Immagini della Virtus di quest'anno dagli archivi RAI
.
Nel 1974/75 se ne va John Fultz, la tifoseria rumoreggia, ma Porelli mette a segno un capolavoro
accaparrandosi Tom McMillen, cugino di quel
John che è l'assistente americano di Peterson
e il Guerino lo battezza subito la Torre numero tre. Tom è una prima
scelta dei professionisti che ha optato per l'Italia, come un suo celebre
predecessore di nome Bill Bradley, per poter studiare ad Oxford. Le continua
trasferte Oxford-Bologna non certo il meglio per un atleta e provocano
qualche polemica, ma il grande Tom non poche volte mette in mostra un
repertorio da capogiro. I suoi duelli con Bob Morse resteranno
nell'antologia delle cose più belle, dal punto di vista tecnico, dell'intera
storia della pallacanestro moderna in Italia. Il campionato inaugura la
formula a due fasi e questa volta la Forst Cantù di Marzorati, Recalcati,
Della Fiori e Lienhard supera l'Ignis. Dietro a loro ci sono Virtus e Innocenti Milano. Nella Sinudyne Peterson lancia un altro giovane che
ritroveremo: Marco Bonamico.
tratto da "Virtus
- cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro
Duello stellare tra McMillen e McDaniel
Tom McMillen, stella del basket USA (cugino di
John) va a studiare un anno ad Oxford e accetta di giocare nella Sinudyne.
Un bel colpo per Serafini e C. che a fianco del fuoriclasse accelerano la
loro maturazione. Più che dimezzato il divario dalle big che a Bologna
adesso pagano tutte pedaggio. Compresa la Forst che vince la poule final
(c'è la nuova trovata dell'A1 e A2) con la Virtus bravamente quarta. Dopo 14
anni finalmente un impegno europeo in Coppa delle Coppe.
tratto da "100MILA CANESTRI -
Storia statistica della Virtus Pallacanestro" di Renato Lemmi Gigli
Con coach Peterson la Virtus non è più una cenerentola
Dopo la vittoria in Coppa Italia, la stagione
1974-75 cominciava con noi, la Virtus, come la quarta potenza del
campionato, sempre dietro le tre lombarde: Ignis Varese, Innocenti Milano e
Forst Cantu. Un motivo per questo era il fatto che avevamo ingaggiato
nientemeno che Tom McMillen, cugino di John,
All-America, Olimpionico, personaggio e studente ad Oxford… com'era Bill
Bradley.
A prima vista, sembrava il colpo del secolo e,
sotto il punto di vista della pubblicità e dell'immagine, lo era. Infatti,
la mania per i biglietti stagionali alla Virtus è nata con lui. L'anno
prima, avevamo 2.500 abbonati e l'impianto era al 99,6% pieno per la
stagione. Quando la società ha aperto la sede per quest'anno, c'è stata
un'invasione che ha travolto gente, cespugli, parcheggi, ecc. Infatti, con
una mossa geniale, l'Avv. Porelli ha chiuso gli uffici, dando l'annuncio
che, il giorno dopo, agli sportelli del Palazzo dello Sport, si potevano
comprare gli abbonamenti. Quella notte, hanno creato altri 1.000 posti
numerati, capendo l'esigenza. Bene, il giorno dopo, vendono quei 3.500 posti
in un niente e c'è una lista di attesa di 600 persone. Insomma, l'effetto-McMillen
c'era.
C'era anche, però, un problema, anche se un
po' previsto: Tom doveva fare il pendolare: Londra-Bologna-Londra.
Per la verità, non è mai mancato ad un appuntamento. Abbiamo giocato 48
partite quell'anno ed è sempre stato presente, anche arrivando a Napoli,
allo spogliatoio 30' prima della palla a due, con gli altri già in campo per
il riscaldamento pre-partita. Insomma, un professionista. Ma quando crei una
situazione in cui ci sono 9 giocatori che seguono tutti gli allenamenti e un
giocatore che viene quando può, non è una situazione ideale, specie quanto
quell'unico giocatore è il numero uno della squadra. Sia chiaro, sia Tom che
la squadra hanno affrontato la cosa con la massima professionalità.
è semplicemente vero che non
avevamo sempre la giusta coesione tecnica. La presenza di Tom, però, è stata
determinante per un motivo: abbiamo accorciato la distanza fra di noi e le
tre lombarde: 1-3 contro l'Ignis, 2-2 contro la Forst, e 2-2 con
l'Innocenti. Insomma, dal 1-7 (compresa Coppa Italia) dell'anno precedente,
a 5-7 sempre un progresso. Poi, cominciavamo a vincere in trasferta: da
5-10 in Serie A l'anno prima a 7-6 quest'anno… oltre il 50%.
Pensavo anche di avere la possibilità di
sorprendere tutti quest'anno, perché era il primo di partite post-stagione.
No, non i Playoffs, come oggi, bensì la Poule Scudetto, una mini-stagione di
14 partite con 8 squadre: le prime 6 dell'A-1 (il primo anno dell'A-1, fra
l'altro) e le prime 2 dell'A-2. Ero convinto che, in questa fase, la squadra
sarebbe stata in massima forma, ed anche Tom. La sfortuna ci ha colpito
nell'ultima gara della stagione regolare, quando
Gigi Serafini si è rotto la caviglia a Castelfranco Veneto contro il
Duco Mestre, scendendo sul piede di Renato Villalta, un infortunio casuale,
colpa di nessuno. Però, Gigi stava giocando da Americano, con 20 punti e 10
rimbalzi di media ogni partita, per me l'MVP italiano della stagione,
Meneghin e Marzorati compresi. Senza Gigi, abbiamo lottato molto per
ottenere il nostro 8-6 nella Poule Scudetto, un record alla pari con
l'Innocenti Milano, ma dietro la Forst Cant (Campione d'Italia) e l'Ignis
Varese (a cui mancava Dino Meneghin… infortunato). Però, arrivare alla pari
con l'Olimpia Milano dopo solo due anni era, per me, una cosa positiva,
anche se avevo due grandi rammarichi durante la stagione.
Il primo era l'eliminazione in Coppa delle
Coppe. C'erano due motivi per questo. La prima: la politica della società
che non voleva un secondo Americano per la coppa. Sia chiaro, condividevo
questa idea al 100%. Non volevo neppure io due squadre: una per l'Italia ed
una per l'Europa. Avevo già due squadre: con Tom
McMillen e senza Tom McMillen… almeno in
allenamento. No, grazie! Il secondo motivo era colpa mia: non avevo una
giusta conoscenza delle sottili realtà del gioco in coppa. Neppure la
società… dopo 14 anni. Poi, nel nostro girone, c'erano due squadroni:
Spartak Leningrado, allenata da Vladimir Kondrashin; e Jugoplastika Spalato,
allenata da Peter Skansi. Le due squadre avevano più esperienza europea
della mia e i due coaches ne avevano più di me. Il secondo rammarico era la
sconfitta nel secondo Derby, l'unico Derby che ho perso in 10 partite nei
miei cinque anni a Bologna. Tutta colpa di un viaggio a Leningrado, che ci è
forse costato anche la partita a Leningrado, almeno lo scarto finale. La
società aveva cambiato agenzia di viaggio, e la nuova agenzia ha programmato
il volo da Linate… in inverno. Giochiamo la Domenica in casa contro l'IBP
Roma e vinciamo. Poi, bus a Milano alle ore 21.00 per dormire a Milano per
poter andare a Linate subito. Ah, siamo arrivati subito… noi e la nebbia.
Niente volo. Tutto il giorno nell'aeroporto, poi a Francoforte. Attesa.
Berlino. Attesa. Attraverso il muro. A Varsavia. A Mosca. A Leningrado.
Forse mancava solo Tokio! Siamo distrutti ma, a 4'00" dalla fine, siamo
sotto di solo -6. Però, un arbitro era Jungenbrand... al debutto
internazionale, se non sbaglio. Per me, lui non era all'altezza della
situazione. Perdiamo di -23. Vinciamo a Bologna per +16, ma il danno era
fatto. Con un treno per Roma e un volo Roma-Mosca, tutto sarebbe stato
diverso. Quindi, mi è rimasto dentro un male terribile. Fra quelle due gare,
c'era il secondo Derby. Avevamo vinto il primo per 91-66. Ma siamo distrutti
dal viaggio… di ritorno. Sempre Milano. Sempre nebbia. Atterraggio il
venerdì a Genova. Bus a Milano. Cambio bus. Bus a Bologna. Gambe distrutte.
Ci aspettava l'Alco con nientemeno che Aza Nikolic
in panchina. E ci hanno spazzato via, 83-67. Volevo uccidere l'agenzia di
viaggi.
Anche per le esigenze tecniche, non ho
utilizzato tante cose sofisticate. Niente 1-3-1 per intenderci. Qualche
variante in attacco per sfruttare le grandi caratteristiche di Tom McMillen. Purtroppo, il tutto è venuto
insieme per l'ultima gara della Poule Scudetto, contro la Forst, già
Campione d'Italia e forse un po' scarica, ma noi li battiamo facilmente,
103-91, con una grande gara di Tom. Le lezioni sono diverse dopo una
stagione così. La prima: non si può avere in squadra un giocatore per il
quale le regole sono differenti. Anche se lui è il migliore giocatore del
campionato… e Tom lo era, con scuse a Bob Morse. Meno male, Tom e la squadra
erano brave persone. Mi immagino cosa sarebbe successo con gente maliziosa,
meschina e non-professionale. Proprio un finimondo.
La seconda lezione: io dovevo affrontare le
coppe in una maniera differente da quella del campionato. Certo, il secondo
Americano avrebbe forse fatto comodo. Ma non mi lamentavo per questo. Come
ho detto, forse sarebbe stato un danno tremendo quest'anno. Poi la politica
della società era di valorizzare gli Italiani al massimo. Senza dubbio,
l'obiettivo è stato raggiunto… almeno in parte.
La terza lezione: avevamo bisogno di un vero
playmaker di ruolo, perché avevo riprovato con
Renato Albonico dopo la cessione di Piero
Gergati, ma 'Cip' era sempre una guardia che ci faceva un favore a
giocare fuori ruolo. Volevo Charly Caglieris,
della Fortitudo, in prestito dalla Saclà. Non giocava con una grande
regolarità, ma era veloce, tecnico, e ci dava contropiede e penetrazione.
Infine, volevo un Americano che era giocatore-squadra. Porelli esitava a
mettere il naso nelle mie scelte però, un giorno, mi chiede: "Coach, cosa ne
pensi di Terry Driscoll?" Scherziamo? Ideale!
Ringraziamo Tom, che va nell'NBA, ma rafforziamo la squadra con gli acquisti
di Caglierise
Driscoll, nonché il pieno recupero di Gigi
Serafini. è la mattina di
un buon giorno.
tratto da "Quando ero alto due
metri" di Dan Peterson