Gioie, dolori e
tentazioni Holland vuole sedurre la Virtus
di Marco Martelli - La
Repubblica - 27/08/2007
Fosse un cartoon-movie,
già sapremmo come definirlo. «Lui non è cattivo, è che lo disegnano così»,
verrebbe infatti da dire di Delonte Holland, nuova, fiammante ala piccola
della Virtus, dopo due anni italiani in cui ha fatto impazzire difese e
tifoserie, ma anche allenatori. Al suo esordio teramano, Matteo Boniciolli
aveva il compito di sgrezzarlo. Anche alzando la voce. «Gli feci 3-4
cazziatoni epici – dice Boniciolli -. Ma erano cazziatoni d’amore, e lui lo
sapeva. E assorbiva». A Varese, invece, il sistema di Ruben Magnano era, a
detta dello stesso Delonte, «anni luce lontano dalla mia idea di
pallacanestro». E finì male, dopo cambi punitivi (già in precampionato),
finali di partita visti a sedere (contro la Virtus, in Coppa Italia) e
reazioni spropositate, come l’alzata di voce del giocatore in faccia
all’argentino, prodromo di una temporanea cacciata dalla squadra.
Eppure, Delonte Holland è
un ragazzo d’oro, a sentire chi gli sta accanto. Arriva da Greenbelt,
Maryland, e ha dovuto crescere in fretta: i genitori separati a 10 anni, la
vita con il padre detective, il rapporto non entusiasmante coi libri. Doveva
cercare un appiglio e l’ha trovato nel basket, con la prima palla toccata a
15 anni, e pure nell’amore: il colpo di fulmine con la splendida Shaimaa,
che tuttora lo marca più stretto di Soragna.
Non ha vizi, non è un
incallito nottambulo, è introverso. «Ma in campo e in palestra è
sorprendente – continua Boniciolli -. Si massacra, pur di migliorare. Sembra
un serbo». Non a caso, porterà il 5 di Danilovic.
Uno che, come Holland, aveva un solo, maledetto obiettivo: vincere. Per
questo l’ha voluto Stefano Pillastrini, uno
che di sistemi e di creatività s’intende. Con Delonte, "Pilla" eleva il
tasso di talento della squadra, ha chi crea, per sé e per i compagni, anche
in situazioni pericolanti, e ha un giocatore, come tanti in carriera, da
crescere ed allevare anche al livello più alto. Non sarà una Virtus
Holland-dipendente: ma una ventina di punti da Delonte, uomo da oltre 17 di
media in due stagioni, saranno spesso lo spartiacque tra gioie e dolori. Di
certo, se c’è chi già dispera per la partenza di gente dallo spiccato
killer-instinct, come Vukcevic o Ilievski, beh, allora Delonte può esserne un
degno erede: due volte, entrambe in trasferta, ha fatto secca Milano nei
momenti chiave; e una pure la Virtus, febbraio 2006, in una sera da 26
punti, schiacciate, piroette e la stoppata decisiva. Più tardi toccò alla
Fortitudo: Repesa ne uscì indenne, ma Delonte, al PalaDozza, infilò trenta
punti indimenticabili.
Bello da vedere quanto
dannato per chi l'ha gestito, Holland è davanti al bivio.
è alla Virtus per sfondare,
per debuttare in Eurolega e pure per togliersi l’etichetta di rompiballe.
Un’etichetta eccessiva, che se ha messo dubbi ad altri potenziali
interessati (Roma, Treviso), non ne ha messi a
Pillastrini.
L’ha chiesto subito, all’arrivo, e solo i pessimi rapporti tra Sabatini e l’agenzia che ne ha la procura
sembravano far saltare l’affare. Che, alla fine, hanno fatto entrambi: il
giocatore che trova l’Eurolega, la Virtus che non si svena per il bomber
della squadra, sperando di tenerlo a lungo. Ha tre anni, su carta, e chissà
se si fermerà, dopo una carriera passata, fin da piccolo, a cambiare ogni
anno: dalla Roosevelt High School all’Independence College, da Vincennes
University (che produsse Shawn Marion) a De Paul, prima di Belgrado (all’Atlas,
top-scorer di Serbia a 20.7), Teramo e Varese. Peraltro, migliorandosi
sempre; un gioco quasi unico, con l’innata capacità di utilizzare una
porzione di campo, quella tra i 3 e i 5 metri, ormai poco battuta, e un
altro fondamentale in estinzione, l’arresto e tiro. Questo ha sedotto tutti,
Pillastrinicompreso, in Italia. E
non ci metterà molto a sedurre, fin dalle prime gare, il pubblico della
Virtus. è uno dei suoi
obiettivi, ma non il primo. Vuole vincere, prima di tutto. E, finalmente,
togliersi quell’etichetta di bad boy.
.
Pillastrini perde la pazienza Holland
finisce fuori squadra
di Marco Martelli
- La Repubblica - 23/10/2007
Stavolta Delonte Holland finisce fuori squadra
per davvero. L'ennesima sfuriata contro l'allenatore,
domenica nel finale della gara con Napoli, quando a 5"
dalla fine s'è visto sostituito da Crosariol nell'ultimo
decisivo possesso della partita, non poteva passare di nuovo inosservata.
Particolarmente agli occhi di un Pillastrini
che già aveva mandato giù altre scene fuori quadro di uno dei mori. E Pilla
ha deciso di usare il pugno di ferro: fuori Holland dall'allenamento
di ieri pomeriggio e fuori anche domani sera nella gara contro lo Zalgiris
Kaunas, nell'esordio in Eurolega della Virtus e dello
stesso Delonte. Conferma Sabatini: «Di sicuro
con i lituani giocheremo senza di lui. Deve imparare a trattenersi e seguire
le linee comportamentali che ci siamo dati». La sensazione ora è che a
differenza del dietrofront di Cantù, difficilmente il menù prevederà
tarallucci e vino: perché il giocatore è recidivo, ha mancato nuovamente di
rispetto al tecnico, dopo i lamenti durante la gara con Biella e le pesanti
parole di Avellino, e soprattutto ha contravvenuto al codice scolpito da Sabatini. Il patron è infatti già entrato a
piedi uniti sul giocatore venerdì 12, all'indomani
della vittoria (con bailamme Delonte-Pilla) contro l'Air,
lasciando tutti con la convinzione che Holland fosse stato placato. E
invece, passata indenne pure la notte brava in discoteca, Delonte l'ha
rifatto. In faccia all'allenatore, davanti alla
squadra e a due passi dal palco presidenziale. Quindi, come detto, questa
volta la frattura può essere a un passo. Il fatto che lo stesso Pillastrini, indulgente già un paio di
volte (con Crosariol e con il moro), scelga
ora la via giustizialista, rende l'idea di quanto il
segno sia stato sorpassato. Sabatini, su
questo, aveva fatto capire di non transigere più, e prese di posizioni
ferree nei confronti dei giocatori, anche nel recente passato, ne ha già
assunte. Potrebbe farlo quindi adesso se deciderà di mettere Holland sul
mercato (con scambi possibili, senza bruciare visti) e così, apparentemente,
rischiarare il clima della squadra. Che, oggi, non sembrerebbe in subbuglio,
benché le troppe escandescenze disegnino un quadro a tinte forti. Tutta
roba, però, ampiamente preventivabile. Al di là del rapporto tra Holland e Pillastrini, che il giocatore aveva
minimizzato nel post-Cantù, «tra me e l'allenatore
non c'è alcun problema», e che pure ieri, con un «sorry
coach» che sapeva di retromarcia, resta il problema di fondo. Una questione
che affligge più squadre di questo campionato: quattro americani, specie se
giovani e bollenti, condizionano la vita, se contesto e gerarchie non sono
chiare. E, particolarmente, in questa Virtus, dal giorno in cui la firma di Alan Anderson ha congestionato un pacchetto
già saturo. Con quattro americani per tre posti (o tre per due, considerando
fisso Conroy), è chiaro che, a turno e secondo
le situazioni, gestite da un allenatore che giustamente antepone la squadra
al singolo, uno della band guarda i finali dalla panchina, complicando le
scelte del coach, esposto forzatamente al risultato della gara. Così è stato
scelto il sistema e con questo fino ad ora, ha dovuto convivere Pillastrini. Contro Napoli, la fotografia
più nitida: Delonte levato a 5", Spencer a sedere per
5' nell'ultimo quarto, Andersonfuori a -49".
Partita persa e tutti scontenti, se non furenti. E oltre le righe, nel caso
di Holland.
"Io, dannato. Ma voglio vincere" Le verità di Holland, due mesi dopo di
Marco Martelli- La Repubblica -15/02/2008
L'ultima sera bolognese l'aveva
fatta, casualmente, proprio al PalaDozza. Delonte Holland era comparso in
tribuna per Beghelli - Stella Rossa, poche ore prima di salire a Varese, la
squadra che l´ha preso dopo il taglio della Virtus. Bologna era la sua ma è
rimasto bruciato: domenica, per Sakota, sarà il pericolo numero uno.
Holland, torna in una città nella quale l'avventura,
come noto, non è finita bene. Perché?
«Abbiamo perso diverse partite, tante di 20, e per una squadra come la
Virtus, un club di tradizione e da Eurolega, arriva il momento in cui,
ragionando in termini di business, si devono fare dei cambiamenti per
raggiungere i risultati».
Lei ha fatto più fatica di altri.
«Non era facile, ma faccio un discorso generale. Il basket non è il tennis,
dove puoi andare in campo e giocare da solo. Nel basket ci sono tanti
fattori, e tante cose possono essere sbagliate, dalla chimica a un
giocatore, dall'allenatore a Holland. Le risposte
possono essere tante. Per me era difficile, perché non sapevo quale fosse il
mio ruolo. A Pillastrini non davo quello
che lui voleva, ma non avevo aiuti per farlo. Io sono abituato a giocare in
un certo modo, ma posso adattarmi a qualsiasi situazione. E quella della
Virtus era particolarmente difficile. Mai visti tanti cambiamenti». è stato solo un
problema tecnico?
«Volevo solo capire il mio ruolo. A volte venivo coinvolto, altre no, anche
per un tempo. Non dico che devo tirare sempre, ma almeno sapere come essere
utile. In partita non ero sicuro di quello che dovevo fare, ed è una
situazione che non ho mai vissuto.
è strano e mi
dispiace, perché da quello che ho sentito, e che mi ha confermato Sabatini, era stato Pillastrini a volermi. Strano, davvero:
sono stato a Varese, a Teramo, il mio modo di giocare era noto. Capisco se
non vogliono un uno-contro-uno continuo, ma fare solo blocchi e non essere
coinvolto…».
Tanti esterni americani. L'arrivo di Anderson fu un problema?
«Lo sarebbe stato se oltre a giocare bene avessi dovuto dividere i minuti.
Invece, con lui fuori, sono andato male lo stesso. Il momento difficile è
stato subito, anche se le prime le avevamo vinte, perché non capivo il mio
ruolo».
Parlando di errori, la società ha sempre nominato
Conroy. Non lei.
«Non voglio dire che Will non fosse un buon giocatore, come è chiaro che
Best, con la sua esperienza, che non scopro certo io, avrebbe aiutato tutti.
Ma credo che il cambiamento più grosso sia arrivato con l'allenatore.
Ora sembra tutto diverso: hanno quasi vinto la Coppa Italia, possono dire la
loro in campionato».
Quando ha capito che era finita?
«Dopo Kaunas. Ero sorpreso, i miei compagni pure. Arrivati, Sabatini ha preso la sua decisione: era alla
ricerca di una risposta, alla fine l'ha trovata
cambiando anche l'allenatore».
Sia sincero, Holland è un giocatore difficile da allenare. E che, dopo
questa stagione, rischia di non ritornare ad alto livello. Condivide?
«Dico che Holland è un giocatore competitivo. Che vuole vincere. Tanti, e li
posso nominare, vogliono solo prendere l'assegno, mai
responsabilità o tiri importanti. Io non sono così. Io voglio vincere, e
quando sale la frustrazione della competizione, e della sconfitta, reagisco.
Reagisco Male. Così mi sono fatto un brutto nome, e la colpa è completamente
mia. Ma sono fatto così, perché so di poter aiutare le mie squadre a
vincere. Il futuro? Non so. Cerco di fare il meglio per salvare Varese, poi
la gente deciderà se prendermi o no. Con il mio fuoco e la mia
competitività».