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John Fultz

nato a:

il: 20/10/48

altezza: 200

ruolo: ala

numero di maglia: 11 e 12

 

Stagioni alla Virtus: 1971/72 - 1972/73 - 1973/74

 

palmares individuale in Virtus: 1 Coppa Italia

 

 

Intervista a John Fultz

di Roberto Cornacchia – 27/08/2008

 

Incontro John Fultz di passaggio, proveniente da Reggio Emilia dove il figlio Robert giocherà quest’anno. Una carriera, quella del giovane Fultz, che a 26 anni lo ha già visto indossare la casacca di sette diverse squadre: pare destino che i Fultz siano dei vagabondi dei canestri.

John, 200 centimetri e 60 anni portati a meraviglia, di campi di basket ne ha visti tanti: soprattutto in Italia (in tre squadre diverse), ma anche Svizzera, Austria e Portogallo. Per non parlare delle Coppe Europee, dei tornei estivi che all’epoca avevano un valore diverso da quelli odierni e del lungo periodo in cui ha frequentato le minors, sia come giocatore che come allenatore.

Ma se è stato così girovago non lo è stato per sua specifica volontà: “Avrei voluto rimanere in Virtus ancora – è il primo pensiero di John -. Arrivai in un momento delicato: l’anno precedente erano stati ceduti i pilastri Lombardi e Cosmelli e la squadra, costituita, ad eccezione dell’esperto Albonico, da un nucleo di giovani promettenti, aveva appena evitato la retrocessione agli spareggi”. L’allenatore Tracuzzi dopo cinque gare venne esonerato: al suo posto venne chiamato Nico Messina, che l’anno precedente era stato il preparatore atletico della Ignis Varese nella quale John aveva esordito in Europa. Ma la rivoluzione voluta da Porelli, avrebbe presto cominciato a dare i suoi frutti. La Virtus, abbinata Norda e Sinudyne, non era ancora una contendente per lo scudetto ma risaliva la china e nei tre anni bolognesi di Fultz (dal ‘71/’72 al ‘73/’74) non sarebbe mai scesa al di sotto del 6° posto.

“La squadra era composta di giocatori giovani: Bertolotti, Ferracini, Antonelli e Serafini, che è sempre stato il più sottovalutato. Ma si vedeva che sarebbero diventati forti. Io stesso ero poco più che ventenne e dovevo ancora completare la mia formazione cestistica”.

Dopo due anni discreti arrivò il vulcanico Dan Peterson: tanto lavoro sui fondamentali e si videro ulteriori progressi. La Sinudyne giunse quinta con sei punti in più dell’anno precedente e John giocò la sua migliore stagione, esplodendo nel finale dove, con un rendimento da autentico MVP, fu l’artefice principale della sonante vittoria per 90-74 sulla Snaidero che portò alla conquista della Coppa Italia. Era la prima volta che si apriva la bacheca per metterci qualcosa, e non solo per spolverarla, dopo 18 anni.

Fu l’inizio per la Virtus dell’epoca d’oro di Dan: i giovani virgulti crescevano e se non erano ancora pronti ad insidiare l’interrotto dominio lombardo seguito all’accoppiata di scudetti di metà anni ’50 firmati da Calebotta, Canna e compagni, lo sarebbero diventati  presto.

“Purtroppo per me – ricorda John – alla Virtus si prospettò la possibilità di ingaggiare Tom McMillen, giocatore veramente di un altro livello per l’epoca: Dan mi disse che, se non fosse stato per quella ghiotta occasione, mi avrebbe sicuramente confermato. Ma nemmeno McMillen riuscì a portare lo scudetto a Bologna: sono ancora convinto del fatto che se fossi rimasto, con la conoscenza che avevo del campionato e dei miei compagni, oltre alle accresciute capacità tecniche sia mie che degli altri virtussini, avremmo potuto vincere lo scudetto. Comunque la Virtus rimane la società  alla quale più sono rimasto legato”.

 

John giocò alla University of Rhode Island dove, nonostante le capacità balistiche ed un fisico tutt’altro che possente, veniva regolarmente schierato come centro. “Ma questa della statura è una fissazione tutta italiana – contesta John – con la quale mi sono dovuto scontrare per tutta la mia carriera. All’epoca nel basket dei college non si stava a guardare tanto ai centimetri: il gioco era abbastanza libero e semplicemente si mettevano in campo i 5 più forti. Io ero bravo a rimbalzo e quindi venivo messo vicino a canestro, ma questo non mi ha mai impedito di giocare lontano dall’area o di tirare dalla lunga distanza. Qui in Italia tutti a dirmi che ero troppo basso per fare il 5, che anche come 4 non ero abbastanza grosso. E dire che nella mia conference fui il 10° rimbalzista in assoluto e sono nella Hall of Fame della mia università come 4° realizzatore e 3° rimbalzista di tutti i tempi”.

 

URI giocava nella stessa conference della University of Massachussetts, il college dove evoluiva Julius Erving. Anche lui veniva schierato come centro e i suoi scontri con Fultz erano uno spettacolo da non perdere. “Inutile dire – è John che ricorda - che, per quanto ci abbia provato in tutti i modi, Dr. J era inarrestabile: ci incontrammo tre volte e segnò rispettivamente 20, 38 e 44 punti. Mi rimaneva la soddisfazione di averlo messo a mia volta in difficoltà: segnai 26, 33 e 38 punti contro di lui. Però io lo stoppai 3 volte e lui nessuna”.

Non era la prima volta che John incontrava Dr. J. La prima volta che ci aveva giocato contro fu quell’estate che, assieme ad alcuni suoi compagni di URI, andò a giocare al playground Newyorkese di Jones Beach. Dr. J, che a 18 anni era già una leggenda vivente, giocava assieme a Big Lou, un ventenne di m 2,18 maledettamente veloce ma anche maledettamente bravo che era già diventato mussulmano ma non aveva ancora cambiato il nome da Ferdinand Lewis Alcindoor in Kareem Abdul-Jabbar. Completava la formazione Charles Yelverton dalla Fordham University, una guardia molto veloce ed intelligente che quando staccava da terra, sembrava galleggiare in aria prima di atterrare e che molti ricordano anche qui in Italia con una lacrimuccia.

John ricorda di quel match: “Subimmo una bella lezione, più che nel punteggio nel gioco. Fu lì che cominciai a rendermi conto che per giocare ai livelli più alti dovevo migliorare in tanti aspetti: finte, gioco vicino a canestro e atletismo”.

 

Alla fine della stagione universitaria Fultz viene scelto al 4° giro dai Lakers e fu convocato per la Summer League. La prima scelta era Jim McMillian e in quanto tale aveva un contratto garantito per 3 anni a 420.000 dollari. “Giocai delle buone partite – dice John - e presi come pietra di paragone McMillian: in 5 gare Jim aveva una media di 16 punti e 4 rimbalzi, io di 15 e 9. Ero sicuro di essermi fatto valere. Quando coach Mullaney mi chiamò nell’ufficio, mi disse che avevo fatto una buona impressione ma però che, avendo sempre giocato da lungo, necessitavo di lavorare per diventare un’ala a tutti gli effetti e che più di un contratto non garantito al minimo salariale non potevano offrirmi”.

 

John era infuriato. Non accettò e si ripromise di cercare un ingaggio presso altre squadre. Poco dopo ebbe luogo un All-Star Game tra neolaureati del Nord e del Sud, organizzata anche per dar modo ai giocatori ancora senza contratto di mettersi in luce. John era convocato nella selezione del Nord ma, poiché in quella del Sud c’erano assi come McMillian e Dave Cowens pensava che non ci sarebbe stata gara. “Invece i deliziosi assist di Yelverton uniti alla  mia sete di rivincita nei confronti dello staff dei Lakers presente per seguire McMillian mi fecere disputare una gara strepitosa: segnavo da tutte le parti e venni eletto MVP della gara con 44 punti a referto. Va detto che di solito in queste gare si difende il minimo sindacale ma credo che McMillian, che se voleva sapeva essere un efficacissimo difensore e sicuramente era una persona squisita, quella sera mi abbia voluto aiutare a mettermi in mostra. Uscii dal campo, non prima di aver rivolto con qualche battuta acida nei confronti dello staff dei Lakers”.

 

Ancora infuriato per la partita, entrando negli spogliatoi si imbattè in un ometto dalla faccia tonda e un foglio in mano che gli si rivolse in uno stentato inglese: “Salve, sono il coach della squadra italiana campione d’Europa – fu l’esordio di Aza Nikolic – vuole giocare per noi?”. John sapeva poco del basket fuori dagli Stati Uniti: quello che sapeva era che il campionato italiano era uno dei migliori e quello che pagava meglio. Ancora stizzito per il trattamento riservatogli, accettò l’offerta, anche su consiglio del suo agente che gli aveva detto: “Vai pure, fai esperienza e guadagni qualche bel soldo. L’anno prossimo ci riproviamo coi Lakers. Basta solo che non ti fermi troppo in Italia”.

 

All’aeroporto di Milano mi vennero a prendere Nikolic e Gualco dicendomi di andare a dormire perché l’indomani saremmo volati in Sicilia per un torneo quadrangolare. “Ma come – obiettò Fultz – se non ho nemmeno mai visto i miei compagni e non conosco gli schemi?”. “Fa lo stesso – ribattè Nikolic – sfrutta i blocchi dei tuoi compagni e cerca di fare del tuo meglio”. Con sua sorpresa giocare non fu così difficile, i blocchi di Flaborea, Bisson e di un 19enne Meneghin erano delle autentiche case cantonali e riuscì segnare 19 punti contro il CSKA. “Il livello fisico e tecnico – rammenta John - era più alto di quanto mi aspettassi: ad esempio Sergey Belov e Zamukadenov avrebbe potuto giocare tranquillamente nella NBA. Un’altra cosa mi impressionò: la durezza degli scontri e il trash talking dei sovietici: dopotutto si era in piena guerra fredda”.

In finale giocò contro il Simmenthal e poté assistere da vicino al primo di una lunga serie di infuocati scontri fra Art Kenney e Meneghin. “Dopo le gare, tutte le squadre cenavano nel ristorante dell’albergo. Ad un certo punto si scatenò un bombardamento di tovaglioli fra i tavoli delle varie squadre ed io mi aggregai divertito: quei giocatori così inflessibili in campo, fuori dal rettangolo di gioco sapevano trasformarsi nei compagni ideali per serate divertenti. Mi sembrava di essere tornato ai tempi della confraternita dell’università: nonostante un oceano di mezzo, cominciavo a sentirmi come a casa mia.”

 

La stagione si concluse con la vittoria della Coppa Intercontinentale ma in finale di Coppa Campioni Varese perdette in finale contro il CSKA nonostante un 9/11 in 25 minuti di Fultz. La buona stagione a Varese non era comunque passata inosservata: la Virtus gli offrì un triennale. “Furono le mie migliori stagioni – sentenzia John -. Il basket a Bologna stava vivendo un vero e proprio boom. Ricordo che alle prime gare interne gli spettatori erano circa 2.000. Ma col miglioramento del gioco e della posizione in classifica, a fine anno il Palazzo di Piazza Azzarita era gremito. Fu in quegli anni che il sindaco mi premiò, assieme a Gary Schull per la Fortitudo e Galimberti per il Gira, come ‘giocatore-simbolo della crescita della pallacanestro’”.

Ma a Bologna John non si trovava a meraviglia solo sul campo, anche fuori. A parte i compagni di squadra coi quali, essendo quasi tutti poco più che ventenni come lui, fu naturale legare, John fece molte conoscenze al di fuori dell’ambiente del basket. All’epoca a Bologna c’era una nutrita comunità di studenti universitari statunitensi che sceglieva Bologna, in particolar modo la Facoltà di Medicina, per conseguire la laurea: gli esami erano meno severi di quelli americani ma ugualmente validi e soprattutto molto meno costosa l’iscrizione.

 

Fu a Bologna che John cominciò a seguire lo stile di vita hippy: l’avversione per la guerra, i capelli lunghi, l’amore libero, la condivisione con gli altri, le esperienze alternative. Quando era ancora negli Stati Uniti, John, al quale è sempre piaciuto volare, si era iscritto ad una scuola per piloti ma attorno ai 19 anni crebbe di ulteriori 10 cm e superò l’altezza massima consentita. A completare l’opera, ci si mise un’infezione intestinale provocatagli dalle porcherie fattegli ingurgitare dai compagni di confraternita che, di fatto, lo rese non idoneo al servizio militare. Non fu quindi per sfuggire alla leva che divenne hippy, come succedeva spesso. Negli Stati Uniti portava i capelli cortissimi, come un militare, ma quando vide che i capelli lunghi riscuotevano un grande successo non solo presso il gentil sesso ma anche presso tutto il pubblico, decise di non tagliarli: “Questo mi rendeva un ‘personaggio’ e divertiva il pubblico. Giusto lasciarli così”. Fu la zazzera, assieme ad una fascia che portava spesso alla fronte, a guadagnarli quel nomignolo che gli è rimasto appiccicato: Kociss.

All’epoca John guadagnava bene ma, fedele ai valori del movimento hippy, non lesinò mai nel dividere i suoi guadagni e la sua casa con i propri amici: ci fu gente che ha rimase nel suo appartamento a scrocco per mesi. Ed altrettanto generoso John lo fu con le ragazze: “Ma certo non ne ho avute 20.000 come ha scritto Wilt Chamberlain nel suo libro…”.

Essere hippy a quei tempi significava anche sperimentare le droghe perché si riteneva che aprissero la mente e dessero l’accesso ad una conoscenza superiore. “Ora so che erano tutte balle e che provocano solo danni. Adesso la mia “droga” è lo yoga: lo pratico assiduamente da quasi trent’anni e se ho continuato a schiacciare a due mani fino a 45 anni e a giocare fino a 54 anni, un po’ lo devo anche a questo”. John era come un pisello nel baccello: giovane, piacente, di successo e tutti lo cercavano. “Ricordo che prendevo lezioni di chitarra e canto e Lucio Dalla voleva che facessimo delle canzoni assieme. Ma poi quando mi sentì cantare cambiò idea. Una sera c’era anche Vasco Rossi che si chiese ad alta voce: ‘Perché le rock-star devono per forza essere americane?’. Mi pare abbia ampiamente dimostrato come potesse diventarla anche un ragazzo emiliano…”

 

Erano tempi diversi anche nel basket. All’epoca, anche i giocatori sotto contratto potevano partecipare ai vari tornei estivi sia per guadagnare qualche soldo extra che per mettersi in mostra per potenziali ingaggi futuri. Fu allora che John giocò, assieme al Simmenthal, contro l’Unione Sovietica fresca reduce dalla vittoria olimpica di Monaco ’72 contro gli Stati Uniti che passò alla storia come la prima e contestatissima volta in cui la nazionale statunitense perse un incontro ufficiale. C’era anche la Rai Tv ed era un evento mediatico: c’era la Nazionale che aveva cambiato la storia del basket. “Quella sera – riecheggia Fultz – dopo un inizio al rallentatore andai letteralmente in trance agonistica: segnai 44 punti con 21/24 e catturai 19 rimbalzi, contribuendo alla sconfitta dell’URSS, con grande scorno degli organizzatori del torneo. La migliore partita che abbia mai disputato”. John fece parte anche della Riccadonna, la squadra allestita dal suo agente, il potente avv. Kaner, per mettere in mostra i giocatori americani in cerca di ingaggio, che attraversava le varie estati senza perde un incontro. Fu in questo contesto che fu compagno di stanza di Robert Parish, all’epoca in disputa con Golden State che l’aveva scelto al primo giro, e di altri assi come Yelverton e James Donaldson.

 

Dopo i tre anni a Bologna, l’agente di Fultz gli trova un ingaggio biennale in Svizzera, col Viganello dove John vince una Coppa Svizzera. “I soldi erano buoni ma la qualità del gioco molto inferiore. Fondamentalmente le partite si risolvevano in un scontro tra gli americani di turno. Ormai, a 26/27 anni, avevo completato la mia maturazione tecnica ed ero al mio top: tenni una media di 36 punti a gara, col 63% dal campo e il 93% dalla lunetta. Me lo disse anche Dan Peterson che mi aveva visto giocare: ‘Con la tua forma di oggi, avremmo vinto lo scudetto’. Anch’io sarei voluto tornare a giocare in Italia e lo dissi al mio agente. Ma quando Lombardi a Rieti mi cercò, Kaner preferì piazzare Bob Laurisky, visto che la mia commissione se l’era già garantita. All’epoca anche i regolamenti erano diversi, se la tua ex-squadra non dava il benestare si doveva restare fuori per un anno. Mi rimane il rammarico che in Italia non abbiate potuto vedere il miglior John Fultz”.

 

Finita l’esperienza in Svizzera, Fultz venne ingaggiato da un’ambiziosa squadra austriaca che, forte di due ex-pro naturalizzati, puntava a farsi notare in Coppa Campioni. Ma un grave infortunio a campionato da poco iniziato lo tenne fuori per tutto il resto della stagione e l’esperienza austriaca terminò poco felicemente. Tornò in Italia, finalmente, nella Postalmobili Pordenone dove, agli ordini di coach Pellanera, tenne una media superiore ai 26 punti con quasi 7 rimbalzi a gara in una squadra che puntava, riuscendoci, alla salvezza. Seguì l’ultima stagione da straniero in Portogallo, prima di rientrare il Italia e giocare nelle leghe minori fino a pochi anni or sono.

 

Chiosa John: “Forse non tutti sono a conoscenza del fatto che ho anche allenato per parecchi anni, arrivando fino a dirigere il Latina in serie B. Sono stato sottovalutato come giocatore, ma come coach ancora di più. Sicuramente è anche colpa mia: per fare l’allenatore in Italia bisogna essere dei politici e io non lo sono mai stato. Forse questo dipende dal fatto che in Italia in basket è nato nelle parrocchie e il coach è spesso, alla fin dei conti, quasi come un prete. Io invece mi ispiro al modo di allenare che ho visto nella mia gioventù, dove l’allenatore, una volta finita la partita, andava a fare bisboccia assieme ai tifosi.”

 

Ora John insegna inglese, vive tra Reggio Emilia e Bologna, ma segue ancora il basket. “Ai miei tempi gli scout americani trascuravano l’Europa e si disinteressavano dei giocatori europei. Che carriera NBA avrebbe potuto fare Sabonis se fosse andato negli USA al massimo del suo fulgore invece che quando era lento come un plantigrado e con le articolazioni cigolanti? Ora invece il basket americano si è involuto: c’è solo 1 contro 1, contropiede e atletismo. Nella recente finale olimpica, per fortuna che gli americani erano in tiro perché sennò non so come sarebbe finita: gli spagnoli la palla se la passavano mentre gli americani vivevano di iniziative individuali. Ma l’hanno capito, come dimostra anche il fatto che ora comincino a difendere a zona”.

 

Arriverci zingaro: che le infinite strade del basket ti portino ancora dalle nostre parti.

 


 

Gionmitraglia
di Gianfranco Civolani

 

Kociss Mitraglia, ovvero Gionfulz, ovvero Fulz e basta così. Arriva in Virtus John Fultz nell'anno 71 e la povera Virtus si è appena salvata allo spasimo e con la scoppola (vedi spareggi). John eccetera era stato l'ottimo straniero di Coppa dell'lgnis Varese. Bene, arriva Fultz e subito si pone come contraltare del mitico Baron Schull della emergente Fortitudo. Fultz è anche Kociss per via della zazzerona e della banda da indiano. Poi sono io che gli appiccico addosso il nomignolo di Gionmitraglia perché lui, Fultz, spaniera alla grandissima e  porta subito la Virtus a vincere il derby, e a fine campionato la Virtus di Kociss Mitraglia risale al quinto posto assoluto perché allo spento Tracuzzi è subentrato il battagliero Nico Messina e più tardi negli anni la Virtus è sempre discretamente assestata (dominano incontrastate Varese e Milano) e con l'avvento di Din-Don-Dan (Peterson) Fultz rifulge e in un certo senso prefigura lo scudetto numero sette che poi arriverà qualche anno dopo con Terry Driscoll stranierissimo doc. Com'era l'uomo Gionfulz. Una persona squisitissima, elegante nel porgere e comunque intelligentemente fuori dal coro, una specie di hippy che peraltro mai mancava ai suoi doveri professionali e che si curava come un certosino. Com'era il giocatore. Sapeva fare di tutto, ma aveva un tiro che spaccava da ogni zona del campo, uno stupendo tiro in elevazione o in sospensione, insomma uno dei jump più mortiferi che io abbia mai visto in carriera. E cito numeri: John Fultz il dodicesimo cecchino della Virtus di tutti i tempi e comunque il terzo fra gli stranieri di sempre. E il sesto rimbalzista in assoluto, come dire uno che prima la prendeva e poi la imbucava anche se giocava numero tre o quattro e rigorosamente mai cinque con i due metri o pressappoco che si ritrovava. Poi ho continuato a incontrare John sui campi quando lui allenava i bimbi gli adulti. Gionfulz era un figlio dei fiori che finì di  giocare in Svizzera e in Portogallo, ma si è sposato a Bologna, ha allenato qui e là e ancor oggi Mitraglia smitraglia i panieri quando lui cinquantenne si esibisce con gli Over eccetera e il canestro avversario ancora gli si dischiude voluttuosamente. Non so esattamente cosa stia facendo il mio bel Mitraglia oggidì. Spero che se la passi discretamente e gli auguro sempre ogni bene perché io del giocatore e dell'uomo ho un buonissimo ricordo e insomma per me Gionfulz è sempre stato qualcosa che valeva tanto. E se qualcuno mi chiede dove io collocherei Mitraglia fra chi ha giocato a Bologna e in assoluto, be', non ci penso e dico fra i primi venti, pardon, fra i primi quindici, pardon fra i primissimi che hanno illuminato e infiammato il nostro amatissimo Madison.

 


 

IL RITORNO DI KOCISS

Superbasket - 07/11/1978

 

Ginevra, primavera '76: ad uno dei soliti "party-meeting-conferenza" che accompagnano puntualmente le manifestazioni come una finale di Coppa dei Campioni c'è anche, fra dirigenti, giornalisti, addetti ai lavori di vario genere, John Fultz, americano e bandiera del Viganello nel campionato svizzero. Tra un'oliva ed un martini con ghiaccio, a chi gli chiede con curiosità cosa c'è di vero sulle voci di un suo probabile e veloce ritorno sui parquet italici, John risponde a sussurri e bisbigli, si guarda intorno sornione, sorride: "Mah, ecco, non c'è niente di sicuro, io non so, comunque capisci, non mi va di parlarne ora e specialmente qui, con tutta questa gente, io ufficialmente resto in Svizzera ancora un po'". Ed è impossibile strappargli di bocca una parola di più, tranne l'impressione che Fultz in Italia ci tornerebbe anche in autostop.

Passano due anni e mezzo ed ora eccolo qua, piazzato alla Postamobili Pordenone, agli ordini di Pellanera. Questione di grana, forse e probabilmente, visto che nessuno in Europa paga gli americani come nel bel paese, ma non solo: a John "Kociss" Fultz, yankee con frangia e faccia da pellerossa, memore di tre campionati in cui incendiò il palasport bolognese con la maglia della Virtus grazie ai suoi jump-shot calibratissimi, palleggi tra le gambe, schiacciate a canestro, la dimensione tecnica e spettacolare del basket svizzero o austriaco non doveva andare proprio a pennello. E un pensierino a tornare dall'altra parte l'aveva sempre fatto, con la credenziale di aver lasciato di sè ovunque un ottimo ricordo.

"Direi che John si sia ambientato bene - spiega Pellanera - nonostante una serie di difficoltà iniziali con cui ha dovuto per forza scontrarsi. Nella Virtus prendeva palla e tirava, in Svizzera non gli si chiedeva certo una grande applicazione in difesa, qui si deve inserire in un gioco più collettivo, dove è sì aiutato dai compagni, ma senza esagerare, senza che nessuno si sacrifichi al punto da sparire di scena. E io penso che sia possibile: senz'altro John è un buon americano e se si adatta completamente a questo nuovo modulo di gioco come è necessario, almeno secondo me, ci sarà utilissimo. Per questo occorre un po' di tempo, ma mi sembra che lui oggi abbia la pazienza di farlo. Inoltre dopo un certo nervosismo alle prime uscite, dovuto soprattutto ad un ritardo nella condizione fisica, di cui John si rendeva ben conto, adesso ha riacquistato una totale padronanza dei suoi mezzi".

John a Bologna era un personaggio e non solo leader in campo. Anche in questo senso avrà fatto colpo a Pordenone, rivelandosi doppiamente valido.

"Beh,certamente il pubblico gli sio è affezionato in fretta, ma sotto tutti gli altri punti di vista John è molto cambiato rispetto al passato. Non è più il giramondo, il mattacchione: si è sposato, ora sua moglie aspetta un bambino, ecco, è diventato più schivo".

(...)

 


 

IL MATCH DELLA MIA VITA: UN INDIANO A BOLOGNA

di John Fultz - v nere - 1990

 

è passato ormai tanto tempo dalla gara che ricordo con più piacere fra le tante che ho gicato quando vestivo i colori della Virtus. Torniamo al campionato 1972-73: allora la squadra era abbinata Norda. Il nostro allenatore era Nico Messina, arrivato l'anno precedente a Bologna. Anch'io ero approdato alla Virtus la stagione prima, segnando subito 650 punti totali. La partita che vorrei ricordare si giocò a Bologna contro la Reyer Venezia, che prima di chiamarsi Canon era sponsorizzata dalla Splugen. Si trattò di un incontro per noi tutto in salita. Venezia in quel periodo era trascinata da una grande campione come Steve Hawes, che anche quel giorno ci dette molto filo da torcere. Fatto sta che dovemmo inseguire la Splugen in pratica per l'intero arco della gara.

Pochi secondi alla fine, la Reyer si trovò sopra di un punto e con la palla in mano. In me scattò la scintilla, ebbi l’intuizione che ci valse la partita. Quando ormai i secondi alla sirena si erano ridotti ad una manciata, intercettai un passaggio e mi involai in contropiede. Proprio allo scadere, schiacciai di prepotenza nel canestro veneziano per il 79-78 a nostro favore. Tutto il Palasport esplose in un urlo di gioia irrefrenabile. Ci fu anche qualche protesta da parte dei giocatori della Reyer, che sostenevano di aver sentito la sirena prima della mia schiacciata. Ma il canestro venne convalidato e per tutti noi fu festa grande. Non mi era mai capitato di risolvere una partita all’ultimo secondo in maniera tanto spettacolare. Fu davvero esaltante, una sensazione di piacere inarrivabile.

Io nella Virtus giocai tre anni, dal 1971-72 al 1973-74, segnando oltre 2.200 punti complessivi. Ricordo con piacere quelle annate, che culminarono nel successo in Coppa Italia, proprio nel 1974. Quella fu probabilmente la stagione più bella per noi: coincise con l’arrivo dal Cile di Dan Peterson, che a Bologna prima e a Milano poi ha vinto più di ogni altro. Il nostro segreto era quello di essere un gruppo di amici veri, in campo, ma anche fuori. Con Gigi Serafini, con Gianni Bertolotti, con lo stesso Renato Albonico sono nate delle amicizie che proseguono tuttora, che hanno resistito all’usura del tempo. La nostra forza era proprio in questo, essere uniti e fare quadrato nelle situazioni difficili, festeggiare tutti insieme i successi. Nel 1973-74, con la Virtus abbinata Sinudyne, nel finale di campionato centrammo una lunga striscia di successi. In Coppa battemmo la Snaidero nella finalissima. A Bologna mi trovai così bene che ora è diventata la mia città. Mia moglie è bolognese e da qui sono partito per fare l’allenatore.

Dopo aver guidato squadre minori in provincia, tre anni fa sono andato a Palmi piazza in cui ho allenato la formazione locale in serie C. Da lì, poi, mi sono spostato a San Giovanni Valdarno, dove abbiamo vinto il campionato di C salendo in B2. Quest’estate mi ha contattato la Pallacanestro Firenze, dove ho firmato come assistente di Rudy D’Amico. Ora mi sono riaffacciato alle porte della Serie A e questo mi ha riempito di soddisfazione. Oltre che fare il vice in prima squadra, seguo direttamente la formazione junior, dando una mano anche ai cadetti. Sono soddisfatto di questo lavoro, perché la società è bene organizzata e credo che nonostante le disavventure di quest’anno abbiano un buon futuro davanti a sé. È chiaro che il palcoscenico della Serie A è molto importante per un allenatore. Tra l’altro, Firenze, oltre ad essere una delle città fra le più belle d’Europa, è anche vicina a Bologna, per cui mi risulta molto comodo lavorare in riva all’Arno. Quando sono venuto a giocare con la mia squadra al Palasport di Piazza Azzarita contro la Knorr, è stato davvero emozionante e devo confessare di aver provato molta nostalgia del periodo in cui ero io a scendere in campo con la maglia bianconera e a segnare canestri che infiammavano le platee…

 

 

JOHN FULTZ

di Dan Peterson - basketnet.it - 03/07/2008

 

Il rapporto fa me e John Fultz non è esattamente partito con il piede giusto. Sono arrivato alla Virtus Bologna come coach nel 1973. John aveva giocato con l'Ignis Varese come straniero di Coppa nel 1970-71, appena laureato da U. Rhode Island, poi due anni, 1971-73, come straniero principale della Virtus. Stava entrando nel suo ultimo anno di contratto, appunto, 1973-74, quando il club ha perso Vittorio Ferracini, in prestito dall'Olimpia Milano, proprio all'Olimpia in una disputa sul cartellino. Volevano cambiare Fultz e mi ha chiesto di provare un pivot. Ho portato Steve Mitchell, 208, per un provino. Poi, ho tenuto John Fultz, solo 198 cm.
Quel primo anno è stato difficilissimo. Senza Ferracini avevamo un giocatore fortissimo (era in nazionale) in meno, nonché un lungo in meno. Infatti, John, non un grandissimo difensore, doveva marcare spesso uno molto più alto di lui. Contro Siena, nostro pivot, Gigi Serafini (2,10), marcava loro Enrico Bovone (2,12) e John doveva marcare Karl Johnson (2,10). Meno male, John, tiratore fantastico, faceva tanti punti e perdeva pochi palloni. All'inizio, però, cercava di vincere le partite da solo. Gli ho detto: "John, molte squadre fanno così, la palla all'Americano e tutto sulle sue spalle. Facciamo questo: Giochiamo in cinque e chi è libero tenterà il tiro." Lui ha detto OK.
Da lì la nostra scalata. In alto! Avevamo iniziato l'anno 0-3 e il Resto del Carlino scrisse, prima della quarta partita, "Oggi Peterson si gioca la panchina. "Non era vero ma la squadra non sapeva questo. L'avversario, a Bologna, era Max Mobili Pesaro. Vinta con una grande partita di John. Poi, un'altra vinta in casa, contro Brina Rieti, con un'altra grande gara di Fultz. Poi, una vittoria in trasferta, ad Udine, ancora meglio John. Abbiamo concluso l'anno 15-11, valido per il 5° posto. Abbiamo vinto i due Derby, pur soffrendo in entrambe. La squadra migliorava e John migliorava: condizionamento fisico, taglia fuori, rimbalzi, difesa, blocchi, passaggi e, come sempre, gran tiro.
C'è stato un momento difficile. John arrivò 20 minuti in ritardo per la trasferta a Livorno in Coppa Italia. Non dico nulla. Spogliatoio prima della gara, con la squadra in dubbio su ciò che avrei fatto. Senza alzare la voce, dissi: "John, 20 minuti in ritardo, non giocherai i primi 20' della partita, anche se perdiamo". Abbiamo vinto e lui avrà fatto 20 punti nel secondo tempo! Però, l'Avv. Porelli gli staccò una multa: $500, una somma importante allora. Alla fine dell'anno, chiedo a Porelli di dare indietro i $500 a John. Niente da fare. Ho detto, "Porelli, mettiamolo come premio. Se vinciamo la Coppa Italia, John avrà indietro quella somma." Porelli: "Va bene."
Tutto questo era appena prima della Final Four della Coppa Italia a Vicenza. John è un uomo impossessato. Battiamo Saclà Torino in semi-finale, 79-73, se non sbaglio, e John fa 28 e una caterva di rimbalzi. Per il titolo, battiamo Snaidero Udine, 90-74, e John fa 29 e prende ancora più rimbalzi. Peccato che non c'era il premio per MVP. Era John, al 100%. Per me, alla fine di quell'anno, era uguale a Bob Morse. Con questo dico tutto. L'abbiamo cambiato solo per Tom McMillen l'anno dopo, come avevo spiegato a lui. Ma lui mi ha dato il mio primo trofeo in Italia e, per quello, sarò sempre riconoscente nonché suo debitore. Era diventato un campione.

 


 

LA STORIA DI FULTZ SENIOR, IDOLO VIRTUSSINO

di Nicola Bonafini - tuttobasket.net - 30/07/2008

 

«Sono contento che mio figlio Robert sia andato a giocare a Reggio Emilia. è una società molto seria e mi fa piacere che abbia optato per loro». Chi parla dai microfoni di StudioSport di Italia1 è “Kociss", al secolo John Fultz, papà del neo acquisto della Trenkwalder Robert - il ragazzo dovrebbe essere in città oggi o domani per visionare alcuni appartamenti -.
John Fultz è stato un idolo delle folle virtussine negli anni settanta ed "oppositore" del mitico "Barone" Schull, all’epoca in Fortitudo. è veramente catartico che il figlio abbia trovato la casa in cui diventare giocatore proprio sulla sponda biancoblù anziché bianconera. Ma questo è anche il bello dello sport.
 

La carriera - Una stella a Rhode Island
Fultz senior, alto 2 metri, ha sempre giocato ala. è stata una stella all’università di Rhode Island, sotto il leggendario coach Tom Carmody. è stato il quinto realizzatore di sempre dell’università con 1834 punti. Inoltre è ricordato anche come uno dei principali rimbalzisti di URI essendo l’ottavo ogni epoca. Completata l’università, Fultz sbarca in Italia. Dapprima all’Ignis Varese dove gioca come americano di coppa. Ma è dall’anno successivo alla Virtus Bologna che Fultz si impone come uno degli stranieri di maggior impatto della storia della pallacanestro italiana di quel periodo. La chioma fluente e la fascetta ante litteram - che sia stato un precursore di tanti calciatori del nostro tempo? ndr - fecero sì che sotto le Due Torri lo soprannominassero Kociss: «Il soprannome me l’hanno dato a Bologna - ricorda il diretto interessato in alcune dichiarazioni del passato -. Avevo i capelli lunghi e con il taglio dei miei occhi divenni l’indiano».
L'impatto di Fultz sulle sorti della squadra bianconera furono impressionanti. Arrivò con le V nere che avevano appena scampato la retrocessione con gli spareggi di Biella, con un pubblico disamorato della sua squadra. La portò stabilmente ai piani alti della classifica, a vincere una Coppa Italia e ad avere un palazzo dello sport pieno «Lo posso dire con orgoglio. Ho contribuito a fare grande la pallacanestro in Italia. Arrivai alla Virtus che si era appena salvata negli spareggi di Biella. Al palazzo venivano duemila persone. Qualche mese più tardi il palazzetto era pieno».
I numeri in bianconero, più di ogni altra cosa, sottolineano la grandezza del personaggio: dodicesimo scorer di sempre nella storia della Virtus e terzo tra gli stranieri e sesto in assoluto. Ha giocato anche in Svizzera e Portogallo. Ma le radici le ha messe in Italia come testimonia la nascita del figlio John.
 

La testimonianza - La voce del Santone
Il nostro Gian Matteo Sidoli ha avuto modo di arbitrarlo molte volte nella sua carriera di direttore di gara: «Per quel tempo Fultz è stato un grandissimo giocatore. Aveva il tiro facile - sottolinea il Santone- Se ci fosse stato la linea del tiro da 3 avrebbe fatto caterve di punti. Era il leader della Virtus di quegli anni ed ha ottenuto ottimi risultati con quella maglia. Ricordo che anche con me arbitro è sempre stato estremamente corretto e gentile. Piuttosto era un tipo taciturno, credo fosse molto timido. Penso fosse uno dei più grandi americani mai sbarcati in Italia e mi fa arrabbiare che nelle varie graduatorie di merito, lui, Mitchell e Doug Moe non siano mai menzionati. Ma è perché manca la memoria storica in chi fa queste classifiche».