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Giancarlo Marinelli
nato a: ?
il: ?/?/1915 - ?/?/1987
Stagioni in Virtus:
1934 - 1935 -
1935/36 - 1936/37 -
1937/38 - 1938/39 -
1939/40 - 1940/41 -
1941/42 - 1942/43 -
1943/44 - 1944/45 -
1945/46 - 1946/47 -
1947/48 - 1948/49 -
1949/50
come allenatore:
1953-54
palmares individuale in Virtus: 4 scudetti
(tutti da giocatore)
biografia su wikipedia
Giancarlo Marinelli è
considerato uno dei giocatori più forti e moderni, in un certo senso, del
periodo. Atleta vero, praticante il mezzo fondo e il salto in alto, non
poteva non arrivare al basket per un motivo molto semplice: era nato proprio
di fronte alla "Santa Lucia", palestra che inizia a frequentare,
diciottenne, nel 1933. Il nome di Giancarlo Marinelli è legato anche ad un
episodio curioso, accaduto nel 1936, durante un torneo. La finale vece
impegnata proprio la Virtus di Marinelli e
la Parioli di Roma dove gioca il figlio del Duce. L'imbarazzo è grande
perché un po' tutti credono di sapere come "deve" andare a finire. Come è
possibile fare uno sgarbo al figlio del Duce? E invece Giancarlo Marinelli
"se ne frega" e, visto che è di gran lunga il miglior giocatore sul terreno,
fa il diavolo a quattro, e porta la Virtus
alla vittoria fra l'imbarazzo di quasi tutti e la soddisfazione di pochi. "A
quei tempi si giocava senza vedere una lira, si andava in trasferta col
cartoccio dei viveri, si viaggiava la notte per non spendere i soldi
dell'albergo" avrebbe raccontato anni più tardi Marinelli "In quel torneo
c'era in palio una medaglia d'oro e io avrei dovuta lasciarla perdere? Eppoi
in campo siamo tutti eguali, nessuno è privilegiato".
Giancarlo Marinelli lascia una
traccia profonda sotto le Due Torri: vince due medaglie d'argento agli
Europei, partecipa a due Olimpiadi, vince 4 scudetti con la Virtus e viene considerato a lungo tra i
migliori giocatori europei. Sarà alla guida anche della Nazionale italiana
senza peraltro riuscire a fare molta strada. Leggiamo cosa scrisse di
quel periodo e di lui Aldo Giordani sulle colonne del mensile
"Pallacanestro". "Nasceva in quegli anni la formazione del futuro che doveva
portare finalmente alle Due Torri lo scudetto del basket. Giancarlo
Marinelli andava in palestra la sera da San Ruffillo, e accanto a lui si
stringevano i ragazzoli ancora imberbi, spesso ancora coi calzoni
corti. Magari avevano giocato il pomeriggio negli accanitissimi tornei delle
scuole, con le due squadre che portavano lo stesso maglione nero da
ginnastica e che alla meno peggio si differenziavano in campo con i
baschetti bianchi o rossi distribuiti dal custode prima dell'entrata in
campo. Era un cenacolo vero e proprio quello di Marinelli e degli
altri grandi di allora. A quei tempi il basket era soprattutto
passione, non studio profondo come adesso. E quando - alla fine della guerra
- vecchi e giovani si ritrovarono per ricominciare le partite, la Santa
Lucia non c'era più, chiusa per sempre alle partite e allo sport: ma la
passione di quelle lunghe sere d'inverno era rinata intatta e trovò
finalmente il suo frutto sospirato nel primissimo campionato dopo la fine
delle ostilità".
tratto da "Virtus
- cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

Durante un derby in Sala Borsa col Gira
Settimo cielo
Tratto da “Il Cammino verso la Stella”
(...)
Galeazzo Dondi in
altre cose affaccendato, Galeazzo Dondi sta
costruendosi la sua solida fama di odontoiatra e allora prende in mano la
baracca Giancarlone Marinelli. Chi è costui? Intanto è il “centro” più forte
che ci sia in Italia. Non ha molto coltivato gli studi, fa funzione di
geometra, ha un fisico da spaccare il mondo, piace alle donne e a lui le
femmine piacciono tanto. Straripa di buon umore, ma guai carezzarlo
contropelo, guai fargli perdere la bussola. Gioca alle Olimpiadi del ’48,
sarà il Citì in quelle di Helsinki quattro anni dopo. Ha prestigio e
carisma. Ogni tanto si lascia andare e fa sganasciare tutti quanti. A Riga
(campionati d’Europa) si prende una sbronza terrificante. Sta tutto nudo
nella hall dell’albergo e proclama solennemente che l’antico zar è lui o che
forse lui è la zarina Caterina, chissà mai. Anche Giancarlo Marinelli è di
quelli di Via Castiglione e zone limitrofe, vedi
Bersani, Vannini,
Rapini e Ranuzzi. Gioca alla “Piola” (il
grande centravanti dell’epoca), oggi si direbbe che è proprio un all around,
un magico universale. Viene dall’atletica leggera e dal rugby, comincia a
tirare la palla nel canestro un po’ tardi (a diciassette anni),
ma da quel momento fa davvero sfracelli. Quattro scudetti Virtus, due
Olimpiadi, un argento ai campionati d'Europa, un anno di panca azzurra come
Citì e la bellezza di quaranta gettoni in Nazionale, la bellezza o la
pochezza perché - dice lui “Troppo spesso il lavoro mi assorbiva e dovevo
dire di no”. Su Marinelli sono fiorite storie amene tipo quella della gran
sbornia in Lettonia. Ma quella del viaggio di nozze interrotto è purissima
verità. “Eravamo nel primo dopoguerra, proprio nel '45 e al terzo giorno -
racconta - sospesi il viaggio di nozze per andare a giocare in Nazionale.
Come ci rimase mia moglie? Niente, mia moglie sempre stata dolcissima… capì
e soffrì in silenzio…
Giancarlone ogni tanto faceva questo numero:
piazzava le gambe sulla riga del centrocampo e da lì scagliava la bomba. “Mi
andò benone una volta a Varese, canestro da metà campo e vittoria
importantissima per uno dei quattro scudetti. E a Parigi, già, a Parigi nel
'38 non sapevamo come risolvere la situazione. Ai pans 'mme, datemi
la palla. Gran botta da metà campo, vittoria sulla Francia, Parigi
conquistata e tanto champagne”.
Con Giancarlo Marinelli a dirigere le
operazioni la Virtus continua a furoreggiare.
(...)
UN ALTRO GRANDE NON C’è
PIù
di
Aldo Giordani – Superbasket – 28/05/1987
Un altro Grande ci ha lasciati. Ai giovani di
oggi, il nome di Giancarlo Marinelli dice poco. Ma, nella sua epoca, fu un
dominatore. Giocò due Olimpiadi a dodici anni di distanza, come Meneghin.
Furono le sole due, perché‚ nel pieno della sua carriera ci fu la guerra.
Aveva un fisico scultoreo, un gioco che oggi sarebbe definito “all around”,
anche se il suo ruolo era centro, in un'epoca però nella quale spalle a
canestro, fino all'avvento di Stefanini, non si poneva nessuno. Dopo una
sconfitta a Venezia in una partita-scudetto, chi scrive tentando Cesarino
Negroni di risollevare l'umore dell'ambiente con una battuta, che nelle
intenzioni doveva essere sdrammatizzante - vide un piatto volare lungo tutta
la lunghezza della tavolata, scagliato dal Nume infuriato, il mitico
Giancarlo capo carismatico della squadra felsinea. Abitava in un certo
periodo a San Ruffillo, arrivava in bicicletta agli allenamenti in Santa
Lucia, c'erano Athos Paganelli, Napoleone Valvola, Gelsomino Girotti, Venzo Vannini, Galeazzo Dondi, gente che non aveva certo la
tecnica dell'ultimo junior di oggi, ma che - come cuore, come capacità di
combattere, come doti atletiche - non sarebbe stata seconda ai “Longobardi”
di oggi. E sono sempre quelle, in tutte le epoche, le qualità che
distinguono gli assi dai pallelesse. Giancarlo Marinelli non è più. Fino
alla guerra, e durante la guerra, le “V” nere non erano mai riuscite a
fregiarsi di tricolore. Anche allora, c'erano stati dapprima i milanesi con
l'oriundo in più (come oggi). Poi, per due volte, la Reyer dei fratelli
Fagarazzi, dei fratelli Stefanini, di Rico Garbosi, di Amerigo Penso. Ma,
dopo la guerra, fu il momento della Virtus. Il grande, grandissimo Giancarlo
(uomo da Nazionale ad occhi chiusi anche oggi, tanto per capirci) arrivò a
vincere il primo scudetto di Viareggio. Poi furono altri tre in fila. Ed
ebbe due argenti “europei”, allenò anche la Nazionale. Ultimamente era
malato, faceva piangere la visione di quella quercia che era stata, percossa
dalla spietata violenza del male. Ma il Marinelli che tutti debbono
ricordare è il Marte dei suoi anni d'oro, quando era un big più big di
quelli d'oggi.
TRE VOLTE, LA VIRTUS,
CAMPIONE D'ITALIA
da un quotidiano del 1948
(...)
Trentatré anni, sposato,
impiegato presso un'industria edile. Appartiene al primo nucleo virtussino.
Il lavoro lo impegna moltissimo, però riesce sempre ad essere con la sua
squadra. Marinelli è conosciuto in tutta l'Europa perché ha incontrato, al
centro della nostra Nazionale, tutte le rappresentative straniere sempre
mettendosi in ottima luce. Azzurro (supera la quarantina di presenze),
olimpionico, campione mondiale universitario.
(...)
IL RICORDO DI GIGI RAPINI
di Roberto Cornacchia
Il più forte
fisicamente, in assoluto, era
Giancarlo Marinelli, sembrava il discobolo. In tutto,
nelle gambe, nelle braccia, un fisico proprio
veramente forte come non mai, anche lui era uno che sovente andava su di
giri però. E aveva un debole per le sottane.
Ricordo una volta che
eravamo al campo Valeriani, perché alla domenica mattina andavamo sempre
alla Virtus
e giocavamo a pallavolo.
Giocavamo senza regole quando
passò uno e mi ricordo che era il gerente o il
proprietario del Caffè dei Cacciatori.
Costui passò e attraversò
il campo in un angolo. Marinelli gli urlò “ehi,
amico. Tu devi girare fuori dal campo, eh”. Avrà tagliato il campo di due
metri, facendo quattro passi al suo interno. Al tornare indietro passò
ancora da lì. Come lo vide fare lo stesso taglio, Marinelli
cacciò via la palla e gli si lanciò
addosso dicendogli “ti avevo detto di non passare di lì” e
gli cacciò una botta
che lo stese. Io gli ero di
dietro, lo presi e gli dico "Giancarlo
ma cosa fai?” ma subito arrivò
Venzo Vannini che mi tirò
giù le braccia e mi disse “si tiene sempre stretto
l’avversario, mai il tuo compagno”.
Questo per
rendere l'idea di quale spirito animasse quei giocatori,
che noi avevamo in parte preso, ma
loro erano così naturalmente. Ricordo che nella
partita in cui io debuttai, a Pavia, nel primo
tempo feci 12 punti e nel secondo tempo
subii un trattamento "particolare" da uno, un mezzo
delinquente, che mi marcava dandomi dei calci. Quando mi lamentai della
cosa, Vannini mi disse: "Adesso ci penso io a lui”.
All'epoca era così: ognuno marcava il suo uomo in base alle caratteristiche
fisiche e spesso ci si dava delle discrete botte. Però al ritorno gli altri
si facevano sempre pari: quella era la regola, al ritorno chi giocava in
casa pareggiava sempre il conto...
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