di Carlo Annese -La
Gazzetta dello Sport- 10/10/1998
Ha 21 anni, è argentino
di nascita e di carattere ma italiano di passaporto acquisito, gioca da
guardia e ha un repertorio che fa impazzire Reggio Calabria. Questa storia,
forse, l'avete già letta qualche anno fa, quando il
protagonista si chiamava Hugo Sconochini.
Adesso si ripete, incredibilmente simile, con Emanuel Ginobili, la nuova
stellina emergente della serie A-2. Semplici coincidenze? "Sì,
solo coincidenze. Hugo è mio amico, abbiamo diviso
spesso la stanza nei raduni delle nazionali argentine, ma non mi sento "il
nuovo Sconochini" - chiarisce subito Emanuel -, anche perché
in campo abbiamo due modi di giocare abbastanza diversi. Di Hugo, invece,
ripeterei il successo che ha ottenuto qui in Italia: giocare presto in A-1,
contro le squadre più grandi, è
il mio obiettivo principale". Non sarà il nuovo Sconochini, ma della guardia della Virtus,
che proprio in Calabria cominciò la sua ascesa 6 anni
fa, Ginobili ha il carisma del trascinatore e numeri di alta classe, un buon
tiro da tre e una predisposizione naturale al gioco in velocità.
"Ha tante soluzioni diverse ed è anche avvantaggiato
dal fatto di essere mancino - dice il suo tecnico Gaetano Gebbia -. Ma ciò
che impressiona di piùè il
grande controllo del corpo negli spostamenti laterali. No, non può
essere paragonato a Sconochini, perchéè un giocatore con una personalità
propria, meno potente di Hugo, ma già completo per i
suoi 21 anni e con una maggiore attitudine alla difesa. Per la sua età,
è più pronto di Sconochini al
salto in A-1". Anche perché nell'A-1 argentina,
Ginobili ha già giocato un paio d'anni da titolare
vero. Nato e cresciuto a Bahia Blanca, dove il suo bisnonno, originario di
Cremona, si è trasferito all'inizio del secolo,
Emanuel ha cominciato col basket a 6 anni. "Una scelta inevitabile -
racconta - perché mio padre era il presidente della
società, dopo aver giocato negli Anni
'60 nei campionati regionali, e la palestra era a un isolato da casa
mia. Ho seguito i miei fratelli, tutti e due più
grandi di me, che tuttora giocano in serie A. A 18 anni, per fare
esperienza, sono stato ceduto alla squadra de La Rioja e poi sono tornato
alla base dove ho iniziato a giocare 30-35 minuti a partita. Correvamo
tanto, anche troppo: contropiede oppure un passaggio e tiro contro le difese
schierate, un divertimento. Ma il mio sogno è sempre
stato venire in Europa: seguivo i risultati del campionato spagnolo e quelli
della Kinder (per Sconochini) attraverso
Internet, perché pensavo che qui ci fossero il basket
migliore e i club più importanti. Per questo, l'anno
scorso, ho preso la cittadinanza italiana. Aspettavo che qualcuno mi
chiamasse e per prima è arrivata una squadra
spagnola. Avrei potuto parlare la stessa lingua, ma avevo dei dubbi e ho
rifiutato. Poi, all'improvviso, è arrivata Reggio".
Gebbia, che negli ultimi anni ha scovato nei modi più
diversi giocatori di buon talento come Larranaga e Fajardo, lo seguiva da
tempo. "Ho chiesto informazioni a Giorgio Rifatti, un mio ex giocatore
tornato in Argentina ma rimasto in contatto con me. Lui conosce bene il
nostro campionato e mi ha consigliato di prendere Ginobili a occhi chiusi".
In tre giorni, Ginobili ha accettato il triennale offerto da Reggio, ha
lasciato il raduno della nazionale prima dei Mondiali (la sua prima grande
esperienza internazionale), dopo essersi consigliato con Nicola, ora a
Treviso, e Sconochini, ed è volato in Italia per
firmare. "Hugo mi aveva detto che mi sarei trovato bene a Reggio ed era
tutto vero - continua Emanuel -. In campo ho molta libertà
e la possibilità di giocare spesso in contropiede
come facevo a Bahia Blanca. Devo migliorare in difesa, ma adesso sto facendo
un lavoro con i pesi per prendere 3 o 4 chili. Sono ancora "flaco", un po'
leggero, per giocare in A-1. L'ho capito in coppa Italia, contro la Kinder:
erano tutti grossi, in Argentina non c'è una squadra
che abbia tre uomini oltre i 2.10. E questo è
diventato il mio punto di riferimento: la Nba non mi toglie il sonno, prima
voglio giocare in Italia alla pari con i più grandi".
Ginobili, a tutta Virtus
di Francesco Forni- La Repubblica -
12/07/2000
«La nostra ultima pedina». Così Marco Madrigali ha presentato ieri Emanuel
Ginobili, 23 anni, 1.97, natali argentini: «Manu» chiude il tris d’assi dopo Griffith e Jaric,
in attesa di Smodis e Jestratijevic. Questo, ufficialmente:
poi, si registrano rumori d’ogni tipo, intorno a residui spigoli
contrattuali di Rigaudeau e Danilovic, nonché alla firma, da incassare,
di Sconochini; ed anche intorno all’arrivo
di un 4, cioè un’ala-pivot. Quel ruolo oggi è coperto
dal solo David Andersen, in attesa che un
pretore del lavoro, o la federazione, abilitino
Smodis, sloveno, e dunque non ancora tesserabile come comunitario.
Sennò, dal mercato rimbalza il nome di Darryl Middleton, americano
spagnolizzato, già trattato dal Real Madrid. Ma a chi si spingeva a dubitare
perfino della permanenza di Danilovic, è
stato risposto che, avanti, la Virtus è fatta, ed è questa, con 11 pezzi
nobili, all’alba della campagna abbonamenti che scatterà a giorni. In
ordine: Rigaudeau e
Jaric play, Abbio,
Danilovic, Sconochini e Ginobili guardie
e ali, Smodis, David
Andersen, Frosini, Griffith e
Jestratijevic pivot.
Ginobili avrà tre anni di contratto, con Nba escape dopo due. Dovrà
conquistarsi gli spazi giusti, e sa che il salto tra Reggio e Bologna è
alto. E’ parso però sorridente, rilassato. «Per la prima volta non sarò la
più importante opzione offensiva. Sono qui per imparare a giocare coi
grandi, e soprattutto per gli altri. La Virtus l’ho scelta dopo una
settimana sofferta (e il pressing dell’Olympiakos, ndr), perché gradivo
restare in Italia in un team ambizioso, che punta a vincere, con un coach
esigente, ma che fa grandi i giocatori». Doti atletiche e tecniche (17 punti
col 56% da due, il 34% da tre e il 71% ai liberi) sono la carta vincente di
Emanuel, anche per Messina. «Ha grandi qualità nell’uno contro uno e
offensive in generale. Con la Viola giocava quasi 40’ e doveva gestirsi in
difesa e coi falli. Nella Virtus avrà l’occasione di spingere al massimo
senza mordere il freno. Questo è il margine di miglioramento che gli rimane,
ma è già un elemento di alto livello, con un grande senso della partita. E
sa bene che chi aspira alla Nba deve vincere la concorrenza».
Madrigali ha allargato la visuale. «Di
Sconochini stiamo aspettando solo la firma e nulla fa credere che non ci
sarà. Bonora è sotto contratto: è probabile che
una decisione sul suo futuro, se alla Virtus o in prestito, non venga presa
prima di agosto. Smodis vorremmo farlo giocare
come comunitario. Altre nazioni europee sono riuscite a far valere i loro
diritti in situazioni identiche. Siamo convinti su questa strada, anche se
le certezze non sono possibili». Ringraziata la Viola per la scorrevolezza
dell’affare Ginobili, era inevitabile tornare su Meneghin. Madrigali s’è
indurito. «Andrea se l’è scordato, ma io, lui e suo padre non abbiamo
parlato del tempo, quando ci siamo visti. Poi, sento che l’abbiamo perso.
No, ci siamo ritirati da un’asta che non volevamo fare». Messina ha schivato
i paragoni: «Il valore di Ginobili, Griffith e Jaric non va letto in relazione a Meneghin, ma in
modo assoluto: sono giocatori molto importanti, quindi non c’è motivo perché
i nostri tifosi siano depressi». Finale sugli abbonamenti con Madrigali: «Ci
sarà un lieve aumento dei prezzi, anche perché il torneo dell’Uleb avrà 4
partite in più. E poi verrà calata una «curva» particolare all’interno di
una tribuna, che spero soddisfi la nostra tifoseria».
.
Intervista a
Ginobili
di Alessandro
Gallo - Il Resto del Carlino - 18/09/2000
Ginobili, in questo
momento c'è una Kinder dimezzata. Ma lei, da solo, vale il prezzo del
biglietto.
«Non esageriamo. Devo ancora a pensare a tanti aspetti del mio modo di stare
in campo». Contro la Bipop,
però, ha firmato il primo trentello stagionale.
«Massimo rispetto per Reggio Emilia, però loro avevano mille problemi. E
sono un club che milita in A2». Non vorrà negare che ogni suo
tiro si trasformi in canestro.
«E' un buon momento. Sto tirando da tre con percentuali superiori al 50 per
cento. Di solito oscillo tra il 35 e il 40. Sto approfittando di questa
situazione. Sperando che continui, ovviamente». Il marchio di fabbrica della
Virtus è la sua celebre difesa. E lei...
«Io devo abituarmi. In passato difendevo, ma solo un po'. Certe volte lo
facevo altre volte no. Qua non me lo posso permettere. E' solo questione di
concentrarsi su questo aspetto». Le gambe non le mancano.
«Appunto. Sono capace di difendere. Ma devo ricordarmi di farlo». Quanto vale, per lei, Hugo Sconochini?
«Tanto, tantissimo». Un aiuto indispensabile, vero?
«Proprio così. E' dal primo giorno che mi aiuta. Così non mi sento solo. I
suoi amici sono diventati i miei amici. So dove andare a fare la spesa, dove
mangiare. A Reggio Calabria fu diverso perché arrivai da solo. Qua, invece,
ho una guida straordinaria in Hugo». Differenze tra Reggio Calabria e
Bologna?
«E' presto per dirlo. Là sono rimasto due anni, qua 20 giorni. E poi sapete
anche voi quali sono i ritmi della preparazione. Allenamenti intensi al
mattino e al pomeriggio. Di sera trovi solo la forza per raggiungere il
letto e dormire». Virtus, Bologna, una piazza che
lotta per il titolo.
«Era il mio sogno. Sono arrivato a Reggio Calabria, in A2, volevo la A1.
Conquista la promozioni». Nella Città dei Canestri. Dove si
vive di basket e di derby.
«Me ne hanno parlato. Me ne accorgo girando per strada, dove tutti ti
riconoscono. Il derby per ora l'ho visto solo in tivù. Non vedo l'ora di
poter giocare una partita simile». Per vincere, vero? «Mi sono reso conto di una cosa: a Bologna conta solo la vittoria. Per
questo ci sono grandi investimenti, perché si vuole vincere. Nello sport è
uno degli aspetti più belli. Il secondo posto qua non conta proprio».
Manu: l'uomo dei tiri
impossibili
Ginobili,
saluti e baci
La
Repubblica - 17/07/2002
Saluta Ginobili, il
primo violino di un biennio magico per la Virtus. Ieri mattina al Crb Manu
ha ringraziato la Bologna bianconera: e i tifosi l'hanno caldamente
ricambiato. Giocate spettacolari come le sue non le ha regalate nessuno, e
siccome sono arrivate grandi vittorie, è stato giusto paragonarlo, come ha
fatto Lombardi, lì presente con Tanjevic, a nome della Virtus, ad altri
grandi stranieri. Tre nomi da brivido, come «Cosic, Richardson e
Danilovic». Lui, Gino, allo stesso piano.
Se ne andrà ora ai San Antonio Spurs, con un contratto biennale da tre
milioni di dollari: fra due anni, se sfonderà, potrà rinegoziarlo con
qualsiasi altro club, a cifre molto più alte. Ginobili andrà, con buoni
margini da sfruttare, in una squadra di alto livello, forse non di
primissima fascia, ma pur sempre con l'Mvp della lega, Tim Duncan.
L'attico, in definitiva, ma Bologna non è stata solo l'ascensore.
«La Virtus e i suoi tifosi – attacca Manu - mi hanno dato tantissimo in
poco tempo. Sono stati, sotto ogni profilo, due anni molto migliori di
quanto potessi immaginare. Anzi, oltre i miei sogni. Per questo i miei
ringraziamenti più sentiti debbono andare alla squadra, al coach, al
presidente, a tutta la gente che mi è stata vicina e anche al mio sponsor.
Il momento più bello? Quattro trofei in due stagioni sono roba grossa.
Però l'Eurolega vinta nella passata stagione rappresenta per me il
traguardo più importante, rafforzato anche dalla premiazione come Mvp. Un
trionfo».
Qui Ginobili è diventato un padrone, con gli Spurs non sarà così. «Se non
ci fosse un posto come la Nba, per la quale ho spasimato fin da bambino,
sarei rimasto a vita con la Virtus. Negli Usa al massimo ci sono stato
sette giorni in vacanza e le incognite sono tante. Le 82 partite in cinque
mesi, l'ambiente nuovo, il gioco diverso. Per la prima stagione non ho un
obiettivo specifico. Cercherò di adattarmi nel modo migliore e guadagnare
più fiducia possibile da parte della squadra e dal coach. Questo lo posso
fare. Qualcuno dice che partirò in quintetto base, ma mi sembra molto
prematuro. Io cercherò di arrivarci, gli Spurs mi hanno dato grande
credito sin da quando mi hanno scelto. È il momento di sdebitarmi».
Un po' come a Bologna, quando non arrivò da prima punta, ma lo diventò.
«Non erano quelle le mie aspettative e anche tra i «pro» non avrò certo
tante responsabilità. Ma è meglio così, sarò là per imparare e per
adattarmi. L'ho già fatto e quando si sale di livello non c'è niente di
strano in questo. Il 9 settembre finirò i Mondiali con l'Argentina, dopo
qualche giorno sarò nel Texas a cercarmi casa e a familiarizzare,
cominciando pure a lavorare, anche se gli allenamenti ufficiali
cominceranno ad ottobre».
Sarà possibile un ritorno alla Danilovic?
«Volete rivedermi qua? Potrebbe essere fattibile, se tornerò in Europa
Bologna sarà senza dubbio la mia prima scelta. Ma mi faccio l'augurio di
non rivedervi prima di cinque anni...». E infatti il suo sponsor tecnico,
la stessa Nike dell'idolo Jordan e delle superstar degli Spurs, Duncan e
Robinson, si è legata a lui per quattro stagioni. E la Virtus, come
proseguirà? «Bene, anche senza di me. Lotterà per lo scudetto, con la
Benetton, la Fortitudo e le altre. Rigaudeau, Andersen, Smodis, Frosini, Becirovic
sono già cinque uomini da scudetto. Il mio erede? Non mi piacciono questi
paragoni, ma sarei felice se Becirovicriuscisse a far vedere tutto il suo potenziale. Spero che adesso
tocchi a lui».
.
Walking plus-minus
di Fabio Maugeri – playitusa.com -
aprile 2008
La grinta di Manu
Ginobili, una delle sue principali qualità, ma non l'unica...
Proviamo un attimo ad
esaminare cosa fa di Manu Ginobili uno dei giocatori con il più alto fattore
plus minus dell'NBA e quale sia stata la sua evoluzione.
Al suo arrivo nella lega
dei professionisti, malgrado avesse vinto già tantissimo in Europa e fosse
stato scelto da uno staff notoriamente molto oculato, nessuno pensava che
l'argentino avrebbe compiuto la fulminante carriera che tutti conosciamo.
Per quanto mi riguarda,
lo ritengo l'MVP degli ultimi due titoli degli Spurs, anche a costo di
scatenare qualche polemica su questo punto.
Ai suoi inizi, il
giocatore si presentava atletico, ma decisamente leggerino per gli standard
professionistici americani, con un tiro da fuori non del tutto affidabile e
soprattutto non "tarato" sulla distanza dell'arco dei 3 punti nba, con una
"pericolosa" tendenza a costruire il gioco offensivo da solo e al di là del
complesso book tecnico del suo coach, fosse anche solo per passare la palla,
o, al contrario, con una certa voglia di strafare in penetrazione con
iniziative che parevano addirittura impossibili da portare a termine.
La conseguenza, come per
molti team professionisti, era che il suo apporto veniva centellinato nel
minutaggio e ridotto notevolmente nelle fasi "calde" del gioco. A questo si
aggiungeva il non facile ambientamento del ragazzo, piuttosto maltrattato
dagli avversari afroamericani, e, in una prima fase, anche troppo lontano
dai suoi affetti più cari (l'eterna fidanzata in primis).
Infine, la difesa del
giocatore, specialmente se paragonata a quella di "mostri sacri" come Bowen
e Duncan, non poteva dirsi di certo altrettanto efficace. Per un coach come
Popovich, questo fattore è addirittura determinante per mettere in campo un
suo giocatore: basti pensare al fatto che spesso ha tenuto in campo
contemporaneamente giocatori come Horry e Bowen, non particolarmente
prolifici di punti, pur di costruire una barriera impenetrabile a difesa del
proprio canestro, facendo di Duncan quasi l'unica opzione di attacco.
Partendo da queste
premesse, con la volontà che lo contraddistingue, l'argentino ha iniziato a
migliorare il suo gioco difensivo, in un primo tempo puntando sulla propria
nevrile reattività, divenendo uno dei primi della squadra alla voce "palle
recuperate", e in seguito migliorando il lavoro di piedi ed il senso della
posizione, con un enorme aumento degli sfondamenti subiti.
Si dice di lui che
esageri quando subisce uno sfondamento, per convincere gli arbitri a
fischiare a suo favore: se è vero, lo sa fare molto bene.
In attacco, la sua
evoluzione è stata più lenta. Il giocatore risentiva di una impostazione di
tipo "latino" decisamente difficile da imbrigliare nei complessi meccanismi
offensivi, peraltro molto "europei", di coach Popovich.
Questa evoluzione è
passata attraverso varie fasi. Per prima cosa il ragazzo ha dovuto imparare
a contenere la sua esuberanza atletica e le sue iniziative individuali, che
in passato gli procuravano molti TO quando non andavano a buon fine.
Quanto al tiro, la sua
crescita è stata graduale, ma costante. Avendo un range di affidabilità
entro i 3 - 4 metri e una straordinaria capacità di spostarsi in aria mentre
tira, il giocatore ha iniziato a lavorare su questi fondamentali e sulla
alternanza tra tiro e penetrazione, costruendo il suo bagaglio offensivo
migliore.
Quanto ai passaggi, certe
sue "idee", come saltare un passaggio per spiazzare gli avversari, sono
state faticosamente limate costringendolo a riflettere di più. Ci sono stati
anche periodi passati in cui Popovich lo ha schierato da secondo play,
responsabilizzandolo sulla costruzione del gioco e letteralmente
"obbligandolo" a riflettere di più. Contemporaneamente, numerose rimesse
sono state costruite con lui come smistatore del pallone decisivo.
Col tempo, però, accanto
a questo modellamento del giocatore sugli standard di gioco dei texani, si è
verificato anche un adattamento della squadra al gioco di Manu e anche a
quello del suo compagno Parker.
Nel passato, infatti, la
squadra soffriva spesso di un gioco offensivo asfittico ed improduttivo,
basato quasi esclusivamente su Duncan e su una circolazione di palla molto
perimetrale, con poco uso anche del pick and roll.
Due "incursori" nelle
aree offensive come Parker e Ginobili sono stati un toccasana, così come lo
è stata la "follia" (l'imprevedibilità) dell'argentino nelle sue scelte
offensive. Quando il pivot era troppo marcato o fuori fuoco, solo i due
piccoli sono riusciti in molti casi a tirare avanti la baracca, facilitando
il loro uomo di punta e finalizzatore, Duncan appunto, che resta l'uomo
franchigia.
Ma c'è di più. La
capacità di scaricare la palla dell'argentino ha spesso sopperito alle
carenze di costruzione di opportunità offensive per il lungo degli spurs. In
questo costrutto si è poi inserito Finley, al quale lo staff tecnico ha
subito chiesto di rispolverare le sue capacità di tiratore perimetrale,
specialmente nei momenti in cui Bowen non riusciva a dare il suo consueto
apporto dagli angoli, cosa che l'ex Maverick ha fatto nel migliore dei modi
lo scorso anno, contribuendo non poco alla conquista del titolo.
Nella stagione in corso,
poi, Manu ci ha regalato un altro decisivo miglioramento, divenendo un
tiratore affidabile e preciso dall'arco dei 3 punti (immagino con chissà
quanto lavoro extra...), ma soprattutto più convinto di poter contare anche
su questo fondamentale di gioco, al punto che il suo coach lo ha premiato
con un posto stabile in quintetto a spese proprio di Finley.
C'è poi la questione plus
minus...Ciò che una volta si chiamavano "attributi", "grinta",
"aggressività", "decisività". Nelle fasi più calde del gioco, Manu è sempre
stato coinvolto in azioni vincenti, ma, è importante sottolinearlo, non
sempre e soltanto come finalizzatore: può essere la palla rubata, l'assist
decisivo, lo sfondamento subito in contropiede o persino il rimbalzo
catturato fuori dal proprio "cilindro" di salto.
In tutte queste cose Manu
è davvero insuperabile. Non è un leader in assoluto, ma sa prendersi la
squadra in mano, come quando, da sesto uomo, giocava come unica soluzione di
attacco mentre il quintetto base riposava qualche minuto in panchina.
Nondimeno, sa anche "sparire" dall'attacco e "servire" i compagni più caldi,
Duncan o il tiratore perimetrale del momento, senza risentirne nel suo ego.
Quanto alla nazionale
argentina, è doveroso sottolineare come Manu non si sottragga al suo compito
di leader offensivo (e spesso anche difensivo...) fino a regalare alla sua
Argentina l'oro olimpico.
Insomma, Ginobili è un
uomo squadra come pochi e in questa sua caratteristica ricorda la
definizione che Pat Riley diede di Magic Johnson: "Può fare sempre 30
punti, ma lui preferisce far vincere la sua squadra, segnando solo quando
serve...".
Ecco perché,
con Manu in campo, San Antonio ha molte più probabilità di vincere che
senza.
Nella vita, poi, il
ragazzo è un anti-divo per eccellenza, sebbene in
Argentina sia letteralmente idolatrato, tanto che molti lo hanno paragonato
a Maradona (tutt'altro personaggio...!) quanto a popolarità, e molto
impegnato in progetti di beneficenza a favore dei bambini poveri del suo
paese (e ce ne sono davvero tanti in Argentina).
Infine, lasciatemi un po'
di orgoglio nazionale nel ricordare che il ragazzo ha sempre tributato al
coach
Ettore Messina grandissimi meriti nell'avergli insegnato la "dimensione
totale" del gioco del basket: c'è anche un po' di Italia nel plus minus di
Manu Ginobili....