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Vent'anni dopo,
Sabatini vuole riaccendere le tv
di Walter Fuochi - La Repubblica -
22/10/2004
Sponsor fra i più storici dell'epopea
Virtus, addirittura il marchio più longevo tra i dodici che ne hanno
sorretto il secolare viaggio, la Sinudyne potrebbe tornare sulle maglie
bianconere, oltre vent'anni dopo l'ultima
apparizione, datata 1983. Fra Sabatini e l'azienda di
Ozzano si tratta da tempo, con lenti, progressivi spostamenti: non è l'unico
dialogo avviato, è una partita tuttora difficile, nemmeno confermata
ufficialmente, eppure è quella che il patron virtussino vuole portare in
fondo. Sinudyne è un nome che agita affetti e memorie nella sua platea e che
a lui salderebbe la cronaca con la storia, certificando una continuità:
brillerebbero meglio, spolverando antiche glorie, le prospettive di tempi
migliori. Dall'estate in poi, Sabatini e i suoi
uomini si sono seduti a molti tavoli, rialzandosi dopo copioni spesso
simili. Siamo la Virtus, detto da un lato del tavolo. Siete in A2, detto
dall'altro.
è dura trovare una
cifra, ma a 400 mila euro potrebbero incrociarsi i desideri, decrittando a
spanne l'unica frase che, fra i riserbi, Sabatini ha
affidato alle nuore-giornali, perché intendessero le suocere-aziende: «Non
svendo il nome Virtus». Poi, quanto sia mobile la sua linea del Piave lo
sanno in pochi. Di certo, lui e i manager dei televisori.
All'oggi, c'è poco altro. Per
il ritorno a casa, domenica contro Trapani, intascate tre vittorie su tre,
un euforizzante primato in classifica, suppergiù tremila abbonati e una
potenziale, folta clientela ai botteghini, la Virtus sarà ancora Carisbo: la
banca del salvataggio, che però non vede l'ora che
arrivino rinforzi. Aspettandoli, e aspettando che Sabatini tinga le aree d'argento,
come promette per onorare l'Italia di Atene,
iscrivendosi al partito di Pozzecco che ha criticato l'immobilismo
federale (partito di larga maggioranza, se Maifredi consente), si può
sfogliare l'album di famiglia. Che una sola volta,
nella storia bianconera, ha visto un marchio fare il bis: la Knorr giocò tre
stagioni negli anni '60 e altre cinque fra
'80 e '90, più fortunate. Di
tutte, il ricordo più nitido resta comunque inciso in una battuta della
concorrenza cittadina, la micidiale «Odio il brodo».
Prima delle tante storie di sponsor virtussini, viene una preistoria
chiamata Minganti. Sono gli anni '50 di Canna e
Calebotta, Borghi e Battilani, Tracuzzi è lo stratega d'un
paio di scudetti, finché arriva il magnifico
palasport (anno '56) e per vent'anni
di scudetti non se ne vedono più. La Virtus ne passa di tutti i colori.
Letteralmente: ha maglie gialle e calzoncini verdi quando gioca come Knorr,
maglia azzurra e luccicanti braghine di raso rosso quando diventa Candy. Il
bianco e nero lo impone Porelli, nel '69: e se
Peppino Fumagalli, il re della lavatrici, i sacri non-colori li rifiuta, si
può pure rompere, in amicizia, il contratto già sottoscritto. La Virtus fa
un anno come Virtus, farà una tribolata salvezza come Norda e troverà in
Sinudyne un'intesa di doppia legislatura: già a bordo
come soci nel club, Bruno Berti e Antonio Longhi che fanno televisori a
Ozzano («Colore stupore», qualcuno ricorda?) diventano sponsor. Saranno, con
10 anni, i più fedeli. E pure, con 3 scudetti, ampiamente rimborsati.
Dopo di loro, verrà il latte delle coop bianche e rosse, la Granarolo
Felsinea che fa canestro al primo colpo e vince con Bucci il titolo della
stella. Verrà Dietor, cioè Gazzoni: che era già stato presidente e sponsor
negli anni '60 (Idrolitina), e lancia il dolcificante
che gli varrà una poderosa risalita aziendale. Meno bene va il basket: né
Gamba né Cosic fanno sugo, l'88 finirà col sorpasso
dell'Aquila. E allora Porelli fa libro nuovo,
richiama Peterson come manager e assume Hill come coach, fa riqualificare
Richardson e, ripescando la Knorr, la storia del bianco e nero non deve
neanche spiegarla. Perché l'uomo Knorr, su un ideale
libro «Virtus e sponsor», potrebbe scriverci interi capitoli. Si chiama
Roberto Dorigo, è il top manager che, quando passerà in Ferrero, tornerà qui
a ballare col marchio Kinder nelle stagioni dell'impero.
Arrivando a sfiorare, di canone annuo, quei 4 miliardi che il basket non
rivedrà per un pezzo.
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