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Ettore Messina
nato a: Catania
il: 30/09/59
Stagioni alla Virtus:
1989/90 - 1990/91 -
1991/92 - 1992/93 - 1997/98 -
1998/99 - 1999/00 -
2000/01 - 2001/02
statistiche individuali
palmares individuale in Virtus: 3 scudetti, 3
Coppe Italia, 2 Euroleague, 1 Coppa delle Coppe
biografia su wikipedia
Intervista di Virtuspedia
ad Ettore Messina
di
Roberto Cornacchia –
11/09/2008
In una delle tue prime interviste, ho letto
che “ti sei innamorato di Bucci, che hai stimato Gamba, che hai litigato con Cosic e hai tradotto Hill”.
“A Bucci
sono particolarmente affezionato:
mi trasmise l’importanza dell’attenzione alle relazioni interne coi
giocatori e il tenere unita la squadra nei momenti difficili. A Gamba sono invece
debitore del metodo: l'organizzazione,
i calendari e la cura dei dettagli. Per quanto
attiene Cosic, devo ammettere di non essere
stato pronto per capire appieno il suo genio. Non aveva metodo, era molto
estemporaneo ed era difficile lavorare in questa maniera, con quello che a
me pareva pressappochismo. Invece alcuni dei concetti che cercò di
trasmettere li compresi appieno solo nel prosieguo della mia carriera: fu
lui, ad esempio, il primo a dirmi che il gioco era comandato dalle guardie e
non dai centri, come allora era convinzione comune.
Hill dovetti
tradurlo, ma non solo dalla lingua americana a quella italiana: dovetti
anche e soprattutto cercare di tradurre le sue intenzioni in maniera
adeguata alla pallacanestro europea, allora come oggi piuttosto differente
da quella praticata negli Stati Uniti”.
Come fu, da allenatore piuttosto giovane,
gestire una star particolare come Sugar?
“Giocatore di altissimo livello, non sta
certo a me dirlo. Dotato di elevatissimo spirito competitivo che ogni tanto
lo portava ad andare fuori dalle righe. Il primo anno
strafaceva, forse perché soffriva un po’ la concorrenza interna di veterani
e leader riconosciuti come Villalta e Bonamico: molti dei suoi sforzi furono
indirizzati nello stabilire un certo tipo di gerarchie. L’anno seguente, con
la partenza dei due italiani di maggior peso, sentì quella sicurezza che non
avvertiva l’anno precedente e questo migliorò molto il suo approccio alla
gara e agli allenamenti. Da allora parve anche divertirsi molto e fu sempre
molto partecipe. Aiutò molto anche il fatto di aver compreso che, in Europa,
un giocatore viene valutato anche e soprattutto per i risultati raggiunti
dalla sua squadra piuttosto che dalle statistiche o dalle prestazioni
individuali. Inoltre, a Sugar e Brunamonti devo il fatto di avermi accettato
come head coach: se avessero deciso di remarmi contro, io, all’epoca poco meno
che trentenne, non sarei durato molto… Ricordo con
enorme piacere i suoi attestati di stima, alcuni espressi anche molti anni
dopo il nostro rapporto professionale”.
Anche in quanto a presidenti, hai avuto spesso
a che fare con personaggi tutt’altro che facili.
“Porelli per
me è stato quasi come un padre, non solo per la differenza anagrafica, ma
proprio per avermi dato questa la magnifica
opportunità dapprima di entrare in Virtus e poi di allenarne la prima squadra. Persona dal carattere
brusco ma di carisma e leadership innate, è stato per anni il personaggio
più importante della pallacanestro italiana. Da lui
ho capito cosa significa farsi ascoltare: perché quando Porelli parlava,
simpatico o meno che fosse, tutti lo ascoltavano. Purtroppo
con Gualandi e Francia ho avuto troppo
poco tempo per farmi un’idea precisa. In seguito venne Cazzola, che per leadership e capacità di
portare avanti progetti anche molto impegnativi non era
inferiore all'Avvocato. Anche lui, come Porelli, è persona dalla cultura
che spazia a 360° e in grado di affrontare qualsiasi
argomento: quando si andava fuori a cena, praticamente stavo zitto ad
ascoltarlo, come facevo in precedenza in presenza dell’Avvocato.
Madrigali invece devo dire che, ancora
oggi, rimane per me un mistero. Certi suoi comportamenti mi risultano tutt’ora
incomprensibili anche se gli devo riconoscere di aver investito tantissimo e
di avermi regalato una grandissima squadra”.
Ci sono squadre che ritieni più “tue” di
altre?
“No, le squadre sono tutte “tue”, anche
quelle che non sono passate alla storia per le vittorie. A pensarci bene, ci
fu invece una formazione che mi lasciò un po’ di amaro in bocca, fu la
Virtus della stagione '99/'00.
Non ci fu una bella amalgama tra i giocatori, era una squadra triste,
attenzione non “trista”, priva di quella “scintilla” che ti
dà la gioia di andare in palestra".
È risaputo che il tuo parere è
ed è sempre stato importante nella costruzione della squadra.
“Perché sempre di più è importante comprare
dei giocatori forti che allenarli bene”. (e qui
Messina pecca di modestia, come conferma
Crippa che alla stessa
domanda risponde: “comprare dei giocatori forti
non è sempre impresa ardua, è farli giocare come li fa giocare Ettore che è
molto più difficile”).
Quindi si può dire che sei stato sempre anche
il GM delle tue squadre?
“Non sarebbe corretto. Innanzitutto ho
avuto la fortuna di collaborare con dei proprietari coi quali avevo spesso
identità di vedute e dove non c’è mai stato un reale bisogno di figure
intermedie. C’è stato un periodo in cui questo ruolo in Virtus lo ricopriva Brunamonti e,
comunque, nemmeno in quel caso ci sono stati problemi”.
Leggevo nel tuo blog dell’importanza del
colloquio al quale sottoponi i giocatori che ti interessano.
“Per quello che riguarda gli aspetti
tecnici, è difficile che un giocatore a cui siamo interessati sia uno
sconosciuto e di lui non si conoscano a fondo le caratteristiche tecniche,
avendo noi, come le nostre concorrenti, dei reparti di scouting che si
dedicano esclusivamente a questo. Ma ormai ho sviluppato una particolare
attenzione per gli aspetti extra-tecnici nei giocatori di cui vagliamo
l’eventuale ingaggio. È per questo che cerco di capire non solo se ho
davanti a me un bravo ragazzo, ma anche e soprattutto come concepisce la
pallacanestro e il suo ruolo all’interno di una squadra che, ambendo ai
massimi traguardi continentali, non può non essere molto competitiva,
allenamenti compresi”.
Questo mi pare ti porti
a preferire sempre maggiormente giocatori di formazione cestistica europea a
quelli di formazione statunitense.
“è
indubbio. Il che non significa che non ci siano giocatori di formazione
cestistica statunitense che apprezzo moltissimo, come ad esempio Trajan
Langdon. Ma la maniera di concepire il basket è oggettivamente diversa e i
20/30 giocatori europei top ai quali possiamo ambire
sono molto spesso già sulla lunghezza d’onda giusta mentre quelli
statunitensi alla nostra portata non sempre hanno avuto una formazione
completa in questo senso. Mi rifaccio di nuovo
all’esempio di Langdon, uno che ha completato l’intero quadrienno presso un’università importante come Duke
e con
la quale era stato finalista NCAA: non è un curriculum
così comune”.
Cosa pensi dell’immenso
materiale umano disponibile in Russia?
“I giocatori russi ha una
grande etica del lavoro ma pagano un retaggio, anche culturale e non
solo tecnico, che li porta ad evitare la possibilità
di commettere un errore e le responsabilità che questo comporta. Questo è
vero in particolar modo per gli atleti dai 27/28 anni e oltre. Nei giovani
invece questo approccio si riscontra molto più di rado”.
Quali atleti che non hai allenato avresti
avuto piacere di avere nelle tue squadre?
“Più che dagli aspetti tecnici-atletici, io
sono rimasto particolarmente colpito dalla disponibilità, dalla cultura e
dall’apertura mentale di alcuni grandi del passato. In primis Cosic, che ribadisco avermi insegnato molto e
che non riesco a pensare quali altri aspetti del gioco avrebbe potuto farmi
comprendere meglio se avessimo avuto una frequentazione più duratura.
Ricordo con ammirazione anche Terry
Driscoll: persona di grande cultura che però sapeva essere duro e
determinato come pochi. Infine il grande
Jim McMillian, che ebbi il piacere di avvicinare durante una trasferta
negli Stati Uniti assieme alla Nazionale Under18: una persona veramente
squisita, oltre ad un giocatore di altissimo livello”.
Fra i campioni di oggi,
non c’è nessuno che ti ispira la curiosità di allenarlo?
“Mah, ce ne sono tanti di atleti di valore,
ma se proprio dovessi sceglierne uno mi piacerebbe avere in squadra uno come
Diamantidis, un giocatore che antepone sempre
l'interesse collettivo a quello individuale”.
Ancora una volta Mike Brown,
coach dei Cleveland Cavaliers di LeBron James,
è venuto a seguire il tuo lavoro per alcune settimane.
“è
partito proprio stamattina. Anche lui una persona veramente piacevole col
quale mi confronto sempre molto volentieri. Per quanto riguarda il
riuscire ad applicare in ambito NBA il tipo di basket
che si pratica dalle nostre parti, lui ne parla in maniera soddisfatta. Dice
che i giocatori ascoltano con interesse le cose che cerca di
inculcare loro e che comincia a vedere realizzate alcuni
dei concetti che sta provando ad insegnare”.
Da questo ad un tuo eventuale approdo in NBA
parrebbe esserci veramente poco…
“E invece no, credo proprio che sia
impossibile che mi vediate in futuro su una panchina NBA. Anche perché
bisognerebbe fare quel periodo di apprendistato che ha fatto D’Antoni oppure Bob Hill prima di lui. E so che sarei un pessimo
assistente…”.
Cosa c’è
allora nel tuo futuro?
“Ancora qualche anno da allenatore in una
società europea e poi penso di ritirarmi”.
Messina è da molti
considerato uno dei migliori (se non il migliore) allenatore in Europa. Il
suo genio tattico è rinomato e sa contrattaccare molto bene la maggior parte
dei giochi avversari. Probabilmente è migliore della maggior parte degli
allenatori della NBA.
tradotto
dal sito dell’Euroleague
'MA QUEL BIANCHINI MI SEMBRA RE SOLE'
Di Walter Fuochi – La
Repubblica – 15/09/1989
Il numero uno dei numeri
due, come lo chiamava
Dan Peterson, si è finalmente messo in proprio, e domenica 24, quando
partirà il campionato dei canestri, sarà uno dei maghi più attesi. C'era il
rischio di vederlo invecchiare da secondo: tanti primi gli erano già passati
accanto (Bucci,
Gamba,
Cosic,
Hill) e tante offerte aveva lasciato cadere. L'ultima, davvero grossa,
dall'Enichem, pochi giorni dopo aver perso lo scudetto per mezzo secondo.
Adesso, finalmente, Ettore Messina, siculo-veneto-bolognese di 30 anni,
laureato in economia e commercio, si butta. Sul solco dei Sacco, Marcelletti,
Casalini: promossi capi, prima di lui, a Pesaro, Caserta, Milano; accanto a
Scariolo, che avrà la panchina della Scavolini dopo
Bianchini. Promuovere vice-allenatori è una moda da grande club. O forse
neanche una moda: se è una qualità conoscere ogni angolo e spigolo di un
gruppo di primedonne, respirare quell'aria fin da apprendisti stregoni offre
una carta in più. Dodici coach cambiati in altrettante stagioni. Un biennio
come vita massima su una panchina nobile e turbolenta. Messina ha contato
tutto. E conosce Bologna: dall'83, il tempo non gli è mancato. La città
parte sempre per vincere, e magari neppure s'è accorta che, ultimamente,
stava vincendo pochissimo. Ma sì, con tutte le sue bretelle e le partite
vinte d'un punto, coi suoi capelli in piega e le birrette del dopo-gara,
Bob Hill, che poi è scappato tenendosi anche 10.000 dollari del prossimo
stipendio, una cosa l'aveva combinata: rivincere a Bologna uno straccio di
qualcosa. Coppa Italia, d'accordo, niente di stellare, ma pur sempre una
notte d'allegria, un titolo da portare in giro, quest'anno, in Europa.
Messina viene dopo
Hill. Cadendo
quasi dal letto, una notte d'agosto in vacanza a Cavalese, quando lo
svegliarono i dirigenti per dirgli tocca a te. Avevo sentito Bob due giorni
prima: tutto tranquillo, piani sulla squadra, grandi progetti. Avrà trovato
di meglio, non so che dire. Prima o poi, questa panchina l'aspettava. Non
studiava da allenatore della Virtus, ma sei anni lì, a razziare scudetti
giovanili (4, un fiore all'occhiello), a tirar su bambini-giganti, e a
innamorarsi di
Bucci, stimare
Gamba,
litigare con
Cosic,
tradurre in italiano per
Hill, c'era
pur rimasto. Sì, alla prima squadra ci pensavo, ma avrei preferito che
Hill
completasse il suo ciclo, per maturare ancora un po'. Il treno passa ora, e
sono pronto a saltarci su, sapendo bene che l'allenatore di serie A è un
altro mestiere, con un profilo psicologico quasi più importante di quello
tecnico. Le cose vere che ti fanno allenatore sono il rapporto coi
giocatori, l'abilità di creare e governare un gruppo, la capacità di non
farsi schiacciare i nervi e la testa da un mestiere che, specie a Bologna,
ti tiene sotto tiro 24 ore su 24. Io non lo so, adesso, in tutta franchezza,
se questo lavoro lo so fare. L'obiettivo personale più importante è proprio
questo: mettermi a fine anno sotto il microscopio, guardarmi, se è
possibile, con la freddezza del ricercatore, e dirmi con sincerità: sei un
allenatore oppure no. Non ho gli anni di Noè, ma un po' di basket l'ho
visto. Dieci anni fa era diverso, tutto cambia in fretta. C'è più maturità
nei giocatori, ci sono molte società che pensano in grande, le ultime mosse
sono state berlusconiane. Ha contribuito anche la formula: una volta, a
Venezia, arrivammo quarti ed era un successo. Adesso c'è un obiettivo per
tutti: scudetto, play-off, play-out, retrocessione. Se sbagli il traguardo,
salta il business: perdi sponsor, pubblico, soldi. I risultati sono più
condizionanti, lo stress aumenta. Ed è proprio in uno sport così simile a un
affare che solo un rapporto interno su buone basi morali, sul rispetto fra
tecnico e giocatori, salva la squadra nei momenti duri. Qualcuno ce l'ha
fatta: Bucci a Livorno. Il mio primo maestro, sempre un modello per me. La
violenza nei palazzetti mi allarma. Ma metto anche me, allenatore delle
giovanili che saltava in campo a strillare addosso ai giocatori, fra i
cattivi esempi. Uno che ammiro è proprio Casalini: mille pressioni, ma
sempre, in panchina, un comportamento sereno. Seguire questo solco dei
vicepromossi può aiutarmi: è un'operazione ormai consueta, mi ha fatto
accettare come un allenatore normale. Ho però un handicap rispetto ad altri:
ho cambiato quattro capi. Casalini ha avuto solo
Peterson, Marcelletti
Tanjevic: continuare è stato meno difficile. Non so se la mia Knorr è da
primi posti: sicuramente avremo l'umiltà di non dirlo mai. Possiamo essere
più efficaci in difesa, correre più dell'anno scorso, far fiorire
Binelli, finalmente in quintetto. Ma davanti vedo Milano e Pesaro. Roma
farà bene:
Bianchini è una garanzia, ha dimostrato di saper accendere ovunque nuovi
stimoli, anche se quella di Roma non mi pare proprio una rivoluzione, se non
nei 700 campi che hanno promesso di fare. L'operazione Ferry-Shaw è anzi una
restaurazione, un atto di forza del potere economico, un fosso più profondo
tra chi può spendere e chi no. Chissà perché, questo
Bianchini lo
vedo in panchina con una parrucca da Re Sole.
MESSINA, GIOVANE E CANDIDATO CT
Di Walter Fuochi – La
Repubblica – 24/11/1992
Sarà italiano, questo è
certo. Anzi, è l’unica cosa certa, assieme al fatto che avrà un nome a metà
dicembre. Il resto, sul futuro allenatore della nazionale di basket, è solo
pensieri nella testa di Gianni Petrucci, che da tre giorni governa la
federazione e aprirà con questa delicata scelta la sua gestione, cercando
nella Lega di Malgara un’alleata di manovre, non l’astiosa controparte di un
recente passato che il basket ha pagato caro. L’allenatore del dopo-Gamba,
l’uomo della Nazionale da rifare non sarà dunque né
Peterson né
Tanjevic né Skansi, come qualcuno soffiava, cedendo a suggestioni
esterofile. Sarà autarchico e sarà uno di questi quattro:
Valerio Bianchini, Mario Blasone,
Alberto Bucci, Ettore Messina, in ordine rigidamente alfabetico.
Rovesciatelo, invece, quest'ordine, se volete una griglia di partenza,
sistemando in pole position Messina e subito accanto a lui
Bucci, in quella che sembra soprattutto una volata a due. Blasone, uomo
di lunga milizia federale, e
Bianchini,
grande firma oscurata dagli attuali stenti in A2, sono profili possibili, ma
molto meno appetibili per chi deve rilanciare la nazionale in grande stile.
Uomo di radici calcistiche, anche se di nascita dirigenziale fra i canestri,
Petrucci ha un modello da ricalcare, quell’operazione Sacchi voluta da
Matarrese con la quale il calcio sterzò dalle vecchie consuetudini dei
tecnici federali, ingaggiando sul mercato lo stratega più in vista.
Messina
e
Bucci lo sono,
attualmente, nel basket. Ed hanno l’età, la faccia, la testa, la carriera,
sia pure largamente dissimili, per recitare quella parte di numero uno
tecnico già tracciata ai vertici federali, a capo di un centro tecnico
disegnato come una piccola Coverciano dei canestri.
Messina
o
Bucci, dunque.
33 anni il primo, 44 il secondo. Entrambi bolognesi: se non di nascita
(Ettore è catanese cresciuto a Mestre), di scuola. Entrambi targati Virtus:
Bucci
vincitore dell’ultimo scudetto di Bologna, anno '84, con un imberbe
Messina
come assistente;
Messina
attuale leader del campionato accanto a Treviso. Dicono i corridoi del
basket che siano pressoché alla pari. O che il minimo vantaggio per
Messina
venga da una defezione tra gli sponsor di
Bucci: Toto
Bulgheroni, presidente varesino candidato alla guida del settore azzurro
dopo Rubini, e fautore di
Bucci, è stato
clamorosamente trombato nel voto federale.
Bucci è spinto
dalla grande carica umana, da un carattere di trascinatore probabilmente più
pronto per un ambiente da riaccendere e ricaricare dopo ripetute batoste e
depressioni.
Messina è
raccomandato da una frequentazione già avviata dell’ambiente (come vice di
Gamba), da
cultura, buon inglese, conoscenza del basket europeo. L’identikit li
comprende entrambi, tecnicamente sono pure vicinissimi, teorici dello stesso
basket, ma anche lo scoglio è simile. Lo stipendio. Guadagnano bene (il
pesarese di più), una federazione cui il Coni ha tagliato i fondi potrebbe
non offrire tanto. Ma se Petrucci vuole ricalcare un’operazione-Sacchi, gli
serve la borsa: il più bravo costa e il momento, pure stuzzicante, delle
svolte "epocali" non lo salderebbe del tutto. La partita è in pieno
svolgimento e Knorr e Scavolini, in corsa per lo scudetto e l’Europa,
potrebbero avere a giorni un allenatore a termine: su due panchine
(Nazionale e club) fino al termine della stagione, poi solo su quella
azzurra, perché è già stata esclusa la soluzione del part time. Ma la
partita allunga anche al dopo il suo asse Bologna-Pesaro. Perché, regnando
in azzurro
Bucci,
Messina
continuerebbe a star bene nella Virtus. Ma invece, toccando a lui la
Nazionale, non sarà altrettanto certa la permanenza di
Bucci a
Pesaro, dopo una stagione avvelenata da molte incomprensioni (cessione di
Daye, ingaggio del mediocre James, sostituzione con Pete Myers). Perdesse
Messina,
la Virtus ne offrirebbe proprio a
Bucci l’eredità: e
Bucci non ha mai nascosto le tentazioni di un ritorno
nell’amatissima Bologna, dove ruppe con
Porelli un anno dopo gli abbracci dello scudetto.
IL TRENTENNE PRODIGIO
Di Walter Fuochi – La
Repubblica – 16/12/1992
Ha solo 33 anni, ma non
poteva deciderlo lui, quando diventare l’allenatore della Nazionale. Così
l’ha presa al volo, perché "questo è un evento particolare che non capita a
tutti": anche se stava benissimo a Bologna, primo in classifica, pagato
bene, amato e rispettato, in una Knorr destinata a spendere e a crescere; e
anche se rifondare la Nazionale che pochi mesi fa beccava batoste da tutti al pre-olimpico di
Saragozza, è un’impresa da tremarci, malgrado le garanzie di avere alle
spalle un movimento allineato e coperto. A tutti, Coni, Federbasket, Lega,
società e sponsor, serve come l’ossigeno una Nazionale che torni a vincere,
pena la sparizione di questo sport in qualche sottoscala. E perché il
messaggio di salvezza sia stato affidato a Ettore Messina, che ha pedigree
sportivo, immagine, cultura, eloquio disinvolto, ma risultati ancora avari,
l’ha spiegato Gianni Petrucci, presidente federale, investendolo ieri nel
salone d' onore del Coni: presente l’intera nomenklatura che ne attende
miracoli, Gattai in testa. "Ho incontrato solo Messina e nessun altro
allenatore", ha scandito Petrucci riducendo le tante lotterie sulla corsa
alla panchina azzurra a fumo senza arrosto. "Mi ha convinto subito,
questione di feeling. è
giovane, ha voglia di vincere, sa bene che prende
la Nazionale in un
momento difficile, ma ha accettato in un secondo, certo di poter fare un
buon lavoro. Non si può star fuori da due Olimpiadi consecutive, siamo qui
per rifarci e in questo momento Messina gioca una carta importante. Ma noi,
tutto il basket intendo, ancor più grossa di lui".
è stato Petrucci a volerlo,
forte di un mandato in bianco. Toglierlo alla Knorr, che il coach guiderà
fino al termine del campionato, è stato facile: proprio perché, nell’ora
dell’emergenza generale, nessuno poteva opporsi al disegno 'superiore' .
"Ho dato l’oro alla patria e forse oggi sono l’unico triste", ha ammesso
ieri
Alfredo Cazzola, il presidente della Virtus che al 'matrimonio' non
voleva mancare e ha avuto un posto al tavolo importante. Accanto, aveva
Giulio Malgara, il presidente-immagine della Lega; e poco lontano
Sandro Gamba, che il nome di Messina, suo assistente in Virtus e in
Nazionale, l’aveva suggerito a Petrucci: ed Ettore gli ha dedicato parole
d'affetto, non solo di riconoscenza professionale. Se il giovane coach
Messina è stato una scelta, la sua giovane Italia sarà una strada senza
alternative. Di grandi vecchi non ce n’è più e, dell’impero di
Gamba, Messina
non erediterà granché, quando a gennaio e febbraio radunerà il gruppo per
alcuni giorni ("tanto per conoscerci"), nelle soste di un calendario
intasato, che fu il primo cruccio di
Gamba. Messina
ha firmato un contratto biennale ('93 e '94), con opzione di rinnovo per il
quadriennio olimpico, a circa 400 milioni lordi a stagione. Sarà
responsabile di tutte le nazionali maschili, suo vice sarà Mario Blasone, 52
anni, tecnico di lungo corso azzurro. L’obiettivo è Atlanta '96, e dunque la
parola d'ordine più spesso evocata ieri era programmazione; ma già agli
Europei '93 in Germania l’Italia dovrà arrivare almeno quinta: rinnovare è
bello, ma il 'movimento' ha pure fame di risultati rapidi. Sui convocati
Messina non fa nomi, ma lo stagno in cui pescare, in un momento di magra
produzione dei vivai, è ristretto e intuibile, lo stesso che
Gamba aveva
allargato nella sua ultima tournèe in Croazia. Dimessisi da azzurri
Brunamonti e Costa, usurati o poco brillanti in campionato Dell’Agnello,
Magnifico e Riva, resta poco del tronco di Roma '91, anche se Messina
non farà questioni anagrafiche, chiamerà uomini in forma per spremerne
"voglia di giocare, entusiasmo di essere in azzurro e risultati". L’asse
play-pivot non può essere che Gentile-Rusconi, Myers e Niccolai le guardie,
aspettando la forma di Pittis, confidando nel cuore buono di
Morandotti e mettendo all’asta le altre maglie, tra le guardie Rossini,
Coldebella,
Moretti, le ali Bosa, Fucka, Ferroni, Ruggeri, Pessina, i pivot Vianini,
Cantarello,
Binelli,
Frosini. Ma dopo i raduni folti, con successive eliminazioni, tipici di
Gamba, Messina
passerà a "battezzare" abbastanza presto i 12 titolari. Fargli dire che ama
difesa energica e contropiede è come ascoltare la teoria del basket ideale:
e dunque, di Messina, sarà meglio scrutare il carattere da pessimista,
ampiamente riflesso nei metodi da palestra. "Non sono uno stregone, non
racconterò ai miei che sono i più bravi. Cercheremo di conoscere i nostri
limiti e di trovare il modo per nasconderli". Piccoli e fragili, insomma,
anche se oggi ricomincia il lavoro coi grossi e favoriti, volando con la
Knorr a Tel Aviv. Bologna, prima dell’addio, gli chiede quel successo per
cui tanti soldi ha investito. Messina dovrà vincere per
Cazzola, ma anche per sé, per appuntarsi al petto una medaglia da
offrire ai diffidenti. Nel suo ritratto di coach ideale in partenza sul
binario azzurro, manca solo un bel risultato.
MESSINA, CT IN CARRIERA
di
Walter Fuochi – La Repubblica – 11/05/1993
Ettore Messina tifa
Milan, gli piace Sacchi e forse anche Sacchi, adesso, avrà bene in mente
la sua faccia, e non solo perché andavano alla Bocconi a fare lezione.
Sono colleghi di Nazionale e anche Messina c'è arrivato da allenatore
vincente nel suo club. Lui come Sacchi, la Knorr come il Milan, anche se
quando Petrucci lo nominò a dicembre dicevano fosse nato con la camicia,
forte soprattutto di una faccia onesta, di un inglese pulito e delle
raccomandazioni giuste. Pareva avesse vinto poco, invece, a farci i
conti, nel basket che non ha avuto un Milan, ma 5 scudetti a 5 squadre
diverse nelle ultime stagioni, Messina ha vinto come nessuno, nel suo
quadriennio di A1. Uno scudetto, una Coppa delle Coppe, una Coppa
Italia, più tre partecipazioni all'Euroclub. Guidava una F.1, d'accordo,
perché il suo presidente
Cazzola ci aveva messo 30 miliardi in 3 anni, nel progetto Knorr; ma
non tutte le monoposto arrivano al traguardo.
Cazzola si
rifarà con
Bucci. Messina doveva vincere, per presentarsi bene, adesso partirà
più sereno. Convocazioni a fine settimana, lavoro a Folgaria, tornei e
finalmente l'obiettivo, gli Europei a fine giugno in Germania: il
traguardo sarà uno dei primi 5 posti, il sogno una medaglia. Come si fa
nei raffronti elettorali, risalendo alle precedenti amministrative,
politiche o regionali fino a trovare un segno "più", si dirà che riparte
dall'argento di
Gamba a Roma '91, oppure dal disastro del pre-olimpico di Saragozza.
Punti di vista, sfumature, nel basket non c'è la guerra santa tra zona e
uomo, sistemi che convivono. E poi oggi, vinta 3-0 su Treviso una finale
che dopo sembrava finta, per complessivi 62 punti di scarto, Messina è
un Einstein, padre del gioco più bello, più pratico e esaltante. Due
mesi fa, quando perdeva, era il profeta di un non-gioco avaro,
sparagnino, partite da 60-65 punti: erano incidenti, non scelte alla
Limoges, se è vero che nelle 7 partite senza sconfitte dei play-off, il
presunto catenacciaro ha avuto dalla squadra 698 punti, la media dei
100. 34 anni sono pochi, l'aureola di raccomandato e non solo di ragazzo
precoce nasce anche di lì, ma c'è tanto basket, dietro una laurea in
Economia fatta ingiallire, dieci anni di Virtus, prima da assistente,
poi da capo, molte vittorie, ma anche tante polemiche, più sussurrate
nei salotti che urlate dalla curva. Nei 15 da ridurre poi a 12, chiamerà
ovviamente un blocco Knorr. Non
Brunamonti, che in azzurro ha chiuso e non tornerà indietro, alla
Baresi. Ma
Coldebella,
Moretti,
Morandotti, forse
Binelli, che si opera al ginocchio, forse
Carera. Avranno un posto Gentile, Rossini, Pittis, Rusconi,
probabilmente
Magnifico, e poi ci sarà scelta tra Myers,
Boni, Iacopini,
Niccolai, Bosa, Tonut, Cantarello, Vianini. Si cambia mestiere. O
forse si cambiano solo palestre.

'BASKET FELICE, SIAMO TORNATI'
di
Walter Fuochi - La Repubblica – 09/12/1997
L’unico modo per non
farsi abbagliare dai record è far finta che non esistano. Ci prova, Ettore
Messina, ma i primati lo assediano. Undici vittorie della sua Kinder, nelle
prime 11 gare di campionato, sono record. E anche tre sconfitte in tutto,
nell’anno solare '97, anno anfibio tra Nazionale e Virtus, sono proprio
poche. "Non bado ai record, sorprendono anche me. Comunque, mi sono
informato e allora: 11 vittorie sono primato eguagliato, le fece già Varese,
negli anni '70. Ma ne ho saputa un’altra: queste statistiche la Lega le
tiene da trent’anni, magari prima qualcuno aveva vinto di più. Quanto alle
mie sconfitte, sono 4: ho perso anche un’All Star Game, partita che non
vinco mai. Infatti m’hanno chiamato a quello Fiba, a Capodanno.
Contro Ivkovic, che può star tranquillo". L’argento agli Europei
resterà una svolta per tutti, di questo bel '97. "Sì, quel risultato ha
cambiato tante cose. A me ha dato autostima, il riconoscimento del lavoro
fatto. A tutti, credibilità: ciò che fa la nazionale ha un’eco enorme".
Tornare dopo 4 anni al lavoro nel club poteva costar caro. Ci ha pensato a
Sacchi? "Certo, ma erano situazioni diverse. Io in azzurro finivo bene, e
finivo pure un ciclo. Poi, c’erano state riflessioni lente, ponderate, da
tutte le parti. Ma il rischio della minestra riscaldata c’è sempre.
Soprattutto a Bologna, città volubile, come nessuna. Adesso vinciamo, ma
vediamo a maggio". Di che cosa aveva più voglia, tornando al club? "Del
rapporto quotidiano coi giocatori, della palestra, di una partita ogni
quattro giorni. E dell’Eurolega, un grande stimolo". E perché?
"Perché è il frutto proibito, da anni. Perché
ci manca, ora che abbiamo avuto l’argento della nazionale, la gente nei
palazzetti, l’audience alla tv. Ma ancora non abbiamo una squadra nella
final four. Ci manca, una vittoria di club. E ci manca un’Olimpiade". Più
facile questa o quella? "Difficili tutti e due, ma siamo maturi per entrambi
i traguardi. Poi conta essere sani nel mese buono. Spesso, è tutto lì".
Lo dice come uno che ha perso treni per questo, o patito traumi durissimi.
"Io il trauma più duro lo patii a Karlsruhe, Europei '93, esordio in
nazionale. Me ne sono appena ripreso: francamente, non prima dell’argento di
Barcellona. Mi sentivo sempre con un peccato da espiare. A Karlsruhe mi
mancava un po’di gente, ma non fu per quello che andò male. Anzi,
altrettanto francamente, ho sempre avuto squadre 'lunghe’, che non
dipendevano dagli infortuni. L’unica volta fu nel '92, l’anno prima dello
scudetto a Bologna. Stavamo volando, si fermò
Morandotti per il cuore, perdemmo campionato e Coppa, al play-off col
Partizan che poi la vinse. Due mesi in più di Riccardo e avremmo portato a
casa qualcosa. Lì decise davvero la salute". Dopo quattro anni, che cosa
c’è, di meglio e di peggio? "Più cose migliorate. In casa mia, cioè alla
Virtus, una società di respiro e prestigio internazionale. Lavorarci fa
piacere e in tante cose agevola. In generale, vedo più gente nei palazzi e
questo mi dà un segno di concretezza. Per carattere, mi piacevano poco i
paroloni dei primi anni '90: ce lo dicevamo troppo tra noi, che il basket
era grosso. Un’ubriacatura collettiva". E la tv? "Non amavo l’orario
domenicale, ora m’ha convinto. Non dobbiamo cercare quelli che nei palazzi
ci vanno già, ma le famiglie in casa. Incuriosirle, farci guardare. In
questo, credo che la nazionale abbia fatto molto, perché
in qualsiasi salotto, o tinello, italiano, se sentono l’inno e vedono le
facce di quei ragazzi, poi si fermano anche sulla partita.
Il tricolore identifica, molti tifano Ferrari senza saper di motori o per
l’Italia in Davis anche se il tennis è in crisi. Poi, ci fu un altro fatto
che colpì, quando a Barcellona iniziammo a vincere e la Rai ci ignorava. Lì,
ebbe coraggio Petrucci a dar battaglia, perché
l’argento doveva ancora venire. La gente pensò che stavamo reclamando un
diritto giusto". Sinceramente, nel paese del Dio Pallone, gli altri sport,
anche vincenti, vivono all’ombra? "No. Tra l’altro a me il calcio piace:
tifo Milan, la domenica andavo spesso in tv, non è un mondo per cui abbia
gelosie. So come stanno le cose.
Prenda domani (oggi, ndr). Andremo, con la Kinder, al Motor Show: a
divertirci, perché ai giocatori piacciono auto e
moto, e non per obblighi di sponsor, o perchè il nostro presidente Cazzola è l’organizzatore. Bene, nelle stesse
ore là dentro ci sarà anche il Milan. Credo che per Maldini sarà una fatica
girare tra gli stand, che l’interesse e l’affetto della gente per lui siano
esagerati.
Magari qui a Bologna capita lo stesso a Danilovic,
ma sotto la soglia dell’invadenza. Questa è la differente dimensione, tra
calcio e altri sport. Poi, ho il sospetto che al giocatore un po’piacciano,
questi assedi. Si nutre, di questo amore, ha la prova di contare. Gli
mancherà, il giorno che non lo soffocheranno più".
Buon
compleanno, coach!
di Franco Montorro
-
Superbasket -
30/09/1999
Come immaginavi che
saresti stato, a 40 anni, quando di anni ne avevi 20?
«Una cosa strana, i
quarantenni li vedevo molto adulti, per non dire “vecchi”. Invece adesso mi
sento, non dico come quando ne avevo 20 di anni, ma quasi. Sì, fisicamente
la differenza la sento eccome. Corri e salti, ti accorgi che ti riesce
peggio. Non dico che non salti più il classico foglio di quotidiano, ma...
Però, racconto una curiosità: il momento più difficile del trascorrere degli
anni l'ho vissuto quando hanno cominciato in troppi a darmi tutti del "lei".
Era più o meno il periodo della Nazionale, forse per via del ruolo. Ma mi
sentivo strano. Perché poi sui giornali leggevo una volta di "un uomo di 30
anni" e un'altra di "un ragazzo di 35". Ma per il resto, vivo l'età che ho,
ognuna ha qualcosa da dire».
E che cosa ricordi,
adesso che hai 40 anni, del Messina di 20?
«Stavo vivendo una
fase importante della mia vita e anche della mia carriera, avevo appena
compiuto un passo decisivo come quello di trasferirmi dalle giovanili della
Reyer a Mestre. Mica facile, all'epoca: un po' come passare dalla Virtus
alla Fortitudo. Mi trasferivo dunque, andavo a lavorare con Mangano, voluto
da Celada. E a suggerire il mio nome era stato Santi Puglisi, che da Mestre
se ne era appena andato a lavorare alla FIP. Devo molto a tutti e tre».
Martin Lutero ha
detto: "Fino ai 40 anni l'uomo è folle; quando poi inizia a riconoscere la
sua follia, la vita è già passata".
«Non concordo, anche
se per folle si intende magari non essere schiavo della razionalità. E si
può essere estemporanei a 15 come a 60, l'importante, a ogni età, è trovare
un giusto equilibrio interiore, una serenità».
Confucio invece
sosteneva: "Chi arriva a 40 anni senza essere apprezzato, non lo sarà mai
più”.
«Dissento. C'è un
sacco di gente che viene apprezzata, scoperta o anche solo capita
post-mortem. Certo, se ti interessa soprattutto l'apprezzamento immediato,
dei contemporanei... Ma allora ti dai da fare sempre».
Altre battute sparse e
anonime: "Uno sciocco a 40 anni è veramente uno sciocco".
«E se io mi mettessi
in testa di fare lo sciocco a 50?».
Un... inguaribile
ottimista ha detto: 40 anni è un'età terribile.
«No. E poi io non
considero i 40 anni un'età spartiacque. I 40 anni in realtà possono iniziare
idealmente o molto prima o molto dopo. Le cose accadono nel momento in cui
le vivi, nello sport come nella vita. Terribile sarebbe magari vivere senza
riuscire a dare tutto, anche qui nella vita come nello sport».
Frase super abusata:
la vita comincia a 40 anni.
«Nel mio lavoro è
cominciata molto prima. Ero giovane quando ho iniziato ad allenare, a 17
anni. Poi, a 23 sono arrivato a Bologna, alla Virtus. A 29 ero capo
allenatore, a 33 ero Ct della Nazionale: tornando a quella frase di Lutero
sulla follia, forse in tutti questi anni, nei miei 40 anni, sono stati molto
più incoscienti quelli che hanno creduto in me».
Hanno detto anche che
dai 40 ai 50 anni un uomo, sotto sotto, o è uno stoico o è un satiro.
«Un divertentone? No,
ci sono momenti in cui ti va di essere più stoico, altri più satiro».
Anche per chi ha
passato tutta la vita in mare c'è un'età in cui si sbarca.
«Giordano Consolini mi
ha ricordato che molto tempo fa gli dissi: "A 40 anni smetto". Adesso dico
che smetterò quando mia figlia sarà maggiorenne e dunque quando io, di anni,
ne avrò 45. In realtà mi piace troppo quello che faccio e non so proprio
pensare a quando smetterò. Anche se rinuncio in partenza a cercare di
battere il record delle quasi 1000 panchine di Zorzi (le sue presenze in
'serie A' a oggi sono 219, ndr)».
Anno primo dopo i 40:
da allenatore di una squadra, la Virtus, che...
«La Kinder di questa
stagione forse non è la squadra che ognuno di noi, io compreso, sogna. Ma
può diventare la migliore che abbia mai avuto».

Intervista a
Ettore Messina
di Leonardo Iannacci
- Guerin Sportivo - n. 43/1999
La prima volta,
settembre 1989, ci aveva spalancato due occhi sorridenti e increduli come
quelli di un bimbo al suo primo giorno di scuola. A 30 anni indossava
pantaloni della tuta e una polo ed era alla sua prima intervista da
capo-allenatore Virtus. Ovvero della Juventus del basket. Poi, lo scorrere
del tempo e lo stress di finali giocate sempre come fossero drammatiche
partite a scacchi gli hanno un po’ strofinato i nervi. Ettore Messina ha
cambiato maschera e la spensieratezza di quell'incontro l'abbiamo
incontrata sempre meno nel suo sguardo da capo-branco. Giacca grigia,
cravatta, parole misurate. Ora è più dogmatico, rigido, controllato,
persino militaresco. Ci ha un po' rubato il mestiere scrivendo articoli
pungenti sul Corriere della Sera. A 40 anni sa di aver vinto tante
scommesse dalla sua tolda, dalla panchina. Scriveva Flaiano: "Chi vive di
sogni, si masturba con la realtà". Lui, di sogni, ne ha vissuti tanti. E
li ha spesso - se non quasi sempre - trasformati - in trionfi. Diventando
con la Virtus e con la nazionale l'allenatore più "in" degli anni Novanta.
Facendo tendenza. Diventando anche scomodo. E gelidamente vincente.
Messaggio ai
naviganti: il Novecento del basket si chiude nel segno della tua Virtus.
"Abbiamo segnato
un'epoca, questo sì. Insieme a Cazzola ho
progettato le due squadre, quella del 1993 e quella del 1997, che hanno
vinto tanto. Ma preferisco ricordare un'altra cosa: ho lasciato la Virtus
nel '93 e la nazionale nel '97 e, dopo, entrambe hanno continuato a
vincere. Segno che il lavoro di semina era stato buono".
Dal 1990 al 1998 due
scudetti, una Coppa Campioni, una Coppa Coppe e tre Coppe Italia con la
Virtus, l'argento europeo nel 97 con la nazionale. Cosa ti manca ancora?
"Le Olimpiadi. Non
ho provato invidia quando l'Italia di Tanjevic
ha vinto l'Europeo, ma mi è dispiaciuto fallire la qualificazione olimpica
quando allenavo io, la nazionale".
Sei stato il giovane
Holden della panchina: a 24 anni eri l'assistente di Alberto Bucci. A 30 hai cominciato a vincere e
non hai più smesso.
"A 40 anni mi
accorgo che il tempo è passato quando penso alle persone care che non ci
sono più e al fatto che sono uno degli allenatori più vecchi della serie
A-1".
Vincere sempre fa
diventare anche antipatici?
"A volte si, avverto
antipatia nei confronti della Virtus".
Molti sostengono sia
difficile convivere con Cazzola.
"Abbiamo avuto
qualche problema quando lasciai la Virtus, nel 1993. Si è sentito tradito.
Poi, due anni fa, mi ha richiamato e ci è stato vicino nei momenti più
duri. Quando perdemmo la Coppa Italia, nel 98, la sua pazienza fu
fondamentale".
Berlusconi bacchetta
Zaccheroni: cosa prova un allenatore in quei momenti?
"Ci rimane male. Se
un presidente deve dire qualcosa a un suo allenatore, non usi i giornali
per farlo. Non ne comprendo l'utilità. Il lucido Berlusconi ragiona troppo
da tifoso".
Danilovic è sempre il "Nikita" del basket?
"Anni fa lo definii
così per la sua gelida spietatezza. E stato ed è il giocatore più
importante della mia carriera".
Ma quanto è
rompiscatole?
"Be', insomma,
qualche volta. Ma dal primo incontro siamo cambiati entrambi".
Una volta Danilovic mi disse: "non farò mai
l'allenatore, non ne ho il carattere". Ma quale carattere bisogna avere
per guidare un gruppo?
"Saperlo. È una
ricerca continua del Santo Graal".
La disciplina è una
religione per te?
"Non esiste un
allenatore che possa imporre una sua disciplina. Sono i giocatori più
forti che la devono condividere al 100%".
Sei un grande tifoso
del Milan. Perché?
"Da bambino Rivera
era il mio punto di riferimento e l'esempio del mio campione preferito:
con un grande talento e una capacità di essere un uomo importante, anche
dopo il ritiro. Ora lo stimo come uomo politico".
Cos'è lo stress
della panchina?
"I colleghi del
calcio potrebbero fornire una risposta più esauriente. Ma c'è, eccome. Io
l'ho provato spesso".
C'è un Messina tra
gli under 30?
"Tutti dicono Piero
Bucchi".
Difetti?
"Sono umorale, ma ho
anche dei pregi".
Quali?
"Penso di essere
creativo nel mio lavoro".
Chi ha lasciato un
segno sulla tua vita di allenatore?
"Sandro Gamba.
Persona dolce e moralmente di primo piano".
I Boston Celtics di
Larry Bird sono stati un tuo mito.
"Li preferivo ai Los
Angeles Lakers. Il solito vecchio discorso, metodo contro talento".
Preferisci allenare
un purosangue o un giocatore che si costruisce in palestra?
"Un giocatore di
qualsiasi livello che vuole migliorarsi".
Domandaccia cattiva:
tu hai allenato giocatori, non hai formato giovani.
"Due anni fa ho
preso Nesterovic ancora grezzo. Ora gioca
nell'Nba. Adesso sto lavorando su David
Andersen".
Rigaudeau è la tua proiezione tattica sul
campo?
"Dicono sia mio
figlio putativo. Ma se io sono il padre, Sasha è il fratello. Si è dannato
l'anima affinché tornasse".
Non erano gelosi
l'uno dell'altro?
"Sai quante volte
Sasha va a cena a casa Rigaudeau? Sono diversissimi, come persone. Ma si
stimano, anche se il "vaffa" in partita scappa. E più di una volta".
La grande delusione
della tua vita di allenatore?
"Il nono posto agli
Europei '93. Li ho toccato il fondo".
Perché dicono che
non ridi mai?
"Chi mi conosce sa
che posso anche essere un casinista".
Tanjevic ha vinto senza registi. Una
bestemmia per te?
"No, la sua
nazionale aveva dei giocatori che potevano pensare come un play: Meneghin,
De Pol, Galanda, Myers".
Un momento per cui
vale la pena vivere il basket?
"Palla rubata e
canestro in contropiede".
Dove ti delude un
giornalista?
"Quando pensa che un
errore nasca a chissà cosa e non da un semplice sbaglio tecnico o
tattico".
Il collega del
calcio che ammiri di più?
"Eriksson. Ma anche
Sacchi. Eravamo i due ct delle nazionali di calcio e basket.
Abbiamo condiviso tante cose brutte".
Hai perso Nesterovic e ti sei affidato alla quantità
sotto canestro (Frosini, i due Andersen, Binelli). Basterà?
"Per ora si, grazie
a Frosini che sta giocando sopra le righe".
La Fortitudo vive la
sindrome Paperino?
"No, piuttosto
quella di Gastone, senza essere fortunata. Si è specchiata troppo nella
sua bellezza".
Paf e
Kinder, cosa bisogna fare per perdere lo scudetto?
"Per entrambe le
squadre l'adrenalina verrà costantemente alimentata dalla grande rivalità
cittadina".
Come ti piacerebbe
essere definito?
"Nel 1989, anno
del debutto, giocai a Pesaro. Un tifoso della Scavolini, durante la
partita, urlò: Messina "due di picche" stai seduto. Spero che qualcosina
sia cambiata da allora".
ettore MESSINA
tratto da "Euro Virtus" di
Gianfranco Civolani
Porelli mi diceva sempre che era veramente tanto bravo e allora io un
bel giorno dissi al gran capo che forse era il caso di dargli anche la prima
squadra, perché no. é presto,
mi ghiacciò Porelli. Ma poi tornai alla carica
con Francia e a quel punto la risposta fu diversa."Sì, è bravo, ma adesso
noi abbiamo Hill e tu capisci..." No che non capisco e meno male che
improvvisamente Hill prese altre strade (l'Nba, mi
sembrò giusto) e meno male che più o meno dalla porta di servizio per
Ettorino Messina fu l'agognata e meritata promozione.
Ettorino, poi diventato
Ettorone, è un tipo che sa vivere. Sempre grato a chi lo ha molto
considerato, sempre piccato con chi gli fa qualche pipazza di traverso. Ma
il suo palmarès recita uno scudetto, una Coppa Italia, una Coppa Coppe e
soprattutto una Coppacampioni, a parte un argento con la Nazionale e una
qualificazione olimpica solo sfiorata perché in Grecia c'era qualche
corazzata più competitiva e perché - figuriamoci - guai al mondo se un posto
in qualche modo non fosse stato riservato alla squadra di casa.
Cos'ha Ettore più di tanti
altri suoi colleghi? Non lo so, ma direi bravura specifica, eccellente
gestione del gruppo e grande feeling con chi lo ha a libro paga, anche. E
attenzione al giovanottino (è già vecchino di carriera ma ha solo trentanove
anni e non ancora compiuti) così compostino e compitino. Sì, compitino
perché veste sempre così benino, ma compostino e compitino all'apparenza
perché sa pure lui infiammarsi quando è il caso e prendere a metaforici
scapaccioni i pupoli che fanno flanella.
E quando io faccio le mie
personalissime classifiche dei migliori allenatori Virtus di sempre, di
fronte a Bucci e a Messina (che peraltro
lavorarono insieme) sempre mi do un fermo e ci penso. E oggi novantotto dico
che nella storia virtussina Ettore è il number one perché insomma guardare i
trofei per capire o no?
Ettore - dicevo . non batte
ancora i quaranta. In teoria ha altri vent'anni per profetare e vincere.
Chiaro che non trascorrerà tutta la sua vita in Virtus, ma intanto
facciamogli un bel contrattone nel tempo e Cazzola
e la Virtus dell'anno duemila la insieme a lui perché Messina è come il
denaro in banca, ovvero qualcosa porti sempre a casa.
Intervista
a Ettore Messina
di Silvano Focarelli
- La Tribuna - 19/08/2002
Ettore Messina ha
dimenticato gli «apprezzamenti» che riceveva dal presidente Giorgio Buzzavo durante una delle tante sfide infuocate fra Benetton e Virtus
Bologna, figurarsi se non ha metabolizzato qualche piccolo screzio avuto
con qualche cronista trevigiano al termine di una partita persa sul filo
degli uno-due punti... E così un'ora di conversazione con il coach più
vincente del basket europeo, seppure all'interno della fornace della
palestra della Ghirada, si trasforma in un colloquio amichevole. Quando
viene a sapere che chi scrive è veneziano, cominciano a venirgli in
mente i ricordi della sua gioventù con richieste di saluti a qualche
interprete di una Reyer, purtroppo, defunta da un pezzo. Non
s'irrigidisce nemmeno quando gli parliamo di Dado Lombardi e Marco
Madrigali e non si rifiuta d'illustrare nemmeno le caratteristiche
principali del suo carattere. Rinuncia con cortesia solo ad un paio di
domande, ma non sono certo queste cose a spostare l'estrema positività
dell'approccio. Messina, dopo vent'anni trascorsi a Bologna, ha un
grandissimo entusiasmo nel mettersi nuovamente alla prova in una piazza
stimolante come quello della Benetton campione d'Italia. Una piazza che
gli offrirà la possibilità di arricchire la sua già ricca bacheca di
trofei.
Cosa si prova a lasciare
Bologna dopo vent'anni?
«è una
combinazione di dispiacere, ma anche di eccitazione nel provare
un'esperienza importante come questa. Credo che allenare la Benetton
possa essere molto utile per la mia crescita e maturazione e per
raggiungere obiettivi molto importanti».
Come si riesce a diventare il
coach più vincente d'Europa?
«Ho avuto la fortuna di far parte di un gruppo di allenatori con la
capacità di guidare squadre ad alti livelli. Se pensi, poi, dopo una
vittoria, di esser arrivato, è la fine. Bisogna avere, invece, sempre,
grandi motivazioni, curiosità ed entusiasmo come io cercherò di mettere
fin dai primi giorni qui a Treviso».
Che percentuali dà, nel
raggiungimento dei suoi successi, ai giocatori?
«Elevatissima, anche se all'inizio della mia carriera ho avuto a che
fare anche con giocatori normali. I veri artefici dei successi della
Virtus sono stati Cazzola, Porelli e
Madrigali che hanno costruito roster di grande levatura. Come, per
Treviso, il fautore dei trionfi è stato Gilberto Benetton».
I suoi legami con il Veneto
restano solidi?
«Fra Venezia e Mestre ho ancora tre amici carissimi. Mia figlia, poi, di
15 anni, abita a Mestre, dove c'è anche mia madre. Del resto, mio padre
è nato a Venezia da genitori siciliani. Anche se i miei primi cinque di
vita li ho trascorsi in Sicilia, la giovinezza l'ho passata fra Mestre e
Venezia: ho frequentato il liceo Franchetti, ho giocato con la Reyer,
che ho anche allenato a livello giovanile...».
Lombardi, quando sente il suo nome, vuol cambiare argomento, lei che
dice?
«Non ho alcun interesse di parlare nè di lui, nè
di Madrigali. Se ho rinunciato a due anni
di contratto, è perché non condividevo la
politica societaria e, diciamolo chiaro, dopo i fatti dell'11 marzo (il
clamoroso esonero dopo la rovinosa sconfitta di Pesaro, ndr), qualcosa,
nei rapporti interpersonali, si era rotto. Ciò che conta, comunque, è
che a che livello resterà la squadra. Nella Bologna virtussina c'è un
momento di grande sfiducia perché, a differenza
della Fortitudo, che ha già individuato alla perfezione la sua idea di
squadra con l'ingaggio di giocatori importanti per quasi ogni ruolo, non
è stato ancora deciso il tipo di roster da proporre per la prossima
stagione».
Concorda con Lombardi sul fatto
che Treviso sia la squadra da battere?
«Per definizione la squadra che ha vinto lo scudetto è sempre la squadra
da battere, ma non si può dimenticare che Siena, con gli ingaggi di Ford
e Turkcan, i colpi più importanti dell'ultimo mercato, è la squadra che
si è rafforzata con maggior oculatezza. Nel lotto delle pretendenti non
si possono mai dimenticare le due bolognesi, Cantù e, per certi versi,
anche Roma».
Il colpo più importante della
Benetton è stato l'arrivo di Messina?
«Non lo so: mi auguro solo che, alla fine della
stagione, il signor Gilberto Benetton, che mi ha riservato
un'accoglienza molto calorosa, ed è una una persona che ha la capacità
di mettere qualunque a suo agio, possa essere soddisfatto, assieme alla
società, del mio operato».
Qualcuno afferma che, al
termine dei quattro anni di contratto, diventerà il nuovo general
manager biancoverde visto che, a Gherardini, il Barcellona fa una corte
spietata...
«Questa poi non l'avevo ancora sentita... C'è stato qualcuno, come il
mio amico Scariolo, che ha provato a fare anche il direttore generale al
Real Madrid, mai poi è stato segato... Ritengo che sia impossibile, a
livello di grandi club, ricoprire entrambi i ruoli. Ora, però, fatemi
almeno iniziare il primo anno e terminare il mio contratto».
A Treviso si è ricreato un
pezzetto di Virtus...
«Sì, con Lele, Cuzzo e Renato, c'è una bella fetta di Virtus. A
proposito, molti bolognesi mi hanno già detto che verranno a vedere la
Benetton al Palaverde. Loro amano andare a Cortina nei week-end e, al
ritorno, non mancheranno di fare una capatina a Treviso».
Cosa proverà ad affrontare,
dall'altra parte della barricata, già il 14 settembre nella Supercoppa,
a Genova,
la Virtus?
«Sarà sicuramente la cosa più difficile: sono affezionato ai giocatori,
al club e ai tifosi. Proprio per questo sono contento di partecipare al
torneo di Urbino: se andasse bene ad entrambi, potremmo rivederci nella
finalissima del 31 agosto. A Genova, così, l'impatto sarebbe meno
devastante».
A proposito,
la
Virtus ha sistemato le sue pendenze economiche?
«No, la vicenda si sistemerà con gli avvocati e questo mi dispiace: lo
stile del club, purtroppo, non è più quello di Porelli e Cazzola...».
Come vede l'approdo di
Meneghin alla sponda opposta di «Basket City»?
«Assai problematico: Andrea ha una responsabilità
enorme di far bene. I tifosi della Virtus non gli hanno ancora perdonato
una serie di gestacci durante qualche derby, figurarsi se, fin dalle
prime partite, il suo rendimento non fosse pari alle attese».
Vedremo
mai Messina alla Fortitudo?
«Non credo: i tifosi della Virtus non me lo perdonerebbero mai, ma perché
non parliamo della Benetton?».
Subito accontentato:
l'incognita maggiore sembra quella dell'inserimento di Stojic come ala
piccola?
«In quel ruolo, non dimentichiamolo, abbiamo anche un certo Pittis... Ad
ogni buon conto, se Mario inizierà la stagione con il giusto approccio
mentale e soprattutto se starà bene fisicamente, potrà dare un
contributo concreto alla squadra. Ho a disposizione, comunque, parecchie
soluzioni, vedi quello di far giocare assieme
Bulleri, Edney e Langdon».
Quali sono le partite che
ricorda con maggior piacere?
«La finale di Coppa delle Coppe del '90 a Firenze con il Real Madrid,
contro il quale ho conquistato il mio primo trofeo internazionale, e la
vittoria della Coppa Italia del 2000-01, la gara nella quale è nato il
gruppo storico della Kinder del grande Slam».
E quelle, invece, con maggior
disappunto?
«La finale di Coppa Italia del 1999-2000, persa proprio contro la
Benetton, e quella dell'ultima Eurolega contro il Panathinaikos, nella
quale non riuscimmo a controllare l'ansia di conquistare un trofeo così
importante davanti ai nostri tifosi».
In Eurolega è il Barcellona
la squadra da battere?
«Indubbiamente: con Bodiroga e Fucka, i blaugrana hanno un roster
fortissimo. E, poi, se ci arriveranno, giocheranno le Final Four in
casa, dove, ovviamente, contiamo di esserci anche noi».

Messina: "non
tornerò al basket degli insulti"
di
Emilio Marrese – La Repubblica
- 03/05/2006
Ettore Messina,
domenica pareva commosso e stravolto, per la vittoria dell’Eurolega col
Cska Mosca, come un debuttante.
«è vero, avevo
lo stesso stato d’animo dell’esordio a Bologna, 17 anni fa. Ho vissuto
una stagione con la stessa spensieratezza e incoscienza adolescenziale.
E’ stata una gioia diversa dalle altre».
Anche una bella scommessa vinta.
«Non mi sentivo di giocarmi tanto, non mi sentivo uno che s’è rimesso in
gioco. Avevo più tensione addosso a Bologna e Treviso. La mia scelta mi
ha liberato di quel complesso di cui parlava Velasco: quando hai vinto
molto, ad un certo punto tutto quello che fai lo fai per difendere il
passato e il nome. Hai l’ansia di vincere solo per dimostrare che non
sei finito, bollito. In Italia è così per tutti».
Quindi in quell’esultanza c’era anche un po’ di "guardate cosa vi siete
persi"?
«Per niente. Mai campato di rivincite in vita mia. Giocare contro
qualcuno o qualcosa è una motivazione che ai giocatori può servire per
una partita, non per un campionato. Le rivincite me le tolgo dicendo
quel che penso, un lusso che chi si fa il mazzo tutto l’anno in Italia
non si può permettere. La rivincita è poter dire a Repubblica, invece di
scrivere una lettera ad Augias, che ho votato per Prodi ma che sarà
l’ultima volta se continuano a fare casini».
Di robaccia sul basket italiano ne ha detta.
«Ho detto come stanno le cose e, non per fare come Berlusconi, mi do
anche ragione. Sono anni che non siamo d’accordo su niente. E sono anni
che dovunque andassi prendevo vaffa e insulti a mia madre da svenire.
Non faccio il moralizzatore, non mi candido a niente: mi avete rotto e
me ne vado, tutto qui».
Eppure a Roma e Milano la vorrebbero riprendere.
«E io ho detto che sarebbe una bella esperienza di vita e tecnica, ma
non era un messaggio: era per parlare del sesso degli angeli. E’
assolutamente escluso che io torni in Italia a breve, almeno finché mio
figlio Filippo non farà le elementari (ha un anno e mezzo ndr) e mia
moglie mi seguirà. Abbiamo deciso di girare un po’ il mondo, magari in
Spagna. O fare un altro lavoro, tipo lo scout per la Nba. Basta panchine
italiane. Poi, dopo le cose che ho detto, se torno mi insultano ancora
di più. Questa esperienza russa è stata anche gratificante sul piano
economico e quindi ho la libertà di scegliere. I soldi per una pizza e
per una vacanza al mare li ho».
Con un milione all’anno, pizze fino alla terza generazione.
«Appunto. Quindi posso tornare a correre ai Giardini Margherita con mio
figlio o seguire mia figlia che sogna di fare l’Accademia di arte
drammatica. Sono già bello e contento così».
Da lontano le pare così misero il nostro basket?
«E’ una miniatura del mondo politico, in cui l’avversario viene bocciato
anche se dice la cosa più intelligente, perché lo scontro è prioritario
sul bene comune. E nel basket non ci si intende neanche su quale sia il
bene comune. Non si va da nessuna parte, se si fanno guerre di religione
anche sul colore della penna biro. Le potenzialità ci sarebbero: un
quintetto come Di Bella, Belinelli, Mancinelli, Bargnani e Gigli,
più Spinelli, da quanto non lo avevamo? Ci vorrebbero meno squadre,
tanto due non arrivano mai in fondo. Oppure due italiani fissi in
squadra, come in Russia. Ipotesi buttate lì: qualsiasi cosa, ma in
fretta, l’Europa va avanti e noi no. Quando l’Eurolega ci chiede dove li
abbiamo i palasport da diecimila, come in Lituania o Spagna, che
rispondiamo?»
Si sente un po’ il Mourinho del basket?
«No, non ne condivido né lo stile né l’epopea. Poi lui ha una cieca
fiducia nel proprio lavoro, io sono sempre tormentato dai dubbi».
L’aspetto più difficile della sua esperienza?
«Conquistare il rispetto dei giocatori. Ci sono voluti mesi per avere
identità di vedute. Mettere insieme culture, storie e lingue differenti
ha richiesto uno sforzo enorme di tutti. E ci sono riuscito grazie
all’appoggio di Smodis, Vanterpool e Langdon.
I russi hanno una grande etica del lavoro ma poca capacità di leggere e
reagire. Passo per uno rigido, ma la difficoltà è stata quella di
insegnare ai giocatori a interpretare anziché eseguire solo ordini, come
erano abituati».
Come si canta in russo "eddai Messina piangi un po’"?
«Non lo so, ma io e mia moglie lo cantiamo tutte le mattine a Filippo».
Allora le manca il suo vecchio coro da palasport?
«Neanche un po’. Un telecronista israeliano mi ha chiesto se mi
facessero impressione i 15 mila di Praga e gli ho risposto che, per chi
ha giocato al Paladozza, quello era un pic nic».
Messina: 'non
tornero' nel mio paese, dove i coach non contano'
di
Walter Fuochi - La
Repubblica - 04/05/2007
Ettore Messina, lei
è alla sesta final four: meglio arrivarci da
abbonato, o da quasi esordiente come Scariolo, che ne ha giocata solo
una nel '91?
"è
meglio averne già viste, anche se può
succedere di far centro alla prima: io, nel '98, con la Virtus a
Barcellona. Malaga è esordiente, Scariolo quasi,
a 16 anni di distanza. Mi auguro che quella storia non si ripeta, ma
prima spedisco un complimento a Sergio: ha già
portato Malaga, per la prima volta, a una Coppa del Re, un titolo
spagnolo, una Final Four.
è
uno che, nel club dove sta, spinge a pensare in grande''.
La sua squadra come
ci arriva?
''Fisicamente stiamo
bene. E anche mentalmente arriviamo bene, vinta la Coppa di Russia
contro due squadre toste, come Dynamo Mosca e Kazan e diverse. Una brava
a giocar piano, una forte, tenute entrambe a 60 punti''.
Pronostico.
''Valga non piu' che
un gioco, dico: 35% Panathinaikos, 25% Cska e Tau, 15% Malaga. Poi
finisce che perdo subito con Malaga, perché nella sfida secca ci sta, e
tutti ridono. Ma preferisco dare valutazioni oneste e se, per vincere la
coppa, servono due vittorie in tre giorni, Malaga senza Santiago e'
quella che le ha meno in canna''.
Siete solo i due che
ce l'hanno fatta, o esiste una scuola italiana degli allenatori?
''Gli allenatori
italiani sono vivi e vegeti, almeno quelli della nostra generazione.
C'e' un percorso comune: stessi corsi, stessi maestri, stessa struttura
federale che funzionava. Poi, negli anni bui in cui si decise che i
settori giovanili si potevano chiudere, si risparmiò sui tecnici e i
frutti scarseggiano. Ora si è ripartiti. Una storia che somiglia alle
nostre due ce l'ha Pianigiani a Siena: allevato da buoni allenatori, in
un grande club. Ma continuo a vedere paradossi. Abbiamo Rubini e Gamba
nella Hall of Fame, coach che vanno forte in Europa (e ci metto pure
Mazzon), ma gli allenatori in Italia non contano niente. L'ultimo a
contare fu Rubini. Nella Nba, nell'ex Jugoslavia, vedo gli uffici più
alti pieni di ex allenatori''.
Perché non ci sono
squadre italiane ad Atene? Il nostro basket a meno soldi da spendere?
''A me ha stufato
questa storia dei soldi. Roma non ha un budget inferiore a Malaga, in un
anno stipendia bene 18 giocatori. E Treviso, senza il pastrocchio dei
tesseramenti, poteva essere nelle 4 di Atene. Mi rifiuto di pensare che
le classifiche le facciano solo i soldi, sarebbe la fine dello sport''.
Prossime tappe in
carriera?
''Finire il mio
contratto al Cska, nel 2008, poi non e' un segreto che mi piaccia la
Spagna. Nba? Lo dicono gli altri. Forse perché ho un discreto curriculum e un buon
inglese, se qualche dirigente là decide di prendere un coach non
americano, sono un'ipotesi credibile. Finora nessuno l'ha deciso''.
Tornare in Italia?
''Sinceramente no''.
Cos'ha Scariolo che
lei non avrà mai?
''La capacità di
reggere il timone quando la barca pare affondare e tutto rema contro.
è
una forza che io non ho, essendo più ondivago, soggetto agli eventi,
meno fermo''.
Quando vi siete
sentiti l'ultima volta?
''Dopo le rispettive
qualificazioni. Poi ho ricevuto un messaggio dopo la Coppa di Russia:
complimenti, bella stagione, venite a riposarvi in Costa del Sol, ospiti
nostri. E siamo finiti a riparlare del nostro primo anno, l'89, lui a
Pesaro io a Bologna, quando qualcuno decise che due trentenni potevano
guidare un grande club''.
ETTORE MESSINA
di Dan Peterson - basketnet.it Come promesso, nelle prossime cinque settimane, daremo un'occhiata alla
nuova generazione di allenatori Italiani, 25 in totale, con meno di 50 anni
di età. Penso che questo sia doveroso, visto che ognuno di quelli citati ha
fatto qualcosa o ha vinto qualcosa nella sua carriera. Partiamo, com'è anche
doveroso, con Ettore Messina, Classe 1959, non solo considerato da
molti il migliore coach Italiano e non solo il migliore in Europa, ma anche
un candidato serio per essere il primo allenatore non-Americano ad allenare
una squadra NBA.
L'Avv. Gianluigi Porelli, GM della Virtus Bologna, ha visto Messina
al lavoro a Mestre e l'ha "rubato" dalla Fantoni Udine nel 1983 per allenare
i giovanili della Virtus Bologna nonchè fare vice-allenatore sotto Alberto Bucci (scudetto 1984); Sandro Gamba (poi suo vice in nazionale); Kresimir
Cosic (Hall of Fame); e Bob Hill (poi coach di 4 diverse squadre NBA).
Mentre faceva vice sotto questi quattro grandi allenatori, ha anche vinto
diversi titoli giovanili con la Virtus, come l'aveva fatto alla Reyer
Venezia, e alla Superga Mestre. Quando Bob Hill è tornato nell'NBA nel 1989,
Ettore Messina, a 30 anni, è stato promosso capo allenatore della Virtus.
Una strage. Inutile cercare di elencare tutto ciò che Ettore Messina
ha vinto o fatto nella sua carriera ma è stata una strage: Coppa Italia
nonché Coppa delle Coppe (battendo Real Madrid nel finale) con la Virtus nel
1990; Scudetto con la Virtus nel 1993. Poi, coach della Nazionale Italiana
dal 1993 al 1997, vincendo l'argento negli Europei del 1997, perdendo con la
Jugoslavia in finale dopo averli battuti nel girone. Tornato alla Virtus nel
1997, ha sfiorato il Grande Slam, vincendo la Final Four dell'Eurolega e lo
Scudetto, ma secondo nella Coppa Italia ha negato al lui la possibilità di
fare questa grande impresa.
Era solo l'inizio. Nel 1998-99, la sua Virtus è stata seconda nell'Eurolega
e vinse la Coppa Italia. Nel 1999-2000, è stato secondo nella Coppa Saporta
e secondo nella Coppa Italia. Il numero di finali di Messina cresce con ogni
manifestazione. Nel 2000-01, fa il suo primo Grande Slam con
Manu Ginobili
in campo: Scudetto, Coppa Italia, Eurolega. Nel 2001-02, è stato secondo
nell'Eurolega e primo nella Coppa Italia, in un anno di grande subbuglio
societario: Ettore licenziato per una partita poi ripreso. Nel 2002-03, è
passato alla Benetton Treviso: vince Scudetto e Coppa Italia, perde la
finale dell'Eurolega contro il Barça a Barcellona.
Benetton e CSKA. Vince un'altra Coppa Italia nel 2003-04. Nel
2004-05, vince la sua sesta Coppa Italia in fila. Basta pensare che il
record precedente (Nikolic, Bucci, Peterson) era tre Coppa Italia! Nel
2005-06, passa al CSKA Mosca, dove diventa il primo coach a fare Grande Slam
in due paesi diversi: Coppa Russia, Scudetto Russo, Eurolega. Quest'anno, ha
sfiorato un altro Grande Slam: Coppa Russia, Scudetto Russo, finale Eurolega
perso per due soli punti contro il Panathinaikos ad Atene. Coach of the Year
in Italia cinque volte, Coach of the Year in Europa nel 2006. Insomma, come
detto, una strage di finali e titoli.
Battistrada. A dire poco, Ettore Messina ha tracciato diverse strade per
i suoi colleghi della nuova generazione: l'importanza della laurea,
l'importanza di sapere l'Inglese e lo spagnolo, l'importanza di studiare
sotto veri maestri, l'importanza di rischiare (nazionale in un momento
orribile; andare all'estero), sfidare squadre NBA (Toronto), e via
dicendo. Se questa categoria ha un portaerei, un ammiraglio, è lui,
Ettore Messina, che ha avuto l'umiltà di lavorare per anni nei settori
giovanili di quattro società prima di sedersi su una panchina di grande
prestigio. Sia chiaro: Lui è il Numero Uno, in Italia, in Europa e,
secondo me, altrove!
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