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Tonino Zorzi nel suo habitat:
la palestra.
Antonio Zorzi
nato a: Gorizia
il: 10/06/1935
Stagioni alla Virtus: 2008/09
palmares individuale in Virtus: 1 Eurochallenge
Statistiche individuali
biografia su
wikipedia
IL SEGNO DI ZORZI
di Franco Bertini -
Superbasket - 6/12 dicembre 1994
Tonino Zorzi, classe 1935, il
coach nostrano di più lunga milizia: 893 partite con 464 vittorie, pari al
52%. Un record assoluto. Viene da Gorizia, terra di grandi talenti e di
cecchini formidabili, da Vittori ad Ardessi, da Brumatti a Zollia, da
Sardagna che schiacciava quando ancora la schiacciata era un'idea platonica
a Zorzi, appunto, gran spolveratore di retine fra gli anni '50 e '60. A 27
anni, nel bel messo di una carriera di giocatore ancora aperta al futuro,
Zorzi salta il fosso e va a sedersi in panchina percorrendo l'Italia in
lungo e in largo per trent'anni, la Venezia di Reggio Calabria, da Napoli a
Gorizia, da Pavia a Siena. Adesso è da una settimana il nuovo coach di
Montecatini.
Caro Tonino, ti dò una notizia
in esclusiva: sei l'allenatore più vecchio in circolazione di tutta la A1.
Che ne dici?
"Che non mi sento affatto
vecchio e che ho ripreso ad allenare come se fosse il primo giorno di
scuola. è nella mentalità
della mia, anzi, se permetti, della nostra generazione, ci divertiamo a
lavorare".
Fai una botta di conti: con
questa quante sono le squadre che hai allenato?
"Con Montecatini sono otto,
però con vari ritorni in parecchi posti".
Che ricordi hai del tuo
debutto che risale ormai alla notte dei tempi?
"Fu come giocatore-allenatore
nel 1962 a Gorizia che allora era in serie B e fummo subito promossi. Fare
il giocatore allenatore è un'esperienza bestiale che non auguro a nessuno.
Ricordo che durante una partita mandai un giocatore a riscaldarsi dietro la
tribuna prima di farlo entrare. Solo che poi me ne dimenticai e a fine
partita un dirigente mi venne a dire che quel giocatore ormai più che caldo
era... cotto".
In tutti questi anni hai
guadagnato un sacco di soldi, ascolti Mozart, fai il giornalista, vai in
barca a vela e stai scrivendo un libro. Chi te lo fa fare a tornare ad
allenare?
"Me lo hanno detto in tanti
che sono un masochista, ma la verità è che allenare mi piace, mi diverte e
in più mi pagano per fare una cosa che farei comunque".
Quante volte hai cambiato idea
sul modo di allenare?
"Non tante, perché sono
partito col piede giusto. Da giocatore ho avuto un buon allenatore che era
stato allievo di Van Zandt e quindi alcune idee di base le ho sempre avute.
Da Nikolic ho preso la preparazione e la
programmazione e infine molto ho imparato dai miei vecchi giocatori come
Vittori, Maggetti, Gavagnin, Bufalini. Perfino da te quando eravamo in
Nazionale, anche se mi facevi leggere Kafka e non ci capivo un bigo".
Hai lavorato anche con la
Nazionale che è cambiata pure lei. In meglio o in peggio?
"Non è cambiata la nazionale,
si sono fuorviati i giocatori. Quelli della nostra generazione erano più
dotati in fatto di fondamentali generali, quelli di oggi sono più forti
fisicamente ed anche tecnicamente, ma solo nelle cose in cui sono
specialisti".
Di che cosa parla il libro che
stai scrivendo?
"Di 44 anni di basket e di
episodi legati al basket. è
un modo per avere altri interessi e per non vivere sempre con l'idea fissa
degli allenamenti".
Lo sai che quando uno sportivo
scopre la cultura e la musica classica non è più lui?
"Ah sì? Ascolto Mozart, ma
ascolto soprattutto jazz e blues. Però Mozart mi piace, così come mi piace
il legame fra Venezia e Wagner. Mi piace la bella musica in genere, ma prima
di tutto viene "Farfallone amoroso"..."
Come sono cambiati attraverso
gli anni gli elementi per valutare la bravura di un giocatore?
"Oltre alla tecnica la base
resta sempre il cuore. Mi piacciono i giocatori non specialisti, che
sappiano fare tante cose, magari al meglio, ma con un tasso di bravura più
alto possibile".
Ormai sei un classico come
Manzoni, molti giovani coach ti citano fra i loro maestri.
"Sono molto felice quando
leggo che Caja si ispira ai miei giochi e mi fa piacere che Vitucci, Di
Lorenzo e Gebbia parlino di me. Sono un vecchio rincoglionito e queste cose
mi commuovono, anche se ancora non piango. Credo che dipenda dal fatto che
quando vado ai clinic e parlo ai giovani allenatori loro sentono che non
racconto quello che ho letto, ma quello che ho fatto e che ho pagato sulla
mia pelle. è come quando un
padre dice al figlio: fai quello che vuoi, ma almeno evita questi errori che
ho già fatto io".
Quando giocavi eri uno che
segnava tanto, come Lombardi. Lui è diventato un fissato per la difesa, e
tu?
"Diciamo cinquanta attacco e
cinquanta difesa, anzi settanta e trenta, qualcuno dice addirittura novanta
e dieci. Certo, la difesa è importante, ma, come diceva giustamente Otello
Formigli, gira e rigira bisogna fare "la canestra". Ho ancora idee da
giocatore, non sono un fanatico delle riunioni che anche da giocatore mi
rompevano le balle".
Mi pare che tu abbia una
specie di vocazione al martirio: sei tornato a Napoli quando era ora di
scappare, adesso Montecatini che avrà da soffrire per tornare in alto.
""Non sono votato la martirio,
mi sarebbe piaciuto avere una buona squadra fin dall'inizio di stagione.
Invece sono rimasto deluso perché mi aspettavo qualcosa di meglio dopo il
bel campionato a Napoli senza soldi, neppure per l'acqua minerale e con i
giocatori che per raggranellare denaro facevano i pizzaioli e i
posteggiatori. O forse sono uno che rompe troppo, ma d'altronde noi
allenatori dobbiamo farlo nell'interesse delle società".
Nel tuo ricchissimo carnet mai
una grande squadra. Perché?
"L'ultima occasione è stata la
Scavolini quando se ne andò Bianchini e subentrò Scariolo, ma avevo ancora
un anno di contratto con Reggio Calabria. Mi sarei dato una botta in testa,
ma fui ligio al mio impegno professionale".
Come mai la tua carriera di
giocatore si arrestò così presto?
"Ancora masochismo, fin da
allora mi piaceva fare l'allenatore, un amore mai finito".
Cosa apprezzi in un giocatore
e cosa in un allenatore?
"In un giocatore la tecnica,
ma soprattutto l'impegno per migliorarsi in ogni età. In un allenatore la
coerenza in quello che fa e la continuità nel cercare sempre qualcosa di
nuovo e magari anche un po' pazzo migliorando il proprio bagaglio. Questo me
lo ha insegnato Vittorio Tracuzzi, che forse
reputo il più grande di tutti".
Il libro più difficile che hai
letto?
"Non ne ho letti di
particolarmente difficili. Ho l'abitudine di leggerne tre o quattro alla
volta. Mi piacciono molto quelli che parlano del periodo della guerra e del
dopoguerra perché mi ricordano anni che ho vissuto".
Musica classica e schemi di
gioco: non mi dire che hanno un rapporto...
"Nel ritmo certamente sì".
Ho letto un tuo pezzo sul
Gazzettino in cui parlavi di basket barocco. Sei impazzito?
"Barocco è il basket
rimescolato per il piacere del rimescolo. Sono per un basket lineare, per il
contropiede e per il passing-game. Mi piace di meno il basket fatto di
numeri per chiamare i giochi e di occhio al cronometro prima di cominciare
ogni azione. Barocco è il basket giocato più con sé stessi che con
l'avversario e che disdegna il canestro facile".
Tonino Zorzi pare un buon
bicchiere di vino fra whisky acidi e pessimi cognac d'imitazione. Lineare
come sanno esserlo i friulani qunado sono nella loro migliore versione, pare
quasi fuori moda e invece è un classico. Cita gente come Vittori e Gavagnin,
Maggetti e Bufalini, Van Zandt e Formigli e quel Vittorio Tracuzzi che,
tanto per dirne una, vinceva gli scudetti nel 1956 con la Virtus facendo la
zona 1-3-1 a metà campo con in punta un uomo di due metri. Sì, proprio
quella 1-3-1 inventata vent'anni dopo da Peterson
fra la meraviglia di molti. Mozart e passing-game, blues e contropiede,
difesa sì, ma conta "la canestra", tecniche nuove ma maestri antichi, un
libro di ricordi baskettari e il traguardo delle mille partite. Vai così
Tonino, che vai bene.

Un giovane Tonino Zorzi,
allenatore della Fides Napoli nel 1968/69
LA PRESENTAZIONE DI TONINO ZORZI
di Valentina Calzoni - bolognabasket.it -
11/11/2008
Dopo Matteo Boniciolli, è stata la volta di
Tonino Zorzi, “padre della patria” cestistica, come lo definì ieri il
nuovo coach bianconero, a presentarsi alla stampa.
Sabatini ha messo insieme i 2 grandi millenari del basket: Zorzi e
Terrieri. Lei è un padre fondatore della nostra pallacanestro e non è mai
stato sopra un piedistallo, ha sempre avuto cura dei giovani e oggi viene
a Bologna con un ruolo nuovo, il senior assistant: ritiene di essere
arrivato un po’ tardi alla Virtus? “Ricordo bene che il primo contatto
con la Virtus fu nel 1952 in Sala Borsa: le loro tute erano di raso
bianconero, bellissime, ma il nostro spirito era buono ed ebbi delle
ottime recensioni dai giornalisti di allora, erano bei tempi. Sul fatto di
essere arrivato solo oggi qui dico che come sempre prendo quello che
riesco a ottenere. Insieme a Boniciolli sono certo che faremo molto bene e
cercheremo di raggiungere i massimi risultati possibili. Penso che la
pallacanestro sia un gioco bello e allo stesso tempo crudele perché
conosco la disperazione delle partite perse di un punto e per questo
voglio sempre vincere. Si dice che sia arrivato qui tardi, ma un po' di
anni fa qui ho mandato un figlioccio, Ettore Messina che era mio allievo a
Mestre e giocava nelle juniores. Quando sbagliò 2 tiri liberi nelle finali
interzona contro Mestre lo chiamai e gli dissi “ragazzo con quei piedi non
vai da nessuna parte, incomincia a fare l’allenatore.” E cosi è andata.”
Come è nato il sodalizio con Boniciolli? La situazione di Avellino è
riproducibile a Bologna secondo lei? “È un po’ di anni che ci
conosciamo tramite Tanjevic: Matteo mi chiamò la prima volta quando
allenava le giovanili azzurre a Nuova Gorica e da li è nata una filosofia
comune: io amo discutere sempre delle idee che ho, a volte sono anche
troppe e da limare, per questo quando mi ha chiesto di andare con lui ad
Avellino ci ho messo 7 secondi ad accettare. In 8 mesi abbiamo confermato
il nostro lavoro passando anche attraverso le burrasche,
perché non è tutto
bello quello che riluce: a volte è stato anche difficile, ma io amo
combattere per quello in cui credo e amo i dirigenti che sono vicini
quando le cose non vanno bene e ti danno la loro tranquillità quando
invece tutto va bene. Una volta nella pallacanestro si sbagliava e allo
stesso tempo si migliorava molto di più. La nazionale era composta da
giocatori più bravi, non c’erano gli specialisti. Ora i giocatori sono
fisicamente più forti, ma non abbastanza completi. Una volta si lavorava
di più, c’era ricerca. La pallacanestro è un gioco che va ripetuto ogni
giorno, tutta la settimana: bisogna sempre lavorare duro come fanno gli
operai alla Ferrari per poi essere essere piloti la domenica. Serve lavoro
e sudore per imparare.”
Ha cominciato ad allenare nel 62 a 27 anni ed è ancora attuale come
allora. Come ha fatto ad adattarsi ai cambiamenti? “Si cercava, si
faceva…ci si arrangiava: partivo da Gorizia con la mia 500 per andare a
vedere i clinic anche all’estero. Andai a vedere Il primo McGregor che
arrivò con le divise americane dell’università di New Mexico a Porto
S. Giorgio contro la Polonia. I polacchi vinsero di 40 punti. Ho rivisto
Aito e Bianchini a Malaga e mi hanno fatto venire in mente quando sono
andato con loro ad un altro clinic: a loro forse è andata molto meglio di
me, ma abbiamo tutti fatto pallacanestro, con Tracuzzi e De Sisti a Roseto
durante l’estate d’estate svitavamo le sedie dei bar per simulare le
difese e gli attacchi... cercavamo di studiare con i nostri mezzi cercando
le cose più semplici per i giocatori, giocare veloce in contropiede.
Quando ho vinto lo scudetto a Varese con Garbosi, “la volpe della laguna”,
ricordo che ci faceva correre sempre, facevamo solo contropiede. Mi mi
diceva “jouais mal, mais jouais vite”
La sua storia è affascinante e così la storia della Virtus. Quale Virtus
avrebbe voluto allenare? “La prossima mi va benissimo.”
Si è trasferita anche la sua famiglia? “Appena potranno verranno
certamente, sono tutti entusiasti di questa opportunità, soprattutto mia
moglie”
Come si fa oggi ad essere attuali nella pallacanestro? “Oggi è facile
essere attuali: basta leggere, guardare, ci sono libri, c’è la
televisione: bisogna avere la passione ed io sono appassionato di questo
sport. Ho smesso presto di giocare perché volevo allenare, se mi fanno
psicanalizzare probabilmente diranno che ero matto. Io facevo 30 punti a
partita, ma volevo passare il mio tempo con i ragazzi in palestra, ad
allenare. Per 7 ore consecutive allenavo eppure avevo ancora una buona
carriera di giocatore. Posso dire che quando sono stato per 5 anni capo
allenatore a Gorizia ho sempre desiderato di ricreare una “piccola Virtus”
in quella realtà, riprodurre la stessa mentalità insomma.”
Cosa succede quando si cambia allenatore durante la stagione secondo lei?
“Io ho sostituito tanti bravi allenatori che non sono stati fortunati.
La componente della fortuna è molto importante in questo sport: la cosa da
non fare mai credo sia parlare con l’allenatore che c’è stato. O la
faccenda è toppo mielosa o è troppo dura. Ho sempre voluto trattare io
personalmente il gioco e i giocatori e poi tirare le somme. Certo a volte
quando tiri le somme pensi che potevi fare diversamente, ma io preferisco
gestire giocatori e gioco da subito in prima persona, direttamente”
Che impressione ha avuto ieri, soprattutto guardando le facce dei
giocatori che non erano piaciute recentemente? “Se devo dire la verità
ho percepito un’atmosfera superiore a quella che mi aspettavo. Avevo visto
la partita di Pesaro, ma l’allenamento mi è parso nella norma: ieri i
giocatori erano in attenzione per non stare ne sopra ne sotto le righe,
stamattina invece l’allenamento è andato ottimamente, sia come attenzione
che sulle individualità e i fondamentali di tiro. Posso dire di essere
moderatamente soddisfatto”
Quante delle cose che lei scriveva sul taccuino di cui ha parlato
Boniciolli abbiamo visto in campo ad Avellino? “A dir la verità molte:
io sono molto esplosivo nelle cose anche se col tempo ho imparato che
prima bisogna tenerle per se e provarle, ma la cosa più importante è avere
idee. Il giocatore per me deve lavorare per migliorarsi su più fronti.
“Improve” è la parola che conosco meglio dell’inglese e so che per gli
americani ha un significato molto importante: credono molto nella
possibilità di migliorarsi, anche per avere contratti migliori. Tanti dei
miei giocatori che si sono impegnati sotto questo punto di vista sono
migliorati: Delfino lavorava 2 ore prima e un’ora dopo la fine degli
allenamenti e così Eze: hanno lavorato tanto e imparato tanto anche grazie
agli allenatori che hanno avuto al loro fianco.”
Lei una volta era considerato il profeta del passing game. Ora c’è la
tendenza a vedere un po’ in tutte le squadre gli stessi giochi e schemi.
Ad Avellino l’anno scorso però non era così.. “La mia filosofia di
gioco nasce dalla difesa e prosegue nel contropiede. Fino all’anno scorso
con il mercato sempre aperto bisognava inventarsi sempre qualcosa di
rapido. Il passing game, le transizioni e i pivot che corrono sono cose
molto importanti per me così come saper creare spaziature, giocare l’ uno
contro uno e il backdoor, ma soprattutto difendere duramente.”
Lei è stato un grande giocatore e poi allenatore. Qual
è la soglia oltre
la quale l’allenatore non deve andare nei rapporti con un giocatore, anche
una superstar. Ha sempre rispettato questa soglia? “Ho sempre
rispettato la spinta del giocatore,ma ho anche sempre pensato che se da
100 può dare 110. A quel punto se vedevo un rifiuto cedevo io perché il
giocatore è sempre la cosa più importante: non penso che ci siano stelle
Nba che debbano godere di un trattamento diverso. Tutti devono essere
pronti per la partita allo stesso modo. Non mi sento mai nel giusto a dare
dei vantaggi ad un giocatore, neppure se è una stella americana. Ho
sbagliato solo con Haywood, che ha schiacciato solo dopo 20 giorni che era
a Venezia: volevo trattarlo come gli altri, poi il suo compagno americano
mi disse “è la stella NBA”, io gli ho risposto “non qui, quando si ubriaca
prima delle partite di playoff, o passava la notte in giro”. Avevamo
Dalipagic con il gesso alla gamba, se lo fece togliere, e giocò perché
“non puoi giocare senza un americano”. Segnò 33 punti, poi non poteva
nemmeno camminare. Avrei forse dovuto dargli tutto quello che voleva, ma
non posso, anche per rispetto verso gli altri, fare differenze”.
Quando si parla delle polemiche Peterson-Bianchini molti non si ricordano
della sua polemica con Peterson che fu la prima e si concluse con un
telegramma. Oggi le polemiche sono di altro genere, e sembriamo tornati ad
un livello di nicchia. Lei come si trova? “Non amo molto questa
generazione che vive con il telefonino. Io lo uso solo per mantenere il
contatto con i miei ex giocatori, ad esempio Bufalini, Avenia, Lamma che
mi tirano sempre su di morale quando sono incazzato. Amo il contatto
diretto, se devo dire qualcosa lo dico: noi allenatori non facciamo
politica, facciamo qualcosa di concreto, ma siamo come cani sciolti, a
differenza dei procuratori che riescono a legare fra loro i giocatori. Fra
di noi non c’è una comunicazione globale, siamo una cellula chiusa e non
basta. Siamo legati alla squadra ma a volte sarebbe utile guardare oltre,
aprirsi oltre la realtà di squadra. I dirigenti del basket attuale ad
esempio dovrebbero essere anche amanti del gioco e del lavoro di gruppo,
della nazionale. Pensare solo alla tecnica, di cui io sono comunque
amante, non basta. Bisogna far amare lo sport, far amare la maglia della
squadra, far venire su i giovani e lavorare con gente che davvero tiene
alla pallacanestro, ed è bello che gli allenatori lavorino bene. Chi è
bravo stia in alto, chi non lo è lavori per diventarlo. Poi la tecnica è
importantissima, però si deve anche portare la gente ad amare questo sport
e questa squadra, non solo le scarpe e le magliette. Convincere i bambini
a portare alle partite le famiglie, anche in una città come Bologna, dove
c’è sport, educazione, evitando che ci siano anche i “mona”, i cretini.”
L’anno scorso non avete allenato gioielli ma li avete creati. Quest’anno
le condizioni sembrano ideali per far bene, e far bene significa vincere.
Non ci sono mezze misure. Lei e Matteo come avete deciso di porvi nei
confronti di questa nuova realtà? “Forse lo direbbe meglio Matteo, ma
io penso che si debba giocare con spirito golfistico “buca per buca”:
primo obiettivo playoff, finale di coppa Italia, finale di Coppa Europea,
finale di playoff. E’ questa la nostra scaletta e nel mentre speriamo che
qualche giovane giocatore venga fuori e ci sia anche un po’ di fortuna.
Non abbiamo la bacchetta magica, mi auguro che lavorando con questi
giocatori di talento succeda come ad Avellino. Vedremo se sapranno passare
dal meccanico al pilota domenica dopo domenica”
Come far diventare la difesa un punto di forza considerando anche le
difficoltà di Boykins? “Il nonno diceva “faccio la minestra coi ceci
che ho”. L’obiettivo sarà sistemarli nelle posizioni ottimali, è questo
che cercheremo di fare. Non è solo un problema di Boykins: Green era come
lui, ma la pallacanestro è un gioco di squadra, se ci sono gli aiuti tutto
sarà più facile anche per lui.”
Come si può costruire una squadra a livello di Siena cambiando
continuamente le formazioni? E’ necessario cercare per forza in America
piuttosto che in Europa? “ E’ un problema di soldi, di club, di
conoscenza. Loro quando si è rotto Kaukenas hanno preso Diener per un
milione di dollari o giù di lì, e nessuna delle altre squadre lo ha preso,
forse perché erano già al limite del budget. Hanno tenuto una ossatura
importante, portata avanti nel tempo, facendo crescere chi avevano come
Eze, e sostituendo chi è partito con signori giocatori, vedi il cambio
Thornton-Domercant. A Siena sono riusciti a guardare lontano non solo
pensando alla piazza e alla fretta di cambiare. Non basta però
l’organizzazione, ci vuole anche la solidità economica. Vedere
continuamente squadre che spariscono non è un bel segnale, ma se viviamo
ancora dopo tutti i problemi vuol dire che la passione per la
pallacanestro c’è ancora, ma bisogna lavorare per dare le cose migliori
alla gente”.
Siccome in Italia si tende a paragonare tutto col calcio: tu sei
conosciuto come il paron: Nerio Rocco ha avuto Sani, Altafini, Rivera, chi
sono stati i tuoi? “ Carraro, Vittori, e Dalipagic che faceva canestro
quando serviva, e a differenza di Oscar ogni tanto difendeva… Lui mise 70
punti contro la Virtus (era il 1986-87): a fine primo tempo mi dissero che
ne aveva messi 46, ma non forzava niente, si appoggiava e tirava solo con
la mano destra, dicevano, ma alla fine faceva sempre canestro. Ma in
quella partita vincemmo con i 6/6 di Masetti, i 5/5 di Brusamarello, non
basta che segni solo uno. Binelli fece 30 e non se ne accorse nessuno, un
peccato perché lui giocava veramente bene…”
Il patron Sabatini ha anche precisato che sono già iniziati i lavori di
restyling al museo Virtus per inserire il nuovo coach Matteo Boniciolli e
Tonino Zorzi.
Zorzi:
«Virtus, basta prendere schiaffi»
di Vincenzo Di Schiavi - La
Gazzetta dello Sport - 24/04/2009
L'unica possibile coppa europea targata Italia
passa dalle Final Four casalinghe di Eurochallenge della Virtus, oggi a
caccia della finalissima contro Limassol. L'Europa, il delicato momento
della Virtus, Sabatini e la sfida al
veleno con Siena: il tutto visto dall'occhio saggio ed esperto di Tonino
Zorzi, 73 anni, con le sue oltre mille panchine, ormai mitico senior
assistant (così li chiamano negli Usa) di Matteo Boniciolli, di nuovo a
caccia di una trofeo europeo dopo il successo di 40 anni fa in coppa Coppe
con Napoli. Zorzi, per introdurre la sfida col
Limassol, partiamo dal tonfo di Ferrara. «Tra
notturne e sfide a mezzogiorno, erano 3 mesi che non giocavamo la domenica
pomeriggio. La scusa banale è che non eravamo più abituati, in realtà ha
pesato la partita con Siena. La squadra non era pronta mentalmente: mi sono
accorto che i ragazzi parlavano troppo dei fatti legati alla gara con l'Mps.
Forse ci facciamo travolgere più degli altri dagli episodi sfavorevoli».
Gli errori arbitrali di quella gara sono un'ossessione?
«No, ma stanno condizionando una squadra che è convinta di aver perso
non per demeriti propri. Sarebbe stato meglio uscire sconfitti per uno
sganassone dato a Kaukenas sul rimbalzo offensivo. Anche se, va detto, Siena
è ancora superiore in termini di esperienza. Alcuni nostri giocatori, forse
per la giovane età, non sono pronti per gare come
quella, da playoff, partite dure dove volano molti schiaffi. Noi li abbiamo
solo presi, a volte bisogna ridarli o prevenirli».
Final Four, da vincere in casa. Quali i pericoli?
«Cerchiamo di non snobbare il Limassol: sono fuori dal loro campionato e
puntano solo alla Coppa. Sono esperti e hanno molti giocatori a caccia di un
contratto. Occhio al play Mitchell, a Jeretin, Dozet e Taylor che sono buoni
tiratori e a Blanchard con me a Reggio Calabria 4 anni fa. Tutti tirano con
oltre il 40% da 3. Io sono un golfista e dico sempre: giochiamo buca dopo
buca». I suoi primi mesi in Virtus? «Molto intensi.
Ho lavorato in tante squadre: senza offendere
nessuno, ma la Virtus è la Virtus. Il top come ambiente e organizzazione».
Ma c'è anche tanta pressione. «Quella l'ho sempre sentita, ma la so
gestire. Non vado al gabinetto ogni 20" come i giocatori prima della
partita». Il rapporto con Sabatini? «Ottimo. Anche
quando sclera lo fa per perseguire uno scopo, non parla mai a vanvera».
Pagelle Virtus: chi l'ha impressionata? E chi può dare di più? «Langford,
che farà una grande carriera, e Boykins da cui dipendiamo, sono super.
Koponen si è involuto: come certi giovani italiani, quando sbaglia va in
crisi mistica, ma ha talento: può migliorare».
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