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Vittorio Tracuzzi e Sofia Vinci all'epoca in cui era allenatore della Nazionale femminile

 

Vittorio Tracuzzi 

nato a: San Filippo del Mela (ME)

il: 02/01/23

numero di maglia: 5

 

Stagioni alla Virtus: 1954/55 - 1955/56

 

come allenatore: 1954/55 - 1955/56 - 1956/57 - 1957/58 - 1958/59 - 1959/60 - 1970/71 - 1971/72

 

statistiche individuali come allenatore

 

biografia su wikipedia

 

palmares individuale in Virtus: 2 scudetti come giocatore e 2 scudetti come allenatore

 

 

"Il cervello elettronico, il moro di Messina, il Tyron Power del basket italiano e chi più ne ha più ne metta, questo è Vittorio Tracuzzi". è Aldo Giordani che racconta un episodio che vide protagonisti, oltre al popolate telecronista, allora giocatore, anche Stefanini e persino Vittorio Gassman. "Nel '42 si presenta alla palestra di Montesacro a Roma con una sgangherata valigetta di fibra, in una divisa d'avanguardista che gli tirava da tutte le parti. Aveva fatto una notte in treno e, con la barba lunga e le occhiaie ben marcate, sembrava - in controluce nel vano del portone d'ingresso - un'apparizione infernale. Vittorio Gassman, che era tra i convocati della Nazionale giovanile, disse a Stefanini "e questa da dove viene?". Nessuno lo conosceva. Sei anni più tardi esordiva in Nazionale".

 

Fa sorridere Tracuzzi che parla del suo stipendio di allora: "Arrivando a Varese da Bologna io ero l'allenatore più pagato" ricorda il coach "e alla Virtus pigliavo 60, 70 mila lire al mese. E per fortuna che sia io che mia moglie insegnavamo a scuola. Un giorno il presidente mi disse: "Tracuzzi così non può proprio vivere" e mi aumentò di qualcosa. Ma fra scuola e basket arrivavo sì e no a 200.000 lire mensili".

 

tratto da "Virtus - cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 


 
Il Moro
tratto da "I Cavalieri della Vu Nera. I 125 anni della SEF Virtus attraverso i suoi campioni"

 

Siamo nei primi anni Quaranta, alla palestra romana di Montesacro si presenta uno strano tipo tutto nero e peloso. Dice che viene dalla Sicilia, precisamente da Messina, e ha una valigetta tutta sgangherata e una divisina da avanguardista che gli tira da tutte le parti. Vittorio Gassman - sì, proprio lui, l'attore - stava allenandosi lì con la nazionale giovanile, tira la manica il grande Stefanini e gli fa: "Ma chi è 'sta macchietta?".
Morissimo e pelosissimo, sei anni dopo lo strano tipo debutta in nazionale A e più tardi diventa giocatore-allenatore di rispetto e di successo. Si chiamava Vittorio Tracuzzi, poi ribattezzato il moro di Messina. Le sue parole erano leggere come pietre aguzze, il suo carattere era dolce e levigato come la carta vetrata. Gli affidano per un po' anche i patrii destini, lui baruffa un po' con tutti, poi va a spezzare il pane della sua conclamata scienza a Varese e a metà degli anni Cinquanta arriva a Bologna dove la Virtus langue fra mille tremori e sospiri perché da qualche stagione lo scudetto se lo pappano gli altri e oltretutto in città c'è la concorrenza di un altro club - il novello Gira - che dà veramente sulle scatole.
Alla Virtus il Moro pensano di pagarlo il giusto, gli danno settantamila al mese, ma il Moro può campare benino solo continuando ad insegnare a scuola insieme alla moglie. Intanto la Virtus si rianima e il Moro con i suo modacci fonda una specie di accademia, spolvera una zona 1-3-1 che sarà poi rinverdita vent'anni più tardi da Peterson a Milano e vince alla grande due titoli di seguito, vince anche giocando e berciando, vince sfruttando con mirabili giochi il gigantone Calebotta e il micidiale contropiede del duo Canna-Alesini e la ferrigna difesa di Germano Gambini e insomma il Moro si radica qui in città e sultaneggia al punto che riesce difficile anche solo accostarlo o abbeverarsi ai suoi calici.
Il Moro ha un inarrivabile fascino, in campo e fuori. È sposatissimo, ma non disdegna svicolare. Donne venite a me, fa sapere in giro, e le donne vanno e ritornano discretamente satolle, si sussurrava negli anfratti del basket. Ma stiamo a quel che accade in campo e lì don Vittorio è davvero un pozzo inesauribile. Anticipa i colleghi su tutti i fronti e al secondo alloro si ferma anche perché non sarebbe Tracuzzi se non facesse le proverbiali tracuzzate. Per esempio un pomeriggio sta schiantando i tradizionali rivali di Milano e anch'io in tribuna esulto e faccio una specie di ola ante litteram. E su un vantaggio di più di quindici che fa il diabolico Moro? Toglie tutto il quintetto per irridere maestro Cesarone Rubini il quale non gradisce per niente e rimonta e chiude il match in parità e vince poi ai supplementari con il popolo Virtussino che questa al Moro non gliela perdona proprio.
Poi negli anni il Moro si perde e si disperde, pronuncia qualche sentenza che fa morire dal ridere ("Il campionissimo domani sarà Lesa" e quel Lesa beato mai chi più lo vide), ma era chiaro che il caratteraccio era riuscito a prevalere sull'intelletto perché un bel po' d'anni dopo Vittorio torna ad officiare per la Virtus Norda e a me personalmente fa una confidenza mica da niente, questa: "Ho visto in giro un esercito di ragazzini, segnati i nomi di Binelli e Bosa, vedrai se mi sbaglio".
La rimpatriata bolognese non fu fortunata. Quella Virtus ansimava forte e quel Tracuzzi non era più quello di prima. Sempre un po’ nero e peloso, ma meno. E sempre un po' cattedratico, ma capace di dialogare come raramente aveva fatto in vita sua. Poi la Federazione gli affidò anche il settore femminile e io presidente di Lega restai molto sul perplesso perché non era il suo campo, non era il suo contesto, insomma non era roba per lui. E infatti furono più le amarezze delle gioie e un brutto giorno imparammo che il Moraccio era venuto ad operarsi a Bologna e due giorni dopo giunse notizia che don Vittorio ci aveva lasciato la pelle.
Ecco, figuratevi quante volte noi della stampa avremmo voluto incenerirlo. Ma più tardi io e altri imparammo a conoscerlo meglio. Era un uomo coltissimo e anche sensibile, un uomo che aveva avuto una adolescenza molto difficile in terra di Trinacria. Ed era un signor coach sicuramente geniale e portato alle sperimentazioni più azzardate. Studiava basket, sapeva andare poi sul concreto, non adoperava ancora la lavagna, ma dava sulla voce e sapeva farsi obbedire dai suoi fantaccini e fantaccioni. E io qui racconto il mio primo e il mio ultimo impatto. Il primo: avevo vent’anni, scribacchiavo qualcosa su un settimanale un po’ pettegolo e andai in sede per un accredito. "Lei è del Guerino? – mi incrociò lui – e allora si vergogni di scrivere per un giornale che è un cesso". E l’ultimo. Veniamo a sapere a tarda sera che la Virtus Norda (Presidente Gandolfi) ha appena esonerato Don Vittorio. Che facciamo, saliamo un attimo da lui per registrare uno straccio di dichiarazione? Don Vittorio abitava in Via Calori. Saliamo pure, ma sai mai che ci fosse qualche sottana in dolce amplesso. Suono io e gli dico forse un po’ troppo forte: "Vittorio, se lì c’è una mignotta non aprirci e basta". E invece ci apre subito, ci indica la moglie che sospira con lui davanti alla tv. Poi commenta l’esonero e accompagnandomi alla porta mi fa: "Come testa di minchia, a te non ti batte nessuno".

 


 

Sono trascorsi vent'anni dalla scomparsa di Vittorio Tracuzzi, il "mitico" allenatore della nazionale di pallacanestro e di tante gloriose squadre di club (Virtus Bologna, Varese, Cantù, Viola Reggio Calabria e Cestistica Messina) morto il 21/10/86 al Centro traumatologico dell'ospedale "Rizzoli" di Bologna a seguito di un intervento alla colonna vertebrale per i postumi di un incidente automobilistico.
Un uomo che ha cambiato il volto di questo sport nel nostro paese e che per questo viene ancora ricordato con commozione dall'intero movimento.
Nato nel gennaio del 1923 a S. Filippo del Mela (Me) e dopo aver giocato a Roma sotto Giancarlo Primo, diventò a soli 29 anni allenatore della Nazionale nella quale aveva giocato 48 gare, partecipando alle Olimpiadi del 1948.
Guidò gli azzurri anche agli europei del 1959, poi tornò ad allenare le squadre di club consolidando la sua reputazione di miglior allenatore d'Europa insieme ad Asa Nikolic.
Sulla panchina dell'Ignis Varese vinse 2 scudetti, rompendo l'egemonia della Simmenthal Milano di Cesare Rubini, e la prima edizione della Coppa delle Coppe nel 1967.
Ma la straordinaria lezione di Vittorio Tracuzzi può essere condensata in due aspetti: l'incredibile modernità della sua visione del basket e il suo amore per l'insegnamento, per i giovani il cui entusiasmo e la cui voglia di apprendere valevano per il "professore" più della vittoria di una Coppa dei campioni.
Tanto che pur schivo e poco propenso ad apparire, divenne ugualmente un personaggio.
da Gazzetta del Sud del 23/10/06

 


 

L’INTERVISTA DEL MESE: VITTORIO TRACUZZI

Di Tullio Lauro - Giganti del Basket - Giugno 1981

 

C'è in Italia un uomo, un uomo del basket, che ha fatto tutto e ha vinto quasi tutto. è stato giocatore ed allenatore, ha vinto scudetti da giocatore e da allenatore, ha allenato squadre di club maschili e femminili, ha allenato la squadra nazionale maschile e ora femminile, è l'unico allenatore ad aver vinto, come capo allenatore, sia lo scudetto maschile che quello femminile. Stiamo parlando, naturalmente, di Vittorio Tracuzzi, 58 anni spesi quasi tutti nella pallacanestro, sposato, con una figlia di trent'anni, studi classici e una laurea in medicina non raggiunta per un soffio. Personaggio veramente unico nel panorama del nostro basket, Tracuzzi ha vissuto di pallacanestro fin da prima della guerra (“Ho cominciato a giocare in Sicilia da ragazzino, poi ho avuto la fortuna di essere scoperto da un professionista americano, si era prima della guerra a Palermo, lui mi ha insegnato la pallacanestro, si chiamava Christy. Dopo la guerra sono arrivato a Roma che ero già ben cosciente di che cosa fosse il basket e lì abbiamo prima messo in piedi la squadra con i vari Primo, Cerioni, Lucentini, Palermi, D'Elia e poi abbiamo detto a Ferrero se voleva allenare la squadra perché sapevamo che lui aveva studiato la pallacanestro durante la prigionia in India. Cominciammo a giocare con sistemi americani e al primo trofeo cui partecipammo a Milano fu una grossissima sorpresa per tutti vedere questa squadra romana che giocava in modo assolutamente differente da tutti gli altri, cioè giocavamo con i blocchi, con la mezza ruota, con la ruota in cinque, figuratevi le facce degli spettatori…”). A colorire un personaggio anomalo come Vittorio Tracuzzi contribuì anche una fama, non sappiamo quanto meritata, che risale ai tempi in cui allenava prima la Ignis e poi la Virtus, quella cioè delle “Tracuzzate”, delle decisioni tanto improvvise, da apparire paradossali e che, pare, in qualche circostanza gli fecero perdere qualche partita. (“Questa delle "tracuzzate" deve essere stata una scoperta di Giordani mi pare, ma comunque io la spiego in questo senso: io ero un tipo molto ciarliero e amavo, e amo, studiare la pallacanestro ma mi rendevo conto che tutto quello che conoscevo, dicendolo a tutti, lo conoscevano oramai anche gli altri per cui dovevo andare avanti a studiare e a praticare un tipo di pallacanestro che in Italia non era ancora applicabile, è per questo che è nata questa leggenda”). Un altro motivo per dipingere, nei tempi passati, il personaggio Tracuzzi era il suo amore sviscerato per il gioco delle carte e per i giochi del Casinò. “Ero un normalissimo giocatore, non accanito come si è voluto dipingermi. Ogni tanto andavo a fare una puntatina a Campione, soprattutto nel periodo in cui ero con Borghi, ma vincevo pochissimo…”). E ancora: solo qualche anno fa, sui campi di tutta Italia, specie quelli dei tornei estivi, si poteva incontrare Tracuzzi con una vespa che poi la sera riponeva in un camper con il quale affrontava i viaggi di spostamento da una città all'altra, da una regione all'altra. (“Era molto più comodo, tutto qui. Anche perché non è che dormissi poi sul camper, ma me ne andavo comodamente in albergo. è il mio carattere da zingaro, un tetto sulla testa mi pesa. mi fa stare male. Preferisco girare, un po' qua un po' da un'altra parte. Si conosce di più la gente, si impara di più, si sta meglio”.

Dopo la Sicilia e Roma dove và Tracuzzi?

“Sono andato subito a Varese come giocatore-allenatore ed ero sicuramente il più grosso istrione che ci fosse sulla faccia della terra. Non ricordo di essere mai entrato in campo con tutti gli altri perché i fischi o gli applausi li volevo tutti per me. I fischi che ho preso in vita mia erano sicuramente giusti perché ero talmente indisponente da far drizzare i morti dentro la bara. Poi sono andato a Bologna ancora come allenatore-giocatore e in quel periodo Scuri, allora presidente della Federazione, mi chiamò ad allenare la nazionale per le Olimpiadi di Helsinki. Al ritorno mi disse “Tu sei l'allenatore della Nazionale” e io risposi “Sì, ma chi mi paga?” e lui “Poi vediamo”: rinunciai quindi ad allenare la Nazionale perché avendo scelto la vita del professionista del basket non avevo un avvenire certo e rimasi così a Bologna ma solo come allenatore perché proprio in quell'anno crearono, proprio per me, la regola che non si poteva fare il giocatore-allenatore in serie A”.

Come? La fecero proprio per lei?

“Sì, proprio per me, ero indisponente anche con i dirigenti. Si figuri che dopo un torneo in Egitto scrissi una lettera al presidente Scuri chiedendo di non convocarmi più, era l'anno prima, quando ancora giocavo, perché ero in disaccordo con la conduzione tecnica di Van Zandt…”

Quindi l'allenatore Tracuzzi nasce a Bologna?

“Sì, come allenatore, sì, ma in realtà ad allenare avevo cominciato nel '48 a Roma con una squadra femminile di serie B. E prima ancora a Varese quando ero allenatore e giocatore ho allenato la Bernocchi Legnano con la quale vinsi il titolo nel '54 e nel '55. Poi andai alla Virtus per sette anni e quando alla Virtus arrivò lo sponsor Oransoda, i Casella mi portarono a Cantù e lì più tardi commisi uno dei miei sbagli, quando mi feci attrarre dalle lusinghe di Borghi e lasciai Cantù per Varese dove rimasi fino al '64-'65. A Varese ebbi un grosso scontro a causa del mio modo di pensare con i nuovi padroni del basket sponsorizzato e allora decisi di appartarmi, prima in Sardegna, poi, dopo una parentesi all'All'Onestà in serie A, tornai in C a Casale e poi con altre squadre di B in Sicilia”.

Senza mai fermarsi un momento…

“Certo, non sono mai stato fermo un anno. Ho sempre avuto la filìa di allenare i giovani, di insegnare ai giovani la vera pallacanestro per quello che riguarda i fondamentali. Il mio slogan tempo fa era “La pallacanestro in Italia è giocata dalla A alla M e non dalla N alla Z” ora se ne sono accorti in tanti”.

Allora lei è uscito dal grande giro per incompatibilità con certi dirigenti o c'è dell'altro?

“Con i miei 58 anni posso analizzare meglio gli avvenimenti e fare anche una certa autocritica. Sicuramente la mia uscita dal grande giro è dipesa per il 10% da me e per il 90% dagli altri, perché ero un personaggio scomodo, rompevo troppo le balle, ero uno che si voleva interessare anche di cose che non erano di sua competenza. Poi può darsi che fossi troppo amico dei giocatori e non ho mai avuto assolutamente gratificazioni da queste amicizie perché tutti i giocatori, e gli allenatori farebbero bene a scriverselo su un cartello ai piedi del letto, sono tutti, nessuno escluso, dei gran figli di… Anche il tuo migliore amico, anche tuo figlio quando diventa giocatore, sai che cosa è”.

Ma è vero che lei ha inventato la pallacanestro prima degli americani, o no?

“Non direi. Assolutamente. La pallacanestro l'hanno inventata solo gli americani ma io sicuramente sono arrivato alle loro stesse conclusioni magari senza l'aiuto dei libri americani”.

Si diverte sempre in panchina?

“Sicuramente, mi diverto in panchina e ancora di più in palestra”.

Fino a quando la vedremo i panchina?”

“Fin quando, facendo tutte le mattine l'esame di coscienza davanti allo specchio, sarò convinto di poter dare qualche cosa alla pallacanestro. Il giorno che sarò convinto di non poter dare più niente smetterò di certo”.

Chi è il miglior allenatore italiano?

“è problematico dire chi è il migliore allenatore italiano, bisognerebbe vederli tutti allenare in palestra e tutti dirigere in partita. Ci sono determinati allenatori che sono ad altissimo livello, altri che lo sono un po' meno. Sono ad altissimo livello quelli che conoscono la pallacanestro dalla A alla Z e fanno un certo tipo di pallacanestro, non quelli che parlano solo bene”.

Cosa rimprovera ai giovani allenatori?

“Il giovane allenatore, generalmente, conosce molta pallacanestro, ma non sa bene a che cosa serve. Molti allenatori fanno dei bellissimi esercizi, ma se gli chiedi a che cosa servono, rispondono che sono belli perché li fanno Gamba e Peterson, non perché sappiano in realtà a che cosa servono. Questa non è una risposta”.

E che cosa le piace dei giovani allenatori?

“La voglia che hanno di lavorare e la programmazione ben precisa. Per la programmazione non basta, bisogna anche lavorare sapendo il materiale umano che si ha a disposizione. In Al e in A2 il materiale si può anche scegliere, nei limiti del consentito, agli altri livelli devi lavorare per migliorare e cercare di capire le quantità fisiche e tecniche che i giocatori ti possono dare”.

Lei che ha visto recentemente tutti i giovanissimi migliori del basket italiano, ci può fare qualche nome di promesse sicure?

“Non è il caso che io faccia dei nomi, perché mi ricordo che una volta sballai in pieno una previsione su un giocatore e magari in altri casi invece vidi giusto, ma la gente si ricorda solo degli sbagli, mai delle previsioni giuste. Posso dire che ce ne sono moltissimi buoni e che bisogna allenarli sul piano tecnico perché sul piano fisico ci siamo, come ci siamo sul piano fisico anche nel settore femminile quello che mi interessa di più adesso perché ritengo di poter fare molte e buone cose”.

La sua vittoria più bella?

“Una delle vittorie più belle sicuramente fu la prima coppa

internazionale vinta dall'Italia, la Coppa delle Coppe a Tel Aviv nel 1965 con l'Ignis”.

La sconfitta più cocente?

“Una partita Virtus-Simmenthal a Milano, dove il mio “nemico” era Rubini. A tre minuti dalla fine vincevamo di 12 punti, chiesi sospensione, diedi le disposizioni ed ero seduto in punta di panchina per vedere come i miei giocatori avrebbero eseguito le mie istruzioni. Alla prima azione, alla ripresa del gioco, segnammo e andammo a 14 punti, a quel punto io mi ruppi internamente di concentrazione, perché ero certo di aver vinto e invece non avevamo vinto un bel niente. I signori Pieri, Riminucci e Sardagna fecero cose incredibili e perdemmo ai tempi supplementari. Dirò di più, a tre minuti dalla fine il mio “amicissimo” Rubini era già girato dall'altra parte, sicuro di aver perso la partita”.

L'errore più grave?

“Quello di essermi supervalutato in alcune occasioni”.

L'avversario allenatore che temeva di più?

“Sicuramente Rubini quando eravamo i due soli professionisti in Italia. Se avesse continuato, anche Roberto Zar di Trieste che in quel periodo, dal '47 al '54, era il miglior allenatore italiano”.

E il giocatore che l'ha più deluso?

“Delusioni dai giocatori non ne ho mai avute, se non forse sul piano umano, ma queste cose non ci devono interessare granché”.

C'è una decisione che vorrebbe non aver preso in questi anni di pallacanestro?

“No, se rifacessi la strada, farei forse tutto quello che ho fatto, però se potessi modificherei il mio pessimo carattere”.

Perché ha accettato l'offerta di allenare la nazionale femminile?

“Tengo a precisare che è stata un'offerta che coinvolge tutto un settore. Il fatto di essere in un organismo dove il capo è Rubini, il capo tecnico è Gamba e tutti lavoriamo di comune accordo è sicuramente una garanzia per poter fare belle cose. E io ho la possibilità di rendere conto del mio operato, sul piano organizzativo e sul piano tecnico, a persone che stimo validissime”.

Non è che se ne stancherà presto?

“No, anzi. Più le cose sono difficili più m'impegno a far bene. Certamente mi ha fatto bene il servizio che avete dedicato alla questione voi dei Giganti nel numero scorso, l'ho ritagliata e l'ho appesa in casa mia per ricordarmi che bisogna sempre far bene e insegnare agli altri a conoscere e imparare a conoscere gli altri”.

Lei spesso dice che il basket è uno solo, cosa vuoi dire in realtà?

“Il basket è uno solo, non ci sono dubbi. Il guaio della pallacanestro femminile una volta era la sperequazione tra quantità tecnica e quantità fisica. Ora la quantità tecnica nelle donne esiste, bisogna mettere a pari le quantità fisiche che esistono come struttura fisiologica ma non esistono come struttura atletica. Nel senso che le donne devono essere preparate un po' meglio e loro stesse si devono abituare a prepararsi un po' meglio”.

Le giovani giocatrici come le sembrano?

“Molto buone, molto buone fisicamente e tecnicamente per quello che riguarda alcuni settori del corpo. Alcune sono buone dalla vita in giù e altre lo sono dalla vita in su. Esempio, e non vuole essere una critica, prendiamo due giocatrici che potrebbero diventare fortissime: la Sbrissa che deve migliorar nelle gambe e la Passaro che deve migliorare la parte superiore del corpo”.

Chi sarà il suo assistente?

“Nel settore femminile abbiamo il problema di seguire la stessa strada della maschile, cioè noi sappiamo che la squadra nazionale è forte se c'è la piena collaborazione delle società e quindi la conoscenza stessa delle giocatrici è migliore negli allenatori delle società. Ognuno di noi gradirebbe avere un solo aiuto per poter parlare sempre con lo stesso per aprirsi magari più del lecito, ma per necessità che io ritengo giustissime, tecniche, umane, di propaganda e di miglioramento generale io mi servirò, se ci sarà il benestare di Rubini, di Melilla al primo raduno, di Colombo al secondo, di Minervini al terzo e al quarto dipender dalle società, perché a quell'epoca avranno già ripreso l'attività. Quindi vogliamo allargare la rosa dei partecipanti in modo che loro stessi insieme a noi possano vedere quali sono le quantità di lavoro necessarie al miglioramento delle ragazze”.

Si rende conto che giochiamo gli europei in casa?

“Quello è un problema enorme, sicuramente non è l'esordio migliore. In casa ci si richiede un risultato, il non ottenerlo potrebbe portare ad un regresso. Sicuramente fuori casa sarebbe stato meglio, ma non importa”.

Che idee si è fatto per la prossima nazionale e quella degli anni a venire?

“Idee molto buone, ripeto un concetto già espresso: per me non c'è alcuna differenza tra gli uomini e le donne. E lo stesso discorso lo dovrebbero fare tutti quelli che operano nel settore femminile, nel senso che non ci dobbiamo sentire vassalli del settore maschile, non dobbiamo per forza ripetere tutto quello che fa il settore maschile: chi perde la prima partita in casa perde il diritto di giocare lo spareggio in casa, sarebbe già una piccola rivoluzione”.

Terrà in conto il lavoro del suo predecessore Arrigoni?

“Sarei pazzo se non lo facessi, soprattutto conoscendo il lavoro e l'abilità tecnica di Arrigoni. Io posso modificare qual che cosa, a seconda di idee mie su alcune giocatrici, o per innesti nuovi, ma sicuramente il lavoro che è stato fatto mi pare molto buono e i risultati lo danno a vedere. Noi da parte nostra dobbiamo sfatare questi alti e bassi agli europei perché abbiamo avuto due terzi posti e poi sempre il nono”.

Gorlin e Sandon verranno in nazionale?

“Sono due buone giocatrici…

Non sono indispensabili quindi?

“Tutte sono indispensabili”.

E Mabel Bocchi?

“Anche lei è una buona giocatrice, quindi indispensabile, ma bisogna vedere come ci si incontra. Mabel Bocchi poi è sicuramente la più grossa giocatrice mai apparsa in Italia”.

Ci sarà qualche nome nuovo n spetto alle ultime convocazioni?

“Io penso che qualcuna di nuova ci dovrebbe essere, quattro o cinque, però dobbiamo tenere conto delle esigenze della squadra juniores. Il piano che abbiamo approntato con Rubini prevede di convocare molti elementi nelle quattro fasi che abbiamo a disposizione per arrivare ad una rosa ben precisa in relazione al tipo di gioco che desideriamo, gioco che non si discosta sicuramente da quello della nazionale maschile come concetti e cioè forte difesa, pressione sul la palla, contropiede”.

è favorevole alla straniera nel campionato?

è una domanda che mi hanno fatto in molti. Io per correttezza devo dir che non sono così addentro, ancora al mondo della femminile, per poter dare un giudizio ben preciso. Sicuramente come quantità promozionale potrebbe essere validissima, ma per il resto… non so, ci sono società ancora di tipo patriarcale e magari potrebbero rompersi degli equilibri. Io non sto a dire che sarebbe un male per le giovani, a queste balle non ho mai creduto nemmeno per la maschile”.

Come le è sembrato l'ambiente che circonda il basket femminile?

“Sicuramente più aperto di quello maschile, ma oramai mi pare di aver appreso in tanti anni, che anche quando si è più aperti e non si va diretti alle conclusioni, è probabile che ci sia anche più ipocrisia”.

“Conosce le squadre che incontrerete agli europei?”

“No, ma avrò la possibilità di vederle a Varna e a Costanza e comunque sia gli allenatori di società che Arrigoni, sono concordi nel dire che il progresso del basket femminile è stato grande e a livello europeo si può arrivare secondi o settimi senza assolutamente ci sia niente da ridire. Escluso l'URSS tutte le altre squadre si possono equivalere”.

A proposito di Unione Sovietica. Tutti sono curiosi di sapere cosa farà Tracuzzi quando incontrerà la Semeonova?

“Anch'io lo sono, perché mi dà fastidio vederla là in mezzo senza che nessuno la possa fermare. Sicuramente escogiterò qualche cosa, state tranquilli.

 

 

VITTORIO TRACUZZI

di Dan Peterson

 

Quando si elencano i nomi delle persone che hanno avuto più impatto sulla Pallacanestro Italiana, il nome di Vittorio Tracuzzi deve essere collocato molto vicino alla testa della classifica. Parliamo, allora, prima delle cifre, nei vari numeri che lui ha messo insieme come allenatore nella Serie A: ha vinto tre scudetti e ben otto volte ha fatto il secondo posto, spesso contro il leggendario Simmenthal Milano, le 'Scarpette Rosse' di coach Cesare Rubini. Infatti, loro duelli, dentro e fuori il campo hanno reso il basket italiano importante, dai trafiletti sulle pagine sportive a titoli a nove colonne. Due veri giganti.
Vittorio Tracuzzi nacque a San Filippo Melanella Sicilia nel 1923. Forse quei due fatti non fanno impressione oggi ma, anni fa, avere un giocatore dalla Sicilia in Serie A era una cosa considerata impossibile. In nazionale? Pazzesco! Non dico che è stato il primo Siciliano in Nazionale perché non lo so. Ma certo uno dei primi. Ha pure giocato 48 partite in maglia azzurra e ha segnato anche 125 punti. Ha anche allenato gli azzurri per due anni, 1952 e 1953. Ma queste cose sono solo il punto dell'iceberg quando si tratta di questo uomo geniale. è stato lui, per l'Italia, ciò che è stato Robert Busnel per
la Francia: il primo coach 'moderno'.
Tempo fa, avevo chiesto a Cesare Rubini di parlarmi di Tracuzzi. Disse: "
è stato davanti a tutti con le sue idee di come organizzare e condurre un allenamento, forse perché era anche Professore di Educazione Fisica. Aveva questa aria di genio attorno a lui. Stava pensando sempre, a cercare un vantaggio sempre, tutto legale, sia chiaro. Sopra ogni cosa, però, è stato il nostro primo coach ad usare schemi, ad avere una filosofia di gioco, ad usare un 'sistema' in attacco. Oggi, tutto questo è normale. All'inizio degli anni '50, non era normale per niente. Non ci sono dubbi che lui era anni luce davanti a noi altri in questo riguardo. Sì, un vero genio".
Ho parlato anche con il mitico 'Paròn' Tonino Zorzi, che ha giocato per Tracuzzi a Varese. Disse: "Tracuzzi ha fatto tutto prima degli altri allenatori, pure i più grandi, come Rubini. Un esempio: Era il primo avere un triplo blocco per il tiratore su una rimessa laterale. Lo so perché ero io quel tiratore! Era il primo a ruotare tutti i 10 giocatori. Era il primo a organizzare la difesa. Ci diceva di aprirci come un 'girasole' per vedere uomo-palla-canestro. Chi parla così? Nessuno! Era anche un mago per quanto riguardava l'insegnamento e lo sviluppo dei giovani, e non aveva paura di lanciarli. Sentiamo la sua influenza ancor'oggi".
Per la cronaca, ha vinto scudetti con
la Virtus Bologna nel 1955 e 1956, con Varese nel 1964. Ha fatto quegli otto secondi posti con Varese nel 1949 e nel 1950; con la Virtus Bologna nel 1957, 1958, 1959 e 1960; con Varese ancora nel 1965 e nel 1967. Ha pure pilotato la Pallacanestro Milano - la mitica All'Onestà - al terzo posto nel 1970. Insomma, era un coach sempreverde, un allenatore per tutte le stagioni. Un rammarico (fra tanti) che ho come ex-coach è di non avere mai allenato contro di lui. Avrei certamente perso ma sarebbe stato un onore misurarmi contro una leggenda, un gigante come lui.

 


 

ERA E RESTA UN MAESTRO

di Aldo Giordani - Superbasket - 06/11/1986

 

Anno 1939, palestra di Montesacro a Roma. Sono concentrati gli "azzurrini" della nazionale giovanile. Per dare un'idea dei tempi, si allevano, dormivano e mangiavano in palestra. In quel gruppo c'erano anche Lello Morbelli attuale presidente della Tracer e Sergio Stefanini, indimenticabile "Caneon". Con me, che ero dei loro, credo che ricorderanno l'episodio che che sto per rievocare. Allenatore era Longhi, triestino, che però era reduce da un viaggio di osservazione in Sicilia. Fin dai primi giorni ci aveva detto di essersi imbattuto in un ragazzo dalle qualità eccezionali, e di essersi meravigliato di non averlo trovato tra i convocati. "Ma farò il possibile - aveva detto - per farlo venire".

Un pomeriggio nella piccola porta d'entrata, mentre stavamo giocando, si stagliò una figura che in controluce di apparve completamente nera. Era Vittorio Tracuzzi che, raggiunto a Messina da un telegramma supplementare di convocazione, aveva raggiunto Roma sui treni a carbone dell'epoca: e la fuliggine, nel lungo viaggio effettuato nella divisa d'ordinanza in panno verde degli "avanguardisti" di allora, aveva ancor più annerito la sua carnagione già naturalmente scura.

Fu quella la prima apparizione di Vittorio Tracuzzi sulla scena nazionale. Ma la sua gloria cominciò nell'immediato dopoguerra. Quando, dopo il flagello del conflitto, iniziò da Roma il grande rinnovamento del nostro basket, lui fu in prima fila. Adesso ci ha lasciato, faceva viaggi impossibili in macchina, nel corso di un trasferimento interminabile ebbe un incidente, la sia tempra di ferro gli consentì di riprendersi, ma ora dopo un intervento migliorativo per i postumi di quella terribile botta - ci ha lasciati. Non voglio piangere, voglio solo ricordare com'era allora e cosa fece allora: voglio ricacciare le lacrime come lui avrebbe fatto, pur abbracciandolo con tutto l'affetto di cui sono capace.

Lo dico per i giovani: allora non c'era la pappa fatta, allora non c'erano "stages", "clinics", corsi, viaggi in America, video-cassette, manuali, teletrasmissioni, allora il basket bisognava intuirlo, capirlo, studiarlo; allora il progresso era il frutto della speculazione dei migliori, degli studi, dell'applicazione indefessa. Senza i rimborsi-spese sibaritici, senza gli alberghi di lusso, o gli stipendi principeschi. Allora, per comperare un opuscolo, che - si diceva - era giunto non si sa come dagli USA all'edicola delle forze armate americane, si rinunciava a qualche cena. E Vittorio fu tra quelli che più fecero sacrifici, e più studiarono per avviare il rinnovamento della vecchia pallacanestro al nuovo basket.

Quella serie interminabile di partite con i militari americani, quando i migliori giocatori d'Italia andavano a prendere paghe ciclopiche dalla squadra di un battaglione qualunque per "rubare" la tecnica di qualche esecuzione, per intuire una disposizione tattica, o la miglior meccanica di un movimento. E quante volte, la notte si faceva l'alba a discuterne con Vittorio che tracciava schizzi su improvvisato fogli di carta, e noi ad ascoltarlo, Giancarlo Primo, Carlo Cerioni, tantissimi altri a pendere dalle sue labbra. Aveva, più di noi, la capacità di intuizione, di assorbimento delle lezioni visive che ci venivano date. Sì, andavamo a quelle partite anche per avere in regalo qualche barattolo di zuppa di piselli da portare a casa; ma andavamo soprattutto per imparare, cercando di scoprire i segreti di quel gioco affascinante di cui tutti, ma "Dottuò" più di tutti, intuivamo l'infinita bellezza.

Naturalmente, dopo la strabiliante apparizione della Ginnastico Roma "americana" del 1947 al Trofeo Mairano di Milano, Tracuzzi fu tra i primissimi a finire sul taccuino di Van Zandt. Fu uno dei grandi artefici della storica vittoria di Parigi del gennaio '48, e poi del Trofeo Mairano nella primavera dello stesso anno a Napoli. Alle doti atletiche eccezionali aveva saputo unire, a prezzo di un'assidua applicazione, una completezza di fondamentali che non tutti i giovani "fenomeni" del 1986 possono vantarsi di avere.

Sì, fu uno dei primissimi... "professionisti" del basket, nel senso che, per poter continuare nello studio del gioco, dedicò al basket tutto il suo tempo. Per cifre che, anche facendo i calcoli con la svalutazione della moneta, oggi percepisce qualunque brocchetto di serie C. Quindi Vittorio passò a Varese, continuò la sua brillante carriera di giocatore, ma la sua vocazione era quella di insegnare. Lo si ascoltava già allora con voluttà per ore e ore nell'analisi di un "gioco" o di una difesa o di un attacco. Fu il più grande allenatore azzurro; ma poiché guardava avanti, poiché precorreva i tempi con la sua cultura tecnica allora senza eguali, in Italia, dovette spesso scontrarsi contro il reazionarismo del dirigentume deteriore, e farsi da parte. Certo, era più teorico che pratico, proprio per la sua matrice di studioso del gioco; e quelli che badavano ai risultati immediati gli fecero talvolta la guerra, in nazionale e nelle società tacciando di fumisterie quelle che erano solo intuizioni del domani.

Del resto, questo non è il paese che respinto un Heinson il quale in tempi anche recenti cercava di far compiere ad una squadra, anche a costo dei risultati immediati, un balzo di dieci anni?

Non voglio ricordare le ultime esperienze, gli ultimi incarichi di Vittorio. Li conoscono tutti. Il vero, grande Tracuzzi è quello degli anni gloriosi della trasformazione del nostro gioco. Quel Tracuzzi è stato e sarà sempre un maestro, perché ebbe la capacità di comprendere da solo realtà tecniche che tutti avrebbero poi appreso, importate dall'America, dieci o più anni dopo. COme Stefanini, per dono di natura, "inventò" senza saperlo il "jump shot" tre lustri prima che Dan Pippin lo facesse conoscere al mondo alle Olimpiadi di Helsinki, così Vittorio Tracuzzi - chino sui suoi quaderni nelle lunghe ore di studio notturne - giunse per virtù proprie alle stesse realtà tecniche che poi dovevano divenire di dominio comune quando l'invasione dei manuali americani colpì anche l'ultimo allenatore di provincia.

Gli scudetti che ha vinto ne fanno uno dei grandi tra i giocatori e gli allenatori del nostro basket. Ma in questo non è solo: ce ne sono anche altri. è unico invece come antesignano di una battaglia tecnica che portò il basket italiano fuori dal buio; resta unico come maestro dell'analisi del gioco, come conoscitore di ogni più riposta sottigliezza tecnica.

Ho l'onore di aver giocato con lui, e adesso trattenere le lacrime è difficile. Ho l'onore di aver fatto con lui, e con altri, quelle lunghe trasferte notturne che adesso fanno rabbrividire - poverini - i cocchetti dell'era odierna, e che lui ravvivava con l'acutissima analisi quasi una laparatomia, della partita appena conclusa.

Quando l'altra sera mi diedero la ferale notizia, ero con Rubini, un altro che fu (a ben più alto livello) suo compagno. Entrambi restammo impietriti, senza parole. In un lampo, passarono a me davanti ai miei occhi cinquant'anni di basket. Dal niente di allora al "Gervin-McAdoo" di oggi. Vittorio, di questo progresso, è stato di coloro che, come Tracuzzi credettero quando sembrava follia, ed operaro con mente vivida e cuore impavido, in mezzo a difficoltà oggi neanche immaginabili, per affermarlo. Ciao, "Dottuò", ti sia lieve la terra.

 


 

IL MORO

Tratto da “Il Cammino verso la Stella”

 

Bologna non si rassegna. Il Bologna calcio galleggia, ma non veleggia. Un quarto posto con il madornale Gipo Viani in plancia, ma anche tanti brividi, tante salvezze all'ultimissimo tuffo. Il Borolimpia sta vincendo un po' troppo. Dopo il gran poker virtussino, una scala reale per i milanesi, cinque scudetti in fila con la Virtus sempre lì a battagliare invano. La città di Bologna ha i suoi splendori. Si sogna Gershwin (oh, l'Americano a Parigi…), si suona con la Magistratus Jazz band, dalle colonne del Carlino il professor Spadolini inneggia al quadripartito del tempo e i giovani vanno a danzare al Garden di Porta Zamboni e sono ore strappate agli studi, ore vissute nel languido cheek to cheek. La Virtus cede al divenire della storia. Per la prima volta contrae un abbinamento commerciale e accanto alla Vu nera compare il marchio delle Officine Minganti. I nipoti della titolare dell'azienda - la signora Gilberta - sono Lello Zambonelli e Franco Gabrielli, virtussini indefettibili. Si diceva e si scriveva che a Bologna in alto semper stabat Virtus, ma la presenza di un Gira tentacolare fa sgretolare il concetto perché dietro al Borletti si piazza appunto il Gira e la Virtus e terza e nulla più.

Achille Canna e Nino Calebotta sono i nuovi profeti deputati a far lievitare quella Vu come ai tempi belli. Achille Canna viene da Gradisca. Cala a Bologna all'età di vent'anni e con notevoli carte di credito. Fonda subito con Vittorio Tracuzzi un sodalizio nutrito di grande amicizia e di solidissimo affetto. è un siluro di Formula Uno, quando è lanciato chi lo ferma più? Achille si ferma a Bologna una vita. Al suo terzo anno di milizia virtussina conquista il suo primo scudetto, il primo dei sei-scudetti-sei dell'uomo Canna. Già, il giocatore Canna lascia la Virtus nel '61 a soli ventinove anni e praticamente lascia il basket più vero anche se per un attimo fa un po' di partite con la maglia del Gira. Dopodiché Achille faàr tutta la trafila Virtus, appunto giocatore e dirigente. Due scudetti come giocatore, tre come presidente di sezione e uno come general manager. E altra roba bellissima per soprammercato, leggi un quarto posto alle Olimpiadi romane e una sessantina di gettoni azzurri.

“Se devo proprio dire la verità - racconta Achille - il primo scudetto fu bellissimo perché mai avevo vinto una cosa del genere. Bellissimo il primo e bellissimo anche quest'ultimo qui perché cos spasimato e sofferto… perché smisi di giocare tanto presto? Perché un grave infortunio che avevo subito non si era mai del tutto riassorbito e anche perché io non ero un tiratore, io ero uno che entrava e che sfruttava il fattore fisico. Guizzavo nelle difese, ci sguazzavo dentro… a un certo punto capii che bisognava anche avere molta tecnica e soprattutto tecnica di tiro. Cominciai leggermente a declinare e ne soffrivo al punto che dissi basta. Qualche anno di pausa e poi fui recuperato nei quadri della società. Ricominciò per me una stupenda avventura che dura ancor oggi. Sei scudetti sono tanti? Sì, ma io avrei ancora voglia di vincerne altri…”.

Nino Calebotta viene da Milano, ma cala da molto lontano. Pare discenda dal Re d'Albania. Il suo cognome deriverebbe da “Colbot”, un nobile macedone. Nino misura metri due e zero quattro, una roba che a Bologna non si era mai vista. Lo chiamano “filuccone”, “pertica” e altre belle robe ancora. Come cifra d'ingaggio la Virtus gli regala una Lambretta. Nino ha l'uncino che uccide. Prende palla sotto canestro e chi è in grado di mettergli la sordina?

E poi quell'anima nera, lo spiritatissimo Moro di Messina. Si chiama Vittorio Tracuzzi, ha una lingua che taglierebbe a fette una muraglia. Ha gli occhi fiammeggianti, un torace villosissimo che fa sdilinquire signore bene o meno bene. Ha una solida carriera alle spalle e anche lui piomba a Bologna per far rinverdire eccetera. La Virtus di Tracuzzi si mette a fare una zona “1-3-1” che precorre con trent'anni di anticipo quella di Peterson e della sua Simac. Il Borletti nell'anno di grazia '55 non va. Si piazza al terzo posto e vince la Virtusminganti allo spasimo perché la sconfitta di Pesaro nell'ultima partita è compensata da quella della Triestina in Sala Borsa a cospetto del Gira.

Vittorio Tracuzzi viene regolarmente stipendiato. Circa settantamila al mese, poi discretamente arrotondate a seguito del suo primo scudetto. E intanto Nino Calebotta in una gara sola mette a segno qualcosa come 59 punti tutti d'un fiato e Achille Canna sfreccia per ogni dove e un certo Mario Alesini da Varese deve stare a guardare i nuovi compagni perché non ha ancora il nulla-osta per giocare e la ferma è appunto di un anno. Con il Moro a dettare il verbo si vince sempre, questo è lo slogan. Si vince quando si può. E comunque si vince anche l'anno dopo e si vince in carrozza (11 punti di vantaggio sul Borletti!) e la città di Bologna celebra nell'anno cinquantasei i suoi fasti perché al quarto posto c'è il Gira di Silvio Lucev e al settimo c'è il Motomorini di Renzo Ranuzzi, ma sì proprio lui che a trent'anni già fatti continua a saltabeccare con voluttà.

Vittorio il Moro ha un po' corretto la zona. Si fa prevalentemente la “3-2” e in quella chiave Germano Gambini porta palla avanti, Canna e Alesini mettono insieme combinazioni volanti da capogiro, Calebotta completa l'opera laddove c'è il fuoco vivo e gli altri (Negroni, Rizzi, Battilani, Borghi e Randi) raramente sbagliano un colpo. è l'addio alla Sala Borsa, è la felice trasmigrazione nel tempio, è l'approdo al Palasport che viene finalmente ultimato in zona S. Felice, precisamente in piazza Azzarita.

Nel settembre del cinquantasei la Virtus si fregia del suo sesto sigillo e lo esibisce al Madison. Già, per gli addetti ai lavori quell'impianto sempre così perfettibile e godibile diventa d'acchito il nostro Madison, di noi del basket, di noi eterni predatori del sogno americano.