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Enzo Grandi

 

QUESTO GRUPPO è COMPOSTO DA "BROTTA ZENT, MA BROTTA BROTTA!"

di Enzo Grandi

 

Non avrei mai voluto scrivere nulla della Virtus Kinder stando all'interno del gruppo, come un "artroscopiantato" nel corpo della squadra. Non avrei mai voluto scrivere nulla anche sapendo che al pubblico potrebbe interessare questo basket visto da dietro le quinte. Ma sono stato obbligato dalle insistenze di questa bella rivista, l'amico Bertocchi. Se invece di Bertocchi ci fosse stato Montanelli avrei detto sicuramente no. Vi scriverò del ritorno dello "Zar". Ti prende sotto braccio, ti incensa, ti ammonisce, ti minaccia, ti manda scagnozzi, arriva fino al ricatto "Se non mia un pezzo dirò a tua moglie che..." La tua coscienza non è pulita e allora sei costretto ad accettare. Scrivere di questa squadra, non è facile dal mio punto di osservazione. Si può cadere in luoghi comuni, in cadute di stile, in apologie di bassa levatura. Vi scriverò comunque di cose mai dette prima, in modo che la curiosità del lettore sia definitivamente appagata sino al fatidico "2000". Vi scriverò del ritorno dello "Zar" e della sua Imperialità. Lo potete osservare o rimirare prima dell'inizio di ogni partita, quando tutti i giocatori si arrabattano, nel fare  esercizi un po' strani, stravaccati per terra senza un minimo di dignità e a volte di pudore. Bene! Fuorché lui. è sempre in piedi, guarda, controlla, osserva, sintetizza. Uno "Zar", non può stravaccarsi per terra. C'è chi può e chi non può. Lui può.

 

Vi scrivo ancora del "numero quattordici", detto dai compagni Curvadeau, per via delle dita del piede sinistro storte. Se non avete mai capito o potuto ammirare la "grandeur" a cui accennava De Gaulle, eccola qui davanti a voi! la "Force de groupe" della Virtus Kinder scardinatrice di difese e orgogli avversari. C che dirvi del "Condor". Questo "angelo dalla faccia sporca" forse figlio o nipote di un altro visto, per i non più giovani, tanti anni or sono allo stadio: Maschio! Guardate il "Condor" quando spiega le ali e ghermisce la preda e vola potente dentro il canestro avversario. E Savic! Ah Savic! Bisognerebbe scrivere un libro su d lui. Tra i "picku materi", i "jebot" e altre misteriose imprecazioni, sembra una vecchia pentola di fagioli in ebollizione. Ma andategli incontro e vi accorgerete che il muro di Berlino è stato più facile da abbattere. Accanto a Zoran sta crescendo "Mali", il bambino dalla faccia pulita e dai modi gentili. Se lo doveste incontrare in strada fategli fare l'imitazione del Dottor Rimondini, potreste crepare dal ridere. Di "Tiramolla" sapete già tutto o quasi. Quello che ancora non sapete, chiedetelo a sua moglie. Non ve lo dirà mai. Ma io lo so, e un giorno se questa avventura continuerà ve lo racconterò. E ci faremo delle "pazze risate". Poi c'è "Swarowski". Chi non conosce Swarowski? è lì da tanto tempo. è ancora lì anche quest'anno. Ogni tanto tintinna perché è vero. Speriamo che alzi al cielo qualche trofeo. Lo "sclero uno Moranda" è unico e immortale. Potrebbe vivere tra i "clochard" parigini e i suonatori di jazz o dentro un furgone modello trasporto materiale. Per ora è un po' acciaccato ma è ancora fra noi, e darà sicuramente contributi, magari sclerando, ma saranno certamente salutari. Crippino è l'ultimo arrivato. Si è trovato in mezzo a giganti lui che non più di 1 metro e 48. Però ha deciso di crescere. Ha chiesto al dottore consigli nel più assoluto "top secret". Io che "sto dentro" l'ho imparato origliando da dietro una porta; vorreste saperlo, però non ve lo dico. Vi dico invece di "Chicco", e della sua sfortuna in un anno che poteva essere per lui di grandi soddisfazioni. Vi dico della sua voglia di vivere, del suo entusiasmo, del suo ottimismo e della sua fede. Lo aspettiamo come le rondini a primavera. Frosini Alex, detto anche T.C., viene dall'altra sponda. Si è inserito a meraviglia. Ha dato un nome ad un esercizio che tutti i compagni eseguono alla perfezione. I compagni sì, lui no! Ma il nome resta e resterà nella storia. Matteo è proprio l'ultimo arrivato. Non ha ancora volato però vi assicuro che fa le prove molto bene. E un giorno volerà. La storia è finita. So che avreste voluto sapere di cose "piccanti". La prossima volta ve le racconterò. Per ora, poiché siete stati bravi e attenti, e avete avuto pazienza, una cosa voglio dirvi in tutto segreto. Avvicinatevi, perché nessuno ci possa sentire. Questo gruppo, cari amici, è composto da "brotta zent, ma brotta brotta!" Credetemi! I bolognesi sanno cosa vuole significare questa frase. I non bolognesi lo impareranno presto.

 

 

Brotta e bela zent

di Enzo Grandi, maggio 1998 dopo la vittoria dell'Eurolega.

 

Non avrei mai più voluto scrivere niente per questo, per altro simpatico, giornaletto. Mi ero ripromesso, dopo il primo pezzo, di fare sparire la penna perché non fosse più possibile scrivere il secondo. Ma puntuale, come l'eclissi di sole, telefona Bertocchi e deposita dentro il mio orecchio il suo indecente ricatto: " se non mi scrive un secondo pezzo telefono a tua moglie...". Ed ecco il secondo. Voi, cari lettori, non avete creduto fermamente alle mie prime parole, le avete prese come stravaganze frutto di un mio immaginario o forse, peggio ancora, di una fola.

Non avete creduto che questi vostri ragazzi fossero veramente una banda di "brotta zent", capaci di regalarvi un trono europeo. Non avreste mai immaginato che anche voi, spinti dalle loro gesta, avreste potuto salire così in alto e respirare l'ossigeno contenuto in quella coppa.

Avete pensato, anche, che una coppa caduta nel campo dell'avversario storico [la Coppa Italia 1997/98 vinta dalla Fortitudo, n.d.r.], avesse spento per sempre i vostri sogni e le vostre speranze. Avete pensato, forse per un attimo, che "cla brotta zent" non fosse poi così brutta e non fosse capace di darvi una soddisfazione storica e non avete creduto sino in fondo a quello che avevo scritto nel primo pezzo. Non credevate che lo "Zar" fosse veramente uno "Zar" e di fatto, ma solo ora, ve lo posso dire, Sasha non è lo "Zar", ma bensì il Duca Nero. Avete creduto veramente che "Swarowski" fosse così fragile, asciutto e delicato, e invece ha alzato al cielo una coppa che pesava anni di storia. Avevate creduto che "il condor" fosse il "Gaucho" e non un uccello rapace capace di ghermire prede, fossero esse casalinghe, Serbe o Achee. Non avevate creduto che Savic detto "Tavolino" potesse mettersi ed erigersi come colonna attorno alla quale avrebbero girato i compagni. Avete creduto veramente che Rigaudeau fosse "Curvadeau" e che le dita dei suoi piedi fossero sbilunghe. E invece è il collo che è storto. Ma la materia grigia è in perfetto equilibrio. Ha mandato nel paese dell'Ade i nipoti dei "coturnati Achei". Solo che glili ha mandati scalzi. Avevate veramente creduto che "Picchio" Abbio fosse "Tiramolla". E invece è "Pio" quella della maglia che è tutt'altra cosa. E Crippa, che molti di voi credevano essere solo il più piccolo e il meno giovane... Anche Rivers lo credeva ed invece...

Avete pensato che Frosini detto T.C. fosse ancora dall'altra parte del Reno. E invece il passo per venire all'altra riva l'ha già fatto. Ed è bene che lo sappiate. Anche lui ha alzato la coppa. Avevate pensato ancora, che Nesterovic detto "Mali" fosse, con quel viso da cherubino, inesperto e invece le retine di Barcellona puzzano ancora di bruciato. Per "Gretel" [Steve Hansell n.d.r.] e Teo [Matteo Panichi n.d.r.] la gloria è ancora dietro l'angolo. La "Moranda" detto "Enrico Toti" è già un eroe. Chicco Ravaglia c'era ed è stato determinante con il suo cappellino. Questa è la vera storia di questo gruppo di questa "brutta gente" che ha in più un altro brutto difetto. Non avrei dovuto dirvelo, ma poi Bertocchi avrebbe messo in atto la sua ignobile minaccia. Questa "brutta gente" è anche ingorda. Capito? Golosa!

Cari lettori quante colpe vi ho dato! Ma credetemi, non ne avete nessuna. Perché non si può rimanere non sorpresi nel vedere che seimila persone traslocano da Via Rizzoli alla Rambla. Non si può non ammirare chi ha fatto partire una flotta aerea del tipo "sbarco in Normandia". Non si può non ammirare quel "signore" giacca blu cravatta gialla che trasferisce la sua dignità di tifoso, la sua eleganza di modi dal Palamalaguti agli scamiciati, sudati, "cittadini" del Pireo. Non si può non "stralunare" nel vedere il "Commercialista" computo e serio a Bologna e a Barcellona travestito da ectoplasma con i colori di guerra Virtus dipinti sul viso. E il dentista che lascia protesi, carie, clienti e bocche aperte, per rimanere lui e la sua famiglia a bocca spalancata estasiati dal risultato. E il Lambertini con tutta la famiglia "a gerla" che, ancora dopo la vittoria, si lamentava dei posti che non erano quelli che lui aveva prenotato. E Italo che colpito da mano vigliacca rimaneva sul pezzo a godersi la gioia di quella serata. E Carlo che non c'era per via di un raffreddore. E la Norma che avrebbe potuto esserci ma che non c'era per via di Carlo che aveva il raffreddore. E ancora Andrea che per una coppa perde la morosa. Storie, tante storie, mentre la coppa saliva in cielo. E ancora quei tanti che vorrei chiamare per nome ad uno ad uno, che insieme in un tripudio di inni, di canti, di bandiere e sopratutto di civiltà hanno portato ancora più in alto quel trofeo che "Swarowski" ha alzato anche per loro. Questa è la "bela zent" che merita "cla brotta zent".

 


 

Addio, brotta zent

di Enzo Grandi, dopo il 14° scudetto

 

Bertocchi, Romano Bertocchi delenda est!

Bisogna trovare il modo, legittimo o illegittimo, di mettere questo signore della situazioni di non dover più nuocere a nessuno, o quanto meno a me. E invece da quando l'ha preso la sua mania di editore di quel giornaletto "Bianconero", stressa, lusinga, minaccia, amici, parenti, conoscenti, per farsi "dare un pezzo", magari piccolo piccolo da inserire in questa sua creatura, che sta diventando, ad onor del vero, un punto di riferimento per molti sportivi bolognesi. Come i lettori ben sanno, non avevo intenzione di scrivere un bel niente per sempre. Ma il Bertocchi, questa volta ha raggiunto il massimo, il suo capolavoro. Con l'aiuto degli Dei si è trasformato in una bellissima fanciulla e questa, mi ha strappato la promessa di un ultimo articolo. Conclusivo. Questa è la vera storia sulla luna, il primo canestro di Gallinari.

Questa storia che vi racconterò, non è fantastica, è l'insieme di tanti "quadretti" che messi insieme sono entrati di prepotenza nella storia. Nella squadra, come voi lettori ben sapete, c'èla Tribù serba, e c'è anche un certo signor "Curvadeau" che una volta si chiamava Rigaudeau ma che ora è stato ribattezzato dal Duca Nero "Imbastito", per via di un certo vestito sfoggiato al matrimonio del Condor. Il quale Condor, ed è ora che si sveli una volta per tutte, non è Hugo Sconochini, ma un uomo del "cartello di Medellin", che dopo aver vinto campionato italiano e Coppa Europa ha pensato bene di suicidarsi, sposandosi. Noi tutti, per la verità, abbiamo cercato di dissuaderlo in vari modi.

In gara cinque, a cinquantatré secondi dalla fine con la Virtus soccombente, Messina chiama il "time out" per fare l'ultimo tentativo, e trovare una soluzione affinché l'uomo di Medellin desistesse dal matrimonio. Conciliaboli stretti, perché il tempo passava inesorabilmente. E a questo punto il Condor butta giù la sua proposta, tremenda, demoniaca. "Se a 18 secondi dalla fine del tempo, il Duca Nero randella da tre più un fallo io desisto dal pronunziar el sì". Dice proprio così. E il Duca Nero accetta la sfida e tra i denti e con gli occhi a fessura di occhiali lapponi gli sibila: "allora sei ancora dei nostri".

In campo il Duca Nero ha fatto quel che aveva promesso e che tutti voi avete ammirato. è stato il Condor che dopo quattro giorni, non avendo mantenuto la promessa, ha pronunciato "el sì". Ora veleggia lontano, forse in acque greche accompagnato dal suo fido aedo Frosini. La tribù serba adirata lo insegue.

Nesto ai remi, Savic tavolino sull'albero maestro, il Duca Nero a poppa a farsi fare le unghie da Teo Panichi. Ecco il perché di quei 18 ultimi secondi. Ecco perché questo gruppo di giocatori non può essere che definito "brotta zent".

Non si possono buttare in mare, come fossero niente, le speranze, le illusioni, le gioie da tanto tempo rincorse e sempre sfuggite all'ultimo istante, non si può, per un sì o per un no, infrangere i sogni di gloria già da tanta gente accarezzati. Non si possono tagliare le mani già protese a cogliere una "caramella col buco" [riferimento alla Polo Cup, trofeo assegnato alla squadra vincitrice dello scudetto 1997/98, n.d.r.] e lasciare a quelle mani solo il buco. Non si può per salvare uno stato civile, troncare di netto, le ali, le zampe, il becco di un'aquila, che è pur sempre animale nobile e parla cortese "come corpo morto cade". Ecco perché "brotta zent". Ingorda e brotta zent. Crippa, Fro, Condor, Imbastito, Duca Nero, Tavolino Savic, Pio Pio Abbio, Teo Teo della Punturina, Swarowski, Gretel, un po' di rispetto. Signori, un po' di rispetto. Ora è veramente finita! Si spengono le luci, la gente scivola verso cas con la gioia nelle tasche, e i sogni di un tempo lontani diventati realtà nel presente.

La Norma felice del suo Imbastito Curvadeau. Vederlo felice perché la Norma è felice. Il dentista continuerà a rivedere per tutta l'estate quei 18 meravigliosi secondi. Su Viale Ceccarini, a Cortina e Forte dei Marmi per tutta l'estate si continuerà a parlare, a raccontarsi. Le donne piangeranno perché il Condor ha tolot loro una speranza. Lambertini si lamenterà dei suoi posti, dimenticandosi il 14° scudetto.

Ognuno racconterà le sue emozioni a chi non c'era, chi non c'era spererà di esserci la prossima volta.

Tante stori che non si scioglieranno al sole dell'estate, non si cancelleranno con l'acqua del mare.

 

 

L'addio del Prof. alla Virtus

Stadio - 25/05/2000

 

"Ogni cosa ha un inizio e una fine, bisogna saper cogliere il momento giusto per dire basta. Andarsene prima di essere sopportato". Cogliere l'attimo insomma. Così si congeda "il Prof" Enzo Grandi, mitico preparatore atletico della Virtus. Ha deciso, da circa un anno ci stava pensando su. "Non ci sono cose difficili da dire, o problemi da nascondere. La difficoltà sta solamente nel comprendere il momento giusto per andarsene, ora ho raggiunto l'eta che mi permette di prendere questa decisione serenamente". Era il lontano 1972, quando Enzo Grandi iniziava la sua carriera. La iniziò col Bologna, e fu uno dei precursori della figura del preparatore atletico. Si era diplomato all'Isef, a Roma, il Prof. E proprio agli inizi degli anni '70 arrivavano le prime richieste di collaborazione da parte delle società che cercavano una figura che potesse affiancare il coach nella preparazione della squadra. Dopo il Bologna una breve esperienza al Milan e poi fu la volta della Virtus Pallacanestro. Diciasette anni fa, era il 1983: "Indubbiamente i momenti più belli della mia carriera li ho vissuti in Virtus, 17 anni che hanno coinciso con grandi vittorie e ottime prestazioni. Non mi ritengo uno degli attori, ma vincere è una grossa soddisfazione per tutta l'equipe che sta attorno ad un gruppo di atleti". "Un addio difficile", racconta il Prof perché ciò che lo ha contraddistinto è stato il rapporto affettivo che è sempre riuscito ad instaurare con i giocatori. Parla di stima, rispetto reciproco, "Ai giocatori bisogna voler bene, sentirli emotivamente, per costruire un rapporto paritetico. Un concetto espresso dalla parola simpatos, nell'accezione greca del termine". Le sue regole per essere un buon professionista non le ha trovate scritte sui libri, "A seconda di chi sei, del tipo di persona, le pagine le scrivi dentro di te. Non ci sono regole attraverso le quali trovare le chiavi d'accesso alle menti altrui, le metodologie servono a poco". E in una situazione difficile come può essere il recupero da un infortunio la componente psicologica è molto importante, "Il giocatore in questo caso si trova in un tunnel dove fatica ad intravedere l'uscita, ma quasi tutte le situazione sono risolvibili, l'importante è riuscire a trasmettere tranquillità". Parlando di infortuni, la sua ultima stagione è stata forse la più problematica. "Una stagione iniziata con le operazioni chirurgiche. Le cause di tanti infortuni non le so trovare, so solamente che abbiamo lavorato nel migliore dei modi. Escludo che ci possa essere un aspetto psicologico nell'infortunio, al contrario i giocatori fanno di tutto per non farsi male. Oltre ai traumi fisici, credo che il problema più grosso sia derivato dalla difficoltà di inserimento di alcuni elementi". Quasi vent'anni e Grandi non ha mai avuto il desiderio di cambiare, lui stesso si definisce un "uomo Virtus", dalla società ha infatti trovato gli stimoli giusti. "Un ambiente che mi ha fatto innamorare, per questo non mi sono mai guardato attorno. Per me, chissà, magari mi sbagliavo, non esisteva un altro contesto paragonabile a quello in cui mi trovavo. Mi ricordo quando parlando con Porelli, che al tempo era alla ricerca di un allenatore, gli dissi che ce l'avevamo già, in casa. Mi riferivo a Messina, che allenava ancora le giovanili. Fin da subito abbiamo lavorato con una sincronia ottimale, costruendo un rapporto che va oltre il professionale". Ora, all'età di 62 anni, Grandi decide di chiudere un capitolo importantissimo, ma ci tiene a sottolineare: "Non mi staccherò idealmente, né andrò a lavorare altrove. Continuerò a seguire il mondo del basket, forse solo da spettatore".

 


 

Enzo Grandi. uno di noi

 

Per tanti, in Virtus e fuori, e il suo fuori sono stati anche anni spesi bene nel calcio, era semplicemente il “prof”. Enzo Grandi, uno di noi come abbiamo voluto ricordarlo nel titolo non per confinarlo in un coro da curva quanto piuttosto per testimoniargli un sincero affetto, è morto all’inizio dell’anno. Lontano dal campo, e anche questo deve essergli sembrato un grande torto. Non solo la società ma anche, ne siamo convinti, i tifosi della Virtus Pallacanestro si uniscono al dolore della famiglia per la perdita di un grande amico. Il nostro ricordo è affidato alle parole di Giordano Consolini:

 

“Sapeva trasmettere qualcosa

non solo alle gambe

e ai polmoni,

ma anche al cervello

e al cuore delle persone”

 

Bianconero, 01/2005

 


 

Addio Professor Grandi, l'uomo che sussurrava ai giganti

di Walter Fuochi - La Repubblica" - 02/01/2005

 

«Ero venuto a trovarlo una mattina, all'ospedale di Bentivoglio, pochi giorni prima di Natale. C'eravamo lasciati così: coraggio 'Prof', ci vediamo dopo le feste. Speriamo, fece lui. Non ci credeva più». Uomo di ginnastica allegro e vigoroso, 67 anni ben camuffati, fino al dramma, da fisico, sorriso e divertite reticenze, Enzo Grandi adesso ha salutato tutti, e non più solo il suo figlioccio Ettore Messina, arrendendosi alla malattia che, comparsa nell'aprile scorso, l'ha spento troppo in fretta. Stava lavorando in quei giorni alla Virtus 1934, quando in una sera di campionato agli sgoccioli Consolini gli domandò d'una visita appena fatta e se lo trovò piangente fra le braccia. «Giordano, sto malissimo». Lo ricoverarono al Bellaria, aveva già capito tutto. Il male in testa non l'avrebbe più fatto tornare in campo, né da Paola e Roberta, le donne di famiglia, che oggi lo piangono.
Enzo Grandi, per tutti
'il Prof', e non solo perché insegnava a scuola, era stato per quasi vent'anni il preparatore atletico della Virtus, dalla prima squadra ai bambini: storico, si dice in questi casi. Tre scudetti aveva vinto ('84, '93 e '98), preparando fra prati e piste, boschi e palestre muscoli e cervelli dei ragazzoni, per Bucci e per Messina, ma anche per Gamba, Cosic e Hill. Arrivava dal calcio, e ancor prima dall'atletica e dal baseball. Conosceva bene gli sport e meglio gli uomini, per i tecnici era un alleato fedele, per i giocatori una spalla importante, unendo la competenza che ti rende credibile nel lavoro all'umanità che sola può spalancarti cuori e coscienze, in coloro ai quali, in quotidiana simbiosi, devi infliggere fatica.
A chiamare in sede erano ieri Danilovic e Savic, Sconochini e Rigaudeau, Moretti e Brunamonti, i più famosi delle sue tante Virtus belle e brutte. Ma telefonavano anche quelli che della Virtus furono avversari, come Esposito o Gentile, e al professore s'erano legati nei lunghi giorni della rieducazione, dopo operazioni complicate e soste forzose. Grandi fu tra i primi a specializzarsi in questo lavoro, riavviando caviglie e ginocchia ancora fresche di bisturi. «Quel che toglieva ai giocatori - racconta ancora Messina - era soprattutto la paura di rompersi di nuovo, il vero male di chi ha subìto un infortunio grave. Il terrore non è tanto quello di non tornare com'eri, ma di risentire quel crack dopo quel certo movimento. Il prof era uno che, prima di tutto, ti ridava il coraggio».
Prima, dunque, c
'era stato il calcio. Grandi era stato il preparatore che, con Radice, aveva stabilito molto più che un asse di lavoro. Era la stagione delicatissima che seguiva il calcioscommesse, il Bologna partì in quell'autunno '80 dal -5, ma in breve tempo girò l'avvilimento in euforia. Colomba e Dossena, Eneas e Fiorini, Vullo e Garritano filavano come treni e colmarono subito il gap: prime 6 gare senza sconfitte, perfino un 1-0 a casa Juve (rigore di Paris), la salvezza fiorì poi senza patemi. Così, quando Radice fu chiamato al Milan, volle con sé Grandi, ma l'avventura fu breve e amara per entrambi: tanto che, tornando a Bologna e lavorando alla Virtus, vincere subito lo scudetto della stella fu per lui soprattutto una rivincita su Milano. «Rivedo spesso la foto di quel giorno al palazzone di San Siro - racconta Bucci col groppo in gola -: è Grandi che mi butta per aria dopo la vittoria. Una persona fantastica, indimenticabile. L'avevo conosciuto proprio frequentando Radice, e quando Porelli mi chiamò per rifare lo staff, uno fu Enzo e l'altro Messina, come vice». Il secondo scudetto sarebbe arrivato proprio con Ettore, il terzo pure: in mezzo la Nazionale, fino all'argento di Barcellona '97, in un rapporto molto oltre la collaborazione professionale. Solo nel Grande Slam 2001 Grandi s'era chiamato fuori. C'era tanto da ricostruire, meglio uno giovane. «Verrò a farmi una tagliatella quando vincete, mi disse. Quante tagliatelle, 'Prof'. Non so dir quanto ci mancherà».