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Markovski parla a Vukcevic e Di Bella
Zare Markovski
nato a: Skopije (MAC)
il: 28/10/60
Stagioni alla Virtus:
2005/06 - 2006/07
statistiche individuali
biografia su wikipedia.it
Zare Markovski é il
nuovo coach della Virtus
virtus.it
- 17/06/2005
Il nuovo capo
allenatore della Virtus Pallacanestro è Zare Markovski: verrà presentato
alla stampa Lunedì prossimo, 20 giugno 2005. Zare Markovski è nato a Skopije,
in Macedonia, il 28 ottobre 1960. Il suo esordio nel campionato italiano
risale al 1993/1994, quando fu chiamato ad allenare il Banco di Sardegna
Sassari in A2. L'anno successivo sedette sulla panchina della Meta System
Reggio Emilia, in A1. In seguito, ha allenato la nazionale macedone, prima
di accasarsi al Darussafaka, in Turchia. Nell'esperienza successiva, con i
Lugano Snakes, vinse Campionato e Coppa di Svizzera, nonché il premio di
coach dell'anno.
Nel 2002/2003 il ritorno in Italia, alla De Vizia Avellino: qui ha disputato
tre campionati da head coach, salvando in tutte e tre le occasioni la
squadra campana. Il miglior risultato in Irpinia lo ha ottenuto nella
passata stagione, piazzando l'Air al 12° posto in
classifica.
Sistema Markovski:
tante alchimie, una sola identità
di Walter Fuochi - La
Repubblica - 08/06/2007
Le vie del Signore sono infinite, quelle di Zare Nostrum
una di più. Ma c’è arrivato lui a 40 minuti dalla finale scudetto, e lui
bisogna seguire, adesso, come lo sciamano posseduto dallo spirito.
Seguirlo pure quando fa un quintetto con tre play, Gugliotta da 4 e
Grant da 5 che per i sacri testi sarebbe un’eresia: invece, è quello
che prima tiene fra i denti gara 3 e poi la spacca, ribaltando la serie,
quando Blizzard aggiunge alla tripla del +4
dell’incredibile
Gugliotta
due suoi confetti, più da catalogo. +10, al Forum si
cominciano a cercare i soprabiti. E a Bologna gli amuleti, per riavviare
una storia interrotta al 2001. Manca da allora una finale scudetto,
arrivasse questa sarebbe per
la Virtus la dodicesima
tricolore (8 vinte, 3 perse: l’ultima nell’81, tutte felici le ultime 6).
Andando dove lo porta la partita, come ama dir lui quando non è in
intervista, ed è un amabile indagatore d’uomini e numeri (gli butto
‘assist: dei 28 cesti di Milano, 7 per quarto, la perfezione), Markovski
ha intanto dotato la Virtus di quell’identità che ancora Milano ricerca,
fra i tentativi anche contradditori d’un Djordjevic che della nemica s’è
ormai fatto un’idea, e una fisima, di inafferrabilità. Per chiudere
stasera una serie che, per gioco e strategia, i suoi hanno comandato, Zare
non caricherà di pesi i lunghi, ormai puro supporto logistico (in più,
amputato del povero Michelori): chiederà
solo loro di attutire, dietro, l’impatto di Blair e Watson, per di più
sconfessati da Djordjevic nel finale di gara 3, seduti accanto a lui, dopo
aver indicato sulla lavagna del pre-partita di dar palloni solo a loro. I
centri hanno spostato poco, sia nelle due sconfitte che nell’unica
vittoria, ed è fuoco da altre linee che Sasha dovrà trovare (e Zare
disinnescare). In gara 2 furono i 33 punti di Garris a scolpire la gara,
quando Kiwi, come Markovski non voleva, trovò dentro il gioco tutti i modi
per far gol. Accettarne le percussioni, più che dargli la linea da tre, è
la scelta preferita: a Milano è andata, ripetere quel piano sarebbe mezzo
punto. Ma ce n’è uno intero da prendere, fra due rivali discretamente
spossate, cercando nello spirito la spinta in più. In ottomila, ci sarà
anche più spirito.

Markovski: «Io e la
Virtus, stesso orgoglio»
di
Alessandro Gallo - Il
Resto del Carlino
«E oggi cosa mi chiedete? Sono proprio curioso di saperlo».
Rompe il ghiaccio così, Zare Markovski, che sorride ripensando alla gioia
della sera prima. Già, cosa chiedere dopo un anno, anzi due, di
interviste? Spunta l’ipotesi di formulare una domanda alla Marzullo. Il
coach se la ride e racconta in questo modo la sua prima finale scudetto.
Markovski: si faccia una domanda e si dia una risposta.
«Oggi no. Non mi faccio nessuna domanda. E mi godo la
giornata».
Parliamo allora della sua giornata.
«Una gioia immensa. Per me, ma non solo per me. Per tutti
quelli che in queste stagioni mi hanno dato degli stimoli. E per un popolo
che si era smarrito quattro anni fa. Un popolo che nel 2003 aveva
rischiato sparire. E che invece è arrivato alla fine di tre appuntamenti
importanti in questo 2007. Qualcosa che cancella anche le sfighe che
abbiamo avuto, dai tiri liberi sbagliati agli
infortuni. Tutto passa in secondo piano. Perché restano questi
risultati importanti».
Biella, Milano e ora la finale con Siena. La sua prima
finale.
«La finale è qualcosa di bellissimo. Anche perché in fondo
ci arrivano solo due squadre. Arrivare in fondo significa essere davanti a
molti. E poi questa Virtus va avanti con orgoglio. Con l’orgoglio di chi
sa di non essere secondo a nessuno».
Orgoglio e...
«Orgoglio e basta. L’orgoglio che parte dall’avvocato Porelli, che ha fondato questa comunità e
arriva fino a Messina. Che continua a vincere, continua a essere un punto
di riferimento in tutta Europa. Ma per tutta Europa, anche se ora lavora
altrove, è riconosciuto come un tecnico Virtus.
è una bella storia portata
avanti da personaggi che rispondono al nome di
Danilovic, Brunamonti, Binelli. E chissà quanti ne dimentico...».
Beh, tra tutti questi nomi, dopo il risultato dell’altra
sera, ci deve essere anche il suo.
«Se mettiamo il mio, allora, dobbiamo metterne tanti
altri».
Quali?
«Quello di Claudio Sabatini,
per esempio. E poi Blizzard o lo stesso
Bonfiglio. Che non dimentico lanciammo in quintetto proprio a Milano,
l’anno scorso, quando
la Virtus si riaffacciò
in serie A, dopo due stagioni di Legadue. E
Malagoli e Giovannoni. Dobbiamo
metterli in fila, da Crosariol a Vukcevic. Siamo semplicemente l’anello di
una catena infinita».
Prima di Biella e Milano ha ricordato un aspetto
statistico: la
Virtus aveva, e ha tuttora, il 60 per cento di successi. Con Siena, però,
la Virtus in questa stagione ha perso entrambi i match.
«Non mi spavento. Come noi, in serie A, ci sono almeno
tredici squadre».
Approfittiamo della sua passione per i numeri. Virtus
battuta due volte da Siena, ma due volte sconfitta in volata. Per quanti
minuti la sua Virtus è rimasta davanti?
«Potrei esagerare».
Esageri.
«E allora dico 75 minuti su 80».
Forse troppi.
«Sì, troppi. Diciamo 60 su 80. E in ogni caso dobbiamo dire
che la prima volta, quando abbiamo giocato a Siena, Michelori era appena rientrato. Mentre
nella seconda partita mancava Lang, che s’era
appena
infortunato».
Mc Intyre è sempre stato un problema: come lo si ferma?
«Proveremo in qualche molto a fermarlo».
Lang
scalpita, ma è fermo dal 25 marzo. Lo rivedremo in campo?
«Mi illudo che, magari, ci possa dare una mano dalla terza
partita. In realtà dovremo valutare in modo molto attento la situazione.
Kris è importante per noi, forse il giocatore più importante. Ma non
possiamo permetterci di rischiare. Meglio, di rischiare le sue ginocchia.
Vedremo».
In semifinale ha buttato nella mischia, senza paura,
Malagoli. La prossima frontiera, forse, sarà
Malagoli
in campo insieme con Bonfiglio.
«Dovesse servire lo farei. Senza esitare».
Cos’ha detto a
Malagoli
prima che entrasse?
«Assolutamente nulla».
Davvero?
«Sì. Lui è grande e vaccinato. Ha giocato anche nella final
four di Fiba Cup. C’era nel derby di andata: non c’era bisogno di nessun
suggerimento perché sa come comportarsi».
Non ha la sfera di cristallo né tantomeno fama di cartomante. Ma ha un
modo tutto suo di affrontare le partite. E la serie con Siena?
«Cercheremo di fare quello che abbiamo sempre fatto».
Ovvero?
«Mettere in difficoltà l’avversario buttando sul campo
tutta la nostra qualità. Cercando di trovare i loro punti deboli. Non
rinunceremo ai nostri principi. Sono due anni che giochiamo in un certo
modo».
Quindi?
«Quindi due anni dopo possiamo dire tranquillamente che
questa Virtus, questo gruppo, ha tutte le carte in regola per giocarsi,
sia dal punto di vista tattico sia dal punto di vista tecnico, una finale
scudetto».
Già, la finale. C’è stato un momento nella stagione nel
quale ha pensato che
la Virtus poteva
arrivare così lontano?
«Sì».
Quando?
«Mercoledì sera, al Forum, al termine della gara che ci ha
dato il vantaggio sul
2 a 1».
Solo mercoledì?
«Sì. Non posso mentire né tantomeno cambiare il mio modo di
pensare. Mi sono sempre concentrato sull’incontro successivo, senza
pensare a lunga scadenza, perché non è nel mio modo di vedere le cose
comportarmi in maniera differente. Solo dopo gara tre, quindi, ho potuto
pensare che la
Virtus era davvero a un passo dalla finale».
E adesso?
«Oggi (ieri, per chi legge, ndr) ho dato la giornata libera
ai ragazzi. Non solo: nello spogliatoio avevo detto loro che non li avrei
nemmeno chiamati al telefono. Riposo per tutti. Poi si tornerà in palestra
per preparare il primo confronto con Siena».
Lo scudetto di
Markovski: «Virtus, mi hai cambiato la vita»
di Massimo
Selleri
- Il Resto del Carlino – 12/06/2007
Non ha
paura di raccontarsi Zare Markovski, anzi la storia del nostro
giornale, nato 122 anni fa come resto di un carlino, la moneta corrente di
allora, a chi comprava i sigari in tabacchiera, lo affascina fino a
stupirlo.
«E’ incredibile come le
cose piccole quando sono fatte con cura possano crescere fino a diventare
così grandi». Si lascia sfuggire il coach bianconero al termine della visita
di ieri nella nostra redazione.
In fin dei conti è anche
la storia della sua Virtus che da squadra neopromossa, due anni or sono, è
diventata la formazione che per merito suo e senza contare sulle sfortune
altrui si è conquistata l’Eurolega. E adesso è lì pronta a lottare per
provare a portar via da Siena uno scudetto che sembra essere quasi
assegnato.
«Dopo gara uno contro
Biella — continua Markovski — mentre passeggiavamo nel centro i Bologna con
Claudio Sabatini gli ho detto che l’anno
scorso abbiamo costruito il primo piano della nuova Virtus, quest’anno il
secondo e il prossimo faremo il terzo.
Sabatini
mi ha guardato e
scherzando mi ha detto che dovevo pensare anche ai balconi e non solo alle
finestre».
Sorride sapendo di aver
costruito un attico e non semplici appartamenti residenziali, anche se la
stagione non è stata tutta rosa e fiori, anzi la sindrome dell’eterno
secondo poteva creare un brutto scherzo alla truppa virtussina.
«Partendo dall’esperienza
dell’anno scorso ci siamo dati delle regole. Sapevamo che tutti i giocatori
che erano rimasti con noi potevano farci fare il salto di qualità non solo
tecnicamente. Quando sono arrivati i nuovi spettava a chi era già qui
accoglierli e far capire loro qual era il nostro stile. Così se c’era un
problema in spogliatoio spettava a Di Bella, Vukcevic e Lang
risolverlo. Se la questione continua intervengo io almeno fino alla terza
volta e poi tocca a
Sabatini.
Solo due volte Claudio è dovuto intervenire e lo ha fatto in maniera decisa.
Con questa chiarezza la squadra ha saputo superare i momenti più difficili e
anche le delusioni».
In Italia,
per allenare, ha dovuto studiare e sostenere esami a Bormio, come un
ragazzino chiunque.
«I miei sacrifici sono
stati completamente ripagati quando ho ricevuto la chiamata di
Sabatini.
Lì si è coronato un sogno perché la Virtus è una grande squadra, forse la
più grande e dal primo giorno mi è stato chiesto di dare un contributo
importante nella formazione della squadra dato che ero io ad allenarla.
Anche quando sono arrivate le critiche non mi sono impressionato, l’unica
mia preoccupazione era quella che
Sabatini
continuasse a credere nel
mio lavoro. Neppure alle contestazioni ho dato molto peso. Tutti cerchiamo
una platea, c’è chi gioca a calcetto con gli amici volendo vincere la
partita e chi, invece, davanti a settemila persone vuole distinguersi».
I suoi sacrifici,
comunque, hanno trovato uno scopo pure nel suo metodo che si è rivelato
vincente. A turno giocano tutti e a turno a tutti tocca fare di tutto.
«La pallacanestro, come
tutti gli sport ad alto livello la possiamo considerare un’arte. Ci sono
diverse scuole di pensiero. Io mi considero un futurista perché penso che
tra 20 anni in campo vedremo squadra con cinque play e con cinque centri.
Spariranno tutti i ruoli intermedi, dalla guardia all’ala forte. Non ci sono
alternative: già ora, di fatto, ci sono tre ruoli. Il play, il centro, e
tutte le posizioni intermedie, che si scambiano tra loro. I miei ragazzi
hanno capito molto bene questa mia filosofia. Tutti sanno perché entrano in
campo e perché escono. Da questo di vista Best e
Vukcevic
sono stati di esempio a
tutto il gruppo. Si sono isolati dai compagni per insegnare a loro un’etica
vincente del lavoro».
Sono in
tanti a essersi convinti di questa evoluzione dato Markovski ha
ricevuto chiamate da mezza Europa.
«Davvero non lo so,
perché il cellulare lo tengo quasi sempre spento. Battute a parte è vero,
c’è chi si interessato ma il mio futuro è legato alla Virtus fino al 2010.
Qualsiasi altra soluzione non dipende da me, ma da
Sabatini».
Ora c'è
Siena,
un ostacolo che sulla carta sembra essere insormontabile, anche perché non
ci saranno né Michelori
né
Lang.
«Andiamo a giocare gara
uno domani e lì ci misureremo. Non partiamo battuti ma abbiamo l’esigenza di
rimanere con i piedi per terra come abbiamo fatto nelle 62 partite che
abbiamo già giocato in questa stagione. Quelle di Fiba Cup ci hanno
consentito di crescere e di arrivare a poter far giocare minuti importanti a
un giovane come Crosariol in semifinale
playoff e il suo contributo si è fatto sentire. Se potessi togliere un
giocatore a Siena toglierei Stonerook soprattutto per le nostre assenze.
All’appuntamento, comunque non ci presentiamo rassegnati».
Il sorriso durante la sua
visita non lo ha mai perso neppure pensando ai suoi prossimi avversari e
chissà quale alchimia starà preparando. Contro Milano abbiamo visto Best
difendere su un lungo, senza dubbio la squadra sarà pronta a seguirlo in
quello che ormai è un sogno avverato comunque si chiuda la stagione
bianconera.
Casa Virtus, divorzio
alla petroniana
di
Waòter Fuochi - La
Repubblica - 25/06/2007
Il primo week-end senza Virtus, e senza lavoro, Zare
Nostrum lo spende a zonzo per i saluti e baci, s’attovaglia, direbbe
Dagospia, sabato sera con una decina d’amici cari nel solito covo della
Ponticella, e si dissolve domenica, forse nei suoi chilometraggi senza
fine. Sostiene che lo rilassi guidare a lungo: stavolta, allora, può
arrivarci a Capo Vaticano. L’ha preso malissimo questo divorzio, e se gli
torna in mente l’altra domenica, otto giorni fa, lo prende pure peggio:
quando entra in campo a Siena per gara 3 è fresco d’annunciata trombatura. Sabatini dixit.
Ci sarebbe rimasto, Zare alla Virtus, e non solo perché,
dopo vent’anni di marciapiede, era arrivato finalmente a giocarsi (e a
meritarsi) un’Eurolega. Gli piaceva la casa, gli arredi, la gente dentro.
Casa sua, per due anni. L’eredità tocca invece ad un altro, e se circolano
ora anidridi solforose, a intossicarne i pensieri, c’è da capirlo: non è
un sospetto strampalato sentirsi l’ennesima vittima stritolata in questa
buffa e spietata giostra del derby infinito. Ma sì, gli piove sulla
schiena il candidato naturale alla panchina Fortitudo e non è la prima
volta che la rivalità daziaria aizza stangate, date e prese. Già scritto,
ma repetita iuvant: nessuno ha rapito Obradovic alla concorrenza, ma le
misure del godimento sono a discrezione di chi se lo procura, e
Sabatini, raccontando la tresca con Pilla, molto dava a veder di
spassarsela. Poi, che la casa di fronte sia la sua ossessione (o anche la
solita strategia per cambiar discorso, quando si deve uscire da un angolo
scomodo), la conferenza dell’altro ieri riconferma: liquidati in fretta un
coach vecchio e uno nuovo, lo show s’è dilatato alle cannonate sui
dirimpettai. Anche del gusto ognuno ha le sue misure.
Markovski è oggi un disoccupato più ricco, se venerdì sera
il suo agente Dario Santrolli, l’elemento quieto del duo, perché Zare
fumigava ancora ire, s’è alzato dal tavolo di
Sabatini
strappata una transazione pari ad un anno di contratto: sui
120 mila, euro più euro meno. Più ricco, però a spasso. Milano, Salonicco,
Malaga, il triangolo delle speranze incastrate lo conoscete. Roba buona,
se si va. Ma per adesso si sta. Traditi, beffati, feriti. Perduti in quel
precipitare lento, eppur nitido, che il macedone inizia a cogliere, da
dentro, la sera in cui Biella sbanca il PalaMalaguti: 17 maggio, 87-97,
0-1 Virtus. Quella notte di parole senza sonno pare già la fine di tutto:
l’anno di lavoro buttato, l’Eurolega perduta, tanti soldi a puttane. E’ lì
che il dialogo con
Sabatini
deraglia e s’inceppa, che il dire e non dire si schiarisce,
che la filantropica offerta a non sfinirsi più nel doppio lavoro, gm e
coach, perché prosciuga, distrae, distoglie, si tinge già di minaccia.
S’avanza, di qui, a toccate e fughe. Sventolate promozioni. Ossia
rimozioni: si faceva così già nei fori romani. Ut amoveatur...
Zare, perché non fai il coach e t’affianchi un gm? E, visto
che in giro c’è poco, perché non lo fai tu, il plenipotenziario con tutte
le chiavi della società? E perché non ti pigli un coach: Pillastrini, per dire? E perché invece,
da direttore generale, non mi chiedi chi direi io? E perché, infine,
avendo davanti un allenatore che tonto non è ed ha imbroccato l’anno più
bello della sua carriera non ti fidi, tiri dritto e si vive ancora felici
e contenti?
Il «Padrino» svelò le proposte che non si possono
rifiutare, qui siamo a quelle che non si possono accettare, ma è già una
ricerca di vie d’uscita: i dadi son tutti tratti.
Sabatini
vuole cambiare. Punto. Perché, quando lo decide, Zare non è
ancora il coach in Eurolega e in finale scudetto, pieno artefice di tutto
questo, una volta saltate Biella e Milano, osannato dalle folle, perché i
risultati sono il destriero più sfrenato che un mister possa cavalcare.
Quando Sabba sceglie di scaricarlo è il testone che per un anno e mezzo ha
diviso critica e pubblico, platea e loggione coi suoi personalissimi
percorsi tattici e strategici. Quello che, degli ottomila a Casalecchio,
combina peggio i quintetti.
è
stato, vero, iperaziendalista: di più, perché gliel’avrà pur chiesto
qualcuno di far tutti quei mestieri che ora non van più bene. Ha accettato
quelli che non voleva (Drejer, soprattutto Best, se si volesse riaprire il dibattito sul
carrello del Diana...), e riplasmato quelli che altrove non volevano
neppur sentir tossire (Giovannoni, Ilievski, Vukcevic,
lo stesso Crosariol). Ma ora sta facendo
inabissare la stagione. Basta così.
Il gioco intanto continua, e continua benone, vincendo e
volando. La strana coppia invece s’allontana, inesorabilmente. Anzi, è già
rotta, come ci racconta sabato il Divo Claudio, retrodatando ancora la
passione per ‘Pilla’: Premiata-Virtus 97-79, qui è il 19 aprile. Poi
arrivano gli Happy Hour, poi irrompe piazza Maggiore, grande colpo
mediatico del boss, ma allenamento a 30 gradi che non piacerebbe a nessun
allenatore (quorum Zare), 24 ore dopo gara 1 e 24 prima di gara 2 (persa
poi di schianto). E infine c’è pure Zare che sclera e sbacchetta, in gara
2 con Siena, e se c’è in giro un killer è come dargli
la P38
carica. Sereni, non c’è più un solo colpo da sparare. Insomma, chi ne
visti cadere tanti come mosche al flit, nelle stanze bianconere, fa due
più due e capisce che è arrivato il suo turno. Gioca a Siena gara 3 da
dead man walking, consuma lunedì una silente cena con la squadra, si ferma
a notte per un nuovo acceso confronto col patron, e martedì quel che
serpeggia emerge, e mercoledì straripa, visto si stampi, tutto ciò che
doveva dipanarsi senza strappi. Di lì, è poi un rincorrersi di opere
buffe, di porte spalancate a Zare verso il futuro e la gloria di Milano,
ma ormai ci si casca in pochi, questo è solo un esonero già confezionato
col fiocco, prenotato da un pezzo chi deve arrivare, tramite i consueti
canali della diplomazia parallela. A Markovski non resta che svuotare
cassetti e armadietti all’Arcoveggio e obbligarsi a un silenzio indotto da
prudenza contrattuale, ma pure da dignità ferita che sconsiglia pubbliche
piazzate e altri, ormai inutili cocci, da ex d’una storia finita.
Zare, ti vedo stanco, vuoto, stremato. Adesso sì che c’era
da dirglielo. E in tanti gliel’abbiamo detto, salutandolo.
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