Giordano
Consolini è il nuovo allenatore della Virtus
virtus.it
- 28/06/2004
Nel giorno
dell'insediamento sulla panchina Virtus di
Giordano Consolini, il Presidente Claudio
Sabatini ha preso la parola per primo: “Oggi – ha detto - è una giornata
importante per due motivi; per la presentazione di Giordano Consolini e per quella di Massimo Faraoni. Con grande soddisfazione diamo
il bentornato a casa a Giordano, un nome significativo che consente di
ricompattare un pezzo di storia della Virtus. Massimo Faraoni è, dal canto
suo, un grande esperto di pallacanestro: allestiranno insieme un organico
pensato per la serie A1, dove spero che la Virtus giochi.
Nello sport bisogna sempre comunicare valori positivi; in questo momento si
sta pensando, nel mondo del calcio, di salvaguardare società con problemi
economici, che possono capitare a tutti. Credo che vadano premiati anche gli
imprenditori che entrano nel mondo dello sport pagando tutti i debitori,
come nel nostro caso. Spero che tutte le squadre di serie A passino l’esame
della Comtec, e sogno un’A1 in cui ci sia, ovviamente, il posto che la
Virtus merita.”
Tocca poi al nuovo coach intervenire nella conferenza stampa che segna il
suo ritorno in Virtus: “Voglio sinceramente ringraziare il presidente e il
general manager per l’opportunità che mi hanno offerto - ha detto Giordano Consolini, e anche i tifosi per
l’affetto che mi hanno dimostrato. Il progetto è ambizioso, estremamente
stimolante e innegabilmente difficile: ne abbiamo parlato con Sabatini, ora lavoreremo per costruire la
squadra. Ho una grande responsabilità ma sono tranquillo perché ho le spalle
coperte da un general manager come Faraoniche è una garanzia, e al mio fianco due collaboratori come Andrea
Gavrilovic e Michele Teglia. Aspettiamo di sapere se saremo in A1 o in
LegaDue, ma crediamo che l’interrogativo sarà risolto presto: intanto
iniziamo a pensare alla squadra. Tecnicamente, cercheremo di costruire una
squadra che sia dotata di una pericolosità diffusa, distribuita su più
giocatori, e che mantenga un certo equilibrio.”
Massimo Faraoni, che già dalla scorsa settimana
è al lavoro per disegnare l’architettura della Virtus che verrà, è
intervenuto soffermandosi sul settore giovanile: “La nostra volontà – ha
detto il Gm – è quella di costruire assieme alla ‘34 un unico settore
giovanile della Virtus Bologna: loro avranno autonomia gestionale, mentre
alla Virtus spetterà quella tecnica. I giocatori più interessanti, poi,
verranno alla Virtus. In questo progetto, Marco Sanguettoli sarebbe
l’ideale.”
Consolini illustra
progetti e desideri
di Walter Fuochi
-
La Repubblica - 06/09/2004
Avere una squadra da
A1 per vincere l’A2 non spaventa Consolini.
Lo sapeva, quella è la bicicletta. Chiamarsi Virtus comporta obblighi,
pressioni, adattamenti e vetrine: per dire, un calendario di amichevoli di
lusso che nessun tecnico farebbe volentieri, ma qui servono, per far cassa e
grancassa a una campagna abbonamenti lanciata per scaldare subito cuori e
portafogli. Poi, a chiamarsi Virtus, si finisce pure in ritiro in un
lussuoso eremo da mille euro a stanza per notte (gentilmente offerto) e si
tengono conferenze stampa in una veranda sormontata dai profili maestosi
delle Tofane. Chi abbia visto un bel mondo, però, lo sport lo dice solo a
giochi fatti. Si saprà a giugno se fra Sestola e Cortina e, da oggi,
stabilmente a Bologna il gruppo con la Vu avrà fatto il suo.
Allora, Consolini: si può dire che avete fatto una
squadra da A1 per vincere l’A2?
«Si può dir tutto, basta intendersi sulle parole. Questa è sicuramente una
buona squadra, forse ci starebbe anche più su, ma non è stata messa insieme
come una collezione di nomi da A1, perché questo non basta. Servono
giocatori che sappiano interpretare un ruolo, che sappiano calarsi dentro
una squadra». La collezione di nomi era la Virtus di un anno
fa?
«Non c’ero e non devo, nè posso valutare quella Virtus». Valuti questa, allora. Guyton è finalmente arrivato, manca un ultimo
pezzo?
«Io direi che non manca nulla: la squadra è completa così. L’ideale sarebbe
finire con questo gruppo, del quale, al momento, siamo convinti e
soddisfatti». Niente Mian o chi per lui,
insomma?
«Per ora no». Guytonsarà la prima punta designata?
«Noi abbiamo pensato a una squadra che possa distribuire la pericolosità,
poi so anch’io che spesso è teoria. E’ probabile che
Guyton sarà quello che fa più tiri ed è certo che dovrà essere
pericoloso. Però, Brewer è un play che segna, Podestà è un lungo che conclude, non carne da
cannone piazzata in area. Certo, questo si può dire: non c’è un Charlie Smith. Ma l’idea è stata proprio quella
di riavvicinare il livello tra gruppo italiano e americano, rispetto a un
anno fa. Alzando il livello degli italiani. Almeno speriamo». Flamini
sarà un uomo chiave?
«Flaminiè giovane e deve crescere. Ma questo ce l’aspettiamo
da tutti, compreso Davison, che è il più
anziano, ma solo anagraficamente, perché ha una carriera ancora in crescita.
Lui sarà uno dei nostri cardini, perché è un difensore rapido, può cambiare
anche sugli esterni e ci consentirà di fare, dietro, quello che abbiamo in
testa. E’ vero, un po’ tutti li abbiamo cercati così, disponibili a giocare
per la squadra e per la difesa. Il criterio: meglio uno affidabile di uno
imprevedibile. Perché presto c’immergeremo in un campionato in cui dovremo
almeno pareggiare mentalità e agonismo di chi ci affronterà, per far poi
valere quell’ipotetico talento in più che molti ci attribuiscono». Chi saranno le rivali più forti?
«Per ora Ferrara, Scafati, Pavia e Novara, ma tante si stanno sistemando». Magari è la suggestione della
lunga e felice fuga di Reggio un anno fa, ma partire forte sarebbe una manna
per tutti, squadra e ambiente. Si può orientare la preparazione su una
partenza lanciata o sono chiacchiere da bar?
«Teoricamente sì, e comunque ci proverà. Intanto il calendario è bello
tosto. La prima con Rieti, una neopromossa che partirà sparata: ricordate
Messina-Benetton? Poi a Caserta, dove credo che la Virtus l’aspettino dai
tempi di Oscar. Poi Scafati». Il precampionato è da squadra di
A1.
«Serviva così, e sto col presidente. Noi cercheremo di usarlo per esser
subito pronti, sapendo che, per avere una stagione vincente, è necessaria
ogni componente. Società, squadra, pubblico. Può darsi che alla squadra
sarebbero state più utili, in precampionato, altre avversarie, ma se alla
Virtus servono risorse, energie, entusiasmo, in questi giorni iniziali, noi
ci uniremo su quest’obiettivo. E non voglio neppure chiamarlo sacrificio,
che è una parola spesso negativa. Sfideremo Siena e Treviso, Napoli e Milano
con la massima disponibilità». C’è un leader già intravisto nel
gruppo?
«Di solito tocca ai play, e allora Brewerha già una sua leadership naturale, quasi animalesca, per come s’approccia
alle partite e fa da esempio. Anche Parente può diventare leader, se capisce
che sta lavorando, in LegaDue, per essere importante in una squadra dove
potrebbe esserlo anche in A1. Tanti play saliti dalla panchina sono stati,
nel nostro basket, uomini chiave». Ritornello, o allarme, di
vigilia: questa Virtus non avrà troppi punti nelle mani. Intorno ai 70, si
dice.
«Ripeto che saremo più affidabili che estemporanei, ma più su dei 70 ci
andremo. Poi, vedremo anche quanti ne fanno gli altri. Non abbiamo costruito
una squadra perimetrale, perché avremo guardie e ali che tirano, ma a me,
per dire, piacciono i 4 che vanno a prendersi i punti sotto. Davisonpuò tirare:
aveva il 30% da tre e lo migliorò pure ai play-off. Ma se non è uno che tira
e basta, mi va meglio. Non voglio dipendere dal tiro da tre». Questa squadra dovrà anche
riportare gente al palazzo. Ha un suo spot per convincerli?
«Non ce l’ho e non devo averlo, per quello ci sono gli uffici marketing. Io
dico che vorrei una squadra seria, all’altezza del nome Virtus. E non alla
Virtus che tanti di noi hanno in testa, quella che vinceva tutto: il
paragone ci schiaccerebbe. Vorrei una squadra che sappia interpretare quel
che è la Virtus oggi, in un momento storico che tutti vogliamo migliorare.
Una squadra che non abbia fretta, né ansie, né pressioni aggiuntive. Un
gruppo che dia ogni giorno l’idea di avanzare e di sapere dove sta andando».
Consolini:"Altro che difesa, a Pavia non
facevamo mai canestro"
di Marco Martelli- La Repubblica - 23/11/2004
Giordano Consolini, da più parti, nel
dopopartita di Pavia, s'è sentito dire che è
"finalmente iniziato il campionato". Tutte le squadre sanno, ora, che anche
la sua Virtus può perdere.
«Ma è sempre stato così. Lo dico dall'estate, e non
lo uso certo ora come scusante, che tra l'altro non
avrebbe neanche senso. In LegaDue ci sono molte squadre forti, alcune hanno
cambiato tanto e hanno bisogno di tempo. Pian piano vengono fuori». Ieri è venuta fuori l'Edimes.
Conclusioni, rivista la partita? «Pavia ha giocato un'ottima gara, in un momento
per lei difficile. Poi c'è stata anche la nostra
complicità: mai continui, né in attacco né in difesa. Raramente abbiamo
giocato insieme e questo a Pavia lo paghi. Abbiamo avuto problemi, ma non
parlo né di Davison che mancava, né degli
arbitri, né di altro». Cosa le è piaciuto di meno? «L'inizio della ripresa: i primi 4-5 minuti
giocati in quel modo, dopo aver chiuso bene il primo tempo. C'erano
le premesse per ricominciare da zero, ma l'intensità
non era quella giusta». Ha visto un po'
di supponenza?
«Direi di no. Tra il primo e il secondo tempo, ho visto la squadra
consapevole di come stava giocando, e del fatto che in trasferta non si va
sempre e subito a +15. Per il resto, ne riparliamo al primo allenamento». In sette gare, la difesa s'era
sempre imposta. Con Pavia non l'ha mai fatto. «C'erano problemi di rotazione. Al di là di Davison, i falli ci hanno condizionato: ma sono
cose che capitano e bisogna farsene carico. Siamo stati poco brillanti e non
c'è riuscita una partita totale: se un quintetto mi
dava qualcosa in difesa, poi alla lunga penava in attacco. E viceversa. In
più, bravi loro, anche a trovare canestri difficili in isolamento». Un'obiezione:
forse meglio Flamini di
Brewer, nel finale su Gregory.
«Ma Corey l´aveva tenuto bene nel primo tempo. E in altre partite, come a
Caserta su Mack, aveva cancellato il miglior attaccante. Gregory ci ha messo
del suo, siamo onesti. Poi possiamo parlarne all'infinito,
anche se Simone non mi dava l'impressione di essere
dentro la partita». Al di là della difesa, 25 punti
lasciati in 14' di secondo tempo non erano tanti.
Sono i vostri punti che non arrivavano. «Ma infatti. Nel complesso, peggio l'attacco
della difesa.Poco contropiede, poca circolazione,
troppi tiri da fuori: loro presidiavano l'area ed era
difficile penetrare, ma abbiamo finiti per intestardirci. Anche quando siamo
rientrati». Casoli,
bene all'inizio, dopo è sparito. In generale, dall'inizio
è uno dei meno brillanti.
«Sta facendo più fatica degli altri a trovare il ritmo di un campionato
nuovo. Ma sta lavorando bene e conto su di lui, perché è una pedina
importante: è il primo cambio per Podestà, gioca dentro e gioca fuori. Poi,
a Pavia, è andato fuori ritmo: tre falli, tutti in attacco». Già in conferenza stampa, subito
dopo la gara, non pareva felicissimo dell'arbitraggio.
Se adesso aggiungiamo che Mascellani, il presidente di Ferrara, minaccia di
ritirare la squadra dopo l'arbitraggio di Fabriano,
il quadro che si prepara per il derby di domenica dipinge tinte evidenti.
«Non giudico una singola partita, perché il discorso è più ampio. Il livello
scadente è dovuto a carenze del sistema: s'è
accelerato vertiginosamente il ricambio e mi devono spiegare perché un
Cazzaro, ad esempio, non può più arbitrare in Serie A. Il triplo arbitraggio
ha fatto salire, dalla B1, nuove leve che non hanno avuto tempo di imparare
dai più esperti. Tra l'altro, il triplo arbitraggio
ha migliorato il livello solo in Eurolega: in A, no di certo».
Consolini: "Questa
Virtus è da corsa"
di Alessandro Gallo - Il Resto
del Carlino - 07/04/2005
A sei punti dal primo
posto, con sei lunghezze di vantaggio sulla terza piazza. A quattro giornate
dal termine della stagione regolare la Virtus sta nel mezzo: con qualche
possibilità (reale, ma remota) di battere allo sprint Capo d’Orlando o
addirittura di farsi rimontare e superare da Montegranaro. Verosimilmente –
e già domenica, in fondo, potrebbero esserci risposte in questo senso – il
Caffè Maxim chiuderà al secondo posto, che significherà ripartire dai
playoff (i quarti cominceranno il 29 aprile) in pole position, con la bella
sempre al PalaMalaguti. Ma la Virtus, in questi giorni, sembra anche un
cantiere in via di costruzione proprio in previsione dei playoff. Consolini, come sarà la nuova
Virtus?
«Perché nuova Virtus?». Avete cambiato parecchio.
L’ingaggio di Boni prima e di Giovacchini poi. E lo statunitense Deane in prova.
«Non sono d’accordo sul fatto che sia una Virtus nuova. Mario Boni è con noi da tre settimane. E Giovacchini è andato a ricoprire il ruolo
di Parente». Come procedono gli inserimenti?
«Mario finora ha giocato solo due partite. Quella di Faenza, dov’era appena
arrivato e non era giudicabile. E quella interna con Novara, dove la sua
presenza si è fatta sentire. Ha disputato una buona partita». Giovacchini?
«Datemi il tempo per conoscerlo». Chi l’ha avuto lo descrive come
l’elemento ideale per questa Virtus.
«Appunto. Chi l’ha avuto ha potuto frequentare e allenare Tony per un’intera
stagione. Io posso solo dire che lo abbiamo voluto perché ha le
caratteristiche tecniche e morali che fanno al caso nostro». Flamini
come sta?
«Meglio. Simone ha ripreso a correre. Da tre giorni sta lavorando e correndo
con il preparatore Renzo Colombini. Sta andando bene, l’ultima ecografia,
per di più, ha dato un esito confortante». Quando lo rivedrete in campo?
«Ripeto: tutto sta procedendo per il meglio. Valuteremo la sua condizione
giorno per giorno». Si sente in credito con la buona
sorte?
«Perché?». Si è ‘rotto’ Parente. Flaminialla fine potrebbe essere il giocatore con il maggior numero di
assenze. Entrambi tatticamente sono insostituibili.
«Diciamo piuttosto che siamo stati bravi. Sono assenze pesanti, ma il gruppo
è stato capace di assorbire la loro mancanza senza scompensi particolari». Sempre in termini di dea bendata,
siete secondi dietro un club ripescato.
«Con i se e con i ma si potrebbe riscrivere la storia, ma la realtà è
diversa. Capo d’Orlando ha sfruttato l’occasione e ha confermato sul campo
di essere una grande squadra. Un gruppo che guida il torneo con pieno
merito. Trovare a questo punto della stagione un club che abbia perso solo
tre gare, com’è accaduto all’Upea, è un fatto anomalo. Anche se noi, in
fondo, ne abbiamo perse solo sei». La fa arrabbiare il pensiero che
Reggio Emilia, un anno fa, fu promossa perdendo sette partite?
«No. Noi stiamo giocando questo campionato, non quello di un anno fa». Ma lei al primo posto crede
ancora?
«Fino a quando la matematica ci lascerà una possibilità noi abbiamo il
dovere di crederci. Anche se, molto realisticamente, appare una soluzione
remota». Vi state preparando per i
playoff?
«La situazione non è cambiata da qualche settimana a questa parte. Stiamo
lavorando sul gruppo per migliorare sempre. Questo significa essere pronti
sia per cogliere qualsiasi eventuale opportunità concessaci da questo
torneo, sia per i playoff. Tantopiù che, in questo momento, non abbiamo
ancora la certezza del secondo posto, perché Montegranaro potrebbe
raggiungerci». La sosta vi ha dato modo di
lavorare di più in palestra. Un aspetto positivo?
«Abbiamo sfruttato questo intervallo di tempo per migliorare e per risolvere
i problemi fisici che avevamo». Come sta
Davison?
«Si è allenato». Brewer?
«Ha ancora un po’ di dolore al ginocchio». E Deane?
«Si sta allenando con tutti gli altri».
Sabatini invita a
stare uniti
di Alessandro Gallo
- Il Resto del Carlino - 15/03/2005
Sabatini, che accade
alla Virtus?
«Nulla di particolare. Abbiamo perso. Ma eravamo secondi e secondi siamo
rimasti». In casa, però, non avevate mai
perso.
«In questo momento la coperta è corta. E poi abbiamo perso contro un club
che, proprio in estate, era stato indicato tra i favoriti per la vittoria
finale. Noi siamo secondi, loro ottavi. E poi...». Poi?
«Loro hanno giocato senza tante pressioni addosso. E noi, comunque, abbiamo
vinto 7 delle ultime 9 partite». Resta il fatto che fino all’altro
giorno al PalaMalaguti non avevate mai perso un colpo.
«Lo ammetto: domenica mi sarei mangiato la sedia per la rabbia. Ma davanti a
me ho una squadra che non vuole mollare». Dietro l’angolo c’è la trasferta
a Faenza con Imola.
«Ci può stare anche una sconfitta con Imola. Abbiamo bisogno del nostro
pubblico, del suo calore, del suo affetto. Non abbiamo bisogno di mugugni». Intanto, però, bisogna arrendersi
alla realtà: la Virtus farà i
playoff.
«Lo sapevano da tempo. Il primo posto è di Capo d’Orlando. Stanno giocando
bene, stanno vincendo. E’ giusto che il primo posto sia loro. Loro,
soprattutto, giocano sulle ali dell’entusiasmo, senza pressione. Per questo
dico che a noi servono affetto e serenità». La panchina è in discussione?
«Assolutamente no. Non ho cambiato idea. E poi mi sembra che si stia
sottovalutando un fattore importante». Quale?
«L’assenza di Daniele Parente. Senza di lui siamo costretti a fare di
necessità virtù. Chiedendo gli straordinari a Brewer e Guyton». Ha tirato fuori il tema della
coperta corta. Per allungarla non c’è che una strada: tornare sul mercato.
«E noi cerchiamo un valore aggiunto. Mi sembra che questo mercato offra i
soliti nomi. Se ci sarà l’occasione, siamo pronti (Mario Boni sembra la più
concreta, ndr)». Si parla anche di Davide Bonora.
«Vero. Per noi sarebbe un bel giocatore». Perché usa il condizionale?
«Perché mi risulta che Bonora sia a Roma e che la resterà». Domenica a Faenza: si aspetta una
trasferta di massa?
«Me lo auguro. Anche perché, ripeto, con l’Andrea Costa possiamo anche
perdere. La settimana scorsa Capo d’Orlando ha vinto in volata. E Imola ha
avuto nelle mani la palla per vincere. A loro, per di più, servono i due
punti. Dispongono di un ottimo organico: ce la giocheremo». Cosa vi serve, ora?
«Abbiamo solo bisogno di lavorare con serenità. Anche per sopperire al buco,
umano e tecnico, lasciato dall’infortunio di Parente». A proposito: ora chi è il
capitano?
«Casoli. Mi sembra che anche lui abbia fatto una discreta partita. Abbiamo
perso, ma nessuno si è tirato indietro. Penso a Flamini, che ha giocato
incerottato». Nessun appunto sotto il profilo
dell’impegno.
«Come potrei? Abbiamo perso il derby — e mi brucia — con Podestà che non
tira e con Davison che fa due punti. E con Flamini praticamente zoppo.
Ripeto, in questo momento abbiamo solo bisogno del sostegno e dell’affetto
dei nostri tifosi». La serie A?
«Resta il nostro obiettivo. Se il primo posto è andato —e, ripeto, lo
avevamo previsto —, ci restano i playoff. E vogliamo farci sentire fino alla
fine».
Virtus, esplode la
gioia
di A. Mossini- jarring.it - 04/06/2005
L’esodo virtussino
comincia dalla mattina: la destinazione è troppo succulenta per non fare
anche una capatina al mare o a mangiarsi dell’ottimo pesce. Nel pomeriggio
si muovono i tifosi: pullman, ma anche veicoli di privati, da Bologna o
magari da Rimini, rinunciando ad un pomeriggio di sole per andare al
PalaSavelli. Fantasmi sulla A14, cantava qualche anno fa Ligabue: il
fantasma bianconero si chiama Jesi. Sempre Marche, ma altra situazione,
altra squadra, altra epoca. Il PalaSavelli comincia a riempirsi, i tifosi
bianconeri arrivano alla spicciolata: saranno circa 800, mentre più o meno
500 sono a Bologna di fronte al megaschermo allestito nella palestra dell’Arcoveggio.
Ore 20.25, la tensione è palpabile. Falso allarme, perché la partita viene
rinviata di dieci minuti. Motivo? Il palinsesto di RaiSat, stravolto dai
supplementari di una partita di calcetto. Pazientiamo pure, intanto la curva
bianconera espone il proprio invito: «riprendiAmocelA». Arriva all’ultimo
anche Claudio Sabatini e si mette in balaustra
con i tifosi, in maniche di camicia, a cantare e battere le mani. Si
comincia e la Virtus parte forte assai, ma da Bologna arrivano sms furenti:
«Quanto sta la Virtus? Qui c’è il calcetto». Andrà avanti fino a metà
secondo quarto, il calcetto, guadagnandosi i caini di tutti i virtussini
sintonizzati su RaiSat, protagonista di una scelta a dir poco vergognosa e
anche poco intelligente.
Intervallo, Virtus
sopra di 9: chi è contento, perché pensava che l’approccio fosse peggiore,
chi bofonchia, perché per come hanno giocato le V nere 9 punti sono un
vantaggio che lascia un po’ l’amaro in bocca. Poi si ricomincia e a metà
terzo quarto una gara fin lì corretta in campo e fuori degenera per quanto
avviene sugli spalti: contatto Guyton-Childress,
un arbitro segnala sfondo del virtussino, l’altro dà il fallo alla difesa.
Prevale la seconda ipotesi, Childress corre via per non dire cose di cui
pentirsi. Sugli spalti si accende una discussione in zona distinti ed è la
scintilla che fa degenerare tutto: gli animi si scaldano, dalla parte di
Montegranaro parte una bottiglietta, la curva Virtus risponde con una carica
paurosa che sposta di una ventina di metri quel limite virtuale che è la
misera transenna che divide le due tifoserie.
è il delirio,
perché nel frattempo molti marchigiani avevano fatto il giro del palazzo per
venire a contatto: dalla zona gialloblù vola di tutto, monetine, aste,
accendini, bottigliette d’acqua, perfino portatovaglioli da bar e un paio di
enormi bidoni della spazzatura, con tanto di rusco annesso. Il tutto con
Valentino Renzi, presidente di LegaDue, nel bel mezzo della battaglia ed
incredibilmente impassibile, senza paura mentre diversi oggetti volano sulla
sua testa e diversi schiaffoni volano intorno a lui. Sul campo non si gioca
e anche i giocatori si guardano straniti: in colpevole ritardo arrivano le
forze dell’ordine, che prima assestano qualche decisa manganellata dalla
parte bianconera, poi tentano di pareggiare il conto dall’altra parte,
limitandosi ad accorciare le distanze. Arrivano gli inviti alla calma dello
speaker, inascoltati: la situazione si placa grazie all’intervento dei due
presidenti, e ad un cordone di diverse file che separa le due tifoserie.
Pensarlo ad inizio gara no?
Si arriva al finale,
brividi per i due liberi di Tyler. Il primo esce ed il popolo bianconero
tira un sospiro di sollievo, che diventa boato quando il layup di Brewer buca la retina avversaria e quando il
tiro della disperazione di Childress incoccia sul ferro. Sabatinialza le
braccia al cielo, arriva anche un Bertocchi
visibilmente commosso che sale sulla balaustra per abbracciarlo. Sabatiniurla: «è
una grande gioia, è una grande gioia». La frase viene strozzata prima
dall’abbraccio entusiasta di Bertocchi, poi
addirittura da un bacio di un tifoso, in un inusuale slancio affettuoso. I
giocatori si abbracciando vicino al canestro sotto la curva virtussina,
arrivano anche i tifosi ed è il tripudio. Vola qualche oggetto, compresa una
bottiglia d’acqua che centra esattamente in faccia un malcapitato fotografo
intento a scattare la classica foto da prima pagina, quella della festa
globale. Niente, bisogna rinviare: tutti in spogliatoio, onde evitare di
essere colpiti. Così, il pubblico di Montegranaro può dedicarsi ad
un’attività più utile, ovvero quella di salutare e ringraziare Pillastrini e la sua squadra, protagonista
di una stagione straordinaria e degna avversaria della Virtus in finale. In
casa bianconera si attende la squadra, rientrata momentaneamente negli
spogliatoi. Purtroppo c’è anche qualche demente che, a situazione già calma,
pensa bene di tirare una sedia addosso alla Polizia in tenuta antisommossa.
Ancora tensione, che stavolta sfocerà all’esterno del PalaSavelli con
qualche carica.
Dentro agli
spogliatoi, intanto è festa: docce, champagne, sigari, con la Coppa che fa
bella mostra di sé e con i giocatori a saltare su «Chi non salta è Fortitudo».
Euforia generale, poi arrivano i primi commenti. Commosso il presidente Romano Bertocchi: «è
la più bella giornata della mia vita sportiva, anche meglio di Barcellona.
Il merito è tutto di Claudio Sabatini, ci ha
sempre creduto e non ha mai mollato». Sentiamolo, allora, Sabatini: «Sono felice, perché sono stato
fortunato a scegliere gli uomini giusti, che sono riusciti a trasmettere al
nostro pubblico la fatica, il sudore, la voglia di raggiungere questo
traguardo. Con una storia come quella della Virtus molti davano la
promozione per scontato, in realtà la LegaDue è un campionato molto
difficile: sono contento per il nostro pubblico, che devo ringraziare. Non è
facile fare ottomila persone in LegaDue essendo abituati a vincere delle
Euroleghe». Ora bisognerà capire se davvero l’Eurolega tornerà o meno.
Sospeso tra gioia ed occhi lucidi Giordano
Consolini: «Ringrazio tutti, dal primo tifoso all’ultimo
dei componenti dello staff: sono stati grandiosi. Non potevamo non dare una
soddisfazione ad un pubblico così, caloroso, corretto e fantastico fin dalla
prima amichevole. Questa responsabilità un po’ si è sentita ma ora non ha
importanza. Era il nostro compito, i ragazzi sono stati bravissimi e io sono
fuori di me dalla felicità. Senza Claudio non saremmo qua, non ci sarebbe
niente di tutto questo senza la sua fantastica testardaggine: penso che sia
una cosa di cui può andare fiero per parecchi anni. Una dedica particolare
la voglio fare a mia moglie, che mi ha sopportato in questo lungo cammino, e
al professor Enzo Grandi, che mi ha seguito per
diverse stagioni e sarebbe stato felicissimo di questo risultato». Felice
anche Massimo Faraoni, gm che
potrebbe avere la valigia in mano, destinazione Fip: «E’ stata una
promozione molto sofferta. Montegranaro è una buona squadra, ben allenata,
mentre noi abbiamo commesso qualche ingenuità che ci poteva costare la
partita. Alla fine è stato un campionato vincente, la Virtus Bologna ritorna
in A dopo averla conquistata sul campo ed è un premio agli sforzi di tutti,
tifosi compresi».
Festanti anche i
giocatori, ovviamente. C’è Flamini
con in bocca un sigaro cubano: «Non ho mai fumato in vita mia, ho scelto una
buona occasione. è
stata dura ma doveva essere così per forza. Vengo da due mesi sofferti ma
stasera non potevo mancare: anche solo uno scivolamento o un contatto poteva
essere fondamentale. Sono felice di aver partecipato a questa impresa». C’è
Boni, che di queste feste in
carriera ne ha vissute diverse. Per l’esattezza questa è la quinta, ma ha un
sapore particolare: «E’ stata una vittoria davvero sofferta, eravamo tutti
tesi e consapevoli di un sogno vissuto da almeno mezza città: siamo riusciti
a coronarlo e questa cavalcata rimarrà nella storia». C’è
Casoli, che con quel fallo nel
finale ha rischiato di macchiare un playoff positivo: «è
stata una lotta, ma non abbiamo mai avuto paura di perdere. Certo, quando mi
sono visto assegnare quel fallo e Tyler è andato in lunetta mi è venuta un
po’, ma tutti sapevamo che potevamo e dovevamo chiudere il discorso
stasera». C’è Podestà,
totem dell’area colorata che in un’occasione così è anche più loquace del
solito: «Siamo contentissimi di questo risultato: sembrava scontato, ma è
stata dura. Siamo felici, non so che altro dire. Sulla loro rimonta non ho
avuto tanta paura: conosco il valore della nostra squadra e sapevo che
volevamo strappare questa vittoria». Ma soprattutto c’è
Pelussi. Lui, che nel finale di
gara-tre con Jesi, lo scorso anno, si sedette in panchina a piangere con la
testa fra le mani. Lui che ha vissuto un anno travagliato. Lui che di questa
Virtus è l’anima e che, a questo punto, meriterebbe una chance anche al
piano di sopra: «Ho vinto quattro campionati in Argentina e un Sudamericano
ma questa vittoria è davvero speciale, forse perché è la prima lontano da
casa. E’ stata una stagione con tanti problemi, prima l’intervento, poi il
problema occorso a mia moglie di recente: la forza di questa squadra e della
società, la fiducia dello staff, di
Bertocchie di Sabatinimi sono state
di grande aiuto. Ora ci stiamo godendo questo successo, frutto del lavoro
che abbiamo fatto da agosto». I giocatori, archiviata la rabbia dei
marchigiani, escono per festeggiare con i tifosi. Cori per tutti e magliette
celebrative per molti, con la V nera sul petto e la scritta «Salutate
Castelmaggiore» poco sotto, mentre la Coppa della vittoria finisce ai
Forever Boys. Nella bolgia ci si era dimenticati della Fortitudo, cori di
scherno a parte. Impresa a Roma e nona finale in dieci anni. Commenti dei
tifosi tra indifferenza e atteggiamento di sfida. Sì, è di nuovo Basket
City.
.
Nessuno ha potuto
cancellare la Virtus
di Gianni Cristofori- Il Resto del Carlino - 04/06/2005
Una storia spezzata
nell’anno maledetto 2003. Trecento giorni per tornare ad essere Virtus;
altri 300, o quasi , per tornare al proprio posto, in
serie A.Tutto iniziò con una raffica di mazzate di un mese di luglio di due
anni fa infuocato non solo per le temperature. Prima di quei giorni, 69
stagioni belle e brutte, ma sempre oneste e combattute sul campo dove anche
la Virtus, come tutti i mortali, vinceva e perdeva, ma sempre in maniera
elegante e, a volte, persino epica. In quei 69 anni c’è stato di tutto: la
chiesa sconsacrata di Santa Lucia divenuta tempio pagano della palla a
spicchi, gli aneddoti e i canestri di Giancarlo
Marinelli, le balconate della sala Borsa, le altissime volte del
palasport di piazza Azzarita, il primo scudetto del ’56, il decimo dell’84,
il quindicesimo del 2001,l’organo hammond di Porelli, il canestro da 4 di Danilovic, le magiche notti di Barcellona e
di Vitoria ma anche gli spareggi di Cantù, la beffa di Strasburgo, la
scoperta di Manu Ginobili, la storica e fatale
firma del contratto miliardario di Sani Becirovic
sulla barca presidenziale con tanto di tovaglia leopardata in primo piano
nella foto-ricordo.
Prima, 1934/2002, una storia passata in palestra; tra canestri e rimbalzi,
feste e qualche lacrima ma sempre in canotta, calzoncini e una palla a
spicchi in mano. Fino, appunto al 2003, anno maledetto con un’ estate
maledetta dove non c’era più pallone, non c’era più palla a spicchi ma
c’erano solo avvocati, guardia di Finanza, libri con i conti fuori posto,
lodi arbitrali, ricorsi e controricorsi. Anche se la tempesta che nessuno si
aspettava era cominciata già l’anno prima, in primavera. A marzo 2002 il
primo terremoto: Madrigali caccia Ettore Messina, «costringe» Roberto Brunamonti alle dimissioni da
vice-presidente, scatena la rabbia del popolo bianconero che invade il
PalaMalaguti e rivuole l’amatissimo coach. Passano due mesi e la Virtus il
terremoto lo subisce anche sul parquet dove perde la «sua» Final Four d’Eurolega
e si prepara alla grande rivoluzione dopo essere finita fuori anche dalla
finale scudetto. A giugno il primo atto porta ad una vera e propria fuga di
cervelli. Se ne vanno Ettore Messina e Brunamonti, se ne vanno pure Manu Ginobili, Marko
Jaric e un Griffith che reclama stipendi
arretrati.
Arrivano Dado Lombardi e Boscia Tanjevic, sfortunati traghettori di una
società e di una squadra verso la bufera del 2003. Boscia dura fino a
novembre 2002. Ha il tempo di vedere una Virtus fischiata dal PalaMalaguti e
che arranca in campionato e di assistere all’avvio del lodo Becirovicche chiede i
soldi del contratto dal suo letto di dolore. A dicembre, poi, i nervi del
PalaMalaguti sono ancora di più a fior di pelle quando i settemila, divenuti
nel frattempo poco più di tremila, vedono sedersi sulla panchina che fu
dell’amato Ettore, il vate Valerio Bianchini.
Passa un mese e la Virtus perde un altro pezzo di storia. A fare le valigie,
destinazione Dallas, è Antoine Rigaudeau. Le
Roi scarica la sua rabbia e la sua frustrazione nel canestro del Real
Madrid, ultimo sussulto europeo della Virtus e parte per l’avventura nella
Nba dove lo spazio non è sicuro ma, almeno, lo stipendio arriva
regolarmente. Già perché adesso, in casa bianconera,
la crisi non è solo tecnica ma anche finanziaria. La discesa all’inferno è
cominciata e non è più arrestabile. Sul campo la Virtus lascia l’Eurolega
con 6 sconfitte consecutive e il campionato con l’esclusione dai playoff, la
prima della sua storia. Da lì in poi una serie infinita di appuntamenti
senza ritorno, di date che scandiscono l’agonia.
In aprile Becirovic
vince il lodo e Gagneur rompe
un braccio a coach Bianchinidurante una rissa in allenamento. Ad ogni sconfitta il presidente Madrigalirischia il
linciaggio ma il peggio deve ancora venire. A giugno la Fip impone il
pagamento di Becirovic
ma risulta vano anche l’ultimatum lanciato dalla Comtec, l’organo che
controlla la situazione finanziaria delle società.
Tra minacce e promesse, denunce e bond, si arriva al
4 agosto. Il movimento darà il suo primo colpo di spugna a 69 anni di
storia, a una bacheca piena di trofei, alla società che, con l’Olimpia
Milano, ha vinto di più nel nostro basket. Il consiglio Federale revoca
l’affiliazione, la storia si spezza lì, la Virtus non esiste più. Lo credono
tutti, meno Claudio Sabatini.
I cavalieri della
Vecchia Signora
di Marco Martelli- La Repubblica - 04/06/2005
Non verranno ricordati
come Brunamonti o
Danilovic, Ginobili o Richardson, ma nel loro piccolo, ieri sera
così grande, entrano pure questi nella storia della Virtus, dalla porta
principale. I più chiacchierati della cadetteria, i più pagati, i più
pressati da un blasone ingombrante riportano alla fine la Vecchia Signora
nel posto che merita, per tradizione, popolo, impatto. Fallita la promozione
diretta, l’obiettivo d’obbligo, nel lontano agosto, per un gruppo partito
con quell’imperativo, la riportano in A al secondo tentativo, esplodendo
nella finale dopo un anno lungo e snervante, saturato d’ansia e pressione,
vissuto, dopo la buona partenza sul 6 stiracchiato e a tratti poco
esaltante, meno dell’affascinante disorganizzazione dell’anno precedente.
Alla fine, però, la Virtus scherza ed esulta, dieci mesi dopo essersi
radunata, all’Arcoveggio, davanti a duecento persone.
Squadra di A1 per fare l’A2, s’è detto dall’inizio, progettata da Consolini e Faraoni,
puntellata in corso d’opera per carenze e sfortune, la Virtus ha vissuto ore
complicate e delicate, dopo una partenza che aveva illuso e forse
condizionato. Corey Brewer, Bennett Davison e Aj
Guyton, scelti dalla categoria superiore per dominare l’inferiore, hanno
parallelamente traversato fasi preoccupate e preoccupanti. Mormorati di
taglio, sono sempre stati difesi, in ossequio alla tradizione che cambiare
in corsa porta più spine che rose. Davisonè esploso nel play-off, dominandolo per intero e senza sbavature,
rimpiangendo quei tendini che per mesi l’avevano tenuto a terra.Guyton, il più fragile, il Calimero che
mostrava più apatia che talento, sempre protetto da Consolini, in attesa delle sue strisce, non è
stato esaltante, si potrà dire, ma il play-off l’ha aperto lui, con le 10
bombe-record che schiantarono Caserta, e l’ha finito col mal di schiena, ma
forte di un compagno-leader che in lui ha sempre creduto e pure sofferto, al
momento della firma di Deane.
Scorbutico, agitato, a tratti ingestibile per un
Consolinitanto diverso da lui, Brewerè stato, nel bene
o nel male, il pilota dell’autobus, di certo spericolato, ma divenuto
affidabile alla soglia dell’ultima fermata. Il salto di qualità tecnica e
mentale, forse inaspettato, mostrato nei play-off ha dato ragione a lui e a
chi l’ha sopportato e aspettato. Non un play puro (si sapeva), un cavallo
pazzo a tratti imprevedibile (pure questo), ha vissuto a dicembre il momento
più duro. La sconfitta a Capo d’Orlando, compromessa da un suo scatto d’ira,
fu a lungo una crepa profonda nel rapporto con
Consolini, sfociata in settimane di agre convivenze. In società come nei
bar, si stagliavano i partiti pro e contro: evitare una decisione drastica,
a un certo punto pressoché scontata, dopo le
chiacchiere con McCullough, ha riportato il sereno. Non poteva la Virtus
lasciare un altro regista dopo aver perso Daniele Parente, uomo di Faraoni,
divenuto in 24 ore capitano e fido scudiero del Jordan.
Pochi punti nelle mani, s’era detto anche questo.
Consoliniha dovuto metterci una pezza accettando Mario Boni, epitome del giocatore non consoliniano,
ma necessario per una truppa che mancava d’estro e di furore (e per levarlo
alla concorrenza). Supermario ha portato una ventata decisiva, ha firmato
qualche vittorietta e scolpito poi nel supplementare di Scafati mezza
promozione. Uscita da lì, non poteva più sbagliare.
Boniè servito anche a
Flamini per avere le spalle coperte, per non affrettare il rientro e per
dare minuti a Maestrello, il bravo "ometto",
come l’ha definito Consolini. Alla fine ha
dato il suo anche Casoli, per mesi oggetto
misterioso, e la seconda di finale è stata forse la migliore di Podestà, primo dei due superstiti dell’anno
passato. L’altro, Pelussi, per la folla simbolo
e per la squadra scudo, doveva andare a Livorno, non avessero chiesto Zanus Fortes, e
Consolinil’ha conosciuto strada facendo,
abbracciandolo nel finale di stagione. L’altro abbraccio, quello fra il trio
di coach, con Teglia e Gavrilovic, che per qualità e personalità potrebbe
guidare una panchina in proprio, è stato la degna sigla finale. Non saranno
fenomeni, ma sono stati i cavalieri che fecero l’impresa. Addio purgatorio,
bentornato paradiso.
Sabatini, il futuro non è uno show: «Si riparte»
di Andrea Tosi e
Luca Aquino - La Gazzetta dello Sport - 05/06/2005
L’orso Henry è rimasto
sul pullman mentre la Virtus celebrava l’altra notte la promozione in serie
A. Il pupazzo usato per esorcizzare il sistema del basket sfavorevole alla V
nera adesso non serve più a Claudio Sabatini: « Povero Henry - ridacchia il
patròn virtussino - ha preferito rimanere tutto solo perché non voleva
passare il dispiacere di vederci vincere. Gli ho asciugato le lacrime, ma
ora che la Virtus è tornata in serie A deve farsene una ragione » . Sabatini
scherza dopo avere vinto la sua grande scommessa contro gli scettici e i
burocrati, scomodi compagni di viaggio quando, due estati fa, si gettò anima
e corpo nel salvataggio della V nera. Ora che l’ha riportata nel massimo
campionato, ha una bella medaglia da mostrare. « Non sta a me dire se merito
di entrare nella storia della Virtus, di sicuro non le ho portato sfortuna -
dice -. Io passerò come gli altri che mi hanno preceduto, l’importante è che
il club sia tornato dove gli compete per blasone e tradizione. Ho commesso
degli errori, ma alla fine la mia forza di volontà ha vinto tutti i
pregiudizi. Questo per me non è il punto di arrivo ma di partenza. La serie
A esige sforzi nuovi e più onerosi. Sull’onda emotiva inizieremo entro 8/10
giorni la campagna abbonamenti per l’anno prossimo: la prima scadenza è fare
subito cassa per raccogliere i 400mila euro per l’iscrizione al campionato.
Poi dal flusso degli abbonati, che firmerei fossero cinquemila, stabiliremo
il budget e le strategie di mercato. Questa squadra in serie A va rinforzata
con 4 5 innesti, col coach Consolini abbiamo
un’intesa anche per l’anno prossimo ma prima di fare programmi tecnici
dovremo concentrarci sulla gestione che chiama anche il ritorno in Eurolega
» . Sabatini non molla di fronte all’incalzare di Milano che ha affidato ad
un pool di legali l’assalto ai diritti della Virtus presso l’Uleb: «Confido
che persone intelligenti come Galliani, Moratti e Armani comprendano la
situazione. Sarebbe brutto che arrivassimo ad uno scontro, e poi cosa
direbbe Galliani se qualcuno mettesse in discussione il diritto del Milan a
partecipare alla prossima Champions League?». Mister Futurshow ha tante idee
in testa per la serie A, tra queste la creazione di un’oligarchia di 200 vip
da 20mila euro ciascuno come quota di sostegno per avviare un volano
economico di autofinanziamento per il futuro: «Vogliamo procedere con l’idea
primaria dell’azionariato popolare, ma mi piacerebbe cooptare personaggi di
prestigio come Cazzola (il patròn di 4
scudetti, ndr), Montezemolo e altri come soci sostenitori. Questa Virtus non
può tornare competitiva per l’Europa prima di 5/6
anni. Per l’anno prossimo i tifosi dovranno accettare anche le sconfitte,
non saremo protagonisti. Ma intanto lasciatemi ringraziare tutti coloro che
mi sono stati vicino: il presidente Bertocchi,
lo sponsor Boccio, la famiglia Marchesini, la Carisbo e Flavio Tudini,
perché senza il sacrificio del suo Castelmaggiore ora la Virtus non sarebbe
in serie A» . La promozione porta la firma di tre specialisti: coach Consolini ha vinto due volte su due il
campionato di LegaDue, come Corey Brewer,
l’autore del canestro decisivo in gara 3, mentre Mario
Boni ha trionfato 5 volte su 7. «Ho un filotto di tre centri consecutivi
- dice con orgoglio SuperMario -. Adesso, a 42 anni, il mio prossimo
traguardo è giocare da esordiente l’Eurolega. Se mi tengono, sono disposto a
fare anche il settimo uomo». «Per entusiasmo e disponibilità, Boni è più giovane di molti 20enni - riprende
Sabatini -. Per me è confermato ma io sono solo il proprietario. Sarà il
coach a decidere».
Consolinipreferisce godersi la
festa: «Dedico questo successo al povero professor
Grandi, a mia moglie e alla splendida testardaggine di Sabatini senza il
quale non saremmo qui. Ho un altro anno di contratto con lui e non ho
elementi per credere che ci saranno novità in contrario». Chiude
Corey Brewer,
play spesso a nervi scoperti, leader e assaltatore della squadra, di gran
lunga Mvp della finale: «Sono abituato a giocare dando l’anima, senza
calcoli e risparmiarmi - dice il 30enne regista che nel 2001 vinse l’A2 con
Biella -. Le vittorie vanno afferrate e non gestite, l’adrenalina alta mi
aiuta a giocare meglio. In carriera ho fatto molte finali, vuol dire che
funziona».