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Negroni, Dino Zucchi e Rapini contro il Pavia nella Sala Borsa dal caratteristico pavimento piastrellato

 

Finalmente la guerra è finita, c'è stata la Liberazione, c'è stato il Referendum monarchia-repubblica e, sia pure con qualche apprensione di troppo, la Repubblica ha vinto: e anche il basket riprende faticosamente il suo cammino.

 

Sotto le Due Torri i virtussini del periodo anteguerra e i giovani cui la guerra aveva portato via alcuni ani di vita e di sport, si ritrovano per ricominciare l'antico rito della palla e del canestro, ma c'è subito un problema: la "Santa Lucia" non è più disponibile. Il Comune di Bologna infatti, con un inatteso procedimento d'autorità, si reimpadronisce della Basilica sconsacrata di via Castiglione e la destina d una Scuola per muratori e ad un Istituto tecnico commerciale. Ma forse non tutto il male viene per nuocere perché, se da una parte in quel periodo forse c'è più bisogno di muratori che di giocatori di pallacanestro, la improvvisa privazione del tempio dell'ante guerra, fa aguzzare l'ingegno dei virtussini, come vedremo. Naufragano tutti i tentativi di ottenerne la restituzione operati un po' da tutti, anche con l'ausilio di un foglio fondato da Achille Baratti: "Il Corriere Cestistico", che nell'editoriale del primo numero così si spiega: "l'opera dei giornalisti sportivi che vanno per la maggiore, che per ragioni di spazio o di altri interessi trascurano il basket, doveva essere completata da un nostro foglio per una maggiore e migliore propaganda e una veloce ascesa". Il Corriere Cestistico non riesce a commuovere il Comune che si tiene la Santa Lucia.

 

Indubbiamente è un'epoca che ha termine, è un ciclo che finisce.

 

Eppure la passione per il basket è più forte e più resistente di qualunque doccia gelata. E siccome in molte parti d'Italia si gioca, e si giocherà ancora per molto, all'aperto, anche sotto le Due Torri ci si adatta, e il campo di Via Ravone diventa un po' la casa virtussina del basket e le abitazioni lì vicine si devono sorbire il rumore del pallone che picchia per terra sospinto da Marinelli e compagni.

 

Ma la pallacanestro a Bologna è una cosa troppo seria, troppo radicata perché non si risolva subito, e nel migliore dei modi, il problema del campo. Se in epoca pionieristica si giocava in una chiesa sconsacrata, in epoca post bellica, sempre pionieristica ma più tecnica, si ottiene di poter utilizzare la "Sala Borsa", nella centralissima via Ugo Bassi, un'autentica cattedrale anch'essa, ma questa volta degli affari. La Sala Borsa, dove la mattina lavorano gli agenti di cambio, viene riadattata quanto basta per la pallacanestro. Era anche questo un impianto assolutamente singolare per il basket, con il suo sviluppo in verticale, con le sue gallerie presto occupate dagli appassionati che avevano qui un po' più di spazio per dare sfogo alla loro passione per la Virtus. Ecco, i tifosi anche alla Sala Borsa hanno la loro importanza perché quando battono le mani sui supporti delle balconate, le strutture metalliche fanno da cassa di risonanza assolutamente assordante agli epici duelli che seguiranno in quegli anni. Il pavimento in piastrelle rende la Sala Borsa qualcosa di unico: il loro disegno a rombi contribuisce ad aumentare in un certo senso il gap tra la Virtus del primo dopo guerra e le altre formazioni: solo le Vu nere infatti giocano su un campo così. La Virtus diventa "quella" che gioca alla Sala Borsa sul "campo in piastrelle" con i disegni geometrici a rombi (come i mitici Boston Celtics che anni dopo sarebbero diventati "quelli" che giocano sul campo col "parquet incrociato"). E in quegli anni, senza televisione e con i mezzi di comunicazione non ancora di massa, i miti crescono e si alimentano proprio su queste cose, anche se non solo su queste cose. Ci sono naturalmente le vittorie, e in casaVirtus le vittorie stanno per arrivare. L'urlo "Virtus olé", come ricorda chi c'era, fa venire letteralmente i brividi. "Alla Sala Borsa" racconta e spiega molto bene Gianfranco Turrini "la pallacanestro ha cambiato nome, è diventata basket. Una pallacanestro che parla straniero e fa un po'la schizzinosa. Nasce la parola "pivot". Alla Santa Lucia infatti avevamo creduto che Marinelli fosse semplicemente un centrattacco. La Sala Borsa contagiò senza rimedio i bolognesi".

 

tratto da "Virtus - cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 

Il Gira in Sala Borsa - a sinistra si riconosce Larry Strong

 

Sala Borsa

di Roberto T. Fabbri – tratto da “Il Cammino verso la Stella”

 

Sei scudetti, i primi sei, della Virtus, li ho vissuti da vicino. Diciamo, generalizzando, che il mio impatto con la pallacanestro bolognese, nel ruolo di giornalista, è avvenuto verso la fine del 1945. Le partite si giocavano alla piscina dello stadio comunale. C'era interesse, ma non grande entusiasmo. Questo è esploso quando il grande basket - quello rappresentato dalla Virtus, dal Gira e dall'OARE, poi arrivò la Motomorini - si è trasferito nella Sala Borsa di via Ugo Bassi.

Da quel momento fu facile essere profeti e preannunciare Bologna capitale del basket. E se la vecchia e mai dimenticata palestra S. Lucia come pure la piscina dello stadio potevano, allora, considerarsi impianti “adeguati”, la Sala Borsa si dimostrò subito stretta. Intanto io dal “Corriere dello Sport” ero passato a “Stadio” iniziando qui la mia battaglia alla conquista dello spazio per creare una vetrina per la pallacanestro. Piano piano, ci riuscii grazie anche alla… libertà che mi concedeva l'amico e direttore del giornale Luigi Chierici. Un uomo che sembrava distaccato dal basket ma che nel suo intimo tifava Virtus. Così nel 1946 il primo scudetto della Virtus su “Stadio” fu possibile celebrarlo degnamente. Collaboravano, allora, Baratti e Lodoli ed in quel periodo furono preziosi in quanto io, impegnato nella organizzazione del giornale che si apprestava a trasformarsi in quotidiano, non ero in grado di seguire tutto. Ma in Sala Borsa c'ero sempre. Quanti ricordi e quante amicizie sono nate e cresciute in quel rettangolo fragoroso di tifo! E quale lunga serie di fatti per anni hanno punteggiato il mio rapporto di cronista con la pallacanestro.

Il primo scudetto, 1946, cementò la mia amicizia con Bologna dove ero giunto da forestiero. E contemporaneamente con quasi tutti i protagonisti della vita cestistica bolognese. Amicizie che ancora durano. Ma con il primo scudetto ebbe inizio anche un mio rapporto, sempre professionale, con la Virtus. Seguendo la squadra in qualche trasferta, ma qui non racconterò quello che succedeva, ebbi modo di conoscere gli uomini. Dal serioso Dondi, al sempre ponderato Marinelli; dal pacioso Girotti al condottiero Vannini e al gioviale Bersani. C'erano anche il giovane e già tecnico Rapini, Calza e Cherubini. I campi esterni erano quelli della “Misericordia” Venezia, della Ginnastica Trieste, di Milano e Varese, ma anche Pavia e Gallarate e quello ostico quanto mai di Gradisca. Viaggi avventurosi, rocamboleschi. Terza classe e spesso panini. Un divertimento nel divertimento. Campi difficili, quelli esterni, per la Virtus; una fortezza la Sala Borsa per gli avversari. E che fosse difficile vincere, per gli altri, in Sala Borsa se ne accorsero presto tutti. Una bolgia diversa, ad esempio, di quella che si registrava sui campi di Gallarate o di Gradisca, od ancora alla “Misericordia”. Non c'era tifo cattivo; era notevolmente rumoroso. E quando entravano in azione i… battitori sulle lamiere pubblicitarie della galleria, allora se per gli atleti di casa era un incitamento per gli ospiti era una dichiarazione di guerra. Sotto, il pubblico seguiva la partita rischiando, per via delle colonne, il torcicollo. E chi non riusciva a vedere bene si faceva raccontare dal fortunato che aveva visto cosa era successo.

Davvero memorabile quel periodo, direi eccitante il periodo in cui si è giocato in Sala Borsa. Non ci sono dubbi il primo scudetto favorì la nascita della leggenda. Quella delle “V” nere. E, naturalmente, dei suoi personaggi. E mentre sulla scena resistevano i “vecchi” Marinelli, Vannini, Girotti e Bersani, sulla scena si affacciava la nuova generazione dei “Carlito” Negroni, e di suo fratello Cesare, di Ferriani e Ranuzzi, dei fratelli Zucchi oltre a Rapini. E contemporaneamente si affacciavano con autorità le consorelle cittadine, in particolare il Gira e poi la Motomorini. Sono del parere che a far crescere la Virtus furono non soltanto i quattro scudetti consecutivi infilati dal 1946 al 1949, ma sicuramente con grande influenza, le stracittadine che ebbero il potere di dividere Bologna, sempre virtussina, in tre grandi fazioni di tifoseria che finirono per coinvolgere anche me. Perché quello che scrivevo se andava bene ad una parte era contestato dall'altra, quando non si verificava generale contestazione. Un esempio. Abitavo in via di Corticella, vicino a Ca' dei Fiori. Una notte, le ore erano piccole, sotto casa fui fatto oggetto di una… serenata. Slogan: “Vieni giù se hai coraggio”. Naturalmente non mi alzai. Poi tutto finiva in gloria, con una cena. Calienti, ma generosi, i bolognesi.

Dicevo delle stracittadine. Più che confronti erano scontri. Gira e Motomorini erano due belle squadre: la prima con i Bongiovanni, Di Cera, Muci, Germain, Mascioni e Perin; la seconda che vantava tra gli altri Sardagna, Roubanis, ed un organico di tutto riguardo. Che battaglie. Si usciva dalla Sala Borsa con il mal di testa e le coronarie affaticate. Ma per la Virtus il periodo dei grandi incontri in Sala Borsa non era limitato alle stracittadine. Quando arrivavano il Borletti, il grande avversario di ieri come lo è ancora oggi sotto altra denominazione, la grande Reyer e la Ginnastica Roma, il Varese e la Ginnastica Triestina. Sempre battaglie, sempre meno facile. Ma tante vittorie siglate da sei scudetti, i primi sei nella storia della Virtus pallacanestro. Sei scudetti firmati anche dagli Alesini, Canna, Gambini, Battilani (l'ex “nemico” girino), Calebotta e Lamberti e Tracuzzi. Ma non dimentichiamo Foschi e Poluzzi, due grandi animatori, più tifosi che tecnici, ma tanto bravi.

E qui mi fermo. Perché per raccontare la pallacanestro della Virtus in Sala Borsa, dovrei scrivere un romanzo. E quando è festa non si annoiano gli amici.

 


 

GLI ANNI '50

di Adalberto Bortolotti - da "Il Cammino verso la Stella"

 

I due scudetti virtussini degli anni Cinquanta si affacciano tumultuosamente nei miei ricordi insieme coi fatti e personaggi di grande rilevanza, taluni storici, per il basket bolognese e anche per il basket tout court. ça grande svolta degli abbinamenti, destinati ad avviare una nuova era della pallacanestro: da quella romantica e casereccia dei pionieri, lungo una naturale evoluzione, a quella puro spettacolo o business dei giorni nostri. Poi gli ultimo fuochi della Sala Borsa, la seconda fase nei cinquant'anni delle Vu nere; la prima resta legata alla chiesa di Santa Lucia, la terza, tuttora in atto, allo sfarzo rutilante del Palasport, il "Madison" di Piazza Azzarita. E ancora: l'avvento degli schermi, qui introdotti da uno scienziato del basket tuttora validamente sulla breccia, Vittorio Tracuzzi. E poi superbi giocatori come Canna e Alesini, forse i più formidabili interpreti del contropiede di tutti i tempi e il primo "lungo" storico della pallacanestro italiana, Nino Calebotta, il cui uncino era, per noi fanatici di quel tempo, favoloso quanto per i giovani d'oggi il gancio-cielo di Abdul-Jabbar.

Proviamo a mettere un po' d'ordine. La Virtus entra negli anni Cinquanta sull'onda di quattro scudetti consecutivi, conquistati dal '46 al '49 da gente che si chiamava Marinelli, Ranuzzi, Negroni, Rapini e ancora Bersani e Ferriani, cui cominciavano ad affiancarsi i fratelli Zucchi e il povero Rinaldi, splendido collega poi. Lo strapotere virtussino mobilita alla riscossa la Lombardia, attorno al vecchio baluardo del Borletti, cui si aggiunge Varese, realtà emergente. Così diventa subito più dura, intanto che la vecchia guardia non si arrende, ma muore, nel senso che smobilita progressivamente per inderogabili ragioni d'anagrafe. Si è giocato sin qui senza allenatore, un dirigente accompagnatore in panchina e in campo il patriarca Marinelli a suonare la carica. Si scopre la figura del cambista, il primo è Dino Fontana, poi arriva dall'altra sponda, l'aborrito Gira, l'americano cioccolata Jimmy Strong che affronta l'impervia rivoluzione in senso scientifico. I risultati non vengono. Nel '54 l'industria entra nel basket e la Virtus diventa Minganti, tutto in famiglia, la signora Gilberta è una mamma e Lello Zambonelli è stato un valido giocatore d'anteguerra. è proprio il '54 a fungere da prologo.

La Virtus ha pescato la coppia d'assi, Achille Canna, impastato di classe pura e Nino Calebotta, la torre del campionato con i suoi (allora) terrificanti 2.04. Ma non solo la Virtus non vince lo scudetto, arriva addirittura dietro il Gira che, intendiamoci, è uno squadrone sul serio, con un americano sgraziato ma straordinario, Frank Germain, e Lucev, Macoratti e un altro USA che è lo stile glaciale personificato, Mascioni. Apriti cielo! Via tutti, o quasi e da Varese approda alla corte delle Vu nere Vittorio Tracuzzi, che qui ricordano per memorabili battaglie e sfottò impietosi. Non c'era la regola dei trenta secondi, allora, e imperversava la "melina", l'arte di tener palla al limite dell'esaurimento. Rammento che, due anni prima, alla guida del Varese, costretto a una sconfitta che riteneva ingiusta, Tracuzzi guidò la "melina" della propria squadra per gli interi ultimi cinque minuti, in una Sala Borsa che sembrava l'inferno, come a dire: "Perdo, ma perché sono io a volerlo". Vittorio Tracuzzi aveva l'ostinazione del profeta, in vantaggio sui tempi e quindi abbondantemente incompreso, ma intimamente consapevole di battere la strada giusta e quindi irremovibile. La sua Virtus del '55 fu una prova di forza. Impostò la squadra tutta in funzione di Calebotta, presago del rilievo fondamentale che i "lunghi" avrebbero assunto, e bloccata su una ringhiosa zona difensiva. Fortissima in casa, la squadra balbetta in trasferta (certi guai sono antichi...). Ma alla fine vince allo sprint, grazie anche all'aiuto indiretto del Gira. Da Varese, Tracuzzi si era portato appresso un giovane fuoriclasse, Mario Alesini. Ahimé, contrattempi burocratici gli imposero un anno di ferma, ma come nel '56 Mario si butta nella mischia e forma con Achille Canna una diagonale folgorante, per la Virtus la strada va tutta in discesa. Calebotta imperversa con punteggi-record, una domenica segna 59 punti al Pesaro e la gente trasecola. Tracuzzi raccoglie i frutti, alla fine la Virtus è prima con undici (!) punti di vantaggio sul solito Borletti di Rubini.

Con quel magico trionfo, si chiude l'epopea della Sala Borsa. Maggiori eventi premono, il basket è diventato grande e va a cercar casa adeguata. Ma quella bomboniera di via Ugo Bassi resterà indimenticabile. Ci vorranno vent'anni e un Tracuzzi moderno chiamato Dan Peterson per ricucire uno scudetto sulle maglie bianche con la Vu nera.