Storia, trionfi e
scherzi di Davison, il nuovo americano della Virtus
di Marco Martelli- La Repubblica - 09/08/2004
Per lui, la vita è un
divertimento. Poi sì, c’è il basket, il suo lavoro, ma sempre col sorriso
sulle labbra. Bennett Davison, anni 29 a novembre, sotto statura per l’Nba,
ma con la taglia giusta per l’Europa, cercherà di portare, oltre alle sue
gambe, anche serenità, a questa nuova Virtus. Da Napoli, dov’è stato gli
ultimi due anni, lo raccontano così: sorridente e piacevole. E dagli Stati
Uniti pure, se è vero che le sue gag vengono ancora ricordate dai suoi ex
compagni ad Arizona. Basta prendere in mano la preziosa Media Guide dei
Wildcats, anno accademico 1996-1997, e scorrere i profili, fino al «Qualcosa
che, a ripensarci, vi fa ancora ridere»: lì parlano tutti di lui, e giù a
raccontare di quella volta in cui, all’aeroporto di Eugene, Oregon, Bennett
si fece un giro sulla pedana mobile dei bagagli, abbarbicato a quattro
valigie. Un tipo travolgente, il tipico ragazzo al limite del buffone, ma
per indole spensierata, non per altro. «Ma il peggiore era Jason Terry»,
dice Davison della sua ex point guard, passata l’altro giorno da Atlanta a
Dallas. «E poi, tutti eravamo casinisti».Un gruppo di casinisti che, però,
aveva il vizio di giocar bene a pallacanestro. Nel suo anno da junior
(1997), Bennett era la cerniera difensiva di quel quintetto che arrivò fino
in fondo al torneo Ncaa: con lui, per la cronaca e per la storia, Mike Bibby,
Miles Simon, Michael Dickerson ed Aj Bramlett. Davison mieteva vittime
dietro, iniziando da Keith Van Horn, tenuto a un punto negli ultimi 19’ di
un match di stagione regolare. Poi, nel torneo, iniziato con la grande paura
di South Alabama, piegata ribaltando un -10 a 7’ dalla fine, Davison mise in
fila Raef LaFrentz nelle Sweet 16, Austin Croshere nella finale del Regional
e Antawn Jamison nell’indimenticabile semifinale delle sei triple di Bibby,
allora freshman, che piegarono North Carolina. Arizona, con Miles Simon Mvp,
vinse il titolo due sere dopo, contro Kentucky: ed è quel momento, ancora
oggi, che Davison ricorda come il migliore dell’anno. Mica la vittoria,
però. Alla sirena, con le telecamere ad indugiare sulla panchina, Davison si
tuffò verso il coach, Lute Olson, titolare dell’acconciatura più ordinata e
immobile della storia della Ncaa. Per la prima volta, quella sera, fu
totalmente spettinato. L’opera, ovviamente, di quel mattacchione di Davison.
Ma il personaggio folcloristico, sul parquet, lasciava e lascia spazio al
giocatore di basket, quello che ama schiacciare su rimbalzo offensivo, e
ancora meglio se a rimorchio del contropiede, «perché non mi vede nessuno».
Lo vedevano fin troppo bene, invece, nei primi mesi europei, anno 1998, con
il Galatasaray, in Turchia. Una stagione difficile, senza giocare molto, ma
anche un’esperienza particolare fuori dal campo, senza vivere le
tradizionali feste americane, ma nemmeno le decorazioni natalizie per le vie
di Istanbul. Dopo quella stagione, Bennett volò a Melbourne, Australia,
prima di mettere piede, stabilmente, in Europa. Anche per un fatto
economico: «Le leghe minori sono le leghe dei sognatori, quelli che puntano
alla Nba: io ho amici che alla fine sono rimasti in Cba per cinque anni,
guadagnando 150 mila dollari in tutto. E quando hanno visto che in Europa
puoi guadagnarne 100 mila in una stagione, si sono chiesti che cosa ci
facevano ancora lì».Per Davison, a Bologna, andrà
pure meglio. Guadagnerà 230 mila euro, e ci manterrà benone la famiglia: la
splendida Jenny, conosciuta sui banchi dello Junior College a West Valley, e
la piccola Maja, nata poco meno di due anni fa. Un giorno, a fine carriera,
andranno tutti a vivere a Sacramento, in California, dove un anno fa hanno
comprato casa. Per ora, la sua carriera scorre qui, in Europa, passando
dalla megalopoli Istanbul alla piccola Novo mesto in Slovenia, poi da Napoli
per Bologna. Col sorriso, quello sempre, stampato in viso.