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Sandro Gamba con il suo assistente, un
giovane Ettore Messina
Sandro Gamba
nato a: Milano
il: 03/06/32
Stagioni alla Virtus:
1985/86 - 1986/87
statistiche individuali
biografia su wikipedia
Alessandro Gamba
di Dan Peterson - basketnet.it
''Sandro'' Gamba ha allenato
non solo la formidabile Ignis Varese, due volte Campione d'Italia (e due
volte secondo) e due volte Campione d'Europa (e due volte secondo) in
quattro anni, 1973-77, ma anche la Nazionale
Italiana in due tappe, 1980-85
e 1987-92. Come sanno gli 'storici' del basket, in quel primo periodo,
l'Italia ha raggiunto due traguardi importanti: 2° posto nell'Olimpiade del
1980, a Mosca, battendo l'URSS in semi-finale, 87-85, perdendo l'oro contro
la grande Jugoslavia; poi anche l'oro negli Europei del 1983, a Nantes,
vincendo tutte le sette partita, la finale contro la Spagna, 105-96.
Lo sanno forse in pochi, ma io sono 'tifoso' delle Nazionali
Italiane.
è stata la nazionale di calcio di Enzo Bearzot, nel 1978, a farmi
appassionare degli Azzurri in qualsiasi sport, rimontando dallo 0-1
fino a
vincere, 2-1, contro la Francia. Idem per la nazionale di basket. Gamba non
lo sa, ma io ero 'arrabbiato' con lui nella finale europeo del 1983. Ad ogni
cambio che faceva, saltavo e gridavo: ''Gamba! Cosa fai? Lascia perdere! Non
toccare un quintetto che vince!'' Cinque cambi, cinque urli selvaggi miei.
Risultato? Il secondo quintetto fa 59 punti e il quintetto base 46. Ho
detto: ''OK, davanti a questo 5-su-5, mi arrendo.'' Una perfetta gestione
tecnica.
Sandro Gamba è uno che ha fatto 'marciapiede'. Forse tutti non lo
sanno, ma si è dato al basket per un incidente di guerra nel 1945, quando
aveva 13 anni. In un fuoco incrociato sul marciapiede in Via Washington di
Milano, fra Americani che avanzano e Tedeschi
che arretravano, viene colpito alla
mano destra, fra pollice e indice, una grave ferita. In gioco, c'è di mezzo
l'uso della mano. I genitori suggeriscono il basket come terapia. Da lì a
vincere 10 scudetti come giocatore dell'Olympia Milano sotto il mitico coach
Cesare Rubini, va a fare un'Olimpiade nel 1960 con la
Nazionale Italiana,
quindi uno dei pochi a giocare ed anche allenare in un'Olimpiade.
Gamba è anche giornalista, quindi ha senso dell'ironia. Una volta, ho
chiesto a lui: ''Nell'Olimpiade del 1960, quando avete giocato contro gli
USA, chi marcavi?'' Lui, ''Jerry West in entrambe le partite.'' Cioè, il
mitico West, il Michael Jordan dei suoi tempi.'' Ho detto, ''Cavolo (per la
verità, non ho detto 'cavolo')! Com'è andata?'' Gamba: ''L'ho limitato a 29
punti!'' Io pensavo: ''Che ridere! 29 sono tanti in una partita!'' Faccio la
ricerca: 11 punti nella prima partita Italia-USA, poi 18 nella seconda.
Totale 29. Quindi, per umorismo, si è messo in 'cattiva luce.' Oggi,
sia West che Gamba sono nella Hall of Fame negli Stati Uniti.
Sandro Gamba, secondo me, ha basato la sua carriera di coach sulla
semplicità. L'ho fatto anch'io e penso che sia l'idea giusta. Non c'era
bisogno di scoutizzare le sue squadre. Sapevamo tutti: contropiede, attacco
1-4, blocchi precisi, difesa feroce, mentalità dura. Infatti, dopo la prima
volta che ho visto la sua Ignis giocare nel Torneo Lombardia del 1973, non
l'ho più scoutizzato. Sapevo tutto. Sia chiaro, non mi è stato di grande
aiuto perché giocavano le sue squadre con grandissima intensità, una cosa
della quale Gamba diceva sempre, ''è una cosa che non puoi comprare al
supermercato.'' Ma sul marciapiede, sì.

Binelli, Brunamonti, Villalta, Sbaragli, Messina e Lenoli
ascoltano un time-out di Gamba
L'INTERVISTA DEL MESE:
SANDRO GAMBA
di Antonio Tavarozzi - Giganti
del Basket - novembre 1979
“Entravo nelle salumerie o nelle drogherie e
vendevo carne, trippa, spezzatino, goulash, ragù, minestre, vitello tonnato.
Tutta roba in scatola, tutta roba Simmenthal. Prima ero
rappresente-venditore, poi ispettore, comunque mi alzavo ogni mattina alle
sei e giravo la zona di Milano con la mia 600 blu, che poi non era mia ma
della ditta, con tanto di scritta sulla portiera. Tornavo a casa alle nove
di sera, perché al pomeriggio stavo in palestra, facevo l'allenatore, anzi
il vice-allenatore”. Sandro Gamba oggi racconta così il Sandro Gamba di
dieci anni fa: quello che, con un diploma di disegnatore (inutile) in
cornice e un'ottima carriera tra le scatolette (utilissime) in prospettiva,
scelse la via dei canestri e della panchina. Sandro Gamba oggi è uno dei
personaggi fondamentali del basket italiano per il presente - che lo vede
contemporanea mente allenatore della Grimaldi Torino e della Nazionale -
nonché per il futuro prossimo e remoto tinto di colori olimpici. Sandro
Gamba oggi è un uomo di successo che comincia una nuova fase della sua vita
di professionista dello sport e avvia un “nuovo corso” del basket italiano:
si appresta a fare questo col carattere di sempre, con quella sua grinta
composta che è una norma di vita, un'abitudine a prendere il destino per il
collo anche quando ti salta addosso all'improvviso, in campo o in casa. Una
grinta “marca Gamba”> che ricorda il “sisu” dei finlandesi, un misto di
orgoglio e tenacia, di ferocia agonistica e slancio morale, un insieme di
cose grandissime messe dentro una paroletta di poche lettere, un
atteggiamento che è una filosofia. “Io sono uno che batte il chiodo fino in
fondo, ogni giorno, come allenatore sono un tipo ossessivo, implacabile,
sono un rompiballe. Fuori dalla palestra sono amico
dei miei giocatori ma quando siamo sul campo dobbiamo lavorare tutti
assieme, senza distrarci, senza divertirci: e se mi dicono che sono un
tiranno, se per due ore mi odiano un po’ non mi interessa, a me piace andare
fino in fondo. Sono sempre stato così e con la Nazionale mi comporterò
esattamente come ho fatto ai tempi del Simmenthal, dell'Ignis, della Girgi e
della Chinamartini”. Così Sandro Gamba descrive sé stesso mentre cambia la
scena sul palcoscenico della Nazionale e passiamo dalla maschera tipo Museo
delle Cere di Giancarlo Primo a quella da Teatro degli Arrabbiati del nuovo
c.t. Nelle righe che seguono, in un lungo dialogo tipo confessione, ci
dovrebbe essere abbastanza materiale per capire che cambierà parecchio anche
il copione della squadra azzurra: e ci dovrebbe essere quanto basta per
capire come è fatto “dentro” il nostro personaggio. Chi è interessato al
Gamba-allenatore troverà i giudizi su Marzorati, Liedholm e Bariviera, la
“prenotazione” di un posto in Nazionale per Solfrini e Generali (e forse
Premier), la previsione di un posto sulla panchina azzurra per Riccardo
Sales come vice-Gamba per la Svizzera (e, toccando ferro, per Mosca),
divagazioni su Rubini e Van Zandt. Chi è interessato anche al Gamba-uomo
leggerà che Sandro non prenderà doppio stipendio (Grimaldi più Nazionale),
che continuerà a bestemmiare in panchina senza commettere peccato, che è
stato un prete (don Ignazio da Loano) a telefonargli i complimenti più
graditi dopo la “promozione” in azzurro. E chi cerca la sorpresa
massima vada subito a leggersi le ultime righe dell'ultima risposta dove per
chi conosce Sandro e la sua famiglia c'è la notizia più riservata e più
importante: non c'entra niente con il basket e con la Nazionale ma
meriterebbe un titolo a tutta pagina se tutto questo servisse ad esprimere
l'augurio di chi si sente suo amico.
Sandro Gamba allenatore della Nazionale: come
ti sei sentito al primo impatto con il nuovo ruolo?
“Male, malissimo. Ho provato un grande dolore.
Un dolore al testicolo sinistro, sì, proprio lì, nelle parti basse. La
Nazionale non c'entra, la Federazione nemmeno, ma il destino ha voluto che
proprio nei giorni della comunicazione ufficiale che mi riguardava mi è
capitata una faccenda mica da ridere. Ero in macchina, sull'autostrada
Torino-Milano, per tornare a casa, e ho cominciato a sentire un dolore
piuttosto forte al testicolo sinistro. Secco, preciso, continuo. Non mi ha
mollato sino a quando sono arrivato a casa dove si aggiunto un male diffuso
lungo il fianco, dalla parte sinistra. C'era di che preoccuparsi,
soprattutto perché nel frattempo sentivo le gambe diventare dure, i muscoli
come granito. Beh, ho pensato, ecco che Sandro Gamba si becca un colpo
appena lo hanno nominato allenatore della Nazionale. Ma non era un colpo:
era solo una colica renale, un bel sassolino stava passando dal rene alla
vescica e mi ha procurato un po' di spavento. Non erano mica giorni allegri,
dato che mia moglie aveva appena saputo di dover essere operata: calcolo
anche per lei, ma enorme, le hanno portato via un bel pezzo di rene. Si è
tirata su abbastanza in fretta, con grinta, anche lei ne ha parecchia, è una
specialità di famiglia, ne abbiamo bisogno spesso”.
-Allora niente feste, niente brindisi?
“Ho brindato spesso con la Fiuggi, da solo. Un
litro al giorno, al mattino appena sveglio, per aiutare la vescica nei
rapporti con quel sassolino. Niente alcool, non fa per me, lo sai. Mi sono
ricordato di quella volta che mio padre voleva farmi festeggiare con un
bicchiere di vino il mio primo viaggio all'estero con il basket. Io avevo 17
anni, non riuscivo già allora a buttar giù nemmeno il vinello più leggero,
lui mise 45.000 lire sotto il bicchiere pieno di rosso e mi disse: "Se ne
bevi un sorso, quei soldi sono tuoi". Niente da fare, non potevo. Mio padre
fu cosi bravo che le 5.000 lire me le infilò lo stesso in tasca, era una
discreta somma a quei tempi. per me ma anche per lui”.
E la soddisfazione, un po' di gioia intima?
“Certo, quella c'è stata e c'è ancora, perché
questo tra guardo è un punto troppo importante: ma non è un punto d'arrivo,
lo sappiamo tutti. La "promozione” è arrivata un po’ improvvisamente, se ne
parlava e io ogni tanto ci pensavo, come logico”.
Sinceramente: credi di meritartelo in tutto e
per tutto questo posto? “Sinceramente: credo di sì se i meriti vanno
misurati con la passione, la serietà e anche i sacrifici che ho messo in
questo lavoro. Facendo l'allenatore ho applicato l'educazione ricevuta in
casa, il principio per cui bisogna mettere dedizione in tutto quello che si
fa, per cui bisogna sudarsi ogni lira che si guadagna. Qui mi viene in mente
di nuovo mio padre: quando smisi gli studi per scegliere lo sport mi disse
che non mi sarei pentito della scelta se avessi messo tutto me stesso nel
lavoro, il 100 per 100. E io ho fatto così”.
Adesso siamo tutti qui a chiederti: cosa
cambierai nella Nazionale?
“Chi segue da vicino il basket sa che sarebbe
ridicolo e assurdo parlare di rivoluzioni, di cambiamenti fondamentali. Io
prometto lavoro e impegno, sono un tipo che ama picchiare sul chiodo finché
non si è piantato, sono un temperamento incendiario sul campo, in
allenamento e in partita in Nazionale sarà esattamente così, come sempre,
con l’intenzione di tirar fuori il meglio dal gruppo di giocatori che
lavorerà con me. Li tratterò con rudezza fin che si lavora con affabilità
fuori dalla palestra, con sincerità sempre. Non c'è giocatore in tutto il
basket italiano che possa lamentarsi di questo sul mio conto: io dico
esattamente quello che penso, in ogni circostanza. Se un giocatore è
permaloso e se la prende per una frase troppo ruvida, beh, può andare a
scopare il mare: se è intelligente capisce come stanno le cose, dei resto
chi mi conosce sa che non sono uno schiavista, meglio vedere facce allegre
attorno, però per favore non scherziamo in allenamento. Eh no: sul campo si
va per lavorare, io e loro, e io non li lascio distrarre neanche un attimo,
in questo caso meglio se mi ritengono un po' tiranno, per un paio d'ore”.
Giancarlo Primo sussurrava, Sandro Gamba urla
e salta e strepita: ma come sono veramente i tuoi rapporti con Primo, ma
cosa pensi veramente tu di lui come “predecessore”?
“I miei rapporti con Primo sono sempre stati
buonissimi, correttissimi, cordialissimi. Ci siamo incontrati da giocatori,
poi alle Olimpiadi di Roma nel 1960 io ero in squadra e lui vice di
Paratore: sempre tutto o.k., veramente. E quest’anno, a giugno, ci siamo
ritrovati sulla stessa panchina, per gli Europei. Anche stavolta, un
rapporto chiaro, corretto: abbiamo due caratteri diversissimi, le decisioni
spettavano a lui, io facevo la mia parte di "assistente” segnalandogli
qualcosa, in allenamento o in partita, lui mi stava a sentire e a volte
faceva come dicevo io, a volte no. Tutto giusto, tutto bene. Ora io so che
voi giornalisti avete rimproverato tante volte a Primo la sua "freddezza” in
panchina, però se vi ricordate anche Rubini tanti anni fa fumava impassibile
le sue sigarette, ognuno fa come si sente. Non bisogna di sicuro dimenticare
quello che ha fatto Primo con questa Nazionale e ancora di più quello che ha
fatto con tutti i giovani allenatori italiani di dieci anni fa, quando
autenticamente lui ha impostato un discorso nuovo, quello della difesa. Ha
fatto un gran bene a tutti noi, allora, e bisogna essergliene grati: poi
magari qualcuno ha esagerato nell'applicare la lezione e ha pensato solo
alla difesa, dimenticandosi che bisogna saper giocare pure in attacco... E
ancora questo voglio dire di Primo c.t. azzurro: ha saputo fare un club, un
vero club della Nazionale, il che non è facile perché ti arrivano giocatori
da ogni parte, con abitudini diverse e tu sai che certi allenatori non
riescono a fare un vero "gruppo" nemmeno con una squadra di club. Mi chiedi
cosa penso “veramente” di Primo e te lo sto dicendo, concludo con le
differenze tra me e lui: la prima, caratteriale, riguarda il comportamento
in panchina, la seconda, nei metodi di lavoro, riguarda il “peso” degli
allenamenti. Ecco, io penso di “caricare” maggiormente la preparazione degli
azzurri. Primo si preoccupava soprattutto di far giocar bene assieme la
squadra, io la tratterò più duramente. Penso che non serva dire solo “bene,
bravo” a tutti, ogni tanto bisogna urlare dietro ai giocatori”
Primo aveva ultimamente Gamba come assistente
e un “comitatone” di tecnici. E tu?
”Io avrò ancora il “comitatone”, più Tracuzzi. Uno del “comitatone”, di volta in
volta liberato da impegni di società, verrà in panchina con me. Per le
qualificazioni preolimpiche in Svizzera e, toccando ferro, per Mosca ci sarà
la stessa persona, possibilmente. Possono andar bene tutti, cercheremo di
scegliere anche in base al miglior affiatamento perché l'affiatamento è
fondamentale tra “coach” e assistent2, bisogna intendersi al volo. Diciamo
che il primo nome che mi viene in mente è Riccardo Sales, penso che con lui
l'accordo sarebbe facilissimo”.
Capitolo giocatori: novità?
“Le novità saranno poche, per forza di cose.
Quella “usura” di cui si è parlato nel clima della Nazionale di Primo era
dovuta penso soprattutto al mancato ricambio ma del resto non è che di
talenti nuovi ne siano usciti tanti negli ultimi anni. Per il torneo in
Svizzera ci sono due o tre posti per le “novità”: e i primi nomi da fare
sono Solfrini e Generali. Il primo perché lo vedo giocare ogni volta meglio,
il secondo perché ha ottime qualità e in un contesto di altri “azzurri”
nella Sinudyne può migliorarsi più in fretta. Tutti e due, ci tengo a
sottolinearlo, hanno temperamento. E io sceglierò la Nazionale in base al
temperamento e alla continuità di rendimento dimostrati in campionato: chi
gioca bene oggi e male domani e poi di nuovo malissimo e benissimo non, può
avere futuro certo in maglia azzurra, così come non voglio vedere in squadra
i “semifreddi”, quei giocatori tanto bravini ma per niente caldi. Sappiamo
tutti che in campo internazionale sono tante le partite infuocate e sono
frequenti le fasi infuocate anche nelle partite “normali”. Beh, io voglio
sempre giocatori che nella “bagarre” non si tirano indietro, anzi... “.
Solfrini, Generali e poi?
“Poi bisogna vedere cosa esprime il
campionato. Adesso come adesso direi che il terzo nome nella lista d'attesa
è quello di Premier: ha grosse qualità, deve imparare ad “amministrarsi”,
anche “addomesticarsi” un po' perché mi sembra che giochi un po' con stile
“naif” come direbbe il mio amico Bruno Arrigoni. E poi qual'è il suo ruolo?
Ala bassa o guardia alta? Aspetto gli esiti del campionato, per Premier come
per altri. E per quanto riguarda la Nazionale juniores e quella “cadetti”
aggiungo che mentre io mi occuperò di una supervisione generale, la guida in
panchina nelle varie manifestazioni verrà affidata ad un allenatore di
società, anche uno non compreso nel “comitatone”. Per esempio Asteo,
bravissimo con i giovani, sarebbe molto adatto”
Passiamo ai “vecchi”: giudizi e previsioni, in
rapida carrellata.
“Subito due personaggi che mi auguro diventino
fonda mentali per la Nazionale: Bertolotti e
Carraro. Devono dare qualcosa di più che in passato, finora hanno spopolato
in campionato ma molto meno in azzurro. Varie le cause, anche il fatto che
la marcatura su di loro può essere diversa, per esempio agli Europei di
Torino le difese “chiudevano” soprattutto su loro due, visto che erano i
soli a cavarsela nel tiro fra tutti i nostri. Hanno già esperienza
sufficiente, li aspetto ad un ultimo, definitivo passo di maturazione. Molta
considerazione ho anche per Villalta: in campo
internazionale deve fare l'ala alta, anche se non ne ha il passo, anche se
ama stare vicino al canestro o per lo meno cominciare i giochi vicino al
canestro. è pieno di orgoglio, di voglia di lottare, sicuramente è di
quelli che hanno le stimmate giuste per il discorso fatto prima sulle
partite infuocate. E il fuoco mi ricorda Meneghin: in Nazionale lo avete
visto spesso in difficoltà, ormai lo conoscono e lo temono, dappertutto, per
me ha ancora degli anni davanti ad altissimo rendimento, è un raro talento
atletico e quell'ardore che gli brucia dentro, che lo fa litigare con gli
arbitri è pure il propellente per la sua forza fisica; a me sta bene così, a
Varese mi aveva dato un grande apporto, sempre. Una volta ci fu pure uno
scambio di battute tra noi, si giocava col Maccabi, punto a punto, lui si
becca un tecnico per proteste, io lo rimproverai perché era il suo quinto
fallo e lui disse: “Provi lei a giocare”. “No, mi di spiace: io sto qua a
fare il mio mestiere, a giocare devi pensarci tu perché prendi lo stipendio
per questo...". Una cosa durata dieci secondi e che non ha mai lasciato
strascichi, tanto per chiarire. Andiamo avanti coi tipi infuocati: Bonamico è un altro “caliente”, mi sta bene,
io dico che un “killer2 in squadra ci vuole, lui inoltre sta affinando bene
le sue doti tecniche col Billy e con Peterson
potrà migliorarsi alquanto”.
E i tre “esclusi” di Torino, Della Fiori,
Bariviera e Marzorati?
“L'esclusione fu dovuta a sfortune del
momento, la porta è ovviamente apertissima per loro. Della Fiori può essere
molto utile con la sua facilità di tiro, da fuori e da sotto. Bariviera è
tutt'altro che finito, ha solo 30 anni, però devo vedere se si riprende
dalla crisi dell'anno scorso, quel brutto campionato lo ha buttato giù anche
nel morale se è vero che a Torino, in allenamento, risultava fiacco,
abbacchiato, lui che ho sempre visto come ragazzo vivace, brillante.
Marzorati l'ho seguito nel “Lombardia” ad ottimo livello, ancora un po'
magrino ma di nuovo effervescente. Può darsi che non vedremo più un
Marzorati "volante” ma vedremo ancora un Marzorati importantissimo per la
Nazionale, può essere un giocatore più “pensante” di prima, più maturo,
ricordiamoci che i grandi talenti negli sport di squadra sanno cambiare
ruolo e compiti tattici restando campioni. Io ho sempre ammirato Liedholm,
per esempio, che da mezzala diventò mediano e poi “libero” dimostrandosi
ovunque grandissimo, mettendo la sua classe a disposizione della squadra. E
per tornare a Marzorati, vedo bene con lui nel reparto “dietro” Caglieris, che sa dare ritmo, sa cambiare
marcia e se ha problemi di statura li ha solo in difesa perché in attacco è
rapido, intraprendente anche contro uno più alto e poi passa benissimo la
palla, cosa quanto mai rara tra i giocatori italiani. Dalle nostre parti
l'arte del passaggio è dimenticata…”.
Tu e Rubini adesso vi Nazionale: e un caso?
“è
sicuramente una cosa bellissima per me, la presenza di Rubini nel settore
della Nazionale è stata una delle componenti
fondamentali nel farmi dire sì con convinzione quando si è parlato della mia
"promozione". Rubini ha 9 anni più di me, siamo praticamente fratelli, con
me ha sempre avuto un atteggiamento di massima stima, anche di confidenza,
non mostrava mai quella scorza dura che usava con tutti gli altri”.
Oltre a Rubini chi ricordi con particolare
affetto nella tua carriera?
“Van Zandt, il primo a spronarmi su questa
strada, mi riempì di riviste americane, mi dava consigli preziosi. E il mio
primo allenatore, Borella, bravissimo a insegnare i fondamentali che in
milanese mi diceva spesso: “Uhei, ti ghe de fa l'alenadur...”. E mio padre,
si chiamava Alessandro come me, è morto 20 anni
fa, ha sempre trovato le parole giuste con me, quando
io volevo la macchina e lui doveva rispondermi no: io ho avuto la prima
macchina a 25 o 26 era una seicento...”.
Adesso guadagni addirittura un doppio
stipendio: uno con la Grimaldi e uno con la Nazionale...
“Ma quale doppio stipendio? Fino ad aprile mi
paga la Grimaldi, solo a quel punto prenderò soldi dalla Federazione. Per le
partite che la Nazionale giocherà prima, una a dicembre e una a febbraio, mi
daranno credo un gettone di presenza, non ne ho ancora parlato. Tu sai che
per me il denaro è importante, come per tutte le persone che per tanti anni
ne avuto molto poco: credo di guadagnare il giusto, visto il mio impegno,
credo che avrei potuto guadagnare di più col basket una decina d’anni fa
quando andavo in giro a fare il rappresentante di scatolette...”.
Ora che sei “c.t.” azzurro dirai bestemmie in
panchina?
Credo proprio di sì, è più forte di me, è come
una liberazione. Io sono credente, cattolico, sono sicuro che Dio non viene
toccato da certe mie imprecazioni, ha ben altro da fare che seguire il
basket. Insomma io bestemmio senza fare peccato. E poi ho un amico prete,
don Ignazio, sta a Loano, mi ha fatto i complimenti appena ha saputo la
notizia..."
Ultima domanda: i tuoi errori
più grossi?
“In panchina tanti, massimo quello di Nantes,
finale di Coppa col Real, quando abbagliato dalla bravura di Raga non lo
sostituii con Rusconi e perdemmo. Nella vita uno di sicuro: ho aspettato
troppo a fare un figlio. Ma adesso voglio riprovare, con tutte le mie forze:
con la collaborazione di mia moglie, naturalmente”.
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