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Rundo, Sacco (piegato), Beretta, Bertolotti, Albonico,
Neer, Zuccheri, Serafini,
Regno e Buzzavo minacciano ritorsioni contro il loro
"aguzzino"
Giorgio Moro si racconta a Virtuspedia
intervista raccolta da Roberto Cornacchia
Ero già allenatore della Virtus, sezione atletica, quando Porelli venne a chiedermi di prendermi cura del suo ultimo acquisto: Giorgio Buzzavo. Un ragazzone di
2 metri che, in
precedenza, non aveva mai fatto la benché minima attività sportiva ed era
letteralmente un pezzo di legno. Per un anno lavorammo più che altro sul
fisico tralasciando la pallacanestro. Alla fine della stagione
Buzzavo aveva compiuto dei progressi apparentemente miracolosi ma,
conoscendo le basi di partenza, non c'era nulla di eccezionale.
Porelli riuscì
poi a rivenderlo per 30 milioni (una discreta somma all'epoca) dopo averlo
pagato 3 milioni appena l'anno prima.
Fu così che entrai nelle sue grazie e mi chiese di
aggregarmi alla prima squadra per occuparmi della preparazione atletica in
aggiunta all'allenatore tecnico. Per quei tempi era un lusso per una squadra
il potersi avvalere di un preparatore specifico che curasse i giocatori solo
dal lato fisico.
Porelli, anche in questo, era all'avanguardia.
Fino ad allora la preparazione atletica non solo era poco
considerata, ma se ne occupava di solito il coach, assieme a tutto il resto.
Difatti il primo allenatore con quale dovetti confrontarmi,
Nello Paratore che aveva appena terminato la sua esperienza come Citì
della Nazionale, non la pensava diversamente dalla maggior parte dei suoi
colleghi. La stagione cominciò con il ritiro all'Hotel Zanarini di Riccione
a ferragosto. Pensai: "...alla faccia della preparazione atletica in
località in altura dove l'aria fresca e secca favoriscono l'esercizio e il
seguente riposo (oltre ad offrire meno "distrazioni" di altro genere)…". Ma
in realtà, anche questa fu una trovata geniale dell'Avv. Porelli che volle
creare attenzione attorno alla squadra per reperire quegli “sponsor
silenziosi” che sostenessero la squadra che per tutto l'anno giocò con le
magliette bianche e la sola Vu nera sul petto.
Paratore, poco dopo l'inizio delle mie sedute giornaliere,
regolarmente mi interrompeva e cominciava a lavorare con la palla, di fatto
impedendomi di portare avanti il lavoro che ero stato chiamato a svolgere.
Inoltre, questo comportamento di fatto mi esautorava agli occhi dei
giocatori, i quali ovviamente erano sempre i primi a voler scansare i miei
faticosi esercizi. Come era mia abitudine, redigevo relazioni settimanali
sul lavoro che facevo e ma anche su quello che avrei dovuto svolgere:
praticamente documentavo la mia impossibilità ad attuare un lavoro serio e
redditizio. Non volendo tramare alcunché alle spalle del coach ma volendo
comunque tutelare la mia professionalità, dissi chiaramente a
Paratore quello che stavo facendo e gli chiesi dove mettere le mie
relazioni. "Mettile in quel cassetto lì" fu la sua indicazione distratta.
Qualche tempo dopo, a seguito di uno scorcio di stagione in cui a primi
tempi discreti erano spesso seguiti delle riprese in cui la squadra, in
chiaro debito d'ossigeno, veniva rimontata e spesso sopravanzata,
Porelli mi convocò. Non potei che raccontare quanto stava
succedendo e indicargli, dietro sua perentoria richiesta, in quale cassetto
erano custodite quelle relazioni. Da lì a breve
Porelli esonerò
Paratore sostituendolo col binomio di assistenti costituito da
Renzo Ranuzzi e Mario De Sisti. La prima volta che incontrai
Paratore dopo quei fatti, la sua ovvia domanda fu: "Ma che ca**o
hai scritto in quelle relazioni?"
In seguito a questo e ad altri episodi analoghi,
Porelli mi rinfacciò spesso di essere stato il responsabile del
licenziamento di tanti allenatori, ma so anche che l'Avvocato sfruttava
questa arma per impedirmi di chiedere aumenti di stipendio. "Dovresti essere
tu a pagarmi - splendido come sempre l'Avvocato - grazie a questo incarico
alla Virtus ti stai facendo un nome e chissà quanto potrai scucire in
futuro...". Non era certo il misero rimborso spese che mi elargiva la
pallacanestro che mi dava da vivere: insegnavo Educazione Fisica in un
Istituto Tecnico ed ero docente di Atletica Leggera all'ISEF di Bologna. I
pochi soldi che mi procurava il basket venivano compensati dalla
soddisfazione personale di far parte di un grosso club professionistico e
dal partecipare alle trasferte, sia nazionali che internazionali, che
esercitavano su di me una grande attrattiva. Ovviamente le trasferte
aiutarono molto a cementare i rapporti con gli atleti, aspetto che ritengo
imprescindibile per chi riveste il mio ruolo: essendo quello che più li
faceva faticare, era necessario bilanciare la cosa instaurando dei buoni
rapporti quando non proprio amicizia vera e propria. Ricordo ancora con
piacere le accanite partite a carte durante i lunghi spostamenti così come
le divertenti uscite notturne, specie all'estero, quasi mai autorizzate dal
severo Avvocato.
Il ragazzo biondo alle mie spalle nella foto sopra è lo
sfortunato Mike Neer, un americano in prova. Oltre a non essere un fulmine
di guerra in campo, non era nemmeno dotato di un carattere particolarmente
forte e finiva regolarmente col diventare il bersaglio degli scherzi dei
compagni. Più di una volta fu vittima del famigerato juke-box, uno
scherzaccio di stampo militaresco durante il quale il povero Mike veniva
chiuso, nudo come un verme, dentro ad un armadietto e costretto a cantare,
previo bombardamento di diverse monete da cento lire che rappresentavano i
gettoni per farlo funzionare. Dopo non molto venne rispedito al suo paese e
si vide pertanto costretto a rispondere alla chiamata di leva per il Vietnam
dove, dimostrandosi ancora una volta non baciato dalla sorte, cadde dopo
pochi mesi.
Dopo
Paratore fu il momento del Prof. Tracuzzi, che già aveva lavorato in Virtus in una lunga e vincente
parentesi di 6 stagioni nella seconda metà degli anni '50.
A differenza del suo predecessore,
Tracuzzi non
era certo uno sprovveduto dal punto di vista della preparazione atletica.
Diplomato all'ISEF e grandissimo conoscitore del gioco, sapevo che, con lui,
non avrei dovuto combattere per fargli accettare certi concetti di
preparazione. I problemi con lui furono di altro genere.
Tracuzzi aveva
una fortissima personalità e mal sopportava il mio affiatamento con i
ragazzi che lui non riusciva ad eguagliare. Più di una volta cercò di
inserirsi nei quartetti in cui si giocava a peppa (un gioco a carte) durante
le trasferte ma Gigione Serafini, Gianni Bertolotti e Renato Albonico con me ormai facevano quartetto fisso e non rimaneva
posto per lui. Col passare del tempo questa situazione logorò il nostro
rapporto al punto che mi accorsi di essere sempre più spesso vittima di
"errori di comunicazione": più di una volta mi presentai all'allenamento
all'orario che mi era stato indicato, solo per scoprire che ormai era la
seduta era quasi terminata. Di nuovo dovetti riferire all'Avvocato quanto
stava accadendo e non escludo che tra i motivi che, dopo poco più di una
stagione, portarono alla chiusura della seconda avventura virtussina del
coach siciliano, ci fosse anche questo.
Un altro sul quale l'Avvocato mi diede mandato di lavorare
fu
Serafini.
Porelli, amante delle scommesse, mi provocò: "Quanto credi di
riuscire a far migliorare
Serafini? Che risultati riuscirebbe a raggiungere dopo il tuo
lavoro?". Io, forse un po' troppo ottimisticamente, promisi 12"90 sui cento
metri (su una base di partenza di 17"), almeno m. 1,70 nel salto in alto
(inciampava nelle sue lunghe leve già sul m. 1,10) e non ricordo più quale
distanza nel lancio del peso. Venne il momento di controllare l'esito del
mio operato e non mi sentivo più così ottimista come quando accettai la
scommessa: se 210
centimetri per giocare a basket sono molto utili, per fare atletica
sono un disastro. L'unica specialità che non dava preoccupazione era il
lancio del peso. Gigione non era certo sprovvisto di forza fisica e questa,
unita ad una maggior altezza dalla quale veniva scagliato l'attrezzo, gli
permise di superare la previsione in scioltezza. Meno facile era mantenere
il pronostico sui cento metri. Nelle prove dei giorni precedenti Gigi non
era mai riuscito a stare sotto ai 13" sui quali mi ero impegnato. Speravo di
potermela giocare barando col cronometro ma l'Avvocato, tutt'altro che
sprovveduto, me lo rubò dalle mani e andò a piazzarsi sulla linea d'arrivo,
dicendomi di dare il via che il tempo l'avrebbe preso lui. Ebbene,
l'ammetto: barai spudoratamente. Poiché l'Avvocato stava fermo sulla linea
d'arrivo non era in grado di vedere l'esatto punto in cui Gigi sarebbe
scattato. E i metri che Gigi percorse quella volta erano sicuramente meno di
90... Fece 12"70!
Anche il salto in alto presentava delle incertezze: le
lunghe leve di Gigi erano controbilanciate dal peso e dall'ovvia mancanza di
agilità di un uomo della sua statura. Anche in questo caso ricorsi ad un
piccolo inganno. I "ritti" dell'asticella della pedana del salto in alto al
campo della Virtus partivano con una misurazione a
100 cm quando, in realtà,
per la ruggine, ne erano stati segati 10 cm. Quando gli atleti dovevano
allenarsi su una misura specifica sapevano tutti che avrebbero dovuto
tenersi 10 cm più alti rispetto alla misura resa dall'asticella ma in quel
caso mi guardai bene dal comunicarlo all'Avvocato. E anche questa prova
venne superata con successo.
Una sera, dopo una partita di Coppa a Linz in Austria, io,
il massaggiatore Facchini e
Bertolotti ci lasciamo convincere dal Conte Montebugnoli, un
consigliere/finanziatore della società che talvolta ci seguiva in trasferta
con la sua auto, a fare una scappatella nei night di Vienna che distava
150 km. Avrebbe
voluto unirsi alla comitiva anche il Colonnello Scirocchini, un altro
dirigente/interprete che si univa alle trasferte millantando la conoscenza
di una decina di lingue sistematicamente smentita dai fatti, ma essendo un
rompiscatole lo lasciammo in albergo adducendo come scusa il numero dei
posti auto. Tornammo che era già mattino e di fronte agli altri fingemmo di
esserci appena svegliati come loro. Ma il Colonnello, risentito per
l'esclusione, riportò tutto a
Porelli. Il
giorno seguente io non dovevo andare in palestra, a differenza di Facchini.
Mi telefonò per dirmi di prepararmi perché l'Avvocato sapeva tutto e che gli
aveva dato una pesantissima lavata di testa. Allora mi presentai
all'allenamento l giorno successivo con una grossa fasciatura in testa e
un'andatura claudicante. Nel vedermi così conciato l'Avvocato non poté
esimersi dal chiedermi, come prima cosa, che mi fosse capitato per essere
ridotto in quello stato. "Qualcuno deve aver fatto una soffiata a mia moglie
a proposito della notte brava a Vienna. Lei si è imbestialita e mi ha rotto
un piatto in testa. Credo che al Pronto Soccorso mi abbiano dato una dozzina
di punti...".
Porelli non
poté fare a meno di scoppiare a ridere e allora seppi di averla fatta
franca. Mi tolsi la fasciatura e ammisi l'invenzione. L'Avvocato continuò a
ridersela. Ero riuscito a rompere il ghiaccio e a farla franca.
Tutto sembrò finire il giorno in cui l'Avvocato, in preda
ad una delle sue consuete ricerche di spese da tagliare, mi disse: "Ogni
trasferta mi costi 300mila lire tra alberghi e pasti. Quest'anno abbiamo 10
trasferte di Coppa e lasciandoti a casa risparmio 3 milioni". Questo a
contratto già firmato. Protestai dicendo: "Avvocato non mi sembra corretto,
io già guadagno poco ed ho firmato a quella cifra solo perché mettevo in
conto la possibilità di viaggiare un po' all'estero sfruttando le trasferte
della squadra". "Dai dello scorretto a me? - fu la piccata replica di
Porelli - Sai cosa ti dico? In questa società, tra noi due, uno è di troppo
e io non sono. Presentati domani mattina da me in ufficio". "Ho capito,
avvocato, allora sono io!" risposi. Mi pagò solo 3 mensilità invece delle 12
pattuite adducendo il concorso di colpa nell'interruzione del rapporto. "E
se non ti va bene, fammi causa" fu la sua ultima frase. Misi l'assegno nel
taschino e me ne andai.
Essendo proprio all'inizio della preparazione atletica,
dopo qualche tempo Ettore Zuccheri (anche lui insegnante di Educazione Fisica) mi telefonò
disperato chiedendomi aiuto per quel compito che, secondo
Porelli, qualcuno avrebbe dovuto curare al mio posto. Ovviamente
dissi: "Ettore, non è per te, ma capirai, sono stato licenziato in tronco
senza ragioni valide e adesso dovrei anche venirvi in aiuto?”
Poco tempo dopo venni invitato da
Buzzavo al suo matrimonio e, non facendo più parte della Virtus,
ero in un tavolo diverso da quello della squadra. Ad un certo punto la
moglie di Porelli mi salutò con un sorriso e per caso incrociai gli occhi
dell'Avvocato che mi chiamò al suo tavolo: "Allora, Moro, hai finito di
rompere i co***oni?" fu il suo burbero approccio. Il caso volle che avessi
ancora con me quell'assegno che, per non so quale motivo, non ero mai andato
ad incassare. Glie lo mostrai e chiesi: "Cosa devo fare? Lo straccio?".
Porelli sorrise, io strappai l'assegno e tornai di nuovo a far
parte della famiglia Virtus.
Il meglio di tutti era
Dan Peterson, un autentico vulcano di idee e grandissimo motivatore.
Considero un privilegio il fatto di aver potuto lavorare al suo fianco per
così tanto tempo.
Indimenticabili i cartelli che scriveva di suo pugno e che
faceva affiggere all'interno della porta degli spogliatoi. Molto semplici e
inequivocabili, non venivano mai citati dall'autore né durante gli
allenamenti né prima della gara. Ma quando Dan, prima di una partita,
parlava negli spogliatoi per spronare i giocatori, dietro alla sua piccola
figura tutti potevano leggere il messaggio del momento e quando scendevano
in campo era infervorati dalle sue parole e focalizzati sull'obiettivo da
raggiungere scritto, in maniera lapidaria, sui suoi cartelli.
Fuori dal campo Dan era ugualmente interessante. Quando
portava con sé la chitarra e si metteva a cantare le sue melodie country,
qualsiasi cosa stesse succedendo, tutti si fermavano ad ascoltarlo
incantati. Era un ottimo cantante e una persona gioviale.
Il suo unico difetto era l'ansia che lo attanagliava per
ogni gara, indipendentemente dal fatto che fosse una proibitiva trasferta
europea o una partita interna contro l'ultima in classifica. La notte
precedente e quella successiva Dan non riusciva a prendere sonno e, quel che
è peggio, non lo lasciava prendere a chiunque avesse la sventura di
condividere la stanza con lui. Passava e ripassava ad alta voce tutti i suoi
dubbi e, dopo la gara, anche dopo una vittoria con largo margine, si
interrogava se quanto aveva fatto fosse giusto e su cosa avrebbe dovuto fare
di diverso.
Questa ansia la soffriva anche durante la gara (come
confermatomi anche da altri - ndb65), cosa che forse a molti sfuggiva. In
panchina Dan era sempre quello più vicino al tavolo, a suo fianco John
McMillen e poi io che facevo lo score della gara, su moduli appositi che mi
aveva insegnato John a compilare.
Dan seguiva la partita come in trance e quello che in
realtà aveva la freddezza per individuare le criticità sulle quali
intervenire era sempre McMillen. Gli bisbigliava in un orecchio quello che
secondo lui andava ritoccato dopodiché Dan chiamava time-out e spiegava
impeccabilmente, con l'innata capacità di sintesi che gli è propria, il da
farsi: quello che fuoriusciva dalle sue labbra durante i time-out si
rivelava spesso così azzeccato e ben spiegato da aumentare la considerazione
nei suoi confronti da parte degli atleti.
Una volta l'Avvocato se ne uscì con un'altra delle sue idee
e assunse in organico anche un dietologo. Gli fece studiare la conformazione
fisica di ogni giocatore e questi approntò per ognuno un peso-forma ideale.
Il problema maggiore fu con
Driscoll, che faceva fatica a rientrare in quel peso. E quando sforava
al controllo, effettuato ad ogni allenamento, la "punizione" stabilita
dall'Avvocato era sempre la medesima: 15 giri di corsa dell'ultimo anello
del Palasport di Piazza Azzarita. Dopo un po' si verificò quello che temevo:
Driscoll, per evitare quel martirio, cominciò a saltare i pasti,
cosa tutt'altro che benefica da un punto di vista atletico, soprattutto nel
periodo di preparazione. Non fu per niente facile far capire all'Avvocato di
lasciarmi fare il mio lavoro senza ingerenze.
Tra i personaggi più particolari con i quali ho avuto a che
fare c'è sicuramente Dado Lombardi, dotato di un talento enorme eguagliato solo dal suo
smisurato ego. In quei tempi in allenamento si era trovata una nuova idea
per sfruttare l'incredibile elevazione di Pellanera (vero nomen omen - ndb56). Dado, che aveva mani
vellutate per tirare come per passare, lanciava la palla all'altezza del
ferro e
Pellanera la schiacciava al volo. Praticamente altro non era che un
adesso comune alley-hoop una cosa che, a metà degli anni '60, vi
garantisco che non si era mai vista. Venne provato qualche volta anche in
partita e quelle volte che andava a segno immancabilmente piovevano
scroscianti applausi. Poi, un giorno Dado capì che gli applausi, più che al
suo bel passaggio, erano indirizzati allo strepitoso gesto atletico di
Pellanera, poco più alto di m 1,90. Com'è come non è, da quel giorno
i passaggi di Dado furono sempre un pelo troppo alti o un pelo troppo bassi,
un pelo troppo in anticipo un pelo troppo in ritardo per sfociare una
schiacciata di
Pellanera. Ah, il Dado...
La rottura definitiva con
la Virtus si verificò a
soli tre mesi dalla prima. Il rapporto fra me e l'Avvocato era ormai
compromesso, dopo quasi 10 anni di convivenza. La squadra vinse due partite
in fila (Simmenthal in casa e Sapori Siena in trasferta) dopo un inizio
piuttosto stentato. Nel sottopassaggio del palazzo di Siena Porelli mi
disse: "Abbiamo preso un brodino, le cose cominciano a girare nel verso
giusto!" ma la mia replica smorzò il suo entusiasmo: "Beh, insomma, non
tutte!". "Cosa significa? Presentati domani nel mio ufficio!". Descrissi
tutte le cose che, a mio parere, non stavano funzionando a dovere: la
faccenda del peso di Driscoll, la prepotenza di certi buttafuori della
società da lui spalleggiati (uno di costoro aveva tirato un pugno in faccia
al massaggiatore prima di una partita) e la non dimenticata scorrettezza
iniziale nei miei confronti. Fu così che, con mia sorpresa, quel
padre-padrone interruppe il nostro lungo e oramai logoro rapporto.
Dopo la fine dell'avventura in Virtus, a Dado, ormai
diventato allenatore, venne assegnata la panchina di Forlì. Mi telefonò e mi
disse: "Non conosco nessuno qua. Avresti voglia di venire a darmi una
mano?". Fui ben lieto di accettare il suo invito, se non altro per
contraddire
Porelli che, al momento del mio secondo e definitivo
licenziamento, mi aveva detto che non avrei mai più lavorato nel mondo del
basket. Cosa che invece avvenne, per maggior scorno proprio in compagnia di
Lombardi che aveva cacciato dalla Virtus qualche anno prima.
Ma Dado non legò con l'ambiente romagnolo, in particolare
con l'idolo locale, l'americano Mitchell e venne esonerato a metà
campionato. Quando lo seppi lo chiamai e gli dissi che, visto che avevo
avuto il lavoro grazie a lui, assieme a lui me ne sarei andato. Ma Dado mi
rispose: "No, no, ufficialmente non sono stato esonerato, ma sono io che mi
sono dimesso per motivi di salute. Se ti dimetti anche tu si scopre subito
che è una balla". E così rimasi a Forlì per altre sei stagioni ancora. In
seguito ci furono due "vergognose" annate in Fortitudo dove, almeno, non
feci danni perché alla promozione del primo anno seguì una retrocessione e
lasciai la
Fortitudo nella serie in cui l'avevo trovata.
Nonostante la brusca uscita dalla Virtus basket,
Porelli che in anni precedenti era stato presidente della Virtus
tennis, telefonò agli allora dirigenti e disse: "Ho licenziato Moro per
ragioni personali, però è bravo. Prendetelo voi!". E fu così che diventai
preparatore atletico di Raffaella Reggi e Omar Camporese.
stasera a spalato la sinudyne di cantu'?
da
Stadio - 12/02/1975
...
Bologna - Roma, Roma - Zagabria, Zagabria - Spalato: tappe di una lunga
attesa, riempita in qualche modo a seconda dei vari hobbie: Antonelli ha scattato una sventagliata di
fotografie, ritraendo anche soggetti che in altre condizioni gli sarebbero
apparsi insignificanti; Serafini, Albonico,
Bertolotti e Moro si sono esibiti in poderosi "tressette", al termine
dei quali il preparatore atletico ha letteralmente spennato i tre giocatori.
"Ma è la prima volta e sarà anche l'ultima" ha sentenziato Serafini facendo capire, in maniera tutta
emiliana (una maniera difficilmente raccontabile sui giornali) che ha vinto
il giocatore più fortunato...
...

Driscoll regge in braccio il figlio del prof. Moro
LA NORDA CONFERMA VITTORIO TRACUZZI
di P.F. - Il Resto del Carlino - 03/08/1971
Vittorio Tracuzzi allenerà la
Norda anche nel prossimo campionato. Ogni "voce" diffusa nei giorni scorsi
su un presunto allontanamento del tecnico bolognese si è quindi rivelata
priva di fondamento, alla luce della riunione che il Consiglio direttivo
della Norda ha tenuto ieri sera. Una riunione di breve durata. Il Consiglio
ha deciso pressoché compatto la conferma di
Tracuzzi, con il quale deve soltanto essere definito l'aspetto
economico.
L'Avv. Gianluigi Porelli,
commentando la decisione della Norda, ha detto: "Tecnicamente lo si è
ritenuto l'elemento più adatto per una squadra come la nostra, che può
essere vista solo in funzione di risultati non immediati". Porelli ha
sottolineato in proposito che la Norda è di gran lunga la squadra più
giovane della massima serie, con una media di 21 anni per giocatore! La
conferma di Tracuzzi testimonia dei consensi
che la sua opera ha raccolto l'anno scorso, al di là delle pecche che a
volte gli si sono dovute imputare, specie sotto il profilo della conduzione
delle partite. Problema importante sarà anche quello della preparazione
atletica, che Tracuzzi non ha saputo curare
efficacemente l'anno scorso, creando per di più le premesse di gravi
contrasti con l'istruttore atletico Prof. Moro. Quest'ultimo - che al
contrario aveva saputo impostare un efficiente programma, peraltro mai
attuato per i contrasti con Tracuzzi - pare in
procinto di abbandonare la società.
Dei giocatori, Rundo abbandonerà
l'attività, per portare a termine gli studi.
Zuccheri, lasciato libero, forse fungerà da allenatore delle squadre
minori.
ALLA NORDA ESONERATO TRACUZZI
di
Silvano Stella - La Gazzetta dello Sport - 17/11/1971
Esonerato Tracuzzi. La panchina di coach Tracuzzi è saltata alla 5a giornata di
campionato. é il primo
allenatore di questa stagione, a fare le valigie. Diciamo improvvisamente ma
non inaspettatamente: il presentimento in un certo senso era nell'aria. Il
verdetto di ? è scaturito questa mattina nella sede di Via Scolari, al
termine di una vivace e animata riunione del Consiglio Direttivo della
società bianconera. Il laconico comunicato ufficiale è stato però diramato
soltanto in serata.
"Nel corso della riunione del consiglio direttivo della pallacanestro Norda
- dice il documento - è stato deliberato l'esonero immediato del professor Vittorio Tracuzzi dall'incarico di allenatore
della squadra. La stessa a partire da domani sarà guidata dall'allenatore
delle formazioni giovanili professor Ettore
Zuccheri, mentre la società si riserva ogni possibile soluzione".
Andiamo alla ricerca delle cause che hanno determinato l'esonero di Tracuzzi. Secondo l'opinione della società, il
momento delicato della squadra richiedeva una netta decisa sterzata al
vertice tecnico. La sconfitta di Venezia, e ancor più il grave passivo, ha
gettato lo sconforto in tutto l'ambiente virtussino. Ma l'episodio in sé non
è stato che la classica goccia che ha fatto traboccare il bicchiere. A monte
esisteva già una situazione precaria, rapporti esasperati e una situazione
essenzialmente tecnica per niente soddisfacente.
La
società, inoltre, accusa Tracuzzi di mancata
collaborazione coi preparatori atletici. Lo scorso anno avrebbe dovuto
collaborare con il professor Moro il quale, ad un certo punto, fu però messo
in condizione di rinunciare all'incarico. All'inizio di questa stagione si
sarebbe espresso favorevolmente per affidare la squadra ad un nuovo
preparatore e lui stesso avrebbe segnalato due nominativi uno dei quali
quello del professor Garulli.
Tracuzzi e Garulli, entrambi autonomi nei
campi specifici, dapprima hanno collaborato in tandem con ottimi risultati
presentando al torneo di Borgotaro una squadra già sufficientemente
registrata, ma successivamente non si sarebbero trovati più d'accordo sui
programmi di allenamento. Da qui sono nati dissapori e polemiche che hanno
coinvolto un po' tutti compresi i giocatori che si sarebbero lamentati
dell'eccessiva preparazione atletica a discapito di quella tecnica. A questo
proposito, tuttavia, la società assicura che di fronte alle 7-8 ore
settimanali di preparazione si avevano non più di due ore e mezza di
preparazione atletica.
Dopo la partita di Venezia, Tracuzzi è
rientrato a Bologna soltanto questa sera. La notizia del "siluramento" gli è
stata comunicata dal presidente Gandolfi alla
palestra "Marconi", sede d'allenamento della squadra. Zuccheri oggi si trovava a Roma per gli esami
di stato e soltanto domani assumerà la guida della compagine. Il suo
incarico è soltanto provvisorio, ma stando ad alcune fonti potrebbe
diventare definitivo. Alle prime armi come tecnico, Zuccheri ha infatti
destato favorevoli impressioni per l'ottimo lavoro svolto nel settore
giovanile.
Ora non si escludono provvedimenti anche a carico di taluni giocatori che
avrebbero criticato i sistemi di preparazione attuati dal professor Garulli.
In ogni caso la situazione interna permane piuttosto critica finché la
società non riuscirà a ristabilire un dialogo tra i giocatori ed il
preparatore atletico.
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