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Dino Zucchi, Ferriani, Dario Zucchi, Bertoncelli, Setti, Ranuzzi, Carlo Negroni

Marinelli, Rinaldi, Bersani

 

STAGIONE 1947/48

 

Virtus Bologna

Serie A: 1a classificata girone B su 8 squadre (11-14); 1a classificata girone finale su 4 squadre (4 vittorie, 1 pareggio, 1 sconfitta su 6 gare); CAMPIONI D'ITALIA

 

Venzo Vannini (cap.)

Gianfranco Bersani

Dario Bertoncelli

Luigi Camosci

Sergio Ferriani

Giancarlo Marinelli

Carlo Negroni

Cesare Negroni

Renzo Ranuzzi

Luigi Rapini

Paride Setti

Allenatore: Foschi

 

Partite della stagione

 

 

Nel 1948 il campionato è ancora molto complicato, con qualificazioni, eliminatorie, semifinali e finali. Maggior merito dunque alla Virtus (da questa stagione guidata anche dalla panchina da Giancarlo Marinelli e rappresentata in campo da Bersani, Cherubini, Ferriani, Girotti, Carlo e Cesare Negroni, Ranuzzi, Rapini e il capitano Vannini) che vince il suo scudetto nell'anno in cui deve fare a meno di Galeazzo Dondi Dell'Orologio, suo alfiere per anni e allenatore dello scudetto dell'anno precedente. In semifinale le Vu nere vincono il girone con 3 punti di vantaggio sulla Ginnastica Roma con 11 vittorie e 3 sconfitte, 485 punti segnati (34,6 di media) e 344 subiti (24,5 di media). A questo punto il girone finale vero e proprio che riunisce, oltre alla Virtus e Ginnastica Roma, anche l'Olimpia Milano e la Reyer Venezia, rispettivamente seconda e prima dell'altro girone di semifinale. La Virtus centra il suo terzo triangolo tricolore precedendo ancora la Ginnastica Roma di un solo punto e terminando, con una sconfitta e pareggio, 192 punti segnati (32 di media) e 153 subiti (25,5 di media).

 

tratto da "Virtus - cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 

 

 

Stavolta il girone finale si decide l'ultima giornata a Bologna dove la Ginnastica Roma, col suo modernissimo gioco a schemi, giunge con un punto di vantaggio. Ma nel confronto diretto prevalgono l'ardore e la velocità del quintetto tutto bolognese che Vannini guida per l'ultima volta. Poi Bersani, Ferriani, Marinelli, Ranuzzi e Rapini vanno alle Olimpiadi londinesi. Resta fuori "Carlito" Negroni che a Parigi ha freddamente siglato allo scadere del supplementare la rivincita azzurra sulla Francia.

 

tratto da "100MILA CANESTRI - Storia statistica della Virtus Pallacanestro" di Renato Lemmi Gigli

 


 

TRE VOLTE, LA VIRTUS, CAMPIONE D'ITALIA

da un quotidiano del 1948

 

Era il primo campionato del dopoguerra, era soprattutto la festa dell'unione dei due "famosi" tronconi. Nella ridente Viareggio le rappresentanti dell'Alta Italia e quella del Centro-Sud davano il colpo definitivo a quella linea gotica sportiva che ancora l'ambizione di pochi uomini si ostinava a mantenere.

 

Un po' di storia

La finale del Campionato 1945 vedeva in lizza tre squadre: Reyer, Virtus Bologna, Libertas Roma (il P.T.T. si era ritirato).

Alla Reyer, che anche durante la fase bellica aveva disputato un ottimo campionato, andavano tutti i favori dei tecnici. Solo a Bologna, non per campanilismo, ma perché consci del valore degli uomini, si sosteneva la candidatura Virtus. Da dieci anni Vannini e compagni cullavano inutilmente questo sogno: loro erano e dovevano essere gli eterni secondi.

Fu una sorpresa quella ribellione e quando gli atleti felsinei, battendola con tono di superiorità, obbligarono la Reyer a scucire dalle proprie maglie lo scudetto, i famosi tecnici inghiottirono più amaro degli stessi sportivissimi veneziani. Il sogno virtussino era durato dieci anni come nell'antichità dieci anni duravano le grandi epopee belliche. Mentre quest'ultime trovarono sempre il cantore esaltante l'esercito vincente, la vittoria della Virtus trovò invece giudizi scettici da parte di quei tecnici che tentarono, senz'altro in buona fede, di annebbiarne la bellezza dichiarandola favorita, senza però spiegarne il perché dal sistema di disputa della finale (concentramento e girone all'italiana). Rimase però il ricordo del trionfo decretato dal pubblico viareggino che parteggiante all'inizio per la Reyer, poi circondò, strinse, sollevò sulle spalle i nuovi campioni. Rimase l'entusiasmo che attorno ad essi si sprigionò in tutta l'Emilia, nella loro forte regione.

 

All'inizio del campionato 1946 i tecnici lasciarono intravvedere una probabile caduta della Virtus. Era sì una forte squadra, ma il nuovo sistema di campionato non permetteva di darle il pronostico. Fu ancora la Reyer a raccogliere i migliori suffragi: poi, tenendo conto del Trofeo Marinone, si parlò di rivelazione nei confronti della Ginnastica Roma, la squadra orologio dal graziato stil nuovo; si mise in evidenza lo scintillio del gioco della San Giusto ed infine si additò pure la "creatura" di Bogoncelli che aveva costituito in Lombardia un'oasi triestina col compito di tener alti i colori meneghini al posto delle decadenti Borletti e Pirelli. La Virtus non si elevava su queste. Era purtroppo rea di essersi ribellata alla consuetudine, al pronostico dei competenti.

Ma chi si ribella una volta vi insiste e così anche nel 1946 la Virtus Bologna vinse. Minor sbigottimento ma ancora un po' di acido critico. Questa volta si portò in campo, quali diminuenti le rinunce fatte in finale, nelle due ultime partite dalla Reyer e dalla Ginnastica Roma che dovevano scendere o salire a Bologna. Non si volle tener calcolo che Vannini e compagni avevano vinto nettamente a Venezia, avevano vinto a Roma, e pareggiato a Trieste e che solo in una giornata grigia erano caduti in casa propria davanti ai "muletti". Si parlò poco di questa vittoria,troppo poco.

Ed ancora pareri e dubbi nel novembre scorso, quando i numerosi gironi vennero ridotti a due lasciando così in campo il fior fiore del cestismo nazionale. Al nord i favori andavano alla Reyer, all'Olympia, alla Ginnastica Roma ed "anche" alla Virtus. Nel Centro-Sud si vedeva il campionato attraverso occhiali con lenti romane. Qualcuno scrisse: "tramontano i Marinelli ed i Vannini, sorgono i Cerioni ed i Tracuzzi. Trent'anni contro vent'anni: è fatale".

La risposta à venuta secca: terzo titolo in casa virtussina.

 

Affermazione cristallina

L'affermazione della squadra bolognese è cristallina. Essa è frutto di una superiorità inconfutabile. superiorità individuale e collettiva, fisica e tecnica. Ne sono chiara dimostrazione: la vittoria di Milano (37 a 27), la vittoria di Venezia (34 a 29), la vittoria di Bologna (39 a 26). In queste tre partite la Virtus ha battuto da lontano, per superiorità tecnica, le sue avversarie Olimpia, Reyer, Ginnastica Roma. Guardate i punteggi, non striminziti scarti di due punti, non rubati pareggi, ma copiosità. Ha segnato nelle finale 192 punti in sei partite con una media quindi di 32 punti per partita: me ha subiti 150 cioè in media 25. Le altre squadre hanno incassato più canestri di quelli segnati. Ecco il termometro del rendimento.

 

Anche se sfortunatamente avesse perduto nella partita di Bologna, la Virtus continuerebbe ad essere la più forte squadra italiana, la più bella, la più completa. Perché ha un suo gioco, un gioco in continuo miglioramento. La Virtus dopo il Trofeo di Nizza, dopo l'incontro internazionale di Bologna (Italia-Francia) ha assorbito nel bagaglio tecnico individuale le raffinatezze del nuovo gioco amalgamandole nella collettività. Abbiamo sempre pensato che quel gioco statico che altra squadra si sforza di impostare, quell'obbligare gli uomini a diventare freddi ingranaggi d una macchina, quell'imporre lentezza a muscoli vivi e guizzanti, non s'addicesse al carattere dell'italiano. E nel confronto ultimo, fra Virtus e Roma, più di duemila spettatori hanno approvato la nostra tesi così come numerosi tecnici sono stati costretti a riconoscerla giusta. Forse anche Van Zandt. Perché la Virtus ha dimostrato netta superiorità d'idee, perché ai suoi giocatori è lasciata anche la possibilità di creare all'istante.

Regole fisse in certi casi, ma in certi altri, quando si presentano situazioni impreviste, la libertà di improvvisare. E tutti i suoi giocatori hanno segnato perché tutti hanno saputo sfruttare le occasioni secondo le loro capacità individuali.

Questo è il gioco che deve essere assorbito dal nostro cestismo che ha atleti scattanti, guizzanti, veloci, dai riflessi prontissimi, dall'intelligenza sveglia. Questo è il sistema che noi andiamo sostenendo da diverso tempo e che ha dato al Gira il titolo dei cadetti, alla grande Virtus quello massimo (e per la terza volta).