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Mauro Di Vincenzo
nato a: Bologna
il: 16/05/1952
Stagioni alla Virtus:
1982/83
statistiche individuali
L’ESCULAPIO DI VINCENZO
Di Peppino Cellini –
Superbasket – 06/01/83
L’avvocato patrono si
trova da tempo in stanchezza psico-fisica, è desideroso di trovare un
alter-ego che allievi il peso, il fardello della conduzione specie manuale,
di una “panchina” dai molti “cavalieri” bardati da luminescenti mostrine, ma
anche sempre più esigenti ed inclini alla ribellione per insoddisfazione ed
avvilimento. Ed è così che in tre anni, dopo il canto del cigno Driscoll, si avvicendano a questa panchina dalle nobili-chiappe, ben
altri quattro pretendenti:
Zuccheri e
Ranuzzi di estrazione casalinga (“nessuno è profeta in patria”); poi il
“Professore” per antonomasia,
Nikolic, uomo dai grandi carismi, dalla capacità sancita da mille e
mille vittorie, massima espressione di basket; quindi
George Bisacca, incolpevole avvocato italo-americano, persona colta,
simpatica, alla mano, appassionato d’arte e bellezze culturali, ma che il
basket dalla panchina non lo vedeva dal tempo dei pionieri del “West”. Ed è
subito mutazione.
La “panchina omicida”
è ora cavalcata da un giovane esculapio, poco più che trentenne, head-coach:
Mauro Di Vincenzo, quasi coetaneo dei magnifici sette atleti di valore
assoluto su cui la Sinudyne appoggia le ambizioni, e le giuste velleità
tricolori, per uno scudetto che vale dieci anni titolati, ovvero la “stella”
dell’inoppugnabile genealogia sancita. Alessandro Magno era condottiero a 18
anni, Napoleone generale a 24 anni, Gheddafi capo a 27, dunque precedenti se
ne sono stati, invero pochini in tanti secoli di storia, comunque Mauro è
cavaliere senza macchia e senza paura, cavalca la tigre da dalle sette teste
cosciente della sua improba impresa, tenta, questa è un’opportunità unica ed
irripetibile, una carta da giocare; il rischio semmai sarà imputabile alla
società bianconera che continua a fare ardite scelte con deprecabile
faciloneria mettendo in predicato anni di conduzione al limite della
perfezione.
Il giovane coach ha
idee chiare, davanti alle nostre perplessità, risponde con la sicurezza del
veterano, reputa la sua Sinudyne “una squadra completa”, ma vede anche con
spirito analitico invidiabile, alcuni errori passati individuati nelle
cessioni di
Valenti (prezioso play d’appoggio), ma soprattutto pone l’accento sul
carattere fondamentale dei
Caglieris,
Marquinho e
Cosic, che a suo dire erano elementi dalle caratteristiche portanti “per
una squadra giovane dagli eccessi di esuberanza, dalla volontà di strafare,
dall’anelito di emulazione sui più titolati compagni, una squadra a cui
manca un leader capace di gestire i giovani, il leader dei momenti gravi”.
Incalziamo ancora la duttilità della risposta di Mauro chiedendogli di quale
malpiccolo soffra
Marco Bonamico giocatore dalle capacità indubbie in campo nazionale ed
internazionale una stella della nazionale azzurra. “L’anno scorso – dice Di
Vincenzo – Marco ha fatto il suo miglior campionato, quest’anno invece per
il momento è al suo peggior campionato, ma confido molto presto di
recuperarlo appieno, di farlo tornare ai livelli dell’anno scorso”.
“Diceva
Peterson parlando di
Bonamico che la sua forza è il gas, la benzina che costantemente brucia,
i suoi ingredienti principali sono esuberanza e generosità; questi additivi
debbono però essere sapientemente dosati, perciò Marco deve affidarsi per
meglio gestirsi al coach psicologo, per meglio affinare le sue peculiarità
elettive, deve essere la sua una fiducia totale, a quel punto non solo
avremo il miglior
Bonamico, ma asserisco anche, senza falsa modestia, di sentirmi in
grado, ed all’altezza di questo oneroso impegno”. Mauro Di Vincenzo ha una
sicurezza disarmante, ha preparato mattone su mattone la sua consacrazione,
è giunto all’agognata meta, ora deve mettere la bandiera sul coperto della
casa, poi sarà bandiga (sul tutto compiuto in Emilia si usa fare un pranzo
alla morte), e… se fallisse? Male che vada la laurea se l’è presa, vorrà
dire che avremo un “medico-dentista” di più in Italia. Ma dopo Roma la
fiducia è d’obbligo.
I MIRACOLI DELLA MEDICINA
Di Gianfranco Civolani
– Superbasket – 20/01/83
La Sinudyne si rifà
sotto, la Sinudyne torna all’onor del mondo, la Sinudyne si ripropone degna
del suo rango e dunque di sé medesima.
Domanda: ma come mai
questo accade? La prima risposta è quella che conta? E allora via con la
prima risposta. Accade perché finalmente Porelli
si decide a mettere alla testa di questa grossa squadra un allenatore, punto
e basta.
E allora torno un
attimo indietro. La pomellata cioè la Bisaccata, per intenderci. Porellata
imperscrutabile e comunque riprovevole, non mi stancherò mai di ribadirlo. E
il bello è che un uomo capace come Porellone ne fa in questo caso una calda
e una fredda, mi prende cioè l’uomo che in questa squadra ci voleva (il
Brunamonti che fra l’altro consentisse a
Frederick di mitragliare senza riserve mentali) e al tempo stesso mi fa
la Bisaccata come pessimo scherzo di mezza estate. E d’altra parte pazienza,
mille cose belle per la Virtus Sinudyne ha fatto l’ingegnoso duce truce, ma
non in materia di allenatori e dico
Driscoll mollato per una questione di cinquanta lire (non proprio così,
ma ci siamo capiti) e dico altra gente issata sul trono con troppa
leggerezza e dico appunto quest’ultima storiella dei due avvocatori che
avrebbero dovuto far grande la gloriosa Vu nera del canestro.
Basta così, sarebbe di
cattivo gusto insistere oltre e allora vediamo come mai al comanda salga un
giovanotto che ha già discretamente imparato l’arte, che tra l’altro è
medico e conosce i miracoli che può fare la medicina, ed ecco che il
collettivo lievita ed ecco che giocatori funzionalissimi come
Fantin e
Generali tornano puntualmente a funzionare ed ecco che il sospirato
quarto posto finale (ovvero niente play-offs al primo turno) non è più
un’utopia.
Mauro Di Vincenzo,
facciamogli un minimo di identikit. È bolognese, ha trent’anni, è – dicevo –
laureato in medicina, ha una moglie biologa, è figlio di un parrucchiere per
signora e di una casalinga, ha una faccia da guappo di Forcella, ha come
cestista un passato assolutamente qualunque, ma in panca ha già tante gemme
alle spalle, per esempio titoli giovanili di una certa importanza,
un’irresistibile ascesa con la prima squadra di San Lazzaro (quattro
promozioni una dopo l’altra), un ottavo posto con la Fortitudo Alco in A-1 e
il nobile assistentato con
Aza Nikolic, una scelta che è un magnifico atto di umiltà e di coraggio,
una scelta che gli costa dieci milioni e che dunque lo impoverisce al tempo
stesso che probabilmente lo arricchisce sul piano culturale mille volte di
più.
Chi è Di Vincenzo,
supplemento di analisi. Adora lo sport all’aria aperta, pratica jogging e
squash e gli piace pure dar calci al pallone e insomma eliminare le tossine
quotidiane nel modo più diretto e banale. La sua filosofia cestistica si
ispira ad un certo
Nikolic trascendendo magari il raffronto e sublimandolo in una maggior
compiutezza e avvedutezza sul piano dei rapporti interpersonali. “Devo
ancora decidere – mi dice – se fare l’allenatore professionista o il medico.
Mi piacerebbe fare l’allenatore psicologo, ovvero l’allenatore
professionista che applica in concreto una specializzazione in psicologia
regolarmente conseguita. Sono infinitamente grato a
Nikolic per quel che mi ha consentito di
apprendere standogli appresso. Sono meno grato a
Bisacca, ma questo discorso lo fermo qui. Credo che con i giocatori il
rapporto debba sempre essere professionale. Io non sono il fratello maggiore
di nessuno e nemmeno lo zio giovane o l’amico dell’amico, io sono un
allenatore professionista che ha rapporti con giocatori professionisti, che
putacaso possono anche avere soltanto tre o quattro anni meno di me. Dovevo
voglio arrivare? Il più lontano possibile, mi sembra ovvio. Quando deciderò
se fare il coach oppure il medico? Un momento, fammi respirare un attimo”.
Un giovanotto che si
applica con compunzione e che spesso viene giù pari senza munirsi
dell’ombrello, un tipo che ha cultura classica e anche cultura di strada,
direi.
E chiudo con
Renatone Villalta. Giocatore completo o quasi. Fosse anche abile nelle
penetrazioni, sarebbe da primo quintetto europeo nei secoli dei secoli. Ma
difende come una belva e ha un tiro che spacca, quando non sfacchina troppo
nelle salmerie. E poi Renatone ha un cuore grande così, una disponibilità
umana veramente esemplare, un attaccamento ai colori sociali che gli vale
sempre e comunque un bacio in fronte e un’incidenza specifica (fateci caso:
se non marcia
Villalta, si va a due cilindri) sulla quale non tramonta mai il sole.
Renatone Villalta torna a far squillare la fanfare e già questa è una
notizia che fa buon sangue. Ma ce n’è un’altra che mi rimbalza addosso,
questa. Oso augelli riferirmi che Porellone l’anno prossimo farà un po’ di
purghe e sento dire che fra i corrigendi non ci sarà Renatone e dunque ecco
che in attesa di cose più palpabili già possiamo abbracciare qualcosa, una
rigogliosa bandiera razza Piave che resiste a tutti i fortunali, una
bandiera che non si piegò ieri di fronte alle calunnie dei dementi e che non
si piega oggi davanti alle ombre lunghe di un tricolore che appare e
dispare. Possono essere anche questi i miracoli di una medicina ben
prescritta.

Di Vincenzo dà istruzioni a Rolle
TANTO DI CAPPELLO DOTTOR DI VINCENZO
Di Paolo Viberti – Superbasket – 21/04/1983
Devo scrivere di Mauro Di Vincenzo, ex
carneade della panchina e ora assurto ai vertici. Ho sbagliato verbo:
ricominciamo. Volevo scrivere di Mauro Di Vincenzo,
ex carneade eccetera. L'idea mi alletta, perché è uno di quei personaggi che
ti stuzzica attimo dopo attimo: con lui diventa inevitabile svicolare dal
fenomeno basket per andare a parare chissà dove, attraverso i campi più
esoterici dello scibile. Sotto questo punto di vista, non mi lamenterò mai e
mio lavoro; mi sembra ingiusto farlo, mi pare un affronto verso chi è
costretto ad attendere ad occupazioni che non si è scelto, per lo più
vittima d una consuetudine e di una monotonia senza barlumi di speranza.
Sono un privilegiato, anche se mi ritrovo alle due di notte del giorno di
Pasqua su un'autostrada, unitamente al direttore di
questo settimanale, ad un collega milanese che inventa battute ad ogni piè
sospinto e al “tenore” Alberto Petazzi di Trieste. Pur dovendo lavorare
anche il giorno di Pasqua, dunque, pur essendo obbligato a tornare a notte
fonda da Pesaro a Torino per giungere in tempo all'appuntamento… lavorativo
del giorno di Pasquetta, continuo ad amare questo mestiere perché ti
costringe a pensare, perché ti offre la possibilità di scommettere mille
volte in un sol giorno. E la scommessa che mi esalta maggiormente è quella
che riguarda i personaggi di questo mestiere, gli uomini dello sport, i
protagonisti (nel mio caso…) della pallacanestro. Ho un vizio: non mi
accontento mai di indagare sul fatto sportivo in sé. Mi interessa anche
l'uomo, cosa sta dietro le sue scelte, cosa può mai giustificare le sue
prese di posizione. Ed ecco che alle canoniche domande “chi vincerà?”, “chi
farai giocare nel quintetto base?”, “qual è il punto debole degli
avversari?”, “come si può arginare il loro contropiede?”, a tutto ciò,
dicevo, si aggiunge inevitabilmente tutto il resto, magari formulato
sottovoce, quasi sempre a taccuino chiuso e a penna capsulata.
Rieccomi a Di Vincenzo: conosco Mauro da
parecchio tempo (parecchio almeno per me, neofita...), dai primi mesi di
attività sulla panchina della Fortitudo (allora I&B). Conoscenza casuale,
curiosità mia di interpellare una volta tanto l'allenatore in prima persona
e non sempre il general manager, l'amicone Renzo Angori. Viene fuori il
doppio Di Vincenzo: l’uomo che era laureando in medicina, lo sportivo
allenatore di basket. La cosa mi stuzzica: confesso di non aver mai
sopportato l'unilateralità di molti, troppi personaggi dello sport. Mi va
bene il trasporto totale per la causa sportiva, ammetto il parossismo
gestuale e verbale di tanti addetti ai lavori, ma non tollero la mancanza di
prospettiva la testardaggine di chi si preclude qualsiasi altra fonte di
interesse. Ecco dunque il dottor Di Vincenzo; non fu certo quell’appellativo
di “dottore” ad affascinarmi (quale titolo è maggiormente inflazionato nella
nostra penisola?...) ma la sua capacità dialettica di punzecchiare il mondo
qua e là, con saltelli verbali dai substrati eterogenei. Prime telefonate,
prime promesse sul tipo “Ho sentito parlare di te: perché non ci vediamo
personalmente un giorno?”. Solite cose, insomma, ma
con vera schiettezza. A far da tramite alle mie conservazioni cestistiche e
non con Di Vincenzo fu per un certo periodo la moglie Claudia. Il marito
occupava quasi tutta la giornata tra allenamento e università e a me
petulante non restava che la voce dispiaciuta di Claudia: “Ti chiedo scusa,
sei davvero sfortunato, ma Mauro non è in casa. Riprova più tardi…”. Più
tardi, per me e per gli orari del mio giornale, era inevitabilmente… troppo
tardi, cosicché i colloqui e le ipotetiche interviste si dissolvevano nel
nulla. Passarono giorni, mesi forse. Di Vincenzo valicò il confine
petroniano, passando alla sponda Virtus. Con la Sinudyne, però, il suo ruolo
veniva ridimensionato ad assistant-coach. La correttezza (oltre che il
dovere giornalistico) mi imponeva di telefonare al professor Nikolic, capo… spedizione dei bolognesi di Porelli. E Di Vincenzo passò in secondo piano.
La mia colpa fu di perderlo di vista cosicché
quest’anno, alla vigilia dello spareggio di Cantù con la Ford valido per
l'ingresso in semifinale, una nuova telefonata del sottoscritto a Mauro con
finalità… cestistiche si tramutò dopo pochi minuti in un racconto reciproco
dei tempi andati. Dei suoi come dei miei. E il buon Di Vincenzo mi si
restituì in tutta la sua poliedricità, magari una poliedricità un po'
sfortunata. Raggiunta la laurea in medicina, guadagnato il posto di coach in
una società gloriosa come la Virtus, Di Vincenzo ha avuto guai familiari:
strade diverse per lui e per Claudia, separazione con umano dispiacere, con
qualche umanissimo dramma, con straumana dignità. Dico questo perché non è
sempre facile capire cosa sta dietro l'operato di un uomo conosciuto. Di
Vincenzo ha saputo superare lo stress.di una brillante carriera
universitaria e di uno spiacevole incidente affettivo con il basket,
affermandosi come tecnico preparato e raddrizzando quest'anno una situazione
davvero critica dopo la dipartita (dall'Italia) del discutibile Bisacca. Mi sono permesso di importunare la
vita privata di Mauro perché conosco la sua dignità e le sue capacità
reattive, perché a lui come ad un suo giocatore non importa davvero nulla
del becerume imperante sugli spalti.
Rischierei di diventare partigiano affrontando
il problema del futuro i Vincenzo: ammetto che nel decisivo e triplice
scontro con la Ford il tecnico bolognese possa aver commesso qualche
ingenuità, ma non riesco a sottoscrivere le voci di chi mi anticipa sin
d'ora l’inevitabile avvicendamento di Mauro sulla panchina della Sinudyne.
Odio i robot e per questo preferisco l'eclettico Martini al quasi burbero Porelli, ma mi rendo conto che il potere
decisionale è in mano all'avvocato. Detto questo, non mi resta che augurare
a Mauro di essere (e di restare a lungo…) nelle grazie del boss virtussino.
Rilevare una squadra rognosa come la Sinudyne dopo l'era-Bisacca,
con giocatori totalmente demotivati, e far rinascere la “verve” agonistica è
da pochi. Soprattutto se l'impresa viene compiuta da un condottiero ancora
“in fieri”, da un presunto paladino che non può assolutamente far fulcro sul
proprio carisma. Di Vincenzo ha rigenerato la Sinudyne solo con la propria
preparazione e il proprio impegno. Anche se la medicina gli rubava preziose
ore di tranquillità, anche se le difficoltà affettive non lo restituivano
certamente integro dal punto di vista dello stato d'animo degli allenamenti.
C'è riuscito lo stesso: tanto dica cappello. Ma i denigratori non
mancheranno di certo e il buon Mauro lo sa: chi vive di solo basket potrebbe
stupirsene…
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