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Gianluigi Porelli

 

Provvidenza

di Gianfranco Civolani

 

Non dico che avevo ancora le braghe alla zuava, ma quasi. Diciotto anni, matricola di Legge. Una mattina faccio un salto su al Magistratus, mi dicono che c'è una specie di incontro-scontro dei fuoricorso e mi dicono pure di stare alla larga perché ci sono tipi un po' spicci e sai come cominciano e sai anche che spesso finiscono a cazzottoni. Fa niente, andiamo a vedere. C'è appunto maretta. A un certo momento un tipo un po' riccioluto fa: «e se vi dico che è così, non rompetemi le palle, chiaro?» «E io invece - fa un altro - mi diverto a rompertele». «E io - fa il primo - ti rispondo così». E via un papagnone sul grugno che fa degenerare la discussione in rissa. Alla larga, me lo avevano anche detto. Ognuno ha il suo Sessantotto, anche la Virtus basket nel Sessantotto ha un ribaltone alle porte. Adesso arriva l'avvocato Porelli - sento dire - che dà un calcione a tutti quanti e rimette un po' a posto il casino che c'è. Chiariamo: la Virtus basket andava così così e soprattutto andavano malaccio le finanze. E quando arriva l'uomo-spazzatutto, mi ricordo immediatamente che quell'avvocato di anni trentotto è il medesimo che là al Magistratus aveva sparato il suo gran papagnone. Oh mamma, stai a vedere che si sarà qualche papagno anche per i giornalisti che non si adeguano o no? Ma poi chi è 'sto Porelli che viene chiamato alla Virtus basket come Provvidenza? Già, mi informo subito ed ecco chi è Porelli. Un mantovano che a diciotto anni viene a studiare legge a Bologna e che professa il suo sconfinato amore - fin da bambino, giura lui - per le V nere. Il ragazzo ha grinta, capacità, grandissima personalità. È stato un tennista di terza categoria e - dovrei supporre - anche un buon pugile. Lo fanno entrare alla Virtus tennis e là fa piazza pulita di certe situazioni (ci rimettono qualche privilegio anche i giornalisti soci, vengo a sapere) e comunque ripiana ogni tipo di possibile groviglio. E quando arriva in Virtus basket, fa la faccia truce a tutti quanti, si circonda di amici fidatissimi (Fiero Gandolfi e Ugolini detto Charlie Nebraska, altro soggetto molto pronto a menar le mani) e in un baleno cambia il mondo. I risultati inizialmente non sono molto confortevoli e certe pensate (via Lombardone e Cosmelli) sono massimamente osteggiate dalla tifoseria e dalla stampa. Anch'io mi interrogo e spesso mi pongo con l'esimio avvocato in situazione conflittuale. Ma lui è un abilissimo giocatore di bridge e di poker e azzarda e ci rimette pure del suo (firma parecchie cambiali personali) pur di vedere trionfare certe sue idee manageriali. La Virtus - gran disdoro - rischia pure la retrocessione, ma poi Porellone è straordinario nel reperire denaro e soprattutto nel riuscire ad amministrare (al meglio, ma certo) il denaro di chi ne ha assai più di lui. Provvidenza ha un caratteraccio, io lo chiamo il duce truce e lui chiaramente non gradisce. Duce mi fa schifo, tu pensa che io voto a sinistra, mi rinfaccia negli anni. E intanto la sua Virtus cresce con un nuovo look e qui dovrei elencare come e di quanto lui Porellone fa lievitare uomini, cose, strutture e infrastrutture della sua beneamata V nera. Un palasport tutto rammodernato in bellezza, la palestra Virtus con un giardino curato da chi aveva perfino studiato piante e fiori a Londra in Regent Park. Tutte pistolaggini se la squadra non vince mai, gli dico io facendolo imbufalire. L'uomo ha un carattere di ferro, ma anche terrificante per chi dovrebbe accostarlo. Non guarda il prossimo, lo guata. Scrivo che ha una sgradevolezza programmata e lui mi dice lealmente che forse è proprio vero. Recita appunto anche cose sgradevolissime, ma sempre guardandoti dritto in faccia e mai raccontandoti cose che non siano autenticamente vere. E poi la squadra comincia a vincere, quattro scudetti Porelliani fra i quali il magico scudetto della stella con Alberto Bucci in panca. E quando Porellone una maledetta notte ha un incidente stradale ed è in fin di vita, il popolo Virtussino trema per l'uomo e soprattutto per il sommo dirigente che ha saputo dare un'impronta indelebile a un club che viene invidiato nel mondo intero. Poi naturalmente accade anche a Porelli quel che accade a ogni comune mortale. Si stanca, capisce che tutto è un po' troppo ripetitivo, ma la sua Virtus non la molla mica al primo coglioncello che passa per strada, la molla a chi ha i soldi e cerebro a quell'Alfredo Cazzola che quasi ricalca per copia conforme il Dux e che ha solo più voglia e più soldi, direi. Chi era e chi è Porelli. Vi racconto due episodi. Il primo: un giorno mi avverte che mi darà querela. E te la dò - fa - perché un articolo contro di me non doveva scriverlo un amico, altro che. Il secondo: un giornalista che conosco bene scrive un libro sulla Virtus, un volume commissionato proprio da Porelli. Quanti soldi vuoi? dice lui. Mah, non so, due milioni sono troppi? Due milioni sono la cifra sbagliata - ridice lui. Beh, allora un milione e mezzo. Ma no, pistola, minimo tre milioni e passa subito in sede che ti faccio trovare l'assegno. Provvidenza detto anche Torquemada e Robespierre e Savonarola e Duce Truce era ed è fatto così. Prendere o lasciare. La Virtus prese e fu la sua fortuna. E qualcuno di noi lo apprezzò un po' in ritardo, ingratitudine delle umane genti e dell'ordinary people.

 


 

GIANLUIGI PORELLI I

di Dan Peterson - basketnet.it

 

Potrei scrivere non un solo Blog ma un libro intero riguardante i miei cinque anni con lui alla Virtus Bologna, 1973-78, io coach allenatore, lui come General Manager (in realtà, il vero Big Boss). Lui aveva promesso ai tifosi della Virtus, nel Maggio del 1973, un coach Americano. Aveva un pre-contratto con Rollie Massimino, vice a Penn, se Rollie non diventasse capo a Villanova, il che è successo. Disperato, Porelli chiamò l'Avv. Richard Kaner, agente del suo USA, John Fultz, per un coach USA. Ero l'unico disponibile nel mondo. ''Coach a scatola chiusa.''
Un giorno, Porelli era arrabbiato con John Fultz. Siamo nel 1973-74 e non si poteva cambiare USA. Lui a me: ''Coach, parla tu con Fultz. Se parlo io, lo mando a casa! Digli queste cinque cose.'' E me le elenca. Io fermo Fultz e dico, ''John, uno, due, tre, quattro, cinque. Capito?'' Fultz, ''Sì.'' Porelli mi vede dopo: ''Hai parlato con Fultz?'' Io: ''Sì.'' Porelli: ''E la risposta?'' Io: ''Risposta? Ho parlato io.'' Porelli: ''Torna da Fultz e fai tutto come domande!!'' Vado, ''John, forse non mi sono spiegato bene ieri. Quindi, uno? Due? Tre? Quattro? Cinque?'' Fultz, 'interrogato,' ha capito domande meglio che affermazioni. Lezione.
Un altro giorno, sempre nel 1973-74, mi intervista STADIO. Il giorno dopo, alle 12:30, Porelli arriva nel mio ufficio e, da buon avvocato, mi chiede (sempre domande!): ''Coach, tu hai proprio detto questo?'' E mi fa vedere STADIO. Io, ''Sì, perchè?'' Porelli: ''Coach, tu non puoi dire queste cose.'' Io: ''Perché? Le dice Rubini!'' Porelli: ''Coach, ti do una notizia: Tu non sei Rubini.'' Insomma, altra lezione. Fate conto che ho fatto ogni pranzo con Porelli in foresteria e ogni cena al ristorante. Fate anche conto che ogni pasto con lui è stato come un anno di università. Anzi, più di qualsiasi università che ho fatto io.
Ogni tanto, a cena, lanciavo un'idea a Porelli... al ristorante. Lui, pugni sul tavolo (forchette che volavano, piatti che ballavano, clienti zittiti, silenzio totale): ''Cosa stai dicendo? Sei impazzito? Mentre io sono alla Virtus, questo non PASSA!'' Io: ''Gigi, OK.'' Poi, quasi sempre, il giorno dopo, in foresteria, arriva Porelli e si siede vicino a me a fa 'ballare' la gamba e mi guarda. Non dico niente. Lui mi guarda ancora. Poi, si sbotta: ''Coach, ho avuto un'idea!'' Chiaro, è la mia idea... migliorata (e non poco). Io, ormai un po' furbo, non dico che è mia idea, ma dico: ''Gigi, ottima idea. Facciamola proprio così! Contenti entrambi.
Dico sempre che Porelli mi ha trasformato da 'dilettante' a 'professionista'. Ed è proprio così. Allenare nell'NCAA mi ha fatto diventare coach. Allenare il Cile mi ha fatto capire il mondo. Allenare il Virtus mi ha fatto diventare professionale. Tutto merito di Porelli, che mi dava lezioni ogni giorno. Non vedevo l'ora di vederlo, o per le lezioni o per i 'fuochi artificiali.' Ovvio, quello è un altro discorso per un altro giorno. Dico solo questo: Con lui non passavano 24 ore senza una scena da scrivere un pezzo da prima pagina. Posso dire tranquillamente che ho riso più con lui in cinque anni che nel resto della mia vita.

 


 

GIANLUIGI PORELLI II

di Dan Peterson - basketnet.it

 

Ieri ho parlato di come, secondo me, la Famiglia Allievi e la società Pallacanestro Cantù hanno fatto un lavoro fantastico nel coinvolgere loro sponsor, la Famiglia Gabetti, nel basket. Come detto, la Famiglia Gabetti è stato sponsor di Cantù per tre anni, 1977-80, poi proprietari dell'Olimpia Milano per 14 anni, 1980-94, vincendo tutto. Rimane il dubbio: è l'unico caso in cui una società ha lavorato così bene di coinvolgere uno sponsor al punto che lo sponsor è poi diventato proprietario o socio. No. Eccone un altro.
Nel 1973, la Virtus Bologna ha trovato un nuovo sponsor: la SINUDYNE. So questa storia perfettamente perché anch'io sono arrivato alla Virtus quell'anno, proprio dopo l'uscita di Nico Messina come allenatore e della Norda come sponsor. Sapevo già che il nostro deus ex machina, l'Avv. Gianluigi Porelli, faceva un lavoro perfetto con ogni singola cosa che riguardava la società: vivaio, stipendi il 27 del mese, trasferte, divise, staff tecnico, regole per i giocatori, alimentazione, e una miriade di altre cose. Non avevo dubbi che avrebbe anche lavorato bene sullo sponsor.
Porelli aveva usato un rapporto sugli sponsor per spiegarmi tutto. Lui era convinto che, per motivi di marketing, il periodo medio per uno sponsor era di tre anni per avere un ritorno sull'investimento. Mi disse che, se lo scopo della sponsorizzazione era raggiunta in tre anni, lo sponsor lasciava il basket. Ma, mi diceva, se lo sponsor è anche coinvolto al livello emotivo - al di là del beneficio di marketing - potrebbe anche rimanere più tempo. E mi ha citato Ignis Varese, Forst Cantù, Simmenthal Milano, All'Onestà Milano ed altri. Sapevo dove voleva arrivare.
Bruno Berti era il CEO della SINUDYNE - NordMende. All'inizio, chiaro, faceva piacere a lui vedere il nome su una divisa così importante, sentire i tifosi gridare il nome della sua ditta, leggere quel nome sui giornali, e via dicendo. Sono certo che il mitico Berti non aveva dubbi sul valore dell'investimento fatto. Ma anche notavo che lui, pian piano, entrava in società, ad assistere le riunioni della CdA. Alla fine, diventò socio (se non sbaglio) al 22%. Insomma, da sponsor puro al doppio 'incarico' di sponsor + azionista. E il nome è rimasto non 3 anni bensì 10 anni.
Voglio precisare che non c'è stata nessuna pressione su Bruno Berti. Anzi, non funziona se la società stressa una persona che già dà un contributo. Bruno Berti, grazie all'Avv. Porelli e i soci, è stato coinvolto nella maniera più naturale e soft possibile. Ha vinto pure tre scudetti e altre cose. Quindi, ora abbiamo due esempi: la Famiglia Gabetti che va da sponsor a Cantù a proprietario a Milano; Bruno Berti che passa da solo sponsor della Virtus a fare anche azionista della Virtus. E' una strada da percorrere. Domani, ancora, un altro esempio.

 

L'Avvocato abbracciato a Sugar

 

Nato a Mantova nel 1930, esperienze agonistiche dome nuotatore, come buon tennista (fino alla terza categoria) e come pugile, nel '49 si trasferisce a Bologna per iscriversi alla facoltà di Giurisprudenza. Sotto le Due TOrri diventa capo assoluto e indiscusso della Goliardia. Entra alla Virtus attraverso la sezione tennis, con eccellenti risultati, prima di essere in un certo senso cooptato dal basket. Ma sentiamo dalle sue parole tratte dal capitolo dedicato a Bologna e scritto da Enrico Campana del libro 60 anni del campionato, la storia, il percorso che l'hanno portato ad essere in "numero 1" della Virtus pallacanestro e, in assoluto, forse, l'uomo più importante del basket italiano degli anni a cavallo tra i '70 e gli '80.

 

"A Mantova, quando si parlava di basket, io stavo per la Virtus senza conoscere il basket" racconta Gianluigi Porelli "ma perché mi ricordava Bologna città bellissima che su di me ha esercitato sempre una particolare attrazione". Poi una volta trasferito a Bologna Porelli arriva alla Virtus, come detto, attraverso la sezione tennis. "Infatti, piantando una polemica nel tennis arrivai alla segreteria. Diressi la sezione a modo mio, intendendo rendere un servigio alla collettività. Furono migliorati gli impianti, i soci aumentarono da 500 a 1000. Divenni quindi consigliere e più tardi vicepresidente della società madre, quindi nel 1968, Elkan, il presidente, mi comandò di prendere in mano la pallacanestro, non in senso strettamente tecnico. Voglio dire dal punto di vista delle finanze, del ricambio giocatori, del vivaio".

 

"Porelli come sempre fece subito un gran polverone" questa volt è Enrico Campana che racconta "Un polverone rumoroso. Schioccò la frusta per cacciare i mercanti dal tempio, puntò l'indice contro il cosiddetto potere occulto o diritto precostituito. Il basket, molto scosso,lo vide come la reincarnazione di due diabolici personaggi della storia. C'è chi lo definì Torquemada, avvicinandolo allo spietato capo dell'Inquisizione, oppure nuovo Robespierre, il terribile collega avvocato-deputato che durante la Rivoluzione francese eliminò ad uno ad uno gli avversari politici nel segno di una dittatura mai dimenticata".

 

"Al mio arrivo" è l'avvocato Porelli che racconta "cercai subito di chiarire il rapporto con lo sponsor... Gli ostacoli ambientali poi erano terrificanti. C'erano cinquanta presone che volevano mettere naso, cinquanta che sapevano tutto, cinquanta che volevano fare a modo loro la squadra. Il primo provvedimento fu quello di fare prato rasato, di chiudermi dentro e di escludere tutti".

 

Il primo campionato con Porelli in sella, ma solo per capire, sapere, imparare, è un anno duro, come abbiamo visto, un anno da dimenticare, Ma Porelli ormai è saldamente in sella e va avanti. "Chiede pazienza ai fans e alla stampa" racconta in cronaca diretta Gianfranco Civolani dalle colonne di Giganti del basket "Accordare la fiducia a quest'uomo nuovo non costa niente. Porelli da tempo si è messo al lavoro, provoca la separazione consensuale con la Candy e si ritrova solo, esattamente come aveva voluto. Dunque siamo all'anno zero. Porelli dà la caccia all'abbinamentone, roba da settanta milioni almeno. Se l'abbinamentone non viene, andrà a finire che torneranno a comparire le Vu nere." Francamente nessuno, nemmeno i più innamorati della Virtus crede che si possano trovare quei cinquanta milioni che servono a far andare a vanti la baracca. Ma nessuno ha fatto i conti con Porelli che invece quei soldi li trova. "Sentite come" racconta ancora Gianfranco Civolani "si circonda di amici importanti, li vellica, con il sacro blasone della Virtus, li responsabilizza a certi livelli, li fa partecipi di una specie di grande crociata dell'ideale sommo... Nell'offertorio ci cascano tutti. Talune persone staccano milioni come noccioline... Un milione qua, un milione là. Sembra la catena di Sant'Antonio. Incredibile, pare che quindici o sedici persone abbiano messo mano al portafoglio ed ecco quarantacinque milioni battenti, sonanti, sul tavolo del diabolico Porelli".

tratto da "Virtus - cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 

 

Con l'apertura dell'era Sinudyne e dell'era Peterson (quella Porelli era già aperta da un lustro) terminano dieci anni di notevoli sconvolgimenti "Sono stati dieci anni vivaci, per Bologna basket" ricorda Gianni Menichelli dalle colonne di Giganti del basket: "Sono mancati gli scudetti dell'era Minganti, ma non le novità a getto continuo, le sorprese, i cambiamenti. Merito della Virtus, società di nobile blasone, di antica e diffusa popolarità, d'incredibile instabilità d'umori e decisioni. Per anni ed anni la Virtus ha vissuto il boom del basket all'insegna del cambiamento dei dirigenti, di formule sociali, di abbinamenti, di americani, di allenatori, soprattutto. Oggi però, finalmente, in via Ercolani sembrano aver cambiato... rotta: sembrano aver scelta la strada della costruzione nella stabilità. Hanno... una situazione sociale e patrimoniale invidiabile, con le casse piene... Porelli manager-ufficioso con poteri semi-dittatoriali, i programmi ambiziosi rivolti alla costruzione in proprio di palestre e pletorici vivai. Vi innestano un tecnico catturato tra Stati Uniti e Cile e affermatosi qui in pochi giorni, per indubbie capacità professionali, a dispetto di abitudini e carattere un po' sud un po' nord americane. Superato lo scoglio delle quali, Dan Peterson potrebbe lavorare perla Sinudyne da tre a cinque anni e montarvi un impianto tecnico con pachi pari in Europa".

tratto da "Virtus - cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 


 

Ma se si parla di meriti di questo scudetto, di quella che molti pronosticano la nuova era Virtus, non possiamo ricordare ancora una volta l'Avvocati. E quando si parla di Avvocato, a Bologna, non ci sono confusioni, si tratta di Porelli e non di altri. "Lui è il leader della società, lui dà le multe e i premi, io non c'entro, io divento leader solo nei 26 metri per 14 del campo" dirà Dan Peterson "a me sta bene così". E ancora Gianni Menichelli dal numero di Giganti del basket dedicato allo scudetto delle Vu nere: "Porelli è soprattutto un abile venditore del prodotto Vu nera" scrive "ne ha fatto salire alle stelle, in un decennio, l'indice di gradimento e la domanda d'acquisto, presso il pubblico e presso i potenziali abbinatori. Per fare questo ha dovuto rimettere a nuovo il prodotto, lucidarlo, rilanciarlo. Adesso per accontentare tutti Porelli dovrebbe usufruire di un palazzo da 20mila posti. COsa si vuole di più da un manager cestistico?":

tratto da "Virtus - cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 


 

Duce, Duce

di Gianfranco Civolani - Giganti del Basket - marzo 1979

 

Premessa: la discriminante che per me vale in ogni tempo e in ogni luogo è quella che divide gli intelligenti dai cretini. Dunque riconosco a Gigi Porelli grosse qualità di organizzatore e di condottiero. Fra l'altro lo so pure uomo abbastanza amabile se si ha voglia di calargli quel maschera di voluta sgradevolezza e soprattutto se non ci si confonde con il branco dei reggicoda (ce ne sono tanti anche fra i giornalisti specializzati, si abbia il coraggio di scriverlo). Però io credo che Gigi Porelli abbia il dovere direi organico e istituzionale di offrire ai fans Virtus un supersquadrone per alcuni anni di seguito. Basta fare un ragionamento molto semplice: i fans portano puntualmente in cassa vagonate di milioni, il che fa ammontare il patrimonio globale a un vero tesoro. Ma allora perché almanaccarsi, basta prendere il meglio del meglio.

Per esempio: si poteva prendere di meglio di un Wells e di un Cosic, sissignore e si dovevano tenere giocatori come Antonelli e Bonamico, perché no.

Porelli generalmente mi racconta che gli scudetti del futuribile saranno tutti targati Sinudyne o comunque Virtus e io gli rispondo ogni volta che il tifoso se ne freda del futuribile perché a questo mondo non si sa nemmeno se domani si è ancora vivi.

Io curo le infrastrutture, io ho una foresteria che fa invidia a tutti, io ho un po' di appartamenti per i ragazzi, mi dice Porelli. Sai cosa interesano 'ste cose alla gente, sai cosa contano le infrastrutture per vincere gli scudetti. Rovescio addirittura il discorso: si vincono tante belle cose anche in carenza delle strutture che la Virtus Sinudyne può ostentare. Non so come si piazzerà quest'anno la squadra di Driscoll. Dal primo al quarto posto, suppongo, più probabilmente seconda o terza anziché prima, a occhio. Ma Porelli se lo chieda veramente: si è fatto di tutto per dare agli impagabili fans ciò che essi stessi avevano il diritto di pretendere?

Dopodiché riconosco al duce delle Vu nere tutte le prerogative che si addicono a un dirigente di altissimo livello, ma non vedo perché dovrei fare il reggicoda anch'io.

L'uomo Porelli ha particolarmente una qualità: parla in faccia alla gente, guarda dritto negli occhi e non usa il filtro della diplomazia. Benone, diciamo le cose come sono e teniamoci visti. Senza rancore, mi raccomando.

 


 

Cinquanta domande all'Avvocato Gianluigi Porelli

 

Perché il divorzio con la Sinudyne?

Non è stato un divorzio per incompatibilità. La Sinudyne è stata con noi dieci anni, dopo un periodo csì lungo si dice che cessi l'efficacia del mezzo e i proprietari della Sinudyne che sono nostri soci nella Virtus SpA, ci avevano già detto da qualche anno che nel momento in cui avessimo trovato una sponsorizzazione più vantaggiosa loro si sarebbero fatti da parte.

E la Granarolo Felsinea come è stata agganciata?

Ci siamo guardati attorno. Volevamo uno sponsor bolognese e il Comune ci ha presentati a questo COnsorzio di due cooperative: la Granarolo e la Felsinea.

Una comunista e una democristiana, la Virtus è il compromesso storico nello sport dunque...

Non vogliamo entrare in cose che non ci competono, però il fatto è questo. E quello che conta è che sia un'azienda bolognese di grossa importanza con i suoi 8mila soci.

Per quanti anni durerà questo nuovo matrimonio?

Come minimo per 4 anni, ma io credo che andrà avanti di più.

é vero che avete rinunciato ad offerte più vantaggiose?

Sì, a breve periodo le altre sponsorizzazione proposte ci avrebbero dato di più. Ma siamo contenti di aver scelto la Granarolo Felsinea perché crediamo che alla lunga sarà più vantaggiosa.

Lei si presenta agli sponsor dicendo: "i colori sociali sono questi, sulla maglia c'è una Vu nera, prendere o lasciare"?

Esattamente e nel caso della Granarolo Felsinea se non l'avessi fatto io questo discorso probabilmente me lo avrebbero fatto loro.

Ma il matrimonio con la Granarolo Felsinea è stato comunque contrastato, perché?

é semplice: in un primo momento non potevamo chiamare la squadra con la doppia denominazione perché la FIP lo vieta. Per questo erano nate le idee tipo Granalat eccetera. Il problema, da parte dello sponsor, era che ci volevano entrambi i nomi. La soluzione è stata trovata quando qualcuno ha ricordato che esisteva un prodotto, credo una mozzarella, che si chiamava proprio "Granarolo Felsinea".

Lei, avvocato, quando parla usa spesso il noi, chi sono gli altri?

Quando uso il noi intendo la Virtus e il suo COnsiglio Direttivo.

Chi sono gli uomini del "noi"?

Sono Berti e Longhi, i due proprietari della Sinudyne che hanno il 15% a testa delle azioni, sono Ugolini e Canna che hanno il 15% anche loro a testa, poi Galletti proprietario dell'Alcisa che il 10% e il sottoscritto che ha il 30%. Ecco chi è il noi.

I rapporti con la vecchia madre Virtus?

Siamo giuridicamente un'altra cosa, ma sentimentalmente siamo gli stessi, sempre. Io per esempio sono da 20 anni vicepresidente della Virtus.

Quanti amici ha Porelli a Bologna?

Se parliamo di amici veri, sono due o tre.

Quando vincerà la stella aumenteranno?

Non credo che derivi da quello. So di essere poco simpatico alla gente perché ho poco dialogo convenzionale.

Nasce tutto dalle scelte che lei ha fatto...

Certo ho fatto una politica societaria per la città, ma basata sui conti, sui soldi. Ma è proprio per questo che la Virtus è solida.

Ha detto politica per la città, un esempio...

Presto detto: gli abbonamenti sono carissimi, magli altri 1.400 biglietti che mettiamo in vendita sono sempre a 4.000 lire in qualsiasi incontro di campionato o di play-off. E tutti sanno che sono in vendita due giorni prima, nei posti prefissati, dove non se ne possono comperare più di due per volta per evitare il bagarinaggio. Poi abbiamo 1.000 abbonamenti per bambini a 20mila lire.

Parliamo di allenatori. Periodo Peterson a a parte, lei ha cambiato in media più di un allenatore all'anno. Ora c'è Bucci...

Volevamo fermarci con l'ipotesi degli stranieri. In Italia il migliore fra quelli disponibili secondo me era Bucci. Il rapporto con lui è ottimo, tanto è vero che gli ho confermato il contratto molto presto. Ma non azzardo previsioni. Un allenatore, a parte il minimo di risultato che deve dare, deve anche sapersi inserire nella filosofia societaria. Gli allenatori in quasi tutte le altre parti d'Italia devono fare di tutto un po'. Qui non devono fare di niente, se non seguire la prima squadra e basta.

E quando c'era Peterson...

Con lui c'è stato il miglior rapporto possibile, una volta che capì l'Italia.

Lei disse una volta che l'unico allenatore italiano per la Virtus poteva essere gamba, conferma?

Era un altro contesto. Su Gamba confermo, confermo anche che mi piace Bianchini e che Peterson è il massimo. Ma comunque mi tengo Bucci.

Villalta sarà capitano a vita?

Fin quando smetterà di giocare.

Come capitano meglio lui o Bertolotti?

Sono due bravissimi capitani e due bravissimi giocatori, forse Villalta è in assoluto più forte come giocatore, il più forte italiano che abbia mai avuto in Virtus.

I due americani di quest'anno la soddisfano?

Non vogliamo discutere queste cose prima della fine del campionato.

Si è sentito parlare di Tonut a Bologna, cosa c'è di vero?

Un bel niente. Figuriamoci se lascio andare Bonamico per Tonut?

Una rapida graduatoria degli stranieri della Virtus...

Facile: primo Cosic, poi Driscoll, quindi McMillen.

E il più scarso...

Facile anche questo: Cook.

Brunamonti farà meglio di Caglieris?

Farà diverso. Potrà fare meglio per certe cose e peggio per altre. Ma sta migliorando. Noi vogliamo competere per il titolo e per farlo Roberto deve competere con D'Antoni, con Caglieris e con Marzorati, non so se mi spiego. Il playmaker è il ruolo fondamentale della squadra, questo è un insegnamento di Peterson, oramai abbondantemente recepito da tutti. Ci arriverà, è solo un problema di testa.

Binelli sarà un crack?

Anche qui è solo un problema di testa. Deve mettere su ancora 9/10 chili di muscoli e poi deve crescere come uomo. Tutto qui, poi sarà veramente un fuoriclasse.

Fantin è stato un buon investimento?

Certo tornerei a prenderlo. Ma il problema è lo stesso di Brunamonti: si deve rapportare agli avversari che una squadra che punta allo scudetto si deve trovare di fronte. Lui deve vedersela con i vari Premier, Riva, Sacchetti, è questo il termine di paragone.

A Bologna c'è chi dice che Rolle è "buono con i tristi e tristo con i buoni" cosa ne dice?

Mah, non credo. Lui di sicuro soffre il marcamento fisico di due giocatori: Brewer e Meneghin. Ma d'altra parte bisogna vedere se in giro c'è di meglio. Io non ne sono mica sicuro. Gamba in un'intervista ha detto che il miglior pivot del campionato è Rolle. Gamba non è che debba avere per forza ragiona, però qualcosa ne capisce. Certo Moses Malone è sicuramente meglio.

In 18 anni, qual è l'errore che vorrebbe non aver fatto?

Ce n'è qualcuno che riguarda qualche allenatore, ma non voglio dire chi.

E qualche colpo di genio?

Il più grosso colpo di culo è stato Peterson. Se proprio devo ricordare qualche decisione che è servita molto, dico l'idea della Società per Azioni e l'abolizione dei biglietti omaggio, cosa che mi procura ancora adesso gli odii di molti. Erano 800, ora solo poche decine.

è vero che lei nei rapporti di lavoro è un uomo insopportabile?

Deve essere vero perché faccio fatica io stesso a sopportarmi.

Con lei si resiste poco a lavorare...

Sono molto esigente, se le cose non sono fatte come si deve, i rapporti di lavoro possono finire. Ma un giorno o l'altro manderanno via anche me.

è possibile mandare via il 30% della società?

Come no! Certo non mi possono licenziare, ma i sistemi ci sono.

Torquemada, Robespierre, le "porellate". Su di lei sono nate definizioni a iosa. Cosa ne pensa?

Mi sono completamente indifferenti.

Cosa ne pensa dei giornalisti?

Io baso tutti i miei rapporti sul rispetto reciproco. Secondo me i giornalisti sono troppo abituati ad essere trattati servilmente. Io non faccio il servitore di nessuno né pretendo che i giornalisti facciano i miei servitori.

Nell'80 disse di essere "sotto la doccia"...

Io sono spesso sotto la doccia perché tutto finisce. Io ho fatto per 30 anni l'avvocato e poi mi sono stufato. Sono da 18 anni nel basket che è un mondo che porta uno stress terrificante. Ogni tanto mi viene l'istinto di lasciare andare, poi i fatti mi coinvolgono e rimango.

Anche perché non ha delfini, non ha successori...

Questo è il problema, bisogna pensarci seriamente. Ma dobbiamo risolverlo noi Virtus, non è che possiamo chiederlo al Comune di Bologna.

Aspetta la stella, per cercare l'erede...

No, assolutamente.

Ma insomma la Virtus è un giocattolo di Porelli?

No, la Virtus è un giocattolo di Bologna.

Cosa rappresenta la Virtus per Bologna?

La storia dello sport bolognese, dal 1871 in avanti, quando la Virtus organizzava le gite fuori porta, lo sport di allora.

Il nome di un giocatore che vorrebbe non aver ceduto...

Per un po' Caglieris, ma avrei preso Brunamonti lo stesso.

Chi poteva prendere e non ha preso...

Sacchetti era diagnosticato finito per via della schiena, avrei potuto comperare Magnifico ma mi era stato definito un mezzo scartino da parte di doveva poterlo giudicare bene. Poi Dino Meneghin del quale non mi sono mai interessato, ma se si ripetesse l'occasione lo prenderei di corsa. Potevo prendere Costa, ma non ci piango sopra.

Tifare Virtus a Bologna è di moda?

Tifare per la Regina in Inghilterra è di moda?

La Virtus è tradizione, questo è assodato. I cugini della Fortitudo sono un incidente?

Assolutamente no, la Fortitudo è una società che fa una buona pallacanestro. è la seconda squadra bolognese, in questo momento.

Meglio lo scudetto e la Coppa Europa?

A questo punto è una domanda difficilissima. A noi occorrerebbero tutte e due per completare un discorso. Ma comincerei con lo scudetto della stella.

Vorrebbe un impianto da 15mila posti?

No, va bene quello che c'è. Al massimo si può arrivare a 10.000.

La Virtus è in attivo?

Certo, da qualche anno, anche se in realtà non ci dividiamo nessun utile.

Scelga 4 persone per fare un viaggio: un suo uomo di ieri, un suo uomo di oggi, un suo avversario di ieri e un suo avversario di oggi...

Peterson come ex, Canna come attuale collaboratore. Tra gli avversari Rubini ieri e fra quelli di oggi Bulgheroni.

Avvocato, arriverà la stella?

Certo, ma non so quando.

Quest'anno, magari?

Ci proviamo. (ndw: l'intervista è fatta alla vigilia della stagione 1983/84)

Meglio una palestra o uno scudetto?

Meglio tutte e due.

 

tratto da "Virtus - cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 


 

l'INTERVISTA DEL MESE: GIANLUIGI PORELLI

di Bruno Bogarelli - Giganti del Basket - dicembre 1979

 

“Fin quando ero a Mantova, quando la televisione ancora non c'era e lo sport ad alto livello lo si seguiva sui giornali, io facevo il tifo nei diversi sport per tre cose: l'Inter nel calcio, Bartali nel ciclismo e la Virtus nella pallacanestro. Il perché di questa faccenda non lo so dire, sono cose che nascono dalle discussioni da caffè, tra amici. Resta il fatto che sotto il profilo cestistico la Virtus era per me un'attrattiva: una squadra famosa, non come il Simmenthal di Milano, ma abbastanza per essere oggetto di una discussione”. è con questo affetto sportivo che Gian Luigi Porelli, diciamo ventenne, fa il suo ingresso alla facoltà di giurisprudenza dell'Università di Bologna nel 1949; il campionato di calcio lo vinceva il Torino, il giro d'Italia lo vinceva Coppi e la Virtus vinceva lo scudetto. Quattro anni per laurearsi durante i quali Porelli, giocatore di Tennis, si iscrive alla Virtus Bologna Sportiva. La Virtus, l'università e l'attività goliardica caratterizzano la vita bolognese di colui che negli anni settanta un noto giornalista milanese soprannominerà il Torquemada del basket, l'inquisitore spietato. E nella vita goliardica lo spirito di Porelli si affina e da questa esperienza coglie i maggiori spunti della sua filosofia di vita. “Io ho diretto la vita goliardica bolognese per sette anni, dal '52, quando non ero ancora laureato, al '59, quando ero laureato da un pezzo. Sono stato Gran Maestro dell'Ordine del Fittone e gli “statuta goliardica” prevedono che il Gran Maestro possa restare in carica fino ad anni 82, quindi io,ventinovenne, ero in grande anticipo. è stata per me un’esperienza di enorme interesse ed è stata quella che, io ovviamente predisposto, ha maggiormente influenzato il mio modo di fare quelle piccole cose che ho poi fatto. Dall'esperienza goliardica nasce il massimo del mio spirito critico nei confronti di quello che è l'establishment, l'autorità costituita, il perbenismo, i sistemi cristallizzati, il di pensare pretenzioso, la gente che crede di essere depositaria del buon senso, del giusto. Un'idea quasi da film western, dove il buono e il cattivo sono sempre chiaramente identificati, si sa sempre come andrà a finire. C'è molta gente che pretende di stare sempre dalla parte dei buoni, di quelli che sanno fare le cose, che sanno come devono essere fatte. Questo tipo di idea io l'ho abbastanza rifiutata: io non pretendo di essere sempre dalla parte del giusto, perché commetto moltissimi errori, ma soprattutto non pretendo di imporre agli altri il mio modo di pensare. Questo è il lato più avvilente della cosa, insieme alla malevolenza chiaramente manifestata nei confronti di chi dimostra di non adeguarsi a questo cliches, di non accettare il ruolo di benpensante”. Dalla goliardia alla professione di avvocato, alla carriera sportiva, sempre alla Virtus. Segretario della Virtus Tennis, consigliere della società madre, vicepresidente e, nel '68, a capo della Virtus basket. Undici anni di lotte che hanno fatto di Porelli in Italia l'uomo pi importante della pallacanestro moderna. Il Porelli di oggi non si differenzia di molto da quello che imperversava nelle aule dell'ateneo bolognese negli anni cinquanta. Il successo lo ha intaccato poco, i riconoscimenti dell'ultima ora sul suo operato ancor meno.

Gigi Porelli bandiera della professionalità: il basket italiano l'ha issata sul più alto pennone riconoscendo in lei la massima espressione dell'efficienza societaria e della professionalità sportiva. Quanto la gratifica questo o le pesa?

”Sotto il mio profilo posso dire che la cosa mi è assolutamente indifferente. Cosa vogliamo dire? Diciamo che mi documento, che prendo tutte le informazioni utili, che giro, parlo con la gente, la ascolto cercando di recepirne i gusti, setaccio tutte le informazioni e prendo le idee applicabili alla mia realtà. Ho l'abitudine di leggere tre o quattro giornali al giorno, prestando particolare attenzione alle pagine sportive, ho letto alcuni libri in merito alla conduzione aziendale. Insomma occuparmi di basket mi diverte e quindi è automatico, se una cosa mi piace, tenermi informato. Bisogna dire che io non ho alcuna forma di sudditanza nei confronti del potere costituito e ho quella dose di incoscienza tale da spingermi a rischiare tutto, se le valutazioni, nate da un confronto con le obiettive possibilità, mi spingono a farlo

Lei  stato vicino alla morte...

“Si, molto vicino. Al momento non è stato niente, un dramma incosciente, finché non mi sono trovato a reagire furiosamente alle invalidità fisiche rifiutando quanto la realtà mi proponeva. Il dramma è venuto dopo, faccia a faccia con un altro me stesso, padrone di nuove e profondamente diverse valutazioni su i vari concetti: l'amicizia... la fedeltà... il denaro... Scompensi enormi, in un dopo estremamente negativo per la fiducia che nutrivo negli altri”.

E' sempre stato così aggressivo, crudo, anche prima del l'incidente?

“Sotto un certo profilo molto di più, ma in maniera diversa, certamente più umana. Emergere non mi interessava e se vogliamo neanche oggi, ma è innegabile che il gretto raziocinio ora gioca un ruolo importante”.

Coloro che nel basket non la amano e forse non solo nel basket, la considerano una testa calda, o così amano definirla: perché?

“E' sempre il solito discorso delle etichette affibbiate sulla base del proprio metro da parte di chi è convinto di essere nel giusto sempre, per tradizione, per eredità, come fatto acquisito. Per cui stabilisce che in certe circostanze ci si debba comportare in un certo modo: la forma prima della sostanza. Io ho invece l'abitudine di usare il linguaggio che meglio identifica e chiarifica le mie opinioni. Di questo ne soffre la forma mentre ne guadagna la sostanza con invitabile disappunto di chi questa sostanza è costretto a subire”.

C'è stato un periodo che tra i giocatori pronunciare il suo nome era una specie di reato, lei era considerato uno spauracchio, meglio girare al largo: perché?

“Anche qui contano gli schemi dai quali uno non può uscire senza guadagnarsi odio e inimicizie, ma non ne faccio una colpa ai giocatori. Abituati al dirigente che si leva le braghe pur di vincere una partita, i giocatori ci hanno marciato sopra, capovolgendo addirittura i ruoli, oltre che sconvolgere gli equilibri del rapporto. Loro sono certamente le figure principali del nostro movimento ma nonostante tutto dove c'è un dirigente ci deve essere un diretto, seppure in un rapporto basato sul consenso: e i diretti sono loro, non c'è dubbio. Il concetto banalissimo della puntualità, per esempio: in una squadra non sono molte le cose che un giocatore deve fare, però bisogna che le faccia. La società da parte sua ha i suoi impegni: tutela e assistenza dei giocatori, organizzazione, denaro pattuito, civiltà di rapporti, assistenza medica e così via. Le regole ci sono, sono semplici, basta rispettarle e farle rispettare”.

Se è così semplice perché spesso ci troviamo di fronte a giocatori che fanno e disfano a loro piacimento?

“L'origine è nella passione sportiva di molti dirigenti, una forza motrice insostituibile per il progresso di ogni sport, ma che determina nel dirigente una forma inconscia di sudditanza nei confronti del grande protagonista. Mentre il rapporto di lavoro  basato su impegni che vanno rispettati, particolarmente se il lavoro è ben pagato. E pertanto bisogna pretendere, altro che sudditanze”.

Da spauracchio dei giocatori a vate: come è arrivato alla cogestione società-giocatori per la Coppa dei campioni.

“I giocatori che ho potuto conoscere sono tutti ragazzi molto avanzati dal punto di vista culturale, però anormali, perché abituati ad avere titoli sui giornali, a firmare autografi, a percepire stipendi da direttori di banca, in un età in cui i loro coetanei mediamente o studiano o lavorano per bisogno e raramente per un alto salario. Premesso e superato questo, una volta chiariti i rispettivi ruoli, non c’è difficoltà ad andare d'accordo con loro. Quello della cogestione per la coppa è un esperimento che ha buone possibilità di riuscita anche se è innegabile che siamo un po’ nel futuribile. Finché i confini sono ristretti e ben delimitati come quelli di un'attività di coppa che si basa su strutture indipendenti, i presupposti sono ottimi; diverso sarebbe allargare il concetto di cogestione a tutta la società. Anche per realizzare un progetto di questo tipo sono importanti i presupposti: io non accetto di fare l'avvocato e passare la metà dei miei redditi alla società per giustificare la mia passione sportiva. Ognuno fa la sua parte e siamo pari, senza possibilità di equivoco. Comunque è molto difficile: ripeto, siamo nel futuribile, anche se abbiamo posto la prima pietra”.

Rapporti Lega-Federazione, da sempre lei è stato uno dei più accesi e credenti sostenitori della Lega, schierandosi spesso su posizioni di critica accesissima nei confronti dell'organismo federale.

“Cito a memoria alcuni dati: percentuale del pubblico della serie A in rapporto all'intero movimento, 90%; denaro mosso dalla serie A in rapporto all'intero movimento, 90%; denaro versato alla FIP dalle società di serie A ri spetto a quello versato da tutte le restanti società, 25%; spazio riservato dagli organi di maggiore informazione agli avvenimenti della serie A rispetto a quello riservato al resto del movimento, 99%; potenziale in voti per l'elezione dei rappresentanti in seno al vertice federale, 2,66%. Ho citato a memoria e pertanto i dati non sono precisi ma si discostano di pochissimo dalla realtà. Dal confronto di questi dati chiunque si può rendere conto in quale rapporto assurdo debba vivere il nostro settore. E in federazione dimostrano di non capire. Pazienza poi se le cose andassero bene, siccome invece bene non vanno io, come società, ho bisogno di imporre le mie necessità, che sono tanto determinanti per il movimento e allo stesso tempo di carattere totalmente diverso da quelle del resto degli affiliati. Ecco perché credo nella Lega e mi batto per essa. Io apprezzo quel che dice Carraro quando sostiene che le leggi si possono cambiare: eccomi, io sono qui per cambiarle. Obbiettivamente se sono scemo accetto di stare al 2,66%, se solo mi sveglio un attimo, pretendo qualcosa di più omogeneo e consono a quello che gestisco, perché ne ho bisogno. Certo, gestire un fenomeno come la serie A è difficile, ma noi abbiamo il diritto di provare, ognuno deve fare i suoi errori”.

Questa nuova Lega si è presentata ai nastri di partenza con i favori della critica e del pronostico, una Lega forte. L'episodio della Canon che, contravvenendo alle decisioni della Lega, mette in crisi il pool, e quello di Bogoncelli che cerca di prendersi il vantaggio degli oriundi hanno dato subito uno scossone alla nuova immagine. E il braccio di ferro con la Federazione, intrapreso e poi abbandonato a metà, non ha certo contribuito a consolidarla.

“Dividiamo bene le cose. Il fatto che ci sia un associato che fa delle cazzate non vuol mica dire che la Lega sia debole. Certo il ripetersi di questi episodi finisce poi per indebolirla, ma deve esserci un ripetersi. Per quanto riguarda il braccio di ferro altro non era che un'azione nei confronti di un apparente (ma a parer mio certo) intendimento della FIP di non procedere nel dare quella delega che da tempo la Lega reclama. E credo che se adesso qualcosa si muoverà in questo senso, sarà merito anche di quest’azione. Noi vogliamo restare nell'ambito della Fip e delle sue caratteristiche: il braccio di ferro, come qualcuno lo ha inteso, non ci interessa. Sconfitte e vittorie non esistono, esiste la volontà di accelerare un processo, questo sì. Il Presidente della FIP ha vinto nella misura in cui ha capito che la Lega deve avere una forma di autonomia; in questo senso ha vinto, e non perché‚ ci ha dato la multa. Se c'è stata una vittoria della FIP essa si identifica con la nostra”.

Nella gestione della sua società lei non si è mai dimostrato di manica particolarmente larga per quanto riguarda gli stipendi dei giocatori, è sempre stato un economo. Come mai non ha battuto ciglio sui 36 milioni di Coccia?

“Nella gestione della Virtus ho sempre fatto un conto di costi e ricavi subordinando i compensi dei giocatori alla loro produttività. Lo stesso discorso vale per Coccia, con la differenza che in questo caso i soldi sono stati investiti prima di produrli, ma era inevitabile. Certo è che lui dovrà produrre il denaro che guadagna: in che misura è difficile dirlo. Anche il concetto di produttività si presta a diverse interpretazioni: che rapporto c'è tra il parquet nuovo del Palasport e la produttività oppure tra la produttività e le palestre che stiamo costruendo e per cui ci stiamo svenando. I valori da tenere presenti sono molti. Diciamo che quanto guadagna Coccia costituisce un fatto accettabile bisogna dargli tempo”.

“Ci parli della sua Federazione, di quella che lei sogna o vede nel futuro, con tanto di uomini e fatti.

“Diciamo che posso solo esprimere l'augurio che in federazione ci siano uomini che producano per il movimento, senza bruciare la loro capacità produttiva per il mantenimento del potere politico. è una realtà che contamina le strutture politiche di diversi stati e lo sport ovviamente non ne è esente. Per quanto riguarda gli uomini è inutile inseguire delle chimere, abbiamo quello che il movimento produce e non possiamo fare certo dei miracoli”.

Lei ha avuto due grandi nemici nella sua carriera di uomo di basket: Bogoncelli e Rubini.

“Contesto la premessa in quanto Rubini non è mio nemico bensì mio amico e con Bogoncelli ho rapporti cordiali. Diverso è dire che mi sono trovato in passato a contestare il loro comportamento, questo sì. Rubini e Bogoncelli sono stati i primi veri professionisti del basket, studiandolo a fondo, analizzandolo e sfruttando il potere che i mezzi e la conoscenza specifica del problema davano loro, vincendo sempre. Tutto questo è stato un bene fino ad un certo periodo, oggi non lo è più. Comunque il binomio si è sciolto, Rubini ha preso un'altra strada e Bogoncelli rimane alla guida della società milanese che nel contesto cestistico gioca un ruolo di estrema importanza, importanza che tutti le riconoscono. Ma per questo non possiamo accettare, presupponendo di giocare a poker, che le regole vengano cambiate e che, a carte date e viste, si faccia valere il tris più della scala. Mettiamo sul piatto tutto quanto una città come Milano può dare e i vantaggi che possono derivarne per la società dalla semplice ubicazione. Bogoncelli si accontenti di questo e non cerchi più vantaggi di quelli che ha già. Il personaggio Rubini è un personaggio unico, vero e proprio patrimonio della pallacanestro italiana, un uomo che ha vinto una medaglia d'oro alle Olimpiadi, che ha un passato enorme di sportivo, che da giocatore a 23 anni allenava una squadra dove c'erano giocatori che di anni ne avevano 29 o 30. Un uomo le cui doti di personalità e di carattere non si discutono, un uomo di grande determinazione con una profonda conoscenza dello sport. A questo Rubini credo, al Rubini che si mette a piangere per televisione sulla nazionale, beh, a quello credo un po' meno”.

Dopo il divorzio consensuale tra la Virtus e Dan Peterson, lei disse che l'unico allenatore italiano che avrebbe potuto sedere sulla panchina della Sinudyne era Sandro Gamba.

“Certamente e lo confermo ancora oggi. La competenza cestistica del personaggio non si discute e siccome sono convinto che le doti umane siano le prime necessarie per condurre degli uomini, la scelta non poteva cade re che su di lui”.

Ha mai amato qualcuno nel mondo del basket?

“Non so, è molto difficile. Potrei dire Bertolotti e tutti direbbero perché è il più debole: è un ragazzo profondamente buono, umano, pieno di ansie e di preoccupazioni. Ho lavorato molto bene con Peterson, ma dire che lo ho amato è un po' azzardato. Stimo in grande misura il custode del palasport, competente, appassionato, efficiente, umano anch'egli, con i suoi difetti ma con grandi fatti positivi da mettere sul piatto della bilancia. Ho amato qualcuno... non saprei dire”.

Due anni fa, facendo riferimento al suo lavoro nella pallacanestro, mi disse che ormai era sotto la doccia. Casa intendeva dire?

è un'espressione tennistica che si usa quando un giocatore, pur continuando a rimanere in campo, è già entrato psicologicamente nell'idea di infilarsi sotto la doccia calda. Così è per me nei confronti del basket, si tratta di una doccia lunga e io ci sto sotto, anche se non sento l'acqua calda sopra la testa”.

E allora le due palestre che la Virtus sta costruendo, come si spiegano?

“Si spiegano in maniera semplice: è un'idea di dieci anni fa che finalmente siamo riusciti a tramutare in realtà. Un gesto di grande significato che ha richiesto un altrettanto grande sacrificio da parte degli azionisti. Una operazione dal costo di 800 milioni il cui successo si basa sulla massima funzionalità societaria con prospettive di grande propaganda per il basket, attraverso corsi per 400-500 bambini. Un'azione di grande prestigio per la società, che mettendo i due impianti al servizio della scuola assolverà in pieno le sue funzioni sociali, qualcosa per cui vale la pena di restare a giocare sul campo”.

Lasciare il basket vorrà dire per lei lasciare lo sport?

“Chi può dirlo?”.

 


 

L’avvocato Porelli: 'Storia, successi, stile: questa è la V nera'

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 13/06/2007

 

Avvocato Porelli, la Virtus torna in finale. Lei cosa pensa?

«Quello che pensano tutti. Aspetto di vederla giocare».

Ricorda ancora quel 31 agosto 2003 a Roma?

«Certo. Ero là».

Lei uscì perplesso da quel consiglio della Federbasket. Pensava che la Virtus sarebbe sparita?

«Questo mai. In quel momento notai solo una grande ostilità nei confronti della Virtus. Intendiamoci: la Virtus aveva commesso un errore. Ma avrebbero potuto aiutarla. Non lo fecero. Poi subentrò Sabatini. E a lui bisogna riconoscere grandi meriti. Ma la Virtus non sarebbe sparita. Mai».

Perché?

«Perché se parliamo di sport e di simboli la Virtus è qualcosa di importante. Gli scudetti, la sua storia, i trofei. Chiaro che la Virtus deve rispettare le regole, come tutti. Resto convinto, però, che quattro anni fa ci fu una grande ostilità nei confronti della Virtus. Dava fastidio e, per certi versi, era irraggiungibile. Se il basket dovesse perdere la Virtus o Milano sarebbe una tragedia».

Sicuro?

«Le rispondo citando Goethe che disse La storia non si eredita. Ma la si conquista giorno dopo giorno».

Siena-Virtus: chi vince?

«Siena è favorita e la Virtus ha già raggiunto un grande risultato. Ma non credo che la Virtus voglia affrontare questa serie tanto per fare».

C’è qualche giocatore di oggi nel quale rivede qualche bianconero dei suoi?

«I paragoni non mi sono mai piaciuti. Anche perché ho le mie classifiche. E me le tengo per me senza avvicinare questo a quello».

Parliamo di queste classifiche.

«Cosic, il più grande. E poi Peterson: strepitoso, un grande allenatore. Ecco, forse Markovski ha qualcosa di Peterson. E Richardson. Cosic è stato il più grande d’Europa che abbia giocato nelle mie Virtus. Sugar il talento più incredibile».

E l’italiano?

«Facile, Villalta. Ma fu grande l’intuizione di spostarlo dal ruolo di centro a quello di quattro. Aveva la sua mattonella: non sbagliava un tiro».

Villalta, l’acquisto più costoso?

«No».

Ma come? E quei 400 milioni di lire pagati a Mestre?

«In una valigia, in contanti. è solo che per Brunamonti ho speso di più».

Quanto?

«Un miliardo. E sa come l’ho preso?».

No, dice.

«Mi sono presentato anche in quell’occasione con la valigetta, in contanti. Un conto è parlare di cifre, un conto invece è presentarsi con il denaro pronto. Davanti a una valigetta da un miliardo di lire, mi creda, la gente non regge. E cede».

Torniamo a questa finale.

«Non cambio idea: Siena è favorita, ma la Virtus può dire la sua».

Lei ieri, Sabatini oggi. Cos’avete in comune?

«Mi sembra ovvio, la Virtus. Ha presente la citazione di Goethe? Claudio fa parte della storia della Virtus. Come il sottoscritto».

Dica la verità, avvocato, Qualche consiglio gliel’ha dato a Sabatini?

«Mai. Né a lui né ad altri».

Perché?

«Perché sono uscito di scena nel 1989 e da allora non mi sono permesso di dare consigli a nessuno. E’ giusto che ognuno vada per la sua strada».

Leghiamo questo suo disimpegno al calo, a livello nazionale, della pallacanestro?

«Non voglio fare polemiche. Anch’io ho fatto le mie cretinate. Magari ne avrò fatta qualcuna di meno...».

 


 

Porelli: «Virtus, esempio per tutta l’Europa»

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 19/06/2008

 

«La Virtus? Una società modello, un punto di riferimento per il basket europeo». Gianluigi Porelli, l’uomo che negli anni Settanta rilanciò il club bianconero portandolo ai massimi livelli, non ha dubbi. Non vuole fare polemiche ma alcune considerazioni di Cazzola non gli sono andate proprio giù.

L’avvocato, che resta presidente onorario tanto della Sef quanto della Virtus, fa riferimento a un’intervista apparsa su Sportweek.

«Cazzola dice di aver acquistato Virtus e Bologna, due bandiere cittadine in difficoltà. Sulla Virtus, anche se non l’ho venduta io, credo di poter dire qualcosa».

L’avvocato e il suo gruppo avevano ceduto un anno prima dell’arrivo di Cazzola. «Dopo ventun anni — ricostruisce la sua avventura — ero arrivato al capolinea. Ero stanco, lo erano i miei soci. Fummo contattati anche dal gruppo Ferruzzi: Ivan Gardini era un nostro tifoso. L’offerta c’era, ma non me la sentii di cedere a loro: erano di Ravenna, non di Bologna. Così, Gualandi, che già deteneva il 10 per cento delle azioni, prese la maggioranza. La Virtus era una società solida: un modello per il basket europeo. Non avevamo ancora vinto un trofeo continentale, ma due volte eravamo arrivati in finale. Due sconfitte, per complessivi tre punti, ma la Virtus era lì».

 

Di più: sono gli anni in cui il Gruppo Ferruzzi, rilevato Roma, bussa di nuovo alla porta dell’avvocato. «Ero a Roma, Carlo Sama, che si trovava nella sede del Messaggero, si offrì per riportarmi a Bologna. Nel viaggio di ritorno mi disse che Roma era fortemente interessata a Brunamonti. Per lui erano disposti a offrire dieci miliardi di vecchie lire. La trattativa non iniziò nemmeno per il semplice fatto che la Virtus non era disposta a privarsi del suo play». Una squadra che non vinceva lo scudetto dal 1984 (quello della stella, con Brunamonti in campo e Bucci in panchina, con Messina come vice) ma che, come club, vantava una solidità invidiabile.

 

«Facemmo valutare le proprietà immobiliari del club: c’erano otto appartamenti per i giocatori, gli uffici e la palestra dell’Arcoveggio. Valore immobiliare per 5 miliardi di vecchie lire. Ma, soprattutto, debiti zero. Gualandi la cedette a Cazzola così, come l’aveva presa da noi. Una società presa come modello da tanti altri club. Sia detto senza polemica: né Gualandi né io vogliamo essere protagonisti. Ma questa precisazione sulla Virtus è doverosa».

 

 

 

Intervista all'avvocato Porelli, Corriere di Bologna del 02/06/2007

 
«Non mi faccia fare la figura del professore», è il diktat di Porelli prima di socchiudere la porta del suo studio, in pieno centro. L’Avvocato resta un dirigente, un comandante, non un’educanda. Poche chiacchiere, niente pizzi e merletti, ma fatti. Come nel ’68, quando entrò nella Virtus basket su richiesta (preghiera?) di Giovanni Elkan e ne fece la stella dello sport cittadino.
«La sezione avrebbe chiuso così accettai e firmai le uniche cambiali della mia vita, 7 milioni. Non ero Seragnoli e non c’erano soldi…». Oggi i danari non mancano, son tornati i tifosi in massa per la semifinale playoff e il creatore della Vu Nera moderna riallaccia il filo con le antiche sfide.
Bologna-Milano non è una partita qualunque. L’Avvocato s’accende l’immancabile sigaretta, pesca nella sua sconfinata biblioteca legale (colorata da un peluche Granarolo-Felsinea, gadget dello scudetto ‘84 ) ed estrae «Il cammino verso la stella», pubblicazione storica di quella trionfale annata. «Rubai il titolo ad uno scrittore francese» e in quelle pagine è condensata la passione di Virtus-Olimpia.
Via al racconto. «Semplicissimo: eravamo a -1 con 10 secondi da giocare e Bariviera in lunetta con due liberi. Li sbagliò e vincemmo noi. Un bel colpo di c... dissi tra me e me».
E oggi?
«Presto la Virtus può vincere lo scudetto. Questo Markovski mi sembra un signor allenatore: gli ho parlato una volta, m’è piaciuto molto».
Lei cosa guardava negli allenatori?
«Niente, li scoprivo dopo. Il mio primo colpo, di fortuna intendo, fu Peterson. Firmai Massimino, ma divenne coach al college e dovetti trovare in fretta un sostituto. Un amico mi consigliò questo tale Peterson, che allenava in Cile. Doveva salvarsi, vinse la Coppa Italia poi lo scudetto».
Altri «colpi»?
«Cosic. Uno slavo mi disse: “Lo sa che Cosic vuole venire a Bologna?”. Non lo sapevo. Corsi a Spalato e firmammo. Chissà, forse l’ispiravano Bologna e la Virtus. Avevamo una grande squadra, spesso frutto del vivaio».
La follia?
«Nessuna, facevamo acquisti pagandoli quanto valevano. Brunamonti andammo a prenderlo versando 1 miliardo in contanti, nell’83. E un altro big fu Richardson: vidi Stern a New York e mi parlò di lui. Gli dissi: “Revoca la squalifica, lo prendo e lo rimetto a nuovo”. Sugar venne alla Virtus».
A Bologna lei portò anche Messina. «Un talento. La sua fortuna fu finire da noi, apprese da grandissimi: è diventato il numero uno d’Europa. E il più ricco. Lo scriva, così s’arrabbia».
Si dice: Porelli, un illuminato.
«Eravamo gente che sapeva rischiare. Strappai il contratto con la Candy perché volevo le maglie bianconere. Così m’inventai il parterre mettendo una fila di seggiole vicino al campo».
Vede una brutta deriva, nello sport e in città?
«Una volta i bolognesi avevano qualche lira in più da spendere. Ma sul tifo, non si transigeva. Incontrai i “gruppi organizzati”. Per una volta, in 21 anni, ascoltai venti minuti poi parlai io: “Avete due scelte, o pagare il biglietto o stare a casa”. E gli striscioni si consegnavano il giorno prima, per controllarli».
Eppure tutto rischiò di sparire.
«Nel 2003 qualcuno provò a distruggerci. Ce l’ho con la Lega, che non pensa al bene del basket. Ora i proprietari disertano le riunioni, è un errore. La Virtus, Milano: non si toccano club così».
E Sabatini?
«Io ho fatto il mio, lui fa il suo. Non c'era l’aperitivo in piscina, avevo un’altra filosofia. Ma mi divertivo. Nel ’98 fui deferito per uno scherzo ai fortitudini. La Virtus è già tornata grande, è terza, è giusto che un comunicatore come Sabatini governi come vuole».

 

 

 

Porelli, l'intervista al Carlino il giorno della sua elezione nella 'Italia Hall Of Fame'

Il Resto del Carlino - 04/09/2009

 

Il giorno in cui Gianluigi Porelli (nella foto con Ettore Messina e Claudio Sabatini alla inaugurazione del Museo della Virtus alla Futurshow Station nello scorso 2008) ricevette il riconoscimento per la 'Italia Hall of Fame' di basket a Bologna nel febbraio 2007, rilasciò ad Alessandro Gallo del Resto del Carlino questa intervista.

Avvocato, lei nella Hall of Fame: complimenti.
«Grazie, sono contento».
Per lei, però, non è il primo premio.
«Ne ho diversi, pure uno speciale».
Quale?
«Le racconto una storia».
Vada.
«Ho guidato la Virtus dal 1968 all’89. In quel 1989 mi sentivo al capolinea, stanco. Eravamo 4-5 soci che poi avrebbero venduto a Gualandi. Manifestai l’intenzione di lasciare e la voce cominciò a girare».
E cosa successe?
«Mi arrivò a casa un libro di pagine bianche. In testa una lettera che mi invitava ad andare avanti».
E nelle pagine bianche?
«Firme. Le ho contate: erano 1.200 firme di persone che mi chiedevano di restare alla guida della Virtus. Qualcuno dei firmatari lo conoscevo, ma 1.200 sono tanti».
Si parla tanto di Uleb: lei è il papà dell’Unione delle leghe europee.
«L’ho fondata io, ma l’idea fu di De Michelis, non posso prendermi meriti non miei. Non ero socialista, ma De Michelis è stato un personaggio straordinario che ha fatto tanto per il basket senza mai chiedere nulla in cambio».
Il ricordo più bello?
«Lo scudetto dell’84. Ma posso citare tre canestri in fila di Buzzavo dalla posizione di post basso contro Livorno. Era lo spareggio del 1971 per non retrocedere. Non ci fossero stati quei canestri la storia sarebbe cambiata».
Il ricordo più brutto?
«Nessun dubbio, Strasburgo, 1981, la finale di Coppa dei campioni. Arrivammo là: le prime file erano occupate dagli israeliani, nonostante avessimo diviso i biglietti a metà. Andai da Stankovic: non volevo giocare».
E poi?
«Mi convinsero i miei giocatori. Avevano ragione loro: bisognava giocare, però…».
Però?
«Ho avuto ragione io: perdemmo con tante fischiate assurde. Non ho mai digerito quella sconfitta».
Torniamo allo scudetto della stella.
«Titolo speciale per come maturò».
Perdeste gara due in casa, in piazza Azzarita.
«Non solo. A Milano, gara tre, Bariviera andò in lunetta per due tiri liberi. Li sbagliò entrambi: poi Brunamonti ci diede il +3 finale. Tornammo da Milano in pullman: piazza Azzarita strapiena. Tutta gente che ci aspettava per festeggiare: Andalò aveva acceso tutte le luci del PalaDozza. Scesi dal pullman prima di arrivare in piazza, per defilarmi. Uno spettacolo incredibile».
I colpi di mercato?
«Villalta prima e Brunamonti poi. Brunamonti era già sulla strada di Pesaro».
Poi che accadde?
«Il presidente di Rieti venne nel mio studio. Volevo Brunamonti, ma aveva già un mezzo accordo con Pesaro. Gli dissi: apri quella borsa. C’era un miliardo di vecchie lire in contanti. Lo convinsi così».
Gli stranieri?
«Due: Richardson e Cosic. Richardson forse è stato il colpo più incredibile. Andai a parlare personalmente con Stern nella Nba: Sugar riprese a giocare».
Cosic?
«Fummo fortunati».
Perché?
«Ero a Modena, a casa di un amico. Mi disse che a Cosic avrebbe fatto piacere giocare nella Virtus. Non lo lasciai finire: salii in auto e andai a Lubiana, dove si trovava Kreso in quel momento. Ci accordammo in pochi minuti. Ho avuto tanti buoni giocatori, come Driscoll, per esempio, ma Cosic…».
Dica.
«Una volta andai all’allenamento. C’era un po’ di elettricità. Cosic in campo fermò il gioco tenendo la palla in mano. Guardò Caglieris, che era un signor giocatore, e gli disse: ‘Per fare le case servono muratori e ingegneri. Voi siete i muratori, io l’ingegnere’. Dopo, vincemmo sempre».
Tanti colpi, ma le bufale?
«Bufale mai, un rimpianto sì».
Quale?
«Ero grande amico di Conti, proprietario della Fortitudo. Avevamo già preso Ferro, avevamo bisogno di una guardia. Lui mi disse di prendere un lungo, non mi lasciai convincere».
Chi era quel lungo?
«Magnifico; con lui avrei vinto 2-3 scudetti in più».
E’ stato l’unico errore?
«L’unico del quale mi sono reso conto. Chissà quanti ne ho fatti, in tutti questi anni...».


di ALESSANDRO GALLO
 

E' morto Gianluigi Porelli, uno dei piu' grandi dirigenti del basket italiano ed europeo e tra i fondatori della Lega Basket. Portela: 'Un uomo geniale'

Legabasket.it - 04/09/2009

 

 

Si è spento questa mattina a Villa Toniolo a Bologna l'avvocato Gianluigi Porelli, uno dei più grandi dirigenti del nostro basket e di quello europeo: i funerali si svolgeranno lunedì mattina alle ore 10.30 nella chiesa di San Filippo e Giacomo in Via delle Lame 105. Oltre a guidare la rinascita della Virtus Bologna a partire dal 1968 (era attualmente Presidente Onorario), Porelli è stato tra i padri della Lega Basket, fondata ufficialmente, anche e soprattutto sotto la sua spinta, il 27 maggio 1970. In quella data Porelli è infatti tra i firmatari dell'atto costitutivo della Lega Società Pallacanestro Serie A assieme ad Adolfo Bogoncelli, in rappresentanza dell’Olimpia Milano. di Adalberto Tedeschi (Varese), Pietro Lucchini (Fortitudo Bologna), Giuseppe Rigola (Biella), Rino Snaidero (Udine), Aldo Allievi (Cantù), Giovanni Milanaccio (All’Onestà Milano). A quel tempo Porelli era da poco entrato nel mondo del basket, chiamato dal Presidente della Virtus Bologna Elkan a dirigere la sezione del basket di cui aveva già diretto la sezione tennis. Porelli sarebbe ben presto diventano un esponente di spicco dell'ambiente cestistico italiano rilanciando l'idea della creazione di una nuova struttura associativa, diversa dalla precedente e maggiormente incisiva che lavorasse unita su grandi temi, affrontando il problema della trasmissione TV delle gare del campionato, quello dei tesseramenti, del numero di stranieri e delle squadre partecipanti.
Nato a Mantova nel 1930, Porelli nel 1949 si era trasferito a Bologna per iscriversi alla facoltà di Giurisprudenza. Sotto le Due Torri diventa capo assoluto e indiscusso della Goliardia. Entra alla Virtus nella sezione tennis che dirige con grande successo per diventare prima consigliere e più tardi vicepresidente della società madre. Nel 1968 il presidente della Virtus Elkan gli chiede di prendere in mano la sezione pallacanestro che Porelli guida dal 1968 al 1989 quale procuratore generale: nel suo periodo vince 16 titoli nazionali. Dal 1984 al 1992 Porelli è stato anche Vice presidente vicario della Lega di Serie A maschile di pallacanestro (Presidente Gianni De Michelis), di cui era stato un fondatore. Eletto nella Hall Of Fame del Basket italiano, Vice presidente della Federazione Italiana Pallacanestro dal 1992 al 1999, Porelli è stato anche dal 1998 al 2002 Presidente della Commissione Legale mondiale e della Commissione Legale europea della FIBA, nonché membro del “Bureau Européen” e membro della Commissione Legale Mondiale. Nel 1991 ha fondato, con la lega di Spagna, l’ ULEB (Unione Leghe Europee Basket) di cui è stato Presidente per otto anni ed ultimamente Presidente Onorario.
"Gianluigi Porelli è stato un uomo geniale - lo ricorda Eduardo Portela, presidente della Lega spagnola e dell'Uleb - una grande persona e un amico. Nel suo lavoro alla Virtus, nella Lega e nell'Uleb come dirigente trasmetteva uno spirito imprenditoriale e professionale e sapeva ge nerare fiducia. Il suo apporto al basket italiano ed europeo è stato troppo grande per poter essere quantificato. Senza dubbio, non si potrà parlare del basket italiano ed europeo nelle ultime decadi senza tenere presente il suo enorme contributo. Sarà ricordato sempre, come persona e come dirigente, specialmente da quelli che hanno avuto la possibilità di conoscerlo ed incontrarlo. Gianluigi Porelli è stato un esempio per tutti."

 

 

Porelli, il ricordo di Oscar Eleni: 'Camminare insieme'


04/09/2009 11:30


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Oscar Eleni in memoria di Gianluigi Porelli che, stanco del viaggio sopra i campi assetati, ha cavalcato i suoi sogni e se ne è andato a spasso promettendoci un tavolo privilegiato quando sarà il momento di rimettersi insieme. Doveva accadere, eravamo preparati, ma noi pochi, noi pochi felici di aver vissuto tanti momenti speciali con questo gigante, sentiamo adesso che qualcosa ci è stato rubato quando non eravamo ancora pronti.
Ci aveva urlato al telefono che la battaglia finale andava combattuta senza tener conto della paura. Lui non ha mai saputo cosa fosse la paura. I sogni, sì, quelli li colorava con la sua passione, doveva essere tutto in tinta, tutto come al Madison: dalle tende, al legno duro per le battaglie. La gente doveva entrare nel suo palazzo, il palazzo della gente, non certo dell’ l’avvocatone che lo voleva bello, lontano dai fondali dell’euro facile, per vedere soltanto le quattro effe ingigantite, per amare la Virtus, per vivere con Lei le ore dello spettacolo dimenticando tutto il resto. Ci aveva lavorato tanto a quel progetto, ma alla fine era uscito in trionfo e la gente glielo ha fatto sapere, gli ha scritto, gli ha mandato un librone pieno di firme che erano baci e abbracci e lui quel librone lo custodiva come una vera reliquia. Non voleva raccontare la sua vita, ci ha mandato via troppe volte per tornare alla carica quando scherzando gli facevamo notare che senza prove scritte la gente poi avrebbe dimenticato l’eterno duro, il maestro che aveva costruito qualcosa di speciale,irripetibile.
Certo tutti sanno adesso la storia della vera Virtus, ma pochi conoscono quello che lui si è inventato per ridare vita alla grande radice, al vitigno bruciato dal tempo e da una quasi retrocessione. Un capolavoro che nessuno potrà mai avvicinare, anche chi ha vinto più di lui, anche chi pensa di aver fatto cose più importanti. Se la raccontano i generali, ma se si fermano a pensare si renderanno conto che questo
“Albero gigantesco
svetta come tra le nuvole
nel campo secco”.
Ci ha lasciato ricordando ancora suo nonno che nella campagna mantovana gli ripeteva sempre di non accettare mai di annegare in una pozza, perché era molto meglio annegare in mezzo al mare. Lui li ha esplorati tutti questi mari.
La vita è sogno. Aveva un quadro per ricordare che doveva andare sempre avanti con questo desiderio di volare sopra le nuvole anche quando doveva repingere i dolcissimi consigli di Paola, la meravigliosa, straordinaria regina del suo mondo quieto e turbolento alla stessa maniera. Il suo credo era la battaglia guardandosi sempre in faccia. Aveva una filosofia delal vita e della sofferenza. Gli piaceva trasgredire, oh se lo ha fatto, gli piaceva macchiarsi quanto voleva, di urlare che la macchia è libertà a chi lo rimproverava se, per caso, a tavola, si ungeva la cravatta, la camicia.
Con lui abbiamo vissuto davvero. La prima volta ci tenne per ore fuori da un aeroporto , quello di Zagabria, per valutare quello che avevamo visto nel viaggio “ di studio” sulla vita degli altri. Partita di addio per Rato Tvrdic a Spalato. Una cosa grande, una cosa meravigliosa, un modo per imparare da quella gente, da quella scuola che ancora adesso ci manda messaggi importanti, che ancora oggi avvicina l’avvocatone a Creso Cosic il campione che forse ha amato di più quando c’era da volare oltre il confine della banalità, della vita così come la vedono i grigi cavalieri della piccola apocalisse sportiva che sono sempre alal ricerca del consenso senza meritarlo.
Un colore solo, con poche sfumature per il suo Palazzo. Il bianco e il nero sulle maglie da non confondere mai, rifiutando chi voleva violentare la storia della Vu nera pagando moltissimo per cambiare. Conosceva il valore dei soldi, ma non li ha mai barattati quando era ora della zingarata per andare nel mondo dei sogni.
Ci ha insegnato a rispettare le regole della vita, della convivenza, dello sport perché ha pensato sempre al bene comune, mai al particolare. Soltanto lui poteva rinunciare ad un filotto di scudetti per non annoiare la gente, soltanto lui poteva prestare a Milano gli uomini per vederla risorgere, soltanto lui poteva credere in una Lega dove tutti si davano da fare per il bene comune, non per cercare un vantaggio che lasciasse gli altri sulla spiaggia piena di petrolio. Chiedete a chi ha vissuto con lui l’età dell’oro. Li troverete tutti abbracciati nel ricordo di Gigi l’argonauta.
Era impeto e assalto. Sapeva amare, non riusciva ad odiare fino in fondo, non conosceva il tradimento, sapeva cosa era lo stile, non aveva paura di battersi anche quando una gomma scoppiata lo aveva fatto volare oltre la prima barriera corallina della vita costringendolo a rientrare a nuoto, combattendo la depressione, dimenticando che ci volevano troppe medicine per stare sempre bene.
Lo decideva lui quando voleva stare bene e quando era il momento per dormire. Generoso e con l’orgoglio di aver costruito davvero la grande casa Virtus, di averle dato una base che potesse durare nel tempo. Si è stancato, si è battuto per inventare con i suoi amici Portela e Lespiteau la grande Europa del basket. Voleva sempre entrare a palazzo Accursio sul cavallo delle grandi battaglie, ma era felice se il sindaco, se la giunta si ricordavano della Virtus, sì, anche se si ricordavano di lui, ma non era questo quello che cercava perché altrimenti avremmo avuto il libro che ci avrebbe permesso di passare gli anni della crisi, di imparare ancora tanto.
Ci penseremo quando ci si ritroverà caro avvocato. Per adesso lasciamoci così, prendendo a calci l’ultima bottiglia vuota, andando in giro per il mondo senza dover ubbidire a nessuno. Certo che non è stato un santo, ma, cara gente, siamo orgogliosi di aver camminato con lui nelle terre difficili, di averlo avuto come maestro. Ci ha insegnato a vivere anche quando fingeva di essersi stancato di dare consigli a chi sembrava nato sordo. Il dolore è forte, ma per Gianluigi Porelli non si piange, si brinda, ci si abbraccia e si ricorda insieme.
Gli abbiamo voluto proprio bene, a lui e a Cesare Rubini che non saprà mai di aver perso questo adorabile nemico, questo cavaliere che cavalca il vento leggero per raggiungere un solo tempio passando fra montagne maestose dove lascerà qualcosa perché nella sua vita ha più dato che ricevuto.
Ci si rivede caro Torquemada. Non manca molto e il tavolo deve essere bello come quello del Diana dove ogni giorno porteranno un fiore, ma ci sono tanti tavoli dove fermarsi a ragionare, cantando alla vita che non ci lascia vivere per sempre con quelli che abbiamo scelto come compagni di viaggio.