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Marco Sanguettoli
Sanguettoli,
pianeta giovani
di
Alessio Torri - Bianconero, 01/2004
Fra settimana, lontano
da luci e titoli dei media, non certo meno importanti dei fratelli maggiori.
Tutto questo, anzi molto di più, è il settore giovanile. Molto di più per
bacco, se è vero che da qui nascono e fioriscono i nostri futuri idoli. Anzi
no, perché “prima di tutto l’obiettivo di un settore giovanile, deve essere
quello di far crescere i ragazzi e formarli. Se poi giunge anche qualche
vittoria tanto di guadagnato”. Musica e parole di Marco Sanguettoli, una
vita spesa tra le speranze bianconere. Perché, anche se non appesi alle
volte lignee del PalaMalaguti, molti sarebbero gli stendardi celebrativi
provenienti dalle varie categorie giovanili, a testimonianza di una fervida
attività mai paga. Il magma che ribolle sotto il cratere Virtus
parte da qui, dal sudore che il lunedì non finisce sul giornale, per radio o
su internet. Ma da quest’anno la vera notizia è il ritorno a casa dopo la
diaspora della scorsa stagione, appunto sotto l’esperta guida di Sanguettoli,
il primo ad essere lieto della cosa. Proprio lui, che fu coach del mai
dimenticato Chicco Ravaglia, da 14 anni impegnato per la causa
Virtussina
ed oggi nuovamente figura di riferimento. “Sono contento che si sia tornati
compatti – continua - anche con questa nuova collaborazione tra
Virtus
Bologna e Virtus
1934”. Anni di soddisfazioni non ne hanno raffreddato gli entusiasmi e,
spinto dalla voglia di sempre, Sanguettoli è pronto a ripartire, a
rimettersi in gioco con nuovi giovani da lanciare. Magari attraverso
risultati inattesi come due anni fa quando “certo non eravamo favoriti ma
gli Junior arrivarono terzi al torneo di Rimini, perdendo solo nel finale
con chi poi il torneo l’avrebbe vinto. Oppure ancora ricordo con piacere lo
scorso anno quando, anche grazie al gruppo degli ‘88, siamo giunti alle
finali nazionali”. Ma ogni soddisfazione ha una sua storia e poco importa se
non si giunge a calcare i parquet più pregiati: “Certo, infatti già all'età
di 14, 15 anni un ragazzo comincia a mostrare le proprie potenzialità. Mi è
capitato di seguire ragazzi magari non eccessivamente dotati che poi invece
sarebbero giunti anche solo in B2, principalmente spinti dalla voglia di
emergere e dalla passione. Ecco queste sono vere soddisfazioni”. Sanguettoli
è anche questo, e lo percepisce da come ti racconta le cose, dal profondo
rammarico per Belinelli e Vitali, dalla speranza che ogni stagione nasconde.
Oggi riposta in alcuni giovani già ben avviati, come Michele Novi, classe
‘88 o gli esterni Bonfiglio e Bastoni: “Sì, Michele è un 2,05 che però ha
una certa padronanza dei movimenti, mentre Bonfiglio e Bastoni non sono
altissimi, non oltre i 185 centimetri, ma hanno già una buona tecnica di
base. Inoltre quest’anno s’è finalmente ricominciata l’opera di reclutamento
anche fuori Bologna”. Iniziativa che va di pari passo alla riapertura di
quella foresteria da tempo dimenticata. Ed allora sono già tre i nomi da
segnarsi sul taccuino: Francesco Quaglia da Figline Val d’Arno, Marco
Franceschini da S. Vincenzo (Livorno) e Riccardo Malagoli da Castelfranco,
cresciuto nel Nonantola. Anche da loro riparte la nuova era
Virtus.
Sanguettoli:
«Alleno ragazzi, cresco uomini»
di
Angelo Costa - Il Resto del Carlino
- 27/11/2007
Allenatore
di giovani.
O allevatore? «Chi allena in un settore giovanile deve contribuire
all’aspetto formativo del ragazzo. Completando l’educazione della famiglia,
non sostituendola. Capita che qualche ragazzo ringrazi per avergli insegnato
‘a stare al mondo’: nella mia attività, anche questa è una soddisfazione».
Dei suoi 51 anni
portati alla grandissima, Marco Sanguettoli ne ha spesi due terzi esatti a
tirar su giovani: come insegnante di educazione fisica e come tecnico di
vivaio nel basket. Gli riesce bene, almeno a giudicare dai risultati: alla
Virtus,
dove continua a spendere il maggior tempo della sua carriera, ha visto
decollare Belinelli, Vitali, Barlera, Brkic, Romboli e il povero Ravaglia,
fino ai più recenti Bonfiglio e Malagoli.
«Vero, ma va ricordato
che questi ragazzi crescono perché c’è uno staff: Belinelli, ad esempio,
l’ho avuto per due anni e mezzo, ma prima l’ha avuto Max Milli (oggi vice a
Jesi, ndr)».
Già, lo staff: quello
con Giordano Consolini, che del vivaio bianconero è il grande capo, funziona
ormai da anni come nei college americani, dove si segue un modello tecnico
unico. E nei college ci starebbe bene uno come Sanguettoli, per tutti Murphy,
perché da giocatore veniva paragonato a un vecchio play di Houston, raro
esempio di sportivo «bipartisan» perché a Bologna (ma anche fuori) non c’è
nessuno che ne parli male: lui, infatti, è ancora convinto che talento ed
educazione vadano allenate assieme.
Sanguettoli, perché ha
deciso di dedicarsi ai giovani?
«Grazie a mio padre,
che faceva l’allenatore, ho respirato l’idea che si potesse insegnare anche
lo sport. Il resto è venuto frequentando squadre guidate da tecnici come
Zuccheri e Dovesi: lì ho capito quale fosse la mia strada».
Non l’ha più cambiata:
il motivo?
«Perché vedere un
ragazzo che dopo sei mesi ha imparato qualcosa mi regala una felicità
interiore che uno schema ben fatto non mi dà».
Emozioni. E poi?
«Poi perché, per come
sono fatto io, non sarei capace di tenere tutti quei rapporti che il
mestiere di tecnico ad alto livello oggi richiede».
Visti da dentro, come
sono cambiati i giovani negli ultimi vent’anni?
«Sono meno
influenzabili: le favole non gliele racconti più. Accettano quel che dici
quando capiscono che remi dalla loro parte, che stai facendo qualcosa per
loro e non per metterti davanti».
E’ difficile?
«Sì, perché i ragazzi
cambiano, ma anch’io non sto fermo: quando ho iniziato ad allenare ero loro
coetaneo, adesso ho 36 anni più di loro. Devo adeguarmi».
Un modo per restare
giovani: come ci si riesce?
«Col buon senso.
Essere un insegnante mi aiuta a conoscere le loro problematiche, a parlare
anche dei temi che i giovani prediligono. Non sono rigido: se uno vuole
andare in gita glielo concedo, meglio una buona esperienza socializzante che
un allenamento in più».
Quale filosofia spinge
il vivaio Virtus?
«Contribuire a formare
ragazzi in grado: 1) di allenarsi con la prima squadra; 2) di poter muovere
qualche passo in serie A; 3) di diventare da serie A. Se poi arriva qualche
buon risultato di squadra, meglio: serve a convincere altri ragazzi e i loro
genitori ad avvicinarsi alla nostra realtà».
Com’è, questa realtà?
«Sabatini crede nel
vivaio, abbiamo ripreso a reclutare giovani fuori regione. Ne abbiamo
cinque, in una foresteria, seguiti da un tecnico che vive con loro.
Diversamente da altri club, iniziamo a pescare fuori Bologna gli under 17:
prima è troppo presto».
Di scommesse ne ha
vinte tante: le prossime?
«La lista è lunga.
Stojkov e Canelo li avete visti. Da Ros ha mani molto buone. Attenti a
Masciadri e Pederzini. Poi gli under 17: Moraschini, Tommasini, Fontecchio e
Baldi Rossi».
Ha un’idea su come
aggiustare il basket italiano?
«Sì: tre giocatori non
di scuola italiana, quattro al massimo. Il resto di nostra produzione: vedo
comunitari che non valgono i nostri».
Aiuterebbe i
bilanci...
«E anche il pubblico,
che si affeziona ai campioni veri e agli italiani».
Dove arriverà
Sanguettoli?
«Esattamente dov’è:
vivo una realtà ideale, nella mia città della quale sono innamorato. E dalla
quale non mi muoverò mai».
Domandone finale: fra
un talento dalla testa matta e un giocatore meno bravo ma irreprensibile,
cosa sceglie?
«Si prova a migliorare
entrambe le lacune. Al talento che non sta alle regole devi spiegare che
così fa del male soprattutto a se stesso: se capisce che questo problema si
può risolvere, sei già un bel pezzo avanti».
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