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Emanuel Ginobili 

nato a: Bahia Blanca (ARG)

il: 28/07/77

altezza: 201

ruolo: ala

numero di maglia: 6

 

Stagioni alla Virtus: 2000/01 - 2001/02

 

statistiche individuali

 

palmares individuale in Virtus: 1 scudetto, 2 Coppe Italia, 1 Euroleague

 

biografia su wikipedia.it

 

 

Ginobili, la storia puo' ripetersi

di Carlo Annese - La Gazzetta dello Sport - 10/10/1998

 

Ha 21 anni, è argentino di nascita e di carattere ma italiano di passaporto acquisito, gioca da guardia e ha un repertorio che fa impazzire Reggio Calabria. Questa storia, forse, l'avete già letta qualche anno fa, quando il protagonista si chiamava Hugo Sconochini. Adesso si ripete, incredibilmente simile, con Emanuel Ginobili, la nuova stellina emergente della serie A-2. Semplici coincidenze? "Sì, solo coincidenze. Hugo è mio amico, abbiamo diviso spesso la stanza nei raduni delle nazionali argentine, ma non mi sento "il nuovo Sconochini" - chiarisce subito Emanuel -, anche perché in campo abbiamo due modi di giocare abbastanza diversi. Di Hugo, invece, ripeterei il successo che ha ottenuto qui in Italia: giocare presto in A-1, contro le squadre più grandi, è il mio obiettivo principale". Non sarà il nuovo Sconochini, ma della guardia della Virtus, che proprio in Calabria cominciò la sua ascesa 6 anni fa, Ginobili ha il carisma del trascinatore e numeri di alta classe, un buon tiro da tre e una predisposizione naturale al gioco in velocità. "Ha tante soluzioni diverse ed è anche avvantaggiato dal fatto di essere mancino - dice il suo tecnico Gaetano Gebbia -. Ma ciò che impressiona di più è il grande controllo del corpo negli spostamenti laterali. No, non può essere paragonato a Sconochini, perché è un giocatore con una personalità propria, meno potente di Hugo, ma già completo per i suoi 21 anni e con una maggiore attitudine alla difesa. Per la sua età, è più pronto di Sconochini al salto in A-1". Anche perché nell'A-1 argentina, Ginobili ha già giocato un paio d'anni da titolare vero. Nato e cresciuto a Bahia Blanca, dove il suo bisnonno, originario di Cremona, si è trasferito all'inizio del secolo, Emanuel ha cominciato col basket a 6 anni. "Una scelta inevitabile - racconta - perché mio padre era il presidente della società, dopo aver giocato negli Anni '60 nei campionati regionali, e la palestra era a un isolato da casa mia. Ho seguito i miei fratelli, tutti e due più grandi di me, che tuttora giocano in serie A. A 18 anni, per fare esperienza, sono stato ceduto alla squadra de La Rioja e poi sono tornato alla base dove ho iniziato a giocare 30-35 minuti a partita. Correvamo tanto, anche troppo: contropiede oppure un passaggio e tiro contro le difese schierate, un divertimento. Ma il mio sogno è sempre stato venire in Europa: seguivo i risultati del campionato spagnolo e quelli della Kinder (per Sconochini) attraverso Internet, perché pensavo che qui ci fossero il basket migliore e i club più importanti. Per questo, l'anno scorso, ho preso la cittadinanza italiana. Aspettavo che qualcuno mi chiamasse e per prima è arrivata una squadra spagnola. Avrei potuto parlare la stessa lingua, ma avevo dei dubbi e ho rifiutato. Poi, all'improvviso, è arrivata Reggio". Gebbia, che negli ultimi anni ha scovato nei modi più diversi giocatori di buon talento come Larranaga e Fajardo, lo seguiva da tempo. "Ho chiesto informazioni a Giorgio Rifatti, un mio ex giocatore tornato in Argentina ma rimasto in contatto con me. Lui conosce bene il nostro campionato e mi ha consigliato di prendere Ginobili a occhi chiusi". In tre giorni, Ginobili ha accettato il triennale offerto da Reggio, ha lasciato il raduno della nazionale prima dei Mondiali (la sua prima grande esperienza internazionale), dopo essersi consigliato con Nicola, ora a Treviso, e Sconochini, ed è volato in Italia per firmare. "Hugo mi aveva detto che mi sarei trovato bene a Reggio ed era tutto vero - continua Emanuel -. In campo ho molta libertà e la possibilità di giocare spesso in contropiede come facevo a Bahia Blanca. Devo migliorare in difesa, ma adesso sto facendo un lavoro con i pesi per prendere 3 o 4 chili. Sono ancora "flaco", un po' leggero, per giocare in A-1. L'ho capito in coppa Italia, contro la Kinder: erano tutti grossi, in Argentina non c'è una squadra che abbia tre uomini oltre i 2.10. E questo è diventato il mio punto di riferimento: la Nba non mi toglie il sonno, prima voglio giocare in Italia alla pari con i più grandi".

 


 

Ginobili, a tutta Virtus

di Francesco Forni - La Repubblica - 12/07/2000

 

«La nostra ultima pedina». Così Marco Madrigali ha presentato ieri Emanuel Ginobili, 23 anni, 1.97, natali argentini: «Manu» chiude il tris d’assi dopo Griffith e Jaric, in attesa di Smodis e Jestratijevic. Questo, ufficialmente: poi, si registrano rumori d’ogni tipo, intorno a residui spigoli contrattuali di Rigaudeau e Danilovic, nonché alla firma, da incassare, di Sconochini; ed anche intorno all’arrivo di un 4, cioè un’ala-pivot. Quel ruolo oggi è coperto dal solo David Andersen, in attesa che un pretore del lavoro, o la federazione, abilitino Smodis, sloveno, e dunque non ancora tesserabile come comunitario. Sennò, dal mercato rimbalza il nome di Darryl Middleton, americano spagnolizzato, già trattato dal Real Madrid. Ma a chi si spingeva a dubitare perfino della permanenza di Danilovic, è stato risposto che, avanti, la Virtus è fatta, ed è questa, con 11 pezzi nobili, all’alba della campagna abbonamenti che scatterà a giorni. In ordine: Rigaudeau e Jaric play, Abbio, Danilovic, Sconochini e Ginobili guardie e ali, Smodis, David Andersen, Frosini, Griffith e Jestratijevic pivot.
Ginobili avrà tre anni di contratto, con Nba escape dopo due. Dovrà conquistarsi gli spazi giusti, e sa che il salto tra Reggio e Bologna è alto. E’ parso però sorridente, rilassato. «Per la prima volta non sarò la più importante opzione offensiva. Sono qui per imparare a giocare coi grandi, e soprattutto per gli altri. La Virtus l’ho scelta dopo una settimana sofferta (e il pressing dell’Olympiakos, ndr), perché gradivo restare in Italia in un team ambizioso, che punta a vincere, con un coach esigente, ma che fa grandi i giocatori». Doti atletiche e tecniche (17 punti col 56% da due, il 34% da tre e il 71% ai liberi) sono la carta vincente di Emanuel, anche per Messina. «Ha grandi qualità nell’uno contro uno e offensive in generale. Con la Viola giocava quasi 40’ e doveva gestirsi in difesa e coi falli. Nella Virtus avrà l’occasione di spingere al massimo senza mordere il freno. Questo è il margine di miglioramento che gli rimane, ma è già un elemento di alto livello, con un grande senso della partita. E sa bene che chi aspira alla Nba deve vincere la concorrenza».
Madrigali ha allargato la visuale. «Di Sconochini stiamo aspettando solo la firma e nulla fa credere che non ci sarà. Bonora è sotto contratto: è probabile che una decisione sul suo futuro, se alla Virtus o in prestito, non venga presa prima di agosto. Smodis vorremmo farlo giocare come comunitario. Altre nazioni europee sono riuscite a far valere i loro diritti in situazioni identiche. Siamo convinti su questa strada, anche se le certezze non sono possibili». Ringraziata la Viola per la scorrevolezza dell’affare Ginobili, era inevitabile tornare su Meneghin. Madrigali s’è indurito. «Andrea se l’è scordato, ma io, lui e suo padre non abbiamo parlato del tempo, quando ci siamo visti. Poi, sento che l’abbiamo perso. No, ci siamo ritirati da un’asta che non volevamo fare». Messina ha schivato i paragoni: «Il valore di Ginobili, Griffith e Jaric non va letto in relazione a Meneghin, ma in modo assoluto: sono giocatori molto importanti, quindi non c’è motivo perché i nostri tifosi siano depressi». Finale sugli abbonamenti con Madrigali: «Ci sarà un lieve aumento dei prezzi, anche perché il torneo dell’Uleb avrà 4 partite in più. E poi verrà calata una «curva» particolare all’interno di una tribuna, che spero soddisfi la nostra tifoseria».

 

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Intervista a Ginobili

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 18/09/2000

 

Ginobili, in questo momento c'è una Kinder dimezzata. Ma lei, da solo, vale il prezzo del biglietto.
«Non esageriamo. Devo ancora a pensare a tanti aspetti del mio modo di stare in campo».
Contro
la Bipop, però, ha firmato il primo trentello stagionale.
«Massimo rispetto per Reggio Emilia, però loro avevano mille problemi. E sono un club che milita in A2».
Non vorrà negare che ogni suo tiro si trasformi in canestro.
«E' un buon momento. Sto tirando da tre con percentuali superiori al 50 per cento. Di solito oscillo tra il 35 e il 40. Sto approfittando di questa situazione. Sperando che continui, ovviamente».
Il marchio di fabbrica della Virtus è la sua celebre difesa. E lei...
«Io devo abituarmi. In passato difendevo, ma solo un po'. Certe volte lo facevo altre volte no. Qua non me lo posso permettere. E' solo questione di concentrarsi su questo aspetto».
Le gambe non le mancano.
«Appunto. Sono capace di difendere. Ma devo ricordarmi di farlo».
Quanto vale, per lei, Hugo Sconochini?
«Tanto, tantissimo».
Un aiuto indispensabile, vero?
«Proprio così. E' dal primo giorno che mi aiuta. Così non mi sento solo. I suoi amici sono diventati i miei amici. So dove andare a fare la spesa, dove mangiare. A Reggio Calabria fu diverso perché arrivai da solo. Qua, invece, ho una guida straordinaria in Hugo».
Differenze tra Reggio Calabria e Bologna?
«E' presto per dirlo. Là sono rimasto due anni, qua 20 giorni. E poi sapete anche voi quali sono i ritmi della preparazione. Allenamenti intensi al mattino e al pomeriggio. Di sera trovi solo la forza per raggiungere il letto e dormire».
Virtus, Bologna, una piazza che lotta per il titolo.
«Era il mio sogno. Sono arrivato a Reggio Calabria, in A2, volevo la A1. Conquista la promozioni».
Nella Città dei Canestri. Dove si vive di basket e di derby.
«Me ne hanno parlato. Me ne accorgo girando per strada, dove tutti ti riconoscono. Il derby per ora l'ho visto solo in tivù. Non vedo l'ora di poter giocare una partita simile».
Per vincere, vero?
«Mi sono reso conto di una cosa: a Bologna conta solo la vittoria. Per questo ci sono grandi investimenti, perché si vuole vincere. Nello sport è uno degli aspetti più belli. Il secondo posto qua non conta proprio».

 

Manu: l'uomo dei tiri impossibili

 

Ginobili, saluti e baci

La Repubblica - 17/07/2002

 

Saluta Ginobili, il primo violino di un biennio magico per la Virtus. Ieri mattina al Crb Manu ha ringraziato la Bologna bianconera: e i tifosi l'hanno caldamente ricambiato. Giocate spettacolari come le sue non le ha regalate nessuno, e siccome sono arrivate grandi vittorie, è stato giusto paragonarlo, come ha fatto Lombardi, lì presente con Tanjevic, a nome della Virtus, ad altri grandi stranieri. Tre nomi da brivido, come «Cosic, Richardson e Danilovic». Lui, Gino, allo stesso piano.
Se ne andrà ora ai San Antonio Spurs, con un contratto biennale da tre milioni di dollari: fra due anni, se sfonderà, potrà rinegoziarlo con qualsiasi altro club, a cifre molto più alte. Ginobili andrà, con buoni margini da sfruttare, in una squadra di alto livello, forse non di primissima fascia, ma pur sempre con l'Mvp della lega, Tim Duncan. L'attico, in definitiva, ma Bologna non è stata solo l'ascensore.
«La Virtus e i suoi tifosi – attacca Manu - mi hanno dato tantissimo in poco tempo. Sono stati, sotto ogni profilo, due anni molto migliori di quanto potessi immaginare. Anzi, oltre i miei sogni. Per questo i miei ringraziamenti più sentiti debbono andare alla squadra, al coach, al presidente, a tutta la gente che mi è stata vicina e anche al mio sponsor. Il momento più bello? Quattro trofei in due stagioni sono roba grossa. Però l'Eurolega vinta nella passata stagione rappresenta per me il traguardo più importante, rafforzato anche dalla premiazione come Mvp. Un trionfo».
Qui Ginobili è diventato un padrone, con gli Spurs non sarà così. «Se non ci fosse un posto come la Nba, per la quale ho spasimato fin da bambino, sarei rimasto a vita con la Virtus. Negli Usa al massimo ci sono stato sette giorni in vacanza e le incognite sono tante. Le 82 partite in cinque mesi, l'ambiente nuovo, il gioco diverso. Per la prima stagione non ho un obiettivo specifico. Cercherò di adattarmi nel modo migliore e guadagnare più fiducia possibile da parte della squadra e dal coach. Questo lo posso fare. Qualcuno dice che partirò in quintetto base, ma mi sembra molto prematuro. Io cercherò di arrivarci, gli Spurs mi hanno dato grande credito sin da quando mi hanno scelto. È il momento di sdebitarmi».
Un po' come a Bologna, quando non arrivò da prima punta, ma lo diventò. «Non erano quelle le mie aspettative e anche tra i «pro» non avrò certo tante responsabilità. Ma è meglio così, sarò là per imparare e per adattarmi. L'ho già fatto e quando si sale di livello non c'è niente di strano in questo. Il 9 settembre finirò i Mondiali con l'Argentina, dopo qualche giorno sarò nel Texas a cercarmi casa e a familiarizzare, cominciando pure a lavorare, anche se gli allenamenti ufficiali cominceranno ad ottobre».
Sarà possibile un ritorno alla Danilovic? «Volete rivedermi qua? Potrebbe essere fattibile, se tornerò in Europa Bologna sarà senza dubbio la mia prima scelta. Ma mi faccio l'augurio di non rivedervi prima di cinque anni...». E infatti il suo sponsor tecnico, la stessa Nike dell'idolo Jordan e delle superstar degli Spurs, Duncan e Robinson, si è legata a lui per quattro stagioni. E la Virtus, come proseguirà? «Bene, anche senza di me. Lotterà per lo scudetto, con la Benetton, la Fortitudo e le altre. Rigaudeau, Andersen, Smodis, Frosini, Becirovic sono già cinque uomini da scudetto. Il mio erede? Non mi piacciono questi paragoni, ma sarei felice se Becirovic riuscisse a far vedere tutto il suo potenziale. Spero che adesso tocchi a lui».

 

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Walking plus-minus

di Fabio Maugeri – playitusa.com - aprile 2008

 

La grinta di Manu Ginobili, una delle sue principali qualità, ma non l'unica...

Proviamo un attimo ad esaminare cosa fa di Manu Ginobili uno dei giocatori con il più alto fattore plus minus dell'NBA e quale sia stata la sua evoluzione.

Al suo arrivo nella lega dei professionisti, malgrado avesse vinto già tantissimo in Europa e fosse stato scelto da uno staff notoriamente molto oculato, nessuno pensava che l'argentino avrebbe compiuto la fulminante carriera che tutti conosciamo.

Per quanto mi riguarda, lo ritengo l'MVP degli ultimi due titoli degli Spurs, anche a costo di scatenare qualche polemica su questo punto.

Ai suoi inizi, il giocatore si presentava atletico, ma decisamente leggerino per gli standard professionistici americani, con un tiro da fuori non del tutto affidabile e soprattutto non "tarato" sulla distanza dell'arco dei 3 punti nba, con una "pericolosa" tendenza a costruire il gioco offensivo da solo e al di là del complesso book tecnico del suo coach, fosse anche solo per passare la palla, o, al contrario, con una certa voglia di strafare in penetrazione con iniziative che parevano addirittura impossibili da portare a termine.

La conseguenza, come per molti team professionisti, era che il suo apporto veniva centellinato nel minutaggio e ridotto notevolmente nelle fasi "calde" del gioco. A questo si aggiungeva il non facile ambientamento del ragazzo, piuttosto maltrattato dagli avversari afroamericani, e, in una prima fase, anche troppo lontano dai suoi affetti più cari (l'eterna fidanzata in primis).

Infine, la difesa del giocatore, specialmente se paragonata a quella di "mostri sacri" come Bowen e Duncan, non poteva dirsi di certo altrettanto efficace. Per un coach come Popovich, questo fattore è addirittura determinante per mettere in campo un suo giocatore: basti pensare al fatto che spesso ha tenuto in campo contemporaneamente giocatori come Horry e Bowen, non particolarmente prolifici di punti, pur di costruire una barriera impenetrabile a difesa del proprio canestro, facendo di Duncan quasi l'unica opzione di attacco.

Partendo da queste premesse, con la volontà che lo contraddistingue, l'argentino ha iniziato a migliorare il suo gioco difensivo, in un primo tempo puntando sulla propria nevrile reattività, divenendo uno dei primi della squadra alla voce "palle recuperate", e in seguito migliorando il lavoro di piedi ed il senso della posizione, con un enorme aumento degli sfondamenti subiti.

Si dice di lui che esageri quando subisce uno sfondamento, per convincere gli arbitri a fischiare a suo favore: se è vero, lo sa fare molto bene.

In attacco, la sua evoluzione è stata più lenta. Il giocatore risentiva di una impostazione di tipo "latino" decisamente difficile da imbrigliare nei complessi meccanismi offensivi, peraltro molto "europei", di coach Popovich.

Questa evoluzione è passata attraverso varie fasi. Per prima cosa il ragazzo ha dovuto imparare a contenere la sua esuberanza atletica e le sue iniziative individuali, che in passato gli procuravano molti TO quando non andavano a buon fine.

Quanto al tiro, la sua crescita è stata graduale, ma costante. Avendo un range di affidabilità entro i 3 - 4 metri e una straordinaria capacità di spostarsi in aria mentre tira, il giocatore ha iniziato a lavorare su questi fondamentali e sulla alternanza tra tiro e penetrazione, costruendo il suo bagaglio offensivo migliore.

Quanto ai passaggi, certe sue "idee", come saltare un passaggio per spiazzare gli avversari, sono state faticosamente limate costringendolo a riflettere di più. Ci sono stati anche periodi passati in cui Popovich lo ha schierato da secondo play, responsabilizzandolo sulla costruzione del gioco e letteralmente "obbligandolo" a riflettere di più. Contemporaneamente, numerose rimesse sono state costruite con lui come smistatore del pallone decisivo.

Col tempo, però, accanto a questo modellamento del giocatore sugli standard di gioco dei texani, si è verificato anche un adattamento della squadra al gioco di Manu e anche a quello del suo compagno Parker.

Nel passato, infatti, la squadra soffriva spesso di un gioco offensivo asfittico ed improduttivo, basato quasi esclusivamente su Duncan e su una circolazione di palla molto perimetrale, con poco uso anche del pick and roll.

Due "incursori" nelle aree offensive come Parker e Ginobili sono stati un toccasana, così come lo è stata la "follia" (l'imprevedibilità) dell'argentino nelle sue scelte offensive. Quando il pivot era troppo marcato o fuori fuoco, solo i due piccoli sono riusciti in molti casi a tirare avanti la baracca, facilitando il loro uomo di punta e finalizzatore, Duncan appunto, che resta l'uomo franchigia.

Ma c'è di più. La capacità di scaricare la palla dell'argentino ha spesso sopperito alle carenze di costruzione di opportunità offensive per il lungo degli spurs. In questo costrutto si è poi inserito Finley, al quale lo staff tecnico ha subito chiesto di rispolverare le sue capacità di tiratore perimetrale, specialmente nei momenti in cui Bowen non riusciva a dare il suo consueto apporto dagli angoli, cosa che l'ex Maverick ha fatto nel migliore dei modi lo scorso anno, contribuendo non poco alla conquista del titolo.

Nella stagione in corso, poi, Manu ci ha regalato un altro decisivo miglioramento, divenendo un tiratore affidabile e preciso dall'arco dei 3 punti (immagino con chissà quanto lavoro extra...), ma soprattutto più convinto di poter contare anche su questo fondamentale di gioco, al punto che il suo coach lo ha premiato con un posto stabile in quintetto a spese proprio di Finley.

C'è poi la questione plus minus...Ciò che una volta si chiamavano "attributi", "grinta", "aggressività", "decisività". Nelle fasi più calde del gioco, Manu è sempre stato coinvolto in azioni vincenti, ma, è importante sottolinearlo, non sempre e soltanto come finalizzatore: può essere la palla rubata, l'assist decisivo, lo sfondamento subito in contropiede o persino il rimbalzo catturato fuori dal proprio "cilindro" di salto.

In tutte queste cose Manu è davvero insuperabile. Non è un leader in assoluto, ma sa prendersi la squadra in mano, come quando, da sesto uomo, giocava come unica soluzione di attacco mentre il quintetto base riposava qualche minuto in panchina. Nondimeno, sa anche "sparire" dall'attacco e "servire" i compagni più caldi, Duncan o il tiratore perimetrale del momento, senza risentirne nel suo ego.

Quanto alla nazionale argentina, è doveroso sottolineare come Manu non si sottragga al suo compito di leader offensivo (e spesso anche difensivo...) fino a regalare alla sua Argentina l'oro olimpico.

Insomma, Ginobili è un uomo squadra come pochi e in questa sua caratteristica ricorda la definizione che Pat Riley diede di Magic Johnson: "Può fare sempre 30 punti, ma lui preferisce far vincere la sua squadra, segnando solo quando serve...".

Ecco perché, con Manu in campo, San Antonio ha molte più probabilità di vincere che senza.

Nella vita, poi, il ragazzo è un anti-divo per eccellenza, sebbene in Argentina sia letteralmente idolatrato, tanto che molti lo hanno paragonato a Maradona (tutt'altro personaggio...!) quanto a popolarità, e molto impegnato in progetti di beneficenza a favore dei bambini poveri del suo paese (e ce ne sono davvero tanti in Argentina).

Infine, lasciatemi un po' di orgoglio nazionale nel ricordare che il ragazzo ha sempre tributato al coach Ettore Messina grandissimi meriti nell'avergli insegnato la "dimensione totale" del gioco del basket: c'è anche un po' di Italia nel plus minus di Manu Ginobili....