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X, X, Pelussi, Consolini, Casoli, Maestrello, Podestà, Brewer, Begic, Parente, Flamini, Guyton, Davison, X, Zanus Forte, X

 

STAGIONE 2004/05

 

CAFFE' MAXIM BOLOGNA

Serie A1: 2a classificata su 15 squadre (22-30)

Play-off qualificazione: promossa in Serie A (9-11)

 

N. nome ruolo anno cm naz note
6 Corey Brewer P 1975 186 USA
7 Matteo Maestrello G 1981 198 ITA
8 Willie Deane P 1980 185 USA dal 15/02/05
9 Bennet Davison A/C 1975 202 USA
11 Roberto Casoli C 1972 206 ITA
12 Simone Flamini A 1982 202 ITA
13 Anthony Giovacchini P/G 1979 188 ITA dal 29/03/05
14 Samuele Podestà C 1976 204 ITA
15 Moreno Leopoldo Ruiz G/A 1972 192 ITA
16 Mario Boni A 1963 200 ITA dal 15/10/04
17 Mirza Begic C 1985 216 SLO
18 A.J. Guyton G 1978 188 USA
19 Andres Ricardo Pelussi A 1977 200 ITA
20 Daniele Parente P 1978 190 ITA
Agostino Li Vecchi A 1970 204 ITA fino al 13/12/04
Simone Bonfiglio P 1988 178 ITA
Fabio Bastoni ITA
Giordano Consolini All ITA

 

Partite della stagione

 

 

Giordano Consolini è il nuovo allenatore della Virtus

virtus.it - 28/06/2004

 

Nel giorno dell'insediamento sulla panchina Virtus di Giordano Consolini, il Presidente Claudio Sabatini ha preso la parola per primo: “Oggi – ha detto - è una giornata importante per due motivi; per la presentazione di Giordano Consolini e per quella di Massimo Faraoni. Con grande soddisfazione diamo il bentornato a casa a Giordano, un nome significativo che consente di ricompattare un pezzo di storia della Virtus. Massimo Faraoni è, dal canto suo, un grande esperto di pallacanestro: allestiranno insieme un organico pensato per la serie A1, dove spero che la Virtus giochi.
Nello sport bisogna sempre comunicare valori positivi; in questo momento si sta pensando, nel mondo del calcio, di salvaguardare società con problemi economici, che possono capitare a tutti. Credo che vadano premiati anche gli imprenditori che entrano nel mondo dello sport pagando tutti i debitori, come nel nostro caso. Spero che tutte le squadre di serie A passino l’esame della Comtec, e sogno un’A1 in cui ci sia, ovviamente, il posto che la Virtus merita.”
Tocca poi al nuovo coach intervenire nella conferenza stampa che segna il suo ritorno in Virtus: “Voglio sinceramente ringraziare il presidente e il general manager per l’opportunità che mi hanno offerto - ha detto Giordano Consolini, e anche i tifosi per l’affetto che mi hanno dimostrato. Il progetto è ambizioso, estremamente stimolante e innegabilmente difficile: ne abbiamo parlato con Sabatini, ora lavoreremo per costruire la squadra. Ho una grande responsabilità ma sono tranquillo perché ho le spalle coperte da un general manager come Faraoni che è una garanzia, e al mio fianco due collaboratori come Andrea Gavrilovic e Michele Teglia. Aspettiamo di sapere se saremo in A1 o in LegaDue, ma crediamo che l’interrogativo sarà risolto presto: intanto iniziamo a pensare alla squadra. Tecnicamente, cercheremo di costruire una squadra che sia dotata di una pericolosità diffusa, distribuita su più giocatori, e che mantenga un certo equilibrio.”
Massimo Faraoni, che già dalla scorsa settimana è al lavoro per disegnare l’architettura della Virtus che verrà, è intervenuto soffermandosi sul settore giovanile: “La nostra volontà – ha detto il Gm – è quella di costruire assieme alla ‘34 un unico settore giovanile della Virtus Bologna: loro avranno autonomia gestionale, mentre alla Virtus spetterà quella tecnica. I giocatori più interessanti, poi, verranno alla Virtus. In questo progetto, Marco Sanguettoli sarebbe l’ideale.”

 

 

 

Consolini illustra progetti e desideri

di Walter Fuochi - La Repubblica - 06/09/2004

 

Avere una squadra da A1 per vincere l’A2 non spaventa Consolini. Lo sapeva, quella è la bicicletta. Chiamarsi Virtus comporta obblighi, pressioni, adattamenti e vetrine: per dire, un calendario di amichevoli di lusso che nessun tecnico farebbe volentieri, ma qui servono, per far cassa e grancassa a una campagna abbonamenti lanciata per scaldare subito cuori e portafogli. Poi, a chiamarsi Virtus, si finisce pure in ritiro in un lussuoso eremo da mille euro a stanza per notte (gentilmente offerto) e si tengono conferenze stampa in una veranda sormontata dai profili maestosi delle Tofane. Chi abbia visto un bel mondo, però, lo sport lo dice solo a giochi fatti. Si saprà a giugno se fra Sestola e Cortina e, da oggi, stabilmente a Bologna il gruppo con la Vu avrà fatto il suo.
Allora, Consolini: si può dire che avete fatto una squadra da A1 per vincere l’A2?
«Si può dir tutto, basta intendersi sulle parole. Questa è sicuramente una buona squadra, forse ci starebbe anche più su, ma non è stata messa insieme come una collezione di nomi da A1, perché questo non basta. Servono giocatori che sappiano interpretare un ruolo, che sappiano calarsi dentro una squadra».
La collezione di nomi era
la Virtus di un anno fa?
«Non c’ero e non devo, nè posso valutare quella Virtus».
Valuti questa, allora. Guyton è finalmente arrivato, manca un ultimo pezzo?
«Io direi che non manca nulla: la squadra è completa così. L’ideale sarebbe finire con questo gruppo, del quale, al momento, siamo convinti e soddisfatti».
Niente Mian o chi per lui, insomma?
«Per ora no».
Guyton sarà la prima punta designata?
«Noi abbiamo pensato a una squadra che possa distribuire la pericolosità, poi so anch’io che spesso è teoria. E’ probabile che Guyton sarà quello che fa più tiri ed è certo che dovrà essere pericoloso. Però, Brewer è un play che segna, Podestà è un lungo che conclude, non carne da cannone piazzata in area. Certo, questo si può dire: non c’è un Charlie Smith. Ma l’idea è stata proprio quella di riavvicinare il livello tra gruppo italiano e americano, rispetto a un anno fa. Alzando il livello degli italiani. Almeno speriamo».
Flamini sarà un uomo chiave?
«Flamini è giovane e deve crescere. Ma questo ce l’aspettiamo da tutti, compreso Davison, che è il più anziano, ma solo anagraficamente, perché ha una carriera ancora in crescita. Lui sarà uno dei nostri cardini, perché è un difensore rapido, può cambiare anche sugli esterni e ci consentirà di fare, dietro, quello che abbiamo in testa. E’ vero, un po’ tutti li abbiamo cercati così, disponibili a giocare per la squadra e per la difesa. Il criterio: meglio uno affidabile di uno imprevedibile. Perché presto c’immergeremo in un campionato in cui dovremo almeno pareggiare mentalità e agonismo di chi ci affronterà, per far poi valere quell’ipotetico talento in più che molti ci attribuiscono».
Chi saranno le rivali più forti?
«Per ora Ferrara, Scafati, Pavia e Novara, ma tante si stanno sistemando».
Magari è la suggestione della lunga e felice fuga di Reggio un anno fa, ma partire forte sarebbe una manna per tutti, squadra e ambiente. Si può orientare la preparazione su una partenza lanciata o sono chiacchiere da bar?
«Teoricamente sì, e comunque ci proverà. Intanto il calendario è bello tosto. La prima con Rieti, una neopromossa che partirà sparata: ricordate Messina-Benetton? Poi a Caserta, dove credo che la Virtus l’aspettino dai tempi di Oscar. Poi Scafati».
Il precampionato è da squadra di A1.
«Serviva così, e sto col presidente. Noi cercheremo di usarlo per esser subito pronti, sapendo che, per avere una stagione vincente, è necessaria ogni componente. Società, squadra, pubblico. Può darsi che alla squadra sarebbero state più utili, in precampionato, altre avversarie, ma se alla Virtus servono risorse, energie, entusiasmo, in questi giorni iniziali, noi ci uniremo su quest’obiettivo. E non voglio neppure chiamarlo sacrificio, che è una parola spesso negativa. Sfideremo Siena e Treviso, Napoli e Milano con la massima disponibilità».
C’è un leader già intravisto nel gruppo?
«Di solito tocca ai play, e allora Brewer ha già una sua leadership naturale, quasi animalesca, per come s’approccia alle partite e fa da esempio. Anche Parente può diventare leader, se capisce che sta lavorando, in LegaDue, per essere importante in una squadra dove potrebbe esserlo anche in A1. Tanti play saliti dalla panchina sono stati, nel nostro basket, uomini chiave».
Ritornello, o allarme, di vigilia: questa Virtus non avrà troppi punti nelle mani. Intorno ai 70, si dice.
«Ripeto che saremo più affidabili che estemporanei, ma più su dei 70 ci andremo. Poi, vedremo anche quanti ne fanno gli altri. Non abbiamo costruito una squadra perimetrale, perché avremo guardie e ali che tirano, ma a me, per dire, piacciono i 4 che vanno a prendersi i punti sotto. Davison può tirare: aveva il 30% da tre e lo migliorò pure ai play-off. Ma se non è uno che tira e basta, mi va meglio. Non voglio dipendere dal tiro da tre».
Questa squadra dovrà anche riportare gente al palazzo. Ha un suo spot per convincerli?
«Non ce l’ho e non devo averlo, per quello ci sono gli uffici marketing. Io dico che vorrei una squadra seria, all’altezza del nome Virtus. E non alla Virtus che tanti di noi hanno in testa, quella che vinceva tutto: il paragone ci schiaccerebbe. Vorrei una squadra che sappia interpretare quel che è la Virtus oggi, in un momento storico che tutti vogliamo migliorare. Una squadra che non abbia fretta, né ansie, né pressioni aggiuntive. Un gruppo che dia ogni giorno l’idea di avanzare e di sapere dove sta andando».

 


 

Consolini: "Altro che difesa, a Pavia non facevamo mai canestro"

di Marco Martelli - La Repubblica - 23/11/2004

 

Giordano Consolini, da più parti, nel dopopartita di Pavia, s'è sentito dire che è "finalmente iniziato il campionato". Tutte le squadre sanno, ora, che anche la sua Virtus può perdere.
«Ma è sempre stato così. Lo dico dall'estate, e non lo uso certo ora come scusante, che tra l'altro non avrebbe neanche senso. In LegaDue ci sono molte squadre forti, alcune hanno cambiato tanto e hanno bisogno di tempo. Pian piano vengono fuori».
Ieri è venuta fuori l'Edimes. Conclusioni, rivista la partita?
«Pavia ha giocato un'ottima gara, in un momento per lei difficile. Poi c'è stata anche la nostra complicità: mai continui, né in attacco né in difesa. Raramente abbiamo giocato insieme e questo a Pavia lo paghi. Abbiamo avuto problemi, ma non parlo né di Davison che mancava, né degli arbitri, né di altro».
Cosa le è piaciuto di meno?
«L'inizio della ripresa: i primi 4-5 minuti giocati in quel modo, dopo aver chiuso bene il primo tempo. C'erano le premesse per ricominciare da zero, ma l'intensità non era quella giusta».
Ha visto un po' di supponenza?
«Direi di no. Tra il primo e il secondo tempo, ho visto la squadra consapevole di come stava giocando, e del fatto che in trasferta non si va sempre e subito a +15. Per il resto, ne riparliamo al primo allenamento».
In sette gare, la difesa s'era sempre imposta. Con Pavia non l'ha mai fatto.
«C'erano problemi di rotazione. Al di là di Davison, i falli ci hanno condizionato: ma sono cose che capitano e bisogna farsene carico. Siamo stati poco brillanti e non c'è riuscita una partita totale: se un quintetto mi dava qualcosa in difesa, poi alla lunga penava in attacco. E viceversa. In più, bravi loro, anche a trovare canestri difficili in isolamento».
Un'obiezione: forse meglio Flamini di Brewer, nel finale su Gregory.
«Ma Corey l´aveva tenuto bene nel primo tempo. E in altre partite, come a Caserta su Mack, aveva cancellato il miglior attaccante. Gregory ci ha messo del suo, siamo onesti. Poi possiamo parlarne all'infinito, anche se Simone non mi dava l'impressione di essere dentro la partita».
Al di là della difesa, 25 punti lasciati in 14' di secondo tempo non erano tanti. Sono i vostri punti che non arrivavano.
«Ma infatti. Nel complesso, peggio l'attacco della difesa. Poco contropiede, poca circolazione, troppi tiri da fuori: loro presidiavano l'area ed era difficile penetrare, ma abbiamo finiti per intestardirci. Anche quando siamo rientrati».
Casoli, bene all'inizio, dopo è sparito. In generale, dall'inizio è uno dei meno brillanti.
«Sta facendo più fatica degli altri a trovare il ritmo di un campionato nuovo. Ma sta lavorando bene e conto su di lui, perché è una pedina importante: è il primo cambio per Podestà, gioca dentro e gioca fuori. Poi, a Pavia, è andato fuori ritmo: tre falli, tutti in attacco».
Già in conferenza stampa, subito dopo la gara, non pareva felicissimo dell'arbitraggio. Se adesso aggiungiamo che Mascellani, il presidente di Ferrara, minaccia di ritirare la squadra dopo l'arbitraggio di Fabriano, il quadro che si prepara per il derby di domenica dipinge tinte evidenti.
«Non giudico una singola partita, perché il discorso è più ampio. Il livello scadente è dovuto a carenze del sistema: s'è accelerato vertiginosamente il ricambio e mi devono spiegare perché un Cazzaro, ad esempio, non può più arbitrare in Serie A. Il triplo arbitraggio ha fatto salire, dalla B1, nuove leve che non hanno avuto tempo di imparare dai più esperti. Tra l'altro, il triplo arbitraggio ha migliorato il livello solo in Eurolega: in A, no di certo».

 


 

Consolini: "Questa Virtus è da corsa"

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 07/04/2005

 

A sei punti dal primo posto, con sei lunghezze di vantaggio sulla terza piazza. A quattro giornate dal termine della stagione regolare la Virtus sta nel mezzo: con qualche possibilità (reale, ma remota) di battere allo sprint Capo d’Orlando o addirittura di farsi rimontare e superare da Montegranaro. Verosimilmente – e già domenica, in fondo, potrebbero esserci risposte in questo senso – il Caffè Maxim chiuderà al secondo posto, che significherà ripartire dai playoff (i quarti cominceranno il 29 aprile) in pole position, con la bella sempre al PalaMalaguti. Ma la Virtus, in questi giorni, sembra anche un cantiere in via di costruzione proprio in previsione dei playoff.
Consolini, come sarà la nuova Virtus?
«Perché nuova Virtus?».
Avete cambiato parecchio. L’ingaggio di Boni prima e di Giovacchini poi. E lo statunitense Deane in prova.
«Non sono d’accordo sul fatto che sia una Virtus nuova. Mario Boni è con noi da tre settimane. E Giovacchini è andato a ricoprire il ruolo di Parente».
Come procedono gli inserimenti?
«Mario finora ha giocato solo due partite. Quella di Faenza, dov’era appena arrivato e non era giudicabile. E quella interna con Novara, dove la sua presenza si è fatta sentire. Ha disputato una buona partita».
Giovacchini?
«Datemi il tempo per conoscerlo».
Chi l’ha avuto lo descrive come l’elemento ideale per questa Virtus.
«Appunto. Chi l’ha avuto ha potuto frequentare e allenare Tony per un’intera stagione. Io posso solo dire che lo abbiamo voluto perché ha le caratteristiche tecniche e morali che fanno al caso nostro».
Flamini come sta?
«Meglio. Simone ha ripreso a correre. Da tre giorni sta lavorando e correndo con il preparatore Renzo Colombini. Sta andando bene, l’ultima ecografia, per di più, ha dato un esito confortante».
Quando lo rivedrete in campo?
«Ripeto: tutto sta procedendo per il meglio. Valuteremo la sua condizione giorno per giorno».
Si sente in credito con la buona sorte?
«Perché?».
Si è ‘rotto’ Parente. Flamini alla fine potrebbe essere il giocatore con il maggior numero di assenze. Entrambi tatticamente sono insostituibili.
«Diciamo piuttosto che siamo stati bravi. Sono assenze pesanti, ma il gruppo è stato capace di assorbire la loro mancanza senza scompensi particolari».
Sempre in termini di dea bendata, siete secondi dietro un club ripescato.
«Con i se e con i ma si potrebbe riscrivere la storia, ma la realtà è diversa. Capo d’Orlando ha sfruttato l’occasione e ha confermato sul campo di essere una grande squadra. Un gruppo che guida il torneo con pieno merito. Trovare a questo punto della stagione un club che abbia perso solo tre gare, com’è accaduto all’Upea, è un fatto anomalo. Anche se noi, in fondo, ne abbiamo perse solo sei».
La fa arrabbiare il pensiero che Reggio Emilia, un anno fa, fu promossa perdendo sette partite?
«No. Noi stiamo giocando questo campionato, non quello di un anno fa».
Ma lei al primo posto crede ancora?
«Fino a quando la matematica ci lascerà una possibilità noi abbiamo il dovere di crederci. Anche se, molto realisticamente, appare una soluzione remota».
Vi state preparando per i playoff?
«La situazione non è cambiata da qualche settimana a questa parte. Stiamo lavorando sul gruppo per migliorare sempre. Questo significa essere pronti sia per cogliere qualsiasi eventuale opportunità concessaci da questo torneo, sia per i playoff. Tanto più che, in questo momento, non abbiamo ancora la certezza del secondo posto, perché Montegranaro potrebbe raggiungerci».
La sosta vi ha dato modo di lavorare di più in palestra. Un aspetto positivo?
«Abbiamo sfruttato questo intervallo di tempo per migliorare e per risolvere i problemi fisici che avevamo».
Come sta Davison?
«Si è allenato».
Brewer?
«Ha ancora un po’ di dolore al ginocchio».
E Deane?
«Si sta allenando con tutti gli altri».

 


 

Sabatini invita a stare uniti

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 15/03/2005

 

Sabatini, che accade alla Virtus?
«Nulla di particolare. Abbiamo perso. Ma eravamo secondi e secondi siamo rimasti».
In casa, però, non avevate mai perso.
«In questo momento la coperta è corta. E poi abbiamo perso contro un club che, proprio in estate, era stato indicato tra i favoriti per la vittoria finale. Noi siamo secondi, loro ottavi. E poi...».
Poi?
«Loro hanno giocato senza tante pressioni addosso. E noi, comunque, abbiamo vinto 7 delle ultime 9 partite».
Resta il fatto che fino all’altro giorno al PalaMalaguti non avevate mai perso un colpo.
«Lo ammetto: domenica mi sarei mangiato la sedia per la rabbia. Ma davanti a me ho una squadra che non vuole mollare».
Dietro l’angolo c’è la trasferta a Faenza con Imola.
«Ci può stare anche una sconfitta con Imola. Abbiamo bisogno del nostro pubblico, del suo calore, del suo affetto. Non abbiamo bisogno di mugugni».
Intanto, però, bisogna arrendersi alla realtà:
la Virtus farà i playoff.
«Lo sapevano da tempo. Il primo posto è di Capo d’Orlando. Stanno giocando bene, stanno vincendo. E’ giusto che il primo posto sia loro. Loro, soprattutto, giocano sulle ali dell’entusiasmo, senza pressione. Per questo dico che a noi servono affetto e serenità».
La panchina è in discussione?
«Assolutamente no. Non ho cambiato idea. E poi mi sembra che si stia sottovalutando un fattore importante».
Quale?
«L’assenza di Daniele Parente. Senza di lui siamo costretti a fare di necessità virtù. Chiedendo gli straordinari a Brewer e Guyton».
Ha tirato fuori il tema della coperta corta. Per allungarla non c’è che una strada: tornare sul mercato.
«E noi cerchiamo un valore aggiunto. Mi sembra che questo mercato offra i soliti nomi. Se ci sarà l’occasione, siamo pronti (Mario Boni sembra la più concreta, ndr)».
Si parla anche di Davide Bonora.
«Vero. Per noi sarebbe un bel giocatore».
Perché usa il condizionale?
«Perché mi risulta che Bonora sia a Roma e che la resterà».
Domenica a Faenza: si aspetta una trasferta di massa?
«Me lo auguro. Anche perché, ripeto, con l’Andrea Costa possiamo anche perdere. La settimana scorsa Capo d’Orlando ha vinto in volata. E Imola ha avuto nelle mani la palla per vincere. A loro, per di più, servono i due punti. Dispongono di un ottimo organico: ce la giocheremo».
Cosa vi serve, ora?
«Abbiamo solo bisogno di lavorare con serenità. Anche per sopperire al buco, umano e tecnico, lasciato dall’infortunio di Parente».
A proposito: ora chi è il capitano?
«Casoli. Mi sembra che anche lui abbia fatto una discreta partita. Abbiamo perso, ma nessuno si è tirato indietro. Penso a Flamini, che ha giocato incerottato».
Nessun appunto sotto il profilo dell’impegno.
«Come potrei? Abbiamo perso il derby — e mi brucia — con Podestà che non tira e con Davison che fa due punti. E con Flamini praticamente zoppo. Ripeto, in questo momento abbiamo solo bisogno del sostegno e dell’affetto dei nostri tifosi».
La serie A?
«Resta il nostro obiettivo. Se il primo posto è andato —e, ripeto, lo avevamo previsto —, ci restano i playoff. E vogliamo farci sentire fino alla fine».

 


 

Virtus, esplode la gioia

di A. Mossini - jarring.it - 04/06/2005

 

L’esodo virtussino comincia dalla mattina: la destinazione è troppo succulenta per non fare anche una capatina al mare o a mangiarsi dell’ottimo pesce. Nel pomeriggio si muovono i tifosi: pullman, ma anche veicoli di privati, da Bologna o magari da Rimini, rinunciando ad un pomeriggio di sole per andare al PalaSavelli. Fantasmi sulla A14, cantava qualche anno fa Ligabue: il fantasma bianconero si chiama Jesi. Sempre Marche, ma altra situazione, altra squadra, altra epoca. Il PalaSavelli comincia a riempirsi, i tifosi bianconeri arrivano alla spicciolata: saranno circa 800, mentre più o meno 500 sono a Bologna di fronte al megaschermo allestito nella palestra dell’Arcoveggio. Ore 20.25, la tensione è palpabile. Falso allarme, perché la partita viene rinviata di dieci minuti. Motivo? Il palinsesto di RaiSat, stravolto dai supplementari di una partita di calcetto. Pazientiamo pure, intanto la curva bianconera espone il proprio invito: «riprendiAmocelA». Arriva all’ultimo anche Claudio Sabatini e si mette in balaustra con i tifosi, in maniche di camicia, a cantare e battere le mani. Si comincia e la Virtus parte forte assai, ma da Bologna arrivano sms furenti: «Quanto sta la Virtus? Qui c’è il calcetto». Andrà avanti fino a metà secondo quarto, il calcetto, guadagnandosi i caini di tutti i virtussini sintonizzati su RaiSat, protagonista di una scelta a dir poco vergognosa e anche poco intelligente.

Intervallo, Virtus sopra di 9: chi è contento, perché pensava che l’approccio fosse peggiore, chi bofonchia, perché per come hanno giocato le V nere 9 punti sono un vantaggio che lascia un po’ l’amaro in bocca. Poi si ricomincia e a metà terzo quarto una gara fin lì corretta in campo e fuori degenera per quanto avviene sugli spalti: contatto Guyton-Childress, un arbitro segnala sfondo del virtussino, l’altro dà il fallo alla difesa. Prevale la seconda ipotesi, Childress corre via per non dire cose di cui pentirsi. Sugli spalti si accende una discussione in zona distinti ed è la scintilla che fa degenerare tutto: gli animi si scaldano, dalla parte di Montegranaro parte una bottiglietta, la curva Virtus risponde con una carica paurosa che sposta di una ventina di metri quel limite virtuale che è la misera transenna che divide le due tifoserie. è il delirio, perché nel frattempo molti marchigiani avevano fatto il giro del palazzo per venire a contatto: dalla zona gialloblù vola di tutto, monetine, aste, accendini, bottigliette d’acqua, perfino portatovaglioli da bar e un paio di enormi bidoni della spazzatura, con tanto di rusco annesso. Il tutto con Valentino Renzi, presidente di LegaDue, nel bel mezzo della battaglia ed incredibilmente impassibile, senza paura mentre diversi oggetti volano sulla sua testa e diversi schiaffoni volano intorno a lui. Sul campo non si gioca e anche i giocatori si guardano straniti: in colpevole ritardo arrivano le forze dell’ordine, che prima assestano qualche decisa manganellata dalla parte bianconera, poi tentano di pareggiare il conto dall’altra parte, limitandosi ad accorciare le distanze. Arrivano gli inviti alla calma dello speaker, inascoltati: la situazione si placa grazie all’intervento dei due presidenti, e ad un cordone di diverse file che separa le due tifoserie. Pensarlo ad inizio gara no?

Si arriva al finale, brividi per i due liberi di Tyler. Il primo esce ed il popolo bianconero tira un sospiro di sollievo, che diventa boato quando il layup di Brewer buca la retina avversaria e quando il tiro della disperazione di Childress incoccia sul ferro. Sabatini alza le braccia al cielo, arriva anche un Bertocchi visibilmente commosso che sale sulla balaustra per abbracciarlo. Sabatini urla: «è una grande gioia, è una grande gioia». La frase viene strozzata prima dall’abbraccio entusiasta di Bertocchi, poi addirittura da un bacio di un tifoso, in un inusuale slancio affettuoso. I giocatori si abbracciando vicino al canestro sotto la curva virtussina, arrivano anche i tifosi ed è il tripudio. Vola qualche oggetto, compresa una bottiglia d’acqua che centra esattamente in faccia un malcapitato fotografo intento a scattare la classica foto da prima pagina, quella della festa globale. Niente, bisogna rinviare: tutti in spogliatoio, onde evitare di essere colpiti. Così, il pubblico di Montegranaro può dedicarsi ad un’attività più utile, ovvero quella di salutare e ringraziare Pillastrini e la sua squadra, protagonista di una stagione straordinaria e degna avversaria della Virtus in finale. In casa bianconera si attende la squadra, rientrata momentaneamente negli spogliatoi. Purtroppo c’è anche qualche demente che, a situazione già calma, pensa bene di tirare una sedia addosso alla Polizia in tenuta antisommossa. Ancora tensione, che stavolta sfocerà all’esterno del PalaSavelli con qualche carica.

Dentro agli spogliatoi, intanto è festa: docce, champagne, sigari, con la Coppa che fa bella mostra di sé e con i giocatori a saltare su «Chi non salta è Fortitudo». Euforia generale, poi arrivano i primi commenti. Commosso il presidente Romano Bertocchi: «è la più bella giornata della mia vita sportiva, anche meglio di Barcellona. Il merito è tutto di Claudio Sabatini, ci ha sempre creduto e non ha mai mollato». Sentiamolo, allora, Sabatini: «Sono felice, perché sono stato fortunato a scegliere gli uomini giusti, che sono riusciti a trasmettere al nostro pubblico la fatica, il sudore, la voglia di raggiungere questo traguardo. Con una storia come quella della Virtus molti davano la promozione per scontato, in realtà la LegaDue è un campionato molto difficile: sono contento per il nostro pubblico, che devo ringraziare. Non è facile fare ottomila persone in LegaDue essendo abituati a vincere delle Euroleghe». Ora bisognerà capire se davvero l’Eurolega tornerà o meno. Sospeso tra gioia ed occhi lucidi Giordano Consolini: «Ringrazio tutti, dal primo tifoso all’ultimo dei componenti dello staff: sono stati grandiosi. Non potevamo non dare una soddisfazione ad un pubblico così, caloroso, corretto e fantastico fin dalla prima amichevole. Questa responsabilità un po’ si è sentita ma ora non ha importanza. Era il nostro compito, i ragazzi sono stati bravissimi e io sono fuori di me dalla felicità. Senza Claudio non saremmo qua, non ci sarebbe niente di tutto questo senza la sua fantastica testardaggine: penso che sia una cosa di cui può andare fiero per parecchi anni. Una dedica particolare la voglio fare a mia moglie, che mi ha sopportato in questo lungo cammino, e al professor Enzo Grandi, che mi ha seguito per diverse stagioni e sarebbe stato felicissimo di questo risultato». Felice anche Massimo Faraoni, gm che potrebbe avere la valigia in mano, destinazione Fip: «E’ stata una promozione molto sofferta. Montegranaro è una buona squadra, ben allenata, mentre noi abbiamo commesso qualche ingenuità che ci poteva costare la partita. Alla fine è stato un campionato vincente, la Virtus Bologna ritorna in A dopo averla conquistata sul campo ed è un premio agli sforzi di tutti, tifosi compresi».

Festanti anche i giocatori, ovviamente. C’è Flamini con in bocca un sigaro cubano: «Non ho mai fumato in vita mia, ho scelto una buona occasione. è stata dura ma doveva essere così per forza. Vengo da due mesi sofferti ma stasera non potevo mancare: anche solo uno scivolamento o un contatto poteva essere fondamentale. Sono felice di aver partecipato a questa impresa». C’è Boni, che di queste feste in carriera ne ha vissute diverse. Per l’esattezza questa è la quinta, ma ha un sapore particolare: «E’ stata una vittoria davvero sofferta, eravamo tutti tesi e consapevoli di un sogno vissuto da almeno mezza città: siamo riusciti a coronarlo e questa cavalcata rimarrà nella storia». C’è Casoli, che con quel fallo nel finale ha rischiato di macchiare un playoff positivo: «è stata una lotta, ma non abbiamo mai avuto paura di perdere. Certo, quando mi sono visto assegnare quel fallo e Tyler è andato in lunetta mi è venuta un po’, ma tutti sapevamo che potevamo e dovevamo chiudere il discorso stasera». C’è Podestà, totem dell’area colorata che in un’occasione così è anche più loquace del solito: «Siamo contentissimi di questo risultato: sembrava scontato, ma è stata dura. Siamo felici, non so che altro dire. Sulla loro rimonta non ho avuto tanta paura: conosco il valore della nostra squadra e sapevo che volevamo strappare questa vittoria». Ma soprattutto c’è Pelussi. Lui, che nel finale di gara-tre con Jesi, lo scorso anno, si sedette in panchina a piangere con la testa fra le mani. Lui che ha vissuto un anno travagliato. Lui che di questa Virtus è l’anima e che, a questo punto, meriterebbe una chance anche al piano di sopra: «Ho vinto quattro campionati in Argentina e un Sudamericano ma questa vittoria è davvero speciale, forse perché è la prima lontano da casa. E’ stata una stagione con tanti problemi, prima l’intervento, poi il problema occorso a mia moglie di recente: la forza di questa squadra e della società, la fiducia dello staff, di Bertocchi e di Sabatini mi sono state di grande aiuto. Ora ci stiamo godendo questo successo, frutto del lavoro che abbiamo fatto da agosto». I giocatori, archiviata la rabbia dei marchigiani, escono per festeggiare con i tifosi. Cori per tutti e magliette celebrative per molti, con la V nera sul petto e la scritta «Salutate Castelmaggiore» poco sotto, mentre la Coppa della vittoria finisce ai Forever Boys. Nella bolgia ci si era dimenticati della Fortitudo, cori di scherno a parte. Impresa a Roma e nona finale in dieci anni. Commenti dei tifosi tra indifferenza e atteggiamento di sfida. Sì, è di nuovo Basket City.

 

 

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Nessuno ha potuto cancellare la Virtus

di Gianni Cristofori - Il Resto del Carlino - 04/06/2005

 

Una storia spezzata nell’anno maledetto 2003. Trecento giorni per tornare ad essere Virtus; altri 300, o quasi , per tornare al proprio posto, in serie A. Tutto iniziò con una raffica di mazzate di un mese di luglio di due anni fa infuocato non solo per le temperature. Prima di quei giorni, 69 stagioni belle e brutte, ma sempre oneste e combattute sul campo dove anche la Virtus, come tutti i mortali, vinceva e perdeva, ma sempre in maniera elegante e, a volte, persino epica. In quei 69 anni c’è stato di tutto: la chiesa sconsacrata di Santa Lucia divenuta tempio pagano della palla a spicchi, gli aneddoti e i canestri di Giancarlo Marinelli, le balconate della sala Borsa, le altissime volte del palasport di piazza Azzarita, il primo scudetto del ’56, il decimo dell’84, il quindicesimo del 2001, l’organo hammond di Porelli, il canestro da 4 di Danilovic, le magiche notti di Barcellona e di Vitoria ma anche gli spareggi di Cantù, la beffa di Strasburgo, la scoperta di Manu Ginobili, la storica e fatale firma del contratto miliardario di Sani Becirovic sulla barca presidenziale con tanto di tovaglia leopardata in primo piano nella foto-ricordo.
Prima, 1934/2002, una storia passata in palestra; tra canestri e rimbalzi, feste e qualche lacrima ma sempre in canotta, calzoncini e una palla a spicchi in mano. Fino, appunto al 2003, anno maledetto con un’ estate maledetta dove non c’era più pallone, non c’era più palla a spicchi ma c’erano solo avvocati, guardia di Finanza, libri con i conti fuori posto, lodi arbitrali, ricorsi e controricorsi. Anche se la tempesta che nessuno si aspettava era cominciata già l’anno prima, in primavera. A marzo 2002 il primo terremoto: Madrigali caccia Ettore Messina, «costringe» Roberto Brunamonti alle dimissioni da vice-presidente, scatena la rabbia del popolo bianconero che invade il PalaMalaguti e rivuole l’amatissimo coach. Passano due mesi e la Virtus il terremoto lo subisce anche sul parquet dove perde la «sua» Final Four d’Eurolega e si prepara alla grande rivoluzione dopo essere finita fuori anche dalla finale scudetto. A giugno il primo atto porta ad una vera e propria fuga di cervelli. Se ne vanno Ettore Messina e Brunamonti, se ne vanno pure Manu Ginobili, Marko Jaric e un Griffith che reclama stipendi arretrati.
Arrivano Dado Lombardi e Boscia Tanjevic, sfortunati traghettori di una società e di una squadra verso la bufera del 2003. Boscia dura fino a novembre 2002. Ha il tempo di vedere una Virtus fischiata dal PalaMalaguti e che arranca in campionato e di assistere all’avvio del lodo Becirovic che chiede i soldi del contratto dal suo letto di dolore. A dicembre, poi, i nervi del PalaMalaguti sono ancora di più a fior di pelle quando i settemila, divenuti nel frattempo poco più di tremila, vedono sedersi sulla panchina che fu dell’amato Ettore, il vate Valerio Bianchini. Passa un mese e la Virtus perde un altro pezzo di storia. A fare le valigie, destinazione Dallas, è Antoine Rigaudeau. Le Roi scarica la sua rabbia e la sua frustrazione nel canestro del Real Madrid, ultimo sussulto europeo della Virtus e parte per l’avventura nella Nba dove lo spazio non è sicuro ma, almeno, lo stipendio arriva regolarmente. Già perché adesso, in casa bianconera, la crisi non è solo tecnica ma anche finanziaria. La discesa all’inferno è cominciata e non è più arrestabile. Sul campo la Virtus lascia l’Eurolega con 6 sconfitte consecutive e il campionato con l’esclusione dai playoff, la prima della sua storia. Da lì in poi una serie infinita di appuntamenti senza ritorno, di date che scandiscono l’agonia.
In aprile Becirovic vince il lodo e Gagneur rompe un braccio a coach Bianchini durante una rissa in allenamento. Ad ogni sconfitta il presidente Madrigali rischia il linciaggio ma il peggio deve ancora venire. A giugno la Fip impone il pagamento di Becirovic ma risulta vano anche l’ultimatum lanciato dalla Comtec, l’organo che controlla la situazione finanziaria delle società.
Tra minacce e promesse, denunce e bond, si arriva al 4 agosto. Il movimento darà il suo primo colpo di spugna a 69 anni di storia, a una bacheca piena di trofei, alla società che, con l’Olimpia Milano, ha vinto di più nel nostro basket. Il consiglio Federale revoca l’affiliazione, la storia si spezza lì, la Virtus non esiste più. Lo credono tutti, meno Claudio Sabatini.

 


 

I cavalieri della Vecchia Signora

di Marco Martelli - La Repubblica - 04/06/2005

 

Non verranno ricordati come Brunamonti o Danilovic, Ginobili o Richardson, ma nel loro piccolo, ieri sera così grande, entrano pure questi nella storia della Virtus, dalla porta principale. I più chiacchierati della cadetteria, i più pagati, i più pressati da un blasone ingombrante riportano alla fine la Vecchia Signora nel posto che merita, per tradizione, popolo, impatto. Fallita la promozione diretta, l’obiettivo d’obbligo, nel lontano agosto, per un gruppo partito con quell’imperativo, la riportano in A al secondo tentativo, esplodendo nella finale dopo un anno lungo e snervante, saturato d’ansia e pressione, vissuto, dopo la buona partenza sul 6 stiracchiato e a tratti poco esaltante, meno dell’affascinante disorganizzazione dell’anno precedente. Alla fine, però, la Virtus scherza ed esulta, dieci mesi dopo essersi radunata, all’Arcoveggio, davanti a duecento persone.
Squadra di A1 per fare l’A2, s’è detto dall’inizio, progettata da Consolini e Faraoni, puntellata in corso d’opera per carenze e sfortune, la Virtus ha vissuto ore complicate e delicate, dopo una partenza che aveva illuso e forse condizionato. Corey Brewer, Bennett Davison e Aj Guyton, scelti dalla categoria superiore per dominare l’inferiore, hanno parallelamente traversato fasi preoccupate e preoccupanti. Mormorati di taglio, sono sempre stati difesi, in ossequio alla tradizione che cambiare in corsa porta più spine che rose. Davison è esploso nel play-off, dominandolo per intero e senza sbavature, rimpiangendo quei tendini che per mesi l’avevano tenuto a terra. Guyton, il più fragile, il Calimero che mostrava più apatia che talento, sempre protetto da Consolini, in attesa delle sue strisce, non è stato esaltante, si potrà dire, ma il play-off l’ha aperto lui, con le 10 bombe-record che schiantarono Caserta, e l’ha finito col mal di schiena, ma forte di un compagno-leader che in lui ha sempre creduto e pure sofferto, al momento della firma di Deane.
Scorbutico, agitato, a tratti ingestibile per un Consolini tanto diverso da lui, Brewer è stato, nel bene o nel male, il pilota dell’autobus, di certo spericolato, ma divenuto affidabile alla soglia dell’ultima fermata. Il salto di qualità tecnica e mentale, forse inaspettato, mostrato nei play-off ha dato ragione a lui e a chi l’ha sopportato e aspettato. Non un play puro (si sapeva), un cavallo pazzo a tratti imprevedibile (pure questo), ha vissuto a dicembre il momento più duro. La sconfitta a Capo d’Orlando, compromessa da un suo scatto d’ira, fu a lungo una crepa profonda nel rapporto con Consolini, sfociata in settimane di agre convivenze. In società come nei bar, si stagliavano i partiti pro e contro: evitare una decisione drastica, a un certo punto pressoché scontata, dopo le chiacchiere con McCullough, ha riportato il sereno. Non poteva la Virtus lasciare un altro regista dopo aver perso Daniele Parente, uomo di Faraoni, divenuto in 24 ore capitano e fido scudiero del Jordan.
Pochi punti nelle mani, s’era detto anche questo. Consolini ha dovuto metterci una pezza accettando Mario Boni, epitome del giocatore non consoliniano, ma necessario per una truppa che mancava d’estro e di furore (e per levarlo alla concorrenza). Supermario ha portato una ventata decisiva, ha firmato qualche vittorietta e scolpito poi nel supplementare di Scafati mezza promozione. Uscita da lì, non poteva più sbagliare. Boni è servito anche a Flamini per avere le spalle coperte, per non affrettare il rientro e per dare minuti a Maestrello, il bravo "ometto", come l’ha definito Consolini. Alla fine ha dato il suo anche Casoli, per mesi oggetto misterioso, e la seconda di finale è stata forse la migliore di Podestà, primo dei due superstiti dell’anno passato. L’altro, Pelussi, per la folla simbolo e per la squadra scudo, doveva andare a Livorno, non avessero chiesto Zanus Fortes, e Consolini l’ha conosciuto strada facendo, abbracciandolo nel finale di stagione. L’altro abbraccio, quello fra il trio di coach, con Teglia e Gavrilovic, che per qualità e personalità potrebbe guidare una panchina in proprio, è stato la degna sigla finale. Non saranno fenomeni, ma sono stati i cavalieri che fecero l’impresa. Addio purgatorio, bentornato paradiso.

 


 

Sabatini, il futuro non è uno show: «Si riparte»

di Andrea Tosi e Luca Aquino - La Gazzetta dello Sport - 05/06/2005

 

L’orso Henry è rimasto sul pullman mentre la Virtus celebrava l’altra notte la promozione in serie A. Il pupazzo usato per esorcizzare il sistema del basket sfavorevole alla V nera adesso non serve più a Claudio Sabatini: « Povero Henry - ridacchia il patròn virtussino - ha preferito rimanere tutto solo perché non voleva passare il dispiacere di vederci vincere. Gli ho asciugato le lacrime, ma ora che la Virtus è tornata in serie A deve farsene una ragione » . Sabatini scherza dopo avere vinto la sua grande scommessa contro gli scettici e i burocrati, scomodi compagni di viaggio quando, due estati fa, si gettò anima e corpo nel salvataggio della V nera. Ora che l’ha riportata nel massimo campionato, ha una bella medaglia da mostrare. « Non sta a me dire se merito di entrare nella storia della Virtus, di sicuro non le ho portato sfortuna - dice -. Io passerò come gli altri che mi hanno preceduto, l’importante è che il club sia tornato dove gli compete per blasone e tradizione. Ho commesso degli errori, ma alla fine la mia forza di volontà ha vinto tutti i pregiudizi. Questo per me non è il punto di arrivo ma di partenza. La serie A esige sforzi nuovi e più onerosi. Sull’onda emotiva inizieremo entro 8/10 giorni la campagna abbonamenti per l’anno prossimo: la prima scadenza è fare subito cassa per raccogliere i 400mila euro per l’iscrizione al campionato. Poi dal flusso degli abbonati, che firmerei fossero cinquemila, stabiliremo il budget e le strategie di mercato. Questa squadra in serie A va rinforzata con 4 5 innesti, col coach Consolini abbiamo un’intesa anche per l’anno prossimo ma prima di fare programmi tecnici dovremo concentrarci sulla gestione che chiama anche il ritorno in Eurolega » . Sabatini non molla di fronte all’incalzare di Milano che ha affidato ad un pool di legali l’assalto ai diritti della Virtus presso l’Uleb: «Confido che persone intelligenti come Galliani, Moratti e Armani comprendano la situazione. Sarebbe brutto che arrivassimo ad uno scontro, e poi cosa direbbe Galliani se qualcuno mettesse in discussione il diritto del Milan a partecipare alla prossima Champions League?». Mister Futurshow ha tante idee in testa per la serie A, tra queste la creazione di un’oligarchia di 200 vip da 20mila euro ciascuno come quota di sostegno per avviare un volano economico di autofinanziamento per il futuro: «Vogliamo procedere con l’idea primaria dell’azionariato popolare, ma mi piacerebbe cooptare personaggi di prestigio come Cazzola (il patròn di 4 scudetti, ndr), Montezemolo e altri come soci sostenitori. Questa Virtus non può tornare competitiva per l’Europa prima di 5/6 anni. Per l’anno prossimo i tifosi dovranno accettare anche le sconfitte, non saremo protagonisti. Ma intanto lasciatemi ringraziare tutti coloro che mi sono stati vicino: il presidente Bertocchi, lo sponsor Boccio, la famiglia Marchesini, la Carisbo e Flavio Tudini, perché senza il sacrificio del suo Castelmaggiore ora la Virtus non sarebbe in serie A» . La promozione porta la firma di tre specialisti: coach Consolini ha vinto due volte su due il campionato di LegaDue, come Corey Brewer, l’autore del canestro decisivo in gara 3, mentre Mario Boni ha trionfato 5 volte su 7. «Ho un filotto di tre centri consecutivi - dice con orgoglio SuperMario -. Adesso, a 42 anni, il mio prossimo traguardo è giocare da esordiente l’Eurolega. Se mi tengono, sono disposto a fare anche il settimo uomo». «Per entusiasmo e disponibilità, Boni è più giovane di molti 20enni - riprende Sabatini -. Per me è confermato ma io sono solo il proprietario. Sarà il coach a decidere». Consolini preferisce godersi la festa: «Dedico questo successo al povero professor Grandi, a mia moglie e alla splendida testardaggine di Sabatini senza il quale non saremmo qui. Ho un altro anno di contratto con lui e non ho elementi per credere che ci saranno novità in contrario». Chiude Corey Brewer, play spesso a nervi scoperti, leader e assaltatore della squadra, di gran lunga Mvp della finale: «Sono abituato a giocare dando l’anima, senza calcoli e risparmiarmi - dice il 30enne regista che nel 2001 vinse l’A2 con Biella -. Le vittorie vanno afferrate e non gestite, l’adrenalina alta mi aiuta a giocare meglio. In carriera ho fatto molte finali, vuol dire che funziona».