Lo fischieranno. Entrerà
in campo e guarderanno solo lui, non Brunamonti
o Binelli,
Wennington o Morandotti. Capita. D'altra
parte è il primo serbo che torna a giocare in Croazia, dopo la guerra e gli
odii: sia pure con la maglia di un club italiano, quello che gli passa un
miliardo l'anno, anche per superare esami come questo. Fischieranno Predrag
Danilovic detto Sasha, questa sera al Palasport di Zagabria, dove la Knorr
gioca contro il Cibona, alle otto, la sua prima partita di campionato
europeo. Ma i fischi, da soli, non fanno male: sono tappezzeria sonora
consueta, ovunque rimbalzi un pallone, e la gente individui un nemico, anche
solo per quaranta minuti di basket. Quelli di stasera saranno più tesi:
Danilovic era il giocatore in sboccio della nazionale di un paese sparito
(la Jugoslavia) ed ora non ha più una nazionale (la Serbia sotto embargo) e solo una patria ad ingaggio,
Bologna. Ora, semplicemente, per questa gente è un serbo venuto a giocare in
Croazia. La partita vera sarà dunque capire se a Danilovic, detto anche
Nikita perché ha la lucida freddezza del killer (di canestri, si intende),
salteranno per questo testa e nervi; se due giorni in un paese
improvvisamente straniero, dove il suo ex-compagno
Djordjevic, ora alla Philips, non ha rimesso piede per prudenza, riescono a
scavare nei pensieri di un ragazzo che ha tutto del campione, ma ha pure i
suoi ventidue anni chiazzati d'acne, sotto una barba rada per sembrare più
duro e dimenticare un'infanzia difficile: nato a Sarajevo, passato a
Belgrado, squalificato per un'irregolarità di tesseramento, vissuto per un
anno in America, a imparare quel basket dove dovrà tornare, da
professionista. I due giorni sono cominciati ieri. No, erano cominciati
prima, quando la
Knorr si chiedeva se fosse giusto o no portarlo, e lui rispondeva con la
baldanza dell'età: sicuro che vengo, non ho paura di nessuno, io. Ma ieri
alle tre, quando il charterino a venti posti è atterrato, alle spalle della
cautela della società, già rassicurata dal consolato, e della disinvolta
indifferenza di Sasha, c'erano due guardie del corpo. Non solo dieci
giocatori, tre tecnici, due dirigenti, un medico e un massaggiatore, ma
anche due giovanotti muscolosi e discreti che parevano in gita premio:
perché erano facce usate, ragazzi che tutte le domeniche si vedono nel
servizio d'ordine al Palasport di Bologna, dove danno la caccia ai
lanciatori di monetine. "Sei tranquillo perché ci sono loro, Sasha?". "No,
sono tranquillo e basta", ha sorriso lui, che un po' deve imporsele, queste
cose, visto che torvo lo è sempre, anche quando fa 30 punti e la curva
bolognese, che ha ritrovato uno da amare, uno come Sugar Richardson, canta il suo nome,
ottenendone al massimo un cenno del capo. Il copione da recitare, che
stasera gli imporrà la massima umiltà, quando lo speaker croato chiamerà il
suo nome serbo, era del resto già stampato. Aeroporto, ieri. Fila con gli
altri, passaporto in mano, visti già apposti in Italia: uno sguardo della
poliziotta in guardiola, un timbro. Uno come tutti. In aeroporto, gran
viavai di caschi blu dell'Onu, ma sembrava che neppure lo conoscessero, quel
piccolo di diplomazia sportiva, annegato in un paese con ben altri pensieri,
che non mostra vistose ferite di guerra, ma presenta una rarefazione di
traffico insolito, malata, per una capitale, sia pure piccola e recente.
Così in albergo. Danilovic chiede di Ivo Nakic, che giocava con lui l'anno
scorso nel Partizan, quando vinsero il campionato d'Europa. E se ne va poi
all'allenamento, dove arriveranno giornalisti croati e al microfono della
radio croata, che gli aveva chiesto da prima l'appuntamento, dirà la cosa
più scontata. "Ok, sono qui, ma parliamo solo di sport. Anche stasera.
Giochiamola a basket".
'ODIOSO Sì MA
VINCO SEMPRE IO'
Di Walter Fuochi – La
Repubblica – 30/05/1994
Adesso che ha vinto, in
due stagioni, il secondo scudetto, e che a 24 anni la sente come una storia
un po' difficile da ripetere per tutti, e se ne inorgoglisce, è diventato
anche più scorrevole parlargli, smontare la sua faccia scontrosa e
diffidente, farsi raccontare canestri e dintorni. Il tavolino all’aperto è
al bar più "in" della città, sotto il portico delle boutiques. A Sasha
Danilovic, ragazzo di Sarajevo ricco e famoso (e pure bello, dicono le
signorine), piace così. Macchina da 200 milioni, come quella del presidente,
Harley Davidson, vita da califfo. "Ho i soldi per comprarmi quel che sognavo
quando vivevo a Belgrado. Guadagno molto, spendo abbastanza: ma i sacrifici
li ho fatti io, cosa interessa alla gente?". Bologna curiosa, quella che ti
conta i soldi in tasca e ha in garage le stesse Harley e Bmw pagate da papà,
ha pazziato fino a mezzanotte, coi bandieroni e le trombe. Sasha e
Coldebella erano in negozio a spostare scatoloni: aprono oggi "Playground",
vicino al palasport, scarpe e magliette da basket, ci si riverserà tutto il
popolo dei campetti. Scudetto e affari in due giorni: verrà anche Carlton
Myers, era un avversario, non un nemico. Dicono che Sasha è antipatico.
Poche parole, sorrisi storti. "Che v'importa del mio carattere? Devo
giocare, non esservi amico". è scorza, aggiunge, per arginare l’invadenza. Più che un
misantropo, un indurito dalla vita. Via da casa a 15 anni, da Sarajevo a
Belgrado, per secondare la vocazione del basket. Squalificato per due anni,
perché non si poteva. A 16 in America: "Un anno schifoso, a Nashville. High
school, famiglia, studio, basket. Però utile". A 17 in prima squadra col
Partizan e in Nazionale. E dopo, guai veri, non di sport. Una famiglia in
guerra: metà a Sarajevo, metà a Belgrado. "Un mese prima che scoppiasse
tutto, e si capiva che arrivava il finimondo, portai i genitori con me, a
Belgrado. Ma mia madre aveva lasciato un fratello a Sarajevo, serbo di
Bosnia nel quartiere musulmano, la casa a pezzi. Volle tornarci, ospitarlo a
casa mia, stargli vicino. Sono stati 7 mesi terribili, ora il peggio è
passato: li sento quasi ogni giorno, mando loro soldi. Ma quella guerra è
davvero assurda. Lo so, tutto il mondo odia i serbi, ma per fare una guerra
si deve essere in due. O in tre, come in Bosnia". Antipatico, ma generoso.
Poteva starsene ingessato due mesi, con la caviglia rotta, nella Buckler che
rischiava di buttar via la stagione, perché
Levingston era scappato col mal di schiena e voleva lo stesso il suo
milione di dollari. Invece Sasha spinse per rientrare, provocando liti fra
medici e un’etichetta di "stregone" al suo dottore e amico, Stanislav
Peharec, non ancora mandata giù. Giocare col dolore, pensare alle partite di
oggi e non ai dollari di domani l’ha avvicinato alla gente: il rinnovo del
contratto è stato quasi un furor di popolo. Tra Nba e Bologna, farà il terzo
anno qui. Golden State può attendere, ma forse Danilovic è già dei Phoenix
Suns: quelli che lo torchiarono all’Open di Monaco, per vedere di che pasta
era ed, evidentemente, apprezzarono. "Per l’America non sarei pronto
fisicamente: devo far pesi, ingrossarmi, in estate sgobberò. Tecnicamente mi
sento a posto, e la testa l’ho dura. Credo che, se anche andasse male
subito, farei come Drazen Petrovic: fallito a Portland, si riprese tutto a
New York, con la volontà. Ma se dovessi giocare due minuti a partita, fare
lo spettatore in panchina, tornerei indietro". Adesso che i soldi di Bologna
sono 800.000 dollari l’anno, non scorda i debiti. "Debbo questo a un
allenatore, Dusko Vusojevic. Mi prese al Partizan, mi mandò in America, mi
impose a Belgrado, dove ho vinto tutto: scudetto, Euroclub, Korac, Europei
con la Nazionale. Si viveva insieme, tutti i giocatori. E si guadagnava bene, per là. Ma
quasi nulla rispetto a qui. Si vinceva e vincere resta il massimo. Dopo
vengono i soldi. Molto dopo". Gli manca la Nazionale. L’ultima Jugoslavia fu quella che vinse gli Europei di Roma '91.
L’inizio della catastrofe, quando una telefonata del suo governo escluse
Zdovc, lo sloveno, dalla finale. "In squadra eravamo uniti, talvolta Aza
Petrovic o Arapovic facevano discorsi strani, stupidi, sulla Croazia, ma con
Kukoc e Radja andava bene. Badavamo a giocare, la politica non c’entrava.
Peccato non aver più una nazionale, ho invidiato la Croazia quando ha
fatto i Giochi di Barcellona, solo perché ha avuto più diplomazia di noi. Mi
sarebbe piaciuto giocarci contro. Non per odio, ma per misurarci, sul campo,
come sempre. Io, Divac,
Paspalj, Djordjevic,
Savic contro Petrovic, Kukoc, Radja,
Komazec, Tabak. Bello, no? Com’era bello il nostro campionato. Soldi
pochi, tanta rabbia. Perdevo e stavo nero 4-5 giorni. Ma la pressione è più
alta qui. Non per i tifosi o la stampa. La vera pressione sono i soldi.
Perdi una partita, e tutti perdono soldi, lo sponsor, il club, l’Euroclub
che non si fa, gli incassi mancati. Quello si sente. Ma io vinco, per
fortuna".
DANILOVIC, UN GIGANTE SUL DERBY
di Andrea Tosi - La Gazzetta dello Sport -
22/11/1997
Predrag Danilovic, in arte Sasha, campione della Kinder, entra nel derby di
Bologna in punta di piedi. Non parla mai alla vigilia di questa sfida: non
è una novita', lo faceva anche nel suo primo periodo
virtussino. Ma da allora, Sasha in campo è cambiato,
diventando, se possibile, ancora più forte. E ce lo
facciamo raccontare da chi gli sta vicino, in palestra e in campo. Ettore Messina ha allenato il Danilovic
giovanissimo. "Aveva 22 anni, era alla prima stagione del suo ciclo di tre
scudetti, era anche la sua prima esperienza fuori dalla Jugoslavia - ricorda
il coach -. Allora come adesso non è cambiato nella
voglia di vincere e di prepararsi per vincere. Dal punto di vista tecnico,
prima era quasi esclusivamente una macchina da punto, il nostro terminale
offensivo; adesso, invece, come tutti i grandi campioni sa quando deve
preoccuparsi prima dei compagni che di se stesso. L'esperienza gli ha
insegnato molto. Tornando a Bologna ha fatto una scelta coraggiosa, sentiva
di avere il carattere e la serenità per riuscire
nella sfida. Ha impiegato poco a riadattarsi al gioco europeo, subito si
è riappropriato del suo ruolo di leader naturale.
è migliorato in
difesa, e può marcare quattro avversari diversi, dal
play all'ala forte; spesso prende l'uomo più
difficile. Concordo con un telecronista che lo ha paragonato a Larry Bird,
nel senso che prende tutto quello che l'avversario gli concede". Sandro Abbio ha vissuto con Danilovic l'ultimo
scudetto. "Il Sasha attuale è molto meglio di quello
che ricordavo io. Nessuno può fermarlo nell'uno
contro uno. La sua visione di gioco e l'abilità di
passaggio, pur non essendo un play, sono notevoli.
è bravo ad attirare
i raddoppi scaricando sul compagno libero. In attacco non forza quasi nulla,
non cerca più di fare i 30-35 punti di una volta, il
suo ruolo di uomo-squadra lo coinvolge molto. Nella Nba ha imparato a
sopportare e accettare le botte senza perdere la serenità.
Per questo è grande quando vuole giocare anche
infortunato". Zoran Savic stravede per il suo
connazionale. "Danilovic è tornato dalla Nba più
maturo mentalmente e più forte fisicamente. Sa esser
decisivo anche quando gioca male perché fa sempre la
cosa giusta al momento giusto. Sasha conosce la pallacanestro, non
è sorprendente vederlo oggi difendere forte perché
lo faceva anche da giovane.
è un giocatore
totale, che esalta il nostro gioco di squadra". Anche per questo Danilovic
stellare c'è però da superare
l'esame del derby, una partita diventata negli ultimi due anni dominio
assoluto della Fortitudo, che vanta una striscia aperta di 7 successi (5-0
l'anno scorso). "è
il campo a dire che entriamo in questo derby da favoriti - dice Messina - ma
il loro potenziale tecnico è talmente grande che in
una partita secca può ribaltare ogni situazione. Lo
spettro dei 7 k.o. potrà pesare se ci faremo assalire
dall'ansia di rivincita. Tuttavia non credo che commetteremo l'errore di
aggredirli, cercheremo di avere pazienza e di fare, insieme, quello che fa
Danilovic: prendere quello che la Fortitudo ci concederà.
Non uso pose, ma francamente vivo questa vigilia con molto distacco perché
l'ultimo mio derby risale all'aprile del '90. Sentivo più
quelli del settore giovanile. Male che vada perderemo, ma saremo sempre
primi in classifica". Anche Abbioe Savic(a parole)
sono tranquilli. "Ci danno tutti per favoriti ma nei derby quello che
è successo fino a ieri non conta più
- sostiene l'azzurro -. Ciò che conta invece
è l'assetto di squadra e l'intesa coi compagni nei
40'. Noi ce l'abbiamo e siamo consapevoli della nostra forza. Vogliamo
inoltre riscattare le sconfitte di ieri". Chiude il rigenerato Zoran: "Ho
cambiato ruolo, diverso dallo scorso anno. Gioco più
lontano da canestro e, quando sono solo, tiro. A 31 anni mi sto costruendo
una carriera da ala. E sotto le cure del prof.
Grandi sono diventato anche più tonico. Il derby?
è importante per le
tifoserie, i media, il prestigio delle società ma non
per la classifica. A Bologna li ho persi tutti ma a Salonicco col Paok ne ho
vinti 12 su 13 contro l'Aris.
è una gara
particolare, nella quale non esiste pronostico".
Danilovic, da una Coppa all’altra
"io non so perdere? che idiozia"
di
Andrea Tosi - La Gazzetta dello Sport
– 05/02/1998
In attesa di ritornare
in campo per l'ininfluente turno di Eurolega, stasera al PalaMalaguti di
Casalecchio (lo sponsor dell'impianto e’stato presentato ieri) e’di scena il
Racing Parigi di Bozo Maljkovic, la Virtus risponde a Giorgio Seragnoli. Il
patron della Fortitudo aveva definito Sasha Danilovic un "bad loser", cioé
uno che non sa perdere avendo il serbo snobbato nelle interviste il
k.o. di coppa Italia. "Mi meraviglia - ironizza coach Messina - che il proprietario inventatosi
psicoterapeuta, capace di scuotere la Fortitudo regalando dischi, non abbia
saputo cogliere nelle parole di Sasha il suo grande senso di responsabilitànell'attrarre su di se’i postumi della sconfitta scaricando questo
peso ai compagni". Il bomber serbo è più
ficcante. "A 18 anni avevo già vinto 5 titoli
- sottolinea l'ex Heat -, all'epoca ero un ragazzo e potevo dire delle
stupidaggini. Ma adesso io e anche quel signore (Seragnoli, n.d.r.) abbiamo
superato la fase della pubertà. Dall'89 fino a oggi
ho sempre conquistato qualcosa di importante nella mia carriera, perciò
conosco il valore della vittoria e i sacrifici che ci sono dietro.
Parlando con la stampa, ho espresso un giudizio personale: per me la coppa
Italia è il traguardo minore rispetto a scudetto ed
Eurolega. Ma non per questo ho voluto minimizzare il successo della
Fortitudo e la gioia della sua gente. Anzi, a fine gara sono stato il primo
a entrare nello spogliatoio avversario per congratularmi con Myers e Wilkins.
In quei tre giorni loro sono stati più forti.
Aggiungo che mai ho parlato male dei giocatori, della società
e dei tifosi della Fortitudo, non mi faccio gli affari degli altri.
Perciò chiunque dica che non so perdere
è un idiota completo. Ripeto: chiunque. Niente nomi
specifici...". In effetti, Danilovic si guarda bene dal citare direttamente
l'accusa di Seragnoli. Tornando all'Eurolega, stasera la Kinder riporta nei
dieci Ricky Morandotti. "Il fatto che la
Kinder abbia fallito come Taugres, Barcellona, Panathinaikos e Olympiakos le
finali delle Coppe nazionali non mi consola - dice
Messina-. In questo caso, aver compagno al duol
non scema la pena ma la accentua, perché da noi ha
vinto una pretendente allo scudetto, invece in Spagna e in Grecia hanno
fatto il colpo squadre senza ambizioni. Abbiamo bisogno di una buona gara
per smaltire la delusione, anche se adesso il nostro obiettivo immediato
e’il campionato".
Danilovic, mister vittoria
di Walter Fuochi - La
Repubblica – 25/04/1998
Se la mezza città che ha
vinto la Coppa imita oggi Massimino, il compianto, folclorico presidente del
Catania, è tutta colpa sua. Fu Sasha Danilovic a rispolverare quello
sgangherato "Io può", che adesso, dopo l’Europa conquistata, rimbalza dalle
ramblas di Barcellona ai portici di San Luca come la parola d’ordine della
città bianconera. "Noi può", stava scritto sugli striscioni del Sant Jordi.
"Io può", ha ripetuto Danilovic tornando a casa, la notte, sul charter di
quelli stanchi ma felici. "Sono vuoto, mi fa bene solo pensare che è finita
e sono felice perché, più invecchi, più apprezzi certe conquiste, sapendo
che potresti non averne più". Sarà che il più caro amico di Bologna, da un
po’, è Stefano Bonaga, il filosofo sfinito d’amore per Alba Parietti,
lettore e divulgatore di lettere di Seneca, ma non pare proprio Danilovic,
questo crepuscolare pensatore delle umani sorte. Lui, il ragazzaccio delle
grandi energie e dei soverchi disprezzi, l’Antipatico senza paura sul campo,
che alla fine della partita sfoggiava un sigaro smargiasso, alle interviste,
come si vede nei film americani, a missione compiuta, o come aspira Michael
Jordan, quando vince a Chicago. No, sull’aereo c’era quest’altro Danilovic,
pacato, riflessivo. "Avevo vinto questa coppa nel ‘92, col Partizan, la
squadra di casa mia. Avevo 22 anni, quasi non me ne accorsi. Eravamo
ragazzi, fu soprattutto un gioco. Ma non una sorpresa. Non eravamo favoriti
allora, ma quando giochi una finale giochi sempre per vincerla. Certo,
stavolta c’era più pressione, cinquemila splendidi tifosi che ci chiedevano
questa Coppa ed è stato bello vincerla per loro. Ma è stata una gioia
soprattutto per me: quando invecchi, apprezzi di più". Vecchio a 28 anni
sembra una bestemmia, ma quando hai vinto tanto, e soprattutto sbranato
finali internazionali, prendendone 7 su 8 in carriera (unica persa: contro
il Dream Team ad Atlanta), puoi pure cominciare a pensare che siano più i
canestri fatti di quelli da fare. "Certo, eravamo favoriti. Ma una finale
non è mai scontata. E anche se abbiamo dominato la stagione, quella che ha
vinto non era più la squadra progettata in estate per non temere nessuno. Amaechi se n’era andato, Papanikolau non era
mai arrivato: ci siamo ritrovati un po’più deboli e
allora, penso, un po’più bravi. La coppa l’ho
sentita vicina prima dei derby con la Teamsystem. Ne parlavo con Savic: passiamo qui e andiamo fino in fondo.
è
stato così. La Teamsystem era come noi, fortissima. Anche più di noi". Danilovic ha così
rilucidato la storia di un binomio, con la Virtus, limpido da
leggere come una linea retta. Bologna aveva sempre vinto finché c’era stato
lui: tre scudetti a fila. Poi mai più vinto, quando Sasha aveva provato
l’America. Ha rivinto, subito, quand’è tornato. Lo amano, a Bologna, e
spesso lo sopportano, lo dice anche lui di avere un caratteraccio, perché
stipula di queste polizze. Care, certo. Prende tre miliardi e mezzo, più di
Baggio e più di tutti i cestisti d’Italia, ma riaverlo fu, per il presidente Cazzola, pure un’operazione d’immagine. L’anno
precedente era stato avvilente: solo una Coppa Italia, la fede dei tifosi
avvilita da mille delusioni, e soprattutto da 5 derby persi su 5, roba che a
Bologna è peggio che smarrire il biglietto vincente della lotteria.
Danilovic ha ripagato, con la prima Coppa dei Campioni della Virtus. L’hanno
festeggiato a Barcellona, l’hanno aspettato all’aeroporto Marconi, alle 4
del mattino. In città s’erano appena spenti i caroselli. Quasi tutti
festosi, pochi stupidi. Spaccare le vetrine del Fortitudo Point, il negozio
della fazione rivale, era solo stato stupido. Ma c’è gente incapace di
essere felice anche per una coppa aspettata da una vita. Invece di gioire,
che poi si diventa vecchi...
Danilovic, show e rissa Solo
Treviso va alla bella
di Walter Fuochi - La
Repubblica – 29/04/1998
Quarantasette punti di
Danilovic. Poi, alla fine, qualcuno dei suoi irridenti marameo: che non
piacciono alla gente, e ancor meno piacciono a Caja che, uscendo, gli sbatte
contro, petto contro petto, rimbalza via e, mentre Sasha tira dritto fino al
tunnel, sotto una pioggia di contumelie, cartacce e peggio, trova Messina
che, col dito alzato, gli dice di non farlo più. Poi, nel sottopassaggio,
incontro ravvicinato con un ragazzotto che prova a tirargli una testata:
colpendolo sul petto, per ovvie questioni di centimetri. La Kinder passa
così in semifinale, dove troverà Varese che ha vinto a Rimini: e i quadretti
agrodolci del finale verranno magari ricordati più d’una partita mostruosa
del suo asso, che vale alla Kinder mezza qualificazione, e anche di più, e a
lui il record di bottino personale da quando è in Italia. Danilovic ha
segnato 26 punti nel primo tempo e 21 nel secondo. Ha infilato 8 bombe su 13
tentate, 8 tiri su 10 da due, 7 liberi su 7 e aggiunto 7 rimbalzi e 3
assist. A Roma che mille volte ha rialzato la testa, orgogliosamente,
inseguendo una partita sempre in passivo (tranne un iniziale 13-9), ha dato
sempre lui il colpo che la faceva indietreggiare. Altro veleno è scorso poi
in sala stampa, dove uno scurissimo Messina ha accusato Roma di vittimismo,
"e se Danilovic ha risposto con 47 punti a gente che lo insulta tutta la
partita e a uno striscione che lo chiamava zingaro, se è uscito vincitore da
questo campo dove solo Obradovic accettava il suo gioco, ne sono contento.
Roma è l’unico campo d’Italia dove vengo sputato e preso di mira, e nessuno
ha avuto il buon gusto di farci i complimenti per una coppa che mancava in
Italia da dieci anni". Non è sembrata neanche una partita della Kinder: tiro
a segno in attacco, esaltato da quel Danilovic, difesa meno ruvida del
solito e soprattutto distrazioni a metà campo, sulle quali il razzo Busca
partiva in contropiede. Pure lui aveva 16 punti alla pausa, ma nessuno che
lo seguiva. La Kinder la metteva sul fisico, pur senza Savic, seduto con la
caviglia inservibile e con mezzo Sconochini.
Contro Sasha, peraltro poco assistito da
Rigaudeau (molto invece da Abbio, 15 punti
con 5/6, di cui tre bombe), Caja tentava tutto: zone d’ogni tipo, uomo,
difese miste. Nulla da fare, poteva segnare bendato. Sasha pare placarsi nel
secondo tempo, ma sono solo 8 minuti, in cui sbaglia 5 tiri e non è più
l’incubo dei quattromila, eccitati pure dalla presenza di Zeman, Totti,
Paulo Sergio e Di Biagio. Quando riattacca, e Roma è appena arrivata a un
punto (50-49), è però micidiale: stiverà, in 12’, altri 21 punti. Roma
galleggia indietro, costringe Messina a usare
i 4 piccoli e un lungo per volta, perché hanno tutti
4 falli, con la rinascita di Ambrassa sfiora
il sogno. Sul 75-78 Obradovic perde palla in entrata e, dopo un fallo di
Busca, Rigaudeau timbra dalla lunetta l’80- 75, a 1’20’’. Poi, tanto per
farsi odiare un po’di più, Danilovic l’83.
Non parlate solo di me e portate
rispetto a Wilkins
di Walter Fuochi - La
Repubblica – 01/06/1998
E della Kinder la
squadra a rinfrescare una doppietta che al basket italiano mancava dall’87,
11 anni fa: campionato e Coppa dei Campioni. "Ma sì, sono un leader - ha
esalato con gli ultimi fiati in spogliatoio Sasha il terribile, che per
incrudelirsi s’è pure tatuato un ragno velenoso sul bicipite -, o lo sono
quando occorre. Ma senza squadra, tutta, non saremmo mai arrivati qui.
è stata meravigliosa. Della
Fortitudo non ho nulla da dire, parlo solo di Wilkins: sento brutte cose
intorno a lui, portategli rispetto, lui è un mito, certe cose dovrebbero
essere proibite". Del mito, aveva raccontato di averlo avuto appeso in
poster nella stanzetta da letto a Belgrado, da ragazzo: ieri sera ha giocato
malissimo, il vecchio Nique, ma Sasha, dal superattico dei grandi, non lo
lasciava toccare. E anzi, quando diceva "io ho vinto tutto e qualcosa l’ho
vinta più d’una volta" spediva un messaggio all’altra anima della Fortitudo,
che invece ama meno, quel Carlton Myers che gli si è opposto con estrema
energia, che forse, faccia a faccia, l’ha anche battuto, ma che non era mai,
né ieri né giovedì, sui pedali per lo sprint decisivo. Myers che non vince
mai: solo una Coppa Italia, quest’anno, che non sazierà spese e ambizioni
del colosso Fortitudo adorato e arricchito dal suo patron Seragnoli. Myers
che, dopo una partita vinta di questa serie infinita di finali, aveva
sibilato: "Il migliore? L’hanno premiato questa sera", alludendo alla Polo
Cup di miglior giocatore dell’anno che Sasha aveva avuto all’intervallo.
Danilovic l’aveva subito cercato: in campo potevano darsi di tutto, fuori
dirsi niente, lo sapesse Carlton. Ieri sotto, sotto il pullman, si son dati
la mano. Bello. "Ho passato dieci giorni terribili - ha continuato Sasha -,
ero dimagrito, non dormivo, faticavo a camminare, sentivo questa pressione
pazzesca. E non stavo bene, per niente. Stasera si mangia, finalmente, e si
mangia gratis, al ristorante di Brunamonti".
La notte di Sasha è così scivolata via verso la gioia, notte fratturata in
due nella Bologna che aveva appena goduto e sofferto quei cinque derby cui è
voluta l’appendice d’un supplementare, per assegnare lo scudetto. Sono stati
dieci quest’anno, spesso furibondi, sei ne ha vinti la Virtus, quattro la
Fortitudo, che fece festa solo per la Coppa Italia. "Ma io - parla ancora
Danilovic -, quando dissi allora che non me ne poteva fregare di meno, non
volevo svilire la conquista altrui, ma dire che mi pagavano, e bene, per
campionato e Coppa dei Campioni. Che sono arrivate". Sono arrivate e il più
felice, saltellante sulla balaustra del suo palasport, era il presidente Alfredo Cazzola, che questa squadra l’aveva
ricostruita pezzo a pezzo, richiamando Messina dalla nazionale, stanziando
12 miliardi di stipendi (esattamente come il dirimpettaio Seragnoli). Cazzolal’ha dedicata
ieri sera a una madre "che m’ha tirato su insegnandomi a lavorare duro e a
sacrificarmi e cui ora voglio pensare con grande affetto".
Cazzola, il vecchio ragazzo della Bolognina, il
quartiere popolare da cui spiccò il volo per il Motor Show, poi per il
Salone di Torino, adesso per nuovi progetti a Napoli e al Lingotto, nonché
per una leadership nella Lega Basket da cui avviare la modernizzazione di
uno sport "in cui gli imprenditori vengono solo torchiati": Cazzolaha vinto e ha
tenuto a dire che viene dal poco, che alla testa della nobile e coronata
Virtus che ha tenuto alla sete, ancora, la rampante Fortitudo, c’è uno che
non aveva niente e oggi ha tutto, anche la felicità di uno scudetto nel
quale pareva, a pochi secondi dalla fine, perfino folle credere.
PAROLA DI AMBASCIATORE
Bianconero n. 15/anno 2 -
ottobre 1998 (tratto al libro "Slavi d'Italia, trionfi e misteri" di Marco
Valenza)
è stato scritto che Danilovic
riterrebbe Alfredo Cazzola una sorta di fratello maggiore: "Non esageriamo:
Cazzola mi ha fatto diventare ricco, ma anch'io credo d'aver fatto qualcosa
per lui. In 4 anni in cui mi ha pagato, ho vinto 4 scudetti. Lo rispetto,
gli sono grato per i soldi che mi ha dato, ma credo anche che, se non ci
fosse stato lui, qualcun altro mi avrebbe dato molti soldi per giocare a
basket e vincere. Piuttosto, il mio rispetto per l'uomo Cazzola nasce da un'alatra
cosa, dal fatto che si è costruito da zero, un autentico impero. Mi piace
questo, io faccio un altro lavoro ma in un certo senso mi riconosco: è un
duro che usa metodi spicci, a volte suona come un difetto, ma i risultati lo
premiano".
Si diceva dell'Nba. Al momento
di firmare per i Miami Heat si fecero vivi dall'Olympiakos e dal
Panathinaikos. Per un momento, Sasha ebbe il dubbio: poi Miami rilanciò,
facendo un'offerta migliore e scattò il biglietto di sola andata. A Miami
prese una casa a Key Biscane, il quartiere migliore dove in cui vivere,
un'isola collegata alla città da un ponte a pedaggio, il quartiere dei
ricchi. Quando non c'erano partite, dopo le quattro ore di allenamento del
mattino, andava a casa a mangiare poi al mare; la sera usciva con degli
amici serbi. Una vita "passabile" per quasi due milioni di dollari all'anno.
Per sua fortuna trovò sul suo cammino Pat Riley. Se avesse trovato un medio
allenatore della Nba sarebbe stato peggio.
"Riley non mi ha regalato
niente e, come tutti gli allenatori, ti usa finché gli sei utile, poi ti
butta via. Però è un grande personaggio e con lui si lavora. Non vai in
campo perché sei binaco o perché sei un tiratore o semplicemente perché sei
il migliore giocatore d'Europa. Giochi se te lo meriti. Se non te lo meriti
ti caccia via. E poi probabilmente il fatto di aver lavorato tanti anni a
Los Angeles lo ha fatto diventare un grande motivatore":
Alla prima partita nella Nba,
l'esordio assoluto, Sasha non si è limitato a segnare 16 punti, ma è anche
stato espulso a cinque minuti dalla fine per una rissa con Chris Mills, che
gli ha procurato una squalifica ed altri 12 punti, ma di sutura, sul mento.
"Su un mio taglio sotto canestro mi ha messo il gomito sulla faccia per non
farmi passare. Quando ti capita una cosa del genere hai due possibilità: o
gli dai un pugno in testa, o subisci e ti prepari ad essere trattato così
per gli altri 3-4 anni che pensi di passare nella Nba. Io oprati per la
prima strada. E per due anni nessuno mi ha fatto nulla del genere".
Lo Zar
di Gianfranco Civolani
Quella sensazione di fisiologica sgradevolezza, subito a pelle. Lo vedo per
la prima volta incrociare i ferri con la Virtus in una doppia sfida di
Coppeuropa. Sicuramente gli esteti sono più conquistati dalla raffinata
eleganza dell'altro Sasha (Djordjevic) e invece io sono come rapito da quel
satanasso che usa la scimitarra e che serra i pugni con tutti e contro
tutti. Per esempio baruffa con Coldebella (che diventerà poi suo amicone) e
mi pare insomma che vada contropelo con il mondo intero. Ma al momento del
dunque lui risolve la faccenda, la Virtus resta al palo e chiaramente mi
viene da pensare che un fringuello così in Virtus sarebbe quasi il massimo.
Non passa poi tanto ed ecco il fringuellone con la V nera sul petto. Ho il
sospetto - lo ripeto - che non sia tanto amabile e accostabile, la sua
perenne mutria (e dico questo perché viene ad abitare nel palazzo attiguo a
casa mia) è tutta un programma. E infatti. Organizziamo al giornale un
incontro con Sasha e con la sua procuratrice Mira Polio. Parte una mia
domanda che definirei abbastanza innocua e sicuramente non provocatoria.
Caro Sasha, ti pesa l'eredità di Sugar Richardson? Mira si infuoca. Se lei
fa altre domande del genere, noi ci alziamo e ce ne andiamo. E meno male che
invece lui non mette lingua e per il resto del colloquio si presta, mai
regalando un mezzo sorriso, ma rispondendo con garbo e professionalità.
Bene, chi se ne frega se non è un allegrone. Purché poi sul campo faccia gli
sfracelli che dovrebbe. E in effetti sul campo non ce n'è per nessuno. Com'è
con i compagni? Abbastanza potabile, mi dicono. Com'è con i tifosi? Talvolta
regala anche quel mezzo sorriso, evviva. Com'è con la stampa? Lui
chiarissimamente i giornalisti non li ama e anzi. Però non fa le boccacce e
insomma si comporta come può anche comportarsi un tipo ispido e burbero e
comunque molto introverso e solitario. Fosse angelico com'è Brunamonti, mi
sussurra qualcuno. Ma poi perché Caino dovrebbe farsi Abele? Ma attenzione:
dico Caino per comodità di immagine e invece dovrei anch'io fare un po' di
pubblica abiura, perché per esempio lo incrocio un giorno sì e un giorno no
e lui mi fa anche un mezzo saluto e ringraziare. Io non ho occasione dì
intervistarlo, ma ho occasione di ammirarlo massimamente e di imparare a
memoria la sua storia, la storia di un ragazzino che comincia a giocare a
basket piuttosto tardi, che con la perseveranza impara i primi rudimenti e
che a Belgrado subito si fa valere alla grandissima. Serbo dì Bosnia, si
definisce lui, e io fingo di capire e non capisco l'accostamento. Ma sono
solidale con lui quando in Croazia lo riempiono di sanguinosi insulti perché
la cattivissima Serbia è in guerra contro la soave Croazia e magari non è
affatto vero che i cattivi stiano da una sola parte, ma in genere i
commentatori politici ci raccontano questo e quello e non abbiamo tanti
elementi per separare il grano dal loglio. Com'è Sasha in campo? Il suo
primo passo è incontenibile, il suo tiro è una bellezza. Ma soprattutto la
grinta, la rabbia, la cattiveria, l'odio sportivo contro l'avversario dì
turno, un odio che peraltro non sconfina mai nella ribalderia o nella
scorrettezza spicciola. Tre anni diVirtus, un negozio messo su insieme
all'ex nemico (ma per un attimo solo) Coldebella e poi la partenza per gli
Usa perché l'Nba chiama e può un fringuellone di venticinque anni dare un
calcio ai supermiliardi e alla supergloria? Il fringuellone a Bologna viveva
senza mai trasmodare. Mi dicono che da ragazzo non avesse che pochi dinari
da spendere. A Bologna veste in modo sobrio, gira con un paio di belle auto,
vive con la sua donna, non dà confidenza a nessuno e quando peraltro se ne
va alla volta dei cieli chiari della Florida (a Miami, per giocare con gli
Heat) tutta Bologna lo omaggia e lo saluta. Una giovane fan gli dedica pure
un libro e quella sera che da Morandotti c'è festa, Sasha se la ride beato,
incredibile ma vero. Qualcuno ogni tanto mi chiede di ricordare i più grandi
stranieri Vìrtus del passato remoto e prossimo. E io per forza di cose
elenco sempre gli stessi, Cosic e Mc Millian e Richardson e Driscoll e Swagerty e via cantando. E mai potrò dimenticare il serbo di Bosnia che
venne, vide e vinse e stravinse. Una Coppa dei Campioni e quattro scudetti
Virtus - tre consecutivi - portano la firma a caratteri d'oro di quel
fringuellone che non ama propriamente il prossimo e che farebbe a pezzi i
giornalisti e che ha sulla pelle cuciti certi tormenti adolescenziali e che
comunque qui in Virtus fu tanto grande. No, dì più, tantissimo e
grandissimo.
il tiro da 4 punti in foto
"Danilovic è stato il giocatore più complesso
che ho allenato nella mia carriera: è un giocatore che mi ha frequentemente
messo alla prova. Proprio per la pressione che lui metteva su compagni e
allenatori, dopo averla messa su sé stesso. Per intenderci, lui non è stato
un Maradona; lui è sempre stato uno che ha dimostrato con i fatti perché
pretendeva così tanto da quelli che gli stavano vicino. Il problema è stato
quando, con il passare degli anni, questo iniziava a diventargli sempre più
difficile. E man mano che questo diventava difficile cresceva l'intolleranza
verso chi non gli dimostrava di saper stare ad alto livello, di saper stare
al suo livello".
Ettore Messina
- da "Dialogo sul Team" di E. Messina e M. Bergami.
Sasha, l'ultimo canestro
di
Franco Montorro
-
Settembre 1991, al palazzo dello sport di Piazza Azzarita si gioca un torneo
precampionato. Con la Virtus Knorr il Partizan Belgrado, nel quale il
collega Roberto Martini mi indica un giocatore: "Ti risulta che la
Virtus
sia interessata a quel Danilovic?". Non risultava, e chissà se
all’epoca era vero, però pochi mesi dopo quel magrolino incolore era
campione d'Europa e la Virtus, da lui ferita nei playoff di coppa, se lo
prendeva a Bologna. Nessuno avrebbe immaginato che stava arrivando il più
straordinario campione nella storia delle Vu Nere, anche se i segnali
premonitori non tardarono ad arrivare soprattutto in un playoff vinto 7-0.
Il resto è leggenda, storia, cronaca e anche fantascienza che i quotidiani e
gli altri media hanno già ampiamente rinfrescato e irrobustito la settimana
passata. Forse il punto più oscuro della storia rimane il suo autore, l'uomo
e il giocatore dal momento che è difficile separarli. Danilovic cestista non
sarebbe diventato il campione che è stato senza il suo atteggiamento di
carica contro tuttie tutto. Atteggiamento, perché abbiamo qualche
sospetto e molte prove che Sasha si obbligasse a recitare una parte e a
viverla convinto che fosse la realtà oppure divertendosi. Ad esempio nel
classico rapporto "andante mosso" con qualche giornalista, che lui motivava
con l'insofferenza a rispondere sempre alle stesse domande sulle stesse
cose. Salvo poi ribadire che di basket lui ne capiva più di qualsiasi
cronista. Ma a differenza di altri giocatori di minor successo che si sono
aperti solo dopo aver cominciato ad annotare qualcosa nella casella
"vittorie", Sasha ha sempre avuto comunque momenti di confessione e
disponibilità. Magari bastava essere fortunati o pazienti. Una sera, dopo
una partita di Eurolega, disse di no a un nostro redattore che gli chiedeva
un appuntamento a suo comodo. Era già un palasport mezzo deserto, Sasha sali
in macchina e sgommò via. Poche centinaia di metri più avanti, sulla strada,
c'erano altri due giornalisti di Superbasket, ignari di tutto. Sasha li
vide, bloccò la macchina, fece inversione e una mezza rotonda in senso
contrario, abbasso il finestrino e... "Dov’è il vostro collega? Se
lo trovate, ditegli che ci vediamo in sala stampa per fissare
l'appuntamento". L’indomani parlò per ore. Con me fece altrettanto una
sera, a una cena nella quale conquistò a tal punto Gianni Morandi da
convincerlo a invitarlo, insieme a Lucio Dalla, in una trasmissione Tv poi
ricordata da tutti con piacere. Quella volta di basket si parlò poco e forse
questo è un altro dei segreti di Danilovic, che la pallacanestro
probabilmente la considerava come uno o più sentimenti propri, difficili da
spiegare o da condividere con altri. Quella sera mi sembrò anche un po'
timido, quella volta mi nacque l'idea del Sasha attore ed ebbi pero la
conferma di quale fosse il suo carburante: "lo voglio vincere, qualsiasi
cosa sia. La vittoria é sempre la stessa, per me: un titolo NBA vale quanto
un'amichevole, una partita o la vinci o la perdi".
-
L’uomo stanco che ha annunciato il suo ritiro dalla pallacanestro giocata
dice di aver deciso in mezza giornata. C'è da credergli e non c'è da pensare
che la spinta decisiva gliel'abbia data la prospettiva di guadagnare di
meno, visto che con un gesto alla Larrv Bird ha comunque rinunciato a un bel
pacco di milioni (di dollari). Forse non c’è da pensare proprio niente e
nemmeno stupirsi, Danilovic era stanco e ormai svogliato. Con il senno di
poi, assume un altro significato la pur sorprendente dichiarazione che mi
fece Sasha a Sydney, nel suo perfetto italiano e con l'ottima padronanza di
verbi e vocaboli della nostra lingua che tutti conoscono e che non genera
mai dubbi di interpretazione. Dopo aver dichiarato il famoso scetticismo
sulla sua permanenza a Bologna (ai Giochi fece però riferimento all'importo
del contratto), parlando della sua Jugoslavia mi disse: "Rompe farti un
mazzo così per tre mesi per poi arrivare secondo... E' una cosa che hai
dentro, c’è poco da fare, dai. Ti alleni e ti sbatti con la consapevolezza
che puoi vincere solo per arrivare al secondo posto. Che scatole partire per
arrivare secondo". Con la nuova Kinder non sarebbe partito con quella
consapevolezza, tutt'altro, ma anzi con il gusto di una nuova sfida finale.
Gusto che evidentemente non poteva compensare più quello più amaro del calo
del desiderio cestistico. Perché ho appena scritto che non c'è da pensare né
da stupirsi, tanto ovvia dovrebbe essere la ragione dell'ultimo "tiro" di
Sasha, immediato e spiazzante come erano quelli sul campo. Inutile chiedersi
ancora un perché, quando lo stesso Sasha lo ha spiegato immediatamente:
"Nonce la faccio più". Non ce la faceva, non ne
aveva più voglia, gli faceva male (un male anche, se non soprattutto,
fisico) allenarsi e giocare con intensità, non gli sarebbe piaciuto, gli
avrebbe fatto male (un male, anche se non soprattutto, emotivo) giocare a un
livello più basso. Non giocherà più e questo forse spiazzerà più lui che noi
all'annuncio. Auguri, per aver avuto un coraggio che molti giocatori non
hanno: Crescere e trasformarsi, lasciare anche senza avere molte idee su
cosa fare dopo, come quelli che non si decidono a staccarsi da una mammella
anche senza quasi più latte perché temono di non saper cercare e trovare una
latteria, nella vita da ex cestisti.
-
Domani, domani... Non c'è ancora un domani, perché è ancora allo stato di
progetto sia il futuro di Danilovic senza il basket che quello della Kinder
senza di lui Torna in un'altra Jugoslavia e lo fa in un momento cruciale per
una nazione che lui ha sempre amato e impersonificato. La caduta di
Milosevic apre una nuova epoca, che non sarà né facile né incruenta per chi
era da una parte o dall'altra. In questi casi, pochi pilastri e poche
certezze aiutano a traghettare verso il cambiamento migliore; Danilovic
potrebbe diventare uno di questi punti di riferimento ed essere una coperta
calda per molti, compresa la sua famiglia. L’unica certezza proiettata sugli
anni a venire, tornando al basket, è che quello che ha fatto Danilovic in
Italia resterà impresso come epocale. Sì, mentre la cronaca si trasforma in
storia, e già sicuro che Sasha è stato uno dei personaggi simbolo di un'era.
Di più, uno che un'epoca l'ha scritta e una realtà l'ha trasformata. Insieme
a lui pochi altri, restando nel campo degli stranieri: Morse negli anni '70,
McAdoo, D'Antoni, Wright e Oscar nel decennio successivo. Sasha, solo lui,
negli anni '90.
-
Il campione sconfitto dall'uomo stanco lascia dopo un ultimo, inatteso
omaggio. Sta abbandonando la sala stampa del PalaMalaguti, qualcuno dei
giornalisti che hanno intervistato per l'ultima volta il giocatore Danilovic
gli chiede di firmare il pass di accesso riservato ai cronisti.
In silenzio,
lo imitano due, tre, tutti come in un rito di massa. Sasha comprende capisce
che quel gesto inconsueto da parte dei giornalisti è come l'ultimo applauso
dei tifosi: "Non mi aspettavo una cosa del genere", mormora "ma
non immaginate quanto mi faccia piacere... Davvero, un grandissimo piacere".
Reciproco, diremmo.
Danilovic, il più grande
di
Carlo Cavicchi
-
Alle 21,30 di un apparente banalissimo mercoledì di ottobre su Basket City è
calata la notte. Il più amato e il più odiato di una città cestisticamente
divisa, ha detto basta. All'improvviso, come un colpo al cuore che ti porta
via una persona importante senza darti il tempo di capacitartene. Bologna,
senza Daniiovic non sarà più la stessa cosa. La città delle due torri è
adesso orfana di un bersaglio da colpire o di un'icona da adorare.
-
Già mezz'ora dopo il suo addio, brusco come i suoi modi, veloce come i suoi
assalti a canestro, sotto i portici si discuteva se fosse stato il più
grande straniero mai paracadutato in città sottintendendo, ovviamente, il
più grande arrivato in Italia. Lo è stato. Per le sue cifre, per il suo
impatto sulle gare, per la sua leadership su compagni e avversari, per il
suo modo feroce di affrontare le partite e spesso ucciderle.
-
Non è mai stato uno da trentelli a catena. Segnava sempre una ventina di
punti, ma attento a centellinare i suoi tiri. Spesso concentrando i canestri
quando servivano a girare un incontro oppure a chiuderlo. il resto era
cinema, e lui non ha mai badato al cinema. Ne segnò 47 una volta, a Roma,
quando rispose a suo modo agli insulti volgari del tifoso Gianni lppoliti
tristemente amplificati dalla diretta televisiva. Ne fece quattro, ma tutti
insieme, per togliere l'ennesima illusione alla più forte Fortitudo di
sempre, quella di Rivers e Wilkins. Era il contraltare tutto sostanza allo
spumeggiante Myers dell'altra sponda. Le sue frasi col contagocce:
"quando quello lì avrà vinto la metà della metà di quello che io ho già
vinto almeno un paio di volte", oppure il celeberrimo "io può" sono
scolpite nella memoria di un città che non lo potrà mai dimenticare come
idolo o come insopportabile nemico.
-
La Kinder di oggi è zeppa di campioni e forse sarà anche più facile da
gestire per il suo pur navigatissimo allenatore. Ma quello sprovveduto che
proverà a dire che sarà un vantaggio aver perso lo Zar perché lo
spogliatoio, perché le rotazioni, perché, perché, è meglio che parli
d'altro. lì furore agonistico del serbo, la sua lettura delle partite, la
sua capacità di capire in un attimo il metro di fischiata degli arbitri, il
suo tiro infallibile all'ultimo minuto, sulla sirena, nei tempi
supplementari, appartengono a un linguaggio del basket che è più dono divino
che grande applicazione.
-
La sera dell'annuncio pubblico più di tutti piangeva Roberto Brunamonti, una
fontana di quasi due metri che il basket lo aveva vissuto da campionissimo,
simbolo assoluto dell’Italia più talentuosa e più riservata. Lui, che con i
più grandi ha sempre giocato alla pari, capiva che cosa il movimento nel suo
complesso si perdeva per sempre. Nel pomeriggio aveva fatto di tutto per
fargli cambiare idea e non c'era riuscito. Brunamonti, il vincente per
eccellenza, si sentiva il più sconfitto di tutti.
-
Oggi tutti i giocatori sono un poco più poveri, soprattutto quelli più bravi
che fino a ieri potevano cercare la sfida ed esaltarsi nel confronto. Quando
giocheranno benissimo, quando saranno i dominatori del parquet, avranno
sempre il loro fantasma sulla spalla: facile, adesso, senza Danilovic. E
sarà un piccolo dramma.
-
Avrà anche fatto bene a smettere di giocare, ma per il basket quello di
Danilovic è stato un sgambetto vigliacco. A soli trent'anni, poi, e di
mercoledì.
Addio, siamo stati magnifici
di
Walter Fuochi
«Ragazzi, non ce la faccio più. Sono stanco. Smetto». Sasha Danilovic alza
le braccia al cielo per l’ultima volta davanti al suo pubblico, e chiede che
lo lasci parlare, perché quello interrompe coi vecchi, cari cori, e ci crede
a stento che non lo vedrà più sfrecciare col 5 bianconero su questo campo di
Casalecchio. Si sapeva che razza di serata sarebbe stata questa, il tam tam
dei portici l’aveva battuta nel pomeriggio, la notizia, di bocca in bocca, e
la rete locale l’aveva data nel tg, prima che s’alzasse il sipario di quest’ultima
notte.
Ma lo stesso, al PalaMalaguti, nella sera d’addio di Danilovic, e quasi non
più di presentazione della nuova Kinder, la commozione correva a ondate.
Lui, Sasha, maglione e jeans, era entrato per ultimo sulla lunga passerella
illuminata, dopo che la squadra era sfilata in ordine di numero inverso (dal
20 Jaric in giù) e mancava solo lui, il 5, l’ultimo. «Da due ore Danilovic
non è più un giocatore», annunciava invece Madrigali, ed eccolo lì, Sasha,
gli occhi lucidi, e l’usata spietatezza addolcita, quasi sfumata sulle
tempie ingrigite.
«Buonasera, vi ringrazio molto — ha esordito — . Ci sarebbe tanto da dire,
ma non c’è tempo. Vi prego di ascoltarmi». E zittiva i cori, «Sasha sempre
numero uno», «Sempre con noi». «Non ho preso questa decisione in 5 minuti.
Ci sto pensando da un po’. Sono diventato uno dei presidenti del Partizan
Belgrado e questa è stata l’ultima spintina. Ma non ce la facevo più. Sono
stanco e basta. Voglio che non vi arrabbiate con me. Siete stati magnifici
in questi 67 anni, ma neanche noi, come squadra, siamo stati male. Vorrei
ringraziare una persona più di tutti, Roberto
Brunamonti. Non ero riuscito a
dirgli, quando smise, quanto piacere avevo avuto a giocare con lui. Glielo
dico adesso. E’ l’uomo che più ama la Virtus. Ed è un mio amico».
Un lungo applauso, la promessa di Madrigali di offrirgli un contratto in
bianco ove ci ripensasse («mi conoscete, non capiterà mai»), e mentre in
scena entrava Dalla, per le canzoni, per dirgli d’essere il suo vero padre,
per rivendicare che «un re non abdica, emigra», usciva lui, a dettare in
sala stampa altre parole tristi e quiete. «La scelta è mia e della società,
l’ho comunicata martedì sera, ma prima delle 9 non sapevo ancora che avrei
smesso.
Ci pensavo molto, ed anzi m’ero allenato con la squadra che mi pare davvero
buonissima. Non c’entra il contratto, la società è stata corretta con me.
Semplicemente sono stanco e non mi diverto più. Ringrazio i tifosi, Ettore,
la squadra, Cazzola: talvolta è stato difficile sopportarmi, ma è stato un
periodo bello insieme. Era giusto finire così ed è bello che, partita dalla
Virtus la mia carriera fuori dalla Jugoslavia, questa carriera sia finita
qui. Tifate Partizan, magari porterò qui la mia nuova squadra per la partita
dell’addio. Farò il dirigente, non l’allenatore. Mai, con questo carattere.
Né mai entrerò in politica. L’ultimo a cercare di convincermi è stato Brunamonti, ma mi conosce. E io conosco lui, l’unico vero, grande capitano
della Virtus, senza togliere nulla ad Abbio, che lo farà degnamente, o a me,
che avrei potuto farlo. Non so se ci sarà un nuovo Danilovic qui. Lo spero.
Ma uno come me in giro sarà dura trovarlo. Un personaggio, scusate se
m’allargo. E adesso, se permettete, me ne vado».
Lucio gli ha dedicato «Ciao» , nella vasta arena, e Sasha spariva. Non sarà
facile ricostruire i percorsi attraverso i quali, da un diffuso senso di
sazietà per lo sport che gli ha dato tutto, ma gli ha pure succhiato tanto,
sia passato alla risoluzione di chiudere la carriera, a trent’anni,
potendone ancora cavare molto. E’ stato onesto con se stesso. Di più, si
direbbe: spietato. Com’era contro tutti, a giocarci. Ci si potrà romanzare,
su questa fine poco annunciata, tanto il personaggio è complesso e
controverso, ma largo, da contenere di tutto. Quel che si sa di sicuro è
che, martedì sera, ne ha informato Messina, Brunamontie Madrigali. Che a mezzanotte l’ha pescato Alfredo Cazzola, il «suo» presidente, cui era
arrivata una voce. Che gli amici slavi, Savic in testa, fratellone maggiore,
sapevano e l’avevano fatto sapere. Fare il vicepresidente del Partizan non
sarebbe incompatibile col giocare (Divac, presidente, lo farà nella Nba), ma
c’era altro per smettere, anche se alle 13, presentando la squadra alla
Cassa di Risparmio, lo speaker bianconero Gigi Terrieri l’aveva messo tra i
giocatori. L’annuncio era previsto per la sera, davanti al fedele pubblico.
Ed è arrivato, in una serata a metà tra entusiasmo per quelli che ancora
correranno, dietro Abbio, nuovo capitano molto acclamato, e già nostalgia
per quello che non correrà più.
.
Gli anni 90, dominati dallo Zar...
di Walter Fuochi- La Repubblica - 02/10/2000
Con un superbo, clamoroso colpo di teatro,
quasi riannodando il filo della sua luminosa vicenda bolognese, Sasha
Danilovic esce dal campo. La tronca alla grande, questa vita di basket: su
un palcoscenico, accanto al poeta che lo definì, all’alba di quel viaggio,
la «rondine con i jeans». Sasha smette, ma resterà l’icona più adorata di
tutta la storia Virtus, il giocatore più vincente, il timbro sul decennio
del grande dominio. Finisce un’epoca, si può dire: e finisce con un cambio
di scena che era già stato preceduto dall’abdicazione di Alfredo Cazzola, il
Re Alfredo di quel decennio che Sasha lo ingaggiò due volte. Quando,
appunto, era la rondine coi jeans che aveva appena squassato una sua Virtus;
e quando, fatto ricco e famoso dalla Nba, Danilovic pensò che l’America non
era il sogno della sua vita, e accettò di tornare, di incarnarsi nell’unico
club per il quale (dopo il nativo Partizan) ha giocato, e per il quale
poteva giocare. Un’identificazione assoluta, e reciproca, ben oltre il
rapporto di lavoro. E se la Virtus ci s’è appesa in modo dolce e sicuro,
perché Sasha ha garantito vittorie come nessuno, l’adesione dell’altro è
stata altrettanto forte, e non solo per i dollari. Diceva che non poteva
immaginarsi dentro un’altra maglia. Lasciandole tutte a trent’anni, va
creduto. Danilovic connota un decennio di questo sport, a livello europeo.
Ma addirittura ne imbeve la città di Bologna, non a caso denominata Basket
City, interpretando il senso più forte della sua sfida fascinosa tra guelfi
e ghibellini di sponda Fortitudo e di sponda Virtus. «Quel» canestro da 4
punti che cambiò volto a uno scudetto, soavemente o crudelmente, scolpirà
ricordi di una vita, in tanta gente: fu la sua beatificazione, per chi
l’amava, o l’invito a dannarsi per chi l’avversava, ma odiandolo in fondo lo
temeva e rispettava. Danilovic-Myers è stato il duello di campioni di questa
saga, così come Cazzola-Seragnoli riassumeva la sfida dei due sovrani. La
coppia bianconera è uscita di scena, quasi insieme, lasciando la Virtus al
suo rinnovamento. La coppia biancoblù ha raccolto il primo premio quest’anno
e ora vorrebbe prolungarlo a dominio. La sfida non perderà attrattive, anche
se ci vorranno facce e anime robuste a interpretarla, perché quello uscito
di scena ieri non è stato mai un interprete banale, sia per qualità tecniche
che per doti caratteriali. Progettata per vincere anche senza l’idolo,
magari tra un anno, alla fine del contratto ora risolto, la Virtus spartirà
ora i tesori dello Zar, contando che la ridistribuzione di ruoli copra la
perdita. La prima punta sarà Ginobili, il leader Rigaudeau, il capitano
Abbio. Da secondo straniero verrà tesserato Jestratijevic, non proprio un
vice-Danilovic. E allora pensate questo: che, liberato insieme a Sasha anche
un ingaggio da due miliardi e rotti, la Kinder potrà assumere presto uno
straniero super, nel ruolo che si rivelerà scoperto. Marcando la Fortitudo,
nel derby infinito
Danilovic spiega la sua scelta
di
Alessandro Gallo
"Eccomi qua, cosa volevate sapere? Adesso avete capito perché non potevo
parlare oggi alla Carisbo".
Il tono di voce di sempre, ma gli occhi lucidi nella sala stampa del
PalaMalaguti. Sasha non piange, ma è commosso. Lo si capisce dalle pause. Da
come cerchi, riuscendoci, di provocare la risata. Per stemperare la tensione
dell'addio. Per nascondere la commozione del commiato (da giocatore) dalla
sua Bologna. Il suo addio, una sorpresa.
"Sì, sì. E' stata una scelta, mia e della società, di parlare stasera,
davanti ai miei tifosi, che sono stati tali per 6-7 anni. Era giusto farlo
così. E' che non ce la faccio più, sono stanco. Mi sono divertito molto, ma
una volta che non ci si diverte più con questo gioco bisogna smettere". Resterà nel cuore dei tifosi.
"Anche loro resteranno nel mio. Sono stati fantastici, magnifici in questi
anni. Ci hanno supportato quando le cose non andavano bene. Sono stati
bravi, ma anche noi non siamo stati male. E poi sapete bene che io non parlo
tantissimo, per scelta. Ma quando parlo cerco di dire le cose giuste". Quando ha comunicato la sua decisione a Madrigali?
"Ieri sera". E quando ha maturato la scelta?
"Sempre ieri sera". Fino all'allenamento era un giocatore della Virtus?
"Sì. Dopo l'allenamento non lo sapevo ancora. Verso le 9-10 di sera ho preso
la decisione. La società è stata molto corretta nei miei confronti per il
contratto. Non avrebbe senso, ragazzi, andare avanti. Non mi diverto più".
Tornerà subito a Belgrado?
"Sì. Devo sistemare le cose. Mi devo incontrare con gli altri. Non ci sarà
Divac, ma Paspalj sì. Credo che ci sarà la partita di addio, in una delle
soste". Le piacerebbe giocare un tempo nel Partizan e uno nella Virtus?
"Se dovessi fare tutto con la Virtus non mi dispiacerebbe. E viceversa. Però
può essere una bella idea". La questione del contratto.
"Non conta nulla. Ragazzi si vede che doveva finire così". Pensa di entrare in politica?
"Politica? Con il mio carattere? Dubito, dubito". C'è stato qualcuno che ha cercato di farla desistere?
"Roberto Brunamonti. Anche gli altri, ma Roberto di più". Perché proprio Roberto?
"Una ragione c'è. Siamo amici, molto. Più che amici. Mi auguro che Roberto
resti sempre nella Virtus. L'amore che ha lui per questa squadra non l'ho
visto in nessuno. Sono qui da sette anni, ho visto passare tanta gente, ma
nessuno come lui. Lui è un vero capitano. E sarà sempre il capitano. Anche
se magari, se restavo, diventavo capitano io. Il vero capitano resta lui.
Con tutto il rispetto per Abbio. Sono sicuro che Sandro lo sostituirà bene.
Come ha fatto Binelli, del resto".
.
Quella volta che...
di
Carlo Cavicchi -
Bianconero 01/2004
Era il febbraio del
'93, undici anni fa, e al 'Madison' di Piazza Azzarita venne la Marr Rimini
a far visita alla Virtus
Knorr. Non fu certamente una partita di cartello, anzi. La Virtus
era lassù in classifica, e si avviava a vincere il primo scudetto con Ettore
Messina come allenatore aprendo di fatto il grande decennio bianconero,
mentre Rimini remava in fondo in attesa di retrocedere. Non ci fu storia
quella volta e il 93 a 61 finale la dice lunga sull'incertezza
dell'incontro. Ma in quella squadra giocava già Danilovic, al suo primo anno
italiano, e ogni sua partita valeva ampiamente il prezzo del biglietto a
prescindere dal risultato.Sasha quella volta giocò
poco per le sue abitudini. Messina lo tenne in campo appena 26 minuti che
sono un nulla a confronto dei 36 che erano la sua media in quella stagione
travolgente. Eppure fu uno spettacolo che quelli di Rimini avranno ricordato
a lungo: scoccò appena 12 tiri e ne infilò 9 nella retina (8 su 10 da due, 1
su 2 da tre). E subì anche otto falli perché era di un altro pianeta, gli
bastava una finta per leggere negli occhi dei difensori il panico: o lo
picchiavano o la metteva dentro. Danilovic quella volta non si impegnò
particolarmente, come sempre faceva quando le partite erano poco importanti,
eppure gli scappò un punto al minuto e Messina, per rispetto
dell'avversario, dovette metterlo a sedere anzitempo.
Flavio
Carera: "Mi butto per Sasha"
di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino
- 22/11/2000
Carera sarà a Casalecchio mercoledì
prossimo?
«Ci sarei stato comunque». Perché?
«Avrei pagato il prezzo del biglietto per essere al PalaMalaguti e
applaudire Danilovic. Invece mi ha convocato lui. E dire che aveva una
rosa ampia....». Che effetto le fa?
«Mah, la chiamata mi riempie d'orgoglio. Il suo abbandono, invece, mi
colpisce. L'ho seguito a Sydney, non mi sembrava alla frutta». Ci sarà lei, ci sarà il suo amico
Brunamonti.
«Sono felice (ride, ndr) anche per questo. Roby e io faremo due risate
insieme». Il ricordo più bello dell'esperienza con Danilovic?
«Ce ne sono tanti. Anche perché sono state tre stagioni positive. Chiuse
sempre con la conquista del titolo. Ricordo in particolare il primo
scudetto. Lui era felice per me. Perché si ricordava com'ero stato beffato
a Livorno. Un personaggio carismatico che evidentemente mi onora della sua
amicizia». Ma Sasha non ha un caratteraccio?
«No. Assolutamente». Sicuro?
«In campo pretendeva molto. E magari ti riprendeva. Però lui non si è mai
risparmiato. Ti ripagava con doppia moneta perché alla fine ti faceva
vincere. E poi è vero che ti riprendeva, ma era il primo a prendere le tue
difese. A incoraggiarti se necessario. Credo che questa sia la differenza
tra un giocatore normale e un campione». E Sasha?
«Ovvio, un campione che avrebbe ancora potuto dare molto alla
pallacanestro. Non credo sia alla frutta come vuol farci credere. Ma se ha
preso quella decisione dobbiamo rispettarlo. Anche se un personaggio così
mancherà molto alla pallacanestro». Prevede lacrime in campo?
«Non lo so. Ho partecipato alla festa d'addio di Brunamonti. A quella di Mitchell. Sono
momenti toccanti. Ci sarà spazio per qualche lacrimuccia». Lei, a 37 anni, è ancora una roccia.
«Osservo le partite da un buon punto di vista, ma il ritiro si sta
avvicinando. Ormai le soddisfazioni migliori me le sono prese». Mercoledì pretendiamo un suo gancione.
«Non lo so. Cercherò di portare qualche blocco per Sasha. Per fermare il
suo marcatore. Però adesso che ci penso...». Sì?
«Non prometto gancioni. Ma qualche tuffo lo vedrete ancora».
Alberto Bucci: "Sasha, uno che non tradisce mai"
di Alessandro Gallo -
Il Resto del Carlino - 25/11/2000
Nella lunga notte dedicata a Danilovic non
poteva mancare Alberto Bucci. Coach che alla
Virtus ha portato in dote tre scudetti, una Coppa Italia e una Supercoppa. Bucci lei ha allenato tanti campioni.
Nella sua classifica personale Danilovic è...
«Il numero uno». Perché?
«Per tanti motivi. Per la completezza del repertorio. Per il talento, per
la capacità di coltivarlo, giorno dopo giorno, senza fermarsi mai». Facile allenare uno così.
«Sì.Anche se Sasha ha un carattere forte, grande
personalità. Uno che non puoi trattare come gli altri». Difficile da gestire?
«Al contrario. Una persona stimolante che ti offre l'opportunità di
dialogare». Aneddoti?
«In tanti anni è difficile pescarne uno». Proviamoci.
«Una volta lo ripresi, durante un allenamento. Alla fine mi chiese
spiegazioni perché, come dicevo, è un personaggio che cerca il dialogo.
Che vuole capire e poi...». Poi?
«Beh, un'altra volta in mezzo al campo difese
Binion, fischiato dai tifosi». A quattr'occhi, però...
«A quattr'occhi magari lo riprendeva, ma davanti alla gente e alla stampa
ha sempre difeso i compagni. Uno per uno, fa parte della sua grandezza.
Senza dimenticare che ha giocato con infortuni incredibili, rischiando
sulla sua pelle. In una settimana si rialzava. Altri, con lo stesso
problema, sarebbero rientrati dopo un mese». Perché ha deciso di smettere?
«Non si è mai fermato. Ma chissà che questo riposo e la successiva
paternità non gli facciano cambiare idea». Sasha ancora in campo?
«E' un uomo orgoglioso, per me non può aver finito con la pallacanestro.
In questo pensiero, però, c'è il mio augurio. Il basket ha bisogno di
lui». Stiliamo una classifica europea.
«Secondo me è da primo quintetto. In certi momenti è stato il numero uno
assoluto». Danilovic è...
«Quello che ha vinto tanti trofei. E l'ha fatto a ripetizione. Uno che ha
la maschera da duro, ma che fondamentalmente è dolce. Chi si è legato a
lui, lo ha fatto per sempre: è leale e onesto. Uno che, nei momenti
difficili, non ti abbandona mai. Questa lealtà, all'interno dello
spogliatoio, lo rende unico».
Anche Morandotti nella notte di
Sasha
di Alessandro Gallo -
Il Resto del Carlino - 24/11/2000
Riccardo
Morandotti?
«Presente». Conferma la sua presenza per mercoledì sera?
«Attendo il nullaosta della mia attuale società. Ma non credo che ci siano
problemi in merito». Anche lei alla lunga notte di Sasha.
«Non poteva andare diversamente». Perché?
«Quando ho saputo del ritiro di Sasha gli ho spedito un messaggio sul
telefonino». Che diceva, se è lecito saperlo?
«Beh, dopo gli insulti classici che ci scambiamo di solito mi dicevo
felice per lui. Soprattutto se lui era contento e felice per la sua
scelta. Poi ho aggiunto: Se non mi inviti alla tua festa allora sei uno
str...». Insomma, Danilovic si è piegato alle sue minacce.
«Macché. Lui non si cura delle minacce di nessuno. Figuriamoci delle mie». E allora?
«Beh, si vede che tra noi c'è grande rispetto». Lei a Bologna, ci pensa?
«Sì, ci penso da alcuni giorni». Che effetto fa?
«Strano. Magari prendo quella sfida come la mia partita d'addio. Che bello
esserci. Tra me e lui, nonostante le botte che ci siamo scambiati in
allenamento, c'è sempre stato rispetto. E poi lui si è interessato a me,
ai miei problemi, quando sono stato fermato per il ginocchio. Io poi ho
conosciuto due Danilovic». Addirittura.
«Il primo, quello che doveva arrivare a tutti i costi. Il secondo, quando
è tornato, ed era già arrivato». Danilovic l'irascibile e Morandotti
il musone: nella stessa squadra, ma così diversi.
«Credo sia difficile essere Danilovic. Ma capisco la sua scelta». Perché?
«E' ancora giovane, d'accordo, ma ha avuto la fortuna di raggiungere tutto
quello che si era prefisso. Intendiamoci: è una fortuna che si è costruito
da solo perché nessuno gli ha regalato niente. Voleva la Nba, c'è andato.
E lì non ha fatto il turista, ma uno che faceva la differenza, sempre. Poi
è tornato. Ha vinto tutto quello che c'era da vincere. Ha guadagnato tanto
e magari ha perso qualche stimolo. Credo sia bello poter decidere. Avere
la forza di dire: Basta, io smetto». E lei?
«Chissà. Battute a parte, al di là del mio carattere — brutto anche il
mio, non scherzo — credo di aver vissuto un periodo importante della
Virtus. E alla Virtus mi sento ancora legato». Al punto che indosserà ancora quella canotta. Vedremo commuoversi
lei, Danilovic, il pubblico o chi altri?
«Difficile dirlo. Posso aggiungere, però, che Sasha, se lo sai prendere, è
buono come il pane. Ma se non lo sai prendere allora quello stesso pane
diventa raffermo, duro come il marmo. E lui è capace di tirartelo
dietro...». Morandotti, la domanda era
un'altra.
«Già, le lacrime. Guardate che lui è uno che si commuove. Solo che si
chiama Danilovic e allora non lo può fare, perché lui è Sasha, il duro. E
invece visto che gli passeranno davanti mille ricordi io dico che si
commuoverà come tutti gli altri. Forse di più. Solo che uscirà dalla
situazione come solo lui sa fare. Magari dirà: Ragazzi, mi sono commosso
perché non potevo fare diversamente. O ancora: Il pubblico voleva questo
da me. Mitico. Un duro per finta. Leggendario».
di Alessandro Gallo- Il Resto del Carlino - 23/11/2000
A Barcellona, dove la Virtus ha scritto una
delle pagine più belle della sua storia, c'è un gentiluomo che sta
preparando la valigia. Quel gentiluomo, mercoledì, sarà qui a Bologna.
Quel gentiluomo è Zoran Savic. Savic, anche lei convocato da Danilovic?
«Sì. Una chiamata che mi ha fatto piacere. Di Bologna conservo un ottimo
ricordo». Ma lei come sta?
«Sto completando la riabilitazione. Sono stato operato a marzo, al
ginocchio. Nelle prossime due o tre settimane prenderò una decisione». Quale?
«Se imitare Sasha e smettere oppure continuare». Perché?
«Mi hanno cercato molti club anche in questo periodo. Ma non mi andava di
firmare un contratto e poi di chiamarmi fuori dopo un paio di settimane.
Voglio vedere come reagisce l'articolazione operata. Vorrei giocare senza
provare dolore». L'ultima partita vera?
«Marzo '99. Qualificazioni per la final four di Eurolega. Con lo Zalgiris,
se non ricordo male». Le manca il basket?
«Tanto, molto». Perché Danilovic, che pure è più giovane di lei di quattro anni ha
deciso di ritirarsi?
«Credo sia stanco. Ha giocato molto, troppo. Sin dai tempi dei cadetti:
vita di club e nazionale. Da allora non ha mai avuto una vita normale.
Pensavo potesse andare avanti un altro paio d'anni. Ma i problemi fisici e
gli interventi chirurgici alla lunga si fanno sentire. Per questo potrei
imitarlo». Dopo la sua partenza la Kinder ha vinto solo una Coppa Italia.
«Aveva vinto molto prima. Ha cambiato tanto. E poi la Fortitudo è
cresciuta. Hanno cambiato parecchio fino a trovare il giusto equilibrio». Virtus che non sa come marcare Fucka...
«Non credo. La difesa di Ettore è sempre stata famosa». Ma da quando lei se n'è andato Fucka si diverte di più.
«Fossi rimasto non sarebbe cambiato nulla. E' Gregor che è cresciuto
molto». E' arrivato Smodis, fisicamente la
ricorda.
«L'ho visto poco. Ho visto poco la Virtus. Solo a Vitoria. Mi è sembrata
la solita Kinder: tosta, grintosa». Lei era l'unico che poteva riprendere Sasha, giusto?
«No. Per abitudine ho sempre detto quello che pensavo. L'ho fatto con
Sasha, siamo amici. E poi...». Poi?
«Mi viene in mente una cosa: se c'era da vincere una partita volevo solo
due uomini al mio fianco: Danilovic e Prelevic». Scusi, Savic, ma visti gli acciacchi mercoledì gioca?
«Sì. Sicuro. Se Messina (e qui comincia
a ridere, ndr) mi lascia...».
.
Danilovic: "Con il basket ho scordato la guerra"
di Flavio
Vanetti- Il Corriere della Sera"
- 27/11/2000
Sasha Danilovic, dopodomani a Bologna,
giocando metà partita con la Kinder e metà con il Partizan Belgrado,
festeggerà l'addio al basket, dopo essersi ritirato un mese fa. Si sta abituando all'idea di non essere più cestista?
«Non completamente. Per due ragioni: tutto è nato da una mia scelta e il
nuovo lavoro, come presidente del Partizan, è ancora nel basket. Anche se
adesso vedo la pallacanestro da un altro profilo e mi rendo conto che
essere dirigente è duro tanto quanto giocare». Dopo la decisione, c'è stato un momento in cui ha avuto, se non un
pentimento, almeno un po' di smarrimento?
«No. Quando scelgo, scelgo». Qual è la prima cosa che le viene in mente della carriera?
«In un flash non ci stanno quindici anni di basket, tutti pieni di bei
ricordi». La Nba, a Miami: una squadra, quando lei andò in Florida, non
ancora vincente. Non crede di essere stato sfortunato, a differenza di un
Kukoc, che a Chicago si è ritrovato a fianco di Jordan? «Il campionato professionistico è la competizione più dura che si
possa immaginare. Lo capisci solo se sei lì. Non puoi mai definirti
sfortunato, se superi la selezione e ottieni un ingaggio. È chiaro, però,
che se giochi con Jordan, sei a metà dell'opera e ti togli delle
soddisfazioni. Kukoc, peraltro, è stato bravo a dare il suo contributo
all'era dei Bulls». Le resta il rimpianto di non aver vinto il titolo?
«A Miami nessuno voleva andare perché gli allenamenti di Riley sono di una
durezza inimmaginabile. Io ci sono stato e ho sempre giocato nel primo
quintetto: il titolo che ho vinto è questo. Ne sono felice». Tanjevic, c.t. azzurro, dice che gli
americani, anche nel basket, hanno qualcosa da imparare dall'Europa.
«Boscia è un amico ed è un grande allenatore. Ma a volte le spara grosse.
Diciamo che avrei dei dubbi, sulla sua idea...». A proposito di americani. Dopo la guerra, è rimasto un po' di
rancore nei loro confronti?
«Non si potrà mai dimenticare quello che hanno fatto al popolo jugoslavo.
Meglio: non si dovrà mai dimenticare. Ma la vita prosegue e questo mondo,
nell'economia e in tanti altri settori, non può funzionare seriamente
senza gli Usa. In qualche modo, allora, bisognava riavviare il dialogo». La guerra che ha spaccato la Jugoslavia, una ferita nel suo cuore.
«Non ero interessato alla politica, la guerra non mi stava creando
problemi diretti. Ma quando ho saputo che a Sarajevo avevano ucciso mio
zio, sparandogli per strada, mi sono chiuso in me stesso. Il basket mi ha
aiutato ad uscire da quel brutto momento». Bologna è stata la sua Nba?
«No. È stata un'altra cosa. Probabilmente più importante. Ma l'Nba è in
America. Ed è unica». Danilovic, un duro: è giusto?
«È una leggenda che i tifosi hanno voluto. Lasciamogliela». Ma è vero che, in fondo, lei non è così cattivo?
«Io chiedo solo di distinguere il giocatore dall'uomo. Per il primo
parlano i risultati; per quanto riguarda il secondo, giudichino le persone
a me più vicine. Hanno detto che sono troppo crudele. Non ne sono
contento, ma la cosa che mi ha reso speciale è la crudeltà. Se non fossi
stato crudele, non avrei mai fatto nulla nella mia vita». Ha elogiato Myers, in questi giorni.
«Myers è uno dei migliori giocatori che ho affrontato: tra di noi c'è
rispetto reciproco. Ma il cestista che ho stimato più di tutti è Roberto Brunamonti». Quale avversario, invece, butterebbe giù dalla torre?
«Tutti. Chi è contro di me, automaticamente mi sta sull'anima». Chi ha veramente fermato Sasha Danilovic?
«Nessuno. Danilovic non lo si fermava, al massimo lo si limitava. Vale
anche per Myers e per tutti i campioni». Danilovic, uno dei più forti cestisti della storia recente del
basket: esagerato, corretto o sbagliato?
«Mi fa piacere sentire questa frase. La accetto e non penso sia una
bufala». Lei disse: «Credi in te stesso, fregatene degli altri. Il tempo ti
aiuterà a far rimangiare il fango a chi te l'ha tirato addosso». Lo
conferma, a fine carriera?
«Non ho mai pronunciato banalità, non ho mai detto nulla che non
pensassi». Una bambina in arrivo, una vita davanti: che cosa sogna Danilovic
per il futuro?
«Una famiglia serena, il lavoro. Un profilo tranquillo, non chiedo di più.
Però mi piacerebbe, questo sì, scoprire un nuovo Danilovic». Se la grande Jugoslavia del basket non si fosse spaccata in varie
nazionali, dopo la frantumazione politica del Paese, avrebbe battuto il
Dream Team?
«No. Gli americani avrebbero avuto solo più rispetto. Non si sarebbero mai
rilassati e per questo motivo non avremmo comunque avuto scampo».
Predrag 'Sasha' Danilovic
di Dan
Peterson – basketnet.it
Chi ha coniato il
termine 'vincente' non lo sa ma ha descritto perfettamente Sasha Danilovic.
Difficile trovare ciò che non ha vinto nella sua carriera cestistica.
Classe 1970, ha iniziato la sua carriera con il leggendario Partizan
Belgrado, sotto noto coach Duje Vujosevic, poi sotto Zelimir Obradovic. Ha
fatto quattro anni con il Partizan, con una Yugo Kup e Korac Cup nel 1989
(2° nella YUBA, quindi quasi Piccolo Slam) sotto Vujosevic; poi, il Grand
Slam nel 1991-92 sotto Obradovic: YUBA, Yugo Kup, EuroLega. Un en plein
raro.
Poi, alla Virtus Bologna, sotto Ettore Messina e Alberto Bucci per tre
anni, 1992-95. In questo tempo vince tre scudetti. Poi, nell'NBA, con i
Miami Heat di coach Pat Riley, 1995-97.
In una partita a Madison Square Garden, Danilovic, una guardia-ala di due
metri, piazza un bel 7-su-7 da tre punti. Dopo, torna alla Virtus per gli
ultimi tre anni della sua carriera, 1997-2000. In
questo periodo, sotto Ettore Messina, vince
uno scudetto, una Coppa Italia e un'Eurolega, nel 1998. Poi, nel 2000, a
solo 30 anni di età, chiude la carriera, certamente una decisione
influenzata da tanti seri infortuni in carriera.
Con la nazionale della Jugoslavia, fa quasi piazza pulita. Ha vinto
quattro Europei: 1989, 1991, 1995 e 1997. Poi, la Jugoslavia
era squalificata per quelli del 1993 o, certamente, ne avrebbe vinto
cinque. Ha fatto l'argento all'Olimpiade del 1996 ad Atlanta. Ha anche
messo insieme qualche onore personale durante la sua carriera: MVP
dell'Europa nel 1995; MVP della Serie A nel 1998; candidato per la FIBA Hall
of Fame; eletto uno dei 35 giocatori più importanti nei 50 anni dell'Eurolega.
E forse sto dimenticando altri premi che lui ha vinto. E altrettante volte
che è stato nei primi tre della votazione.
Sasha Danilovic aveva una grande intesa del gioco uno contro uno.
Diversamente da molti giocatori Europei, lui giocava come un Americano in
partenza dai ... blocchi. Niente 100 finte. Lui faceva un passo
lunghissimo da fermo, un palleggio dietro al suo uomo e la pratica era già
chiusa. Aveva anche il grande tiro da tre, da fermo. Aveva pure il super
palleggio-arresto-tiro. Sapeva andare a canestro per concludere in
traffico, spesso con canestro più fallo. Era uno dei giocatori più
difficile da marcare che io abbia mai visto in Europa. Anzi, faccio fatica
a pensare ad un Europeo più difficile da marcare.
Ma oltre ogni cosa, Sasha Danilovic era uomo-partita. Chi può dimenticare
il canestro da tre più fallo (per poter fare quattro punti) contro la
Fortitudo allo scadere del tempo di Gara 5 della finalissima del 1998, con
la Fortitudo a +4. Risultato: canestro più libero per andare al tempo
supplementare, dove la Virtus ha vinto la partita e lo scudetto. Con
questo esempio eclatante, cito solo un caso in cui lui, con tecnica, con
mentalità, con cuore e con personalità, lui ha risolto una partita
positivamente per la sua squadra. E' un giocatore fra quelli che avrei
voluto allenare. I campioni ti danno questa sensazione.
Simpatico? Ma chi se ne frega. Amabile? Ma chi se ne
strafrega. Aveva cominciato un po' tardi. Ragazzo - gli dicevano a casa
sua - se vuoi far strada nel basket devi farti un mazzo così. Detto e
fatto: lui sta sul campo per ore e ore perché vuole fortissimamente
diventare un numero uno e già a vent'anni è una colonna del Partizan (lui
e Djordjevic, che lusso) e Cazzola fa un colpo memorabile quando lo
cattura per tempo. E per noi giornalisti l'impatto è brusco e anche
sconcertante perché lui non fa nulla per nascondere che siamo dei gran
rompiballe e che lui ci sopporta solo perché non può saltarci addosso. E
però ha intelligenza sveglia e un'arte inimitabile. Sa fare di tutto e
dopo aver vinto tre scudetti su tre va in America a raffinarsi e a
smerigliarsi e a Bologna in Virtus piangono calde lacrime perché pare
scontato che semmai tornerà qui quando avrà le primi varici.
E invece no, Miami è seducente, ma Dallas è
un pianto e vuoi mettere con Bologna e vuoi mettere gli spocchiosi owners
Usa con Alfredone Cazzola? Torna qui con noi e - matematico - subito si
vince qualcosa di grosso. E torna appunto raffinato e smerigliato perché
non insegue più i grossi bottini che inseguiva da fanciullone e al
contrario lui vuole fare lievitare la squadra tutta e quindi Rasciolone Nesterovic abbia pazienza se ogni tanto Sasha gli fa dei cazziatoni
omerici. Com'è Di-Din-Danilovic fuori dal campo? Ma non lo so e non mi
interessa nemmeno. E in realtà a nessuno interessa se sa sorridere (ma
direi di sì) e se sa anche essere amabile (qualche volta, ma certo) e se
ogni tanto ai giornalisti dice qualcosa giusto per non lasciarli a pane e
acqua. Ai fans dopo tutto interessa che lui sia l'alfa e l'omega di una
Virtus stravincente e in effetti così è e io di giocatori virtussini
vincenti e stravincenti in cinquant'anni ne ho visti e ammirati millanta,
ma uno così mai, lo giuro.
di Gianfranco Civolani -
tratto da "Euro Virtus"
Ecco infine alcune
pillole del Sasha-pensiero tratte dai libri "Io Sasha" e "Slavi d'Italia":
-
"Non posso mettermi a
parlare di basket con gente normale, che non gioca al mio livello, gente che
non sa. Altri miei colleghi fanno i comizi, pensano con questo di diventare
più bravi, più popolari. Che continuino pure, per me parlano i risultati:
c'è chi può e chi non può, io modestamente... può. E' la legge del più
forte."
-
"Se un tifoso si
sporge dalla transenna per insultarmi puoi star sicuro che come minimo quel
poveraccio si becca una rispostaccia o un gestaccio. Non va fatto, mi devo
controllare, non è educato? Me lo dicono tutti: ma è educato da parte sua
offendermi quando io non posso difendermi?
è forse educato che un
allenatore (si riferisce ad Attilio Caja, coach dell'ADR Roma) che mi arriva
alla cintola entri in campo per offendermi in una partita in cui ho fatto 47
punti? Mi ha offeso per tutta la partita e io non ho fatto gestacci, ho solo
portato la mano all'orecchio per sentire cosa diceva dopo il mio 47esimo
punto..."
-
"Con Myers eravamo
amici ed è pure migliorato molto come giocatore. Ma purtroppo si è
circondato di gente stupida che gli fa credere di essere chissà chi. A me di
lui "non me ne po' fregà de meno". Ma ho saputo che
si è permesso di fare il mio nome. Ha detto che finché
era in campo lui nella finale scudetto, io non avevo giocato bene. Per
forza: giocavo su una caviglia sola, avendo un legamento rotto. Quando stavo
bene non è riuscito a tenermi sotto i 27. Quanto al confronto fra noi due,
quando lui avrà vinto la metà della metà della metà di quello che io ho già
vinto un paio di volte, forse si potrà parlare. Tanti non hanno vinto. Il
problema è che lui ha perso ed ha perso tanto. Per esempio, avrei voluto
vederlo mettere dentro il tiro decisivo per la squadra del suo paese. L'ha
sbagliato e poi, anziché vergognarsi, ha parlato male
di me..."
-
"Grido ai miei
compagni, grido per ricordare le regole, l'invidia che abbiamo attorno,
voglio vederli cattivi. E loro sanno che se un giorno, qualcuno prova a
urlare loro qualcosa, quello deve sapere che intervengo io, Sasha Danilovic,
ma non per gridare, per ammazzare."
-
"Ionon sono onnipotente e non ho vergogna a dire che senza i
miei compagni non potrei giocare come gioco. Io ho
bisogno di loro. E per chiunque è così. Umiltà:
un'altra lezione. Così come è umiltà giocare sul dolore e sapere che,
statistiche alla mano arriveranno le critiche: ho sentito dire, che avrei
giocato male, per esempio, in gara5 di finale scudetto, fino al famoso gioco
da 4 punti a un minuto dalla fine. Ma cosa vuol dire giocare male? Io sono
un campione perché posso rendermi utile alla squadra
anche se non sono in grado di segnare e quello ho fatto in quella partita:
quasi non potevo correre, credetemi. Ci sono partite in cui giochi bene
senza segnare tanto: io l'avevo detto prima, scordatevi il Danilovic da 30
punti a partita, non ho più fame di statistiche, altri numeri parlano per
me, quelli delle vittorie".
Danilovic: "Io, Sasha, nei vostri cuori da otto anni mai più pentito da
quella notte dell’addio"
di Stefano Valenti - La
Repubblica - 08/09/2008
Sasha Danilovic
continua per ora a fare il presidente del Partizan, di cui resta una delle
leggende, trasmigrata dal campo ad un ruolo dirigenziale. Ma mentre parla
di pallacanestro scorrono in tv le immagini di Jelena Jankovic, che vince
la semifinale degli US Open, e quando inquadrano emozioni ed espressioni
di parenti e tecnici sulle tribune pensa che magari un giorno, in tutto il
mondo, mostreranno le sue. Non più da campione. Da padre.
Olga, la figlia maggiore, sette anni e mezzo, è su quella strada. «Si
allena tutti i giorni, fra le due e le tre ore, sui campi del Partizan.
Che non è solo basket: da noi sono usciti Ana Ivanovic (numero 1 del mondo
tra le donne) e Novak Djokovic (numero 3 tra gli uomini): è stato lui che,
conosciuta Olga, le ha pure regalato una racchetta. Non so che futuro
avrà, so solo che lei sembra già una professionista. Anch’io, quando
iniziai a giocare, avevo quattordici anni...».
Trentotto anni compiuti, sposato con Svetlana, giornalista della tv di
Stato, tre figli (8 mesi fa è arrivato il maschietto), da quella notte
postolimpica del 2000 che scioccò i virtussini con la notizia del ritiro,
a palasport gremito, varcati appena i trent’anni, Sasha non ha più fatto
sport, se non qualche scambio sulla terra rossa con la figlia; nonostante
questo, di troppo ha solo qualche sigaretta, ma pochi chili addosso. E
nessun rimpianto per quella scelta che fece scalpore, uscendo dalle arene
dopo aver vinto tutto quello che c’era da vincere ed aver fatto la sua
parte anche nella Nba.
«Mai ripensato a quella decisione. Non c’era nulla di programmato, intendo
come uscita, come spettacolo. Fisicamente non ce la facevo più: lo dissi
allora, lo ripeto ora, perché non ci sono altre verità. Era meglio
smettere da Danilovic, non da uno vecchio che si trascina per il campo. Ho
guardato alla mia carriera ed a quello che desideravo: giocare nel
Partizan, arrivare in prima squadra, vincere il campionato, giocare in
Nazionale. A ventidue anni potevo già andare nella Nba, con Golden State,
ma non ero pronto. L’Italia mi avrebbe preparato.
è stato così, ho vinto tutto
con la Virtus, l’Eurolega e lo scudetto del ‘98 sono state le cose più
belle, dopo gli anni a Miami. Logorato il fisico, non mi volevo logorare
anche la testa. E anche questa è stata un’altra delle scelte giuste della
mia vita».
Una vita vissuta sul campo, per essere il migliore di tutti. Riuscendoci.
Lui parla di fortuna («senza la quale non si va da nessuna parte»), mentre
ne accenna arriva Sasha Djordjevic e pare quasi l’esempio che serviva per
dare forza al discorso, pur così minimalista. «Ti dico che senza quel suo
canestro da tre, all’ultimo secondo della finale dell’Eurolega ‘92, a
Istanbul contro Badalona, la mia carriera non sarebbe stata la stessa.
Sarei stato Mvp di una Final Four persa. Invece, arrivare in Italia, a
ventidue anni, da campione d’Europa, ha cambiato molte cose. Come aver
fatto parte di un generazione di grandi giocatori. E come ritrovarmi a
Miami al momento giusto: Riley non mi ha regalato nulla, ma al tempo
stesso non aveva pregiudizi e mi ha concesso di avere tutto quello che mi
meritavo, come il quintetto base, fin dall’esordio nella Nba».
Sulle sliding doors, le occasioni fugaci che aprono o stoppano le fortune
d’una vita, ci hanno pure fatto un film, e magari anche Danilovic,
illustrate quelle che si sono spalancate davanti a lui, potrebbe
continuare con quelle che lui ha propiziato ad altri. Voce di popolo, per
dire: il suo ritiro dalla Virtus, in quell’alba della fragorosa stagione
2000-01, fece la fortuna di Ginobili. S’aprì
un varco, Manu poté sfrecciarvi dentro, con tutta la sua energia. «Falso.
Ero il più contento del suo arrivo, ci siamo allenati bene insieme. E,
fossi rimasto, avrei vinto ancora: io avrei aiutato loro a renderlo più
facile, loro m’avrebbero fatto fare meno fatica... Di Manu poi sono sempre
stato convinto che il suo stile di gioco fosse più adatto alla Nba che
all’Europa».
A breve, Danilovic diverrà una delle icone del museo della Virtus, che
sarà inaugurato sabato alla Futurshow Station. «L’ho scoperto perché Ricky (Morandotti) s’è presentato a casa
mia facendomi vedere un video. Se mi sento pronto ad essere visitato in un
museo? Ma io ci sono da otto anni, nel museo della Virtus».
E ci sarà all’inaugurazione, quando verrà aperta la sezione delle leggende
bianconere? «Io finora non ho sentito nessuno, se arriva una telefonata e
sono libero vengo. Ma da solo non m’invito, pure se per me l’Italia è la
Virtus e Bologna è la mia seconda casa». Si informa attraverso i contatti
rimasti più solidi: «Brunamonti, Cazzola, Messina, Morandotti, che resta unico perché secondo
me del basket non gliene è mai fregato nulla... Scherzo». E non si ferma
più: passa Bulleri, della malconcia
nazionale azzurra, e gli chiede «ma ancora giochi?», poi Di Giuliomaria,
che gli ricorda un cazziatone brutale a Frosini,
reo di non avergli fatto un blocco («ma non li faceva mai...»). Non resta
che tornare a chiedergli se un Danilovic dirigente alla Virtus lo vedremo
mai. «Certo, dipende solo da quanti soldi mi offrono».
Ormai la deriva del colloquio, diventato via via lieve e scherzoso, è
chiara, fino all’epilogo. «So che la Fortitudo ha dato tutto in mano a Savic: ma come si può far costruire una squadra
ad un pivot?». Col tempo, Sasha il truce è divenuto anche un umorista. Il
colore della Lacoste resta però quello preferito. Nero.