DAN IL TERRIBILE
di Gigi
Speroni - Radiocorriere TV
Dan Peterson s’accuccia
sul divano del piccolo soggiorno, su misura per lui, sovraccarico di
quadri, libri, videoregistratori. È asciutto, tutto nervi, in tuta blue e
scarpe da tennis: pare pronto a scattare in mezzo ai suoi ragazzi, come
l’abbiamo visto fare tante volte durante un incontro. Ma lui, il maggiore
allenatore che l’America abbia prestato all’Italia, s’è messo a riposo, per
ora almeno, per dedicarsi unicamente alla televisione, voce inconfondibile
nelle reti di Berlusconi.
Dan fa un gesto, come
per dire “sono pronto”, ma in quel momento squilla il telefono. Tutta la
nostra chiacchierata sarà interrotta dalle telefonate di tecnici,
presidenti, colleghi che vogliono da lui
suggerimenti o semplici parole di conforto. E lui non si tira indietro:
“Vedi, vecchio, loro stanno ad aspettare gli errori
degli altri … loro non vincono le partite, sono gli
altri che le perdono … ma la buona squadra è questa …”
Sta parlando della
“sua” Tracer che l’anno scorso, dopo averla portata al Grande Slam
(scudetto, Coppa Italia, Coppa dei Campioni), ha abbandonato.
Perché?
“M’ero consumato
troppo, in nove anni mai una vacanza. Anche d’estate ero impegnato nella
campagna acquisti. Non volevo entrare in un’altra stagione già stanco,
dovevo fare almeno un anno di riposo totale”. Dan Peterson
parla con quella sua tipica cadenza americo-italiana che ha contribuito a
farne un personaggio tv.
Vive in Italia da
quindici anni: possibile che non sia ancora riuscito ad avere un accento
più nostrano?
“Dovrei dire “lui ha
fatto le ore piccole” ma dico, invece, “lui ha fatto le piccole ore”. Gli
amici mi correggono, ma aggiungono “non cambiare, per carità, altrimenti
perdi immagine”.
Quindi un po’ ci gioca,
perché fa spettacolo …
“Strizzo l’occhio…” E
sorride.
È rimasto cittadino
americano …
“… domiciliato in
Italia e residente negli Stati Uniti dove ho lasciato la moglie e quattro
figli. Quando venni in Italia, nel ’73, mia moglie era incinta e voleva
far nascere la bambina negli Stati Uniti, mentre i due maschietti avevano
già messo radici nel loro ambiente. Così quando, due anni dopo, le rimase
incinta di nuovo, decidemmo che ormai era tropo difficile sradicare cinque
persone dal loro mondo. Ci telefoniamo e scriviamo tutti i giorni e spesso
vado a trovarli, anche se è un viaggio stressante. Ma sono uno che
s’adatta facilmente: ogni volta sono felice di andare da loro e felice di
tornare in Italia. È un paese unico al mondo perché somma bellezza,
cultura, storia. Gli americani dicono che se uno di loro sotto i trent’anni
vive a Roma per sei mesi non torna più a casa …
E lei, che è arrivato
in Italia a 37 anni?
“Oggi ne ho 52, sono
ancora qui”. Dan Peterson allenava la Nazionale di
pallacanestro cilena quando nel 1973 l’Avvocato
Porelli lo chiamò alla
guida della Virtus
Bologna.
“Mi piaceva soltanto
l’idea di prendere un aereo e venire in Europa e, francamente, contavo di
rimanere a Bologna soltanto un anno. La Virtus navigava male e io, invece
dei premi partita, chiesi dei premi classifica. Con una clausola: che se
la squadra avesse vinto entro tre anni lo scudetto avrei ricevuto
diecimila dollari (di allora!). Il terzo anno vincemmo il campionato, mi
vennero i diecimila dollari e all’Avvocato un collasso. M’ero affezionato
al presidente, ai giocatori, alla città …”
Ma nel 1978 passò alla
Tracer…
“Milano è come New
York: bisogna rispettare la chiamata della grande città perché poi,
magari, non arriva più. Poi avevo voglia di prendere in mano una squadra
nuova… Forse non riesco a spiegare bene il perché di questo… Vede: sono
uno che non cambia mai giocatori e dopo cinque anni a Bologna li avevo
ancora tutti con me. Ogni tanto mi veniva la domanda: cosa posso dire
ancora loro? Questi hanno già sentito tutto… E così parlavo sempre meno
con la squadra…”
In televisione, sul
campo, a casa: il basket è veramente la sua vita…
“L’ho amato sin da
piccolo e ho cominciato a praticarlo a quindici anni. Ma non ero un bravo
giocatore, e di statura troppo bassa. Così mi sono messo ad allenare i
ragazzi della scuola della mia città, Evanston, un sobborgo di Chicago.
Vincemmo tre campionati della gioventù cristiana poi, terminati gli studi,
ognuno se ne andò per proprio conto. Anch0io pensavo d’aver chiuso, quando
un allenatore cui devo tutto, Burmaster, mi convinse a continuare
ricordandomi che “Piccolo generale”, un suo collega, era diventato famoso
nonostante la statura. Quando lo dissi a mia madre fu un mese blu: stilista
(di moda femminile), mi aveva trovato una borsa di studio all’Istituto
d’Arte di Chicago, ma io sapevo di non avere talento.”
E suo padre?
“Era poliziotto, con un
carattere opposto a quello della mamma: da lui ho ereditato la logica ed
il buon senso.”
Perché la pallacanestro
ha un successo crescente?
“perché offre grandi
emozioni e perché piace anche alle donne: si gioca al coperto, senza
vento, pioggia, freddo e con gli uomini in mutande, così vicini e con
quelle gambe lunghe …”

Dan festeggiato per lo scudetto del '76
Il mondo è piccolo, come si dice. Molti mi
chiedono come sono arrivato in Italia, a Bologna, alla Virtus. La mia
risposta è quel proverbio, perché è così. Nel Marzo del 1973, stavo
programmando una seconda tourneè negli USA per il Cile. Non avevo, in quel
momento, la minima intenzione di lasciare il Cile. Però, sono andato negli
USA per il Torneo NCAA, per “ingaggiare” partite per la tourneè. Infatti,
sono arrivato a Evanston, dove i miei genitori vivono ancora, come base di
operazione, visto che c'era il First Round a Dayton, i Regionals a
Nashville e la Final Four a St. Louis, non tanto distante dal McKendree
College. Quindi, sono arrivato anche per vedere la mia università,
Northwestern, giocare l'ultima partita della stagione regolare, ad
Evanston, contro Minnesota. Ero amico del coach di Northwestern, Brad
Snyder e sono andato a vederlo in ufficio. Mi ha chiesto il mio attacco
contro il pressing a tutto campo. Dopo avere affrontato Temple, mi
consideravo “esperto” in materia. Brad l'ha usato e ha battuto Minnesota,
un raggio di sole in una stagione disastrosa, 549 globale, con 242 nella
Big 10. Il giorno dopo, sono passato nell'ufficio dell'ex-coach di
Northwestern, Waldo Fisher, ormai vice-Direttore Sportivo. Mi ha chiesto
che intenzioni avevo per la mia carriera. Dissi: "Sono contento in Cile".
Lui: "Ti interessa fare il coach qui?" Scherziamo! Io: "Però c'è Brad
Snyder". Fischer: "Dan, in confidenza, lui si è già dimesso da tempo.
Parla con “Tippy” Dye". W.H.H. “Tippy” Dye era il Direttore Sportivo. Ho
parlato con lui e ho fatto chiamare persone che mi conoscevano per
raccomandarmi. Non pensavo di avere nessuna chance, perché c'erano 150
candidati.
Durante il viaggio del Torneo NCAA, sono
andato in giro per vedere le partite. Un giorno, sono ad Evanston e Dye mi
chiama: "Dan, è fra te e Tex Winter. Lui ha fino a mezzanotte per
accettare". Come si sa, Tex Winter ha accettato, alle ore 23:15, e non sto
scherzando. Non mi piaceva l'idea perché era ovvio che Tex voleva un altro
posto e ha preso Northwestern perché sono cadute le altre offerte. Strano,
NU era mia alma mater, la scuola che amavo, e che amo tuttora, ma
non ci sono rimasto male. In parte perché ero davvero innamorato del Cile
e della mia Seleccion Chilena. Vado a St. Louis per la Final Four.
Incontro Chuck Daly, al momento coach dell'Università di Pennsylvania...
una delle scuole che avevo già ingaggiato per il giro del Novembre del
1973. Chuck mi chiede, a bruciapelo: "Dan, ti interessa allenare in
Europa?" Nota che non ha detto né Italia né Bologna. Ha detto, all'inizio,
"Europa". Ho risposto: "Sì. No. Non so. Può darsi". Chuck mi racconta "Il
mio vice-allenatore, Rollie Massimino ha firmato un pre-contratto per
Bologna (non ha specificato né Virtus né Fortitudo, solo Bologna). Lui è
anche candidato come head coach a Villanova University~ Se è preso da
Villanova, non va a Bologna. Se non viene ingaggiato da Villanova, accetta
la proposta di Bologna. Si saprà non subito, ma dopo un po' di tempo".
Durante la conversazione, il mio povero cervello sta andando a cento
all'ora Sto pensando che il mio contratto con il Corpo di Pace scade il 31
Agosto; che c'è sempre la possibilità di una rivoluzione; che la vita è
sempre più dura; che i giocatori fanno sempre più fatica a venire; che le
condizioni di lavoro non sono ottimali e... che non sono stato mai in
Europa. Comincio ad essere interessato Dico: "Cosa devo fare?" Chuck dice
"Vedi Jack Rohan (coach di Columbia University a New York City). Sa tutto
lui dell'Italia". Ringrazio Chuck, con una stretta di mano. Faccio 10
passi e giro l'angolo del corridoio nell'albergo e faccio “sfondamento”
contro... Jack Rohan. Rohan mi dice: "Manda un tuo curriculum all'Avvocato
Richard Kaner di New York. Ecco l'indirizzo". Quando torno ad Evanston,
prima di partire per il Cile, spedisco un mio curriculum a Richard Kaner.
Parliamo una volta per telefono e mi conferma ciò che Chuck Daly ha detto:
che la Virtus Bologna vuole un coach americano e che ha un'opzione su
Rollie Massimino, che è anche candidato per il posto a Villanova, che il
processo tira per le lunghe che forse si saprà qualcosa fra un mese. Non
ci penso più.
Siamo ormai al 1° Aprile. Torno in Cile,
facciamo il Festival Mundial in Maggio. Neanche un cenno, ma non ci penso
minimamente. Ho la mia squadra, ho il mio lavoro, sono contento,
nonostante le difficoltà. Poi, il 1° Giugno, arriva un telegramma da Kaner:
"Puoi andare a Bologna tra due giorni?". Rispondo: "No. Quattro giorni".
Kaner risponde "OK". Così, sono partito un Venerdì per fare nove giorni
fuori dal Cile, con il rientro una Domenica. Il pre-pagato arriva e, come
programmato, prendo il volo della Varig che va Santiago-Rio-Dakar-Parigi,
per cambiare per arrivare a Linate. Essendo, come tanti uomini, un bambino
dentro, quando siamo atterrati a Dakar, sono sceso per un minuto, ho messo
i piedi sulla terra e ho detto: "Africa!". All'arrivo a Linate, mi vengono
a prendere Dino Costa, Achille Canna e
l'Americano, John Fultz… cliente di Kaner. Achille Canna, guidando a velocità supersonica,
ci fa arrivare a Bologna in un tempo degno della Formula Uno. Non abituato
a viaggiare come un jet… almeno sulla terra… .sono un po' scosso dal
tragitto Linate-Bologna. Mi sistemano nel Garden Hotel. Sono a Bologna!
Tutto succede in fretta. Conosco l'Avv. Gianluigi
Porelli, un tipo che mi piace subito: deciso, businesslike,
come dicono negli USA, uno che non perde tempo, che è organizzato, che ha
idee chiare. Mi spiega la storia della Virtus. Mi schiaffa in mano un
libro sulla Virtus e 5-6 numeri di Giganti del Basket, mi parla del
contratto, 3 anni, rinnovabile ogni anno, se siamo d'accordo.
Tre cose mi convincono che questo è un altro
mondo rispetto alla realtà attuale nel Cile: Bologna è una città di una
bellezza straordinaria; vedo il Palazzo dello Sport, che è un vero
gioiello; e vedo la squadra fare un allenamento. Vedere gente così alta e
così talentuosa mi impressiona. Mi piace, in particolare, Vittorio Ferracini, un combattente,
difensore, rimbalzista. Decido di firmare.
è un salto nel buio per
entrambi Porelli e Peterson. Lui ha promesso
un coach Americano ai tifosi della Virtus e io sono un Americano, benché
sconosciuto. Anzi, un titolo su un giornale è "Dan Chi?" Poi, anche per me
è un'avventura, perché‚ conosco il basket e conosco il basket
internazionale, ma non conosco il campionato italiano, non conosco gli
avversari, la lega, gli allenatori, ecc. Ovviamente, qualcuno ha qualche
dubbio su di me: i capelli lunghi, il parlato, i pantaloni a quadrettini,
l'altezza, il physique du role. Il dirigente Giancarlo Ugolini, che
poi diventerà mio grande amico, chiede a Porelli,
"Gigi, non vuoi dirmi che questa mezza figura qui sarà il nostro
allenatore?". Penso che l'accordo sia stato “siglato” in quel momento.
Porelli: "Sì!"
Chiedo un paio di condizioni a Porelli. Il
primo, di finire il lavoro in Cile… cosa che lui concede, perché il
campionato comincia tardi, il 4 Novembre, a causa degli Europei a
Barcellona. Il secondo, avere John McMillen come vice anzitempo, perché‚
così possano cominciare a lavorare. Senza problemi, Porelli dice di sì.
Firmo il contratto, ma dopo avere chiesto una clausola in più. La
clausola: un premio di $ 10.000 se vinciamo lo scudetto nei tre anni del
contratto. Porelli, più preoccupato della
Serie B che dello scudetto, pensa "Ma questo è matto. Cosa me ne importa
dire di sì, tanto non lo vincerà mai!" Porelli
accetta anche questo. Sono soddisfatto anche per avere conosciuto Porelli, grande personaggio, il mio tipo di
dirigente. Torno a Santiago strafelice.
tratto da "Quando ero alto due metri" - di
Dan Peterson
Big Nano e l'Avvocato
di Gianfranco Civolani -
tratto da "EuroVirtus"
No, quello non può essere un
allenatore, quello è una gran cartolina. Il bulbo extralungo, i bragoni a
losanghe, il tacchettino quasi a spillo, ma dove l'hai preso un soggetto
del genere, avvocato carissimo?
Gianluigi Porelli - l'Avvocato - già da un bel po' aveva rifondato una
Virtus basket in crisi di astinenza e di portafoglio. Gianluigi detto Gigi
era stato un gran sacerdote dell'Ordine del Fittone quando - lui mantovano
- era venuto a studiare a Bologna e subito aveva professato sconfinato
amore per tutto ciò che era Virtus. E- toccato con la spada da Giorgione
Neri detto il Capitano - aveva fatto tabula rasa nella sezione tennis e
poi era anche tracimato nel basket e lì non era mica andato per il
sottile. "Lei questa operazione l'avrebbe mai fatta?" mi disse un giorno
il trucissimo Gigi, quando ancora ci davamo del lei. "Mai al mondo, un
orrore - gli risposi. In effetti come si poteva mollare insieme due
principotti come Dado Lombardi e Massimo Cosmelli? E prendere chi poi, per
prendere quel grissinone di tale Gianni
Bertolotti? "Gianni diventerà un super" tuonò l'Avvocatissimo.
"Ma se non prende in una casa" feci io sbagliando fino all'inverosimile.
Fatto si è che Porellone
aveva rimesso in piedi quasi dal nulla una sezione e una squadra che
balbettavano tremendamente. E all'alba degli anni settanta ecco il duce ci
recapita quell'omarino buono forse per strimpellare con la sua chitarra,
ma andiamo, quest'uomo senza pedigree e magari senza né arte né parte.
Era andata che a Gigia
vevano promesso un paisà d'America - Rollie Massimino - ma poi all'ultimo
momento il paisà si era fatto di nebbia e allora ecco Daniel Lowell
Peterson, figlio dell'Illinois e già sperimentato in Cile con il suo
assistente John McMillen.
Porellone si occupa subito
del suo nuovo figlioccio. Lo porta dal parrucchiere e dal sarto, gli
insegna a parlare e a gestire e voilà l'omarino profondamente cambiato,
l'omarino-damerino, sorpresona per tutti.
Ma di basket, sì, quanto ne
sapeva di basket l'om-dan? Ne sapeva tantissimo e soprattutto era così
camaleontico nell'adattarsi alle situazioni. E faceva i risultati e
vinceva una Coppitalia anche se Varese per esempio restava qualcosa di più
e di meglio. E Big Nano la sera si concedeva a qualche amico e io,
Giorgino Comaschi e Peppino Cellini andavamo in collina e lui Big Dan
intonava struggenti nenie country e qualche volta - ma no - c'era anche
l'orco-orso bosniaco, il prof. Aza Nikolic
che faceva il controcanto con il suo vocione sgraziato e baritonale.
Sì, ma il basket? Nell'anno
settantasei Big Nano e Porellone ci regalano il settimo sigillo dopo vent'anni
di soffertissimo digiuno. Gli eori? il razzente play Charlie Caglieris (transfuga Fortitudo), il
dirompente Bertolotti, Gigione Serafini scoperto fra quattro case
di Casinaldo dal Zigant Calebotta. E Bonamico detto Goodfriend per il suo furore
da marine e quindi il Bostoniano di ritorno (Driscoll,
una mammola che era diventato una rupe) e Casanova Antonelli (il brutto che piace) e Piero Valenti e altri ancora.
Maledetti, datemi il pallone
che devo portarlo al sindaco Zangheri, urla Porellone nel delirio. E
Din-Don-Dan si dà un ulteriore mossa, nel senso che comincia a stare sul
pero e addio alle ballate di Tom Dooley, addio per sempre qui su questi
schermi.
Gli amori nascono e poi
puntualmente si inceppano. Nel settantasei Big Nano e l'Avvocato si amano,
ma tre anni dopo si separano. Big Nano va a stare da principe a Milano e
in Virtus gli subentra proprio Driscoll.
PETERSON A.M.
di Gianfranco Civolani – Superbasket – 27/01/1983
C’era una volta uno
di noi, uno di noi mortali. Peterson A.M., voglio dire. E quell’a-emme non
significa Anfitrione Magnifico, oppure Amico Mio, significa semplicemente
Ante Mediolanum, Peterson prima di Milano, ecco, Peterson cioè quando
cavalcava la terra come noi.
Me lo ricordo bene
al primo impato. Americanissimo dalla testa ai piedi, due braghe a
rigatoni da far inorridire, il capello lungo da vecchio suonatore di sitar,
qualche camiciazza al di là de bene e del male e in ogni caso una
grandissima disponibilità verso chiunque.
Lo chiamai subito
Timber Jack, facemmo abbastanza amicizia e lui era furbo, lui cercava di
sapere e di approfondire e tutto faceva brodo per integrarsi in un certo
tipo di realtà. E fare il giornalista con un soggetto csì era davvero
gratificante per chiunque, perché appunto al primo impatto si poteva
immediatamente afferrare che il professionista era davvero di primissima
qualità e lo stesso
Porelli era in un certo modo soggiogato dal fascino sottile e
indiscreto di quell’ometto che scandiva ogni discorso come un libro
stampato e che ci metteva pure la battuta giusta al momento giusto,
proprio così.
Pian piano si diede
un’aggiustata alla carrozzeria, una bella tagliata ai capellucci e via i
dragoni da bagonghi, via dalla pazza America del country per approdare nei
templi dell’alta moda. E nel frattempo si usciva insieme a schitarrare
dolci nenie del Tennessee e insomma si stava in brigata e meglio ancora se
c’erano fanciulle più o meno in fiore, meglio ancora se la cultura del
canestro si mescolava con la prosaica cultura della vita vissuta. E si
riusciva persino a parlare di cose di casa-Sinudyne fuori dei canali
ufficiali e ricordo una sera freddissima a Leningrado, dico meno ventidue,
dico un taxi nella notte e molte chiacchiere su
Albonico e su
Gigione Serafini e su quel
Bonamico che aveva appena diciassette anni ma non era mica male…
Passarono gli anni e
mi accorsi che il personaggio lievitava e cominciava a librarsi in volo.
Non si associava più con nessuno, dedicava tutto sé medesimo al culto
della sua immagine, tendeva a staccarsi dai nostri cammini di povera gente
qualunque. E mi lasciavano profondamente perplesso certi suoi modi di
intendere il rapporto umano e nella sua distaccata freddezza lui mi diceva
che i giornalisti erano tutti perfettamente uguali, quelli che gli erano
amici e quelli che randellavano, tutti uguali nella sua profonda
indifferenza. E io mi scaldavo perché per me nessun uomo è mai uguale
all’altro e io credo nella meritocrazia e distinguo i meno cattivi dai
perfidi e insomma toccavo con mano che l’uomo si vaporizzava e che
cresceva e si dilatava a dismisura l’arancia meccanica, il robot, il
computer. E nei suoi ultimi mesi a Bologna chi era più capace di stargli
accanto se ogni qualvolta gli si poneva un quesito lui ti diceva tutto
impettito e acchittato “vai da avvocato, chiedi a
Porelli se io posso rispondere”?
Un bel giorno
accadde che io mi misi a scrivere che il signor Dan Peterson alla Sinudyne
aveva fatto il suo tempo e che semmai poteva venir buono per il Gira
Fernet Tonic, semmai. Lui mi chiamò al telefono e glacialmente mi disse:
può darsi tu abbia ragione, può darsi che Sinudyne non faccia più per me,
ma perché mi vuoi far finire al gira? Lasciami fare i miei interessi, ti
chiedo troppo se non mi trovi una collocazione?”.
Figuriamoci se
volevo fargli spazio. Pensavo gli piacesse restare a Bologna, pensavo così
e sbagliavo. Ovviamente lui dalla Sinudyne se ne andò perché si verifico
esattamente quello che avevo previsto. Il collega Macchiavelli mi è
testimone. Una sera in Francia captai un certo movimento e al collega
dissi: “l’anno prossimo Dan se ne va e lo rimpiazza con
Driscoll, mettiamoci d’accordo e scriviamolo”.
Basta
così, Dan se ne andò a Milano e da quel giorno credo proprio che la
schiatta dei comuni mortali l’abbia perso per sempre. E intendiamoci: io
ho nei riguardi di Dan una sconfinata stima sul piano squisitamente
professionale perché raramente ti capita un tizio che ti consenta sempre
di mettere insieme un servizio giornalistico stimolante e poi non si
discute, Dan è bravissimo quando scrive (ha il dono della sintesi, un dono
che manca a tanti miei colleghi) e anche quando racconta i fasti dei
professionisti d’America (in autentico e molto studiato, ma bravissimo
anche qui) e naturalmente sul piano del valore di coach, dico che lui e
Bianchini per motivi diversi sono sicuramente gli allenatori più
completi in circolazione. Ma io sono ancora uno di quegli individui che
cercherebbe l’uomo e i computers non mi vanno a genio e i robots meno
ancora e all’arancia meccanica preferisco il limone che sta sugli alberi
perché se non altro è un prodotto di questa nostra terra.
Non so se a Milano
Little big Dan concede ogni tanto le sue confidenze a qualche fortunato.
Ho letto una sua frase molto illuminante, diceva: “preferisco leggere un
libro piuttosto che chiacchierare con il mio prossimo perché da un libro
imparo qualcosa e dal mio prossimo mai”.
Frase illuminante,
concetto che dice tutto. E mi dispiace tanto che quell’ometto dalle grandi
braghe e dai capelli di fata morgana si sia dissolto nelle nebbie
dell’empireo. Noi mortali siamo rimasti quaggiù e se Dan è putacaso
quaggiù con noi, chiedo scusa ma non lo vedo.
UOMINI
di Oscar Eleni - tratto da "Il cammino verso
la stella"
I capelli lunghi e una chitarra. Dan
Peterson uomo di pace e del mistero si dondolava su tacchi troppo alti,
masticando spagnolo-sudaca imparato in Cile. Radici nell'Illinois, un
passato senza tanta gloria e in mano questo contratto dall'altra parte del
mondo in una città dove il rosse è quasi tutto: arte, politica,
sentimento, un sentiero d'amore fra portici, chiese e cooperative.
Gianluigi Porelli,
alla quarta vita, dopo l'infanzia nel mantovano, gli studi bolognesi, una
laurea in legge, un diploma in tante cose belle, selvagge, travolgenti,
uomo da trincea, un grave incidente stradale che ha martoriato il suo
cuore da leone, indebolito un fisico abituato a non negarsi quasi nulla;
si mangiava con il cervello quel "cantante" che doveva ricostruirgli la
squadra di pallacanestro, la sua Virtus appena uscita da sabbie mobili
pestilenziali. ANche nella sua quarta vita
Porelli , reincarnazione lombardo emiliana del terribile Torquemada,
provava un piacere speciale ad esplorare la vita e i cervelli. Duro,
spietato, curioso, disponibile ad accettare ogni vizio, a patto che fosse
l'anima a governare.
Gli andava bene chiunque, lui stesso non era
un santo, poteva resistere a tutto meno che alle tentazioni. Dan Peterson
con i suoi brutti vestiti, le idee troppo chiare e schematiche, americano
convinto di essere stato mandato da Dio nel mondo per civilizzare i padri
della sua tera, era una tentazione fortissima: questo nano diventerà un
gigante, ci scontreremo, si litigherà spesso, ma alla fine io cambierò lui
e Dan Lowell Peterson cambierà noi. L'uomo si conquisterà gli spazi perché
ha sete di cose nuove: America come madre, ma Europa come nutrice. Noi
fioriremo con lui, è un viaggio che si può fare, che si deve fare.
Siamo nel1973, la Virtus è soltanto un'idea,
la vera Virtus nascerà poco a poco e i maestri muratori sono proprio quei
due uomini così distanti e così disponibili a fondersi, costruttori per
gli altri e per sé stessi: vite parallele per gente che di sicuro si era
già incontrata prima, in un'altra vita, affinità elettive inventate dalle
esigenze. Cinici non per vocazione ma soltanto per difesa avevano trovato
una donna da servire assieme: la Virtus era lì da prendere,
smontare,ripulire, vestire in maniera più fresca per mandarla al ballo di
corte. Ci sono riusciti. Hanno lavorato con impegno, gli altri li
studiavano, si distraevano, bocciavano e tolleravano ed intanto loro
mettevano il corpo della ragazza in un castello ideato da architetti meno
vanitosi di quelli che in quei giorni governavano basketlandia. In poco
tempo gli indiani Virtus avevano circondato la carovana, vent'anni dopo
l'ultimo urlo tricolore con Tracuzzi e Canna
trovavano sul campo di Varese il fiore del bene, lo scudetto, proprio
loro, poeti maledetti che sembravano destinati a coltivare soltanto fiori
del male.
Dan Peterson non è stato subito il figlio
della città e di Torquemada: però il suo modo di aggredire, invadere,
distruggere luoghi comuni, evitando patronati, chiassate, cene in osteria,
affascinava la gente. Arrivò e vinse una Coppa Italia, poi si mise a
studiare il fenomeno Virtus cercando di non isolarlo dalla terra dove
nasceva. Gianluigi Porelli gli ha fatto
lezioni privatissime, una burrasca al giorno, ma quel dare e prendere,
quel riverniciare dopo aver demolito, l'ansia di scoprirsi e scoprire,
cambiò presto il rapporto. Peterson si affidò al Pigmalione italiano per
cambiare pelle e il costruttore si rese conto che le fantasie dell'uomo
che arrivava da Evanston erano gli squilli di tromba di un mondo nuovo,
nuovissimo, meglio affidarsi all'esploratore per andare a cercare altri
territori e se il basket, in Italia, è cambiato davvero lo deve anche a
questi due personaggi o forse lo deve soprattutto a loro.
Dan Peterson era il terzo allenatore
straniero della società, il suo arrivo, vent'anni dopo il breve regno di Jimmy Strong. Poi nel 1960, per tre stagioni,
governò uno spagnolo, Kucharski e per altri
tre anni, dal 1966 al 1969 ci furono i silenzi disarmanti del cecoslovacco Jaroslav Sip. Era facile per Peterson diventare
orchidea in mezzo a quelle ortiche, però gli serviva un padrino e con Porelli trovò quello che altri non ebbero la
fortuna di avere: una società vera dietro le spalle e davanti all'opinione
pubblica.
Fu questa forza ad impedire stritolamenti:
ci fu la burrasca dello spionaggio alle società professionistiche
americane, robetta che, però, in quei tempi, faceva comodo ingigantire.
Poi venne l'epoca delle contestazioni: il Dan Peterson che lasciava poche
possibilità di sbagliare, che non ti raccontava frottole, ma pretendeva il
110 per cento, graffiava l'animo dei nostri dolcissimi giocatori. Quello
fu un terremoto sul serio, ma dopo tre stagioni arrivò il colpo del
maestro. Ricordo benissimo il campo di Varese. La Mobilgirgi di Sandro Gamba era appena tornata in Italia con
la sua Coppa dei Campioni vinta a Ginevra. In sala scommesse non c'era
quasi gioco. Varese favorita per tutti. Quello fu un capolavoro di
psicologia, una versione moderna della Stangata:
Porelli era il vecchio Paul Newman, Marco
Bonamico fu il Robert Redford della situazione; Peterson il
burattinaio e Bob Morse il "cattivo" castigato. Alla fine, mentre Masnago,
nel silenzio, accettava il verdetto, vidi Porelli
e Peterson scambiarsi soltanto un'occhiata;
Gigione Serafini era l'addetto alle cerimonie, alle danze di vittoria, Bertolotti, che quel giorno aveva lasciato
per una volta il fioretto, usando la sciabola, si era aggrappato sulle
spalle di Terry Driscoll, la montagna, il
cuore, l'uomo squadra. Quella scena, vista in tribuna stampa, fu una
scarica elettrica. Quel giorno non assistemmo soltanto ad una grande
vittoria sportiva, contro la Girgi di Sandro Gamba,
bellissima anche lei, fu qualcosa di più, la fine di un inseguimento, il
primo zampillo di un pozzo cestistico che ci darà calore fino all'anno
duemila.
Un'interessante scritto su Peterson da parte
di chi lo ha conosciuto molto da vicino come Ettore Zuccheri
Due cose su Dan