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Dan Peterson 

nato a: Evanston, Ill. (USA)

il: 09/01/1936

 

Stagioni alla Virtus: 1973/74 - 1974/75 - 1975/76 - 1976/77 - 1977/78

 

statistiche individuali

 

palmares individuale in Virtus: 1 scudetti, 1 Coppa Italia

 

biografia su wikipedia

 

 

Big Nano

di Gianfranco Civolani

 

Improvvisamente Gigi Porelli annuncia urbi et orbi che il signor coach sarà targato Usa, punto e basta. Coro unanime: ottimo e abbondante, ma come si chiama e chi è? Si chiama Peterson, sì, pare proprio Peterson, viene dal Cile e lui in persona vi spiegherà se stesso. In effetti era accaduto che il Dux non ne voleva più sapere dell'italianissimo Nico Messina e si era rivolto là, molto aldilà. Gli avevano subito proposto Rollie Massimino, un paisà molto accattivante e intrigante. Ma poi quel Massimino aveva tirato indietro il sederino e allora ecco Daniele Lowell Pedersen che in Illinois avevano trasformato in Daniele Peterson detto Dan. Ma il Cile, cosa poteva mai entrarci la Cordigliera delle Ande con il sapore e il sapere yankee? Bene, arriva Daniele e io subito ci faccio una battutina un po' scontata, Daniele nella fossa dei leoni. Andiamo avanti e vediamo chi è il Carneade. Terrificante, un omarino microscopico che si presenta acchittato come Timberjack. Terrificanti i capelli lunghissimi a paggio, terrificanti le bragacce a quadracci, terrificati le camicie e le scarpe e i concetti, ma sì, quella rivoluzione annunciata sulla pelle dei lasagnoni che magari avrebbero presto fatto la forca al Little Dan. Ecco, l'omarino racconta e si racconta. E lasciatelo un po' lavorare, voi brutta gente, tuona il Dux. E Little Dan racconta di essere nato a Evanston, periferia di Chicago, e di avere accettato un bel dì di essere spedito in missione per spezzare il pane della sua piccola scienza a Santiago del Cile. Poi da quelle bande ne erano successe di tutti i colori, molto meglio tagliar l'angolo in tempo, sai mai. E l'omarino parla correttamente in buon castigliano e dice che presto e bene imparerà tutto dei nostri usi e costumi e ci invita a verificare come lui lavora, due volte al giorno e lavoro duro, quando mai si è visto un professionista che lavora tenero? Il resto è storia, ma vorrei anch'io raccontare un po'. L'omarino viene portato per mano da Porelli il quale gli insegna a vivere, e siccome l'omarino è di intelligenza sveglia e ha una straordinaria capacità di assimilazione, subito il risultato è stupefacente. Diventiamo tutti quanti amiconì e in sostanza lui allena la squadra e la stampa e i tifosi e quella larga fetta di Bologna che spasima per la Virtus. Ma da tempo immemore la Virtus non batte più un chiodo e insomma si gradirebbe un altro tricolore, una volta o l'altra. Il resto è storia, dicevo. Nell'anno di grazia settantatré Little Dan approda su queste zolle, ci mette un attimo per prendere le misure e poi regala al popolo l'agognato scudetto, per la cronaca e per la storia il settimo. Poi arriva il momento del commiato, Little Dan rimpiazzato da un suo giocatore e cioè dal cerebrale Terry Driscoll. E io che modestamente cerco di piazzare Little Dan al Gira Fernet vengo zittito da una telefonata che suona pressapoco così: per favore, fatti gli affari tuoi. Io al Gira non ci vado e scommettiamo che trovo di meglio? Non scommettiamo, ma veramente trova di meglio a Milano-Olimpia e là vince e rivince e stravince e diventa cittadino del mondo perché Porelli gli aveva sempre detto che Bologna è stupenda, ma Milano è l'ombelico, oh yes. Little Dan ieri e oggi. Comincio dall'oggi. Ha quasi sessant'anni, ha smesso da un pezzo di allenare, fa con eccellentissimi esiti il telecronista e lo scrittore, veste come un damerino, altro che il Timber Jack che conoscemmo al primo impatto. Mi dicono sia ricco e che soprattutto raramente spenda anche solo un diecimila. È molto cambiato, non è più lui per noi che continuiamo a vivere in questa nostra magica palude. Ci tiene un po' a distanza, chiaramente ha voluto tirare una riga sulle scampagnate che facevamo in collina, lui, me, Giorgino, Peppino e qualche volta anche l'orso bosniaco Nikolic, con Dan che intonava struggenti nenie country e con l'orso che gorgheggiava immondi coracci bosniaci. Dan ieri. Disponibilissimo a valori di scambio squisitamente culturali, disponibilissimo ad attraversare tutte le più variegate realtà, fossero uomini o femmine, gli uomini per conoscere meglio la città che lo ospitava e le femmine per conoscere meglio, beh, ci siamo capiti. Io non mi sono mai mosso di qui, lui ha volato, ha trasvolato e non si è ancora posato. E rispettato e osannato e strapagato com'è giusto che sia. Prima era un paraculissimo senza pudori, e oggi lo è con stile, mai facendo apparire o trasparire. Ti incontra e - incredibile per un omarino piccolo piccolo - riesce a guardare più in alto della tua testa, ti trapassa e non ti fila. Stavo per andare a Seattle, lo incrociavo e gli chiedevo che città fosse e lui: «Rain City, la città della pioggia» e via di corsa, sempre la stessa risposta così gentilmente stereotipata. E si racconta che dopo una notte un po' brava con una fanciulla più o meno in fiore - racconto una cosetta degli anni Settanta - la mattina Little Dan congeda la fanciulla che è senza macchina e deve andare a lavorare un po' distante da casa Peterson. My dear, pren-di un taxi, fa lui. My dear, come facciamo a chiamarlo, dice lei. My dear, avrai duecento lire per un gettone, fa lui. My dear, le duecento ce le ho, ma la cabina dov'è? My dear, scendi giù che non è nemmeno tanto freddo. Stupendissimo Big Nano. Fu grande subito, ci fece marameo e ci fece capire che lui non era mica dell'Illinois o di Santiago o di Bologna o di Roccasecca, lui era di là, di sopra, molto di sopra. Ogni tanto lo vedo, una buona stretta di mano. Io sono rimasto al paese, lui naviga nella galassia. Una sera l'ho sentito in telecronaca. Prima della partita mi ha fatto l'onore di citarmi. Grazie Nano, qui in paese sappiamo che ogni tanto hai un soprassalto di bolognesità, thank you Nano, e don't forget tortellini.

 

Dan durante un time-out

 

Un ometto basso di statura, vestito come si possono vestire gli americani che hanno vissuto in Sud America alcuni anni, cioè orribilmente. "Il piccolo Dan mi fa l'effetto di un ballerino di tip-tap o magari di un entertainer da night" racconta dalle colonne di Giganti del basket Gianfranco Civolani "Metri uno e sessanta, con tacchetto pretenzioso, capelli lunghi, ala paggio, occhi chiari, lineamenti da bambino stizzoso". Ma il piccolo Dan, che in seguito verrà soprannominato "Il piccolo grande uomo" mostra subito idee chiare, parlantina sciolta e svelta. E si fa capire subito, eccome, sia che parli inglese, in spagnolo, o in specie di italiano alla Wan Wood o meglio ancora quando cerca di evitare il conto al ristorante. "Prometto tre cose ai tifosi" annuncia subito "una difesa che lavora, una squadra che è una squadra, una squadra che ha sempre fiato, per quarantacinque minuti, cioè anche per l'eventuale supplementare... Ho firmato per un anno. A fine stagione la Virtus dovrà essere contenta di me, ma io pure dovrò essere contento della Virtus. Se saremo contenti tutti firmerò per altri due anni".

 

"Quando arriva a Bologna" racconterà Adalberto Bortolotti dalle colonne di Giganti del basket "lo scetticismo dilaga. Io, a quei tempi lavoravo a Stadio e i redattori che tornano dagli allenamenti mi confidano particolari agghiaccianti: non conosce la zona, confonde gli schemi, i giocatori sono frastornati. Quando ripenso a quei primi giudizi... In realtà Dan si è accorto che l'ambiente ha bisogno di una frustata, prima che di un lavoro tecnico in profondità. Ha trovato una squadra oramai preda di una rassegnazione congenita perché da troppo tempo abituata a non vincere niente. Così lavora prima sull'animo e al diavolo gli schemi, per quelli c'è tempo. Anche la sua filosofia di gioco (i tiri liberi si battono sempre) o il suo sistema di cambi, lasciano sulle prime interdetto il pubblica che si picca di essere il più competente d'Italia. Ma presto Bologna lo capisce e lo adotta. E lui di cala perfettamente nello spirito della città, anche se personalmente sono convinto che Dan, cittadino del mondo, problemi di ambientamento non ne avrebbe in alcun luogo".

tratto da "Virtus - cinquant'anni di basket"di Tullio Lauro

 


 

Nel settembre del 1974 una polemica sembra turbare la carriera di Dan Peterson nel nostro paese. Il coach della Virtus scrive una relazione ai club professionistici della NBA, con tutto l'elenco dei giocatori americani che si esibiscono in Italia e le loro possibili quotazioni nel campionato pro. Si solleva un putiferio, forse anche giustificato, ma molto spesso pompato e strumentalizzato. Ecco come si difese Peterson: "Sono stato uno stupido. Ho dimenticato per qualche attimo fatale di vivere e lavorare in un paese diverso, dove di ogni parola di fa un dramma e dove l'humour è bene accetto solo al cinema o in teatro. Okay, ho sbagliato. Però sinceramente non comprendo come mai si sia potuta ingigantire una faccenda che ha una portata sicuramente inferiore a quella che ha riempito le colonne dei giornali". E sicuramente, a posteriori con una mentalità un po' meno provinciale, si può certo affermare che si è trattato di un'iniziativa che presa solo qualche anno più tardi sarebbe passata sotto silenzio.

tratto da "Virtus - cinquant'anni di basket"di Tullio Lauro

 


 

DAN IL TERRIBILE

di Gigi Speroni - Radiocorriere TV

 

Dan Peterson s’accuccia sul divano del piccolo soggiorno, su misura per lui, sovraccarico di quadri, libri, videoregistratori. È asciutto, tutto nervi, in tuta blue e scarpe da tennis: pare pronto a scattare in mezzo ai suoi ragazzi, come l’abbiamo visto fare tante volte durante un incontro. Ma lui, il maggiore allenatore che l’America abbia prestato all’Italia, s’è messo a riposo, per ora almeno, per dedicarsi unicamente alla televisione, voce inconfondibile nelle reti di Berlusconi.

Dan fa un gesto, come per dire “sono pronto”, ma in quel momento squilla il telefono. Tutta la nostra chiacchierata sarà interrotta dalle telefonate di tecnici, presidenti, colleghi che vogliono da lui suggerimenti o semplici parole di conforto. E lui non si tira indietro: “Vedi, vecchio, loro stanno ad aspettare gli errori degli altri … loro non vincono le partite, sono gli altri che le perdono … ma la buona squadra è questa …”

Sta parlando della “sua” Tracer che l’anno scorso, dopo averla portata al Grande Slam (scudetto, Coppa Italia, Coppa dei Campioni), ha abbandonato.

Perché?

“M’ero consumato troppo, in nove anni mai una vacanza. Anche d’estate ero impegnato nella campagna acquisti. Non volevo entrare in un’altra stagione già stanco, dovevo fare almeno un anno di riposo totale”. Dan Peterson parla con quella sua tipica cadenza americo-italiana che ha contribuito a farne un personaggio tv.

Vive in Italia da quindici anni: possibile che non sia ancora riuscito ad avere un accento più nostrano?

“Dovrei dire “lui ha fatto le ore piccole” ma dico, invece, “lui ha fatto le piccole ore”. Gli amici mi correggono, ma aggiungono “non cambiare, per carità, altrimenti perdi immagine”.

Quindi un po’ ci gioca, perché fa spettacolo …

“Strizzo l’occhio…” E sorride.

È rimasto cittadino americano …

“… domiciliato in Italia e residente negli Stati Uniti dove ho lasciato la moglie e quattro figli. Quando venni in Italia, nel ’73, mia moglie era incinta e voleva far nascere la bambina negli Stati Uniti, mentre i due maschietti avevano già messo radici nel loro ambiente. Così quando, due anni dopo, le rimase incinta di nuovo, decidemmo che ormai era tropo difficile sradicare cinque persone dal loro mondo. Ci telefoniamo e scriviamo tutti i giorni e spesso vado a trovarli, anche se è un viaggio stressante. Ma sono uno che s’adatta facilmente: ogni volta sono felice di andare da loro e felice di tornare in Italia. È un paese unico al mondo perché somma bellezza, cultura, storia. Gli americani dicono che se uno di loro sotto i trent’anni vive a Roma per sei mesi non torna più a casa …

E lei, che è arrivato in Italia a 37 anni?

“Oggi ne ho 52, sono ancora qui”. Dan Peterson allenava la Nazionale di pallacanestro cilena quando nel 1973 l’Avvocato Porelli lo chiamò alla guida della Virtus Bologna.

“Mi piaceva soltanto l’idea di prendere un aereo e venire in Europa e, francamente, contavo di rimanere a Bologna soltanto un anno. La Virtus navigava male e io, invece dei premi partita, chiesi dei premi classifica. Con una clausola: che se la squadra avesse vinto entro tre anni lo scudetto avrei ricevuto diecimila dollari (di allora!). Il terzo anno vincemmo il campionato, mi vennero i diecimila dollari e all’Avvocato un collasso. M’ero affezionato al presidente, ai giocatori, alla città …”

Ma nel 1978 passò alla Tracer…

“Milano è come New York: bisogna rispettare la chiamata della grande città perché poi, magari, non arriva più. Poi avevo voglia di prendere in mano una squadra nuova… Forse non riesco a spiegare bene il perché di questo… Vede: sono uno che non cambia mai giocatori e dopo cinque anni a Bologna li avevo ancora tutti con me. Ogni tanto mi veniva la domanda: cosa posso dire ancora loro? Questi hanno già sentito tutto… E così parlavo sempre meno con la squadra…”

In televisione, sul campo, a casa: il basket è veramente la sua vita…

“L’ho amato sin da piccolo e ho cominciato a praticarlo a quindici anni. Ma non ero un bravo giocatore, e di statura troppo bassa. Così mi sono messo ad allenare i ragazzi della scuola della mia città, Evanston, un sobborgo di Chicago. Vincemmo tre campionati della gioventù cristiana poi, terminati gli studi, ognuno se ne andò per proprio conto. Anch0io pensavo d’aver chiuso, quando un allenatore cui devo tutto, Burmaster, mi convinse a continuare ricordandomi che “Piccolo generale”, un suo collega, era diventato famoso nonostante la statura. Quando lo dissi a mia madre fu un mese blu: stilista (di moda femminile), mi aveva trovato una borsa di studio all’Istituto d’Arte di Chicago, ma io sapevo di non avere talento.”

E suo padre?

“Era poliziotto, con un carattere opposto a quello della mamma: da lui ho ereditato la logica ed il buon senso.”

Perché la pallacanestro ha un successo crescente?

“perché offre grandi emozioni e perché piace anche alle donne: si gioca al coperto, senza vento, pioggia, freddo e con gli uomini in mutande, così vicini e con quelle gambe lunghe …”

 

Dan festeggiato per lo scudetto del '76

 

Il mondo è piccolo, come si dice. Molti mi chiedono come sono arrivato in Italia, a Bologna, alla Virtus. La mia risposta è quel proverbio, perché è così. Nel Marzo del 1973, stavo programmando una seconda tourneè negli USA per il Cile. Non avevo, in quel momento, la minima intenzione di lasciare il Cile. Però, sono andato negli USA per il Torneo NCAA, per “ingaggiare” partite per la tourneè. Infatti, sono arrivato a Evanston, dove i miei genitori vivono ancora, come base di operazione, visto che c'era il First Round a Dayton, i Regionals a Nashville e la Final Four a St. Louis, non tanto distante dal McKendree College. Quindi, sono arrivato anche per vedere la mia università, Northwestern, giocare l'ultima partita della stagione regolare, ad Evanston, contro Minnesota. Ero amico del coach di Northwestern, Brad Snyder e sono andato a vederlo in ufficio. Mi ha chiesto il mio attacco contro il pressing a tutto campo. Dopo avere affrontato Temple, mi consideravo “esperto” in materia. Brad l'ha usato e ha battuto Minnesota, un raggio di sole in una stagione disastrosa, 549 globale, con 242 nella Big 10. Il giorno dopo, sono passato nell'ufficio dell'ex-coach di Northwestern, Waldo Fisher, ormai vice-Direttore Sportivo. Mi ha chiesto che intenzioni avevo per la mia carriera. Dissi: "Sono contento in Cile". Lui: "Ti interessa fare il coach qui?" Scherziamo! Io: "Però c'è Brad Snyder". Fischer: "Dan, in confidenza, lui si è già dimesso da tempo. Parla con “Tippy” Dye". W.H.H. “Tippy” Dye era il Direttore Sportivo. Ho parlato con lui e ho fatto chiamare persone che mi conoscevano per raccomandarmi. Non pensavo di avere nessuna chance, perché c'erano 150 candidati.

Durante il viaggio del Torneo NCAA, sono andato in giro per vedere le partite. Un giorno, sono ad Evanston e Dye mi chiama: "Dan, è fra te e Tex Winter. Lui ha fino a mezzanotte per accettare". Come si sa, Tex Winter ha accettato, alle ore 23:15, e non sto scherzando. Non mi piaceva l'idea perché era ovvio che Tex voleva un altro posto e ha preso Northwestern perché sono cadute le altre offerte. Strano, NU era mia alma mater, la scuola che amavo, e che amo tuttora, ma non ci sono rimasto male. In parte perché ero davvero innamorato del Cile e della mia Seleccion Chilena. Vado a St. Louis per la Final Four. Incontro Chuck Daly, al momento coach dell'Università di Pennsylvania... una delle scuole che avevo già ingaggiato per il giro del Novembre del 1973. Chuck mi chiede, a bruciapelo: "Dan, ti interessa allenare in Europa?" Nota che non ha detto né Italia né Bologna. Ha detto, all'inizio, "Europa". Ho risposto: "Sì. No. Non so. Può darsi". Chuck mi racconta "Il mio vice-allenatore, Rollie Massimino ha firmato un pre-contratto per Bologna (non ha specificato né Virtus né Fortitudo, solo Bologna). Lui è anche candidato come head coach a Villanova University~ Se è preso da Villanova, non va a Bologna. Se non viene ingaggiato da Villanova, accetta la proposta di Bologna. Si saprà non subito, ma dopo un po' di tempo". Durante la conversazione, il mio povero cervello sta andando a cento all'ora Sto pensando che il mio contratto con il Corpo di Pace scade il 31 Agosto; che c'è sempre la possibilità di una rivoluzione; che la vita è sempre più dura; che i giocatori fanno sempre più fatica a venire; che le condizioni di lavoro non sono ottimali e... che non sono stato mai in Europa. Comincio ad essere interessato Dico: "Cosa devo fare?" Chuck dice "Vedi Jack Rohan (coach di Columbia University a New York City). Sa tutto lui dell'Italia". Ringrazio Chuck, con una stretta di mano. Faccio 10 passi e giro l'angolo del corridoio nell'albergo e faccio “sfondamento” contro... Jack Rohan. Rohan mi dice: "Manda un tuo curriculum all'Avvocato Richard Kaner di New York. Ecco l'indirizzo". Quando torno ad Evanston, prima di partire per il Cile, spedisco un mio curriculum a Richard Kaner. Parliamo una volta per telefono e mi conferma ciò che Chuck Daly ha detto: che la Virtus Bologna vuole un coach americano e che ha un'opzione su Rollie Massimino, che è anche candidato per il posto a Villanova, che il processo tira per le lunghe che forse si saprà qualcosa fra un mese. Non ci penso più.

Siamo ormai al 1° Aprile. Torno in Cile, facciamo il Festival Mundial in Maggio. Neanche un cenno, ma non ci penso minimamente. Ho la mia squadra, ho il mio lavoro, sono contento, nonostante le difficoltà. Poi, il 1° Giugno, arriva un telegramma da Kaner: "Puoi andare a Bologna tra due giorni?". Rispondo: "No. Quattro giorni". Kaner risponde "OK". Così, sono partito un Venerdì per fare nove giorni fuori dal Cile, con il rientro una Domenica. Il pre-pagato arriva e, come programmato, prendo il volo della Varig che va Santiago-Rio-Dakar-Parigi, per cambiare per arrivare a Linate. Essendo, come tanti uomini, un bambino dentro, quando siamo atterrati a Dakar, sono sceso per un minuto, ho messo i piedi sulla terra e ho detto: "Africa!". All'arrivo a Linate, mi vengono a prendere Dino Costa, Achille Canna e l'Americano, John Fultz… cliente di Kaner. Achille Canna, guidando a velocità supersonica, ci fa arrivare a Bologna in un tempo degno della Formula Uno. Non abituato a viaggiare come un jet… almeno sulla terra… .sono un po' scosso dal tragitto Linate-Bologna. Mi sistemano nel Garden Hotel. Sono a Bologna! Tutto succede in fretta. Conosco l'Avv. Gianluigi Porelli, un tipo che mi piace subito: deciso, businesslike, come dicono negli USA, uno che non perde tempo, che è organizzato, che ha idee chiare. Mi spiega la storia della Virtus. Mi schiaffa in mano un libro sulla Virtus e 5-6 numeri di Giganti del Basket, mi parla del contratto, 3 anni, rinnovabile ogni anno, se siamo d'accordo.

Tre cose mi convincono che questo è un altro mondo rispetto alla realtà attuale nel Cile: Bologna è una città di una bellezza straordinaria; vedo il Palazzo dello Sport, che è un vero gioiello; e vedo la squadra fare un allenamento. Vedere gente così alta e così talentuosa mi impressiona. Mi piace, in particolare, Vittorio Ferracini, un combattente, difensore, rimbalzista. Decido di firmare. è un salto nel buio per entrambi Porelli e Peterson. Lui ha promesso un coach Americano ai tifosi della Virtus e io sono un Americano, benché sconosciuto. Anzi, un titolo su un giornale è "Dan Chi?" Poi, anche per me è un'avventura, perché‚ conosco il basket e conosco il basket internazionale, ma non conosco il campionato italiano, non conosco gli avversari, la lega, gli allenatori, ecc. Ovviamente, qualcuno ha qualche dubbio su di me: i capelli lunghi, il parlato, i pantaloni a quadrettini, l'altezza, il physique du role. Il dirigente Giancarlo Ugolini, che poi diventerà mio grande amico, chiede a Porelli, "Gigi, non vuoi dirmi che questa mezza figura qui sarà il nostro allenatore?". Penso che l'accordo sia stato “siglato” in quel momento. Porelli: "Sì!"

Chiedo un paio di condizioni a Porelli. Il primo, di finire il lavoro in Cile… cosa che lui concede, perché il campionato comincia tardi, il 4 Novembre, a causa degli Europei a Barcellona. Il secondo, avere John McMillen come vice anzitempo, perché‚ così possano cominciare a lavorare. Senza problemi, Porelli dice di sì. Firmo il contratto, ma dopo avere chiesto una clausola in più. La clausola: un premio di $ 10.000 se vinciamo lo scudetto nei tre anni del contratto. Porelli, più preoccupato della Serie B che dello scudetto, pensa "Ma questo è matto. Cosa me ne importa dire di sì, tanto non lo vincerà mai!" Porelli accetta anche questo. Sono soddisfatto anche per avere conosciuto Porelli, grande personaggio, il mio tipo di dirigente. Torno a Santiago strafelice.

tratto da "Quando ero alto due metri" - di Dan Peterson

 


 

Big Nano e l'Avvocato

di Gianfranco Civolani - tratto da "EuroVirtus"

 

No, quello non può essere un allenatore, quello è una gran cartolina. Il bulbo extralungo, i bragoni a losanghe, il tacchettino quasi a spillo, ma dove l'hai preso un soggetto del genere, avvocato carissimo?

Gianluigi Porelli - l'Avvocato - già da un bel po' aveva rifondato una Virtus basket in crisi di astinenza e di portafoglio. Gianluigi detto Gigi era stato un gran sacerdote dell'Ordine del Fittone quando - lui mantovano - era venuto a studiare a Bologna e subito aveva professato sconfinato amore per tutto ciò che era Virtus. E- toccato con la spada da Giorgione Neri detto il Capitano - aveva fatto tabula rasa nella sezione tennis e poi era anche tracimato nel basket e lì non era mica andato per il sottile. "Lei questa operazione l'avrebbe mai fatta?" mi disse un giorno il trucissimo Gigi, quando ancora ci davamo del lei. "Mai al mondo, un orrore - gli risposi. In effetti come si poteva mollare insieme due principotti come Dado Lombardi e Massimo Cosmelli? E prendere chi poi, per prendere quel grissinone di tale Gianni Bertolotti? "Gianni diventerà un super"  tuonò l'Avvocatissimo. "Ma se non prende in una casa" feci io sbagliando fino all'inverosimile.

Fatto si è che Porellone aveva rimesso in piedi quasi dal nulla una sezione e una squadra che balbettavano tremendamente. E all'alba degli anni settanta ecco il duce ci recapita quell'omarino buono forse per strimpellare con la sua chitarra, ma andiamo, quest'uomo senza pedigree e magari senza né arte né parte.

Era andata che a Gigia vevano promesso un paisà d'America - Rollie Massimino - ma poi all'ultimo momento il paisà si era fatto di nebbia e allora ecco Daniel Lowell Peterson, figlio dell'Illinois e già sperimentato in Cile con il suo assistente John McMillen.

Porellone si occupa subito del suo nuovo figlioccio. Lo porta dal parrucchiere e dal sarto, gli insegna a parlare e a gestire e voilà l'omarino profondamente cambiato, l'omarino-damerino, sorpresona per tutti.

Ma di basket, sì, quanto ne sapeva di basket l'om-dan? Ne sapeva tantissimo e soprattutto era così camaleontico nell'adattarsi alle situazioni. E faceva i risultati e vinceva una Coppitalia anche se Varese per esempio restava qualcosa di più e di meglio. E Big Nano la sera si concedeva a qualche amico e io, Giorgino Comaschi e Peppino Cellini andavamo in collina e lui Big Dan intonava struggenti nenie country e qualche volta - ma no - c'era anche l'orco-orso bosniaco, il prof. Aza Nikolic che faceva il controcanto con il suo vocione sgraziato e baritonale.

Sì, ma il basket? Nell'anno settantasei Big Nano e Porellone ci regalano il settimo sigillo dopo vent'anni di soffertissimo digiuno. Gli eori? il razzente play Charlie Caglieris (transfuga Fortitudo), il dirompente Bertolotti, Gigione Serafini scoperto fra quattro case di Casinaldo dal Zigant Calebotta. E Bonamico detto Goodfriend per il suo furore da marine e quindi il Bostoniano di ritorno (Driscoll, una mammola che era diventato una rupe) e Casanova Antonelli (il brutto che piace) e Piero Valenti e altri ancora.

Maledetti, datemi il pallone che devo portarlo al sindaco Zangheri, urla Porellone nel delirio. E Din-Don-Dan si dà un ulteriore mossa, nel senso che comincia a stare sul pero e addio alle ballate di Tom Dooley, addio per sempre qui su questi schermi.

Gli amori nascono e poi puntualmente si inceppano. Nel settantasei Big Nano e l'Avvocato si amano, ma tre anni dopo si separano. Big Nano va a stare da principe a Milano e in Virtus gli subentra proprio Driscoll.

 


 

PETERSON A.M.

di Gianfranco Civolani – Superbasket – 27/01/1983

 

C’era una volta uno di noi, uno di noi mortali. Peterson A.M., voglio dire. E quell’a-emme non significa Anfitrione Magnifico, oppure Amico Mio, significa semplicemente Ante Mediolanum, Peterson prima di Milano, ecco, Peterson cioè quando cavalcava la terra come noi.

Me lo ricordo bene al primo impato. Americanissimo dalla testa ai piedi, due braghe a rigatoni da far inorridire, il capello lungo da vecchio suonatore di sitar, qualche camiciazza al di là de bene e del male e in ogni caso una grandissima disponibilità verso chiunque.

Lo chiamai subito Timber Jack, facemmo abbastanza amicizia e lui era furbo, lui cercava di sapere e di approfondire e tutto faceva brodo per integrarsi in un certo tipo di realtà. E fare il giornalista con un soggetto csì era davvero gratificante per chiunque, perché appunto al primo impatto si poteva immediatamente afferrare che il professionista era davvero di primissima qualità e lo stesso Porelli era in un certo modo soggiogato dal fascino sottile e indiscreto di quell’ometto che scandiva ogni discorso come un libro stampato e che ci metteva pure la battuta giusta al momento giusto, proprio così.

Pian piano si diede un’aggiustata alla carrozzeria, una bella tagliata ai capellucci e via i dragoni da bagonghi, via dalla pazza America del country per approdare nei templi dell’alta moda. E nel frattempo si usciva insieme a schitarrare dolci nenie del Tennessee e insomma si stava in brigata e meglio ancora se c’erano fanciulle più o meno in fiore, meglio ancora se la cultura del canestro si mescolava con la prosaica cultura della vita vissuta. E si riusciva persino a parlare di cose di casa-Sinudyne fuori dei canali ufficiali e ricordo una sera freddissima a Leningrado, dico meno ventidue, dico un taxi nella notte e molte chiacchiere su Albonico e su Gigione Serafini e su quel Bonamico che aveva appena diciassette anni ma non era mica male…

Passarono gli anni e mi accorsi che il personaggio lievitava e cominciava a librarsi in volo. Non si associava più con nessuno, dedicava tutto sé medesimo al culto della sua immagine, tendeva a staccarsi dai nostri cammini di povera gente qualunque. E mi lasciavano profondamente perplesso certi suoi modi di intendere il rapporto umano e nella sua distaccata freddezza lui mi diceva che i giornalisti erano tutti perfettamente uguali, quelli che gli erano amici e quelli che randellavano, tutti uguali nella sua profonda indifferenza. E io mi scaldavo perché per me nessun uomo è mai uguale all’altro e io credo nella meritocrazia e distinguo i meno cattivi dai perfidi e insomma toccavo con mano che l’uomo si vaporizzava e che cresceva e si dilatava a dismisura l’arancia meccanica, il robot, il computer. E nei suoi ultimi mesi a Bologna chi era più capace di stargli accanto se ogni qualvolta gli si poneva un quesito lui ti diceva tutto impettito e acchittato “vai da avvocato, chiedi a Porelli se io posso rispondere”?

Un bel giorno accadde che io mi misi a scrivere che il signor Dan Peterson alla Sinudyne aveva fatto il suo tempo e che semmai poteva venir buono per il Gira Fernet Tonic, semmai. Lui mi chiamò al telefono e glacialmente mi disse: può darsi tu abbia ragione, può darsi che Sinudyne non faccia più per me, ma perché mi vuoi far finire al gira? Lasciami fare i miei interessi, ti chiedo troppo se non mi trovi una collocazione?”.

Figuriamoci se volevo fargli spazio. Pensavo gli piacesse restare a Bologna, pensavo così e sbagliavo. Ovviamente lui dalla Sinudyne se ne andò perché si verifico esattamente quello che avevo previsto. Il collega Macchiavelli mi è testimone. Una sera in Francia captai un certo movimento e al collega dissi: “l’anno prossimo Dan se ne va e lo rimpiazza con Driscoll, mettiamoci d’accordo e scriviamolo”.

Basta così, Dan se ne andò a Milano e da quel giorno credo proprio che la schiatta dei comuni mortali l’abbia perso per sempre. E intendiamoci: io ho nei riguardi di Dan una sconfinata stima sul piano squisitamente professionale perché raramente ti capita un tizio che ti consenta sempre di mettere insieme un servizio giornalistico stimolante e poi non si discute, Dan è bravissimo quando scrive (ha il dono della sintesi, un dono che manca a tanti miei colleghi) e anche quando racconta i fasti dei professionisti d’America (in autentico e molto studiato, ma bravissimo anche qui) e naturalmente sul piano del valore di coach, dico che lui e Bianchini per motivi diversi sono sicuramente gli allenatori più completi in circolazione. Ma io sono ancora uno di quegli individui che cercherebbe l’uomo e i computers non mi vanno a genio e i robots meno ancora e all’arancia meccanica preferisco il limone che sta sugli alberi perché se non altro è un prodotto di questa nostra terra.

Non so se a Milano Little big Dan concede ogni tanto le sue confidenze a qualche fortunato. Ho letto una sua frase molto illuminante, diceva: “preferisco leggere un libro piuttosto che chiacchierare con il mio prossimo perché da un libro imparo qualcosa e dal  mio prossimo mai”.

Frase illuminante, concetto che dice tutto. E mi dispiace tanto che quell’ometto dalle grandi braghe e dai capelli di fata morgana si sia dissolto nelle nebbie dell’empireo. Noi mortali siamo rimasti quaggiù e se Dan è putacaso quaggiù con noi, chiedo scusa ma non lo vedo.

 


 

UOMINI

di Oscar Eleni - tratto da "Il cammino verso la stella"

 

I capelli lunghi e una chitarra. Dan Peterson uomo di pace e del mistero si dondolava su tacchi troppo alti, masticando spagnolo-sudaca imparato in Cile. Radici nell'Illinois, un passato senza tanta gloria e in mano questo contratto dall'altra parte del mondo in una città dove il rosse è quasi tutto: arte, politica, sentimento, un sentiero d'amore fra portici, chiese e cooperative.

Gianluigi Porelli, alla quarta vita, dopo l'infanzia nel mantovano, gli studi bolognesi, una laurea in legge, un diploma in tante cose belle, selvagge, travolgenti, uomo da trincea, un grave incidente stradale che ha martoriato il suo cuore da leone, indebolito un fisico abituato a non negarsi quasi nulla; si mangiava con il cervello quel "cantante" che doveva ricostruirgli la squadra di pallacanestro, la sua Virtus appena uscita da sabbie mobili pestilenziali. ANche nella sua quarta vita Porelli , reincarnazione lombardo emiliana del terribile Torquemada, provava un piacere speciale ad esplorare la vita e i cervelli. Duro, spietato, curioso, disponibile ad accettare ogni vizio, a patto che fosse l'anima a governare.

Gli andava bene chiunque, lui stesso non era un santo, poteva resistere a tutto meno che alle tentazioni. Dan Peterson con i suoi brutti vestiti, le idee troppo chiare e schematiche, americano convinto di essere stato mandato da Dio nel mondo per civilizzare i padri della sua tera, era una tentazione fortissima: questo nano diventerà un gigante, ci scontreremo, si litigherà spesso, ma alla fine io cambierò lui e Dan Lowell Peterson cambierà noi. L'uomo si conquisterà gli spazi perché ha sete di cose nuove: America come madre, ma Europa come nutrice. Noi fioriremo con lui, è un viaggio che si può fare, che si deve fare.

Siamo nel1973, la Virtus è soltanto un'idea, la vera Virtus nascerà poco a poco e i maestri muratori sono proprio quei due uomini così distanti e così disponibili a fondersi, costruttori per gli altri e per sé stessi: vite parallele per gente che di sicuro si era già incontrata prima, in un'altra vita, affinità elettive inventate dalle esigenze. Cinici non per vocazione ma soltanto per difesa avevano trovato una donna da servire assieme: la Virtus era lì da prendere, smontare,ripulire, vestire in maniera più fresca per mandarla al ballo di corte. Ci sono riusciti. Hanno lavorato con impegno, gli altri li studiavano, si distraevano, bocciavano e tolleravano ed intanto loro mettevano il corpo della ragazza in un castello ideato da architetti meno vanitosi di quelli che in quei giorni governavano basketlandia. In poco tempo gli indiani Virtus avevano circondato la carovana, vent'anni dopo l'ultimo urlo tricolore con Tracuzzi e Canna trovavano sul campo di Varese il fiore del bene, lo scudetto, proprio loro, poeti maledetti che sembravano destinati a coltivare soltanto fiori del male.

Dan Peterson non è stato subito il figlio della città e di Torquemada: però il suo modo di aggredire, invadere, distruggere luoghi comuni, evitando patronati, chiassate, cene in osteria, affascinava la gente. Arrivò e vinse una Coppa Italia, poi si mise a studiare il fenomeno Virtus cercando di non isolarlo dalla terra dove nasceva. Gianluigi Porelli gli ha fatto lezioni privatissime, una burrasca al giorno, ma quel dare e prendere, quel riverniciare dopo aver demolito, l'ansia di scoprirsi e scoprire, cambiò presto il rapporto. Peterson si affidò al Pigmalione italiano per cambiare pelle e il costruttore si rese conto che le fantasie dell'uomo che arrivava da Evanston erano gli squilli di tromba di un mondo nuovo, nuovissimo, meglio affidarsi all'esploratore per andare a cercare altri territori e se il basket, in Italia, è cambiato davvero lo deve anche a questi due personaggi o forse lo deve soprattutto a loro.

Dan Peterson era il terzo allenatore straniero della società, il suo arrivo, vent'anni dopo il breve regno di Jimmy Strong. Poi nel 1960, per tre stagioni, governò uno spagnolo, Kucharski e per altri tre anni, dal 1966 al 1969 ci furono i silenzi disarmanti del cecoslovacco Jaroslav Sip. Era facile per Peterson diventare orchidea in mezzo a quelle ortiche, però gli serviva un padrino e con Porelli trovò quello che altri non ebbero la fortuna di avere: una società vera dietro le spalle e davanti all'opinione pubblica.

Fu questa forza ad impedire stritolamenti: ci fu la burrasca dello spionaggio alle società professionistiche americane, robetta che, però, in quei tempi, faceva comodo ingigantire. Poi venne l'epoca delle contestazioni: il Dan Peterson che lasciava poche possibilità di sbagliare, che non ti raccontava frottole, ma pretendeva il 110 per cento, graffiava l'animo dei nostri dolcissimi giocatori. Quello fu un terremoto sul serio, ma dopo tre stagioni arrivò il colpo del maestro. Ricordo benissimo il campo di Varese. La Mobilgirgi di Sandro Gamba era appena tornata in Italia con la sua Coppa dei Campioni vinta a Ginevra. In sala scommesse non c'era quasi gioco. Varese favorita per tutti. Quello fu un capolavoro di psicologia, una versione moderna della Stangata: Porelli era il vecchio Paul Newman, Marco Bonamico fu il Robert Redford della situazione; Peterson il burattinaio e Bob Morse il "cattivo" castigato. Alla fine, mentre Masnago, nel silenzio, accettava il verdetto, vidi Porelli e Peterson scambiarsi soltanto un'occhiata; Gigione Serafini era l'addetto alle cerimonie, alle danze di vittoria, Bertolotti, che quel giorno aveva lasciato per una volta il fioretto, usando la sciabola, si era aggrappato sulle spalle di Terry Driscoll, la montagna, il cuore, l'uomo squadra. Quella scena, vista in tribuna stampa, fu una scarica elettrica. Quel giorno non assistemmo soltanto ad una grande vittoria sportiva, contro la Girgi di Sandro Gamba, bellissima anche lei, fu qualcosa di più, la fine di un inseguimento, il primo zampillo di un pozzo cestistico che ci darà calore fino all'anno duemila.

 

 

Un'interessante scritto su Peterson da parte di chi lo ha conosciuto molto da vicino come Ettore Zuccheri

 

Due cose su Dan