla panchina di Varese, ci batte, 91-79, grazie a lui.
Come? Semplice. Con il nostro Massimo Antonelli,
grande tiratore, in campo, loro giocavano a uomo. Con Antonelli fuori, loro giocavano a zona 2-3.
Non c'era neanche da chiamare la difesa dalla panchina. La verità è che ci
ha scombussolato la testa e non siamo mai entrati in partita. L'anno,
quindi, finisce… almeno per me… in maniera negativa. Siamo stati buttati
fuori dalla Coppa dei Campioni dal Maccabi Tel-Aviv con quella maxi
sconfitta a Yad Eliau. Il progetto-Villalta,
al momento, sembrava un fallimento. Non avevamo preso un secondo americano
per la coppa e nemmeno un Oriundo, lasciando alla Fortitudo soffiarci Carlos
Raffaelli. E abbiamo perso la finalissima-scudetto. Mi rendo conto che devo
cambiare qualcosa nella squadra.
Primo, Renato Villalta deve giocare
30' minimo ogni partita. Secondo, Marco Bonamico, in prestito alla Fortitudo,
deve tornare per aiutarci.
Terzo, con l'aggiunta del secondo Americano, e con Antonelli in braccio di
ferro per il contratto con la società, devo prendere una guardia anche in
grado di dare qualche minuto di riposo a
Caglieris come play. In questo mosaico, ci sono, in effetti, tre
giocatori nuovi: Villalta, Bonamico, e la guardia americana. Qualcuno
dovrà fare spazio. La scelta cade su Gigi Serafini,
una bandiera della società. Vado a Parma, al ritiro della nazionale, per
comunicargli cosa stava per avvenire. Lo accetta con calma. Certo, gli
dispiace, ma è stato un professionista. Dice: "Cedetemi alla Mobil Quattro".
L'operazione-guardia è facile: voglio John Roche. Lui è una guardia-play, genio nel
gioco a due (con Villalta?), un allenatore in
campo, tiratore micidiale, giocatore focoso (anche controverso, autore di
alcune risse nell'NBA). Nessun problema. Preferisco avere uno così nella mia
squadra che contro. La squadra è fatta: veloce, tecnica, con titolari e
sostituti cambiabili. Mi piace molto. Con questa realizzazione, mi rendo
conto che un secondo posto è sempre una finale, che il tempo investito in Villalta sarà stato
utile se io indovino come sbloccarlo, che l'anno di prestito di Bonamico alla Fortitudo
l'ha fatto giocare e maturare, che avremmo potuto fare di più in coppa con
un secondo straniero, ma che la scelta di investire quell'esperienza in Villalta darà un
beneficio. Mi rendo conto che devo cambiare assetto di gioco. Ormai, le
squadre hanno visto il '2' ed il '3' fino a conoscerli come noi. Con due
guardie come Roche e Caglieris, decido di
fare il sistema che ho sempre amato: due guardie, due ali ed un post alto,
schieramento 2-3. Quello di Bamey Oldfield, John Wooden,
Forddy Anderson, Adolph Rupp, Red Auerbach e Ray Meyer. Ora ho la
squadra per farlo.
Avevo già sperimentato con due tipi di
pressing nei primi quattro anni a Bologna: un 2-2-1 zona pressing a tutto
campo il mio primo anno; l'1-3-1 in brevissimi tratti (insomma quasi mai) il
mio terzo anno e all'inizio del quarto. Decido di non fare né l'uno né
l'altro all'inizio dell'anno. Voglio trasmettere fiducia nel nuovo sistema
di gioco, lavorare con i fondamentali in difesa. Sono rimasto con gli
allenamenti di sempre: martedì = fondamentali di difesa; mercoledì =
fondamentali… Anni dopo, vedrò John Roche, ormai
avvocato. Gli chiedo: "John, come è stata la scuola di giurisprudenza?" Lui:
"Coach, durissima. Un lavoro bestiale. Una noia mortale. Cattiva quasi come…
l'allenamento di martedì sulla difesa!" Infatti, John non amava quegli
allenamenti per niente. Mi ricordo che, durante l'anno John cercava di
convincermi di abbandonare questi sistemi, e mi dice: "Coach, ho imparato
tutti questi fondamentali in quinta elementare". Rispondo: "John, benissimo.
Allora, sarai d'esempio per tutti!" Al momento, John non vedeva l'umorismo
nella mia battuta. Comunque, come ogni coach, preferisco un giocatore di
personalità e carattere, come lui. Guardo verso il 1977-78 con ottimismo. Mi
piace la squadra: la più tecnica della mia carriera, insieme alla Simac del
1985-86. Poi, una squadra veloce, atletica, con almeno 7-8 giocatori di
livello-scudetto. La concorrenza c'è: Milano è tornata in A-1, Varese
sempre Varese, Cantù è sempre Cantù e chissà chi prenderanno come secondo
straniero. L'avventura continua.
tratto da "Quando ero alto due
metri" di Dan Peterson
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