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Marinelli, Dondi, Calza, Foschi, Bersani, Vannini

Girotti, Rapini, Cherubini

 

STAGIONE 1945/46

 

Virtus Bologna

Divisione Nazionale A-B: (dopo la prima fase, la Virtus prende il posto della Fortitudo Sisma vincitrice del girone regionale emiliano) fase semifinale Nord 1a classificata su 4 squadre (3-3); finali a Viareggio 1a classificata su 3 squadre (2-2); CAMPIONI D'ITALIA

 

Venzo Vannini (cap.)

Gianfranco Bersani

Marino Calza

Carlo Cherubini

Galeazzo Dondi Dell'Orologio

Sergio Faccioli

Gelsomino Girotti

Giancarlo Marinelli

Luigi Rapini

Allenatore: Foschi

 

Partite della stagione

 

 

Il campionato del 1946 ha una formula abbastanza complicata. Una prima fase prevede eliminatorie e concentramenti. La Virtus si qualifica a Reggio Emilia davanti al Sna Giusto Trieste. Il mini torneo finale si disputa a Viareggio.La prima sorpresa è che i Postelegrafonici di Roma non si presentano e vengono sostituiti dai concittadini della Libertas. Il campo di gioco era, tanto per dirla eufemisticamente, di assoluta fortuna.L'incontro decisivo mette di fronte due formazioni che già nell'ante guerra si erano date battaglia: Virtus Bologna e Reyer Venezia. Fino ad allora la vittoria, per un motivo o per l'altro era sempre andata ai veneziani. Questa volta invece non sarebbe andata a finire così. L'incontro fu drammatico e, usando probabilmente molto di più il cuore, il coraggio e il fegato che non la tecnica, le Vu nere centrarono finalmente l'obiettivo. E a centrarlo furono Gianfranco Bersani, Giancarlo Marinelli, Luigi Rapini, Carlo Cherubini, Gelsomino Girotti, Venzo Vannini, Galeazzo Dondi Dell'Orologio e Marino Calza con allenatore-accompagnatore Guido Foschi. Il punteggio finale fu 35-31 per la Virtus: per 4 punti gli eterni secondi furono per la prima volta primi. Sergio Stefanini, uno dei grandi del basket del dopoguerra ricordando quell'incontro ha sempre sostenuto che si era trattato di un incontro "rubato". Nelle sue parole però non c'era polemica, come accade purtroppo spesso oggi, ma goliardico spirito di rivalità, come goliardici furono i festeggiamenti per quella vittoria: lo avrebbe raccontato qualche anno dopo, Gigi Rapini che ricordò una partita di "squassaquindici" giocata sott'acqua proprio nell'euforia di quella vittoria inseguita e sognata per anni.

 

Cominciò così la prima serie di allori delle Vu nere della Virtus. "A poco a poco, i moschettieri dell'anteguerra lasciarono il posto ai ragazzoli oramai maggiorenni" racconta Aldo Giordani, sempre dalla rivista Pallacanestro: "Ai Rapini, ai Negroni,ai Cherubini. Giancarlo Marinelli fu l'ultimo ad ammainare bandiera. Restò fino al 4° titolo consecutivo: portava in Sala Borsa, nel nuovo tempio del basket felsineo, il vecchio spirito della Santa Lucia; e accanto a lui si riunivano i ragazzi come quando veniva la sera da San Ruffillo, a giocare partitelle d'allenamento contro il quintetto in maglia rossa di Napoleone Valvola, condottiero dei rincalzi virtussini".

 

tratto da "Virtus - cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 


 

La stagione che porta alfine lo scudetto (a Viareggio in finale sulla Reyer) inizia con un colpo di scena. Morto Buriani grande presidente, la Virtus va in crisi e l'intero organico (tranne Marinelli) si trasferisce alla Fortitudo che ha l'abbinamento Sisma. Per fortuna è un distacco breve. Dopo la fase regionale infatti la squadra, come se niente fosse, torna all'ovile. Evidentemente era destino che fosse la Vu nera (e non altri) ad iniziare il cammino verso la stella. Marinelli e Vannini sono anche vicecampioni europei a Ginevra.

 

tratto da "100MILA CANESTRI - Storia statistica della Virtus Pallacanestro" di Renato Lemmi Gigli

 


 

Oh, Viareggio…

di Aldo Giordani – tratto da “Il Cammino verso la Stella”

 

Adesso si parla tanto di “final four”, adesso si guarda all'America, alla favolosa conclusione del suo campionato con la caratteristica e tradizionale “finale-a-quattro”. Ma proprio il primo campionato italiano del dopoguerra, quello del primo scudetto-Virtus, aveva programmato la sua conclusione con una “finale-a-quattro”; e fu anche l'unico assegnato in campo neutro.

Viareggio, andarci da Bologna è oggi una passeggiata. Andarci nel '46, fu un'avventura. Si passava dalla Porrettana, sui ponti di guerra gettati dalle forze d'occupazione, e s'impiegò un giorno intero. Le squadre giunte da più lontano ebbero una via crucis ancor più penosa. Anche la sistemazione era di fortuna. Non soltanto perché l'epoca dei grandi alberghi, per lo sport italiano, non era neanche all'orizzonte, ma perché i segni della guerra erano ancora visibili, e si viveva tra rovine e voragini in continuità.

La Virtus aveva affittato un camion, l'aveva attrezzato a… pullman sistemandovi delle seggiole legate alla meno peggio, e si era avviata all'ennesimo appuntamento tricolore. Ne aveva avuti molti, in precedenza: ma li aveva mancati tutti. Era stata l'eterna seconda. Dietro il Borletti prima, dietro la Reyer poi.

Viareggio. Adesso il nome evoca subito l'idea delle vacanze, dei divertimenti, delle notti mondane. Allora, per quei giorni di campionato, c'era soltanto la pensioncina familiare, la polvere del campo all'aperto che s'ingrommava sul pallone e sui corpi dei giocatori. Al fischio finale, era una fuga unica, vincitori e vinti, per buttarsi in mare e ristorarsi un poco. Anche d'inverno, del resto, non si sapeva neppure cosa fosse, la doccia calda. C'era la cannella dell'acqua gelata, ci si buttava sotto urlando per farsi coraggio, e ci si lavava così. Non era piacevolissimo, ma non è mai morto nessuno, per quelle frustate da brividi.

A Viareggio, per quel torneo tricolore, era la fine di luglio. Le squadre - come ho detto - dovevano essere quattro, in realtà furono solo tre. Presenti le due rappresentanti del Nord (e cioè Virtus Bologna e Reyer Venezia), presente una sola del centro-sud (la Libertas Roma di Perrella e Triches), perché il PTT Roma (la squadra di Tracuzzi e Lucentini) aveva dovuto rinunciare, in quanto molti dei suoi giocatori non avevano potuto effettuare la trasferta.

Entrambe le formazioni del nord piegarono la Libertas, e in quelle partite preliminari diede l'impressione di essere più forte la squadra lagunare, che tutti pertanto davano favorita per il titolo. Nel corso della stagione la Virtus aveva vinto in casa 31-30, ma era stata sconfitta a Venezia 29-21. Sono punteggi che oggi fanno sorridere, ma con le pallonesse del tempo, e senza i trenta secondi, ovvio che i canestri erano alquanto rari…

I veneziani si basavano sul gioco di Bepi Stefanini come trampolino di lancio per i canestri-piroetta del fratello Sergio, avevano Rico Garbosi in difesa e Marcello De Nardus in attacco.

Le “V nere”, a Viareggio, avevano piegato la Libertas Roma per 53-35. Si profilava dunque, l'ennesimo scontro tricolore, coi granata della “Misericordia” che in tempo di guerra avevano colto due scudetti. L'ultima volta era stato nel '43. Si disperavano, i bolognesi, per quei beffardi canestri da lontano, e qualche lacrima aveva inumidito il loro ciglio. Quante altre, in precedenza, avevano rigato amaramente i loro volti segnati dalla sforzo. Ma adesso, per il nuovo duello all'insegna dello scudetto, Galeazzo Dondi Dall'Orologio, col suo fisico di gladiatore, era tornato indenne dal gelo dell'Alpe greca; era tornato “Gelso” Girotti a prendere per le orecchie i compagni, a riordinare le fila, proprio quando, per una dolorosa decisione, era sembrato che dovesse addirittura sparire, nel caos del dopoguerra, lo squadrone delle “V nere” in campo bianco. Era tornato anche capitan Marinelli, giunto all'ultimo momento, per lo scontro decisivo, vinto dall'appello degli amici e dal richiamo irresistibile del campo.

Viareggio, è la sera della finale. Parve, nel vespero del trionfo (violaceo per i riflessi del sole di fuoco sui pini ubertosi) che sugli occhi commossi dei vincitori passasse il ricordo della vecchia, polverosa, cara Santa Lucia; dove Venzo Vannini e Gelsomino Girotti, dove Galeazzo Dondi e Giancarlo Marinelli avevano cinto i primi allori; dove Gigi Rapini, in un'estate sola si era messo in grado di giocare in prima squadra; dove i tifosi felsinei, appollaiati sulle scricchiolanti gallerie, amavano incitare i propri beniamini con grido festoso: Alè, alè Virtus; alè alè. Viareggio, quel giorno la Reyer fu piegata (35-31): e passò alla storia una delle primissime stoppate del nostro basket, un pallone inchiodato da Galeazzo Dondi sulla mano magica del “Caneon” Sergio Stefanini. Ricordo Foschi, l'accompagnatore che faceva i cambi e insomma fungeva da allenatore; ricordo Calza, ricordo Cherubini; ricordo Gianfranco Bersani, che poi diede anche vita - prima di lasciarci tanto immaturamente - ad un giornale di basket. Allora si giocavano venticinque minuti senza recuperi per ogni tempo, e si usciva per quattro falli. Allora era in tutto e per tutto un altro sport. Ma la classe di taluni sarebbe stata fulgida ancor oggi. C'era l'arbitraggio singolo, diressero gli incontri Maifredi di Milano e Follati di Livorno, si era adoperato nell'organizzazione il dottor Macchia di Livorno, aveva allestito il torneo la Virtus Lucca. Come non vedere, in quel primo scudetto toscano, una specie di segno premonitore per ciò che quella terra, dal Lombardi di ieri al Binelli di domani, ha rappresentato nella storia delle “V nere”. Erano tempi eroici, il basket non era ancora nato, la pallacanestro tentava di riprendersi.

Oggi per la Virtus gli scudetti sono dieci, oggi c'è una Stella. Quel primo triangolino (lontanissimo, quasi preistorico) non fu certo il meno glorioso. E la Stella è nata - questo  certo - sotto le stelle di quel caldo luglio viareggino.

 


 

QUEI PRODI

tratto da “Il Cammino verso la Stella”

 

Il ’45, è scoppiata la pace. Non c’è più niente, bisogna rimettere in piedi un po’ tutto. Duv’it, duv’el, dove sei, lui dov’è. Ci si cerca a tentoni, ci si chiama dentro dopo tanto chiamarsi fuori. In guerra sono caduti alcuni cestisti virtussini (Luciano Trevisi e Franco Mariani, ricordiamoli), ma proprio la pallacanestro Virtus è fra le prime sezioni a trovare la spinta per riannodare i fili.

Duv’it, duv’el. Ci siamo, ci siamo. Non abbiamo più la palestra, il Comune ci ha spossessato, la leggendaria e magica 5. Lucia di via Castiglione viene consegnata all'Istituto Aldini-Valeriani per farci corsi specializzati per muratori. Pazienza, non si può continuare a rincorrere sempre tutti i coriandoli del passato. In edicola non c’è più neanche il Resto del Carlino, al Carlin. Si chiama Giornale dell’Emilia e riprenderà poi il glorioso nome alcuni anni dopo.

Ci siamo, ci siamo. Contiamoci: Galeazzo Dondi Dall’Orologio, Marinelli, capitan Vannini, Bersani, Rapini, Cherubini, Girotti, Calza e un mazzetto di giovani virgulti (pulsa già sangue blu nelle vene di Renzino Ranuzzi) che dovranno garantire il domani. Racconta Galeazzo Dondi Dall’Orologio: “Fu la Fortitudo-Sisma a darci una prima mano. Naturalmente non avevamo una lira sparata e appunto la Sisma e l'onorevole Bersani presero a cuore noi giocatori che ci eravamo appena ritrovati. Io e Marinelli eravamo gi avanti con gli anni. Avevamo fatto insieme le Olimpiadi del '36 e l'anno dopo eravamo arrivati secondi agli europei di Riga. Io in guerra ne avevo passato di tutte. Lasciamo perdere le mie peripezie sui vari fronti e raccontiamo subito cosa accadde. Non avevamo più la Santa Lucia e ci adattammo a giocare al campo Ravone. Mettemmo la nostra “Vu nera” sul petto e per un po’ di tempo ci autogestimmo, sì, proprio come sto dicendo. Al concentramento di Reggio Emilia facemmo fuori il S. Giusto di Meo Romanutti e a fine luglio ci portammo a Viareggio per la finalissima. Il viaggio da Bologna lo facemmo in camion perché altri mezzi disponibili non ne avevamo trovati. Fu un viaggio per certi versi anche esilarante… L'accompagnatore era Guido Foschi. Cercava di tenerci a freno, qualche rara volta ci riusciva…

L'albergo era popolato da diecimila zanzare, ecco il primo ricordo che mi viene in mente. Giocammo sulla terra rossa. Tifosi? Nessun tifoso di parte. Un po' di sportivi curiosi, un po' di tifo molto generico e basta. Il match con i romani della Libertas fu abbastanza tranquillo. Un po' più complicato battere nel match decisivo la fortissima Reyer scudettata. Loro avevano i due Stefanini, Montini e altri bravissimi. Vincemmo di quattro punti, faceva un caldo feroce. Come festeggiammo? Facendo un tuffo in mare attorno alle otto di sera e poi tornando a Bologna. Le feste in città? Ma chi c'era in città a fine luglio? Andammo ognuno a casa propria. Eravamo contenti di essere arrivati primi, nient'altro”. Dondi non racconta altre cose. Non dice che da Bologna a Viareggio e ritorno il camion ogni dieci chilometri si apriva e compariva per la delizia dei paesani il deretano ignudo di uno dei prodi (si dice il peccato, solo il peccato). E poi quella famosa zona Virtus. Dondi e Marinelli l’avevano studiata alle Olimpiadi di Berlino. L’avevano copiata dagli americani e dai canadesi. Era una “due-tre” con puntuali adeguamenti, era una zonaccia impermeabile nella quale per esempio Venzo Vannini “castigava” senza pietà dalla parte sua…

Chi erano e furono quei prodi. L’impagabile Girotti (petroniano della più bell’acqua), capitan Vannini sempre pronto a cercare il pelo nell’uovo, il giovane leone Gigi Rapini; l’esangue tiratore Calza, il prezioso Cherubini e lo scultoreo Giancarlo Marinelli, uomo sempre in prima fila a spendersi, centrattacco (i calciofili lo etichettavano così) che catturava rimbalzi e che faceva sempre valere uno strapotere fisico e tecnico senza riscontri.

E poi il caustico Gianfranco Bersani (...)

 


 

LA PRIMA VOLTA

di Gianfranco Civolani - Bianconero numero speciale giugno 1998

 

Mai primi, una maledizione. Sempre dietro a Venezia o a Milano. E intanto viene la guerra e addio basket, addio Virtus, addio tutto. Ma nell'estate del quarantacinque si ritorna a vivere. Torna dal fronte Galeazzo Dondi e si ricongiunge - lui che veniva da Via Gargiolari - ai ragazzi di Via Castiglione.

Doni ha già quasi trent'anni e anche Giancarlo Marinelli non è più di primo pelo, ma con le V nere sul petto ci si riprova, ci si deve riprovare.

Le FinalFour a Viareggio, estate del quarantasei. Una delle due squadre romane non partecipa perché i suoi giocatori sono stanchi e non ne vogliono. La Virtus non ha nemmeno i soldi per noleggiare un pullman. Come si fa? Si affitta una vecchia autoambulanza e ci si infila su per i tornanti della Porrettana e meno male che l'allegria non manca e quel burlone di Gelso Girotti a ogni fermata del cosiddetto automezzo espone le sue chiappacce alla vista delle più o meno verginali montanare. E così fra lazzi e frizzi si raggiunge Viareggio e il campo sterrato. E la pensioncina familiare che ospita i prodi di Bologna e ti dà quel poco che ti dà, ma l'allegria è contagiosa e insomma si fa venir notte sognando quel benedetto e irraggiungibile primo tricolore.

Roma è fatta a pezzi, ma c'è la Reyer di mezzo. Favoriti loro, con quei fratelli Stefanini, fratelli Sfracelli. La pensioncina ospita i prodi, ma soprattutto tremila zanzare e i prodi ammazzano il tempo anche tirando fendenti agli animalacci. E il giorno fatidico c'è la luminosa vittoria (35-31), c'è il primo scudetto della Virtus, c'è il tuffo ristoratore a fine gara nel Tirreno, c'è una magnata e una sbevazzata in compagnia e c'è il ritorno a casa dove nessuno attende gli eroi perché eravamo nel cuore del quarantasei e né il Bologna calcio né la Virtus potevano minimamente smuovere l'interesse di troppa gente affaccendata nella affannata ripresa di una vita normale sopo tanti orrori e tanti morti.

Cito gli eroi: Dondi, Bersani dal braccio corto (nel senso che aveva una braccione che misurava qualcosa di meno dell'altro) e il capitno Venzo Vannini e Marinelli, Girotti, il giovane Gigi Rapini, Cherubini, Calza e il cambista (oggi lo si sarebbe chiamato coach) Foschi.

Poi quei prodi vinsero altri tre scudetti di seguito. ma i trionfi della grande Virtus di questa stagione vengono da molto lontano, vengono dalle calure di Viareggio, dalle onde del Tirreno, dallo spirito guerriero di chi portava la V nera sul petto e nel cuore. E tornando a casa su quella scassatissima autoambulanza tutto sembrava così irreale e stupendo e anche le chiappacce di Gelsomino Girotti avevano un loro fascino più o meno indiscreto.