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IL DERBY

 

Un derby dei primi anni '70: Schull cerca di stoppare Albonico

 

Guelfi e Ghibellini del Duemila su una strada infinta come il derby

di Enrico Schiavina - tratto da "DERBY! Fortitudo-Virtus - Storia di una rivalità senza fine

 

Prima della pallacanestro ci erano riusciti solo gli antichi romani. C'è una cosa sola che spezza in due Bologna come il derby di basket: la via Emilia. Una linea retta che taglia in due la città in modo netto, come un'arancia: da una parte la collina, dall'altra la pianura. Ma non è una divisione in parti uguali - un po' più grande e popolata la metà sopra, un po' più ricca e verde quella sotto - come non lo è la divisione della città secondo credo cestistico.

Illustri osservatori della vita cittadina dicono che a Bologna ormai non si discute più di nulla, che tutto si è appiattito. Non fanno discutere la politica, l'economia, la cultura, la vita sociale. L'unica cosa che veramente divide la città, ormai, sarebbe la pallacanestro. Non sapremmo dire se veramente Bologna è così ferma in tutto il rsto, di certo sappiamo però che non è mai stata così ferocemente schierata dietro alle sue due squadre di basket.

E se la divisione forse non è una buona cosa, almeno il confronto, anche se acceso, talvolta aspro, è sicuramente un valore.

Per questo il derby di basket di Bologna è un grande patrimonio della città, un qualcosa che la fa discutere, fremere, soffrire, amare. Che la tiene viva, anche spezzandola in due, proprio come la via Emilia. "Dividere per unire" è il concetto che ricorre spesso quando i cittadini di Siena cercano di spiegare il significato del loro Palio: l'uno contro l'altro fino alla morte nei giorni della grande sfida, tutti assieme sotto i colori cittadini il resto dell'anno, con un senso civico che ha pochi confronti nel resto d'Italia.

Qualcosa di simile succede a Bologna, anche se è certamente fuori luogo e abusato il paragone derby-Palio che talvolta capita di sentire. Palio e derby sono diversissimi, ma qualcosa in comune ce l'hanno. Non tanto perché forgiano un fortissimo senso di appartenenza verso il proprio clan, e di conseguente avversione verso quello opposto, al punto di sperare prima nell'altrui sconfitta che nella propria vittoria: questo accade anche in altre rivalità sportive.

Sono uniche piuttosto le capacità di catalizzare l'attenzione di tutta una città verso una competizione di cui il resto d'Italia capisce poco - una corsa di cavalli in piazza, il gioco del basket - scatenando passioni violente e altrove quasi incomprensibili. E la conseguente convinzione che la propria festa, e più in generale la propria città, sia unica, sia la più bella del mondo. Credersi meglio degli altri in fondo non è peccato, se si lavora onestamente, e magari si finisce per esserlo veramente, migliori. Almeno in qualcosa. Che Bologna sia un'isola felice, da un punto di vista cestistico, non ci sono assolutamente dubbi: in nessun altro posto i bambini piccoli imparano prima il terzo tempo che lo stop di petto, appendono prima i poster di Myers o Danilovic di quelli di Baggio o Signori. Canestri in ogni condominio, squadre di tutti i livelli e per tutte le età, ovunque gente che gioca, o che allena, o che organizza, o che guarda giocare, testimoni attivi di un immenso amore per questo sport, più della solita, trita osservazione sul fatto che nei bar i-quotidiani-sono-sempre-piegati-alla-pagina-del-basket, peraltro verissima.

Isola felice la città, nella testa di chi viene da fuori, spesso lo è ancora. La recente campagna elettorale per il governo della città - o i fatti, a seconda di come la si vede - ha un po' lavato il cervello alla sua gente, convincendola di non essere più il Bengodi, ma una via di mezzo tra il Bronx e Calcutta, quanto a delinquenza, degrado e povertà. Anche se poi per i "forestieri" da noi si lavora, si mangia, ci si diverte, si vive meglio. Non sarà più la Bologna di una volta, come dicono gli anziani oggi, ma c'era chi diceva la stessa cosa negli anni '80 pensando ai '60, e chi lo diceva nei '70 rimpiangendo i '50... Il fatto è che non può più essere la Bologna di una volta, il mondo gira veloce e tutto cambia, deve cambiare. Persino a Palazzo d'Accursio la cui storica "presa" ci ha dimostrato che i bolognesi sono ancora capaci di litigare per la politica, di sfidarsi in una dura competizione (come un derby, finita all'ultimo tiro: 50,69 a 49,21 dopo un "supplementare") su campi diversi dalla pallacanestro.

Lungi da qui un tentativo di trovare accostamenti politici, o anche solo sociologici, alle due grandi matrone del basket bolognese. La politica non c'entra se Dio vuole, e non per disprezzo alla politica stessa, ma perché il derby è qualcosa di veramente trasversale, ed è bello per questo, quando propone contrasti stridenti nella vita quotidiana, tipo professore F contro studente V, capufficio V contro impiegato F, salumiere V contro casalinga F...

Ci hanno provato in tanti a mettere altri colori vicino al biancoblù (il rosso della Bologna più popolare, operaia e comunista) o al bianconero (il bianco della classe medio-alta ieri, l'azzurro di commercianti e professionisti oggi) ma sono abbinamenti che ormai non hanno nessun significato, se mai ne hanno avuto in passato.

Perché di contraddizioni a questo teorema se ne trovano a volontà: la Fortitudo ha radici fortemente cattoliche, in passato è stata molto vicina alla Dc, ed oggi è retta da mani capitaliste; mentre la Virtus, tradizionalmente laica, è stata in affari con l'imprenditoria rossa e le Coop, pesca nei ceti medi, era (è?) la favorita della classe dirigente di sinistra. Nel calderone delle contraddizioni politiche poi possiamo purtroppo metterci anche qualche spiacevole infiltrazione di estrema destra, in certe espressioni di tifo più crudo, da entrambe le parti, fortunatamente emarginate. Per quasi tre decenni VIrtus-Fortitudo ha voluto dire ricchi contro poveri, patrizi contro plebei, ma oggi moltissimi nuovi ricchi tengono alla F, mentre il tifo virtussino si è tolto parte di quella patina nobiliare che ha avuto per una vita, anche se le poltrone di prima fila a Casalecchio costano 4 milioni l'una, e la gente fa la fila per comprarle.

Impossibile tracciare l'identikit del virtussino e del fortitudino medio del Duemila. Alla Virtus spesso ci si avvicina per tradizione familiare, perché qualcuno ti presta una tessera, anche se grazie agli spazi di Casalecchio sono finiti i tempi nei quali i non abbonati non entravano praticamente mai, e le liste d'attesa duravano anni.

Un'epoca nella quale accadeva spesso che chi veniva respinto andava a vedere la Fortitudo, dove il posto si trovava sempre, e ne rimaneva avvinghiato, anche se non è questa la genesi tipica del tifoso blù. Piuttosto, negli anni '70 e '80 si diventava fortitudini per spirito di contraddizione ("ribellione" ci sembra un termine eccessivo), per non seguire la massa, e perché a certuni nello sport viene spontaneo schierarsi con i più deboli.

Vale anche il discorso contrario, ovviamente:nelle (poche) stagioni di predominio fortitudino sul campo, i bastian contrari neutrali finivano per simpatizzare Virtus.

Ma nel derby, come nel resto del mondo, l'omologazione avanza, la globalizzazione incombe.

E le due Nazioni, così diverse per storia e ideologia, oggi sono vicinissime per organizzazione, solidità economica, obiettivi: un occhio all'Europa, l'altro ai cuginastri, ma prima di tutto professionalità.

Vale anche per i tifosi, non solo per le società. Loro spesso non lo sanno, ma ormai si somigliano moltissimo, a parte alcune eccezioni ancora valide (la Fossa, il parterre Virtus, sono ancora quelli di una volta) e si stanno venendo incontro a una velocità sorprendente. GLi uni acquisiscono i pregi (calore, colore e ironia biancoclù, compostezza bianconera) e i difetti (irosità e vittimismo biancoblù,snobismo, atteggiamenti alla andiamo-via-prima-che-sennò-becchiamo-il-traffico bianconeri) degli altri.

Il pubblico fortitudino si è virtussinizzato, quello virtussino si è fortitudinizzato, su questo non ci sono dubbi. Un processo di osmosi ben simboleggiato dai due uomini-faro, le guide materiali e spirituali dei due schieramenti. Alfredo Cazzola, dalla Bolognina all'impero-MotorShow, self made man ruspante e battagliero, sempre pronto a sfidare il mondo nell'interesse dei suoi colori: in poche parole, un fortitudino perfetto. E Giorgio Seragnoli, famiglia potentissima, tycoon dell'industria e della finanza che può comprarsi tutto, senza limite di spesa: il prototipo del presidente virtussino. Accanto a lui il presidente degli industriali, Volta, e adesso persino un petroliere libico, che ha fatto mettere una doppia V (lettera che nell'alfabeto di Pellacani era stata soppressa) vicino al sacro simbolo della F scudata. Non c'è niente da fare, il mondo cambia.

Per i notabili della città, per le camicie di sartoria con iniziali ricamate, resta comunque il parterre Virtus il luogo più in della Città del Basket; la costosissima tessera che hanno in tasca dà loro diritto di mostrare l'abbronzatura e insultare pesantemente gli arbitri ad ogni chiamata contraria, o magari sventolare banconote da centomila - almeno quattro o cinque, se no si fa la figura dei pidocchiosi - sotto il naso dei direttori di gara, sempre e comunque comprati da Seragnoli. In questo, i fortitudini da parterre sono lievemente diversi: anche loro sfilano sorridenti prima della partita, indossando abiti casual ma all'ultima moda con studiata nonchalance, poi, quando le cose si mettono male, agli arbitri (ovviamente istruiti da Cazzola) vorrebbero saltare direttamente al collo, e qualche volta serve la polizia per impedire che lo facciano davvero.

... omissis (si parla della Fossa dei Leoni) ...

Tutti gli altri hanno bisogno di essere guidati, così come i virtussini per sostenere la squadra hanno bisogno di essere trascinati dalle trombe dell'orchestra, mai viceversa. Ma è soprattutto a questo esercito di gente normale, di una parte e dell'altra, che deve dire grazie il basket: sono loro che hanno costruito il mito di "Basket City". Grazie alla loro perseveranza negli anni, alla loro passione per il gioco, al loro presenzialismo, fedeltà ai colori, o qualsiasi cosa sia che li spinge a cadenza settimanale o persino bisettimanale a prendere posto sulla solita poltroncina.

Non importa se qualche volta le partite sono brutte, o senza storia fin dal primo minuto: loro ci sono sempre. E ogni estate, anno dopo anno, ce ne sono circa 10.000 disciplinatamente pronti a versare in anticipo sui conti correnti dei due club i soldi che giustificano la costruzione di due delle squadre più forti d'Europa nella stessa città.

Tra abbonamenti e biglietti le due bolognesi fatturano quasi come tutto il resto del basket italiano messo assieme, ma oltre agli incassi del botteghino (nel 1998/99, sommando le due società, 10.582 abbonati, quasi 400.000 presenze, oltre 20 miliardi in incassi) c'è un flusso indiretto meno evidente, ma non meno importante. A Bologna il basket fa vendere magliette e cappellini, quotidiani e riviste specializzate, panini e caffè, mantiene aperti due negozi di gadget monotematici (F e V in tutte le salse) in pieno centro, fa lavorare decine di persone per i due staff societari, giocatori e procuratori - quelli che si arricchiscono di più -  ma anche maschere, parcheggiatori, baristi, agenzie viaggi, fino alle pizzerie e ai pub del dopopartita... Un fiume di denaro indotto, che crea occupazione per un bel po' di famiglie, bolognesi e non, visto che una parte finisce fuori città con le trasferte, ormai spesso anche fuori Italia.

Tutto questo grazie al basket, o meglio grazie a quella incredibile passione-fedeltà di cui sopra,figlia della tradizione, certo, ma vigorosamente corroborata dalla rivalità. Per fare Basket City servono l'una e l'latra, la cultura cestistica e la rivalità F-V: non ci fosse questo dualismo, non ci sarebbe nemmeno il resto.

Diciamolo: alla Fortitudo serve la Virtus, alla Virtus serve la Fortitudo. è la competitività, il senso del campanile coniugato alla storia, che negli anni ha continuamente spronato l'una a far meglio dell'altra. Da sempre, per la gente di via San Felice la Virtus è una specie di balena bianca (... e nera), il grande nemico inseguito da una vita, l'obiettivo di tutti gli sforzi, perennemente, ottusamente nel mirino. In Virtus forse non è sempre stato così, quando la Fortitudo era povera la si guardava freddamente come una vicina antipatica più che una rivale, ma la sua crescita e la sua aggressività hanno alimentato un'avversione di rimando non meno profonda, non meno accanita.

Interpretando bene i sogni del fortitudino medio, Seragnoli fin dall'inizio della sua gestione spiegava che tutti quei soldi non li spendeva per diventare il numero uno d'Italia, o il numero uno in Europa, ma solo perché voleva essere il numero uno a Bologna. Per un po' c'è anche riuscito, ma Cazzola, competitivo come pochi, dalla sfida che gli veniva dai vicini di casa ha saputo trarre la spinta per costruire la Virtus più vincente di sempre, quella del 24 aprile e 31 maggio 1998. Così si è arrivati alla corsa agli armamenti di fine anni Novanta, alle due superpotenze contrapposte capaci di saccheggiare l'intero basket italiano pur di non perdere colpi nella folle guerra cittadina. Al punto da inimicarsi tutto il resto d'Italia, da sentirsi accusate di aver rovinato il campionato con la troppa bolognesizzazione, e tutto per una sciocca lite di cortile.

Fini pensatori da un po' di tempo ammoniscono le due contendenti a smetterla di ragionare in termini così provinciali, ci spiegano che esiste un mondo anche al di fuori dei confini di Bologna, e persino in città qualcuno se ne è convinto... Così quando sul tabellone luminoso del palazzo passano i risultati dagli altri campi e "loro" hanno perso, il boato di esultanza si continua a sentire, forte e spontaneo, ma prima ci si preoccupa dei "nostri". Se poi a "loro" è andata male, tanto meglio...

Per tutte e due ormai conta solo vincere, scudetti, coppe, qualsiasi cosa, altrimenti la stagione è un fallimento, indipendentemente da com'è andata ai cugini. E il derby non è solo la sfida diretta, ma il confronto di quel che rimane nelle due reti alla fine della stagione: io ho vinto una coppetta, tu una coppina, qual'è la più bella?

Questi Guelfi e Ghibellini del ventesimo secolo (e presto del ventunesimo) sono gli unici in Italia, forse al mondo, ad aver scelto il basket come terreno di confronto. Nello sport italiano di derby veri, capaci di spaccare letteralmente in due una città, ce ne sono solo quattro: quelli di calcio, Roma-Lazio, Milan-Inter, Toro-Juve, Genoa-Samp.

Gli altri sono surrogati di derby, sono solo rivalità fra città vicine che magari corrono per lo stesso obiettivo, ma non durano nel tempo (ricordate i rancori di Bologna-Cesena nel calcio? Oggi chi ci pensa più?...) e non sono degni della parolina magica - derby - usata ed abusata nelle cronache sportive.

Nel basket è esistito un solo altro derby, vero e sanguigno come quello bolognese: quello di Livorno, ma è sparito con una insana fusione nel 1991. Ci sono stati derby a Milano e Roma, ma facevano ridere, ce ne sono di sentiti in altri sport, ma niente di paragonabile. In America ci sono molte, storiche rivalità del basket-college, bellissime e antiche, ma figlie di un'altra cultura, che non c'entra col campanile. Restando al basket, ci sono derby infuocati e di altissimo livello tecnico a Atene e Istanbul, ma quelle sono grandissime città e le squadre ne rappresentano una porzione, un quartiere.

Il derby di Bologna invece è unico anche perché non divide la città in zone, ma arriva dappertutto con entrambi i partiti: in ogni casa, in ogni scuola, in ogni ufficio c'è la V e c'è la F. Sì, una volta esisteva un "Rione Fortitudo", quello attorno alla vecchia sede di via San Felice, e una teoria (mai provata) vuole che tutta la parte ovest della città, da via Saffi a Santa Viola a Borgo Panigale, tenda verso il biancoblù. Indimostrabile, come l'impressione che sia invece la parte nord, da via Milazzo all'Arcoveggio passando per la Bolognina cara a Cazzola, il territorio più bianconero. In realtà oggi la V e la F sono distribuite ovunque: in centro, in periferia e anche in provincia, sia la metà di collina che la metà di pianura, dove la febbre è più recente, ma non meno forte.

Pianura-collina, colina-pianura. Virtus-Fortitudo, Fortitudo-Virtus. Per dividere (e unire) le prime, c'è voluta la via Emilia, tracciata dal console Marco Emilio Lepido nel II secolo avanti Cristo e resistita per più di due millenni quasi identica, solo ingrandita e ammodernata, ma mai modificata nella sua idea originale, quella di correre fino al Mare.

Per dividere (e unire) le secondo è stato inventato il derby, anche lui è diventato sempre più grande, importante, ricco, ma rimasto immutato nello spirito.

Durerà come la via Emilia, altri duemila anni? Vorremmo poterlo verificare, vivendoli tutti a Bologna.

 

Danilovic-Myers: l'essenza stessa dei derby degli anni '90

 

Il salto del fosso

 

Sono moltissimi i giocatori che hanno indossato le maglie di entrambe le attuali squadre di serie A di Bologna, senza contare anche quelli dei tempi del Gira (fra quest'ultimi ricordo Negroni, Rapini, Ranuzzi, Canna, Battilani, Lucev, Bonaga nonché i coach Larry Strong e Ettore Zuccheri fra i nomi più fulgidi). Fra i motivi principali vi era il gradimento della stessa città nella quale si era già giocato e che quindi si conosceva (anche se questo valeva soprattutto fino ai primi anni '70) mentre nel tempo prese sempre più importanza l'aspetto economico e quando la Fortitudo ha cominciato a rivaleggiare per capacità di spesa con la Virtus, i derby si svolgevano anche d'estate, fra i presidenti che rivaleggiavano a colpi di acquisti di giocatori. Per molti si è trattato di un normale passaggio da una squadra ad un'altra, alcuni invece furono vissuti come dei veri e propri tradimenti: forse i più sofferti sono stati quelli di Frosini dalla Fortitudo alla Virtus e quelli di Lombardi e Belinelli nel senso inverso. Segue un elenco di coloro che hanno militato sia in Virtus che in Fortitudo:

 

Stefano Attruia

Sani Becirovic

Marco Belinelli

Loris Benelli

Gianni Bertolotti

David Bluthenthal

Marco Bonamico

Alberto Bucci

Carlo Caglieris

Roberto Casoli

Roberto Chiacig

John Douglas

Mauro Di Vincenzo

Vittorio Ferracini

Maurizio Ferro

Alessandro Frosini

Germano Gambini

A.J. Guyton

Marko Jaric

Dado Lombardi

Walter Magnifico

Emilio Marcheselli

Morris Masetti

Marco Milic

Paolo Moretti

Eric Murdock

Aza Nikolic

Giusto Pellanera

Stefano Pillastrini

Daniel O'Sullivan

Corrado Pellanera

Sardagna

Zoran Savic

Matjaz Smodis

Marcel Starks

Piero Valenti

 

 

IL DERBY per eccellenza, almeno per noi

 

 

  V F
n. stagione competizione in casa p. in trasferta p 59 44 scarto
1 1966/67 stagione regolare Fortitudo Cassera 66 Virtus Candy 73 1 +7
2 1966/67 stagione regolare Virtus Candy 63 Fortitudo Cassera 78 1 -15
3 1967/68 stagione regolare Virtus Candy 69 Fortitudo Eldorado 57 1 +12
4 1967/68 stagione regolare Fortitudo Eldorado 78 Virtus Candy 68 1 -10
5 1968/69 stagione regolare Fortitudo Eldorado 86 Virtus Candy 65 1 -21
6 1968/69 stagione regolare Virtus Candy 62 Fortitudo Eldorado 66 1 -4
7 1969/70 stagione regolare Fortitudo Eldorado 67 Virtus 64 1 -3
8 1969/70 stagione regolare Virtus 71 Fortitudo Eldorado 70 1 +1
9 1070/71 stagione regolare Virus Norda 53 Fortitudo Eldorado 71 1 -18
10 1070/71 stagione regolare Fortitudo Eldorado 83 Virtus Norda 60 1 -23
11 1971/72 stagione regolare Fortitudo Eldorado 73 Virtus Norda 78 1 +5
12 1971/72 stagione regolare Virtus Norda 59 Fortitudo Eldorado 61 1 -2
13 1972/73 stagione regolare Virtus Norda 75 Fortitudo Alco 68 1 +7
14 1972/73 stagione regolare Fortitudo Alco 58 Virtus Norda 71 1 +13
15 1972/73 stagione regolare Fortitudo Alco 67 Virtus Norda 61 1 -6
16 1973/74 stagione regolare Fortitudo Alco 65 Virtus Sinudyne 73 1 +8
17 1973/74 stagione regolare Virtus Sinudyne 62 Fortitudo Alco 60 1 +2
18 1974/75 stagione regolare Fortitudo Alco 66 Virtus Sinudyne 91 1 +25
19 1974/75 stagione regolare Virtus Sinudyne 67 Fortitudo Alco 83 1 -16
20 1975/76 poule scudetto Virtus Sinudyne 88 Fortitudo Alco 71 1 +17
21 1975/76 poule scudetto Fortitudo Alco 81 Virtus Sinudyne 84 dts 1 +3
22 1976/77 stagione regolare Virtus Sinudyne 89 Fortitudo Alco 80 1 +9
23 1976/77 stagione regolare Fortitudo Alco 77 Virtus Sinudyne 82 1 +5
24 1977/78 stagione regolare Fortitudo Alco 82 Virtus Sinudyne 84 1 +2
25 1977/78 stagione regolare Virtus Sinudyne 88 Fortitudo Alco 83 1 +5
26 1978/79 stagione regolare Virtus Sinudyne 79 Fortitudo Mercury 77 1 +2
27 1978/79 stagione regolare Fortitudo Mercury 68 Virtus Sinudyne 79 1 +11
28 1980/81 stagione regolare Fortitudo I&B 100 Virtus Sinudyne 102 dts 1 +2
29 1980/81 stagione regolare Virtus Sinudyne 101 Fortitudo I&B 107 dts 1 -6
30 1981/82 stagione regolare Fortitudo Latte Sole 79 Virtus Sinudyne 81 1 +2
31 1981/82 stagione regolare Virtus Sinudyne 85 Fortitudo Latte Sole 96 1 -11
32 1981/82 fase a orologio Virtus Sinudyne 92 Fortitudo Latte Sole 71 1 +21
33 1982/83 stagione regolare Fortitudo Latte Sole 93 Virtus Sinudyne 95 1 +2
34 1982/83 stagione regolare Virtus Sinudyne 97 Fortitudo Latte Sole 85 1 +12
35 1983/84 Coppa Italia Fortitudo Yoga 79 Virtus Granarolo 99 1 +20
36 1983/84 Coppa Italia Virtus Granarolo 92 Fortitudo Yoga 76 1 +16
37 1984/85 stagione regolare Fortitudo Yoga 78 Virtus Granarolo 85 1 +7
38 1984/85 stagione regolare Virtus Granarolo 89 Fortitudo Yoga 79 1 +10
39 1985/86 Coppa Italia Fortitudo Yoga 69 Virtus Granarolo 58 1 -11
40 1985/86 Coppa Italia Virtus Granarolo 91 Fortitudo Yoga 64 1 +27
41 1986/87 Coppa Italia Virtus Dietor 82 Fortitudo Yoga 67 1 +15
42 1986/87 stagione regolare Virtus Dietor 82 Fortitudo Yoga 83 1 -1
43 1986/87 stagione regolare Fortitudo Yoga 85 Virtus Dietor 108 1 +23
44 1987/88 Coppa Italia Virtus Dietor 82 Fortitudo Yoga 78 1 +4
45 1987/88 ottavi play-off Virtus Dietor 75 Fortitudo Yoga 85 1 -10
46 1987/88 ottavi play-off Fortitudo Yoga 77 Virtus Dietor 70 1 -7
47 1988/89 stagione regolare Fortitudo Arimo 83 Virtus Knorr 100 1 +17
48 1988/89 stagione regolare Virtus Knorr 70 Fortitudo Arimo 102 1 -32
49 1989/90 stagione regolare Fortitudo Arimo 67 Virtus Knorr 77 1 +10
50 1989/90 stagione regolare Virtus Knorr 78 Fortitudo Arimo 90 1 -12
51 1993/94 Coppa Italia Fortitudo 81 Virtus Buckler 83 1 +2
52 1993/94 Coppa Italia Virtus Buckler 101 Fortitudo 60 1 +41
53 1993/94 stagione regolare Fortitudo 72 Virtus Buckler 75 1 +3
54 1993/94 stagione regolare Virtus Buckler 78 Fortitudo Filodoro 70 1 +8
55 1994/95 stagione regolare Virtus Buckler 85 Fortitudo Filodoro 81 1 +4
56 1994/95 stagione regolare Fortitudo Filodoro 84 Virtus Buckler 83 1 -1
57 1994/95 fase a orologio Virtus Buckler 82 Fortitudo Filodoro 70 1 +12
58 1995/96 stagione regolare Virtus Buckler 76 Fortitudo Teamsystem 73 1 +3
59 1995/96 stagione regolare Fortitudo Teamsystem 82 Virtus Buckler 71 1 -11
60 1995/96 fase a orologio Fortitudo Teamsystem 87 Virtus Buckler 71 1 -16
61 1996/97 stagione regolare Fortitudo Teamsystem 80 Virtus Kinder 63 1 -17
62 1996/97 stagione regolare Virtus Kinder 63 Fortitudo Teamsystem 67 1 -4
63 1996/97 play-off (semifinali) Fortitudo Teamsystem 71 Virtus Kinder 62 1 -9
64 1996/97 play-off (semifinali) Virtus Kinder 62 Fortitudo Teamsystem 75 1 -13
65 1996/97 play-off (semifinali) Fortitudo Teamsystem 95 Virtus Kinder 80 1 -15
66 1997/98 stagione regolare Virtus Kinder 78 Fortitudo Teamsystem 77 1 +1
67 1997/98 Coppa Italia Fortitudo Teamsystem 73 Virtus Kinder 64 1 -9
68 1997/98 stagione regolare Fortitudo Teamsystem 71 Virtus Kinder 69 1 -2
69 1997/98 eurolega (quarti) Virtus Kinder 64 Fortitudo Teamsystem 52 1 +12
70 1997/98 eurolega (quarti) Fortitudo Teamsystem 56 Virtus Kinder 58 1 +2
71 1997/98 play-off (finale) Virtus Kinder 80 Fortitudo Teamsystem 81 1 -1
72 1997/98 play-off (finale) Fortitudo Teamsystem 76 Virtus Kinder 78 1 +2
73 1997/98 play-off (finale) Virtus Kinder 69 Fortitudo Teamsystem 76 1 -7
74 1997/98 play-off (finale) Fortitudo Teamsystem 57 Virtus Kinder 59 1 +2
75 1997/98 play-off (finale) Virtus Kinder 86 Fortitudo Teamsystem 77 dts 1 +9
76 1998/99 Supercoppa Virtus Kinder 59 Fortitudo Teamsystem 66 1 -7
77 1998/99 stagione regolare Fortitudo Teamsystem 57 Virtus Kinder 56 1 -1
78 1998/99 Eurolega (girone) Virtus Kinder 72 Fortitudo Teamsystem 74 dts 1 -2
79 1998/99 stagione regolare Virtus Kinder 74 Fortitudo Teamsystem 87 1 -13
80 1998/99 Eurolega (girone) Fortitudo Teamsystem 67 Virtus Kinder 65 1 -2
81 1998/99 Eurolega (semifinale) Virtus Kinder 62 Fortitudo Teamsystem 57 1 +5
82 1999/00 stagione regolare Fortitudo Paf 72 Virtus Kinder 56 1 -16
83 1999/00 stagione regolare Virtus Kinder 66 Fortitudo Paf 74 1 -8
84 2000/01 stagione regolare Virtus Kinder 99 Fortitudo Paf 62 1 +37
85 2000/01 stagione regolare Fortitudo Paf 71 Virtus Kinder 66 1 +5
86 2000/01 Eurolega Virtus Kinder 103 Fortitudo Paf 76 1 +27
87 2000/01 Eurolega Virtus Kinder 92 Fortitudo Paf 84 1 +8
88 2000/01 Eurolega Fortitudo Paf 70 Virtus Kinder 74 1 +4
89 2000/01 play-off (finale) Virtus Kinder 86 Fortitudo Paf 81 1 +5
90 2000/01 play-off (finale) Fortitudo Paf 71 Virtus Kinder 77 1 +6
91 2000/01 play-off (finale) Virtus Kinder 83 Fortitudo Paf 79 1 +4
92 2001/02 stagione regolare Fortitudo Skipper 80 Virtus Kinder 79 1 -1
93 2001/02 stagione regolare Virtus Kinder 94 Fortitudo Skipper 63 1 +31
94 2002/03 stagione regolare Fortitudo Skipper 80 Virtus 71 1 +9
95 2002/03 stagione regolare Virtus 70 Fortitudo Skipper 82 1 -12
96 2005/06 stagione regolare Fortitudo Climamio 93 Vidivici Bologna 81 1 -12
97 2005/06 stagione regolare Vidivici Bologna 84 Fortitudo Climamio 86 1 -2
98 2006/07 stagione regolare Vidivici Bologna 64 Fortitudo Climamio 60 1 +4
99 2006/07 stagione regolare Fortitudo Climamio 81 Vidivici Bologna 92 1 +11
100 2007/08 stagione regolare Fortitudo Upim 80 Virtus La Fortezza 63 1 -17
101 2007/08 stagione regolare Virtus La Fortezza 92 Fortitudo Upim 95 dts 1 -3
102 2008/09 stagione regolare Virtus La Fortezza 93 Fortitudo Gmac 67 1 +26
103 2008/09 stagine regolare Fortitudo Gmac 74 Virtus La Fortezza 75 1 +1

 

 

SORRISI E GIARDINI

di Enrico Schiavina - Superbasket summer edition 2009

 

Non è una summer league. Non è una passerella per vip o semivip. Non è un'occazione di far vacanza a sbafo come certi eventi fuori stagione. Quello dei Giardini Margherita è solo un torneo estivo. Senza grandi pretese, nato solo per far giocare all'aperto giocatori di tutti i tipi, per lo più delle serie minori, e passare qualche serata di basket all'aria aperta, per sfuggire all'afa. Ma non è un torneo qualunque. è il più antico d'Italia - quest'anno si è giocata la 28esima edizione - e la sua collocazione gli conferisce un prestigio che va molto oltre la sua semplicità. Nel cuore del parco pubblico che sta nel cuore di Bologna, il campetto dei Giardini Margherita ha un fondo in cemento grezzo, vecchi tabelloni di plastica, ferri che paiono sbilenchi e retine sdrucite dall'uso quotidiano dei tantissimi frequentatori. Anche se ogni tanto lo rimettono a nuovo, il suo fascino sta proprio in queste condizioni precarie: è il campo di battaglia di sfide infinite nelle quali giocatori sconosciuti talvolta mettono in difficoltà il grande nome. Si gioca a cavallo tra giugno e luglio, il torneo ufficialmente si chiamerebbe "Playground" ma tutti più semplicemente parlano dei "Giardini". E il mix tra giocatori dilettanti e pro di passaggio spesso fa detonare casi limite: in quasi trent'anno ne sono successe di tutti i colori tra situazioni imbarazzanti, momenti tecnicamente suggestivi, provocatori, anche commoventi. QUella che segue è solo una selezione tra un mare di aneddoti.

 

RICHARDSON - Il grande Sugar ha giocato più volte ai Giardini. Anche se in età avanzata, quando comunque era ancora popolarissimo, specie a Bologna. Contro di lui nasce la leggenda di un giovanissimo Matteo Soragna, cui tutti urlano una specie di tormentone: "Minaccialo!". Era una specie di parola in codice, inventata da Alessandro Gemelli (dirigente di banca e coach nelle minori, ma uno dei tanti piccoli ras dei Giardini), che in realtà presupponeva che Soragna attaccasse il più possibile Richardson per farlo stancare. Tanto lui, Micheal Ray, l'italiano non lo capiva. Diventò una belva, invece, quando subì l'onta di una plateale stoppata, evidentemente una grave mancanza di rispetto nel suo codice d'onore cestistico. A stoppare Richardson fu il carneade Paolo Zanardi, giovanili Fortitudo, mai visto più in alto della C1.

 

MIKE BROWN - Di gente che in Nba c'è stata anni prima, o ci sarebbe andata anni dopo. ai Giardini ne è passata tanta. Diverso il caso di Mike Brown, che ci ha giocato nel bel mezzo della sua carriera Nba, nove anni e una finale di conferenze con gli Utah Jazz. Dai tempi di una militanza a Desio rimasto amico di Claudio Crippa, a sua volta amico di Emilio Marcheselli, che lo porta ai Giardini. "Per la prossima partita posso portare un amico?" chiede cortesemente Crippa ai suoi ospiti bolognesi, sentendosi rispondere di sì, ma a patto che non sia un rompiscatole... Qualche giorno dopo Crippa si presenta con una montagna di muscoli nera che quasi non entra tutta nella sua auto... Di Mike Brown si racconta una terrificante schiacciata sulla testa del povero "Banana" Gualandi, e lunghi dopopartita a tavola (da sempre, il locale di riferimento è il Mulino Bruciato) a raccontare storia di Nba, in un discreto italiano, a una platea rapita. Ma la sua squadra non vincerà quell'edizione del torneo.

 

BONI - Nel 1994 Mario Boni è sulla bocca di tutti. Capocannoniere di Serie A a 30 e passa di media, ma fermo da gennaio per il caso doping. Dopo una deludente esperienza nella CBA, Supermario ha una gran voglia di giocare. Lo porta a Bologna il suo amicone Giacomo Zatti, un habitué dei Giardini. C'è grande attesa per vederlo in campo, i giornali hanno pompato a dovere l'evento, ma gli arbitri hanno qualcosa da ridire: "è squalificato, non può giocare" dicono. La gara non inizia, il pubblico (in molti erano venuti per vedere il top-scorer di A1 di nuovo in azione) rumoreggia. La replica degli organizzatori è che gli arbitri li manda sì la FIP, ma il torneo non è sotto egida federale, quindi può giocare chiunque. Lunghe discussioni, alla fine prevale il buonsenso. Boni gioca, e crivella il canestro, come al solito.

 

NICCOLAI - Pare che le cose siano andate così: qualcuno chiama Mario Boni per chiedergli di giocare ai Giardini, ma quel giorno lui si sta per sposare. "Non posso venire, ma qui c'è un mio amico, te lo passo" dice Mario. Il telefono passa di mano: "Mi chiamo Andrea, se mi volete vengo". è Andrea Niccolai, fresco di passaggio da Montecatini a Roma per circa 12 miliardi di lire. Ovviamente, nessuno nella capitale sa che il loro preziosissimo acquisto sta rischiando caviglie e ginocchia su un campetto d'asfalto, ma il caso vuole che quella sera dai Giardini passi Piero Parisini, dirigente della Virtus Roma. "Non ci crederai, ma ero a Bologna e degli amici mi hanno invitato a fare due tiri, poi sono arrivati gli altri giocatori, e tutta questa gente, non sapevo ci fosse un torneo..." è il goffo tentativo di giustificarsi di Niccolai, poco prima che inizi la partita. Parisini capisce tutto, ma è di larghe vedute, chiude tutti e due gli occhi, lascia che il Nick produca il suo show: 45 punti e vittoria del titolo.

 

SCARONE E FOIERA - 38 punti in una serata di magie a ripetizione, c'è la firma di un esplosivo German Scarone su quella che molti ricordano come una della più belle finali di sempre. è l'edizione del 1995, una sera passa per i Giardini Margherita anche PJ Carlesimo, e pare resti molto colpito dalla prestazione di un giovane Francesco Foiera. Il quale gioca di nascosto, senza il permesso del suo club di appartenenza, facendosi chiamare solo "Charlie", soprannome che gli è rimasto appiccicato addosso per sempre.

 

MESSINA - L'estate del 2002 è quella dell'addio a Bologna del coach che ha fatto la storia recente della Virtus. Ai ferri corti con la proprietà Madrigali, che Messina andrà via lo sanno tutti, ma non c'è stata l'occasione per un abbraccio al pubblico bianconero. Si decide di farlo ai Giardini, non c'è tempo per lanciare l'evento sui media, ma è sufficiente il tam-tam tra i tifosi. Mai vista tanta gente attorno al campetto, a occhio sono tremila persone, aggrappate ovunque per ascoltare le sue poche parole di ringraziamento. Quasi commosso, Ettore. Non più virtussino, mai così virtussino.

 

PELLACANI - "Black Nino" ha vinto tre volte i Giardini. Negli anni '90,da giocatore-organizzatore della squadra dell'Accademia delle Belle Arti, la sua alma mater. Ne va quasi più orgoglioso che dello scudetto vinto con la Benetton del '92. Portava con sé fior di giocatori di serie A dell'epoca da Stefano Vidili a Carlo Della Valle, da Piero Montecchi a Claudio Pol Bodetto. Le società spesso non davano la liberatoria per giocare sul cemento, ma lui convinceva tutti ugualmente, magari sostenendo il peso di un'assicurazione apposita. Oggi, con i giocatori pro, accade di rado. Con l'Accademia ha giocato anche Fabio De Luigi, oggi comico di successo.

 

BONORA/1 - Davide Bonora ha vinto di tutto, tra Virtus, Benetton e Nazionale: scudetti, coppe, Europei. Ma non ha mai vinto ai Giardini. Ha avuto il premio di miglior giovane del torneo, da cadetto della Virtus, ma da giocatore affermato ha dovuto incassare sconfitte e umiliazioni personali. Ricorda benissimo "avversari che mi sono passati sopra, come Bruno Cané o Paolo Nerozzi". Sono nomi che non dicono nulla a chi non conosce il folto sottobosco bolognese, ma rappresentano l'esempio del classico giocatore da campetto. Ce ne sarebbero tanti altri, che hanno fatto la storia del torneo senza essere mai emersi nel basket "vero". L'identikit: scaltro, rapace,molto motivato (specie contro gli avversari famosi, che al contrario non spingono mai al massimo), non teme impatti e cadute sul cemento e soprattutto conosce bene i tabelloni, che rispondono molto meno di quelli regolamentari. La "tabellata", il tiro di sponda anche da lontano, ai Giardini paga sempre.

 

BONORA/2 - Il volto di Alessandro "Jack" Bonora è piuttosto noto a Bologna: presentatore-giornalista del mondo delle tv locali, per 13 estati consecutive si è prestato a fare da allenatore-macchietta ai Giardini. Ma dopo 13 anni di attesa, ala sua grande notte è arrivata. Nel 2008, ha vinto finalmente il torneo, con una squadra sponsorizzata da un suo programma tv e circondata da un nugolo di avvenenti groupies... Una squadra imbottita di esperti giocatori di B1 ha fatto il sua capolavoro in semifinale, battendo i campioni uscenti che schieravano addirittura due nazionali, Stefano Mancinelli e Daniel Hackett, sconfitti di 1 punto da una folgorante tripla di tabellone da nove metri in tuffo di Daniele Casadei. Nel 2009 Bonora ha poi mancato l'intero torneo (era Las Vegas per i campionati mondiali di poker, l'altra sua passione...) ma è tornato in tempo per la finale, vincendola. Ora è imbattuto da due stagioni.

 

SESSO - Anni fa fece scalpore la comparsa dello sponsor Hatù, che a tutte le serate era presente con una specie di uomo-sandwich travestito da gigantesco profilattico e regalava ai passanti campioni del prodotto che reclamizzava. Niente rispetto alla recente comparsata di Maurizia Paradiso, testimonial di un sito piccante sponsor di una squadra. L'ex pornostar, dopo aver a lungo urlato ai suoi che in caso di vittoria li avrebbe premiati tutti con una - diciamo così - prestazione particolare, si è denudata ed ha fatto invasione di campo saltando addosso agli esterefatti giocatori (c'è il video su youtube).

 

FOSSA - Quella dei Leoni, naturalmente. Per alcuni anni ha iscritto una sua squadra, reclutando per lo più fortitudini ed ex fortitudini, convinti a giocare per amor di bandiera e qualche birra. Le loro partite erano diventate degli happening: tamburi, bandiere, fumogeni, tifo da stadio, di solito accompagnati da abbondanti grigliate nel prato adiacente il campo. Lo spirito della Fossa ha seriamente contribuito a rilanciare l'attenzione verso un torneo che aveva mostrato un po' la corda. Poi alcuni suoi elementi hanno rovinato tutto scatenando una gigantesca rissa durante la finale del 2007 per la quale è servito l'intervento della polizia (i responsabili del gruppo si sono poi autosqualificati dal torneo a tempo indeterminato). Con la Fossa tra gli altri hanno giocato anche Gek Galanda (prima volta di un capitano della Nazionale ai Giardini) e Dan Gay (26 rimbalzi per lui, record) assieme al figlio Louis.

 

RISSE - Quella della Fossa è stata solo la più famosa, ma non è certo stta la prima né l'ultima di una lunga serie di risse e gazzarre varie. Tra cazzotti, partite sospese e bottiglia lanciate in campo il campionario è vario: l'agonismo ai Giardini non manca mai. Ancora Micheal Ray Richardson protagonista, negli anni 90, quando rispose a insulti e cori offensivi piovuti dalle tribunette prima dedicando una serie di tiri liberi tirati dal basso (e tutti insaccati), poi lanciando un bacio alla panchina avversaria, che ricordò quello famoso a Valerio Bianchini di una finale di Coppa Italia. Da lì scintille, contatti,l espulsioni a raffica.

Un'altra volta Fabrizio Bertolini (presenze in A nella Fortitudo e a Treviso) trovò da dire con uno spettatore che gli aveva urlato qualcosa. Fermò il gioco, andò a cercare lo spettatore, gli disse il suo nome, cognome, indirizzo e numero di telefono. Poi aggiunse: "Se non mi trovi, sono al bar". E riprese a giocare.

 

LAMMA - Davide Lamma è stato uno dei più affezionati frequentatori del torneo. Non voleva mancarlo per nessun motivo al mondo. Nell'estate 2003 Lamma è in Nazionale A, e Recalcati gli raccomanda di non giocare sul pericoloso cemento dei Giardini. "Certo, farò solo atto di presenza, per salutare gli amici" risponde il play bolognese. Mentendo: Davide gioca, anzi resta in campo38 minuti... E Recalcati lo scopre dai giornali. Al successivo raduno il CT gli fa una lavata di capo, ma poi lo perdona e lo convoca per gli Europei di Svezia (risulterà importante contro la Francia nella finale per il bronzo, che ci diede il pass per le Olimpiadi). Lamma giocherà ancora ai Giardini, per la squadra della Fossa. E proprio ai Giardini, simbolicamente, firmerà il contratto con la Fortitudo, stringendo la mano a Sacrati per le foto di rito. Quando Sacrati ancora poteva mostrarsi in pubblico...