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Christian Drejer

nato a: Fredriksberg (DAN)

il: 08/12/82

altezza: 205

ruolo: ala

numero di maglia: 9

 

Stagioni alla Virtus: 2005/06 - 2006/07

 

statistiche individuali

 

biografia su wikipedia.it

 

 

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Virtus, preso Christian Drejer

virtus.it - 02/08/2005

 

Il giocatore Christian Drejer ha firmato un biennale con la Virtus Pallacanestro. Ala danese, nato a Frederiksberg l'8 dicembre 1982, misura 205 centimetri per 95 chili: nel 2004 è stato scelto col numero 51 dalla franchigia Nba dei New Jersey Nets, e nell'ultima stagione e mezzo ha giocato nel Barcellona.
Grande promessa nel SISU Copenaghen, (miglior giocatore danese a 31.6 punti di media nel 2002), si trasferisce al college in America: quasi due anni di NCAA con Florida, a 7.1 punti di media, e nel febbraio 2004 passa al Barcellona, viaggiando a 4.9 di media in ACB.
Zare Markovski commenta così il secondo acquisto bianconero di agosto: " Con Drejer – dice il coach – abbiamo firmato un contratto biennale perché siamo convinti che sia una scommessa da accettare insieme: se lui vuole tornare in quella Nba che finora ha soltanto sfiorato, lo potrà fare a pieno titolo se sarà capace di essere protagonista da noi nei prossimi due anni. Siamo sicuri di prendere un buon giocatore, che ha vissuto due anni all'ombra di Bodiroga, ma che in questa squadra può essere importante, tanto da essere in grado di realizzare 15 punti a partita."

 

 

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Markovski: "Drejer il nostro investimento"

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino - 20/08/2005

 

Pronti a soffrire. Ma fino a un certo punto. Lo si capisce quando il patron, Claudio Sabatini, presentando i nuovi arringa la folla (tra questi anche il presidente del Consiglio della Provincia, Maurizio Cevenini, il numero uno del Coni, Renato Rizzoli, e Marco Minella, segretario generale della Camst). «Ci aspetta una stagione di sofferenza». Breve pausa, poi l’annuncio. «E una salvezza dignitosa». Una signora, con tono pacato, alza la manina e dice: «Beh, se viene qualcosa di più tanto meglio». Pronti a lottare su ogni campo, ma con l’ambizione di ritrovare i playoff. Lo si capisce dall’affetto riversato su un Pelussi tirato a lucido («sono 110 chili, pronto per tornare a mangiare tanta pasta»), l’unico a scatenare sia un’ovazione sia un coro.
Christian Drejer, uno dei nuovi, si guarda attorno incuriosito. Per lui la Virtus è ancora la Kinder. Ricorda un try out — l’aveva seguito Roberto Brunamonti — all’inizio del 2002. «Quando c’era Jaric», dice Christian che per Markovski è la grande scommessa. Zare dipinge il danesino così: «Tecnicamente è perfetto, anche se a Barcellona non ha avuto molto spazio. Bodiroga, stesse caratteristiche fisiche, gli ha fatto ombra. Ora tocca a lui. Deve dimostrare qualcosa alla Nba, che due anni fa lo ha scelto. Per noi è un rischio calcolato: il talento non si discute. La scommessa, semmai, è sul minutaggio». Minutaggio che il biondino dovrà spartirsi con Marko Milic. Per questo, quando indica l’identikit della guardia titolare (non sono escluse sorprese a giorni), Markovski non ha dubbi. «Cerchiamo un buon difensore, uno che sappia penetrare, uscendo dai blocchi, in coppia con Drejer. Uno che possa allontanarsi dal canestro, sfruttando l’arresto e tiro, quando impiegato insieme con Milic». C’è anche un’età ideale — «28 anni? Magari» e dei tempi fissati per averlo. «Non abbiamo fretta. Del resto come altri club aspetteremo i reduci dagli europei». Calendario alla mano significa che Zare vorrebbe averlo per metà settembre. Intanto questo periodo di assenze gli servirà per sperimentare alcune situazioni. La prima riguarda Begic. «Sulla carta è il nostro +1 — commenta —. Aspettando Lang avremo modo di visionarlo a lungo». L’altro ‘esperimento’, vista l’assenza della guardia titolare, sarà l’impiego a tempo pieno (durante le amichevoli) di Rodilla come ‘due’.

 


 

Alla scoperta di Christian Drejer

di Marco Martelli - La Repubblica - 15/10/2005

 

Disseminata di carezze e delusioni, speranze e progetti poi abortiti, arrivata all’ennesima svolta pur se l’anagrafe conta solo 22 anni, la carriera di Christian Drejer ha imboccato Bologna e la Vu Nera, e avuto già, in questo posto, un acuto da titolo. 29 punti contro l’Upea, 5/6 da tre, movenze che ne fanno forse il giocatore più elegante della serie A: così, il danese vuole spiccare il volo e ammonisce invece chi gli chiede dei soli 6 punti di Milano. «Non sono soltanto un giocatore da casa, e lo dimostrerò. Qui mi trovo bene, è un gruppo che ha fame. Siamo solo all’inizio».
è già un bell’inizio. Christian da Hellerup, sobborgo a 8 chilometri da Copenaghen, parla a pochi metri dallo spogliatoio, in via dell’Arcoveggio. «Mi ricordavo la palestra», dice camminando sulla moquette che tre anni fa non c’era, sedendosi e raccontandosi: dal talento che sbocciava a Copenaghen fino al duro legno della panchina a Barcellona. Della nuova campagna Virtus è lui la scommessa più ardita. Stavolta non può davvero sbagliare.
«Ho scelto Bologna perché la conoscevo e m’ha interessato da subito: tornata in A, la spinta era quella giusta. A Barcellona c’era tutto da perdere e niente da vincere: qui è tutto da conquistare. Fare parte di una squadra che si sta ricostruendo è una grande sfida». Di sfide ne ha già lanciate tante: al basket europeo, ai college americani, all’Eurolega. Ha più perso che vinto, e se in tutte le storie, o le vite, esiste uno spartiacque per scavare un ‘prima’ e un ‘dopo’, Christian Drejer spera di averlo già vissuto e cancellato.
7 novembre 2002, Gainesville, Florida. Allora diciannovenne, Drejer era appena diventato un "Gator" di Florida University, aveva giocato un’amichevole da 13 punti e 5 assist e non attendeva che l’inizio della stagione. Un rimbalzo in allenamento gli fu fatale: ricadde, il piede sinistro girò sopra quello di un compagno. Fu l’inizio di una lunga pena. «Nessuno pensava fosse un infortunio così serio, nemmeno io. Non so come, ma si formò un ascesso: dovetti operarmi più volte, e non uscivo dall’ospedale. Ci restai tre settimane, persi 15, forse 20 chili. Pensai alla mia carriera, al mio futuro immediato e a tutte le aspettative che c’erano su di me. Tornai dopo due mesi, ma non ero al massimo. E per tutti non ero più io».
In Florida Drejer c’era planato dalla Danimarca, figlio di due cestisti: papà Jens, primario all’ospedale della capitale, e mamma Mette, entrambi ex nazionali. Non solo: le due sorelle, Caroline e Charlotte, oggi 24 e 18 anni, sono pure loro nella selezione. A 6 anni, Christian aveva già in mano un pallone, a 14 esordiva in Nazionale, a 15 conosceva Julie, la deliziosa studentessa in legge che l’accompagna a Bologna, e a 17 esplodeva il cestista: 17 punti a gara nel SISU, addirittura 31 l’anno dopo. Arrivarono le offerte: Benetton, Maccabi, Panathinaikos. E la Virtus.
«Arrivai qui a maggio, dopo la finale di Eurolega persa, per due giorni di test con Messina. Ma, come altri atleti danesi, decisi per il college: è un mondo eccitante, quasi più seguito della Nba, e scelsi Florida perché c’era un progetto vincente». Che però non vinse. Passò il primo anno a rieducarsi («Non riuscivo a far nulla, neanche a schiacciare sulla gamba sinistra»), il secondo a cercare il rilancio. Andò meglio. «Ma niente era come me l’ero aspettato: anch’io posso correre e tirare su e giù per il campo, ma non è il mio stile. E ci vuole tempo per recuperare dopo un infortunio di tre mesi: la gente però non capiva, pensava che stessi bene per giocare, ma così non era. E anche per questo decisi di lasciare».
Nel febbraio 2003 bussa il Barcellona: contratto 2+2, un milione di dollari complessivo per le prime due stagioni. I media americani furono scandalizzati: mai nessuno se n’era andato a metà stagione. «è una mentalità tutta diversa, tanto che quel casino mi sorprese. Era un bel contratto, ma non fu una questione di soldi: a Florida non stavo più bene, e come quando vai a scuola, se i primi due anni vai malissimo è poi dura recuperare. I 5 mesi con Pesic furono duri, ma stupendi: aveva grandi piani per me, e quando se ne andò fu il marasma». Nel primo sprazzo blaugrana, Drejer andò 6 volte sopra i 20’: nel secondo, 4 volte in un anno intero. «Una stagione orribile: eliminati ovunque. E con tanti campioni, l’allenatore delle giovanili non poteva reggere. Onestamente, pensavo che Savic e Ivanovic mi tenessero, ma è andata meglio così: sono nel posto che volevo».
La Virtus l’ha ingaggiato con un triennale da 450 mila euro: dopo la seconda stagione è prevista un’uscita Nba, dove lui nel 2004 fu scelto da New Jersey. «Il mio sogno è sempre quello, è chiaro, ma la mia sfida è essere importante per la Virtus. E non ho rimpianti: non fu un errore andare a Florida, e non ho la presunzione di pensare che, senza quell’infortunio, sarebbe andata diversamente. Non credo m’ abbia girato la carriera, di sicuro ha avuto effetti sul mio futuro: per quello sono finito a Barcellona, e pure quella scelta non fu sbagliata. Ora voglio ripartire da qui». Come inizio, promette. Markovski, sulla rampa che porta in sede, gira gli occhi e se lo gode.

 

 

Il danese: «Pillastrini voleva tenermi, la società invece no»

L.D. - Corriere di Bologna - 07/08/2007

 

E pure il Principe se n'è andato. Ormai la «rivoluzione» è quasi completa e anche le piroette di Drejer scivolano nel passato, per far posto al nuovo «progetto» virtussino. Del duello fra il danese e Markovski, s'è ormai scritto tutto: Zare non si fidava più, aveva trattato la cessione a Natale, dopo che l'estate scorsa il club aveva rifiutato offerte da 600 mila euro, e la semifinale di Fiba Cup ha chiuso definitivamente i rapporti. C'è stata, invero, anche la tribuna nella prima gara di playoff contro Biella: l'ultima tappa d'una storia complicata, che aveva spinto Drejer fuori dalla squadra.

«Ma vorrei guardare avanti, ora. Quella è stata una delle decisioni che non ho capito, ma è il passato. In fondo, i due anni alla Virtus sono stati buoni».

Ma anche, per lei, altalenanti. Da un lato le partite opache, dall'altro la difficoltà a seguire i sentieri tattici del coach.

«Ci sarebbero molte cose da dire. Gli alti e bassi sono conseguenza di miei errori ed errori di altri. La situazione per me non è mai stata ottimale».

I rapporti a un certo punto si sono deteriorati.

«Fare polemica ora sarebbe facile. Dico che non tutto è andato come avrebbe dovuto, che le responsabilità non sono da una parte sola. Ho sbagliato qualcosa, ma ho anche giocato partite importanti ».

In estate è subentrato l'intervento ad un piede, che la società non ha gradito.

«Non potevo far altro. Alla Virtus ho avuto parecchi infortuni ma ho continuato a giocare, ho stretto i denti. Dovevo operarmi. Ora sto bene, sono in forma e pienamente recuperato: non vedo l'ora di giocare».

Aveva già deciso di lasciare la Virtus?

«Tanti pensieri mi ronzavano in testa: da un lato restare, per riscattarmi, dall'altro cambiare aria, perché ne sentivo il bisogno. Quando è arrivata l'opportunità di andare a Roma, ho scelto. È una squadra ambiziosa, con uno staff eccellente e con l'obiettivo di vincere».

E con Repesa, un allenatore «duro».

«Se mi hanno scelto e credono in me, è la soluzione migliore. Io sono felice di andare a Roma e di mettermi in gioco al livello più alto in Italia».

E la Virtus?

«È stato un anno bello per le finali che abbiamo giocato, ma difficile. Pillastrini mi aveva detto che era intenzionato a tenermi, il club ha deciso diversamente. Sono successe tante cose strane prima e dopo la fine del campionato, è stato meglio per me andarmene».

A Roma non ci saranno happy hour né allenamenti in piazza.

«Sabatini è il proprietario e mette i soldi, giustamente fa quello che vuole. Certe cose non sono ridicole solo se si vince, per fortuna noi vincevamo ». Insomma, quando sfiderà le Vu nere avrà qualcosa da dimostrare?

«Non ho rivalse, voglio solo riabbracciare gli amici e molto, da quanto leggo, è cambiato. La Virtus è stata importante per me e i tifosi mi mancheranno. Bologna resta la città migliore per un giocatore di basket».

 


 

Drejer: "Scusatemi, non ce la faccio più"
di Marco Martelli - La Repubblica - 25/04/2008

«Sono a Copenhagen, non sto facendo molto». La voce è spenta, sfibrata. Christian Drejer, l'ex Principe danese della Virtus, la novità fiammante del mercato 2005, quello del ritorno in A, il ragazzo che nell'ultima estate, ceduto a Roma, avrebbe voluto riscattarsi, non gioca più a basket. L'avrebbero salutato volentieri, i tifosi che furono ammaliati dalle sue movenze, rivedendolo dopodomani in città, attore fra i tanti di Virtus-Lottomatica. Ma da un mese, ormai, la sua vita è altro. Ha chiuso con la pallacanestro, a 26 anni ancora da compiere, piegato dai dolori alla caviglia sinistra, operata già quattro volte. Dopo l'ultima, a Bologna in dicembre, non ce l'ha più fatta. E ha detto basta. «E' stata dura - racconta al telefono -, ma dovevo farlo. Per me, per la mia salute, per la mia vita. Non è stato un problema di Bologna o di Roma, il fatto è che soffro da sei anni. Dopo quel folle infortunio a Florida, il mio piede non è più stato lo stesso. Ho provato di tutto, dagli specialisti alle iniezioni, dalle operazioni al giocare sul dolore. Nessuno trovava cos'era, io continuavo ad aver male, ed è difficile rimanere saldi quando tanti, nel frattempo, giudicano. E bocciano. Ora, dopo sei anni d'inferno, sono contento di esserne uscito. Ma la pallacanestro mi manca troppo».
Flashback doveroso. Novembre 2002, Gainesville, Florida. In allenamento, dopo un rimbalzo, a Drejer, ricadendo sul piede di un compagno, si gira la caviglia. Due giorni dopo, fasciato, il piede s'infetta: operazioni, cure, 15 chili persi in tre settimane inchiodato a letto. Di lì, non è stato più lo stesso. «Ha iniziato a giocare più preoccupato, con l'ansia. E oltre al problema fisico ha forse perso tenuta mentale», dice Allan Foss, da sempre il suo allenatore in Danimarca, passato più volte da Bologna nei due anni in Virtus. «Christian è una brava persona, ha personalità, è un grande atleta: forse ha avuto cattivi consigli, forse non è stato ben curato. Ora ha bisogno di riposare la testa».
«Da quel giorno non ho mai recuperato - riprende Drejer -. E sono cambiato come giocatore. Più esterno, più tiratore, mentre prima attaccavo sempre il ferro, andavo dentro per schiacciare. Già all'epoca, quando temetti di perdere il piede, pensai alla fine della carriera. Ma amavo troppo il basket, e ho sempre trovato situazioni stimolanti che potessero aiutarmi a risolvere il mio problema. Chissà, forse senza quell'infortunio non sarei mai tornato in Europa».
Sfinito da centinaia di controlli medici, Drejer non ha smesso di aver male. Il problema, una condropatia della caviglia, è assimilabile a quello di Van Basten, che si ritirò a 28 anni. Ai guai cartilaginei, Drejer univa poi un'escrescenza ossea, ora rimossa: eppure, il male è rimasto. «Nessuno m'ha mai saputo dire di cosa soffrissi. Ho fatto di tutto per continuare, soprattutto ad allenarmi: non è stato abbastanza». Tanti, qui e altrove, gli rinfacciavano una soglia del dolore infinitesimale: che il male fosse "di testa", più che "di fisico".
«Ma non è stata questa mancanza di fiducia a farmi smettere. Altrimenti, in estate, non sarei andato a Roma. Dopo essere stato al Barcellona, a Bologna non era facile: l'ultimo mese è stato il più esaltante della mia vita, ma solo perché si vinceva. Il resto, complicato. Ho scelto Roma e non vedevo soluzione migliore: amavo il coach, i compagni, la città, l'appartamento. Tutto. Ci ho provato, non ce l'ho fatta: e Repesa e Bodiroga m'han trattato in modo professionale, non da bimbo piccolo. No, non grido al destino: sono triste, perché la pallacanestro continuo ad amarla, e vorrei starci».
Così Foss, che è il ct della nazionale, gli ha ritagliato un ruolo nel programma federale, per sviluppare talenti giovanili. «Vorrei dare una mano a tutti i ragazzi danesi tra i 15 e i 20 anni. No, io non gioco, né voglio allenare, anche se non escludo che, insegnando ai giovani, mi venga voglia di farlo». Non tornerà. «Il dolore c'è ancora, lo sento pure adesso quando cammino. Non riesco a correre normalmente. E poi, per com'è messo il piede, so che un anno di stop non mi farà comunque abbastanza bene per giocare. Vorrei non escludere nulla: trovassi un dottore che mi dice "operati in questo modo e puoi rigiocare", mi opererei per la quinta volta e ci proverei. Anche se, dopo tante illusioni, sarebbe la cosa più difficile». Il suo ultimo canestro, la sua ultima volta sul parquet, rimarrà uno sbiadito golletto in contropiede, due contro due, in una gara strafinita contro Teramo. Assist di Ukic, appoggio al tabellone. Il viso triste, lo sguardo basso, le mani sulla vita. Zoppicava.