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Tom McMillen

nato a: Elmira, NY (USA)

il: 26/05/1952

altezza: cm 211

ruolo: ala

numero di maglia: 12

 

Stagioni in Virtus: 1974/75

 

 

Charles Thomas "Tom" McMillen è un ex-giocatore di basket e deputato al Congresso degli Stati Uniti.

Fu una star della pallacanestro ad ogni livello in cui ha giocato. Nel 1970 fu considerato il più forte giocatore ad uscire dalle high school e venne reclutato dal coach Lefty Driesell per l'Università di Maryland, il più grande colpo della sua carriera battendo la strenua concorrenza di Dean Smith della North Carolina University.

è stato membro della Nazionale Americana che perse i Giochi Olimpici nella famosa e controversa finale con l'Unione Sovietica. Secondo alcuni suoi compagni di allora, McMillen fu l'unico ad accettare di ricevere la medaglia d'argento ma poi si prese unanimemente la decisione di rifiutarsi di ritirarle. Quasi 30 anni dopo gli Stati Uniti fecero nuovamente richiesta al Comitato Olimpico di avere la medaglia d'oro ma la risposta fu - come allora - "prendete quelle d'argento". Sono tuttora custodite in Svizzera in attesa di essere ritirate.

 

Dopo la laurea a Maryland nel 1974, venne scelto dai Buffalo Braves. Nella sua carriera nella NBA giocò per i Buffalo Braves, i New York Knicks, gli Atlanta Hawks e i Washington Bullets prima di ritirarsi nel 1986 per darsi alla carriera politica.

biografia liberamente tradotta da http://en.wikipedia.org/wiki/Tom_McMillen

 

 

Charles Thomas "Tom" McMillen, ala di 2,11 m, nato a New York nel 1952 risultò nel 1970 il miglior giocatore dell'High School di Mansfield in Pennsylvania. Dopo aver frequentato l'università del Maryland ed essere stato membro della nazionale olimpica USA sconfitta nella contestatissima finale alle Olimpiadi di Monaco '72, fu scelto al draft NBA del 1974 al 9° posto assoluto dai Buffalo Braves. Avendo ambizioni di carriera politica, per poter frequentare un master ad Oxford, decise di giocare un anno in Europa e scelse la Virtus Sinudyne Bologna dove suo cugino Jim era l'assistente del coach Dan Peterson.

 

Giocatore di categoria e tasso tecnico di ben altro livello rispetto al nostro campionato, nonostante partisse al lunedì per l'Inghilterra e ritornasse a Bologna solo al giovedì allenandosi perciò con la squadra solo per 2 giorni,portò la Virtus, con il suo micidiale tiro e la sua incredibile visione di gioco, a classificarci seconda in campionato dietro alla Cantù di Taurisano. La sua serietà professionale ed i numeri che mise in mostra gli meritarono, quando all'ultima giornata la Sinudyne sconfisse in casa proprio Cantù già campione, un applauso del pubblico Virtussino, che sperava di convincerlo a rimanere, di oltre 5 minuti consecutivi.

 

L'Italia e l'Europa furono però solo una parentesi e, rientrato negli USA, McMillen giocò in NBA fino al 1986 dapprima coi Buffalo Braves e successivamente con i New York Knicks, gli Atlanta Hawks ed infine a Washington.

 

Dopo il rituro fu eletto rappresentante del Maryland per il partito Democratico al Congresso USA dove rimase fino al 1993.

Drexler, 03/01/08

 


 

Tom McMillen

Yearboox 1974/75

 

Tom McMillen, due metri e dieci (per dirla all'americana 6 piedi e 11), esterno-pivot, è stato forse l'acquisto più clamoroso fatto all'estero da una squadra italiana negli ultimi anni, dopo quello di Bradley. In America, tra l'altro, la scelta di McMillen ha fatto più scalpore di tante altre notizie sui professionisti americani. McMillen, come giocatore, pur essendo sicuramente su un eccezionale livello, ha suscita sempre qualche piccola polemica in America. Fin da quando giocò nelle Olimpiadi di Monaco era ottimamente quotato,nonostante fosse solo al secondo anno di Università. Il suo migliore è stato tuttavia il 1973, in cui ha segnato 616 punti e preso 284 rimbalzi. Nel 1972 e 1974 è stato inserito nel secondo quintetto degli All America, cioè era ritenuto comunque tra i migliori dieci universitari americani. In America anche chi ne parla male (e sono pochi) farebbe fuoco e fiamme pur di averlo nella propria squadra di college o professionistica. C'è da dire infatti che, pur nella vasta gamma di giocatori formidabili che militano tra i professionisti, forse non esiste un altro atleta con le massime caratteristiche fisiche e tecniche di Tom McMillen.

Come il fratello Jay, conosciuto in Italia per aver giocato a Padova, Tom dispone di una morbidissima mano che gli consente di tirare con percentuali formidabili da qualunque posizione. Il suo tiro parte molto alto ed è anche molto rapido per cui non esiste alcuna possibilità di stopparlo. McMillen dispone inoltre di altri fondamentali del pivot e dell'esterno veramente notevoli e per questo riesce a districarsi con ugual bravura sia fuori che sotto. Non è un giocatore superveloce, ma è tutt'altro che lento. è molto attento e molto meticoloso in difesa. Spesso con le sue braccia lunghe e veloci riesce ad anticipare i passaggi alle ali. è ottimo tempista ai rimbalzi sia offensivi che, soprattutto, difensivi. Stoppa con estrema facilità molti avversari perché è un giocatore molto intelligente. Non ama fare la stella e si preoccupa sempre di giocare per la squadra. Lo faceva nella Maryland University, lo farà pure nella Sinudyne. Di lui dicono che ha poca grinta, ma non è affatto vero. Tom è un giocatore molto freddo e questo non è un difetto, bensì una dote. Dicevano anche che, rispetto agli ex-professionisti e agli americani già esperti del gioco italiano, avrebbe mostrato la corda dell'inesperienza e dell'ingenuità del giocatore di college: chiedere, per smentita, agli avversari che l'hanno già incontrato...

 

 

TOM MCMILLEN

di Dan Peterson - basketnet.it

 

Tom McMillen. Sia chiaro, non ci voleva un granché per valutare il super talento di Tom McMillen, nostro giocatore della Virtus Bologna nel 1974-75. E' una storia interessante quanto complessa. Il tutto nasce dal fatto che mio ex-giocatore a Delaware, ex-vice in Cile, e allora vice a Bologna, John McMillen, è cugino di Tom. Loro due padri erano fratelli. John proviene da Media, Pennsylvania, vicina Philadelphia, mentre Tom proviene da Mansfield, più al nord dello stato di Pennsylvania. John era alto attorno al 1.95; Tom attorno ai 2.11 e forse di più. E Tom era mancino.
1973-74. Durante questo nostro primo anno alla Virtus, John mi dice, "Coach, mio cugino ha accettato di studiare ad Oxford l'anno prossimo, come Rhodes Scholar, come ha fatto Bill Bradley nel 1965-66. Cosa dici? Potremmo convincere Tom a giocare con noi l'anno prossimo come Bradley ha giocato per il Simmenthal Milano quell'anno?" Non sapevo niente di Tom ad Oxford. Erano i tempi preistorici rispetto all'Internet di oggi. E non avrei ideato subito il concetto di avere Tom giocare per noi. Milano, però, l'ha capito e l'Olimpia era già alle costole di Tom per questa possibilità.
Per rendere l'idea dell'importanza di Tom McMillen, basta sapere che è stato sulla copertina di Sports Illustrated durante il suo ultimo anno di high school, cosa rarissima. E' stato il più reclutato di tutti, di ogni tempo. Alto, gran tiro, super studente, cittadino modello, ecc. Era fra North Carolina e Maryland. Tom optava per North Carolina ma i genitori hanno convinto lui di andare a Maryland nel 1970. Grande carriera. Olimpiade del 1972 (quella controversiale). All-America. Titolo NIT. Sfortuna nel Torneo ACC. Prima scelta NBA. Poi, Rhodes Scholar ad Oxford.
Durante le negoziazioni, il fratello maggiore di Tom, Jay McMillen, che aveva giocato a Padova, gestiva tutto. Poi, quando stavamo per chiudere, ha passato tutto a Donald Dell, ex-tennista della Coppa Davis, famoso agente. Nostro boss, l'Avv. Gianluigi Porelli, aveva una contromossa. Ha fatto appuntamento a Londra con Dell. Porelli ha portato Orlando Sirola, Italiano, ex-Coppa Davis contro Dell, fluente nell'Inglese. Dell dice a Porelli, "Gigi, mi hai steso! Orlando! Mio grande amico! Come posso dire 'no' a voi?" Porelli, con questo colpo da maestro, firma tutto. Tom McMillen è nostro.
Valutazione? Qui non c'è da valutare niente. Tom è un super. Dove metterlo? Pivot? C'è Gigi Serafini. Tiratore? C'è Gianni Bertolotti. Che schema? Proviamo il doppio stack dell'anno scorso. Mettiamo Tom al posto di John Fultz. Ovvio, dopo qualche tempo, c'erano delle modifiche. Tutto grazie a Tom. Il primo allenamento, Tom vede i nostri due pivot di 2.10, Gigi Serafini e Aldo Tommasini. Chiede: "Qual'è il titolare?" Indico Gigi. Tom: "Lui deve essere contento." Come? Tom: "Io passerò la palla a lui i primi 5' ogni partita." Detto e fatto e Gigi ha fatto un anno super, 20 punti e 10 rimbalzi a gara.
L'anno. Tom faceva pendolare: A Oxford 3-4 giorni, a Bologna 3-4 giorni ogni settimana. Non ideale per la squadra e anche con qualche paura che mancasse ad una partita. Invece, mai perso un allenamento e mai saltato una partita. Perfetto. La squadra cresceva con lui. A Milano, la Mobilquattro ci dà 30 punti nell'andata; noi 32 a loro nel ritorno. In Coppa delle Coppa, perdiamo di -20 vs. Maccabi Ramat Gan; poi vinciamo di +26 a Bologna. Facciamo 2-2 con Olimpia Milano, 2-2 con Cantù, 1-3 con Varese. Stiamo diventando fortissimi. Poi, l'anno finisce e Tom se ne va. Volevo piangere.

 

 

Di McMillen ho un fervido ricordo in una partita di pre-campionato contro Udine, la quale aveva ingaggiato un vecchio drago NBA: Jim McDaniels.
3 foto della partita:
- stoppata di McMillen a McDaniels che gigioneggiava da vecchio drago;
- stoppata di McDaniels a McMillen dopo 5 minuti di fuoco in cui dimostrò di essere un giocatore di un altro pianeta;
- finta di uncino di McMillen, con tutto il palazzo (e i giocatori di Udine) che guardava verso il canestro, mentre la palla era nelle mani di Antonelli che liberissimo dall'angolo segnò il più facile dei canestri.

Vegas, 05/01/08

 


 

L'annata 1974-75, quella di McMillen, si chiuse tra regular season e poule scudetto (anch'essa un girone all' italiana) con 26 vittorie e 14 sconfitte ed il quarto posto dietro a Cantù, Varese e Milano. I punti di Tom McMillen furono 1221 (quindi oltre 30 di media) e mi ricordo benissimo i 44 messi a segno a Cantù dove sconfiggemmo la Forst futura campione d' Italia dopo 2 tempi supplementari.
In un'altra partita e mi sembra a Mestre contro il Duco squadra di Renato Villalta (ma qui mi ricordo meno bene) ne segnò 51.

 

Prima partita della poule scudetto in Piazza Azzarita contro l' Innocenti Milano (ex-Simmenthal) allenata da Pippo Faina.
McMillen imperversa e brucia continuamente nell'uno vs uno Kim Hughes americano di Milano. Ad un certo punto si vede chiaramente Faina consigliare ad Hughes di non fare pressing a metà campo ma di lasciargli un paio di metri per non essere saltato.
All'azione successiva Tom riceve palla da Albonico poco oltre la metà campo e non vedendo compagni smarcati approfitta dello spazio lasciatogli e tira stracciando la retina da lì. Hughes si voltò verso Faina ed allargando le braccia chiese di essere cambiato!

Drexler, 05/01/08

 

 

Immagini della Virtus 1974/75 dagli archivi RAI

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TOM MCMILLEN (II)

di Dan Peterson - basketnet.it

 

La storia dell'arrivo di Tom McMillen in Italia per giocare con la mia Virtus Bologna, 1974-75, è stata un'avventura dall'inizio alla fine. Risulta che John McMillen è il cugino di Tom (loro padri erano fratelli). John aveva giocato per me, poi era mio vice in Cile, poi alla Virtus, poi capo della Fortitudo e altre squadre di Serie A. Un giorno, durante il nostro primo anno alla Virtus, 1973-74, John mi dice: ''Coach, Tom si laurea a Maryland (dove era All-American e Olimpiade 1972) ma non va nell'NBA, va ad Oxford, come Bill Bradley. Perchè non lo prendiamo come straniero, come Milano ha fatto con Bradley?''
Idea geniale. Chiaro, era un'idea geniale. Un solo problema: Bradley ha giocato solo 11 partite per il Simmenthal Milano quell'anno, perché era lo 'straniero di coppa.' Duane 'Skip' Thoren era lo straniero fisso. Tom McMillen avrebbe dovuto fare come Thoren: Serie A più la Coppa delle Coppe, un totale di 48 partite, con voli Londra-Linate e Linate-Londra, con rischi di nebbia, più trasferimenti in auto. Nondimeno, chiediamo e Tom era disponibile. Con un po' di fatica, l'Avv. Donald Dell (agente Tom) sistema il contratto con l'Avv. Porelli (nostro GM). Tom gioca 48 gare su 48, con qualche patema d'anima, ma con un successo enorme.
Difficile spiegare oggi l'impatto di Tom allora. Il mio primo anno, 1973-74, avevamo 2.500 abbonati alla Virtus e un 98% esaurito per l'anno, una media di quasi 7.000 a partita. Con l'annuncio di Tom, è successo uno Tsunami. Migliaia di persone hanno pestato l'erba ed i cespugli attorno alla sede per avere abbonamenti. Porelli ha chiuso la vendita quel giorno. Durante la notte, lui e altri hanno numerato altri 1000 posti. Totale ora, 3.500. Botteghini (non più sede) aperti il giorno dopo: stracciati 3.500 abbonamenti in due ore con una lista di attesa di 600 persone. Porelli è stanco, allucinati ma stracontento. La Virtus è diventata grande.
Allenare Tom è stato educativo. Arriva lui al primo allenamento. Vede due lunghi di 2,10 ciascuno: Gigi Serafini e Aldo Tommasini. Mi chiede: ''Coach, qual'è il nostro pivot titolare?'' Io, indicando Serafini, ''Quello lì.'' Tom e me: ''Lui deve essere contento.'' Io, ''Come?'' Tom: ''I primi 5' di ogni partita, passo la palla a lui per lanciarlo.'' Adesso sono allucinato io. Che mente! Poi, come promesso, Tom martella la palla dentro a Gigi all'inizio di ogni gara. Gigi fa l'Americano: 20 punti e 10 rimbalzi di media per l'anno. Se Gigi non fa frattura alla caviglia nell'ultima dell'anno, forse vinciamo lo scudetto, grazie a Tom.
Quando Tom ha giocato la sua ultima per noi, spazzando via i neo-campioni di Forst Cantù, eravamo tutti tristi. Il nostro Presidente, Fiero Gandolfi, mi disse: ''Dan, Tom non ci può lasciare.'' Io: ''Fiero, va nell'NBA.'' Fiero: ''Mi sento come avessi perso un figlio.'' Non solo lui. Tom non ha mai fatto la prima donna .... anche se era la prima donna. Ha rispettato il contratto e gli appuntamenti. Ha lanciato Gigi Serafini come una forza internazionale. E mi ha insegnato come si allena un pivot. Poi, una lunga carriera nell'NBA, ora nella politica. Non era giganti solo perché era alto 2,11, ma perché aveva un cervello anni luce davanti a tutti noi.

 


 

Il fattore McMillen sul nostro basket dura una sola stagione. A Bologna speravano, naturalmente, di averlo ancora, perché certamente il secondo anno avrebbe potuto essere più continuo sugli incredibili alti livelli che sapeva raggiungere, ma non ci fu nulla da fare. Per confermare certe impressioni è il caso di andare a rilegge come lo presentava Peterson ai nostalgici di John "Mitraglia" Fultz: "Divino, Sublime! Per favore non facciamo un paragone con Fultz. Lei è un Fultz più alto, più intelligente e miglior tiratore". Ma lui, Tom McMillen, ha altre cose per la testa e non serve a trattenerlo il minuto abbondante di applausi al termine dell'ultimo strepitoso incontro con la Forst. "Ho capito che vivere a Bologna sarebbe magnifico. Ma ho tantissime cose da fare a casa mia, e non parlo solo di basket, no, il basket serve per divertirsi e naturalmente per guadagnare un po' di soldi divertendosi, ma poi c'è il futuro, una professione e una vita di prestigio, ci sono tanti aspetti della vita che possono allettare, l'lata finanza, la politica..."

tratto da "Virtus - cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 


 

STEVE HAWES & TOM MCMILLEN: FRATELLI D'ITALIA

di Fausto Agostinelli - Giganti del Basket - gennaio 1980

 

Sono le dieci di una mattina qualsiasi, di un qualsiasi giorno di campionato, ad Atlanta. All'Omni, campo di gara degli Atlanta Hawks, è in programma un leggero allenamento di tiro in vista dell'incontro serale che opporrà la squadra di Hubie Brown ai New York Knicks. A poco a poco, nell'immenso parcheggio che circonda il grande palazzo arrivano le lussuose limousine dei giocatori che si allineano in maniera ordinata dinanzi all'ingresso di servizio. Unico tocco 'europeo' in mezzo ad una autentica orgia di Chevrolet, Ford, Cadillac, una Mercedes da cui discendono - quasi inevitabile - Steve Hawes e Tom Mc Millen, gli 'europei'. Del resto, quella degli allenamenti è una delle pochissime occasioni in cui sia possibile rintracciare Tom  McMillen. Unico vincitore del “Rhodes Scholarship”, il prestigioso riconoscimento che premia i migliori studenti, McMillen è impegnato continuamente in ogni angolo degli States a tenere conferenze, presenziare a dibattiti e ricevimenti, visitare fondazioni pubbliche e private che s'interessano degli argomenti più svariati. A sua disposizione - tanto per dare un’idea dell'ampiezza dei suoi interessi e delle sue diverse attività – c’è una segretaria fissa negli uffici degli Atlanta Hawks. è lei che gli programma tutti gli appuntamenti extra-basket, è lei, per dirne una, che ci ha fissato quest'incontro con lui, sottraendolo per un paio d'ore ai suoi impegni con la “Sports Fitness International”. “è la società di cui sono il presidente” spiega McMillen “e si occupa della promotion di avvenimenti sportivi e dei rapporti sport-industria. è comunque una delle tante organizzazioni delle quali faccio parte, come l'ospedale per bambini leucemici  - di cui sono consigliere -; come l'Eastern shore basketball camp - di cui sono proprietario -; come l'organizzazione di beneficenza e di aiuti ai poveri - di cui sono presidente. Ovviamente questo tipo di interessi hanno finito con il coinvolgermi anche nell'attività politica per cui mi rimane ben poco tempo: giusto quello per giocare con gli Atlanta Hawks…

La vita frenetica che aveva caratterizzato il suo anno bolognese, con l'andirivieni Oxford-Milano-Bologna, non è dunque finita, ma è diventata una costante di McMillen, personaggio caro ad un certo modo di pensare americano: buona famiglia, buoni studi, una brillante carriera sui banchi di scuola, un posto di rilievo nel mondo sportivo americano già assegnato fin dagli anni di liceo, quando l'autorevole “Sports Illustrated” gli dedica una copertina come miglior promessa del basket di high school. Per lui, come già per Bili Bradley nel 1965, si trattava solo di scegliere la migliore delle opportunità; per lui, al contrario di tanti altri atleti, si trattava solo di firmare il contratto più vantaggioso. Invece, spinto dal desiderio di vivere un'esperienza nuova e sicuramente irripetibile, attratto anche dalla risonanza che simili decisioni hanno sempre avuto in America, respinge per un anno le offerte dei professionisti e sceglie Oxford, gli studi in Europa presso la prestigiosa università inglese e, perché no?, il basket in Italia. In Italia c'è suo cugino John McMillen che fa l'assistente allenatore, in Italia c'è una squadra con un allenatore americano con il quale è facile comunicare ed intendersi, in Italia c'è un club che sicuramente ha i mezzi ed il prestigio per potersi permettere un “Rhodes Scholar”, anche se a mezzo servizio, anche se costretto a certe paurose corse aereoporto-autostrada-palazzo dello sport per arrivare in tempo ad allenamenti e partite. “Era una situazione un po' particolare” ricorda oggi McMillen “certamente non ideale per un giocatore che desideri dedicarsi completamente al basket e quindi che voglia tenersi continuamente vicino alla squadra, presenziare a tutti gli allenamenti, conoscere più da vicino i compagni.

Comunque Porelli e l'organizzazione Sinudyne sono stati esemplari da questo punto di vista, cercando di mettermi il più possibile a mio agio e facilitandomi sia dal punto di vista tecnico che umano”. A Bologna, comunque, non c'è bisogno di presenziare a molti allenamenti: Tom McMillen diventa in breve beniamino numero uno dei tifosi di Piazza Azzarita, lo sgraziato giocatore che aveva fatto tanta panchina nella nazionale americana alle Olimpiadi di Monaco è diventato un'ala di 2,11 dai movimenti perfetti, che sa segnare e far segnare, che nei momenti cruciali delle partite diventa un autentico allenatore in campo. ”In Italia il tipo di gioco e di giocatori” afferma oggi McMillen “si avvicinano molto di più al basket dei college che non a quello dei professionisti e per questo mi sono trovato a mio completo agio, avendo appena finito l'università”.

Eppure, lo studente modello di Maryland, l'atleta conteso da molte squadre pro, l'uomo teso alla continua ricerca di nuovi traguardi da conquistare, nella sua carriera di sportivo non è mai riuscito a vincere una guerra, non è mai arrivato al traguardo finale della vittoria in una grande manifestazione. Con la squadra di Maryland non ha mai provato la gioia di vincere un titolo NCAA, con la squadra olimpica americana ha patito l'onta della prima e finora unica sconfitta in una finale olimpica, con la Sinudyne non ha vinto lo scudetto, con gli Atlanta Hawks non è mai andato più in là del secondo turno di playoff. “Se ti fai frustrare quando non riesci a vincere, diventi ben presto un disadattato, è meglio che smetti” afferma McMillen. Del resto, sarebbe troppo bello passare tutta la vita a vincere continuamente. Io penso invece che anche nelle sconfitte c'è un seme che prima o poi darà i suoi frutti: si tratta solo di aspettare e di aver pazienza: prima o poi quel seme darà i suoi frutti, ed anche le sconfitte allora assumeranno un altro valore, le si guarderà con occhi diversi. Ma molta gente questo non lo capisce, si scoraggia facilmente e finisce con il perdere di vista i traguardi successivi.

Io personalmente, anche se non ho mai vinto un titolo importante mi considero tutto sommato un “vincitore”, avendo collezionato delle esperienze che poi in un modo o nell'altro si sono rivelate utili. Con il Maryland non ho mai avuto la gioia di arrivare alle finali NCAA eppure le sconfitte subite nel campionato ci hanno permesso di arrivare primi al NIT, il famoso torneo di New York. Alle Olimpiadi di Monaco, poi, abbiamo perso per quel che riguarda il responso ufficiale del campo, ma siamo stati considerati da tutto il mondo i vincitori morali dell'edizione 1972 dei Giochi. Alla Sinudyne penso di aver dato il mio contributo nell'opera di costruzione avviata da Dan Peterson e che l'anno successivo ha portato la squadra di Bologna alla vittoria in campionato. Lo stesso discorso posso farlo per la mia squadra attuale, gli Atlanta Hawks. Sto dando il mio contributo e sto lavorando sodo per la costruzione di una squadra vincente, partendo da un nucleo di giocatori non eccezionali. Era impossibile pretendere qualcosa di più di questo: abbiamo fatto dei progressi eccezionali, che prima o poi daranno dei frutti positivi. è anche questa una notevole soddisfazione, credetemi: come per il presidente di una azienda vedere crescere  a poco a poco la propria compagnia: c'è molta più soddisfazione in questo che non forse nell'arrivare alla vittoria finale, al trionfo sugli altri concorrenti”.

... omissis...

Ricordi particolari? "Pensavo di dover ricordare per tutta la vita gli arbitri italiani" ricorda concludendo Tom McMillen "ma ripensandoci adesso a mente più serena, mi vien da ridere... E così alla fine non ho proprio nulla di cui lamentarmi a proposito dell'Italia, neppure degli arbitri.

 

 

Caro vecchio Tom...

di Stefano Benzoni - Superbasket - giugno 1999

“Un giorno, poco prima dell'allenamento, arriva Dan e ci presenta un americano in prova. Noi ci guardiamo un po’ di sbieco, alcuni ridono, altri fanno finta di niente, visto che i tre giocatori arrivati a provare in precedenza erano stati veramente inguardabili. Comunque... il nuovo Usa è un lungagnone, magro, tutto dinoccolato, mancino, insomma non uno che fa subito una grande impressione. Primo tiro: non arriva nemmeno al ferro... Secondo tiro: stesso risultato... Di bene in meglio, penso fra me e me. Terzo tiro: ferro scheggiato. Qualcuno comincia già a ridere. Stavamo già per insultare Dan quando il mancino ha cominciato a fare canestro. E non ha smesso più! Che giocatore era! E che persona! Splendida”.
Per Gigi Serafini, 24 anni è come se non fossero passati. Di Thomas Mc Millen, per tutti Tom, “Gigio” ricorda tutto per filo e per segno. I due non si vedevano da allora, quel lontano 1975, quando Tom, dopo aver giocato da straniero nella Sinudyne Bologna andò nella NBA prima con i Buffalo Braves, poi con i New York Knickerbockers, Atlanta Hawks ed infine con i Washington Bullets. Figuriamoci quindi la faccia che ha fatto l’ex numero 13 della Virtus quando martedì sera si è sentito telefonare da una voce inglese che si qualificava come tale McMillen: “Dai John, non fare il cretino - ha esclamato Gigi convinto che all'altro capo del filo ci fosse John McMillen, cugino di Tom - lo sai che l'inglese non lo so!”. Invece quella voce era proprio del suo vecchio amico e compagno di squadra. “Quando ho capito che era Tom mi è venuta la pelle d'oca, non ci potevo credere. Ma vi rendete conto che non lo sentivo da quando lasciò Bologna nel 1975?”, esclama Gigi.
L'incontro è avvenuto mercoledì 2 giugno 1999 di fronte all'entrata di un Hotel Baglioni affollato di fans per la presenza delle stelle della musica che avevano preso parte la sera prima al concerto "Pavarotti & Friends". Una stretta di mano, un abbraccio caloroso, poi due chiacchiere ricordando i tempi che furono. Insieme ad un altro compagno di quella Virtus: quel Marco Bonamico che McMillen, proveniente da Venezia, ha incontrato casualmente alla stazione di Bologna. Uno sguardo stupito, poi l'abbraccio fra i due ex compagni di squadra. «Really funny!», commenta Tom. “Dopo il 1975 sono tornato in Italia diverse volte, ma sempre con i minuti contati per via dei miei impegni politici e sempre a Roma, Milano o Firenze, mai a Bologna. Questa volta, invece, è stato diverso. Un mio caro amico americano si è sposato ed ha organizzato il suo matrimonio ed i festeggiamenti a Venezia. Poi ha noleggiato un aereo ed ha portato in Laguna oltre 120 persone e le ha ospitate a Venezia. Allora l'occasione per fare un salto a Bologna è stata troppo ghiotta”. Dopo essersi ritirato dal basket giocato nel 1986 (8 punti di media con il 48% dal campo e l'80% dalla lunetta in 729 partite giocate nella NBA), sfruttando la sua laurea a Maryland e poi il dottorato ad Oxford (ragione che lo portò a giocare a Bologna), ha scelto di intraprendere la carriera politica “ma non voglio diventare Presidente, come invece vuole fare il mio amico Bradley”, precisa. Eletto deputato, lo è rimasto fino al 1992, quando è stato nominato, diciamo così, Ministro dello Sport, incarico che ha ricoperto fino all'inizio del 1998. Poi ha lasciato la politica ed è diventato un uomo d'affari. Ad esempio la sua compagnia ha acquistato la Moto Guzzi ed ora sta cercando di promuoverne il marchio ed i modelli negli Stati Uniti.
“Quello che ricordo maggiormente della mia esperienza a Bologna sono i compagni ed il coach, il cibo bolognese ed i miei viaggi ad Oxford”. Dovete sapere, infatti, che come il "milanese" Bili Bradley, anche McMillen restava in Inghilterra per tutta la settimana ed arrivava a Bologna solo il venerdì sera. “Allora non c'era il volo diretto Bologna-Londra, quindi dovevo atterrare a Milano o a Roma, e poi arrivare in macchina fino a Bologna. In pratica facevo due allenamenti con la squadra: a volte quello del venerdì sera e sempre quello del sabato mattina quando facevamo un po’ di tiro e ripassavamo gli schemi”, dice Tom. “Poi - interviene Serafini - io Dan e Tom andavamo a mangiare in centro e facevamo il tragitto dal palazzo a piedi. Tom si portava sempre dietro un pallone perché diceva che averlo in mano gli serviva per riacquistare sensibilità. Ma non si limitava a tenerlo in mano: infatti se lo faceva girare velocemente sul dito e camminava e parlava con noi sempre con quel pallone sul dito”. “Non dormivo quasi mai - ricorda Tom - perché la domenica sera, finita la partita dovevo correre a Milano o a Roma all'aeroporto ed imbarcarmi per Londra con il volo che c'era spesso in piena notte o all'alba. Quando arrivavo ad Oxford, subito corsi, esami e andavo a letto solo quasi dopo due giorni. Però - e dicendo questo chiede un assenso a Serafini - non ho mai saltato una partita, vero Gigi?”.
Capelli bianchi, viso più rotondo, ma andatura sempre dinoccolata, Tom ricorda ancora qualche parola di italiano ed il tentativo che fa di parlare nella nostra lingua è ammirevole. Ricorda anche i suoi duelli con Chuck Jura e Kim Hughes e la Coppa delle Coppe, in particolare la massacrante trasferta a Leningrado per giocare contro lo Spartak con ritorno in Inghilterra a gara finita. McMillen era un'ala pivot mancina di 2.11, agile, veloce, atletica anche se fisicamente un po' leggera. Ottimo tiro da fuori, partenza in palleggio, arresto e tiro, gancio e scivolamenti erano i pezzi migliori del suo repertorio che per una stagione hanno incantato i tifosi di quella Virtus allenata da Dan Peterson e che, schierando un quintetto con Albonico, Antonelli, Bertolotti, McMillen e Serafini (con Valenti, Benelli, Bonamico e Tommasini dalla panchina), arrivò quarta dietro alla Forst Cantù campione d'Italia, all'Ignis Varese campione d'Europa per la quarta volta e all'Innocenti Milano. Sono passati solo 24 anni, sembra quasi un secolo...