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Ettore Zuccheri a 18 anni è già in Nazionale
(1961)
Ettore Zuccheri
nato a: Budrio (BO)
il: 01/06/1943
altezza: 191
ruolo: esterno
numero di maglia: 7
statistiche
individuali (come allenatore)
Stagioni alla Virtus:
1960/61 - 1961/62 -
1962/63 - 1963/64 -
1964/65 - 1965/66 -
1966/67 - 1967/68 -
1968/69 - 1969/70 -
1970/71
come allenatore: 1980/81
“Mi
definisco un giocatore, non un allenatore! Quella dell’allenatore, o meglio
dell’istruttore è una strada che ho intrapreso, anche con risultati
soddisfacenti, per infortunio e perché complementare alla mia professione di
Insegnante di Educazione fisica.
Ma mai ho cercato o
pensato di essere professionista del Basket perché lo trovo in
contraddizione con la mia personalità o meglio coi difetti della stessa. La
mia grande aspirazione è sempre stata la famiglia che ho sempre visto in
conflitto con la passione del basket. Passione da sognatore, una spinta
onirica che ancora mi trasporta sul parquet, ma sempre da giocatore
“prestato” ad allenare. Certo che ho qualcosa da dire anche come Coach, ma
sempre con i riferimenti dell’ “io” giocatore.
Ho appreso il gioco da
solo, riproducendo sul campetto quello che vedevo fare dagli altri, ma dopo
averlo “visto” con gli occhi del ragazzino che sogna. Mi rimaneva impresso
in sogno il flash della partita, i movimenti “visti” insieme all’attimo
della loro esecuzione.
Il grande Beppe Lamberti
mi vide e, per farmi giocare negli Juniores della Virtus, mi ospitava a casa
sua, la sera degli allenamenti, perché io venivo da Budrio, dalla campagna.
Avevo 15 anni ma giocavo con i miei compagni più grandi, diciottenni. Nel
1960, a 17 anni, ho esordito in Serie A con la Virtus, con gli Olimpionici
di Roma verso i quali non ero per nulla intimorito. Il caro amico Achille
Canna (Capitano alle Olimpiadi di Roma) ricorda ancora quando lo battevo con
una finta di corpo a cui davo seguito al “tunnel”…! Un episodio che lo
faceva imbestialire. Lo facevo giocando a calcio, figuratevi con le mani!
Ben presto nella Nazionale giovanile attiravo le ire del grande Nello
Paratore che riteneva la mia tecnica, appresa dagli altri, troppo ricca di
“preziosismi”; li riteneva inutili.
Una volta in allenamento
mi minacciò di rispedirmi a casa, ma io puntualmente li riproponevo, tutti,
in partita, e con successo. Ho compreso così che spesso gli allenatori la
pensano allo stesso modo: l’importante è fare canestro, sul come ci può
essere spazio... Cosi mi fece esordire a 18 anni in Italia-Yugoslavia
(93-90) a Bologna. Non mi fece giocare, ma ero pronto. Lo stesso anno Eduardo Kucharski, allenatore della Virtus
1960, mi faceva giocare per annullare i migliori realizzatori delle varie
squadre italiane. La nazionale Yugoslava di allora era fantastica, ricordare
i loro nomi mi fa ancora rabbrividire.
Eppure mi sentivo pronto
ed oggettivamente lo ero.
Ho avuto una carriera da
giocatore dove i vari Coaches che mi allenavano mi hanno sempre chiesto di
risolvere certe situazioni senza mai darmi suggerimenti. Ero autonomo in
campo. Vedevo ed agivo.
Pensare era troppo
lento. Le tattiche che si fanno ora c’erano anche allora, nulla è cambiato
nell’essenza del basket. Ci preparavamo in allenamento ed io scrivevo tutto
in un quaderno. Ero sempre pronto, come un allenatore in campo. Ho sempre
ascoltato il mio Coach, ma sapevo anche che gli avversari avrebbero
distrutto quello che noi preparavamo in allenamento. L’attimo in cui gli
altri vanificavano del nostro attacco era il mio momento, facendo qualcosa
che gli avversari non potevano sapere perché frutto del mio repertorio
personale. La sorpresa e l’imprevedibilità paga sempre.
Da diciassette a
ventidue anni ho giocato come protagonista, poi il ginocchio saltò e
l’ortopedia allora non esisteva, nel senso che ti ingessavano un mese e per
te era finita. Rieducazione? Dovevi arrangiarti. Io l’ho sempre fatto
giocando, ma in quel caso ero spacciato. Ho ripreso a studiare, giocando non
ero più lo stesso, sembrava la fine dei sogni. Invece quando nella vita si
chiude una porta, ecco un “portone” che si apre. Trovo Cristina, mia moglie,
che è molto meglio di segnare 40 punti in una finale...!!!
Basta col basket
giocato, comincio ad allenare. Juniores Virtus 1972. Subito campioni
d’Italia. Moltissimi allievi approdano in serie A. Poi, come assistente di Dan Peterson, vivo tre anni dentro un sogno.
Mi chiamano al Fernet Tonic, terza squadra di Bologna: dalla “B” saliamo
subito in “A”, con uno squadrone che faceva paura: Massimo Masini, Romeo
Sacchetti, poi Frediani, Anconetani…! Quindi, nel ‘76, Dan mi richiama:
“Coach, torna con noi questa è la tua società!”
Con Dan sono stato fino
al suo esonero. Nel 79-80 e 80-81, insieme a
Driscoll, vinciamo lo scudetto. Ho avuto l’onore di allenare il grande Kresimir Cosic, il più grande straniero (a mio
avviso) mai approdato in Italia.
è il fiore
all’occhiello della mia vita di allenatore.
L’anno successivo 80-81
come capo allenatore (da solo) ho compreso che, quando la squadra non ha la
“chimica” giusta si va alla deriva. Scontato, vero? Via Cosic, la squadra fu fatta malissimo. Comunque
imbattuti in coppa e terzi in campionato decisi per le dimissioni, con
grande amarezza.
Come tutti i cavalli che
decidono di correre da soli, visto che allo stesso modo ero diventato
giocatore ed allenatore “ruspante”, decisi di cambiare la meta del mio
essere allenatore. Dare uno scopo diverso al lavoro di Coach. Ricominciare
da capo senza andare più alla ricerca del campione, ma utilizzare il basket
per far crescere insieme i ragazzi. Far superare loro la fase critica
quando, per la soddisfazione dei propri bisogni primari in chiave affettiva
e relazionale, un ragazzo decide che il gruppo sostituisca la famiglia.
A Granarolo, sempre
nella “bassa” bolognese, ho maturato il proposito che i miei giovani
giocatori, per quanto validi, potessero avere un percorso di crescita
lontano dalle “sirene” delle società di serie A, troppo spesso dispensatrici
di sole frustrazioni per chi non sia realmente di primissima fascia. La
prima meta doveva essere quella di costruire un gruppo di amici del basket.
Tenerli insieme per superare la fase critica della loro crescita
psicologica. Un livello di obiettivo più alto del semplice allenare, un
valore educativo da raggiungere.
Il collante? Spesso la
vittoria. Ho compreso che l’ortodossia del basket proposta da molti
allenatori spesso comporta elementi di frustrazione per i ragazzi, ed
eventuali vantaggi ai soli allenatori. Chi imposta le cose secondo questa
logica lavora per sé stesso e non per il futuro del giocatore. Non sono
tanto gli allenatori ad insegnare la strada per diventare giocatori di serie
A, quanto il sogno dei ragazzi, avendone il talento. Non solo posso portare
il mio esempio, ma anche quello di tanti altri giocatori. Gli allenatori
possono solo essere di complemento a questo percorso e far qualcosa di
importante per la formazione futura di quei ragazzi che, per loro
caratteristiche, devono evolvere in modo significativo la loro dimensione di
gioco per poter ottenere dei risultati da adulti.
Troppo rischioso o
troppo difficile? Non credo che le sconfitte siano strumento di crescita.
Sicuramente più la vittoria che la sconfitta ha il potere di far diventare
un gruppo di ragazzi “squadra vera”. Creare il gruppo per far vivere “bene”
un difficile, contraddittorio e talvolta rischioso periodo della vita era la
vera meta, la scelta del Campionato a cui partecipare il semplice mezzo di
questo percorso. Non ci riuscii a Granarolo perché occorre la fedeltà dei
genitori che, purtroppo, perdono facilmente la testa al richiamo delle
“sirene”. E quando uno cede, spesso il contraccolpo sfalda anche il
gruppo...
Alleno ora a Budrio da 5
anni. L’anno scorso abbiamo aderito con entusiasmo all’idea dell’amico
Maurizio Massari di fondare un progetto insieme, partendo dalla condivisione
di questi presupposti e dal fatto che le sicurezze acquisite andassero
combinate con opportunità di confronto e crescita. Chiamammo il progetto
InBin, Insegnare il Basket Insieme. Grazie a questo percorso, siamo riusciti
a tenere lontani i nostri giovani dalle grosse società permettendogli
comunque opportunità di alto profilo. Sono un gruppo fantastico che stiamo
traghettando, tenendoli insieme, per superare il mare di difficoltà della
vita di oggi. Diamo a loro la possibilità di confronto con altri giocatori,
quelli più bravi della regione. Siamo convinti che lontano dalle grosse
società, attraverso l’opportunità di rimanere protagonisti del loro percorso
di crescita, abbiano più opportunità di diventare giocatori veri, ma,
chiaramente, dipenderà soprattutto da loro. Sostegno tecnico e possibilità
di allenamento di ogni tipo non mancheranno. Lo devono solo sognare,
avendone il talento.”
Dan Peterson nel Convegno sul Settore
Giovanile tenutosi a Reggio Emilia durante le Finali Nazionali U21 2007, ha
detto di Ettore:
“Dai
nostri settori giovanili sono usciti i migliori allenatori attualmente sulla
scena: penso a Ettore Messina, a Sergio
Scariolo. Ma ci sono anche altre figure e altre storie. Penso ad un altro
Ettore con cui ho lavorato sempre a Bologna, Ettore Zuccheri, che, da
eccellente allenatore che era, ha consapevolmente deciso di essere
istruttore di settore giovanile e di formare, a livello di base, i giocatori
di domani. Solo questo può realmente sviluppare il futuro: eccellenti
istruttori che si dedichino lontano da riflettori, risultati ed affermazione
personale al lavoro di base. Ed in questo, Ettore Zuccheri è un esempio per
tutti.”
tratto da
http://www.allenatorigiovanili.it/apg/index.php?option=com_content&task=view&id=11&Itemid=41

Zuccheri penetra dal fondo
UNA VITA CON LE VU NERE
di Demetrio Pianelli -
Superbasket - 22/05/80
Allora, Ettore, cosa si prova
a svegliarsi la mattina pensando: ecco, io sono l'allenatore dei campioni
d'Italia, che sono poi la Virtus per cui ho sempre giocato, che è poi la
squadra della mia città...
"Guarda, la mattina appena
alzato io ho sempre un gran sonno, quindi non penso granché. Poi esco, vado
a scuola ad insegnare e lì capita che mi distraggo un momento. Allora penso
al mese di giugno, ai giocatori che avrò a disposizione, agli allenamenti,
al lavoro che faremo...".
Dicono di lui che ha molto
merito negli ultimi due scudetti della Sinudyne, quando sedeva accanto a Terry Driscoll, a fargli da vice. Ogni tanto
dicevano cose così anche ai tempi di Peterson,
ma del resto i successi personali nel suo libro d'oro non mancano, da
giocatore o da allenatore. Ma qui, in questa rispostina alla classica
domanda post-investitura ufficiale, c'è molto di Ettore ZUccheri: uomo
concreto, modesto, gran lavoratore. Allenatore di alto livello da 7 anni,
professore di cose cestistiche da molto di più, diplomato all'Isef, non ha
mai voluto lasciare l'insegnamento, del basket come lavoro per la vita non
si fida tanto, preferisce aspettare tre anni, pigliare la pensione. Ma
adesso ha firmato un contratto di un anno, un anno in cui sarà a tempo pieno
della Sinudyne, e del basket: "Per un anno mi distacco dalla scuola, come
hanno fatto molti miei colleghi, è una cosa quasi fatta. Per il futuro si
vedrà, io ora penso ancora all'insegnamento, ma non voglio ipotizzare
niente, perché è sgradevole, dopo, rimangiarsi la parola".
Allenatore della "sua" Virtus
Sinudyne, una grossa responsabilità, ma anche una bella emozione, una grande
piacere. Per lui è una meta importante, la sola per la quale avrebbe
rinunciato ad insegnare. Chi lo conosce, chi lo segue nel suo lavoro, ha
l'impressione ben netta che Porelli piuttosto
che Primo o un nuovo, estraneo all'ambiente, abbia scelto giusto, ancora una
volta.
"Ora il rapporto con i
giocatori sarà diverso, perché è vero che quell'opera di mediazione fra il
coach e la squadra non rientra più tre i miei compiti. Ma io non sono mai
stato quello da pacche sulle spalle e uscite a cena, non ero il compagnone,
dunque non ci saranno mutamenti concreti nei nostri rapporti. Poi vicino a
me ci sarà un assistant-coach, come lo ero io per Terry e per Dan. Un
assistente "vero": io ho sempre accettato di fare il vice a condizione di
poter parlare, dire ciò che penso. Così deve essere, se no a che serve?
Anche se l'ultima parola spetta all'allenatore". Nel settore giovanile la
supervisione di Zuccheri continuerà, anche se Pilotti, che è già uno dei
responsabili, svolgerà le mansioni di direzione e organizzazione generale.
Si dice che un assistente
cresce all'ombra del suo allenatore: per Zuccheri le cose non stanno proprio
così, ma certo ha avuto modo di imparare molto. "Ogni allenatore con cui ho
avuto a che fare, anche come giocatore, mi ha insegnato qualcosa sotto il
profilo tecnico e umano. Ma due persone in particolare hanno dato, qui a
Bologna, una grande lezione di basket, portando un modi di allenare
grandemente professionale: Peterson, a livello
soprattutto psicologico, e Nikolic, con la sua
scientificità".
E
Driscoll? Hai insegnato più tu a lui o viceversa?
"Io e Terry abbiamo lavorato
insieme, ecco la verità. Lui è un grandissimo conoscitore della
pallacanestro, ma non poteva già conoscere il lavoro di tutti i giorni, pur
mantenendo responsabilità e decisioni ultime per sé".
Per le questioni più tecniche
c'è tempo: per ora ai tifosi della Sinudyne basti sapere questo: "Ho
accettato l'incarico - spiega Ettore - non perché stufo di fare il vice o di
lavorare coi giovani,ma per passione, per il piacere di lavorare a problemi
e situazioni di alto livello. Le responsabilità non mi pesano, lavorerò con
impegno, voglio avere la coscienza a posto. Ho alle spalle una delle
migliori società d'Italia, avrò comunque, doppio Usa o meno, una buona
squadra. C'è un lavoro già impostato da continuare e approfondire. Perciò,
al lavoro".

In maglia Candy contro l'Ignis
ZUCCHERI: UN'EREDITà NATURALE
Giganti del Basket - giugno 1980
Ettore Zuccheri è figura emblematica della
pallacanestro bolognese. Da anni impegnato, dopo aver militato durante gli
anni sessanta nelle file della stessa Virtus, quale responsabile del vivaio
Sinudyne, con una breve parentesi alla guida del Fernet Tonic, che ha
fruttato alla seconda squadra della città l'ingresso nel massimo campionato,
vede ora la possibilità, partito Terry Driscoll
del quale è stato - negli ultimi due anni - il preziosissimo collaboratore,
di realizzare finalmente il grande sogno: guidare, in prima persona, la
vecchia Virtus campione d'Italia. Questa soluzione, sicuramente la più
logica da un punto di vista tecnico, era data per scontata ormai da tutti in
seno alla società; da tutti, tranne che dallo stesso Zuccheri.
“Naturalmente” chiarisce l'allenatore “l'offerta della società è stata una
grande soddisfazione per me. Guidare una squadra come la Sinudyne è un
compito difficile, ma senza dubbio stimolante per ogni allenatore. Le
perplessità su un mio effettivo impiego in questo senso, sono nate riguardo
i miei legami con la scuola, dove ancora insegno educazione fisica. Ormai
sono quindici anni che lavoro in palestra con gli studenti, fra quattro
potrò andarmene in pensione, sarebbe assurdo abbandonare proprio ora, non
ritornerò sulle mie decisioni”. Pochi giorni dopo il “forfait” di Driscoll, tutta la
stampa sportiva salutava Ettore Zuccheri quale neo-allenatore dei
bianconeri; ora sappiamo che nel contratto che lega Zuccheri alla Sinudyne,
quale allenatore per la stagione 1980-81, è presente una clausola, chiesta
dallo stesso Zuccheri, che condiziona l'effettiva accettazione dell'incarico
alla definitiva soluzione dei suoi problemi legati all'incarico di
insegnante, che tuttora ricopre Al momento in cui scriviamo, Zuccheri non è
ancora dunque in tutto e per tutto l'allenatore della Sinudyne; la società
si è comunque impegnata a risolvere al più presto il nodo legato alla famosa
clausola. “Se sarà possibile per me, conciliare la professione di
allenatore, con quella di insegnante” afferma Zuccheri “allora accetterò
sicuramente; altrimenti manterrò il mio incarico attuale in seno alla
società; con Porelli sono già d'accordo”.
Occupiamoci quindi della squadra campione
d'Italia che disputerà il campionato prossimo, dando per scontata la
presenza di Zuccheri alla sua guida. “è
impossibile” riprende il tecnico “stilare programmi in questo momento, tutto
dipende dalla presenza, nella prossima stagione, del secondo straniero. Di
sicuro c'è solo il ritorno di Bonamico, mentre
sono infondate quelle voci che hanno dato da tempo Bertolotti sicuro partente. Forse verrà
ceduto, non è escluso, anche se, a mio avviso, un posto in questa Sinudyne Bertolotti può sempre
trovarlo”. In due anni di guida alla panchina della squadra bolognese, dopo
esserne stato l'idolo per anni, Terry Driscoll,
il “bostoniano”, ha vinto due titoli italiani; l'eredità che lascia al suo
successore non è certo delle più facili: “Terry è stato molto in gamba”
ammette Zuccheri “soprattutto dal lato psicologico. I suoi rapporti con i
giocatori sono sempre stati ideali e questo, secondo me, è il vuoto più
difficile da colmare dopo la sua partenza. Questo discorso è comunque sempre
legato a quanto detto prima; tutto dipenderà dalla squadra che verrà
allestita per la prossima stagione, allora ci porremo anche questo problema.
I miei rapporti con i giocatori” conclude Zuccheri “sono sempre stati
improntati sulla massima professionalità, ho sempre
svolto il mio lavoro in palestra nell'ambito del mio ruolo, quello di
vice-allenatore. Ormai mi conoscono, non dovrebbero sorgere problemi a
riguardo”.
IL MATCH DELLA MIA VITA: 9
SU 9 E MILANO FINI' KO
di Ettore Zuccheri - V nere -
07/10/1990
Scusatemi ma non sono Peterson. Nel senso che non ho una filosofia
della memoria come ha lui. Dan ti sa raccontare quasi tutte le partite che
ha vissuto in panchina, io a malapena ricordo tutti i nomi dei compagni di
una certa annata. Perché ho sempre preferito guardare avanti. Di ricordi
buoni ne ho. E anche tanti. Perché, ad esempio, non potrò mai scordare la
partita che nel '66 giocammo in casa contro il Simmenthal che poi
avrebbe vinto lo scudetto a tavolino per la posizione irregolare di Tony
Gennari nello spareggio, vinto sul campo dell'Ignis Varese. Contro Milano,
che aveva Rubini in panchina e schierava un quintetto con Pieri, Riminucci,
Vianello, Masini e Thoren, quella Virtus targata Candy, con Alesini
allenatore, vinse 90 a 68, chiudendo il conto dopo otto minuti della
ripresa. E molti meriti furono miei. Giocai una gara senza errori. Non solo:
selezionai perfettamente i miei tiri, nove in tutto. E tutti a bersaglio. 18
punti pesantissimi, anche perché il mio contributo fu soprattutto difensivo,
dovendo correre dietro ad un tipo come Pieri che non era certo da
trascurare. Alla fine il miglior realizzatore fu Dado Lombardi, con 33
punti, ma i giornali mi celebrarono come l'uomo decisivo. Quando parlo di
partita senza errori devo necessariamente ricollegarmi a quelli che erano
gli equilibri della nostra squadra all'epoca. Io, che per poter giocare in
serie A mi ero dovuto trasformare in un difensore (lo spagnolo Kucharski, il mio allenatore, mi disse: "Vuoi
giocare? Allora difendi sui migliori"), non avevo troppi spazi in attacco.
Giocavo con Lombardi, un giocatore-libreria come lo definì Paratore, perché sapeva fare tutto benissimo,
ma faceva una certa cosa soltanto quando voleva lui, proprio come quando si
consulta un volume alla volta.
Dado voleva soltanto tirare. Con gente come
lui a fianco non potevo sempre prendermi responsabilità di tiro. E me ne
sarei accorto sempre di più col passare degli anni. Perché la situazione non
è affatto migliorata. Nel 69-70, l’ultima mia stagione conclusa con un grave
infortunio, in panchina arrivò Nello Paratore,
un tecnico che sviluppava un basket fatto di uno contro uno, creando spazi
per l’uomo migliore.
Quando era in Nazionale, il coach faceva
lavorare la squadra per Lombardi, che ritrovò
poi alla Virtus. Ma quell’anno arrivò anche un certo Terry Driscoll, e
Paratore decise di creare spazio proprio per
l’americano. Figuratevi che tragedia per Lombardi;
figuratevi il sottoscritto, che con Cosmelli
aveva il compito di portare la palla avanti e distribuirla. Andò a finire
che Lombardi venne a
ricevere direttamente le rimesse. Questo per spiegare che tipo di equilibrio
c’era a quei tempi. E che valore avessero avuto in quelle condizioni i nove
tiri, tutti segnati, al Simmenthal qualche anno prima.

Zuccheri assistente di
Driscoll nella stagione 1978/79 e 1979/80
SOTTO IL SEGNO DI COSIC
DUE SCRITTI PER NON DIMENTICARE
di Ettore Zuccheri
L’IMPORTANZA
DI UN LEADER
Ogni volta che parliamo
delle problematiche di una squadra, prima o poi , il discorso cade sul
“leader”, sul suo ruolo, la sua importanza e le caratteristiche che deve
avere.
Tutti sanno, e gli
allenatori in particolare, che avere un leader all’interno della squadra può
essere fondamentale per una migliore gestione del gruppo stesso (da parte
del coach) e per l’attuazione delle proprie idee tecniche e tattiche, ma
anche disciplinari e comportamentali.
Agli inizi degli anni
ottanta la Virtus Sinudyne Bologna aveva un grande
leader, purtroppo non riconosciuto dalla squadra, dai suoi compagni, ma in
verità un vero collaboratore dell’allenatore, che si assumeva in campo,
durante la gara, la responsabilità tecnica ogni qualvolta ce n’era bisogno.
Stiamo parlando di Kresimir
Cosic, uno straordinario uomo e fantastico
giocatore , la cui grandezza non è stata mai oscurata da nessun altro
giocatore straniero venuto dopo.
A mio avviso ,
naturalmente…ma anche non bisogna dimenticare che tutta una squadra ha
vinto due scudetti consecutivi e, solo grazie a lui, gli allenatori sono
diventati “coaches intelligenti”.
Perché non era riconosciuto
dai compagni in questo ruolo? Per il suo modo di vivere fuori dal basket e
per il suo atteggiamento durante gli allenamenti settimanali. Anche questa
è solo la mia opinione. Le cose andavano in questo modo. Poiché si allenava
molto da solo, sempre di mattino, non dava mai il massimo durante gli
allenamenti serali , insieme a tutta la squadra. Per mancanza di energie
psico-fisiche e non per snobbismo, naturalmente, avendone già spese un po’.
Inoltre era un Vescovo Mormone ed aveva impegni religiosi e poco tempo da
dedicare ai compagni, come fanno di solito i leader riconosciuti. Aveva però
una grande conoscenza del basket, un vero allenatore in campo e gestiva
tecnicamente i compagni con grande sapienza. Deliziosamente ironico, voleva
bene ai suoi compagni dei quali parlava sempre in modo positivo, anche se li
prendeva scherzosamente “in giro”. L’insieme di queste cose disturbavano
un po’ i compagni anche perché nelle prime partite del campionato non era
mai in grado di giocare come sapeva. Era però sempre in gran forma alla
fine, durante i play-offs. E questo ci faceva vincere il campionato. Mica
male, vero? E’ successo nel 1979-80 e 1980-81.
Ancora una sola cosa a
riguardo. Devo anche dire che, se non correva un buon feeling coi compagni,
un po’ di colpa è da attribuire anche agli allenatori che non erano riusciti
a mediare questo personaggio col resto della squadra. Il motivo? Sicuramente
abbiamo imparato un po’ tardi a capirlo e a stabilire che era veramente un
grande.
Per una squadra possedere
un leader, dal quale farsi guidare soprattutto nei momenti di grande
difficoltà, è di vitale importanza per arrivare ad ottenere i risultati che
la stessa società sportiva desidera raggiungere. Il leader è colui che fa
risaltare le potenzialità dei singoli, il fulcro intorno al quale si fonde
il gioco e lo spirito di un gruppo, molto importante per il raggiungimento
dei traguardi sportivi.
Kresimir Cosic aveva in mano tutto l’attacco di
squadra, il primo passaggio era sempre per lui ,e questo lo avevamo
stabilito noi allenatori. Era considerato dal coach il vero playmaker della
squadra. La sua caratteristica principale? L’imprevedibilità del passaggio,
ma sapeva fare tutto. Con il possesso di palla era in grado di distribuire
passaggi a tutti , perché era pericoloso nel tiro, ma soprattutto era
eccezionale nella ricerca del compagno più in forma in quel momento. Quando
lo aveva scelto si concentrava solo su di lui facendolo rendere al massimo.
Quanti giocatori sono in grado di fare la stessa cosa? In una partita col
Partizan di Belgrado (1980) fece realizzare 25Pt. in un solo tempo a Jim McMillian perché aveva stabilito
che era il terminale dell’attacco più sicuro in quella gara. Finché
Jim realizzava nessun altro riceveva la palla per un tiro, anche se erano
liberi.
Chi è mai stato in grado di
ragionare in questo modo?Il giocatore che maggiormente è migliorato durante
il suo periodo a Bologna? Sicuramente Renato
Villalta, un esecutore micidiale per realizzare canestri sui suoi
passaggi.
Le persone che hanno
giocato ad un certo livello sanno che non tutti possiedono la stessa dote di
carisma. Vi sono quelli che restano defilati, altri che amano farsi guidare,
altri ancora capaci soprattutto di trascinare. In che modo? La leadership è
una componente dinamica che integra molti altri elementi, in particolare la
personalità e l’ascendente sui compagni.
E i leaders, solitamente ,
vengono vissuti dai compagni come figura capaci nel condurre le squadre
verso il successo.
A
Kresimir Cosic non interessava la classifica dei
marcatori, ma risolvere le situazioni “topiche” della gara, che non erano
sempre le stesse. A volte bisognava realizzare un canestro per la vittoria,
altre quello dell’aggancio, altre ancora quello che distruggeva
completamente le speranze avversarie di rimonta. Solo da lui abbiamo sentito
pensieri riferiti alla cattura di rimbalzi in un momento topico per
vincere una gara, solo lui era in grado di creare situazioni con continuità
e, quando voleva, fare passaggi vincenti (decisivi) per i compagni e per la
squadra. E la difesa. Era un grande intimidatore, grazie al suo tempismo nel
salto. Per questo, la sua difesa preferita era la “3-2” con lui stesso in
punta. I compagni dovevano fare il tagliafuori per lasciare a lui la cattura
del rimbalzo nella zona centrale e l’esecuzione del passaggio di uscita per
il contropiede.
Sapeva poi leggere
qualsiasi situazione tattica che l’avversario presentava e, soprattutto,
come risolverle. Non aveva bisogno di guardare l’allenatore per avere
suggerimenti.
In campo, il coach era lui.
I leaders sanno creare
buoni rapporti coi compagni e l’allenatore. Il leader “riconosciuto” deve
avere una personalità particolare, un ottimo livello di autostima, essere
consapevole del proprio lavoro, avere la capacità di guidare in campo la
propria squadra, senza essere egoista e mettersi a disposizione del gruppo.
L’intelligenza e sensibilità sono le sue doti principali.
In altre parole, deve avere
una grande intelligenza emotiva.
Il leader che aveva queste
capacità di essere accettato e riconosciuto dai compagni come tale era
Massimo Masini, che ho conosciuto personalmente quando allenavo il Fernet
Tonic. Un grande giocatore che giocava con “le statistiche in tasca” ,
tirando a canestro senza forzature, ma con grandi percentuali. Era amato
dai compagni coi quali si ritrovava spesso fuori dal basket ed aveva uno
stupendo rapporto anche col coach.
Ritornando a Cosic, voglio ricordare
che non aveva questo rapporto coi compagni fuori dal campo, ma apprezzavo la
prontezza nel difenderli dal “mobbing” dei cattivi tifosi, fatto anche dai
giornalisti e da certi dirigenti. In che modo interveniva verso quest’ultimi?
Quando volevano punire i suoi compagni che commettevano errori
comportamentali o per mancanza di rendimento aveva sempre una buona parola
per loro, facendo aumentare nei dirigenti il loro livello di pazienza e
tolleranza.
Bisogna distinguere tra
leader positivo e negativo. La differenza? Quando il leader è positivo , nel
senso che sposa la linea scelta dall’allenatore, diventa un supporto per la
gestione tecnica del gruppo smussandone gli angoli di contrasto, rendendo la
vita del coach più facile e migliorando il rapporto di creatività della
squadra e convivenza dei compagni.
Quando invece il leader è
negativo e assurge al ruolo di primadonna, non dando mai l’esempio in ogni
circostanza, viene usato dal gruppo nel tentativo di ottenere delle
riduzioni del lavoro da svolgere, per evitare un supplemento di lavoro, un
ritiro oppure un’amichevole ingombrante.
In questo caso, se la
società non forma un unico blocco con la conduzione tecnica (coach), questi
si troverà spesso a lavorare in contrasto con la squadra come tra
“l’incudine ed il martello”.
Quando invece la società è
forte ed ha un unico interlocutore tra proprietà ed il tecnico, allora il
discorso cambia. Quando si verifica questa coesione, il leader negativo sa
di non trovare alleati, quindi sposa meglio la linea comune imposta dalla
società e il tecnico. è
l’unico modo affinché diventi utile nell’economia del
gruppo e non tenti di scavalcare il tecnico.
Ci sono stati nella storia
della Virtus Bologna giocatori che vestivano gli abiti del leader negativo?
Certamente. Si comportavano come primedonne ed erano sempre a cena coi giornalisti.
Raccoglievano articoli dei giornali sapendo che era una documentazione
importante da esibire (eventualmente) agli sponsor che investivano in
pubblicità. Facevano magari ottime partite, ma mai hanno fatto vincere
campionati alla squadra. Ingigantivano con effetto “alone”quella saltuaria
bella prestazione che eseguivano, facendo così sperare inutilmente in una
continuità su quel livello. Non sono mai stati in grado di fare l’ultimo
tiro per vincere una partita sviluppatasi punto-a-punto. Il rapporto coi
compagni era, ovviamente, pessimo. Fino a che punto? Raccontiamo a proposito
questo aneddoto.
Una volta 9/10 della
squadra si ribellarono al leader negativo con una
dichiarazione di sfiducia inoltrata alla presidenza della società. Della
serie: “O via lui o noi cambiamo squadra!”
Come andò a finire? Il
Presidente fu d’accordo, ma lo sponsor mise il veto sulla cessione del
leader negativo, che non faceva vincere nulla ma si sperava che fosse
ugualmente un utile veicolo pubblicitario.
Ricordiamo infine che
esistono giocatori che si atteggiano al ruolo di leader solo nello
spogliatoio, prima degli allenamenti, ma poi sul campo riescono a svolgere
unicamente il loro compitino. Sono delusi e fanno polemica, ma di nascosto
senza avere il coraggio di essere negativi più di tanto. Sono re della
zizzania, portatori di “mobbing”.
Abbiamo visto nella favola
del “Jungle Team” la figura della Volpe che deve essere considerato un
esempio di leader negativo a causa del suo atteggiamento egoistico e per
desiderio di ottenere maggiore considerazione da parte dei tifosi e
giornalisti. Qui, il leader negativo ha la stessa volontà e determinazione
del Delfino, ovviamente leader positivo, ma usa il
suo talento per remare dalla parte opposta alle idee dell’Elefante-Coach
perché non ha nessuna motivazione verso l’amicizia, la socializzazione
della squadra perché non è tanto considerato. Nella favola la Volpe non ha
seguaci mentre nella realtà possono nascere delle amicizie tra i componenti
di un gruppo che amano la trasgressione, ma non hanno il coraggio di
affrontarla personalmente. Senza una precisa personalità indirizzata in quel
senso, si accodano e basta.

Zuccheri coach nella stagione 1980/81
IL
VALORE DELLA CONOSCENZA
L’atleta che ha riempito il
suo “sacco” di conoscenze si diverte in campo ed è di grande aiuto per suo
allenatore, dal quale ha anche la fortuna di non dipendere più, dal p.d.v
tecnico, ovviamente. Sa come interpretare il gioco, è diventato autonomo.
Ricordo con piacere di avere allenato il grande K.
Cosic, a mio avviso il più grande e completo
giocatore che sia mai venuto a giocare in Italia.
è grazie
soprattutto a lui, al suo modo di pensare, alle conoscenze del gioco
acquisite in campo e a quelle accumulate per suo interesse personale
frequentando anche “clinics” di aggiornamento per allenatori, che abbiamo
vinto due scudetti (1979-80 e 1980-81).
è l’esempio del
giocatore che, interpretava il gioco basandosi sulla conoscenza, sullo
spirito dello stesso gioco che interpretava sempre per vincere. Se fosse
rimasto a Bologna, invece di lasciarlo andare inopportunamente, avremmo
vinto ancora.
E saremmo rimasti
allenatori vincenti. Sapeva fare di tutto, ma soprattutto aveva la
consapevolezza di quello che era giusto fare, in qualsiasi momento della
partita, in relazione all’operato della difesa. E lo faceva con uno solo
scopo, quello di far vincere la squadra, ovviamente. Comprendeva, come
detto, lo spirito del gioco. La conoscenza l’aveva reso padrone del
campo, un vero allenatore che giocava, ma soprattutto un giocatore capace
d’intuire il modo di vincere in maniera essenziale, anche a prescindere
dall’opinione di chi guidava la squadra. Sicurezza e personalità supportata
dai risultati perché, ovunque è andato, ha fatto vincere.
Aveva costruito una
pallacanestro personale sopra quella appresa dal suo allenatore jugoslavo e,
grazie a ciò, era diventato un giocatore imprevedibile. Se volessimo
descrivere l’identikit del giocatore che dovrebbe uscire dopo l’attività
delle giovanili, ammesso che si avesse la fortuna di lavorare con un grande
talento, noi proporremmo, senza ombre di dubbio, quello di K. Cosic. Sapeva
fare tutto ,con la palla, senza la stessa e a rimbalzo. La sua abilità
tecnica, tuttavia, sarebbe stata insufficiente se non avesse avuto la
percezione dell’importanza della conoscenza. Non so se qui tutti siamo
d’accordo, perché vogliamo sottolineare che l’abilità tecnica ha uno scopo
che si raggiunge solo leggendo la difesa e con la conoscenza di tutto quello
che bisogna fare in campo. Abbiamo così preso l’esempio di Cosic
per sottolineare il valore delle capacità cognitive .
Come verrà recepita
dall’allievo il fatto che non solo deve saper fare, ma anche conoscere?
Questo è il problema, ma è lo spirito del basket. E’ possibile far
apprendere il basket come espressione della personalità del ragazzo? Dipende
soprattutto da lui, ma anche da noi allenatori. In che senso? Non dobbiamo
annichilire le personalità per comprimerle dentro la nostra idea di
insegnanti. Questo è il primo consiglio. Dovremo, prima o poi, allinearci
sulla filosofia che non c’è nulla da insegnare quando è tutto da apprendere.
Lo so che il 98-99% degli allenatori non è d’accordo. Cosa dobbiamo poi
insegnare se, aspettando che il ragazzo recepisca (o apprenda tutto),
intanto deve subire continuamente sconfitte personali e di squadra? Non è
meglio far apprendere lo spirito del gioco, appunto giocando ed esprimendo
la sua personalità, per poi vedere come fare affinché
venga appresa anche la nostra filosofia del lavoro sui fondamentali? Perché
ci intestardiamo a dire che non è importante vincere, ma soprattutto
apprendere quello che noi stessi insegniamo?
L’allenatore deve
trasmettere al ragazzo anche la cultura, insieme alla tecnica, con pazienza
e costanza cercando di stimolarlo nel migliore dei modi. Lo si può fare solo
col gioco nel senso che il punto di partenza è quello. Questo è anche il
minimo che si deve realizzare perché il mezzo per apprenderne lo spirito è
proprio quello, e cioè di cimentarsi prevalentemente nel gioco e non
nell’esercizio propedeutico. Se l’allenatore ci crede veramente sarà
gratificato dall’ottenere come risultato il tipo di giocatore rappresentato
da Cosic, se avrà la
fortuna di incontrare un talento del genere. Penso che sia logico favorire
la crescita dei pochi ragazzi che hanno il talento mentale adatto, guai
annichilire le loro inventive. Se volete avere un esempio di come non si
deve mai trattare un talento leggete “Canone Inverso” di P. Maurensig. Qui
si parla di musica, ma il talento non va mai incanalato nella mediocrità e
sottomissione, in qualsiasi campo si manifesti.
Se l’allenatore ci crede
veramente farà il possibile per trasmettere cultura a tutti perché senza
conoscenza, senza sapere il “perché” si agisce in un
certo modo, non si va lontano. Quelli che lo seguiranno comprenderanno
l’importanza e l’allenatore dovrà fare in modo di non lasciarsi scappare
l’occasione di trasmetterla. Naturalmente deve seminare bene, ma con la
consapevolezza che chi fa crescere il ragazzo è sempre la sua voglia di
imparare. Questa è una verità assoluta.
Se i propri allievi giocano
una pallacanestro “cognitiva” è perché hanno appreso, con partecipazione
mentale, gli scopi del loro agire fin dall’inizio, leggendo la difesa.
Quest’ultima non va letta solo individualmente, ma anche quando agisce come
squadra. E la conoscenza porta a sapere non solo quello che individualmente
si deve sapere-fare dentro l’attacco della squadra (conoscendone lo scopo),
è la base per comprendere che bisogna conoscere anche quello che devono fare
i compagni. Kresimir
Cosic era interessato soprattutto a questo e, per
far crescere i compagni, sapeva cosa fare.
DUE
PAROLE SU DAN
Sono stato
molto fortunato nella mia lunga attività di coach. E non lo
penso solo io.
Dopo tanto
tempo alcuni colleghi mi hanno confessato, senza mezze misure, di avere
provato una certa invidia nel vedermi insieme, tanto tempo fa, a Dan Peterson. Agli inizi degli anni settanta,
avevamo tutti una gran fame di tecnica cestistica e lui veniva dall’altro
mondo con lo scettro, un’autorità per il mondo del basket. Anche senza
sapere se era bravo o no, per noi era già il massimo. Era americano, vestiva
coi pantaloni “quadrettucci”, teneva la scena e a
noi bastava. Non voglio però lasciare dubbi: era anche molto bravo. Ve lo
dice uno che ha conosciuto fior di allenatori,
Dan era super. Il migliore.
Il fascino
era talmente grande che l’effetto alone ebbe una grande influenza sui
comportamenti di tanti. Alcuni coach cominciarono a vestire come lui, a
comportarsi come lui e, naturalmente a copiare quello che predicava, senza
sapere che non era possibile farlo. Copiavano anche la mimica, le pause e il
cambio di ritmo dell’oratore, ma soprattutto “contavano” cominciando dal
mignolo. Solo gli allenatori erano “innamorati”? Dan era anche entrato nel
cuore dei tifosi virtussini. Era fantastico il suo
comportamento e, soprattutto, era un coach diverso dagli altri! Quello che
proponeva e come lo trasmetteva non era del nostro mondo. Gli allenamenti
erano a porte aperte. Nessuno lo aveva mai fatto. Ore 16,00 allenamento al
palasport di Bologna con la curva est piena zeppa di spettatori. Uno
spettacolo. Nessuno giocatore poteva tirarsi indietro nell’impegno e lui
“volava” da un atleta all’altro, legandoli insieme con una dialettica
“ispano-americana” (veniva dalla esperienze del Cile).
Una capacità
di correzione veramente didattica.
La prima
lezione che ci impartiva era la comunicazione figurata, per raggiungere la
massima chiarezza. Poi, l’accessibilità dell’esercizio proposto, che deve
essere adatto alle possibilità motorie del giocatore. L’evidenza , basata
sulla dimostrazione, che lui sapeva fare benissimo, fotogramma per
fotogramma. Quindi, la progressione didattica che va
dal semplice al complesso e, infine, il divertimento.
Un programma basato sulla diversità giornaliera del
lavoro, non poteva certo annoiare. Il microciclo degli allenamenti? Lunedì,
fondamentali individuali d’attacco e gioco: metà campo e tutto campo, basato
sulla organizzazione delle situazioni di gioco.
Martedì,
fondamentali individuali per la difesa, poi situazioni di gioco difensive,
quindi il gioco non mancava mai. Mercoledì, massima
intensità nel gioco con cura delle priorità difensive ed offensive, senza
tante interruzioni. Si arrivava alla fine sfiniti. Giovedì,
cominciava a calare l’intensità, ma solo un po’, per dare spazio alla conoscenza
della tecnica dei prossimi avversari. Venerdì, studio
vero dell’avversario e gioco prevalentemente a metà campo. Sabato, ripasso
delle situazioni d’attacco e difesa. E la domenica? Se giocavamo in casa,
ore 11,00, tutti pronti per il tiro. Nessuno poteva pensare di stare a
dormire fino a mezzogiorno. Dan è stato il primo allenatore, organizzatore e
programmatore degli allenamenti. Nulla era lasciato al caso: un piccolo
promemoria da tenere in tasca era la sua guida, una coperta di Linus a cui
teneva tantissimo. Per noi era un modo d’interpretare la professione
veramente eccezionale, ma per lui era solo routine.
Attraverso
Dan Peterson, tutti noi abbiamo imparato la lezione, anche perché è stato il
primo divulgatore della tecnica cestistica, attraverso un certo numero di
libri. Non sto ad elencare la sua produzione come autore di best-sellers
sportivi, perché non era questa la sua caratteristica principale. Ci
mancherebbe!
Dan amava ed
ama la storia, come dispensatrice di episodi fatti da uomini che
l’interpretano a seconda delle situazioni. Proprio come il basket, giusto?
Conoscendo episodi storici e le biografie dei personaggi che l’hanno
interpretata, si possono trarre episodi per risolvere le situazioni
psicologiche della squadra nei momenti chiave, quelli precedenti alla gare.
Niente deve essere storicamente dimenticato perché tutto ritorna. Non ci
avete mai pensato vero? è
una questione di cultura. Infatti, allenare è principalmente questo…
una questione di cultura.
Dan è stato
un grande conduttore di uomini, con lui si arrivava ad interpretare la
figura del guerriero in campo. Ti faceva sentire importante e trovava mille
modi per trasmetterlo. Un esempio?
L’ultimo
allenamento della settimana teneva una piccola riunione nello spogliatoio.
Disegnava cartelli che io stesso appendevo sulle pareti e, quando i ragazzi
finivano l’allenamento, teneva il discorso preparatorio per la gara, proprio
nello spogliatoio.
Non
accennava mai ai cartelli affissi, sembravano lì per
caso, ma i ragazzi li vedevano, eccome!!! Cosa c’era scritto? Con il
ritratto di Renato, Villalta dice: “Per vincere a Varese, tagliafuori e
sfondamenti. Senza Pietà!”
Infuocava
gli animi, non ci credete? Così piccolo, ma grande! Diventava alto più di
due metri quando parlava, indicando la via del successo.
Io stesso
invidiavo Villalta, Bertolotti, Caglieris e tutti gli
altri. Avrei voluto anch’io sentire quelle parole prima di entrare in campo.
Ai miei tempi ci si caricava da soli e spesso non ci riuscivamo. Disegnava
il viso dei ragazzi come un ritrattista di professione. Era più importante
quello, oppure insegnare la tecnica? Chi non è stato giocatore può
sorridere, ma non sa cosa vuol dire.
è logico che c’è
bisogno di tutto, non si può escludere nulla, ma la tecnica è una priorità
facile da conquistare. “Ettore, secondo te, cosa
pensano i ragazzi dei cartelli affissi al muro?"
“Ho visto
Villalta staccarlo e portarlo a casa. Sono un messaggio importante.”
Come già
detto, Dan era un grande conduttore di uomini che li portava sul campo, per
vincere una battaglia. Su una palla vacante si eccitava nel vedere che tutti
si tuffavano. Vietato avere paura del contatto fisico. Se scorreva il
sangue, era un buon segno. Una grinta, la sua, che sfiorava la cattiveria.
Cosa sarebbe stato se avesse avuto il fisico di Meneghin?
Non avrebbe
sicuramente allenato.
Mi è sempre
piaciuto prestare attenzione a Dan mentre parlava, mi trasportava con
l’enfasi, sarei andato in campo anch’io a giocare con loro e per lui. E ora
provate a rispondere a questa semplice domanda: “Era possibile imitare Dan?”
Quelli che lo facevano, copiando i suoi allenamenti, gli schemi o quant’altro
erano sulla strada giusta? A mio avviso, lontanissimi dall’essenza del suo
essere coach, comunque inimitabile. Mi sembra scontato dire che Dan non era
solo un esempio di coach trascinatore, lo psicologo che sa penetrare dentro
l’animo umano.
Conosceva la
tecnica. Alla grande!!!
Un dettaglio
che nessuno sa è l’interessante orgoglio che lui (raramente) dimostrava nel
sottolineare l’idea vincente del gioco di squadra. In altre parole, era
consapevole che l’efficienza di uno schema (offensivo e difensivo),
diverso da quelli che si vedevano in campo, era fondamentale.
Aveva un
sentimento innato per la diversità tecnica che determina l’imprevedibilità
di una squadra.
Un giorno
cominciò ad allenare i ragazzi per fare la zone-press. “Dan, perché lo fai?”
gli chiesi “Perché non lo fa nessuno ed avremo molti vantaggi da questa
sorpresa. E un po’ di tempo per viverci sopra”. Per un mese vincemmo con la
zone-press in tutti i campi d’Italia. Per allenare ci vuole anche il
coraggio che viene dalla sicurezza delle proprie idee. Uniformarsi
tecnicamente agli altri non è la strada giusta. Certo non si può rinnegare
il valore dei fondamentali che lui faceva inesorabilmente esercitare ogni
settimana, nel suo microciclo settimanale. Era però
solo routine.
Ma l’idea
tecnica che sconvolge le abitudini degli avversari non è certo da meno, per
importanza, nei confronti dei fondamentali individuali e di squadra. Lui
aveva questo sentimento, che io ho colto. Non ha mai manifestato apertamente
questo pensiero, forse era istintivo, ma io l’ho compreso perché sono
d’accordo con quella sensibilità che appartiene anche al giocatore
protagonista.
Non è mai
stato un giocatore di quel tipo, quello cioè che sorprende ed improvvisa, ma
Dan ha avuto l’intelligenza sportiva di comprenderne l’importanza
che ha sempre espresso come coach.
Che dire
ancora di Dan? Aveva un grande rispetto delle idee dei giocatori. Se uno di
questi gli diceva che per lui sarebbe stato meglio fare diversamente
rispetto a quello che lui stesso proponeva, gli rispondeva con sincero
entusiasmo di provarlo a fare. Senza problemi da parte sua.
Quanti
allenatori hanno questa formidabile capacità? E quanti risultati positivi si
raggiungono in questo modo? Per finire, diciamo che psicologia,
programmazione, lavoro sui fondamentali erano la base della filosofia di Dan,
ma c’erano anche idee tecniche, nuove e rivoluzionarie per quel periodo
storico. Portò il “Triangolo laterale alto-basso” che si distingueva
nettamente da quello di Tex Winter. Il playmaker si spostava di lato e
quattro attaccanti si posizionavano al limite dell’area.
Lo scopo?
Costringere i propri giocatori al gioco di squadra, mancando lo spazio per
l’1c1.
Era
interessante anche il comportamento della difesa il cui spazio per muoversi
era altresì insufficiente. Un gioco che migliorò incredibilmente l’abilità
nel passaggio dei giocatori.
Non c’erano
tracce da seguire schematicamente e quindi prevedibili, perché gli
attaccanti si muovevano liberamente come dentro la loro casa. Era la palla
che si muoveva veloce. Come nell’attacco alla zona, doveva andare da un lato
all’altro, dall’alba al tramonto.
Prima che la
difesa si adattasse a questo modo d’interpretare il gioco, passò il tempo
necessario affinché tutto il movimento cestistico italiano facesse propria
l’idea per controbatterla. Ogni sua intuizione finiva così. E quello è stato
anche il tempo del suo successo.

Dan rompe la tradizionale segretezza degli
allenamenti: tutti possono assistervi
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