Il giocatore Christian
Drejer ha firmato un biennale con la Virtus Pallacanestro. Ala danese, nato
a Frederiksberg l'8 dicembre 1982, misura 205 centimetri per 95 chili: nel
2004 è stato scelto col numero 51 dalla franchigia Nba dei New Jersey Nets,
e nell'ultima stagione e mezzo ha giocato nel Barcellona.
Grande promessa nel SISU Copenaghen, (miglior giocatore danese a 31.6 punti
di media nel 2002), si trasferisce al college in America: quasi due anni di
NCAA con Florida, a 7.1 punti di media, e nel febbraio 2004 passa al
Barcellona, viaggiando a 4.9 di media in ACB.
Zare Markovski commenta così il secondo
acquisto bianconero di agosto: " Con
Drejer – dice il coach –
abbiamo firmato un contratto biennale perché siamo convinti che sia una
scommessa da accettare insieme: se lui vuole tornare in quella Nba che
finora ha soltanto sfiorato, lo potrà fare a pieno titolo se sarà capace di
essere protagonista da noi nei prossimi due anni. Siamo sicuri di prendere
un buon giocatore, che ha vissuto due anni all'ombra di Bodiroga, ma che in
questa squadra può essere importante, tanto da essere in grado di realizzare
15 punti a partita."
.
Markovski: "Drejer il
nostro investimento"
di Alessandro Gallo
- Il Resto del Carlino - 20/08/2005
Pronti a soffrire. Ma
fino a un certo punto. Lo si capisce quando il patron, Claudio Sabatini, presentando i nuovi arringa
la folla (tra questi anche il presidente del Consiglio della Provincia,
Maurizio Cevenini, il numero uno del Coni, Renato Rizzoli, e Marco Minella,
segretario generale della Camst). «Ci aspetta una stagione di sofferenza».
Breve pausa, poi l’annuncio. «E una salvezza dignitosa». Una signora, con
tono pacato, alza la manina e dice: «Beh, se viene qualcosa di più tanto
meglio». Pronti a lottare su ogni campo, ma con l’ambizione di ritrovare i
playoff. Lo si capisce dall’affetto riversato su un
Pelussi tirato a lucido («sono 110 chili, pronto per tornare a mangiare
tanta pasta»), l’unico a scatenare sia un’ovazione sia un coro.
Christian Drejer, uno dei nuovi, si guarda attorno incuriosito. Per lui la
Virtus è ancora la Kinder. Ricorda un try out — l’aveva seguito Roberto Brunamonti — all’inizio del 2002.
«Quando c’era Jaric», dice Christian che per Markovski è la grande scommessa. Zare dipinge
il danesino così: «Tecnicamente è perfetto, anche se a Barcellona non ha
avuto molto spazio. Bodiroga, stesse caratteristiche fisiche, gli ha fatto
ombra. Ora tocca a lui. Deve dimostrare qualcosa alla Nba, che due anni fa
lo ha scelto. Per noi è un rischio calcolato: il talento non si discute. La
scommessa, semmai, è sul minutaggio». Minutaggio che il biondino dovrà
spartirsi con Marko Milic. Per questo, quando
indica l’identikit della guardia titolare (non sono escluse sorprese a
giorni), Markovskinon
ha dubbi. «Cerchiamo un buon difensore, uno che sappia penetrare, uscendo
dai blocchi, in coppia con Drejer. Uno che possa allontanarsi dal canestro,
sfruttando l’arresto e tiro, quando impiegato insieme con Milic». C’è anche un’età ideale — «28 anni?
Magari» e dei tempi fissati per averlo. «Non abbiamo fretta. Del resto come
altri club aspetteremo i reduci dagli europei». Calendario alla mano
significa che Zare vorrebbe averlo per metà settembre. Intanto questo
periodo di assenze gli servirà per sperimentare alcune situazioni. La prima
riguarda Begic. «Sulla carta è il nostro +1 — commenta —. Aspettando Lang avremo modo di visionarlo a lungo». L’altro ‘esperimento’,
vista l’assenza della guardia titolare, sarà l’impiego a tempo pieno
(durante le amichevoli) di Rodilla come ‘due’.
Alla scoperta di
Christian Drejer
di Marco Martelli
- La Repubblica - 15/10/2005
Disseminata di carezze
e delusioni, speranze e progetti poi abortiti, arrivata all’ennesima svolta
pur se l’anagrafe conta solo 22 anni, la carriera di Christian Drejer ha
imboccato Bologna e la Vu Nera, e avuto già, in questo posto, un acuto da
titolo. 29 punti contro l’Upea, 5/6 da tre, movenze che ne fanno forse il
giocatore più elegante della serie A: così, il danese vuole spiccare il volo
e ammonisce invece chi gli chiede dei soli 6 punti di Milano. «Non sono
soltanto un giocatore da casa, e lo dimostrerò. Qui mi trovo bene, è un
gruppo che ha fame. Siamo solo all’inizio». è già un bell’inizio.
Christian da Hellerup, sobborgo a 8 chilometri da Copenaghen, parla a pochi
metri dallo spogliatoio, in via dell’Arcoveggio. «Mi ricordavo la palestra»,
dice camminando sulla moquette che tre anni fa non c’era, sedendosi e
raccontandosi: dal talento che sbocciava a Copenaghen fino al duro legno
della panchina a Barcellona. Della nuova campagna Virtus è lui la scommessa
più ardita. Stavolta non può davvero sbagliare.
«Ho scelto Bologna perché la conoscevo e m’ha interessato da subito: tornata
in A, la spinta era quella giusta. A Barcellona c’era tutto da perdere e
niente da vincere: qui è tutto da conquistare. Fare parte di una squadra che
si sta ricostruendo è una grande sfida». Di sfide ne ha già lanciate tante:
al basket europeo, ai college americani, all’Eurolega. Ha più perso che
vinto, e se in tutte le storie, o le vite, esiste uno spartiacque per
scavare un ‘prima’ e un ‘dopo’, Christian Drejer spera di averlo già vissuto
e cancellato.
7 novembre 2002, Gainesville, Florida. Allora diciannovenne, Drejer era
appena diventato un "Gator" di Florida University, aveva giocato
un’amichevole da 13 punti e 5 assist e non attendeva che l’inizio della
stagione. Un rimbalzo in allenamento gli fu fatale: ricadde, il piede
sinistro girò sopra quello di un compagno. Fu l’inizio di una lunga pena.
«Nessuno pensava fosse un infortunio così serio, nemmeno io. Non so come, ma
si formò un ascesso: dovetti operarmi più volte, e non uscivo dall’ospedale.
Ci restai tre settimane, persi 15, forse 20 chili. Pensai alla mia carriera,
al mio futuro immediato e a tutte le aspettative che c’erano su di me.
Tornai dopo due mesi, ma non ero al massimo. E per tutti non ero più io».
In Florida Drejer c’era planato dalla Danimarca, figlio di due cestisti:
papà Jens, primario all’ospedale della capitale, e mamma Mette, entrambi ex
nazionali. Non solo: le due sorelle, Caroline e Charlotte, oggi 24 e 18
anni, sono pure loro nella selezione. A 6 anni, Christian aveva già in mano
un pallone, a 14 esordiva in Nazionale, a 15 conosceva Julie, la deliziosa
studentessa in legge che l’accompagna a Bologna, e a 17 esplodeva il
cestista: 17 punti a gara nel SISU, addirittura 31 l’anno dopo. Arrivarono
le offerte: Benetton, Maccabi, Panathinaikos. E la Virtus.
«Arrivai qui a maggio, dopo la finale di Eurolega persa, per due giorni di
test con Messina. Ma, come altri atleti danesi, decisi per il college: è un
mondo eccitante, quasi più seguito della Nba, e scelsi Florida perché c’era
un progetto vincente». Che però non vinse. Passò il primo anno a rieducarsi
(«Non riuscivo a far nulla, neanche a schiacciare sulla gamba sinistra»), il
secondo a cercare il rilancio. Andò meglio. «Ma niente era come me l’ero
aspettato: anch’io posso correre e tirare su e giù per il campo, ma non è il
mio stile. E ci vuole tempo per recuperare dopo un infortunio di tre mesi:
la gente però non capiva, pensava che stessi bene per giocare, ma così non
era. E anche per questo decisi di lasciare».
Nel febbraio 2003 bussa il Barcellona: contratto 2+2, un milione di dollari
complessivo per le prime due stagioni. I media americani furono
scandalizzati: mai nessuno se n’era andato a metà stagione. «è
una mentalità tutta diversa, tanto che quel casino mi sorprese. Era un bel
contratto, ma non fu una questione di soldi: a Florida non stavo più bene, e
come quando vai a scuola, se i primi due anni vai malissimo è poi dura
recuperare. I 5 mesi con Pesic furono duri, ma stupendi: aveva grandi piani
per me, e quando se ne andò fu il marasma». Nel primo sprazzo blaugrana,
Drejer andò 6 volte sopra i 20’: nel secondo, 4 volte in un anno intero.
«Una stagione orribile: eliminati ovunque. E con tanti campioni,
l’allenatore delle giovanili non poteva reggere. Onestamente, pensavo che Savic e Ivanovic mi tenessero, ma è andata meglio
così: sono nel posto che volevo».
La Virtus l’ha ingaggiato con un triennale da 450 mila euro: dopo la seconda
stagione è prevista un’uscita Nba, dove lui nel 2004 fu scelto da New
Jersey. «Il mio sogno è sempre quello, è chiaro, ma la mia sfida è essere
importante per la Virtus. E non ho rimpianti: non fu un errore andare a
Florida, e non ho la presunzione di pensare che, senza quell’infortunio,
sarebbe andata diversamente. Non credo m’ abbia girato la carriera, di
sicuro ha avuto effetti sul mio futuro: per quello sono finito a Barcellona,
e pure quella scelta non fu sbagliata. Ora voglio ripartire da qui». Come
inizio, promette. Markovski, sulla rampa che
porta in sede, gira gli occhi e se lo gode.
Il danese: «Pillastrini
voleva tenermi, la società invece no»
L.D. - Corriere di
Bologna - 07/08/2007
E pure il Principe se n'è andato. Ormai la «rivoluzione» è
quasi completa e anche le piroette di Drejer scivolano nel passato, per
far posto al nuovo «progetto» virtussino. Del duello fra il danese e Markovski, s'è ormai scritto tutto: Zare
non si fidava più, aveva trattato la cessione a Natale, dopo che l'estate
scorsa il club aveva rifiutato offerte da 600 mila euro, e la semifinale
di Fiba Cup ha chiuso definitivamente i rapporti. C'è stata, invero, anche
la tribuna nella prima gara di playoff contro Biella: l'ultima tappa d'una
storia complicata, che aveva spinto Drejer fuori dalla squadra.
«Ma vorrei guardare avanti, ora. Quella è stata una delle
decisioni che non ho capito, ma è il passato. In fondo, i due anni alla
Virtus sono stati buoni».
Ma anche, per lei, altalenanti. Da un lato le partite
opache, dall'altro la difficoltà a seguire i sentieri tattici del coach.
«Ci sarebbero molte cose da dire. Gli alti e bassi sono
conseguenza di miei errori ed errori di altri. La situazione per me non è
mai stata ottimale».
I rapporti a un certo punto si sono deteriorati.
«Fare polemica ora sarebbe facile. Dico che non tutto è
andato come avrebbe dovuto, che le responsabilità non sono da una parte
sola. Ho sbagliato qualcosa, ma ho anche giocato partite importanti ».
In estate è subentrato l'intervento ad un piede, che la
società non ha gradito.
«Non potevo far altro. Alla Virtus ho avuto parecchi infortuni ma ho
continuato a giocare, ho stretto i denti. Dovevo operarmi. Ora sto bene,
sono in forma e pienamente recuperato: non vedo l'ora di giocare».
Aveva già deciso di lasciare la Virtus?
«Tanti pensieri mi ronzavano in testa: da un lato restare,
per riscattarmi, dall'altro cambiare aria, perché ne sentivo il bisogno.
Quando è arrivata l'opportunità di andare a Roma, ho scelto. È una squadra
ambiziosa, con uno staff eccellente e con l'obiettivo di vincere».
E con Repesa, un allenatore «duro».
«Se mi hanno scelto e credono in me, è la soluzione
migliore. Io sono felice di andare a Roma e di mettermi in gioco al
livello più alto in Italia».
E la Virtus?
«È stato un anno bello per le finali che abbiamo giocato,
ma difficile. Pillastrini mi aveva detto che era intenzionato a tenermi,
il club ha deciso diversamente. Sono successe tante cose strane prima e
dopo la fine del campionato, è stato meglio per me andarmene».
A Roma non ci saranno happy hour né allenamenti in piazza.
«Sabatini è il proprietario e
mette i soldi, giustamente fa quello che vuole. Certe cose non sono
ridicole solo se si vince, per fortuna noi vincevamo ». Insomma, quando
sfiderà le Vu nere avrà qualcosa da dimostrare?
«Non ho rivalse, voglio solo riabbracciare gli amici e
molto, da quanto leggo, è cambiato. La Virtus è stata
importante per me e i tifosi mi mancheranno. Bologna resta la città
migliore per un giocatore di basket».
Drejer: "Scusatemi, non ce la faccio più" di Marco Martelli
- La Repubblica -25/04/2008
«Sono a Copenhagen, non sto facendo molto». La voce è
spenta, sfibrata. Christian Drejer, l'ex Principe danese della Virtus, la
novità fiammante del mercato 2005, quello del ritorno in A, il ragazzo che
nell'ultima estate, ceduto a Roma, avrebbe voluto riscattarsi, non gioca più
a basket. L'avrebbero salutato volentieri, i tifosi che furono ammaliati
dalle sue movenze, rivedendolo dopodomani in città, attore fra i tanti di
Virtus-Lottomatica. Ma da un mese, ormai, la sua vita è altro. Ha chiuso con
la pallacanestro, a 26 anni ancora da compiere, piegato dai dolori alla
caviglia sinistra, operata già quattro volte. Dopo l'ultima, a Bologna in
dicembre, non ce l'ha più fatta. E ha detto basta. «E' stata dura - racconta
al telefono -, ma dovevo farlo. Per me, per la mia salute, per la mia vita.
Non è stato un problema di Bologna o di Roma, il fatto è che soffro da sei
anni. Dopo quel folle infortunio a Florida, il mio piede non è più stato lo
stesso. Ho provato di tutto, dagli specialisti alle iniezioni, dalle
operazioni al giocare sul dolore. Nessuno trovava cos'era, io continuavo ad
aver male, ed è difficile rimanere saldi quando tanti, nel frattempo,
giudicano. E bocciano. Ora, dopo sei anni d'inferno, sono contento di
esserne uscito. Ma la pallacanestro mi manca troppo».
Flashback doveroso. Novembre 2002, Gainesville, Florida. In allenamento,
dopo un rimbalzo, a Drejer, ricadendo sul piede di un compagno, si gira la
caviglia. Due giorni dopo, fasciato, il piede s'infetta: operazioni, cure,
15 chili persi in tre settimane inchiodato a letto. Di lì, non è stato più
lo stesso. «Ha iniziato a giocare più preoccupato, con l'ansia. E oltre al
problema fisico ha forse perso tenuta mentale», dice Allan Foss, da sempre
il suo allenatore in Danimarca, passato più volte da Bologna nei due anni in
Virtus. «Christian è una brava persona, ha personalità, è un grande atleta:
forse ha avuto cattivi consigli, forse non è stato ben curato. Ora ha
bisogno di riposare la testa».
«Da quel giorno non ho mai recuperato - riprende Drejer -. E sono cambiato
come giocatore. Più esterno, più tiratore, mentre prima attaccavo sempre il
ferro, andavo dentro per schiacciare. Già all'epoca, quando temetti di
perdere il piede, pensai alla fine della carriera. Ma amavo troppo il
basket, e ho sempre trovato situazioni stimolanti che potessero aiutarmi a
risolvere il mio problema. Chissà, forse senza quell'infortunio non sarei
mai tornato in Europa».
Sfinito da centinaia di controlli medici, Drejer non ha smesso di aver male.
Il problema, una condropatia della caviglia, è assimilabile a quello di Van
Basten, che si ritirò a 28 anni. Ai guai cartilaginei, Drejer univa poi
un'escrescenza ossea, ora rimossa: eppure, il male è rimasto. «Nessuno m'ha
mai saputo dire di cosa soffrissi. Ho fatto di tutto per continuare,
soprattutto ad allenarmi: non è stato abbastanza». Tanti, qui e altrove, gli
rinfacciavano una soglia del dolore infinitesimale: che il male fosse "di
testa", più che "di fisico".
«Ma non è stata questa mancanza di fiducia a farmi smettere. Altrimenti, in
estate, non sarei andato a Roma. Dopo essere stato al Barcellona, a Bologna
non era facile: l'ultimo mese è stato il più esaltante della mia vita, ma
solo perché si vinceva. Il resto, complicato. Ho scelto Roma e non vedevo
soluzione migliore: amavo il coach, i compagni, la città, l'appartamento.
Tutto. Ci ho provato, non ce l'ho fatta: e Repesa e Bodiroga m'han trattato
in modo professionale, non da bimbo piccolo. No, non grido al destino: sono
triste, perché la pallacanestro continuo ad amarla, e vorrei starci».
Così Foss, che è il ct della nazionale, gli ha ritagliato un ruolo nel
programma federale, per sviluppare talenti giovanili. «Vorrei dare una mano
a tutti i ragazzi danesi tra i 15 e i 20 anni. No, io non gioco, né voglio
allenare, anche se non escludo che, insegnando ai giovani, mi venga voglia
di farlo». Non tornerà. «Il dolore c'è ancora, lo sento pure adesso quando
cammino. Non riesco a correre normalmente. E poi, per com'è messo il piede,
so che un anno di stop non mi farà comunque abbastanza bene per giocare.
Vorrei non escludere nulla: trovassi un dottore che mi dice "operati in
questo modo e puoi rigiocare", mi opererei per la quinta volta e ci
proverei. Anche se, dopo tante illusioni, sarebbe la cosa più difficile». Il
suo ultimo canestro, la sua ultima volta sul parquet, rimarrà uno sbiadito
golletto in contropiede, due contro due, in una gara strafinita contro
Teramo. Assist di Ukic, appoggio al tabellone. Il viso triste, lo sguardo
basso, le mani sulla vita. Zoppicava.