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Tecnica del tiro libero: seguire la palla con gli occhi. Il Duca Nero esegue alla perfezione

 

Jim McMillian 

nato a: Raeford (USA)

il: 11/03/48

altezza: 197

ruolo: guardia

numero di maglia: 14

 

Stagioni alla Virtus: 1979/80 - 1980/81

 

statistiche non disponibili (non appaiono nel sito della Lega, almeno ad oggi)

 

palmares individuale in Virtus: 1 scudetti

 

 

Il duca nero

di Valeria Vacchetti

 

Cominciai a frequentare il palazzo alla fine degli anni Settanta e la Virtus aveva appena conquistato il suo ottavo scudetto. Era la Virtus Sinudyne del Driscoll allenatore con i vari Cosic, Villalta, Caglieris e Bertolotti. Fu cambiato solo un giocatore: Jim McMillian al posto di Wells. Allora non sapevo nulla di McMillian, ma piano piano, partita dopo partita, nacque dentro di me una fortissima ammirazione che mi portava ad osservarlo continuamente per il campo. I miei occhi erano completamente rapiti dalla sua arte cestistica, e così il gioco della squadra scivolava in secondo piano e mi incantavo a seguire Jim nei movimenti senza palla, nei suoi smarcamenti dietro ai blocchi, nel suo morbido tiro rigorosamente con i piedi per terra oppure nel suo delicato sottomano. La sua difesa era impenetrabile: Jim riusciva a miscelare nella giusta dose tecnica e durezza fisica. Era sempre lui che annullava le ali avversarie più pericolose: nella semifinale per lo scudetto contro Varese gli chiesero di fermare un certo Bob Morse e lui - come dire - usò tutto il suo mestiere, voglio dire una «sistemata» così scientifica e provvidenziale. Ricordo il suo primo derby contro l'allora I&B Fortitudo, il palazzo era una vera bolgia e anche Jim sentiva particolarmente la gara, addirittura schiacciò in riscaldamento (cosa per lui rarissima). Al termine fece 40 punti. La mia predilezione si trasformò quasi in una ossessione, tanto che me ne andavo in via Lame 116, dove McMillian viveva con la famiglia, a guardare il suo campanello. Una volta chiesi a un mio compagno di scuola di accompagnarmi a casa sua: suonammo alla porta, ma nessuno ci rispose. Speravo sempre di incontrarlo per la strada in modo da vederlo ben bene nelle sue forme umane; in fondo per me proveniva da un altro pianeta. Era riservato, umile e schivo, lasciava trasparire pochissimo le sue emozioni. A Cantù però dopo la conquista dello scudetto manifestò tutta la sua grandissima gioia come un eroe così vitale e mortale. Immediatamente tutti lo battezzarono il Duca nero per la sua grazia e nobiltà. Non è mai stato spettacolare in senso specifico, era spettacolare però in tutta la sua semplicità di esecuzione. Arrivò in Italia piuttosto logorato fisicamente con qualche problema soprattutto alla schiena e a una caviglia; tra l'altro dovette rinunciare alla finale di Coppa dei Campioni a Strasburgo contro il Maccabi Tel Aviv. Azzardo pensare che se McMillian avesse giocato, forse la Virtus quella partita non la perdeva proprio. Dieci stagioni Nba e non da comprimario, ma da primo della classe. Jim proveniva da Brooklyn e giocava nella Columbia Universitv, fu prima scelta nel 1970 dei Los Angeles Lakers, con i quali due anni dopo vinse il titolo Nba. I suoi compagni erano Wilt Chamberlain, Elgin Baylor, Jerry West ed anche Pat Riley. Dopo qualche anno con i Buffalo Braves si trasferì nei New York Knickerbockers di Frazier e Monroe. Oh Jim, sei rimasto appena due anni, sempre lo scudetto sulla maglia, sempre i polsini bianconeri, e a dispetto di quel sederone così pieno e così basso, quanta classe riuscivi ad esprimere. Oh Jim, quanti sogni mi hai fatto fare e quanto maledetto freddo mi hai fatto prendere su e giù per via Lame per riuscire a vederti da lontano e poi andare via. Oh Jim, ma dove diavolo sei poi finito?

 

 

ARON MCMILLIAN

di Gianfranco Civolani

 

Aron Mc Millian abita in North Carolina. Misura due metri e otto, ha studiato e ha giocato a Greensboro e adesso è matricola nel college di Wake Forrest, quello stesso che ha consegnato all'NBA la prima scelta Tim Duncan. Bene, il promettentissimo Aron è il figliolone di Jim detto Jimmone, il mitico Duca Nero della storia virtussina. Jimmone aveva vinto l'anello a Los Angeles, ma era arrivato da noi con una cavigliona che lo faceva sempre soffrire ed in effetti dopo ogni allenamento Jimmone veniva puntualmente rifornito di bacinella con tanto ghiaccio dentro e così si compiva il rituale per consentire a Jimmone di tirare avanti benone un altro po'. Jimmone e Creso, che incomparabile coppia che mi sono visto negli anni in cui la Virtus di Peterson e poi di Driscoll spolverava la concorrenza. E la Virtus perse la finalissima di Coppa Campioni all'alba degli anni ottanta solo perché Jimmone si era appena operato e poi perse anche uno scudetto (a Cantù perché Jimmone era sempre fermo e si era pure fermato per un maledetto infortunio anche il brasiliano Marquinho). Jimmone era il basket, pardon il superbasket. E quando la condizione fisica glielo consentiva, dispensava tesori. Eppure procedeva a rilento con quell’immenso culone che si portava dietro, ma che intuizioni e che cerebralissima difesa e insomma che inimitabile classe purissima. Credo di aver visto ormai tutti i più grandi stranieri che hanno giocato a Bologna. Si, grandissimi: l'universale Cosic e il torrenziale Danilovic, ma proprio sul piano dello squisita abilità manuale posso paragonare a Jimmone soltanto quel mattocchio di Sugar Richardson e basta. Ho rivisto qualche anno fa Marquinho a San Paolo e rividi Cosic in America poco prima che il male lo aggredisse. E invece non ho più avuto il bene di rivedere Jimmone, atleta e uomo esemplare, sempre così pronto a offrirsi al prossimo con un sorrisone schietto e sincero. E dunque sono ben lieto di aver ritrovato il figliolone d'arte. Adesso so che Jimmone vive sempre in North Carolina e che si diverte o seguire il rampollone. E chissà che fra un paio d'anni Aron non faccia il gran salto fra i pro e magari io sarò là e mi rivedrò il Duca Nero e ricorderemo insieme quella Virtus da favola.

 

Vecchiato salta alla finta di Cosic mentre McMillian si prepara per un eventuale rimbalzo offensivo

 

Jim McMillian, il "Duca Nero", ha 31 anni, oltre 900 partite dei professionisti nelle gambe e viene accolto subito dai bolognese come una sorta di messia. C'è da non rimpiangere lo slavo (Dalipagic) che a tutti i costi si voleva mettere al fianco del "leader" Cosic. "Se Jim è a posto, se si adeguerà al nostro gioco, e al nostro basket, avremo una squadra ancora più competitiva di quella dell'anno passato" disse subito il coach Terry Driscoll "è chiaro che quando un giocatore proveniente dai "Pro" e per giunta di quel livello, decide di venire a giocare in Italia, bisogna adoperare quel pizzico di diffidenza necessaria per non prendere una cantonata. Ma a questi livelli, ripeto, il rischio è molto minore. E allora permettetmi, senza sognare, di fare un piccolo pensierino anche alla Coppa".

tratto da "Virtus - cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 


 

LA LEGGENDA DEL "DUCA NERO"

di Giorgio Gandolfi – Giganti del Basket - giugno 1980

 

L’11 marzo 1948, a Raerford, uno sperduto paesino della North Carolina, nasceva Jim McMillian, il “Duca nero”, l'uomo che ha guidato sul campo la Sinudyne alla conquista del titolo di campione d'Italia 1980. La sua vita, in questi 32 anni, è passata attraverso tutte le tappe più importanti e significative per un giocatore di basket: dal solitario apprendistato nei campi d'asfalto di New York alle rutilanti luci dei college e dell'NBA. Con i Los Angeles Lakers, di cui fu prima scelta quando terminò gli anni di studio alla Columbia University, ha vinto il titolo più prestigioso del mondo, quello della National Basketball Association, al fianco di giocatori che si chiamavano Jerry West, Elgin Baylor e Wilt Chamberlain. Come professionista ha disputato più di 700 partite, segnato oltre diecimila punti, catturato oltre tremila rimbalzi. Quest'anno, dopo esser stato “tagliato” nel febbraio del 1979 dai Portland Trail Blazers, ha accettato l'offerta della Sinudyne ed è venuto a giocare in Italia. Il nome è di quelli famosi, che hanno fatto la storia del basket americano - e quindi mondiale. Nessuno ne contesta il valore tecnico: però a tutti sorge il sospetto che a 32 anni anche i campioni più famosi abbiano il diritto di tirarsi un po’ indietro e di risentire di quelle famose settecento partite disputate in poco meno di nove anni. Il sospetto dura - come si dice - lo spazio d'un mattino, il tempo necessario per rendersi conto che quando l'impegno è impor tante McMillian è ancora insuperabile: e allora ecco le grandi partite contro il Bosna, contro il Real a Madrid, contro l'Emerson, via via fino ad arrivare al capolavoro conclusivo di Cantù. Nasce la leggenda del “Duca nero”, l'elegante maestro che in campo dà lezioni a tutti con la massima naturalezza e senza tradire la minima emozione, proprio da consumato professionista qual’è. Prima di fare ritorno negli Stati Uniti McMillian ha voluto ripercorrere con noi le tappe della sua incredibile carriera, che l'ha portato a diventare - da umile ragazzino del North Carolina - uno de più grandi interpreti del basket mondiale.

“Ho conosciuto molto tardi” racconta “l'esperienza dei playground, diciamo verso i 13 anni, quando con la mia famiglia mi sono trasferito dal North Carolina a New York. Fino a quel momento mi ero interessato soprattutto di football e baseball, gli sport più in voga nel North Carolina. Arrivare a New York e cominciare a giocar a basket è stato tutt'uno e nei playground ho coltivato a poco a poco la grinta e la determinazione, "il killer instinct", che contraddistinguono i giocatori americani da quelli del resto del mondo Quegli anni sono stati per me un’esperienza anche umana indimenticabile, con mille episodi che mi sono serviti anche negli anni successevi. Ricordo un giorno che, mentre stavo tutto solo in un angolo a tirare, arrivò la polizia e fece una grande retata, arrestando tutti i miei compagni che si trovavano attorno al campo a bere e giocare d'azzardo. L'unico a non essere arrestato fui io: ma da quel giorno mi ripromisi di stare molta attento alla gente che frequentavo e a quello che facevo, tanta fu la paura che provai”. “Il fatto però d'aver iniziato tardi giocare” prosegue McMillian “è stata però anche la mia fortuna, perché mi ha permesso di imparare tutte le cose più importanti sotto la guida di un vero allenatore, senza arrivare alla high school con molti difetti come accade spesso con coloro che hanno giocato per molti anni da soli nei playground: palleggi in mezzo alle gambe e dietro la schiena anche quando non servono, passaggi molto spettacolari ma spesso anche molto imprecisi. Io invece sono arrivato alla Thomas Jefferson High School di Brooklyn forse più 'in ritardo' rispetto a certi miei compagni ma ho avuto meno difficoltà nell'imparare le cose nel modo giusto. Forse è per questo che mi sono fatto la fama di giocatore di colore… 'bianco': in effetti sono più portato al gioco razionale e collettivo dei giocatori bianchi piuttosto che a quello tutto estro dei miei fratelli di colore”. Al termine delle scuole medie, si scatena la caccia da parte di decine di università che vogliono avere Jim McMillian nelle loro file: tra queste, atenei prestigiosi come UCLA, Marquette, St. John's. Alcune tentano di convincerlo con metodi legali, altre ricorrono a mezzi poco ortodossi pur di assicurarsi le sue prestazioni. “Mentre le regole dell'NCAA” ricorda McMillian “per mettevano ad ogni atleta-studente di ricevere per le piccole spese un massimo di quindici dollari al mese, un'università giunse al punto di offrirmene trecento alla settimana più l'uso di un'automobile perché, dissero. 'quello che a loro stava più a cuore era la mia serenità e la possibilità di andare a trovare la mia  famiglia a New York ogni volta che lo avessi voluto'. Alla fine scelsi la Columbia University perché era di New York, perché mi permetteva di rimanere a casa, perché aveva un alto livello accademico”. Non importa se la squadra di basket è scarsa e poco nota in tutta la nazione: a McMillian interessa soprattutto frequentare i corsi accademici di storia e sociologia, il basket viene in un secondo momento. Mentre per la maggior parte degli atleti nelle sue condizioni l'università è solo una parentesi prima di tentare la grande avventura tra i professionisti, per McMillian i quattro anni alla Columbia diventano l'occasione irripetibile per crearsi una cultura e gettare le basi di una solida professione una volta uscito dal college. “Penso” ammette “di essere stato una rarità. Non ho mai visto una partita dei professionisti né dal vivo né in TV durante quegli anni perché mi annoiavano e non mi interessavano. L'idea di giocare tra i pro proprio non l'avevo. Solo verso la fine dell'ultimo anno universitario cominciai a riflettere seriamente sull'opportunità di tentare un provino con i professionisti. Volevo solo vedere se la mia abilità tecnica poteva trovare spazio tra i giocatori migliori del mondo: era insomma una sfida con me stesso più che il desiderio reale d'intraprendere la carriera di giocatore di basket professionista. Se fossi stato scelto e fossi riuscito a giocare, bene; altrimenti non ne avrei fatto un problema, avrei proseguito con una specializzazione universitaria e mi sarei cercato un lavoro come tutti gli altri”. Ma i Los Angeles Lakers hanno già deciso che McMillian sarà la loro prima scelta. Un giocatore cresciuto a New York diventa la meta più ambita di una squadra dell'altra costa, direttamente in lotta con i New York Knicks per la supremazia nell'NBA. “Quando mi telefonò il general manager dei Lakers per dirmi che sarei stato la loro prima scelta e che in occasione del primo incontro dei Lakers con i Knicks sarebbe stato lieto di presentarmi al proprietario ed all'allenatore della squadra, rimasi veramente imbarazzato” ricorda oggi McMillian. “Non vi dico poi quando mi sedetti vicino alla panchina dei Lakers al Madison: sentivo puntati su di me gli occhi dei 19 mila spettatori di New York che mi guardavano come si guarda un amico pronto a partire per una terra lontana, nemica. Poi mi invitarono a seguire la squadra a Los Angeles e per la prima volta mi resi conto che l'anno successivo sarei stato anch'io uno di loro, avrei messo anch'io piede su quel campo, avrei fatto dei blocchi e dei passaggi per Jerry West, Elgin Baylor, il grande Chamberlain: mio Dio! La prima volta che scesi in campo con i Lakers fu in un'amichevole contro i Golden State Warriors. Mentre percorrevo il tunnel che ci portava direttamente dagli spogliatoi sul campo pregai più volte che mi venisse una storta alla caviglia o qualcosa del genere perché non mi sentivo assolutamente pronto per scendere in campo con quei campioni. Non mi ricordo il mio primo canestro ma dev'essere stato senza dubbio un tiro libero o un'entrata, perché la mano mi tremava troppo per tentare un tiro in sospensione…”. Del resto, l'essere stato una prima scelta non aveva evitato a Jim la trafila che deve subire la matricola al primo anno pro. “Se sei una prima scelta come lo ero io” ammette “gli anziani ti degnano di una certa attenzione perché si rendono conto che qualcosa devi pur valere. Però non li esenta dal farti capire che anche tu, come matricola, devi fare certe cose: portare le loro borse; lasciare la mancia ai cameriere se mangi al loro stesso tavolo; lasciare libera la camera quando loro hanno qualche incontro 'galante'. In allena mento le cose peggiorano perché cercano in tutti i modi di farti capire che sei l'ultimo arrivato e non puoi certo pensare di battere campioni già affermati. Ed allora ogni trucco è buono per fermarti. Ma con il tempo ci fai l'abitudine e se veramente vali qualcosa riesci ben presto a farteli amici e a farti rispettare”.

“Ma quello che mi impressionò maggiormente in quei primi mesi di vita tra i pro” continua McMillian “fu il capovolgimento di tutti i principi e di tutti i valori ai quali mi ero attenuto fino a quel momento. La scaramanzia diventa una legge di vita, anche i compagni più seri in vista di un incontro si abbandonano alle pratiche più strane, ai gesti più irrazionali. Gail Goodrich voleva essere sempre l'ultimo a tirare in allenamento, Baylor prima dei tiri liberi si faceva venire uno strano tic nervoso per cui girava di scatto la testa un paio di volte verso destra e nessuno - che non lo sapesse - capiva il perché. Il culmine era raggiunto però per quel che riguardava il rispetto di certe elementari norme di vita per uno sportivo. Durante gli anni d'università mi era stato inculcato a viva forza il terrore per il fumo e quello per i pasti abbondanti prima delle partite. Potete immaginarvi cosa provai quando, in una delle mie prime partite, vidi entrare nello spogliatoio Chamberlain con un mezzo pollo fritto in mano ed un'enorme bicchiere di aranciata mista a gazzosa… Il crollo di tutte le mie convinzioni avvenne però in un'altra occasione. Si era in una partita di precampionato e stavamo perdendo al termine dei primi due tempi di 15 punti. Al rientro negli spogliatoi Joe Mullaney (ex-allenatore della Mobiam, n.d.r.) allora coach dei Lakers è furente e sta per iniziare a parlare quando Baylor gli dice con tutta calma: “4Ehi, Joe, mi dai una sigaretta?”. Mullaney, senza scomporsi gli lancia tutto il pacchetto dal quale prende una sigaretta anche Chamberlain. L'allenatore non fa in tempo ad aprire bocca per parlare della partita che Baylor lo interrompe nuovamente: "Joe, ma… i fiammiferi?". "Oh scusa Elgin, tieni" e gli porse anche la scatola di fiammiferi. Rimasi senza parole per tutta la sera”. Il primo anno con i Lakers per McMillian è solo un anno di apprendistato, con tanti allenamenti e poche apparizioni in campo, salvo verso il finire di stagione quando - per una serie di infortuni che colpiscono prima West, poi Baylor - riesce a disputare qualche partita. Poi, nel secondo anno, la consacrazione definitiva. Nelle prime sette partite di campionato segna 30 punti per partita e cattura dieci rimbalzi. Molti giornalisti cominciano a suggerire il suo nome per il quintetto base, alludendo anche all'età ormai avanzata di Elgin Baylor. “Alla decima di campionato Baylor, annunciò il suo ritiro ed io divenni titolare fisso” dice McMillian “Da quel momento vincemmo 33 partite consecutive ed alla fine anche il titolo NBA. Fu una grande esperienze per me, ma avrei voluto che Baylor - che non aveva mai vinto un titolo nella sua eccezionale carriera - fosse anche lui coi noi in quel momento: mi sembrava quasi di avergli negato questa soddisfazione prendendo il suo posto in squadra. Ma devo dire che la gioia per il titolo fu superata dalla soddisfazione d'aver finalmente finito uno dei tour de force più massacranti che si possano immaginare. Alla fatica fisica si accompagnava quella psicologica creata dalla costante pressione di giornali, radio, televisione, pubblico. Prima delle partite di finale non riuscivo a dormire, non vedevo l'ora che tutto finisse. Alla fine, dunque, la gioia più grande non è stata quella di poter dire "Siamo i campioni", quanto “è tutto finito". Due anni dopo iniziano per McMillian le prime difficoltà, forse anche le prime delusioni. I Lakers perdevano Chamberlain, passato all'ABA, trovandosi quindi nella necessità di reperire un centro. Lo trovano a Buffalo: e Jim McMillian passa ai Buffalo Braves in cambio di Elmore Smith. “Il primo pensiero che ti viene in mente quando sei trasferito non è certamente quello che alla squadra serve un certo tipo di giocatore”, afferma “ma quanto quello che non sei più utile, che come giocatore non esisti più. E allora cominci a cercare dentro te stesso i motivi di questo cambiamento, cerchi di scoprire i perché e i percome, rivedi come in un film tutto il tuo campionato per vedere dove eventualmente hai sbagliato. Alla fine comunque mi trasferii a Buffalo e mi ambientai anche abbastanza in fretta. La squadra era giovane, io con i miei 25 anni ero praticamente un veterano, la situazione che avevo trovato io a Los Angeles adesso si era praticamente capovolta. Le uniche cose alle quali non mi abituai proprio mai furono la gente,  molto più chiusa e riservata che non a Los Angeles, ed il clima terribilmente freddo”. “Il mio trasferimento da Buffalo a New York” prosegue McMillian “fu molto più agevole e tranquillo. Per me significava tornare a casa, poter frequentare i vecchi amici, vivere nella città che mi aveva lanciato. In più c'era il fatto che i Knicks giocavano un basket proprio come piace a me: poco individualismo e tanto gioco di squadra. L'unico problema è che a New York nessuno ha la pazienza di aspettare il tempo necessario per costruire una grande squadra: tutti pensano che sia sufficiente acquistare qualche buon giocatore e poi il titolo è assicurato. Invece non è proprio così, tant’è vero che a New York, giocando con i Knicks, provai la prima vera delusione della mia vita di atleta. I giornali cominciarono subito a criticarmi perché non segnavo almeno venti punti per partita: ma io non potevo improvvisamente cambiare il mio modo di giocare, anche perché in squadra c'erano giocatori come Monroe, Haywood e McAdoo che provvedevano già da soli a far punti”. Quella che poteva essere l'esperienza più piacevole ed esaltante per McMillian, si conclude dunque nel peggiore dei modi, con un divorzio dalla squadra della sua città e il ritorno sulla costa opposta, quella del Pacifico. La meta questa volta è Portland, alla corte di quel Jack Ramsay che era già stato suo allenatore a Buffalo. “In squadra c'erano tre ali basse, ed io riuscii a partire titolare dopo alcune partite perché Larry Steel si era infortunato” racconta McMillian “Quando questi si riprese la squadra manifestò l'intenzione di cederlo, perché Ramsay si era dichiarato soddisfatto delle mie prestazioni, ma si trovò di fronte in pratica tutta la pubblica opinione di Portland, per la quale Steele era il simbolo di tutta la città. E così feci ritorno in panchina, proprio mentre mi sentivo nel pieno delle forze e perfettamente ambientato. Era una situazione frustrante, anche perché mi rendevo conto che non c'erano proprio possibilità per cercare di superarla. Allora, d'accordo con Ramsay, decisi di lasciare la squadra e tornarmene a New York: se fermo dovevo stare tanto valeva che rimanessi fermo a casa mia, nel la mia città, accanto alla mia fami glia: ho tre bambini che in tutti quegli anni mi avevano visto poco e quindi era abbastanza logico che stessi vicino a loro. Devo dire però che questa decisione non ha comportato per me traumi o delusioni particolari come avrebbe potuto essere per altri giocatori. Mi rendevo per conto di poter essere ancora utile a qualche squadra, qualcuna di quelle squadre che ancora basano il loro gioco su concetti di squadra e non sull'esasperato individualismo. La squadra ideale, insomma, sarebbero stati i San Diego Clippers, con Bill Walton in piena efficienza: penso che avremmo fatto qualcosa di buono assieme. Poi ho avuto notizia della Sinudyne, ero già stato in Italia anni fa per tenere un camp dove c'erano dei ragazzini che si chiamavano Valenti, Pedrotti, Bonamico e ho pensato che tutto sommato potesse essere un'esperienza interessante. Prima però ho voluto prendere informazioni sul tipo di gioco della squadra: non volevo correre lo stesso rischio di New York, con tutta la stampa che mi attaccava perché non segnavo venti punti per partita…”.

 

Una bella foto di McMillian, con dedica, del periodo in cui faceva parte della squadra più forte del mondo