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Cantamessi e Aza Nikolic
Aza Nikolic
nato a: Sarajevo
il: 28/10/1924 - 12/02/2000
statistiche individuali
biografia su wikipedia.it
Aza Nikolic venne a Bologna per il mio secondo e terzo anno
alla Virtus: dal 1974 al 1976. No, non posso dire di avere imparato nulla
per le coppe, ma ho osservato i suoi allenamenti ogni giorno (tranne la
settimana del Derby) per due anni. Ho notato una cosa: che gli uomini sono
capaci di fare molto più lavoro di quanto forse crediamo. I suoi hanno
lavorato come dei cavalli. Poi, in questo, Nikolic era costante: il lavoro è
stato massacrante dopo le vittorie come dopo le sconfitte. Un giorno, li ha
fatti lavorare in maniera terrificante per due ore. Stop. Mi sono detto:
"Chissà se andranno in spogliatoio in ginocchio o in piedi?" Nikolic: "Ora
farete l'atletica con il Prof. Assi". Questi uomini, veri stracci, hanno poi
fatto un'altra ora di atletica. Queste poche righe, ovvio, non possono
inquadrare neanche un milionesimo del personaggio o del coach. Un episodio
solo: faceva partire il 10° uomo, Ciucci' Devetag, in quintetto base, per
cinque minuti, a marcare Tom McMillen. Poi,
scombussolato McMillen (gioco pulito,
s'intende), fuori Devetag. In questi colpi, Nikolic era anni davanti al
resto di noi, forse anni luce.
tratto da "Quando ero alto due metri " di Dan
Peterson
L’INTERVISTA DEL MESE: AZA NIKOLIC
di Enrico Minazzi – Giganti del Basket
- Marzo
1981
La nostalgia dell'Italia, la voglia di tornare
in panchina, in palestra e, particolare da non trascurare, la possibilità di
racimolare un altro bel gruzzolo nell'Eden cestistico nostrano, l'hanno
convinto a tornare tra noi. Per ora solo per una quindicina di giorni, non
una vacanza ma neppure un periodo di lavoro. Diciamo una sorta di consulenza
interessata. Tanto per vedere com'è il polso di questa Sinudyne malata,
orfana di Zuccheri e che ha trovato in Ranuzzi
il suo allenatore provvisorio. In attesa dell'arrivo di Aleksander Nikolic,
il grande condottiero dell'Ignis europea e della nazionale jugoslava.
Cinquantasette anni compiuti, la solita ulcera duodenale in agguato, i
consueti due pacchetti di 'HB' bruciati ogni giorno, le solite manie
portafortuna. E la tradizionale, ferrea professionalità. Nikolic è stato
lontano dall'Italia cinque anni (nel '75 abbandona la navicella Fortitudo
per tornare in patria a insegnare all'Università di Belgrado) ma non è
cambiato nelle sue abitudini. Cestistiche e no. Rispetto al passato recente
è forse divenuto più ciarliero. Ma non è una novità assoluta: anche tre anni
fa, quando a Varese lo chiamarono per fare da spalla all'esordiente Dodo
Rusconi, mostra un'attitudine dialettica che era sconosciuta all'epoca dei
trionfi con la Ignis. In palestra invece i suoi metodi non sono cambiati:
molto lavoro, due volte al giorno, per trovare l'abitus mentale del
giocatore vincente. Chiedetelo ai giocatori della Sinudyne forse abituati ad
altri ritmi di lavoro. La serietà e la professionalità in palestra sono del
resto due punti fermi della sua vita assieme all'onestà e alla famiglia.
Tornerà il professore a Bologna? Porelli tocca
ferro e: spera che il polverone che si è sollevato attorno ad Aza nei pochi
giorni che finora ha passato con la Sinudyne non finisca per frastornare il
santone bosniaco. L'avvocato ha paura che tutto il clamore sorto attorno
allo iugoslavo, le confidenze di questo o quel personaggio della Bologna
cestistica, pettegola come sempre, possano spaventare l'orso e convincerlo
che tutto sommato è meglio restare a Belgrado e insegnare all'Università
fino all'età del la pensione, ormai vicina. Il professore, anzi Aza perché
non vuole essere chiamato a quel modo, se ne è andato dopo sei partite,
pochi allenamenti, molte trasferte e tante, tantissime arrabbiature per quel
che combinava in campo la “sua” Sinudyne e anche per quel che succedeva
attorno a lui. Nikolic ama stare dietro le quinte, non è una novità, le luci
della ribalta gli fanno piacere solo se sono discrete e soprattutto se sul
palcoscenico lui è in grado di costruire una grande squadra vincente. Le sue
labbra, a Bologna in febbraio, hanno tremato molto perché
Aza era perplesso sul da farsi. Perplesso perché ha il dilemma se lasciare
Belgrado, l'Università, i suoi studenti e soprattutto la figlia 2lenne
studentessa. Ma perplesso anche perché si è reso perfettamente conto di
trovarsi in una posizione anomala verso Ranuzzi e
verso la squadra che lo ha visto 15 giorni e poi lo ha salutato. Tornerà?
L'offerta, in termini tecnici ma anche economici, di Porelli è buona.
Personalmente siamo convinti che Nikolic tornerà anche perché più di tanto
il santone non può restare lontano dal campo. Ma è scontato che lo slavo
aspetta anche qualche segnale dalla squadra, dai dirigenti. Per ora ha visto
e giudicato quel che può essere questa Sinudyne in proiezione futura. I suoi
metodi, i suoi risultati sono noti. Sta alla Virtus non perdere l'autobus.
Forse il più importante.
Perché ha accettato di andare a Bologna a metà
stagione?
“Ho potuto approfittare di un periodo di sosta
all'Università: i miei studenti andavano in montagna per il corso di
specializzazione di sci e così ho preso quindici giorni di ferie dell'80 che
non avevo ancora sfruttato e sono venuto a Bologna. Mi avevano chiesto se
ero disposto a dare qualche consiglio quando Ettore Zuccheri allenava la
squadra. Poi lui se ne è andato, e io sono partito ugualmente. Ma al momento
non ho proprio il tempo necessario per poter fare avanti e indietro tra
Belgrado e Bologna”.
Accetterà una consulenza con la squadra
campione d'Italia?
“No, non potrei anche perché per me non ha
senso parlare di consulenza se non si ha la possibilità di seguire almeno
quattro allenamenti alla settimana: solo in questo caso c'è la possibilità
di parlare con l'allenatore, con i giocatori, di intervenire su certe cose.
Io poi preferisco lavorare, non fare consulenze, non mi è mai piaciuto: e
poi non ho mai ottenuto risultati stando lontano dalla squadra. Perché io
oggi posso anche fare un allenamento e poi domani vado via e non so cosa
succede realmente il giorno dopo e gli altri giorni successivi. Perché tu
puoi anche preparare il miglior programma di lavoro possibile adattato per
questa o per quella squadra, ma poi il problema si riduce ad una questione
di uomini. Sono gli uomini che fanno rispettare il programma e che lo
portano avanti. E che senso ha una cosa del genere se tu non hai la
possibilità di verificare giorno dopo giorno la validità del tuo programma
di lavoro? No, è assurdo parlare di consulenza”.
è
possibile paragonare quest'esperienza bolognese con quel la vissuta tre anni
or sono a Varese al fianco di Rusconi esordiente in panchina?
“Non credo, allora io servivo, per quel che mi
pare di capire, come appoggio per Dodo che allenava per la prima volta la
squadra. Oltretutto io a Varese non ho diretto alcun allenamento e il lavoro
l'ha fatto tutto Rusconi. è
lui che ha portato la squadra alla finale di coppa dei campioni: io allora
ero venuto tre o quattro volte e avevo solo espresso il mio punto di vista
su certi problemi. A Bologna invece la situazione è completamente diversa:
ho lavorato con la squadra. Ma in un modo col quale io non sono proprio
abituato a lavorare. Non conoscendo i giocatori non nel senso che non li
avevo mai incontrati, ma piuttosto perché non ci avevo mai lavorato assieme
in palestra. E poi la mia preoccupazione era che col mio lavoro i giocatori
andassero in crisi. Così ho lavorato non dico con paura ma senza aver la
sicurezza che questo tipo di intervento potesse andar bene. In una parola
non sono certo che quello che ho fatto in pochi giorni possa davvero servire
a qualcosa. Purtroppo è così. Ho cercato di ritoccare qualche cosa… Vedremo.
E poi ho avuto poco tempo e pochissimi allenamenti a disposizione. Fossero
state due settimane piene il discorso forse poteva cambiare. Invece così con
la coppa dei campioni di mezzo il lunedì c'era allenamento, il martedì si
partiva, il giovedì si tornava, il venerdì si potevano fare anche due
allenamenti, come ho fatto; poi per restava il sabato che è il giorno prima
del campionato e puoi fare certe cose, non certo spingere. Perciò, lo
ripeto, penso che ci siano sta troppo pochi allenamenti, almeno come penso
io di dover fare”.
è
in grado di fare un mini bilancio del periodo passato al capezzale di questa
Sinudyne malata?
“Non direi che è una squadra malata perché per me i giocatori sono bravi, si
sono messi a lavorare parecchio; solo che purtroppo ci sono atleti che non
riescono a dare una continuità di rendimento. Una partita giocano bene,
l'altra no. E tranne che a Madrid dove forse hanno giocato in cinque, in
tutte le altre partite purtroppo hanno giocato solo in tre, e mai gli
stessi. Si alternano così che tu non puoi renderti conto con chi dovresti
lavorare di più e con chi di meno. Per me il problema della squadra attualmente
è questo”.
Ma allora come spiega il fatto che questa
squadra in coppa dei campioni va benissimo mentre in campionato zoppica?
“C'è anzitutto una motivazione a mio avviso
psicologica: loro sono andati in Russia sapendo di non avere niente da
perdere. E hanno vinto. Lo stesso è accaduto col Real a Madrid. Poi col Den
Bosch quando dovevano vincere sono crollati: nel primo tempo avremmo dovuto
avere quindici punti di scarto, invece ne abbiamo avuti solo cinque. E poi
in un momento la concentrazione è mancata e abbiamo perso di un punto in un
modo strano. è successa la
stessa cosa di Madrid, solo che in Spagna abbiamo avuto il tempo di
recupero, in Olanda no. Diciamo quindi che in coppa ci sono state un paio di
circostanze favorevoli”.
E il campionato?
“Non ho visto molte partite della Sinudyne nel
campionato, ed è la prima volta che personalmente vivo l'esperienza di una
squadra col doppio straniero. Dunque una novità anche per me. Ma è fuori
discussione che in Italia il torneo grazie ai due stranieri è ora più
equilibrato perché basta scegliere due buoni americani e possono cambiare
davvero tante cose. Inoltre sono usciti molti giovani buoni. Senza
dimenticare che qui tutte le squadre si conoscono benissimo e i problemi per
vincere sono maggiori. Ogni partita bisogna sorprendere l'avversario con
qualche mossa nuova. Purtroppo per fare questo ci vuole una preparazione
specifica e anche l'iniziativa dei singoli giocatori che ogni tanto possono
fare movimenti al di fuori dello schema e confondere così l'avversario.
Bisogna puntare molto su questo, ma soprattutto bisogna preparare tutto
quanto per bene prima dell'inizio del campionato. Altrimenti ogni tipo di
intervento è inutile. E anzi in prospettiva si può anche rilevare dannoso e
controproducente. Purtroppo è così: sarebbe come
tentare di cambiare il modo di tirare di un giocatore durante il campionato:
costui si troverebbe in una situazione difficile”.
Vuol dire che con Nikolic i giocatori della
Sinudyne non dormono più di notte?
“ No, di certo, ma si trovano certamente in
una situazione non facile che magari ha deautomatizzato certi movimenti,
certi ragionamenti logici per i quali sono stati preparati prima. C’è
insomma il rischio di trovarsi in una situazione peggiore. Questo
naturalmente a livello di metodologia di lavoro”.
Il suo lavoro a Bologna, pur limitato nel
tempo, è servito a qualcosa?
“Fino ad ora non credo sia servito: abbiamo
perso e il bilancio non è positivo. Del resto non c'è un bastoncino magico e
il mago non esiste. I maghi li ha inventati la storia, perché uno fa i
risultati solo col lavoro. Per conto mio questo periodo è servito a poco:
spero che i giocatori reagiscano un po' al mio intervento. Vorrei spiegarmi:
io ho insistito molto sulla difesa, tanto che loro hanno migliorato in
questo settore. Solo che non sono abituati a difendere. Questo vuol dire che
avendo più concentrazione dietro, poi mancano in attacco dove non sono più
lucidi. Per ovviare al problema bisognava lavorare in questo senso prima.
Adesso, lo ripeto, c'è il rischio di complicare le cose”.
Dal momento del suo arrivo a Bologna l'hanno
indicato come il salvatore della patria, dello scudetto, della coppa. La
cosa l'ha infastidita?
“Più che altro, leggendo i giornali, ho avuto
l'impressione che fosse arrivato un altro Haywood e che sarebbe andato in
campo per giocare e risolvere tutti i problemi. Io non vorrei offendere i
giornalisti che fanno parte del mondo del basket, ma io preferirei che non
si scrivesse così tanto su di me. Io preferisco stare dietro i giocatori
perché sono loro che soffrono, lottano, vincono. E loro devono essere in
primo piano. E poi io non sono un mago, perché se pensassi davvero di
esserlo sarei solo uno sciocco. E se mi sento dire che sono un mago, allora
penso che mi considerano tale. Ma al di là di queste considerazioni restano
le ultime due sconfitte (con Den Bosch e Recoaro, n.d.r.) che dovevano
essere evitate. Perdere, nello sport, non fa mai piacere, ma perdere a quel
modo…".
Quale è la sua preoccupazione maggiore quando
sta sulla panchina della Sinudyne?
“Non so esattamente quanto può rendere questa
squadra che conosco da troppo poco tempo e per la quale sono assalito da
mille dubbi quando lavoro in un certo modo in palestra. I giocatori dicono
sempre di sì, se li faccio lavorare molto non dicono nulla ma fanno certe
facce… Allora mi chiedo se è tutto giusto quello che faccio, se serve
davvero… Senza contare che qualcosa non quadra lo stesso perché se a un
giocatore vengono le vesciche sui piedi dopo una partita, allora vuoi dire
che magari la preparazione atletica non è stata fatta a regola d'arte…”.
Cosa succederà alla Sinudyne orfana di Nikolic?
“ Adesso io penserò cosa fare a fine stagione.
Per ora devo pensare alla famiglia e all'Università. La figlia maggiore si è
appena sposata, la minore studia all'università di Belgrado e non vorrei
abbandonarla da sola a casa per allenare in Italia. Non ho ancora deciso
cosa far a fine stagione. Per quel che riguarda la squadra è escluso che io
possa tornare a breve scadenza. Nei prossimi mesi sono bloccato a Belgrado.
Devo seguire gli esami, preparare i miei studenti per le tesi di laurea;
senza contare che a marzo iniziano i corsi presso la Facoltà ed è difficile
che Nikolic, che in passato non ha mai saltato una lezione, si metta adesso
a restare a casa. Semmai ne farà qualcuna di più per aiutare quegli studenti
che mi vengono a chiedere spiegazioni fuori dal l'orario normale. Dunque è
difficile che mi rivedano presto a Bologna. Obiettivi impegni con la scuola
me lo impediscono. Ed è da escludere che io mi metta a fare l'allenatore
dalla Jugoslavia per telefono. Chi sostiene che questo è possibile dice una
grossa sciocchezza. In tutta la mia carriera ho visto solo una volta un
allenatore usare un "walkie talkie" perché essendo squalificato se ne stava
in tribuna e solo così poteva impartire i suoi ordini
alla squadra. Ma non è il mio caso. Con Ranuzzi
ho preparato un programma di massima. Abbiamo parlato molto. Ma
l'allenatore è e resta lui. Io ho i miei impegni in Jugoslavia e non mi
posso muovere per ora”.
Non verrà neppure per preparare la finale di
Coppa Campioni?
“Vedremo, se il lavoro all'Università me lo
consentirà, verrò volentieri. Ma vorrei avere almeno la possibilità di fare
tre-quattro allenamenti con la squadra: altrimenti che senso ha andare in
panchina il giorno della finale senza poter preparare qualcosa per la
partita”?
La famiglia e il lavoro all' Università: dei
due, quale è il problema più grosso da risolvere perché lei venga ad
allenare la Sinudyne l'anno prossimo?
“La famiglia, la famiglia, anche se a questo
punto mi spiacerebbe lasciare l'Università. Ma è fuori discussione che il
problema principale è rappresentato dalla famiglia, dalla figlia minore che
dovrebbe restare sola a Belgrado”.
La tormenta di più questo dilemma o il gioco
della Sinudyne?
“Tutti e due, anche se forse l'incertezza sul
cosa fare domani mi rende ancor più inquieto”.
Cambierebbe molto, poco, nulla in questa
Sinudyne?
“è
ancora presto per dirlo. Non ho ancora deciso cosa fare. Di sicuro molte
cose vanno riviste. Soprattutto a livello di mentalità, che poi è la base di
ogni successo. Io voglio giocatori che abbiano voglia di lavorare duro.
Altrimenti è meglio, che vadano altrove. Io preferisco vedere atleti
concentrati in allenamento, perché così io so che quando c'è la partita non
devo sollecitarli da questo punto di vista. La cosa verrebbe automatica,
senza bisogno di sollecitazioni da parte mia. Ma adesso cosa posso dire? Ho
paura anche ad intervenire su certe situazioni. Prendiamo ad esempio la
seduta di tiro la mattina del giorno di gara.
I giocatori sono abituati a farla in un certo
modo (tutti in jeans, maglietta e scarpe da gioco, tranne McMillian, l'unico
vestito da atleta, n.d.r.), io non so neppure se ho il diritto di
intervenire. Anche se sono convinto che farla in questo modo, deconcentrati,
parlando l'un con l'altro, non serve. Perché tirare alla mattina del giorno
della partita serve essenzialmente per trovare la concentrazione necessaria
al pomeriggio o alla sera per affrontare al meglio gli avversari. Però io
non posso andare dai giocatori e chiedere loro questo tipo di concentrazione
se non sono abituati a trovarla prima. Anche se questo poi crea problemi in
partita quando il nervosismo nasce subito e va a discapito dei risultati,
come la trasferta in Olanda insegna, purtroppo”.
Professore, accetterà di allenare la Sinudyne?
“Non quest'anno, questo è certo. Io sono
andato a Bologna perché me lo hanno chiesto, perché io considero amici tutti
quelli del basket italiano. Loro mi hanno telefonato e io sono andato. Non
so neppure io perché. Mi sono detto che forse quattro occhi vedono meglio di
due, ed ecco spiegato perché ho accettato l'invito. Ma la mia non è una
consulenza. Deciderò solo a fine stagione se tornare o se restare a Belgrado
ad insegnare. Non è facile conciliare i problemi che ho laggiù, credetemi.
Adesso voglio pensarci con calma”.
Forse aspetta di vedere come va a finire la
stagione della Sinudyne?
“No, questo no, ho davvero due grossi problemi
personali da risolvere. E non posso che trovare una soluzione da solo, con
la mia famiglia dopo aver valutato bene cosa fare con l'Università”.
Bologna ha i mezzi tecnici, economici e le
strutture per diventare la nuova Ignis del nostro basket. Le manca so lo
Nikolic…
“Ripeto che deciderò solo a fine stagione.
Certo è che quella palestra dell'Arcoveggio è davvero unica in Europa.
è progettata, realizzata al
meglio per poter fare bene. Personalmente quando ci sono andato a lavorare
mi sentivo stimolato a far meglio. è
un impianto che mette addosso la voglia di impegnarsi a fondo.
è splendida”.
Allora ci rivediamo all'Arcoveggio in
settembre?
“Non so, chiedetemelo a fine stagione…”.

Il Prof Nikolic catechizza Rolle durante un time-out
GRAZIE ASA, DI TUTTO CUORE
di Gianfranco Civolani – Superbasket –
03/05/84
L’orco rientra nell'antro, l'orso si rintana.
L'orco e l'orso bosniaco tornano a casa. Alexandar Nikolic detto Asa (o Aza?)
ci lascia e chissà se e quando ritorna. Perché ritorna, io personalmente non
ho dubbi, ma appunto chissà quando. Vado molto indietro e spero che la
memoria non mi faccia scherzi. Anni sessanta, direi. Viene a giocare a
Bologna il Petrarca Padova, vedo una Virtus (Candy, mi pare) che si frantuma
di fronte a una difesa a zona ideata e articolata con i controcavoli, vedo e
ammiro sommamente un giocatore che si chiama Doug Moe, ne ricordo altri in
ordine sparso (Tonzig, Varotto e quel pivot di nome Peroni) e
particolarmente ricordo che l'ometto che stava in cattedra all'università
del basket padovano in quei memorabili anni era lui, il Nikolic nemmeno
quarantenne, uno che già al suo paese aveva vinto tantissimo e che voleva
massimamente sperimentarsi anche da noi. Faccio per sommi capi la storia di
Nikolic dalle parti mostre? Ma come posso procedere senza dire una montagna
di banalità e senza ricucinare l'aria fritta… Faccio la storia di Varese e
delle splendide cose che Nikolic e i suoi pupetti e puponi conquistarono o
magari devo anche fare la storia degli altri successi dell'orco in terra
slava, dico mondiali, Olimpiadi e titoli d'Europa come fossero carezze.
Nikolic viaggia per i sessanta o forse li ha appena compiuti, non fa gran
differenza. Si diceva in giro che non fosse più lui, perché non dovrei
scriverlo? Hai visto alla Virtus, hai visto poi a Venezia? D'accordo, alla
Virtus lo avevo seguito in prima persona, i risultati eclatanti erano pur
stati sfiorati ma certi rapporti si erano deteriorati un po' prima del
dovuto, diciamo magari anche questo. E a Venezia, bè, a Venezia Nikolic era
retrocesso alla guida di una squadra non molto attrezzata o no? Gli
occorreva una rivincita sul tamburo, ma figuriamoci se Asa aveva fretta di
convincere chi valuta sempre in superficie. Dopodiché Pesaro con i suoi
mille casini e i suoi diecimila tormenti, il basket a Pesaro tutto da
reinventare, un pubblico da riconquistare, giocatori da motivare ben
diversamente. Il Pesaro è stato portato a salvamento e taluni giocatori si
sono debitamente rivalutati, la classifica è sufficientemente onorevole (mai
dimenticarsi di com'era la situazione a metà campionato) e insomma Nikolic
può dire con orgoglio che ha compiuto anche lì la sua missione e che della
“critica” giovane e incendiaria può farsi - come si diceva all'inizio del
secolo - un baffo a tortiglione.
Nikolic che se ne va… intanto io non ci credo
mica. Mi spiego: Asa ogni tanto ha bisogno di convincersi che casa sua è la
dolcissima casa e che sua moglie e le figlie sono la dolcissima compagnia
che troppo spesso gli manca e insomma ogni tanto Asa deve scapparsene a
Belgrado e deve soprattutto inventarsi qualcosa per farsi una specie di
training autogenono, per esempio deve molto meglio dirigere un club in
Serbia che non soffrire giorno per giorno a Pesaro, a Bologna, a Venezia o
chissà ancor dove. Però flusso e riflusso si alternano, Però succede
puntualmente che il fascino della nostra terra (e della nostra moneta, ma
sì) torna a far breccia nel cuore dell'orco e siccome nel bel paese c'è
sempre qualcuno disposto a vellicare l'orco con gli argomenti giusti, siete
proprio disposti a scommettere che l'orco non si muoverà più dalla sua tana?
Nel frattempo l'orso e l'orco se ne vanno. E mi direte: ma piantala con la
storia dell'orco, non fa più notizia. E invece non la pianto no, perché
penso che la cupissima mutria dell'uomo e il suo indefesso credo nel
superlavoro abbiano rappresentato quasi una pietra miliare per il basket
nostro. Perché è vero che per certi versi Dan
Peterson ha tracciato un solco come fece il Mago Herrera nel calcio ed è
altrettanto vero che il socratico-aristotelico
Valerio Bianchini sta tracciando un altro solco, quello della nuova
frontiera, il solco degli anni novanta. Ma non è men vero che Nikolic ha
insegnato a mezzo mondo come si lavora in palestra e come sempre la domenica
produci in rapporto a quel che hai assimilato tutti i giorni della
settimana. Grazie Asa per questo.
Obiezione: ma se avesse smerigliato gli
spigoli più puntuti della sua psiche, ma se avesse saputo calarsi nei panni
del profeta dal volto umano, ma se avesse saputo anche carezzare gli atleti
non sempre e sistematicamente contropelo… Amici cari, se avesse eccetera non
sarebbe stato l'orco che è stato, sarebbe stato una specie di Gesù come
Bianchini o un computer post-moderno come Dan
Peterson o un buon papà-zio come Dido Guerrieri e insomma non sarebbe
stato quel che è stato, come è stato e quando è
stato, vi pare? Il burbero benefico torna a casa. Ci starà per un po' e
certamente gli verranno le crisi di malinconia. Lo rivedremo fra un anno o
due, ci giurerei. Lo troveremo cambiato in qualcosa? Cambiato in niente, mi
gioco tutto.
IL RE RESTA RE
di Peppino Cellini –
Superbasket – 20/05/1982
Le esecuzioni si
susseguono da un po’ di tempo a questa parte con cronometrica puntualità in
casa Sinudyne. Sono purghe che avvengono principalmente per “incompatibilità
di carattere”, qualche volta per moneta, e mai (!!!) per fattori di ordine
tecnico. Ancora ricordiamo, e solo come rimembranza, la rapida successione
dei defenestrati:
Driscoll (vinse e passò);
Zuccheri (un fido che troppo osò);
Ranuzzi (un grazie della Virus sarebbe stato perlomeno doveroso). Ora,
dulcis in fundo, anche
Asa Nikolic (un amorazzo che non stava più in piedi).
Doveva essere quello
fra
Porelli e
Nikolic il matrimonio del secolo: il più grande dirigente della
penisola, con il più grande “head coach” di fama internazionale. Questa
strana unione fu propiziata da teneri conversari durati svariati mesi,
colloqui intensi, stretti, telefonate notturne e diurne: unità d’intenti,
sincronia perfetta fra il “manager” e lo scienziato, però i conti erano
stati fatti senza l’oste. Infatti dopo la prima infatuazione, a matrimonio
celebrato, e appena consumato, il “carattere” dei due “big” ebbe il
sopravvento determinante. Il cozzo venne puntuale ed inevitabile e fu la
fine di un idillio; letti separati, domestici a riferire ciò che era
indispensabile per il “menage” quotidiano, ed il tempo necessario per
sancire il divorzio consensuale dalla parti.
Asa, dunque viene
accomiatato dopo la conclusione dei lavori da parte della Sinudyne; non si è
aspettato neppure la conclusione-scudetto, tanto non era più cosa di
interesse petroniano. Del resto, anche se la Sinudyne avesse vinto l’ambito
titolo la decisione dell’Avvocato era già da tempo presa, “in pectore”; la
tifoseria, la stampa tutta, e gli addetti ai lavori, nonché la cittadinanza
e l’inclita guarnigione, tutti conoscevano la sorte decretata per il
Professore: un’esecuzione che avviene come la fine di un incubo, una
liberazione, soprattutto per la nefasta incidenza che il disaccordo
ripercuoteva sulla squadra, pur portata al massimo negli appuntamenti
decisivi.
Nikolic fa le valigie colme di valori tecnici, di benemerenze, di allori
conseguiti in tanti anni di milizia al vertice del basket: anche in questo
dannato anno trascorso in casa Sinudyne la sua impronta, il suo marchio è
stato impresso, e rimane come dote: il lavoro sul giovane
Fantin, un magnifico marmo che nelle abili mani dello scultore
Nikolic in una sola stagione cestistica era trasformato in statua di
gran valore ad arricchire la carente disponibilità di giocatori della A-1.
Bianchini il coach
marcato Europa, un tecnico colto, un personaggio di cui possiamo vantarci in
campo internazionale, ha tessuto con frasi nobili e profondamente sportive,
perché avvenute all’indomani dell’eliminazione del suo team, l’elogio del
Professore definendolo “maestro” e marcando sulla caratteristica tecnica del
coach jugoslavo dei “tempi lunghi” e non del “tutto subito”, quei tempi che
a Bologna non gli sono stati concessi. Molto si ripercuoterà in modo
negativo su determinati giocatori, elementi a crescere della Virus.
Così ci piace
ricordare
Asa Nikolic con la stime che gli viene universalmente riconosciuta, sono
parole che hanno un valore per ristabilire la collocazione delle pedine
nella loro casella di competenza: un “Re” rimane tale anche se va in scacco
matto; la colpa semmai è del giocatore incauto che lo gioca male.
Via
Nikolic, la mano per la successiva partita scudetto per l’anno che verrà
torna a
Porelli a cui facciamo ancora professione di fede, confidiamo nella sua
buona stella; l’Avvocato ancora rimane in numero uno del nostro basket,
l’ultima spiaggia in cui credere per il rilancio del basket felsineo,
abbiamo fede anche se non si vedono vele all’orizzonte, ma solo miraggi. Del
resto lui può tanto anche in casa altrui che ha destinato
Nikolic a Venezia. Vorrà dire che, caso mai, il re diventerà doge.
Addio Nikolic il Professore del
basket
di
Walter Fuochi – La Repubblica – 14/03/2000
Alexander Nikolic detto
Aza, forse il più grande allenatore europeo, certo quello che aprì e
teorizzò una nuova frontiera del basket, è morto domenica a Belgrado, a 76
anni. Il Professore era da tempo malato e chi lo conosceva, e ogni tanto lo
andava a trovare (Boscia Tanjevic, il ct
azzurro, per esempio), dice che la sigaretta, da una vita appesa all’angolo
della bocca, oscillava ormai senza freno. Quel tremolio lo perseguitava da
anni, così come l’ansia della perfezione nelle squadre che addestrava. Non
ci fu mai, nei pensieri di Nikolic, una partita davvero buona. Né ci fu mai,
all’indomani d’un trionfo, un giorno senza allenamenti. La vera festa era
offrirsi altro lavoro. Nikolic era considerato un padre professionale da
tutti i tecnici dell’ex Jugoslavia che, negli ultimi anni, sono emigrati a
dettar legge e a guadagnare dollari in Europa. Era stato lui a piegare a
discipline tattiche un gioco prima soprattutto talentuoso. Insegnò la
difesa: e oggi non c’è squadra che possa vincere confidando nel solo
attacco. Nikolic era stato giocatore e allenatore in patria, quando a metà
dei Sessanta venne in Italia, prima a Padova e poi, dal ‘69, alla guida
della squadra che trasformò in mito: l’Ignis Varese di Ossola e Meneghin,
Bisson e Zanatta, Rusconi e Morse. In quattro stagioni: 3 scudetti, 3 Coppe
dei Campioni, 2 Intercontinentali, 3 Coppe Italia, battagliando in Italia
col Simmenthal di Rubini e incrinando in Europa la leggenda dell’Armata
Rossa sovietica. Allenò pure a Venezia e Pesaro, a Bologna (Virtus e
Fortitudo) e Udine. Lasciata la panchina dopo la nazionale jugoslava,
Nikolic continuò ad offrire consulenze: c’era il suo sapere dietro i
successi di Jugoplastika e Partizan. C’era il suo "straordinario rigore
morale", secondo
Tanjevic.
Il suo essere "esigente, ma anche profondamente umano", secondo Meneghin.
AZA NIKOLIC, I TONI DEL PROFESSORE
di
Flavio Suardi - basketville.it - n. 3 del 16/03/09
Siamo
come la mucca dell'Herzegovina, che dà tanto buon latte e poi dà un calcio
al secchio. Una frase che ha fatto epoca, quasi quanto "rigore è quando
arbitro fischia".
Aza
Nikolic, allenatore simbolo della Varese dei primi anni '70 se n'è andato 9
anni fa di questi tempi, il 12 marzo del 2000. Non basta ammirare il
palmares varesino di quegli anni per intuirne la grandezza: 3 scudetti,
altrettante Coppe dei Campioni e Coppe Italia, il tutto impreziosito da due
titoli intercontinentali. Arrivò a Varese da Padova, dove fece miracoli con
in campo Doug Moe. A portarlo in Lombardia una felice intuizione di
Adalberto Tedeschi, uno dei presidenti più vincenti della storia della
pallacanestro varesina, nonché marito di una delle figlie del Commendator
Borghi. Correva l'anno 1969 quando l'Ignis apriva ufficialmente l'era
Nikolic.
Classe 1924, Nikolic potè arricchire il proprio bagaglio tecnico grazie a
contaminazioni con la scuola americana. Non a caso uno dei suoi mentori fu
coach Adolph Rupp, storica guida della Kentucky University salita agli onori
delle cronache non solo per motivi strettamente legati all'incredibile serie
di successi di questo ateneo. Fu proprio contro Kentucky, infatti, che la
Texas Western di DOn Haskins /che il 13 marzo avrebbe compiuto 79 anni)
conquistò uno storico titolo Ncaa schierando in campo solo giocatori di
colore nel 1966. Proprio da Rupp, Nikolic ereditò la grande cultura del
lavoro, trasformata poi nei primi tentativi di introdurre anche nel nostro
paese il concetto di metodologia dell'allenamento, Il culto del lavoro era
il principio su cui si basavano le sue idee: triplicati gli allenamenti
rispetto al passato, campioni e giovani promettenti trattati allo stesso
modo e senza guardare in faccia a nessuno.
Tutto
questo, nonostante qualche dubbio di natura politica attorno al suo arrivo
("Chissenefrega se è un comunista, l'importante è che di faccia vincere",
disse il Commendator Borghi a chi lo voleva dissuadere dall'ingaggiarlo).
Nikolic guidò la Ignis ad una serie di vittorie incredibile anche dal punto
di vista numerico: 32 sconfitte in 243 presenze, pari all'86% di successi.
Il culmine arriva nella stagione 1972/73 con lo storico grande slam,
ottenuto con una squadra votata come la migliore di sempre nella storia
della pallacanestro italiana ed europea.
Tornato a Belgrado sulla panchinadella Stella Rossa, Nikolic non abbandonò
la sua ormai famosissima sigaretta sempre accesa, le sue frasi ad effetto
(ad un giocatore che aveva sbagliato un passaggio disse: "Non solo hai fatto
passaggio telefonato, ma hai anche cercato numero su rubrica") e i suoi
allenamenti estenuanti. Il suo rapporto con l'Italia continuò anche negli
anni successivi, ma senza quei grandi successi che avevano caratterizzato la
sua permanenza sulla panchina della Ignis. Due stagioni nella Fortitudo
targata Alco tra il 1974 e il 1976, quindi sull'altra sponda bolognese nella
stagione 1981/82 con la Sinudyne di Villalta, Bonamico e Rolle, conclusasi
con l'eliminazione in semifinale per opera della Scavolini Pesaro in gara3
(88-87). Passa alla guida della Carrera Venezia, che conduce alla salvezza
nel 1983, per subentrare poi a Pero Skansi sulla panchina di Pesaro l'anno
dopo. Le sue ultime apparizioni italiane risalgono alla stagione 1984/85,
quando guida per quindici gare (con tre sole vittorie) l'Australian Udine di
Dalipagic e Della Fiori fino a dicembre, prima di lasciare il posto a Nino
Cescutti.
La
grandezza di Nikolic si può intuire anche dai successi alla guida della
Nazionale Jugoslava, che allena dal 1951 al 1965. Vince il titolo mondiale
del 1968, che segue l'europeo dell'anno precedente, collezionando anche due
argenti e un bronzo. Entra nella Hall of Fame di Springfield nel 1998
assieme a Lenny Wilkens e Larry Bird. Una degna conclusione di carriera per
chi è universalmente riconosciuto come uno dei maggiori innovatori della
pallacanestro italiana ed europea.
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