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Driscoll mostra i "badili" alla presentazione

 

Terry Driscoll

nato a: Winthrop, Mass. (USA)

il: 28/08/47

altezza: 204

ruolo: ala

numero di maglia: 12

 

Stagioni in Virtus: 1969/70 - 1975/76 - 1976/77 - 1977/78

 

come allenatore: 1978/79 - 1979/80

 

palmares individuale in Virtus: 1 scudetto da giocatore e 2 scudetti da allenatore

 

 

DRISCOLL COSTA UN CAPITALE

Giganti del Basket - n. 6-7 giugno-luglio 1969

 

Questo è Terry Driscoll, il nuovo yankee della Virtus, certamente uno dei più forti stranieri del prossimo campionato. Le sue quotazioni negli USA erano veramente eccezionali: nell'ultima stagione è stato il quinto rimbalzista d'America (17,8 rimbalzi per partita) ed ha ottenuto una media di 23,3 punti, risultando uno dei migliori dilettanti dell'anno, tanto da venire designato come prima scelta dai Detroit Pistons. Dopo il modesto Skalecky finalmente torna alla Virtus uno yankee più che degno dell'eredità di Keith Swagerty. Certo le richieste di Terry, cui Porelli, suo malgrado, ha dovuto aderire per non lasciarsi sfuggire l'eccezionale preda, sono veramente da follia: si parla di quasi 100.000 dollari (60 milioni) per due anni. Ma probabilmente ne varrà la pena...

 


 

IO TERRY DRISCOLL, SENTITAMENTE RINGRAZIO...

di Terry Driscoll - Stadio - Speciale scudetto 1976

 

Quando "Stadio" mi ha chiesto di scrivere un articolo da pubblicare, lo giuro amici, mi sono messo le mani nei capelli. Ho pensato a quale figuraccia stavo andando incontro. Io preferisco giocare a basket, prendere botte in campo, sentirmi fischiare se sbaglio un tiro, piuttosto di dover fare il giornalista. Non sono capace e mi scuso subito sperando che i tifosi capiscano il mio impaccio. Bene. Adesso è venuto per il momento di fare un sano esame di coscienza, un bilancio sulla mia carriera italiana. Cominciamo da cinque anni fa. Arrivai che ero quello che si dice un "bravo ragazzo", ma fu difficile ambientarmi qui.

Gente diversa, responsabilità sulle spalle, poi quel maledetto infortunio che mi affondò definitivamente anche il morale. Non che coi compagni mi trovassi male e nemmeno coi dirigenti. Tutti mi volevano bene e si facevano in quattro per mettere a proprio agio questo "giuggiulone" (si dice così?), nato nel Massachussetts. Insomma in parole povere durante quell'anno io feci (e qui voglio usare un termine che voi dite sempre e che non so sia italiano o meno) "boazza". Poi tornai in America. Cinque anni di professionisti, vi assicuro, è un'esperienza che ognuno dovrebbe provare. Lo confesso subito: in questi cinque anni non ho avuto tanto successo, ma non solo per colpa mia. Un anno per esempio non mi facevano giocare quasi mai perché dicevano: "Tu Driscoll sei pagato troppo, adesso fai panchina...". Poi evidentemente ci sono altre ragioni: infortuni e soprattutto in quanto c'era della gente migliore di me. Ma non crediate che voglia cercare delle attenuanti. Anzi dimenticate quello che ho detto sopra e pensate pure che anche in America io abbia fatto "boazza". Ma intanto sono maturato un sacco, sia come giocatore sia come uomo.

Ho sposato Susan, poi è arrivato Keith. Adesso voi penserete. Ecco che Driscoll appena si è sposato ha messo la testa a posto e non fa più il furbo con le ragazze. Non è vero niente. Sono sempre stato un tranquillo io nella vita. Andiamo avanti. In estate dunque di nuovo a Bologna. Ero contento davvero, perché volevo prendermi una rivincita e riscattare la "boazza" di cinque anni prima.

I dirigenti, soprattutto quelli vecchi che mi conoscevano bene, ma anche quelli nuovi venivano da me e con fare un po' sospettoso chiedevano: "Senti Terry ma come mai tu in America hai giocato così poco?". E io lo confesso ero un po' imbarazzato. Loro avevano ragione. E avevano ragione anche quando storcevano il naso dopo le mie prime esibizioni con la maglia della Sinudyne. Ma avevo solo bisogno di conoscere il basket italiano, di sapere tutto di tutti i giocatori, di sistemare la famiglia. Dopo ero sicuro che avrei migliorato.

Peterson, che è un grande psicologo, e i miei compagni mi hanno dato una mano a superare il momento critico. Ma attenzione! Non sono d'accordo con quelli che dicono che Terry Driscoll è stato determinante per questo scudetto della Sinudyne. Se Terry Driscoll è cresciuto e ha cominciato a giocare meglio, la ragione unica è che anche la squadra gradatamente è cresciuta e ha cominciato a credere in sé stessa. Io sono soltanto un anello della catena, perché la Sinudyne di quest'anno era una squadra in cui esisteva una grossa dote: quella della compensazione: un giorno non girava uno e quell'altro subito inventava un partitone; tutta la squadra insomma copriva le falle.

Un altro è stato il pubblico, che mi ha commosso per la continuità e la fiducia con cui ci ha seguito. Insomma tirando le somme credo di aver raccolto quest'anno sotto le Due Torri delle soddisfazioni che non posso spiegare con parole, tanto sono grandi. Sono arrivato e ho vinto lo scudetto. Non male come inizio non vi sembra? E poi sono convinto che la Sinudyne può migliorare ancora. Così come può migliorare ancora Terry Driscoll. Ma desso andiamo in vacanza. Dedico a Bologna tifosa e non tifosa questo terribile articolo. è fatto male, ma è fatto col cuore... (bello, come slogan!). Adesso resto qui fino a giugno, vado a vedere un po' di belle cose per l'Italia, gioco a tennis con gli amici, faccio un salto in America e verso la fine dell'estate sarò di nuovo qui per difendere con i denti questo benedetto scudetto. Datemi una mano anche voi... e forza Sinudyne!

 

Cosmelli e Driscoll, all'epoca della prima parentesi italiana

 

UNO YANKEE CON L'ACCENTO BOLOGNESE

di Giorgio Comaschi - Stadio - Speciale scudetto 1976

 

Un tipo come Terry Driscoll, giratela come volete, non è facile trovarlo. Cosa fa nella vita questo "bolognese" nato in America? Fa il giocatore di basket in una squadra che ha semplicemente vinto lo scudetto. E fin qui va bene. Rimandiamo un attimo il discorso tecnico. Poi? Poi Terry Driscoll è un ragazzone di una simpatia spicciola, quasi guasconesca, che lega con tutti nel giro di due secondi, che va al supermercato a fare la spesa, che va fuori a passeggio col suo "Smooky", un cagnone olandese color fumo di Londra, che in palestra quando un compagno arriva in ritardo invoca a gran voce una cena da Rodrigo, che ti chiede cosa fai in perfetto bolognese, che è innamorato cotto di Susan, la sua graziosa compagna, che va a letto a mezzanotte in punto, che ritaglia gli articoli di basket e li spedisce ai genitori in America e che programma la sua vita con la precisione di un orologio svizzero. In pratica Terry Driscoll non ha problemi. Una volta superato il gran salto dell'Oceano, una volta piantate le tende, una volta prese le misure sul basket italiano, si è costruito a poco a poco il suo ritmo di vita. All'inizio è stato forse un po' difficile. Il bambino, la casa da sistemare e mille altre cosette di contorno. Poi via liscio come l'olio. In più nel suo quartiere gravita un buon numero di studenti americani, per cui ogni tanto c'è pure una ventata di little America così, tanto per restare in tema.

E adesso parliamo di Driscoll in palestra, di Driscoll e la Sinudyne, di Driscoll in campo. Problemi di lingua? Nessuno, anche per via di quella stagione giocata da queste parti qualche annetto fa. Driscoll è arrivato alla corte di Porelli dopo essersi fatto un bagaglio di esperienza tecnica e psicologica nell'inferno die "pro". Là giocava poco e segnava poco. Primo perché nei pro è tutta un'altra cosa, secondo perché il ragazzo non è affatto uno che vuole fare il solista. Basta guardalo attentamente quando in campo non ha la palla in mano.

E questa tra parentesi è una cosa a cui tiene moltissimo. Dice: "Una partita di basket non è solo fatta di numeri da giocolieri, di canestri spettacolari. Quelli ci sono sempre. Bisognerebbe che il pubblico facesse attenzione anche come si svolge uno schema, come si prende un rimbalzo,come si taglia fuori l'avversario, come si "blocca" eccetera".

E in effetti questo bel tipo di americano va a rimbalzo in difesa con una grinta da "pro", cerca il tap-in in attacco con una determinazione e un senso della posizione eccezionali, studia con cura gli schemi delle squadre avversarie per non rimanerne irrimediabilmente invischiato, fa dei "blocchi" che sembrano il muro di Berlino. In più passa la palla benissimo, sa lanciare il contropiede come pochi e soprattutto sa come e quando mettere dentro il canestro che conta.

La gente diceva: "Ma McMillen però era più forte. Faceva canestro quando gli pareva e poi a Bologna ha fatto delle cose irripetibili". E qui sta il punto. McMillen era un solista coi fiocchi e controfiocchi, per giunta bolognese di spirito. L'inserimento di Terry nel dispositivo delle V nere ha semplicemente fatto esplodere le innate doti di quell'americano che è Gianni Bertolotti, ha ridato convinzione e mentalità giusta al gioco di Serafini, ha in pratica trasformato una squadra abituata a vivere all'ombra del fenomeno yankee, come tante altre, in una squadra che si è guardata dentro ed ha capito di valere un sacco di quanto a collettivo ed amalgama.

Che altro dire ci questo personaggio che ormai è entrato nel cuore della Bologna cestistica, se non che a ventinove anni si ritrova una faccia da eterno ragazzino, che ha due mani che sembrano due racchette da tennis, che porta il 52 di scarpe e che alla domanda: "Terry, ti consideri un uomo fedele?" risponde tutto serio: "Sì, anche perché con le 500 lire alla settimana che mi dà Susan, non vedo proprio come potrei fare a non esserlo...". E adesso provate a dire che Terry Driscoll non è un bel tipo di americano.

 


 

I "PRO" USA VOGLIONO I BABIES DELLA SINUDYNE

di Giuseppe Galassi - Il Resto del Carlino - 22/08/1975

 

La scelta di Terry Driscoll non poteva cadere più ad hoc. Far dimenticare il mostro Tom McMillen non è certamente cosa facile, ma l'avvocato Porelli, con il solito acume, ha ripescato dal cilindro il fuoriclasse che già avestì la maglia della gloriosa Virtus. Auerbach, già vincitore di numerosi titoli NBA alla guida dei Boston Celtics, ora assurto nel ruolo di presidente, ha liberato il cartellino di Terry con questa frase che probabilmente diverrà storica: "I don't want to hurt anybody". Che significa: "io non voglio fare del male a nessuno". E tutto questo perché Driscoll aveva già firmato il contratto per i Boston. Evidentemente le arti persuasive dell'avvocato Porelli hanno fatto pendere la bilancia dalla parte bolognese.

...

 

Driscoll si libera della marcatura di Bob Morse grazie ad un blocco di Villalta

 

"Dopo aver girato parecchi stati dell'America, posso garantire che è difficile trovare della gente come quella bolognese" aveva dichiarato, prima della fine del campionato 1977/78, Terry Driscoll e Dan Peterson, non crediamo per prepararsi un delfino, aveva raccontato questo episodio: "Terry è un personaggio unico non solo perché lui effettivamente da una mano agli  mettendo al loro servizio la sua esperienza, ma anche perché lui sa benissimo di essere la chioccia del gruppo e si comporta come un vero fratello maggiore" racconto il "nano ghiacciato" di Chattanooga "Ricordo a questo proposito che l'anno in cui vincemmo lo scudetto, giocavamo a Siena una partita molto difficile, con il punteggio in perfetto equilibrio fino a pochi istanti dal termine. Ad un certo punto siamo costretti a mettere in campo Tommasini e subito Terry gli passa il pallone, per noi molto importante, che per fortuna Tommasini trasforma, dandoci il vantaggio decisivo. Alla fine chiesi a Driscoll perché mai avesse rischiato, dando la palla a Tommasini e lui mi disse: "Dovevo subito inserirlo nel clima della partita eppoi, anche se sbagliava, al rimbalzo ci pensavo io" Capito?".

è del tutto naturale, quindi, che quando il rapporto tra la Virtus e Dan Peterson si interrompe, e il coach americano prende la strada di Milano, l'avvocato Porelli offra la panchina all'ex pivot che oramai doveva, per colpa delle sue condizioni fisiche, lasciare il campo. "Porelli mi chiama" racconterà più tardi Terry Driscoll "mi dice che Peterson se ne andrà e senza tante storie mi chiede di allenare la squadra. Io prendo tempo e per una settimana intera non solo parlo per con mia moglie, ma parlo più volte anche con Porelli per esporgli tutti i miei problemi. Poi realizzo che può essere un'esperienza molto stimolante e accetto". Al fianco di Driscoll c'è Ettore Zuccheri "Ettore è per me un collaboratore ideale" dirà il bostoniano " lui conosce molto meglio di me come si guida una squadra, sarà molto di più di una spalla. Ho accettato proprio perché c'era uno come lui, lo giuro. Alla fine le decisioni le prendo io, ma ci consultiamo continuamente; anche in panchina ci scambiamo tante opinioni. Il rapporto umano va al di là delle gerarchie, è un rapporto di stima e di collaborazione. Ettore sa come si conduce un allenamento, io sto imparando".

tratto da "Virtus - cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

 


 

L’INTERVISTA DEL MESE: TERRY DRISCOLL

di Bruno Bogarelli - Giganti del Basket - giugno 1980

 

“Sai, quando era un ragazzo e mi invitavano alle feste, non volevo mai che finissero, quando però la gente andava via, accettavo che le cose andassero come dovevano andare e mi mettevo in fila per uscire”:

Chi parla è Terry Driscoll, l’uomo che in cinque anni di permanenza a Bologna ha vinto tre scudetti facendo sognare il pubblico del basket per quello che riusciva a fare in campo, spaccandolo in due nel giudicarlo per cosa faceva in panchina.

La “festa” bolognese di Terry Driscoll finisce, come tutte le feste, anche se l’invitato di Boston si è aggiudicato tutti i premi della serata, come il principe delle favole. Terry il fisico del principe ce l’ha e questo, insieme alla grande stima per l’uomo e il giocatore, è uno dei motivi per cui l’avvocati Porelli mandò a quel paese tutti i coach italiani che volevano monopolizzare la panchina bianconera e, su quella panchina, ci mise di forza i due metri e due del trentunenne Terry.

Da quel momento alla dine della festa sono passati due anni, giorno più giorno meno, la Virtus è campione d’Italia per il secondo anno di seguito e Terry Driscoll si è accorto che il mondo non è fatto solo di gente che gli vuole bene e che il mestiere dell’allenatore riserva, soprattutto nel nostro paese, esperienze che non avevano mai neppure sfiorato la sua vita di giocatore dalle grandi gioie.

“Ormai non sono più un ragazzo, questo me lo devo mettere in testa; torno nel mio paese con una grande esperienza che mi aiuterà ad affrontare meglio una nuova vita, una vita certamente più dura, una vita da uomo”.

Da queste parole si capisce che ormai è in atto in Driscoll quel processo di maturazione che, al di là dei risultati, gli sarebbe servito a convincere chi lo aveva messo alla prova; purtroppo si è innescato a capitolo ormai chiuso, a convinzioni reciproche già radicate. A lui resterà la convinzione che è valsa la pena di rinunciare ad un ingaggio di 60.000 dollari più i premi per non restare in un ambiente che, dopo avergli dato tutto sul piano umano, glielo stava rosicchiando in silenzio, quasi sena rendersene conto. All’avvocato Porelli resterà la convinzione che l’offerta economica, eccezionale per l’entità fosse tutto quello che la Virtus aveva da offrire al “bostoniano” per dimostrargli la sua gratitudine e confermargli la sua fiducia: il tempo della componente emotiva, del qualcosa in più che fosse in dollari, ha fatto la sua storia, appartiene al passato. Bologna non piange la partenza di Terry. L’uomo che questa città ha amato più di ogni altro come giocatore non è però riuscito a convincerla in abiti borghesi. I due scudetti vinti dalla panchina non sono serviti a molto, restano solo un dato di fatto utile, semmai, a farlo rimpiangere.

Pensi di avere molti amici?

“No, non credo molti, anche perché ho l’abitudine di dare molto peso a questa parola, per cui i miei amici si contano per unità, non a decine”.

C'è qualcuno che ricordi particolarmente?

“Nella carriera di giocatore uno su tutti, è Miky Davis, panchinaro sfigato come me a Milwaukee e, sai, in queste situazioni le amicizie si cementano, come dire: facciamoci forza nella sorte che ci accomuna. Comunque abbiamo passato due anni dividendo tutto. Mi ricordo che Larry Costello, il nostro allenatore, era un maniaco della teoria e ci dava continuamente dei compiti veri e propri da svolgere. Io e Miky eravamo i più bravi, i più preparati e a noi spettavano sempre i voti più alti. Seguendo le teorie di Costello sarebbe toccato a noi entrare in campo, invece lì continuavano ad andarci i neri che restituivano compiti tali da non trovare voti sufficientemente bassi per essere qualificati, ma che in compenso facevano sempre paniere. Questo però non ci ha mai guastato l'esistenza, con Miky ho passato un periodo indimenticabile”.

E a Bologna credi di lasciare amici?

“Certamente, anche a Bologna. Ho trovato gente che è stata molto vicina a me e mia moglie, non un gruppo molto vasto, ma sufficiente per farci sentire a casa nostra in tutti questi anni. Comunque tra queste amicizie ce n’è una che fa storia a sé, è un legame che dura da dieci anni, fin dal mio primo arrivo in Italia. Allora infatti iniziò la mia amicizia con Umberto Pepoli, l'ex segretario della Virtus. A qualcuno questo apparirà molto strano, quasi incomprensibile che un “bostoniano con la puzza sotto il naso” come qualcuno mi ha definito, stringa amicizia con un “duro” come Umberto, uno che guarda principalmente alla sostanza delle cose e per il quale la forma ha un valore puramente marginale. Strano, ma vero. Per cui o io non sono un “bostoniano” o Pepoli non è un “duro”: scegliete voi. Scherzi a parte, resta la mia amicizia con Umberto che non si misura a telefonate o a uscite a cena con la moglie, anzi, non si misura proprio: c'è e basta”.

Quella del “bostoniano” non l'hai digerita, ha lasciato il segno.

“Non certo per la definizione in sé stessa, diciamo per il modo approssimativo con cui è stata concepita, la superficialità con cui si è cercato di attaccarmi un'etichetta”.

Pensi di aver subito dei torti?

“Il torto e la ragione nascono dai fatti, e se guardiamo i fatti ho ragione io: ho vinto due scudetti. A parte questo sono convinto di essere stato spesso frainteso, di essermi spiegato male e pertanto quelli che tu chiami torti è più corretto definirli cattive interpretazioni”.

Nessun giocatore è stato amato a Bologna come lo sei stato tu. Appena hai messo i panni dell'allenatore questo amore è calato sensibilmente, in qualcuno dei tuoi ammiratori  addirittura scomparso per tramutarsi in sfiducia. Quanto ti ha pesato tutto ciò?

“Non molto. Non mi ero accorto di essere così amato quando ero giocatore e neppure mi sono accorto di essere amato meno quando sono diventato allenatore”.

E i giornalisti? La stampa ti ha riservato qualche critica severa, apprezzamenti pesanti sulle tue capacità nel guidare la squadra dalla panchina.

“Io non ero a piena conoscenza di quello che succedeva fuori dalla società e pertanto le critiche, anche se ci sono state, mi hanno toccato relativamente. Certo se uno parla male di me mi dispiace ma non posso farci niente, lo devo accettare”.

è vero che hai chiesto 70.000 dollari per continuare a sedere sulla panchina della Sinudyne?

“Avevo fatto i miei conti. Tenendo presente un sacco di cose, avevo fatto dei calcoli veri e propri, e non solo matematici, raggiungendo la convinzione che quella era la cifra giusta da chiedere. Probabilmente resterò famoso come colui che ha rifiutato 60.000 dollari per allenare la Virtus, questa è in effetti la cifra che mi ha offerto Porelli, ma ero convinto di doverne chiedere settanta”. Viene da pensare che tu abbia chiesto quella cifra con vinto che non ti sarebbe mai stata data o che, comunque, anche in caso di risposta affermativa, rappresentasse l'unico modo per farti restare in italia.

“Questo non è giusto. Io avevo tutti gli interessi pratici a restare in Italia almeno un altro anno ed ero convinto che la Virtus mi volesse ancora, per cui ho chiesto quello che obiettivamente mi sembrava giusto chiedere in base ai risultati ottenuti e agli impegni cui mi avrebbe chiamato la prossima stagione. è ovvio che per fare questa richiesta mi sono basato su quanto prendevo già precedentemente, non sul compenso medio di un allenatore italiano”.

Credevi che con Porelli sarebbe finita così?

“Ti ho già fatto il discorso della festa che prima o poi finisce. Porelli ha fatto quello che doveva fare, nessuno dei due si aspettava che la cosa dovesse finire in questo o in quell'altro modo. Se è finita è perché doveva finire, altrimenti si sarebbe trovato il modo di farla andare avanti”.

Sei veramente così cinico o lo vuoi apparire?

“Non è questione di essere cinici, è questione di dare un'interpretazione realistica alle cose. Io conosco bene Porelli e so, per esperienza personale, che quando vuole ottenere qualcosa ci riesce. Non voglio dire con questo che gli sarebbe bastato aprire un po' i cordoni della borsa, sono altre cose di cui parlo ma che mi è difficile spiegare. I diecimila o i mille dollari, in certi frangenti assumono un significato cento volte maggiore o addirittura lo perdono completamente, dipende dal modo con cui la proposta ti viene fatta. Comunque non voglio insistere su questa faccenda; se ho dichiarato che non era una questione puramente economica è perché in effetti vi sono altri fattori altrettanto o più determinanti, anche se non è facile raccoglierli, neppure da parte dei diretti interessati”.

Eppure Porelli fu capace di farti dire di no ad un contratto triennale di 175mila dollari offertoti dai Detroit Pistons portandoti a Bologna, nel '69, e di farti rinunciare ai Boston Celtics nel '75, sempre per averti con lui.

“Questo è vero, evidentemente le cose sono cambiate da allora e non si può farmene una colpa se me ne sono accorto”.

Qualcuno dice che sei rimasto stupito dal fatto che Cosic non fosse il tuo successore, uno stupore che nasceva da convinzioni già maturate in precedenza, addirittura da complessi creatisi in te nei confronti del campione slavo.

“Cosic è veramente un campione e come tutti i grandi campioni può togliere e dare moltissimo al suo allenatore nel compimento di una. sola azione, pronunciando una sola frase. Queste sono cose che vanno accettate, altrimenti si rinuncia ad avere certi personaggi. In me non si è generato nessun complesso, ho accettato Cosic come era sapendo che non poteva essere cambiato, limitandomi a cercare di ottenere da lui il massimo di quanto poteva dare. E poi Creso è uno di quei personaggi che si fa perdonare qualsiasi cosa, cui non puoi serbare rancore in nessun modo, neppure quando riesce a dartene tutti i motivi”.

E Caglieris? Come hai preso e come pensi che abbia preso lui l'esclusione dalla Nazionale?

“Gamba doveva fare delle scelte e le ha fatte secondo i suoi criteri e le sue esigenze, quindi non ho nulla da dire. Neppure per l'esclusione di Carraro penso si possa prendere una posizione precisa prima che i fatti chiariscano le cose. Per quanto riguarda Charlie, non credo che sia morto dal dolore per l'esclusione dal gruppo dei dodici che ha partecipato al torneo preolimpico. Questo forse stupisce un po', ma Charlie è un giocatore particolare, uno che ha bisogno di continue sollecitazioni e motivazioni che non sempre ottengono poi l'effetto voluto. Le parole che da altri ti fanno ottenere tutto o quasi, con lui spesso si sciolgono come la neve al sole, all'impatto perdono tutta quella capacità d'urto che tu eri convinto avessero. Quando facevamo gli allenamenti dividevamo i quintetti con maglie rosse e bianche, dando a quello che in teoria doveva essere il quintetto più forte, il quintetto base, la maglia rossa. Ebbene quando Charlie metteva la maglia rossa (quasi sempre, di norma) perdeva la concentrazione e tendeva a fare il minimo indispensabile, quando viceversa lo schieravo con i cosiddetti rincalzi, riusciva a fare tutto quello che ti aspetteresti da un grande playmaker. Io ho parlato con lui di questo, lui se ne rendeva conto, ma poi di fatto le cose continuavano ad andare come prima. Quindi non so cosa dire. Di certo Charlie sente molto la responsabilità quando è lui che decide di prendersela. Bisogna vedere se questo sarebbe accaduto anche per la Nazionale e in questo particolare momento”.

Cosa pensi del cambio alla guida della Nazionale, quali giovamenti trarrà la rappresentativa azzurra dal passaggio delle consegne dalle mani di Giancarlo Primo a quelle di Sandro Gamba?

“Sai, Primo non lo conoscevo proprio, a parte qualche buon giorno e buona sera non ho avuto modo di conoscerlo, mi sembrava un uomo distante, in generale, da tutto il resto della pallacanestro italiana; faceva vita a sé e pertanto anche le sue scelte e il suo lavoro erano molto personalizzati. Gamba è un personaggio diverso, più vicino. A parte che ho avuto modo di vedermelo contro si può dire da sempre, c'è il fatto che sui Giganti o da qualche altra parte, hai modo di sentire la sua opinione, di confrontare i suoi criteri con i tuoi. Insomma è sicuramente più vivo".

Una specie di Dan Peterson, per intendersi?

“No, per carità! Dan è unico. Talmente unico che se ce ne fossero due l'altro dovrebbe vivere ad Hong Kong, per la pace e la serenità di tutti. Scherzo, ma Dan non ha eguali sotto molti aspetti, per alcuni dei quali bisogna proprio togliersi il cappello2.

Non hai pensato di continuare la tua carriera di allenatore in Italia?

“Potrei anche averci pensato ma nessuno si è fatto avanti per offrirmi un posto, e non è mia abitudine disturbare la gente proponendo di risolvere i suoi problemi, ammesso che ne abbia”.

Ma tu, di Terry Driscoll allenatore, cosa pensi?

“Mio padre mi ha insegnato una cosa, non stancandosi mai di ripetermela, mi diceva: 'Credi sempre nella gente, a gente è la cosa più bella che esiste al mondo, se la gente sarà con te potrai fare tutto nella vita'. Io credo che questo sia vero e anche nel mestiere di allenatore ho tenuto fede a questo principio, cerando di creare un amalgama tecnico e umano tra i miei giocatori. Non so se ci sono riuscito, ma certamente ho passato due anni nel tentativo di riuscirci. Credo molto nella fiducia e nell'onestà che dovrebbero regolare i rapporti all'interno di una squadra, e sono convinto che solo seguendo questa strada si possa avere un gruppo di uomini veramente sollecitabile e pronto a saltare l'ostacolo compatto, unito. Se incontri un uomo disonesto, per te che ragioni in questo modo tutto diventa più difficile, ma sarebbe peggio partire prevenuto contro tutti".

Credi che la festa sia veramente finita?

"Terry Driscoll passa, la Virtus resta".

 

 

TERRY DRISCOLL

di Dan Peterson

 

Potrei scrivere 100 pezzi qui dentro su Terry Driscoll, tale è la mia stima per lui come uomo, atleta, campione. Un coach ricorda sempre quelli che gli fanno vincere le partite. Primo ricordo: partita per lo scudetto a Varese nel 1975-76. Nostro pivot per la Sinudyne Bologna, Gigi Serafini, esce con 5 falli. Terry Driscoll, il più duro di tutti, ma solo due metri scarsi, deve marcare nientemeno che Dino Meneghin, 2,05 e almeno 10 kg più di Terry. Con un cuore grande come una casa, Terry marca Dino e noi vinciamo la partita e lo scudetto. Mi emoziona pensare di questo ancora.
Secondo ricordo: lo stesso anno, 1975-76. Partiamo 1-5 in campionato, anche grazie ad uno 0-2 e una sconfitta in campo neutro. Dobbiamo andare a Roma, contro l'IBP del grande motivatore Valerio Bianchini e perdiamo la partita, in ogni probabilità, non ci alziamo più da terra, altroché vincere lo scudetto. Bene, Terry è monumentale e vinciamo, la prima di 9 vittorie in fila. Anche quell'anno, a Varna, in Coppa Korac, Charley Caglieris, ad un time-out, si lamenta che non prendiamo rimbalzi. Driscoll: "Ehi, piccolo! Pensaci tu a palleggiare, stare zitto e noi lunghi prenderemo i rimbalzi." Li ha preso tutti lui.
Terzo ricordo: è 1977-78 e abbiamo il focoso John Roche in squadra. Giochiamo contro Siena a Bologna. Piero Franceschini, un duro, sta picchiando
Roche. John mi chiede di chiedere un time-out. Al time-out mi dice, "Se quel Numero 5 mi colpisce ancora, lo stendo." Non voglio questo. Driscoll: "John! Dan! Zitti tutti! Ci penso io." Il gioco riprende. Da ciel sereno, con noi in vantaggio, 3-1, in contropiede, un fischio. Come? Steso per terra, sanguinante, Piero Franceschini, 5 punti di sutura se non sbaglio. Terry, freddo killer, ha aspettato il momento, senza TV, a difendere il suo compagno.
Quarto ricordo: Lo stesso 1977-78, Terry fa una caduta terrificante in allenamento durante le semi-finali con Cantù. Mai visto sangue così tranne gli anni in Cile. Coagulava sul campo. Pensavo: "Terry morirà." Invece, 12 punti di sutura nella tempia, luogo vulnerabile. Gioca contro Cantù, vince Gara 2 e Gara 3, poi gioca la finale contro Varese, tre partite senza poter vedere benissimo per il gonfiore attorno all'occhio, senza mai tirarsi indietro, prendendo le botte per i rimbalzi importantissimi, trascinandoci in finale. Piango ancora per non avere avuto lui al 100% per la finale. Un vero campione.
L'anno successivo, è subentrato a me sulla panchina della Virtus. Ha vinto due scudetti in due anni, poi ha lavorato per l'NCAA e altre imprese. Oggi, è Direttore Sportivo a William & Mary University, nella bellissima città di Williamsburg, Virginia, e ha responsabilità per tutti gli sport dell'università, budget, ingaggi, licenziamenti, pubbliche relazioni, costruzioni, e via dicendo. Lo vedranno forse i suoi colleghi come loro capo. Chissà se sanno che il suo cuore è più grande del loro stadio di football e l'arena di basket messo insieme. Non importa. Lo so io. E non lo dimenticherò mai.

 


 

Stile underdog

di Terry Driscoll - V nere - 1990

 

Ho vissuto tre vite cestistiche, a Bologna. Della prima esperienza, sul finire degli anni Sessanta, non conservo particolari ricordi, se non quelli legati alla scoperta di un mondo nuovo. In campionato non resi al massimo, quindi preferisco rammentare soprattutto la grossa amicizia che mi legava a Massimo Costelli. Sei anni più tardi l’avvocato Porelli mi ripropose di tornare in Italia. Accettai con entusiasmo, un po’ perché mi ero stufato della vita fra i professionisti, un po’ perché credevo che Bologna avrebbe potuto regalarmi una soddisfazione inedita, quella della vittoria assoluta.

Di quel campionato favoloso i tifosi bianconeri ricorderanno tutti i particolari; anche le nuove generazioni ne avranno sentito parlare decine e decine di volte, perché si trattò del torneo di uno scudetto atteso 20 anni. La Virtus era considerata “underdog”: un termine che nello slang sportivo americano designa la squadra o il giocatore che godono di scarsa considerazione. Per di più l’incontro decisivo si giocava a Varese, in un palazzotto che aveva una fama sinistra, per gli avversari, perché si diceva che in esso Meneghin e compagni non avessero mai perso una gara importante.

La nostra vittoria smentì quella leggenda e cambiò il quadro del basket italiano, poiché la Virtus diventò una delle squadre pretendenti al titolo per un buon numero di anni consecutivi. Nei due campionati successivi, purtroppo, Varese ci superò sul filo di lana e anche quando toccò a me prendere il posto di Dan Peterson in panchina, pensavo che dovesse essere quella la squadra da battere. Come mio successore in campo “nominai” Kresimir Cosic; poi, dopo aver constatato che il mercato americano offriva molto poco nel settore delle guardie, decisi di affiancare a Caglieris un giocatore di stanza nel campionato olandese, Owen Wells. La mia nomina a capoallenatore fu accolta con molto scetticismo; insomma finii con il sentirmi anch'io un underdog.

Però vedevo che la squadra stava crescendo, che la classe (e l'amicizia) dei vari Villalta, Caglieris, Martini, Serafini poteva sopperire alla mia inesperienza. E così arrivammo in finale, per il quarto anno consecutivo. Ma, sorpresa, contro di noi non trovammo più Meneghin e soci, bensì la squadra di Milano, allenata da Dan Peterson. Dopo aver inflitto tredici punti di distacco al Billy, a Bologna, nel ritorno ci presentammo nell'immenso palazzone di San Siro. Ricordo che era una domenica di maggio e che a pochi metri da noi giocava anche la squadra di calcio del Bologna, impegnata nella lotta per non retrocedere.

I nostri "colleghi" pareggiarono (e si salvarono): noi, per non essere da meno, disputammo una prestazione magica. Dopo il primo tempo, concluso sotto di un punto, nello spogliatoio guardai i ragazzi negli occhi, dicendo: "Loro hanno già dato il massimo, adesso tocca a noi". Rientrammo in campo e con un travolgente avvio di ripresa ci assicurammo un vantaggio incolmabile. Fu la mia ultima partita con la Virtus.

Oggi sono il presidente della KSG, un'agenzia di vendite e rappresentanza per prodotti sportivi, con un mercato abbastanza ampio, in Europa e in Oriente. Spero sempre di tornare a Bologna, prima o poi. Allenare mi è piaciuto molto, ma non è che ne senta la mancanza; quindi verrei come turista. Se poi dovessi cambiare idea, beh, che dite: mi vorreste ancora fra voi?

 

 

Il Bostoniano

di Gianfranco Civolani

 

E se con il reverendissimo Coccodrillo del Nilo dovesse mai arrivare anche il magico bostoniano? Gigi Porelli lancia nell'etere il messaggio e in effetti approda a Bologna l'ex Citì azzurro Nello Paratore e di seguito ecco anche la primissima scelta di Detroit, quel Driscoll che sceglie Bologna e comunque l'Europa prima di scozzonarsi con quelle rocce dei pro a casa sua. Terry è un bostoniano dalla testa ai piedi. Ha i genitori ricchi e molto alfabeti, ha una faccina da bimbaccione tirato su a omogeneizzati every day, si esprime con grande proprietà e ovviamente promette di fare sfracelli nel nostro pianetino. E invece il bimbaccione (che ha solo ventuno anni) è un po' troppo timidone e i suoi primi approcci sono troppo labili e così la Virtus con Paratore & Driscoll fa un campionato tremendamente anonimo, settimo posto ex aequo, e insomma meglio cambiare perchè Terry dopo una stagione in altalena (ventuno punti di media, ma qualche vacanza agonistica di troppo) se ne torna a casa e di questo bel giovanottone di squisite maniere resta soprattutto l'indelebile ricordo della sua manina fatata che frega in tromba e allo spasimo la Fortitudo nell'ennesimo derby al calor bianco. Ciao Terry e chissà mai se ci rivedremo più. E invece ci rivediamo quasi subito e ci rivedremo sempre. Passa qualche anno, Terry gioca benino e anche benone nell'NBA e qui a Bologna furoreggia John Fultz detto Mitraglia. Ma nell'anno di grazia settantacinque c'è little Dan Peterson in plancia e a little Dan non par vero di affidarsi a un suo connazionale tanto referenziato. Terry ha fatto un po' cilecca sei anni prima? E va bene, ma adesso Terry ha già ventisette anni. E poi dicono che si è anche fatto parecchio cattivello, provare per credere. Terry dall'America fa sapere che gli piacerebbe riprovare da noi e magari prendersi una bella rivincita. Torna e vince subito. Scudetto con Gigione Serafini e Charly Caglieris, scudetto e magari si inaugura un ciclo, stiamo a vedere. Ma no, non si inaugura nessun ciclo e tre anni dopo succede che tutti capiamo che Little Dan deve cambiare aria e che il suo successore non potrà essere che il divino Terry. In particolare mi ricordo una sera nel Nordovest della Francia, a Caen per un match di Coppa. Little Dan va a letto prestissimo e io e qualche altro collega restiamo a chiacchierare con Terry. Lui ci spiega come dovrebbe e dovrà giocare la Virtus e immediatamente intuiamo che lui Terry di lì a poco sarà il nuovo nume della V nera. E infatti. Due stagioni, due scudetti, record del mondo più o meno omologato. Dicono di Terry che sia soltanto un giocatore che sa tenere unito il gruppo e che sa motivare. Io posso dire che se ogni tanto qualcuno pensa di alzare la voce con l'ex mollaccione, beh, adesso è già grassa se l'ex bambinone e mollaccione non lo prende per i blacchi e non lo appende in doccia. Morale: la Virtus di Terry è davvero invincibile e siamo tutti curiosi di verificare se davvero anche per Terry valga la regola del non c'è due senza tre. Impossibile verificarlo. Accade che dopo i due scudettoni Terry e Porelli d'improvviso si separano. E qui ci sono due versioni, quella ufficiale e quella più ufficiosa. Quella ufficiale dice che Terry si presenta in sede per chiedere un po' di milioni in più e che il Dux gli risponde che pochino sì e un pocone no o altrimenti sgambillare. E Terry conseguentemente sgambilla e saluta. Ma c'è una versione ufficiosa che racconta di madama Driscoll (signora che conta assai) che suggerisce al maritone di chiedere un bel po' perché se il Dux ci sta evviva o altrimenti meglio così perché Madama ha una gran voglia di rientrare nel Massachussets. Come è e come non è, Terry questa volta saluta per sempre. Noi non possiamo sballare i nostri bilanci, tuona Porelli, ma resta il fatto che nel dopo Driscoll la Virtus langue e dovrà poi aspettare ben quattro anni per cucirsi un altro scudetto, quello della Stella. E adesso che sono trascorsi più di quindici anni dall'ultima apparizione di Terry con le insegne della V nera, vi dico che l'ex bimbaccione è sempre più spesso a Bologna. L'ex bimbaccione è nel commercio, è ricco, è rimasto un personaggio dello sport e del business dalle sue parti. Lo incrocio puntualmente quando vado in America per una qualche manifestazione sportiva e lo incrocio anche a Bologna perché un po' per i suoi commerci e molto per nostalgia il divin Terry cala da noi e non manca mai la sacrale e pastorale visita al Palazzarita. Sono tornato, ho visto Andalò con il suo grembiule nero e ho capito che a Bologna non cambia proprio mai niente. Poi sono tornato dopo un anno anche per far vedere a mio figlio dove il papà suo era stato tanto bene. Al palasport Andalò non c'è più ma l'ho ritrovato a Casalecchio e insomma mi chiedo se dalla vostra città io mi sia mai veramente allontanato. L'ultima volta l'ho visto a Modena. Si portava appresso un perticone di vent'anni che è suo figlio e che - suppongo - giocherà a basket o a volley o a football perché non è pensabile che un Driscoll junior non cerchi di seguire in qualche modo le orme. Terry oggi ha cinquant'anni, ma non ha preso nemmeno un chilo, sembra sempre quel bimbaccione che venne, buscò, rivenne e fece buscare gli altri. E nel frattempo noi di Bologna facciamo sempre i gattopardoni e cioè diciamo di voler cambiare tutto per non cambiare mai un cavolo. Carissimo Terry, hai proprio ragione, noi siamo fatti così.

 


 

TERRY DRISCOLL è nato a Boston Massachussets nel 1947 (centro di 202 cm). proveniente dal Boston College è stato scelto nel 1969 da Detroit con il numero 4, ma ha preferito l'Italia!!! Anzi Bologna la Dotta!
L'impatto iniziale non è dei migliori, giovanotto in grado di incantare e pronto a far sognare, dotato di grande tecnica ma alla sua prima stagione dimostra alcune lacune dispersive. Resta un solo anno perché non in grado di affrontare le nostre arene molto più rustiche evidentemente di quello che poteva aspettarsi (vi ricordo che erano gli anni in cui dall'altra parte c'era il Barone). prende l'aereo ed il ragazzo dei sogni ci saluta. lo guardiamo oltre oceano (correggo lo guardano io non ero ancora nata ...) fra i pro nella sua crescita immaginando quello che avrebbe potuto farci sognare. nel 1970 torna nell'NBA a Detroit passando a Baltimora e poi a Milwaukee.
Ora è pronto è cresciuto ha tirato fuori i cosìddetti. e nel 1975 la
Vu nera lo richiama fra i suoi.
Il bello gentile ed educato Terry dimostra che in campo è un'altra cosa e si trasforma in un guerriero barbaro. E' il 1976 e la V
irtus torna a vincere lo scudetto.
C'è un però. Terry è maturato ma ha già sulle spalle il peso degli anni. L'airone ha imparato a volare troppo tardi. Il passaggio ad allenatore nel 1979 quando Dan Peterson fece le valige per Milano fu quasi scontato. Il risultato fu due scudetti in due anni. Stiamo parlando del 1979 e del 1980.
Non ci fu un terzo scudetto non perché lo perse ma perché se ne andò, tornando in america causa una presunta non correzione dell'ingaggio.
Dicono di lui che fosse nato per essere un uomo
Virtus: elegante, freddo, corretto, intelligente, talentuoso, polivalente altruista, sempre calmissimo.
In campo ha giocato 8 derby vincendone 7 e da allenatore altri 2 .Totale 9 vittorie su 10!

ellis V-4ever, 02/07/06

 


 

Big Nano e l'Avvocato

di Gianfranco Civolani - tratto da "EuroVirtus"

 

Gli amori nascono e poi puntualmente si inceppano. Nel settantasei Big Nano e l'Avvocato si amano, ma tre anni dopo si separano. Big Nano va a stare da principe a Milano e in Virtus gli subentra proprio Driscoll. E meno male che Ettore Zuccheri - nominalmente assistente - lo prende per mano perché Terry - siamo portati a pensare - dovrà fare il suo apprendistato e dunque guai chiedergli l'ottavo scudetto, guai per pudore e per ragionamento.

Driscoll record del mondo, due su due, due scudetti consecutivi, due scudetti che portano la firma di un buon gregarione come Owen Wells ma che soprattutto si identificano nell'ascendentissimo Renato Villalta e in una coppia di stranieri che resterà nella storia virtussina, ovvero l'imperatore croato Creso Cosic e il Duca Nero, alias Jimmone McMillian, un gran signore che aveva in NBA conquistato l'anello e che viene a Bologna con le caviglie sinistratissime e che gioca divinamente senza palla e che difende da re e che segna i canestri che servono. E c'è una new entry per Pietrone Generali e per Martini, Porto e Govoni mentre il capitano lo fa Bertolotti e Driscoll Zuccheri tracciano il solco che i prodi difendono con lo spadone e con grandi valori agonistici e spirituali.

Siamo nell'ottanta, vuoi vedere che il Bostoniano ci regala il tris? Impossibile. Madama Driscoll ha voglia di ritornare a casa e così - quasi presagendo il tutto - coach two by two si presenta a Porellone. Gradirei un ritocchino - gli fa. E il trucissimo: tu mi stai nel cuore, ma nemmeno mezza lira d'aumento. Okay capo, ma se io allora allora torno a casa? The door, the door, fa Porelli indicando la porta.

Il Bostoniano tornò in effetti a casa e ogni tanto viene a Bologna e versa qualche lacrima ricordando la sua immarcescibile Virtus.

 


 

TERRY

di Gianfranco Civolani - "Il mito della V nera 2 - 1971/1994"

 

Possibile? Il fanciullo prodigio Terry Driscoll che viene in Europa e sceglie Bologna? "Gente di poca fede, possibilissimo - fa un giorno Porelli - perché mi sembra ovvio che un bostoniano abbia scelto Bologna la dotta".

E va bene, ecco a noi e a voi il grande Terry, stella delle università americane,fanciullone prodigio che decide di darsi una sgrullata nelle nostre terre. Com'è l'impatto? Oh, wonderful. Giovanotto di rara educazione e civiltà, giovanotto che all'approccio ti incanta, giovanotto che che subito fa sognare. Ma la realtà poi è una cosina un po' diversa. Sì il giovanotto ha grande tecnica di base, ma talvolta si disperde, si sfilaccia insomma non sembra particolarmente tagliato per le nostre arene e per le nostre ruvidezze. E così Terry sta con noi il breve volgere di una stagione e poi se ne torna a casa sua e noi che avremmo voluto chissà cosa ci limitiamo a seguirlo nelle sue evoluzioni fra i pro e pensare a quello che poteva essere e non fu. Poi passano gli anni e apprendiamo che la Virtus ricicla il fanciullone. Adesso ha l'età giusta - sentenziano in Virtus - e adesso sì che sarà un'altra musica. In effetti lui torna e sembra un'altra persona. Ha i colleones, non lo sposti nemmeno con un bazooka e la sua innata e fisiologica gentilezza si trasforma in campo in dure mazzolate al mondo intero e fuori dal campo in atteggiamenti che non sono più quelli del dandy cascato per caso in una festa di campagna.

A farla corta: con Terry e con Dan Peterson in plancia la Virtus vince nuovamente qualcosa, ma Terry è anche un po' al caffé, nel senso che accusa doloretti cari e poi ha già passato i trenta e dunque l'avevano avuto imberbe ragazzino e non andava bene e adesso ce l'abbiamo con due affari grandi così, ma se gli affari sono grandi la voce è roca e la schiena è a tocchi.

E una sera a Cane (la Francia di Nordovest) capisco che forse il buon Terry è destinato a diventare il coach di questa stessa Virtus che Dan sta per abbandonare. Si chiacchiera fra amici e stranamente Terry si fa una sosta a discettare di basket con tre o quattro di noi della stampa e dice cose da allenatore, lui che sta ancora spendendo il suo spicciolame nel parquet.

E dopo qualche mese io sto in Argentina per i mondiali di calcio e imparo che - guarda caso - Din-Don-Dan se ne è andato a Milano e- guarda caso - la sua panca è passata sotto il sederotto del bostoniano. Ecco, due stagioni da coach e due scudetti, record del mondo. E qui si spera di fare la tris, ma una mattina Driscoll si presenta da Porellone e gli fa: avvocato, gradirei un aumentino. E l'avvocato: "carissimo, neanche un alira. E allora - fa Boston - io me ne vado. E l'altro: la porta è sempre aperta. E così si concluse in questa maniera la breve e vincentissima carriera di Terry in panca. Poi nel tempo lui ha dimostrato di essere un grandissimo anche fuori dal basket e oggi spesso lo incontro quando vado negli Stati Uniti e so che lui è contitolare di un'importante azienda di articoli sportivi e ogni tanto lo incontro anche qui a Bologna perché lui ama portarci una volta ancora e di più la sua famiglia, massimamente quel lasagnone del figlio ventenne che fa sport e che un giorno, mah.

"Bologna è sempre quella,stupenda e inimitabile, con il mitico Andalò sempre in grembiule nero al Palasport", mi fece due anni fa Terry quando lo incrocia nell'Indiana. Mica vero, il mitico Andalò se neè andato da un'altra parte, ma noi di Bologna abbiamo sempre quella faccia e quell'espressione un po' così come quei liguri raccontati da Conte e cantati da Lauzi.

Com'era Terry da giocatore? Un arione che imparò a volare nel modo giusto un po' tardi. Come'era il coach? Due su due, record del mondo ineguagliato. E com'è oggi? Più o meno com'era ieri, alto, bello, buono, bravo e sempre splendente in una cipria di sole.