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Fletcher Johnson su Tillotson
Fletcher Johnson
nato a:
il: ?/?/1931
altezza:
ruolo: ala/centro
numero di maglia: 8 e 20
Stagioni alla Virtus:
1957/58 - 1958/59
Un ricordo
di Peppino Cellini su Fletcher Johnson: "Conquistò subito la piazza, divenne
ben presto idolo della tifoseria. Solo una volta prese la pazienza, fu
contro il Gira oramai al canto del cigno, marcato da un piccoletto come Rino
di Cera che per evitare di farlo andare a rimbalzo, usò per una volta metodi
poco ortodossi. Fletcher si voltò di scatto e lasciò partire un destro, che
se non prontamente schivato, avrebbe potuto staccargli la testa".
tratto da "Virtus
- cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro
IL CUORE NEL CANESTRO
di Aldo Giordani - Il Guerin
Sportivo - luglio 1982
Sono passati venticinque anni
e l'aitante giovanottone di colore che allora giunse a Bologna proveniente
dalla Duquesne University di Pittsburgh per giocare nella Virtus, è oggi un
robustissimo cinquantenne sdraiato sulla spiaggia di Milano Marittima. Ha
vicino la moglie e due figli. E la sua è una storia eccezionale. Fletcher
Johnson aveva avuto un'infanzia difficile: sua madre faceva la domestica e
lui - già all'età di otto o nove anni - si prodigava nei mestieri più umili
per portare a casa qualche dollaro e arrotondare così le magre entrate
familiari. Oggi è un cardiochirurgo fra i più quotati in America e può
permettersi un'esistenza agiata: "Se guardo indietro - dice - concludo
sempre che la mia vera vita è cominciata a Bologna".
BORSA DI STUDIO.
Fletcher
Johnson aveva studiato psicologia. A Lello Zambonelli, per portarlo alla
Virtus, bastò offrirgli una borsa di studio per il corso di sei anni di
medicina all'università di Bologna: "Allora non si usavano - spiega Johnson
- le cifre colossali degli ingaggi di oggi, ma i giocatori pensavano di più
all'unica cosa che conta: al proprio avvenire e a divenire uomini". Avendo
studiato psicologia, Johnson non poté completare, per le leggi italiane,
tutto il corso di medicina a Bologna e dovette poi laurearsi a Ginevra. Ma a
Bologna imparò ad amare l'Italia, un amore che non ha più dimenticato: "So
che oggi voi italiani avete molti problemi - dice - ma problemi ne hanno
tutti: sociali, religiosi, razziali, economici. Però in Italia c'è ancora
una dimensione umana che è difficile trovare fuori di qui".
ITALIA MON AMOUR.
Johnson vive
d una cinquantina di chilometri da New York. Ha arredato la casa
all'italiana, ed anche il suo studio medico. A New York va solo per lavoro,
per affari o per il basket. La "Big Apple" non gli piace: "La cosa più bella
che c'è - dice con un sorriso - è l'aeroporto. Perché in sette ore si arriva
in Italia". Johnson lavora duro per dieci mesi all'anno (anche quindici ore
al giorno), per prendersi una vacanza qui da noi. Adesso i figli cominciano
a diventare grandicelli e lui - che oltre all'italiano parla bene anche il
francese - cerca di fargli conoscere il mondo. Si è fermato due settimane a
Cannes: "Ma non è come qui. I bambini sono i padroni, possono giocare, fare
quel che vogliono, divertirsi. Là c'è troppa formalità, i ragazzi debbono
stare zitti, non possono correre a volontà. Non c'è dubbio, molto meglio
qui". E indica i suoi due ragazzi che stanno facendo un castello di sabbia
con un tedesco, un olandese e un italiano: "La perfezione al mondo non
esiste - riflette ad alta voce - ma questa amicizia, questa cordialità tra
elementi di razze così diverse, è molto vicina alla perfezione".
IERI E OGGI.
Quando Fletcher
Johnson venne in Italia per la prima volta, ci furono equivoci - tra i meno
esperti - perfino sul suo nome e cognome. Taluni pensarono che Johnson fosse
il nome e Fletcher il cognome. Anche alcuni giornali caddero nell'equivoco.
Non era un fenomeno, ma aveva un gran potenza e per la sua mole una notevole
agilità. L'allenatore della Virtus di allora era Vittorio Tracuzzi e il
"professor" Johnson è oggi lietissimo di apprendere che il suo vecchio coach
di una volta ha ora una posizione di rilievo come allenatore della nazionale
femminile. Johnson ricorda ancora con simpatia i suoi vecchi compagni, da Canna a Calebotta, ed è informatissimo: sa molto bene, ad esempio, che Gambini è ora sull'altra sponda petroniana, quella della Fortitudo. Del
resto, quando ha potuto, Johnson ha sempre cercato di ritrovare i suoi
vecchi compagni. Quest'anno non può, perché deve ritornare in USA,
rinunciando volentieri a qualche giorno di ferie, per essere puntuale al
consueto "Memorial Stokes" di Monticellouna classica di beneficenza cui
partecipano le grandi stelle di "pro" in ricordo di Maurice Stokes,
l'ex-asso dei Cincinnati Royals che negli anni '50 fu colpito da una
encefalite nel pieno della carriera, dovette smettere e poi morì nel fiore
degli anni. Al "Memorial Stokes", come sempre, anche quest'anno Johnson si
presenterà gratuitamente come medico, dall'aeroporto andrà direttamente al
campo. Fino a qualche anno fa, Johnson era primario di un ospedale. Adesso
fa il libero professionista, e annovera tra i suoi pazienti anche alcune
celebrità dello spettacolo. Ha operato Myron Cohen e, di recente, Melen
Hayes, considerata la miglior attrice americana. La stragrande maggioranza
di coloro che si rivolgono a lui è di razza bianca: "E non vengono da me -
disse una volta con orgoglio ad una rivista americana - per chiedere
un'aspirina!". Gli affidano in effetti la propria vita. E sembra quasi
impossibile che quelle enormi manone, che una volta nascondevano la palla
come fosse una mela, possano oggi armeggiare col bisturi in mezzo centimetro
quadrato sull'aorta oppure tra le valvole del cuore. Di recente, gli è
accaduto un episodio che ricorda con fierezza ma anche con una certa qual
meditazione sugli insegnamenti della vita: "Quando avevo dodici o tredici
anni, facevo il groom in un Grand Hotel e aiutavo i facchini a portare le
valigie. Così all asera potevo portare a mia madre qualche spicciolo. Adesso
il proprietario di quel Grand Hotel è venuto da me per farsi operare al
cuore!".
GUSTO ITALIANO.
Ha una
spiccata predilezione per il gusto italiano, per i prodotto italiani: ha
sempre avuto una Lamborghini, adesso ha una Maserati Quattro Porte; gli piace
la cucina italiana e ne insegna ai figli le leccornie. Jaime, il più grande,
è un torello di dieci anni. che nel fisico somiglia al padre, e che
diventerà di sicuro una "power forward" del basket o un "full back" del
football. Benjamin, il più piccolo, ha sei anni, è più asciutto e minuto, ma
- dice la mamma - "è più atletico, più rapido, più scattante dell'altro".
Anche la signora Jane segue le vicende del basket italiano. Sa che Haywood è
stato in Italia e che qui ha creato qualche problema. "Ma il più caposcarico
di tutti i campioni - le diciamo - è stato forse Barnes". "Anche negli Stati
Uniti - è la risposta - non aveva sempre la testa a posto". E i giocatori di
oggi rispetto a quelli del tempo che fu, come sono? Qui interviene di nuovo
il signor professore: "Sono più alti, e in genere più forti, non soltanto in
Italia. Tirano anche meglio. Ma non sono abbastanza completi. Dovrebbero
rendere di più. Nella differenza del gioco c'entra anche un diverso metro di
valutazione degli arbitri: oggi è lecito, nei contatti o nel prendere
posizione, ciò che a me veniva fischiato". Fletcher Johnson si trovava in
Francia quando l'allora Squibb vinse la Coppa dei Campioni a Colonia contro
il Maccabi. Vide l'incontro in televisione: "Buona partita, ottimi giocatori
- dice - molto buono il livello tecnico. In Italia il miglioramento è stato
notevole".
UNO SPECCHIO.
I due ragazzi
partono a razzo per tuffarsi in acqua. La famiglia Johnson è in spiaggia già
alle nove del mattino. L'attuale chirurgo di gran fama sta scrivendo un
libro. Stando sotto l'ombrellone ha riempito quaderni e quaderni, che farà
ribattere una volta a casa. Un libro, se abbiamo capito, di medicina,
basket, sociologia. Forse lo specchio della sua esistenza: "I malati, come i
giocatori, devi capirli. Io ricevo dalle cinque del pomeriggio alle due di
notte. In media dedico mezz'ora a ciascuna visita, perché qualche caso ha
bisogno di dieci minuti magari per il semplice esame di un
elettrocardiogramma, e qualche altro, invece, richiede più di un'ora per
scoprire se c'è il male e dov'è. è
lo stesso coi giocatori: a qualcuno basta dare un'occhiata, a qualche altro
devi dedicare più tempo. Guai a generalizzare: ognuno ha bisogno di un
trattamento diversificato". è
un concetto che Johnson mette in atto anche nella sua professione. Dal
miliardario si fa pagare tutto; se invece in Harlem, mentre assiste al
Rucker Tournment, un poveretto gli chiede di visitarlo, lo fa ben volentieri
senza riscuotere una lira. E magari lo opera, pure gratis. Lavora molto per
avere poi il tempo di correre in Italia. Dove - lo dice e lo ripete - imparò
a vivere e dove mosse i primi passi per la grande "escalation" sociale che
ha realizzato.

Fletcher Johnson, ora
affermato chirurgo, viene sempre in vacanza nella Riviera Romagnola
Addio a Fletcher Johnson, gloria
Virtus
La Gazzetta dello Sport - 08/10/2008
è morto
sabato scorso all'età di 77 anni, stroncato da un tumore al pancreas,
Fletcher Johnson. Il suo nome è legato a quello della Virtus Bologna
con cui giocò dal 1957 al 1959, diventando uno degli stranieri più
celebri e apprezzati dell'epoca. Uscito dalla Duquesne University
(finalista del Nit nel 1954), sbarcò in Europa dove, a fianco della
pallacanestro, proseguì gli studi e si specializzò in chirurgia.
Pilota dell'Air Force durante la guerra di Corea, nel 1973 si stabilì
nel New Jersey dove continuò a esercitare la professione medica fino
alla scorsa settimana.
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