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Mario De Sisti

nato a: Ferrara

il: 03/04/1941

 

Stagioni alla Virtus: 1968/69

 

statistiche individuali

 

 

De Sisti, il globetrotter dei canestri

Il Resto del Carlino/Ferrara - 22/06/2009

 

Trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Trasformare una passione in un'onorata carriera. Mantra da prontuario motivazionale? Forse. Di sicuro, però, c'è un ferrarese che è riuscito a tradurli in realtà. Impossibile calcolare i chilometri di parquet che ha calpestato, le miniere di talenti che ha scovato, le promozioni che si è sudato. Stesso discorso per le trasferte - tante, lunghe, via via più faticose -, le porte sbattute in faccia, i sassolini accumulati nelle scarpe. Unico dato certo: quarantasette anni di vita consacrati al basket. Quasi mezzo secolo di dedizione incrollabile che a Mario De Sisti, classe 1941, ha scavato il volto, temprato il carattere - «il caratteraccio», corregge lui - e insegnato a far quadrare i conti tra ragione e istinto, disciplina e capricci della palla a spicchi. Monumento del basket italiano, icona di quello europeo, presenza fissa negli almanacchi di pallacanestro. è rimbalzato tra le panchine di mezzo mondo, ma il suo centro di gravita è rimasto Ferrara. «è qui che ho cominciato: era il 1961 e allenavo le ragazze della Standa. Tra loro c'era anche Umberta Pareschi: insieme a Burchi, Disarò e Pavani, è stata una delle quattro atlete che ho portato alla convocazione in Nazionale». Giocavate al palazzetto di Porta Catena? «Sì e lo riempivamo! Con un seguito di mille persone a partita, in quattro anni siamo passati dalla B alla A. La pallacanestro, a Ferrara, nasceva in quegli anni». Anche quella maschile? «Sì. Barco, Buontemponi, San Benedetto furono fucine di campioni. Con Frabetti, Piccinini, Mosca, Magnoni nel ruolo di pionieri. Giocavamo per pomeriggi interminabili e io non ero granché! Grazie a Padre Caneparo cresceva anche la 4Torri, simbolo di una pallacanestro che non esiste più e che ha sfornato figure come Sebastiani, Vezzani, Giari, Antico». Sembra di sentire la formazione Albertosi, Burgnich, Facchetti... in «Italia-Germania 4-3». Un po' di nostalgia? «La nostra generazione ha vissuto la crisi economica, ma avevamo voglia di emergere. A quei tempi anche allenarsi era complicato, perché non c'era una società trainante com'è oggi il Basket Club. Solo con la Mangiaebevi, negli anni Ottanta, le cose sono cambiate». Fin qui l'avanguardia ferrarese. Poi lei ha preso altri lidi. «I progressi della 4Torri ho continuato a seguirli da lontano, perché i sedici anni successivi li ho passati in giro per i club di serie A. A quel periodo lego alcuni dei momenti per me più esaltanti, dalle cinque promozioni in A1 e in A2 alla Coppa Korac, conquistata con la Virtus Roma davanti a quindicimila spettatori. Negli ultimi secondi della partita, quando ho visto una marea montante venire verso di me per portarmi in trionfo, sono scappato. Mi chiedevo: 'Sono riuscito a fare tutto questo?' e piangevo». Più tiepide le esperienze all'estero? «Lavorare nella Federazione Internazionale Basket mi ha fatto conoscere tante culture, ma anche molta ipocrisia». Ad esempio? «A Teheran, le donne hanno posti riservati sugli autobus, non possono bere alcolici e devono indossare il burqa. Ma alle feste private si presentano in minigonna e si ubriacano. In Arabia, poi, non c'è nessuna forma di svago per i giovani. Almeno fino al confine con il Qatar, dove si trova di tutto. Per non parlare di ciò che ho visto nella Repubblica Centroafricana. Seguivo l'Under 21: ragazzi pieni di talento che, al secondo allenamento, hanno vomitato per la fame. Se avessero qualcosa da mettere sotto i denti, gli sportivi africani non avrebbero rivali». La distanza culturale la sentiva solo lei? Com'è stato accolto in realtà così diverse dall'Italia? «Quando un gruppo di giocatori capisce che sei lì per insegnare qualcosa, ti accetta con piacere. Se poi arrivano anche i risultati, il distacco è azzerato. E nel 2005, ai Giochi Africani di Algeri, arrivammo quarti. Tra i miei ragazzi c'era anche Sato». Poi è atterrato in Sud America. E trascuriamo la parentesi elvetica. Ma è esattamente ciò che voleva? Anche questa seconda vita di tecnico-globetrotter? «C'è stato un periodo in cui prendevo un aereo al giorno e la Fiba vorrebbe che continuassi a tenere conferenze e clinic. Ma i viaggi iniziano a pesarmi. Comunque, ho avuto la fortuna di fare ciò che mi piaceva, di trovarmi al posto giusto al momento giusto. Da bambino volevo seguire le orme di mio padre, per dieci anni preparatore atletico della Spal. Poi, però, frequentando l'Isef di Bologna, ho scoperto il basket e ne sono rimasto folgorato». Il suo futuro alla 4Torri? «Lo sto valutando con il presidente Moretti. Oggi, intorno al basket, c'è un grande fermento. Noi abbiamo dieci allenatori e quasi duecento ragazzini, dei quali uno convocato in Under 17 e due nella selezione regionale. Risultati eccezionali, per il primo anno di attività. E il mio sogno è quello di rafforzare i diversi gruppi creando un vivaio. Sarebbe un salto di qualità e potrebbe beneficiarne anche il Basket Club. Ma con loro non c'è collaborazione e questo mi da un po' fastidio». A proposito di diplomazia: che tipo di allenatore è? «Di contrasti ne ho avuti, sia con gli atleti che con i presidenti, e in qualche caso mi sono costati la panchina. So di avere un caratteraccio, ma sto imparando ad amare i miei ragazzi. Specie quelli del 1996, disciplinati e intelligenti, non a caso tra i primi quattro gruppi in regione». Torniamo al Basket Club. La stagione ha avuto risvolti anche aspri, dalla questione del PalaSegest alle voci allarmate sui progetti della dirigenza. Il suo parere? «Tanto di cappello alla Carife, che sta facendo molto per il nostro sport. Però non so se Ferrara sia pronta a mantenersi a questi livelli. Non ci sono industrie, né mecenati e gli sponsor andrebbero cercati fuori. Purtroppo scontiamo uno scarso livello di cultura sportiva». A cosa si riferisce? «Spesso, alla 4Torri, i giocatori disertano gli allenamenti perché i loro insegnanti considerano lo sport marginale e li massacrano di compiti. È un pregiudizio diffuso. Lo dimostra il fatto che nessuno dei candidati alle amministrative si è speso a proposito del palasport. Invece Ferrara ha bisogno di un contenitore che ospiti anche eventi internazionali, dalla pallavolo al tennis indoor». Insomma, ora che è stanco di viaggiare, lo sport mondiale lo vorrebbe a domicilio. (Ride) «Beh, se resterò di più a Ferrara, dovrà farsene una ragione soprattutto mia moglie. Che un giorno, all'aeroporto, rivedendomi dopo quattro mesi, per prima cosa mi domandò: 'Quando riparti?'...».

 

Presenza fissa negli almanacchi di pallacanestro, Mario De Sisti è rimbalzato tra le panchine di mezzo mondo ma il suo centro di gravita è rimasto Ferrara, la sua città natale dove nel 1961 ha cominciato allenando le ragazze della Standa. Quindi il basket maschile e il salto in serie A dove ha trascorso 16 anni per poi passare agli incarichi della Federazione Internazionale

 

Nome storico ed icona della pallacanestro italiana, soprattutto a livello giovanile dove vanta la scoperta di tantissimi talenti, a distanza di anni, è ancora nel cuore dei tifosi romani, per aver portato la Virtus, ad una vittoria insperata nella Coppa Korac del 1986. è stato inoltre, tecnico di sei squadre di Serie A1. è così che wikipedia traccia il profilo di Mario De Sisti prima di elencare le varie tappe della carriera e il Palmerès dell'allenatore, nato a Ferrara il 3 aprile 1941.