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Paolo Gualandi
GUALANDI, IMPRENDITORE
ACQUA E SAPONE
di
Luisa Grion – La Repubblica
– 21/12/1990
Dallo shampoo alla
panna e cioccolato. Gualandi, per i bolognesi, è anche l'uomo dei gelati. Da
poco tempo infatti controlla in franchising una catena di sette gelaterie
famosissime sotto i portici, quelle di Pino, chiamate così perché su una
parete del primo negozio di via Castiglione, nel '37, un pittore sconosciuto
aveva dipinto un monte innevato, un cervo e un pino, diventato poi simbolo
della gelateria. A Bologna questo è un nome che significa molto, legato a
chissà quante domeniche ai giardini, ai dopocena estivi, o alle uscite dalla
scuola. Negli anni Sessanta Pino diventa un'istituzione, ritrovo anche per
gli artisti, gli uomini di cultura e tutta la città che conta. Ora tutto è
gestito da quelli della Guaber. Un vero e proprio monopolio del gelato che,
con l'apertura di tre filiali a Copenhagen, sta puntando alla conquista del
mercato estero. Per i Gualandi, le gelaterie non sono state finora un grande
affare. Panna e cioccolato hanno portato solo conti in rosso. Infatti quasi
tutti i bilanci delle sette società intestate a Paolo, Sergio, Andrea e
Michele registrano un passivo. I costi della ristrutturazione hanno superato
le entrate. Ma era già tutto previsto e, secondo Gualandi, il ritorno
all'attivo non tarderà. Buoni risultati si aspettano fin dal prossimo
esercizio. I singoli gelatai non avevano la forza di far fronte alle nuove
necessità. Fare un gelato buono, artigianale, è importante ma non basta dice
Paolo Gualandi . Bologna dal '37 è cambiata e anche Pino, per poter rimanere
Pino deve aggiornarsi e modificare la propria struttura. Noi ci intendiamo
di marketing, e d'industria, daremo alle gelaterie della catena la
possibilità di inventarsi uno stile nuovo, a partire dall'arredamento dei
negozi e dalle divise dei dipendenti
La Virtus per lui è
stata proprio una brutta storia. Una parentesi da dimenticare. Paolo
Gualandi il 16 luglio scorso era diventato presidente a sorpresa della
società che controlla il patrimonio della storica squadra di basket
bolognese. Tutti si erano stupiti di come, zitto, zitto, con meno del
23%delle azioni, fosse riuscito a scalzare dalla carica Paolo Francia, uomo
di punta del gruppo editoriale Monti. Lui, così riservato, a capo di una
società sportiva, esposto ai commenti dei giornali e dei tifosi meno teneri.
Lo aveva fatto solo per un'autentica e sana passione per il basket,
assicurava. L'avventura di Gualandi però era destinata a durare solo qualche
mese, a novembre Francia, grazie all'aiuto di
Alfredo Cazzola, patron del Motor Show e nuovo azionista di maggioranza
della Virtus, era di nuovo in carica. In quel breve intervallo, molto
discusso, il titolare della Guaber ce l'aveva messa tutta. Una rivista per i
tifosi, schermi giganti sui quali seguire le partite. Alla Virtus fino ad
allora non si erano mai viste cose simili, tutto era caratterizzato da una
cronica tirchieria dice oggi Gualandi. La squadra però non rispondeva, la
dirigenza nemmeno, e il presidente in autunno pensò di invertire la rotta e
lasciarsi alle spalle il canestro e quello che era stato uno dei più
clamorosi insuccessi della sua carriera. Con quella presidenza, nella mia
ingenuità, pensavo di fare un favore alla città e invece mi sono accorto che
Bologna non aveva bisogno di me. Perché ho venduto?
è stata una scelta fra buon
senso e codardia. Chi non mi ama potrà dire che mi sono ritirato per
mancanza di coraggio, io ho preferito farlo per evitare polemiche inutili.
Ora che i riflettori su di me si sono spenti potrò di nuovo ritornare a
guardarmi le partite in pace.
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