homepage

 

Virtus

 

gioc. italiani

gioc. stranieri

tecnici

dirigenti

sponsor

tifosi

 

stagioni

palmares

classifiche

il derby

 

case

libri

links

contatti

 

 

Hugo Sconochini e Claudio Crippa con la Coppa dell'Euroleague

 

Claudio Crippa

nato a: Desio (MI)

il: 16/07/61

altezza: 182

ruolo: playmaker

numero di maglia: 6

 

Stagioni alla Virtus: 1997/98 - 1998/99

 

palmares individuale in Virtus: 1 scudetto, 1 Coppa Italia, 1 Euroleague

 

statistiche individuali

 

 

Intervista Claudio Crippa

di Roberto Cornacchia – 11/09/2008

 

Claudio, virtuspedia si occupa solo di Virtus e quindi, nonostante la tua carriera sia stata lunghissima, dovremo concentrarsi su quelle due stagioni.

“Sono state sicuramente fra le più belle della mia carriera. Fui ingaggiato per sostituire il povero Chicco Ravaglia che si era da poco infortunato. Non ti nascondo che la speranza di giocare in un grande club ormai l’avevo accantonata. Avevo già 37 anni e pur avendo esordito in serie A relativamente tardi (a 23 anni) stavo disputando la mia tredicesima stagione nella massima serie. Non che fossi “cotto”, l’anno precedente avevo pur sempre giocato da titolare con una media di 33 minuti a gara ma a Pistoia quell’anno era arrivato Anchisi e quindi avevo già assimilato l’idea di giocare meno del solito. Ero comunque riuscito dapprima a conquistare la qualificazione alla Coppa Korac con Pistoia e successivamente a giocarmela ma arrivare a Bologna rappresentò la possibilità di realizzare il sogno di giocare in Eurolega: arrivare in una grande squadra come la Virtus di quegli anni fu, sotto molteplici aspetti,  un sogno che si tramutò in realtà. Credo che lo staff tecnico virtussino avesse qualche timore nei miei confronti al mio arrivo: avevo sì maturato una grande esperienza in così tanti campionati ma sempre in squadre di medio/bassa classifica e avvertivo di dover comunque superare un “esame”. Arrivai a novembre ’97, mentre giocatori come Abbio, Frosini e Rigaudeau erano impegnati con le rispettive rappresentative nazionali. Questo mi aiutò ad avere un impatto meno traumatico con l’alto livello degli allenamenti che Ettore pretendeva (e otteneva). Prendemmo parte ad un tornea a Imola dove, nonostante il poco tempo per abituarmi ai miei compagni, iniziai piuttosto bene. Quando i titolari dei vari ruoli rientrarono, ero già riuscito a legare con i nuovi compagni e devo dire che tutti furono fin da subito molto ben predisposti nei miei confronti. Ciò nonostante, il passaggio da una realtà, per quanto da me apprezzata, un po’ artigianale come quella toscana ad un’organizzazione perfetta come quella della Virtus rappresentò per me un piccolo shock. Tutto era superiore a quanto io avessi mai sperimentato in carriera: il coaching staff, l’intensità degli allenamenti, i campi di gioco perfetti, i tifosi sempre interessati ad ogni minimo particolare. Ogni partita era per me una nuova emozione, soprattutto quelle di Eurolega: giocare per la prima volta in campi storici che avevo visto solo in televisione come il Pioneer di Tel Aviv o il Palau Sant Jordi di Barcellona mi metteva i brividi”.

Come fu entrare in quel meccanismo?

“Tutto andò benissimo (e i risultati si videro – ndb65). In realtà avevamo come obiettivo minimo quello di arrivare alle Final Four di Eurolega e ci riuscimmo. Poi quando ci trovammo in finale a Barcellona, vedendo il muro umano di 8.000 virtussini giunti da Bologna, non potemmo esimerci dal fare quel piccolo sforzo in più…- sorride Claudio -. Poi ci furono i derby infiniti per lo scudetto, decisi all’ultima partita dal famoso tiro da 4 punti di Sasha. Mi sembrava di vivere in un film...”.

Quale fu il segreto, ammesso che ce ne fosse uno, di quella squadra?

“Grandi segreti non ce n’erano, ma se devo indicare qualcosa direi l’altissimo livello degli allenamenti. Non vorrei sembrare uno sbruffone ma gli allenamenti, se consideri che vi prendevano parte personaggi come Danilovic, Rigaudeau, Savic e Abbio che non consideravano l’eventualità di perdere nemmeno le partitelle, erano spesso più duri delle partite ufficiali. A volte mi capitava di giocare una gara di campionato, di vincerla abbastanza agevolmente e poi pensare: ma quanto ho fatto più fatica venerdì in allenamento a battere l’altro quintetto?”.

L’anno seguente?

“Per me cominciò con una grandissima soddisfazione: la conferma. L’anno precedente ero arrivato quasi per caso, in seguito all’infortunio di un giocatore ma il fatto che l’anno seguente mi abbiano voluto di nuovo in casacca bianconera, nella squadra detentrice del titolo nazionale e continentale che poteva, praticamente, permettersi qualsiasi giocatore, mi riempì di orgoglio. Purtroppo non fu una stagione fortunata: nonostante i problemi sofferti da quello che doveva essere uno dei nostri principali terminali offensivi (Paspalj), non mollammo mai la presa e a Monaco ci presentammo belli carichi per la semifinale contro la Fortitudo. Come capitava in quel periodo, fu l’ennesima fiera battaglia quella contro i rivali cittadini ma avevamo Sasha con le caviglie a pezzi. Vincemmo ugualmente e questo, che ai nostri occhi valeva come e più di una finale, ci scaricò in vista dell’assalto finale alla Coppa. E lo Zalgiris, giocando peraltro benissimo, ci negò il bis”.

Quando venne finalmente il momento di appendere le scarpe al chiodo, come mai hai preferito sederti dietro ad una scrivania piuttosto che su una panchina?

“Mi rendo perfettamente conto che fare l’allenatore sia uno dei mestieri più belli del mondo, ma io non l’ho mai sentita una cosa adatta a me, nonostante per tutta la carriera mi abbiano sempre definito un ‘allenatore in campo’. Mi è sempre piaciuto di più l’aspetto della costruzione di una squadra rispetto a quello della costruzione del gioco. Dapprima ho ricoperto questo ruolo a Livorno, in un contesto di squadra dalle poche possibilità, un po’ come per gran parte della mia carriera di giocatore. Poi quando Ettore mi ha chiesto se volevo collaborare con lui nelle file del CSKA, ho provato un’altra grande soddisfazione: il fatto di godere della stima di un grandissimo allenatore come lui non è una cosa che capita a tutti”.

Per di più in un ruolo che stesso Messina considera importantissimo: poco fa sosteneva che, nel basket odierno, è sempre più importante come viene costruita la squadra piuttosto che come viene allenata.

“Non è vero niente! Anche se hai i soldi per comprare dei campioni come questi che stanno giocando adesso nel CSKA, non è che con un allenatore che non sia Ettore ottieni gli stessi risultati!”.

Messina è considerato uno che partecipa in prima persona alla costruzione della squadra.

“Visto che poi li deve allenare lui, mi pare anche giusto. Comunque non c’è una divisione dei ruoli così netta, fondamentalmente si collabora per un fine comune e poco importa chi ha notato per primo un giocatore. Entrambi cerchiamo di fare delle scelte sui giocatori disponibili in base alle qualità tecniche ma anche alla loro disponibilità di mettersi al servizio della squadra, alla loro capacità di rendere sotto pressione oppure di migliorare il proprio rendimento nei momenti topici della stagione”.

Si parla spesso di un tuo possibile rientro nel campionato italiano. Cosa c’è di vero in queste voci?

“In Italia mi farebbe piacere tornarci. Che non significa che a Mosca mi trovi male, città affascinante e in grande crescita. L’unico problema è la temperatura invernale che un po’ complica la vita. Di sicuro c’è che ora, in un contesto come quello attuale, ho la possibilità di lavorare ai massimi livelli. Il grosso del mio lavoro si concentra soprattutto nel periodo estivo in cui viaggio come una trottola: Summer League varie, camp e tornei europei giovanili. Di contatti con società italiane ne ho in continuazione per via del mio lavoro e quindi non manca certo il modo di sondare eventuali interessamenti. In fin dei conti sono anch’io sul mercato come i giocatori: quando scade il contratto in essere, vaglio le offerte che mi vengono proposte, come ogni professionista del settore”.

Come sono i tuoi rapporti con i tuoi ex-compagni bianconeri?

“Ottimi, forse proprio perché vivemmo insieme una stagione formidabile. Con Ettore ci lavoro, Sasha lo sento spesso per motivi professionali e quando vado negli Stati Uniti quasi sempre mi vedo con Rasho. Ma appena ne ho la possibilità cerco di rivedermi con tutti”.

 


 

CLAUDIO CRIPPA

"Il chi è chi" 96/97, redazione Superbasket

 

Non molla mai, da quando c'è la serie A è presente più di Simona Ventura in tv ed è tutto dire. Ovvio che Crippa, al contrario della sopravvalutata ragazzotta, abbia talento e bravura (quanto a bellezza, siamo messi male in entrambi i casi ...) ...

Il playmaker per antonomasia, anche se non rifiuta mai il tiro da otto metri in momenti chiave e all'improvviso ...

Costante nel pompaggio di palla e nei cambi di direzione, soffre un po' di più in difesa non potendo "dettare" i movimenti ...

A 36 anni inizia a mettere il freno a mano, specialmente con l'arrivo di Anchisi ...

Diventato ormai una delle "bandiere" di Pistoia, dove è dal 1988 ...

 

 

CRIPPA IL CERVELLO, NON SI FERMA MAI

di Luca Chiabotti - La Gazzetta dello Sport - 12/11/1997

 

Una maledettissima influenza. Trentanove di febbre il venerdì sera, ancora trentotto e mezzo il sabato mattina. "Allora Virginio Bernardi decise di lasciarmi a casa e partì con la squadra per Pescara. Fosse accaduto oggi, avrei preso due aspirine e sarei salito sul pullman facendo finta di niente". Claudio Crippa ricorda a malapena l'unica partita saltata in 12 anni, nell'ottobre del 1986. Ne sono poi arrivate 400 di fila che significano aver avuto una grande fortuna ma, anche, una tenacia e una voglia di esserci incredibile. Non per niente è un uomo-franchigia (da 10 stagioni è a Pistoia) un po' come un altro playmaker di ferro, John Stockton, appiedato quest'anno dopo 609 partite consecutive. Stavolta non c'è stato nulla da fare, la penultima (nel 1990) lo avevano bloccato nell'ascensore dell'ospedale dov'era ricoverato, mentre stava raggiungendo il palasport, dopo una fortissima intossicazione. Il paragone col miglior regista puro del mondo non è così irriverente. Ma non è stato sempre così: "Quando ho debuttato in serie A, ero un pazzo scatenato - ricorda -, un Pozzecco degli anni Ottanta: facevo dei gran contropiede, forzavo i tiri. Sarà perché sono cresciuto nelle serie minori, la B e la C, e non nei vivai delle grandi società, ma giocavo come al "campino" (i playground toscani...)". Poi, però, è accaduto qualcosa di straordinario se oggi quando parli di Crippa intendi il regista per antonomasia che fa girare le sue squadre come orologi: "In A cominci a capire tante cose: ad esempio, che ci sono gli stranieri e che se vuoi che si impegnino in difesa, devi servirli in attacco. Gli allenatori ti chiedono di "selezionare meglio" i tiri, ci sono i compagni da accontentare e, alla fine, sono queste le cose che poi ti fanno vincere anche se, personalmente, certe caratteristiche tecniche le ho perdute". Ma oggi che è un grande vecchio, può permettersi di esprimere opinioni anche sgradevoli: "Sinceramente non amo troppo come si gioca oggi, tutti dicono di volere difesa e contropiede poi, appena aumenti il ritmo della partita, partono le occhiatacce. Secondo me, bisogna dare al pubblico qualcosa che resti impresso nella loro mente, che porti i bambini il giorno dopo a emulare quello che hanno visto la domenica. Difficile entusiasmarsi per uno che esce da un triplo blocco. E la gente non si diverte più come una volta, almeno quando in campo ci sono squadre di medio livello. Quando ho debuttato in serie A, la forza degli stranieri era impressionante, anche in A-2". Per Crippa è venuto anche il momento, dopo anni in cui era inamovibile dal terreno di gioco, di giocare meno, partendo dalla panchina. La Mabo, proprio su consiglio di Claudio di cui è amico nonché vicino di casa, ha preso Matteo Anchisi, 10 anni più giovane, che sta disputando un grande campionato. Conoscendo Crippa, e la sua gioia di giocare, il suo fair play è sospetto: "è giusto così, mi rendo conto che alla mia età sia impossibile dare 30' a partita di grande intensità. Non mi scoccia che Matteo parta titolare ma un pochino il fatto che potremmo giocare molto di più assieme. Fossi un allenatore, riempirei la squadra di playmaker. Ma il campionato è lungo, verrà anche il mio turno. Come sono diventato diplomatico, sembro un giocatore di calcio...". L'unico dato positivo è in allenamento: "Nel quintetto delle riserve ho minori responsabilità e più libertà nel gioco. è quel po' di follia che mi mancava: ogni tanto penso che mi piacerebbe tornare in B per vedere se lì si gioca ancora come una volta. Ma poi è difficile lasciare la A-1 finché non ti cacciano". Anche quest'anno è venuto il momento dei sogni: come quando si infortunò Gentile la scorsa stagione, il nome di Crippa è circolato stavolta per la Kinder Bologna, come play d'esperienza nel caso Ravaglia debba fermarsi per il ginocchio. La Mabo ha già detto che non se ne parla: "Pistoia ormai è la mia vita ma sarebbe un sogno provare l'ebbrezza di un grande club prima di chiudere la carriera. Non so cosa accadrà, come soddisfazione mi basta che si parli di me per delle squadre che pagavo per andare a vedere. La grande differenza è l'intensità di gioco: se guardo le partite d'Eurolega capisco che fisicamente io non c'entrerei niente". Dicevano così anche di Stockton. Adesso passa per uno dei più cattivi, parola di Rodman.

 


 

Virtus, l' Europa in tre storie

di Luca Chiabotti - La Gazzetta dello Sport- 28/03/1998

 

"L'anno scorso sono andato a Roma a vederle, quest'anno spero di avere dei posti migliori": Claudio Crippa, a 36 anni, debuttante in Eurolega, ha avuto in mano il pallone che ha portato alle Final Four di Barcellona la Kinder Bologna, per la prima volta. "Quando è andato in lunetta per il libero decisivo - racconta Ettore Messina - ho pensato: "Uno lo segna perché se lo merita più di tutti". Se esiste il grande Totem del basket, non poteva non guardar giù". è la storia più bella di una vittoria per la quale sono stati mobilitati miliardi e grandi nomi, che ci riporta a un basket più umano. Non che Crippa non sia un grande giocatore: "Per noi piccoli, in questa Europa, sta diventando veramente troppo dura. Ma ho imparato una cosa: mai andare dove c'è l'area colorata, non torni più indietro". Tensioni particolari? "No, forse perché sono l'ultimo arrivato. Alla fine conta sempre la stessa cosa: non pensare. Se uno va in lunetta e pensa quanto vale quel tiro, sia sportivamente che economicamente e per il pubblico, è sicuro che sbaglia. Come tirare un rigore al 90° ai mondiali".

 


 

CLAUDIO CRIPPA

di Marco Tarozzi - tratto da "EuroVirtus"

 

Guai ad aver paura di chiamare le cose col loro nome. Se davanti hai una favola, da favola la devi trattare. E allora via, cori e musiche celestiali perché nell'Olimpo dei Canestri adesso è entrato anche lui, il signor Claudio Crippa di anni trentasei, una vita spesa sui parquet di provincia, una carriera dritta e precisa, più che mai lusinghiera ma mai premiata da un trofeo grande e vero, di quelli che brillano di luce propria. Ricordi, quelli sì. Tanti, belli e importanti. Claudio Crippa, fino a pochi mesi fa, era quello che in serie A era arrivato più tardi degli altri, a ventiquattro anni, ma poi non aveva più mollato un attimo. Una specie di Tronman dei canestri, sempre in campo a Desio, per tre stagioni, e a Pistoia, addirittura per nove. Siccome nove anni sono una vita, per uno che di mestiere fa il professionista del basket, Claudio Crippa in Toscana era diventato una bandiera, un simbolo. E forse anche lui si era appoggiato coi gomiti all'idea di chiudere lì la carriera.

Invece. La bella favola, appunto. La Kinder che all'improvviso si ritrova senza Chicco Ravaglia, il ragazzo di casa pieno di talento, Ettore Messina che pensa al sostituto e fa quel nome. L'esperto, il rigoroso, il serissimo Claudio Crippa. Una chance, si può gettare al vento una chance? A Pistoia hanno capito, a Bologna hanno accolto il campione di tante battaglie. E lui ci ha messo la solita grinta, la voglia di non tirarsi mai indietro, l'impegno. Ha giocato le sue partite d'Eurolega, ha contribuito. E ha tenuto in mano la squadra quando Rigaudeau è rimasto al palo, infortunato. Alla fine si è ritrovato a Barcellona, a saltare su un parquet accarezzando quel trofeo che non era nemmeno più nemmeno il sogno di una vita. Un anno fa, a Roma, Claudio si era comprato un biglietto per le Final Four. Non voleva perderselo, quello spettacolo. Credeva di essersi divertito, credeva. Non sapeva che razza di scherzo felice gli avrebbe giocato il destino.

 


 

DA PISTOIA PER STUPIRE

di Alessandro Gallo - Bianconero numero speciale giugno 1998

 

Si può scrivere - dopo che la Virtus ha centrato una storica doppietta - un articolo trasversale? Nel dubbio ci proviamo. Anche perché è praticamente inevitabile associare la figura di Claudio Crippa a quella del suo gemellino d'oltre sponda, Dan Gay.

Amici, quei due. Amici per la pelle. Non è un caso che il primo contatto con il piccolo grande play - e se fosse arrivato prima a una grande squadra? - sia stato meditato da Gay. Era il capitano di Pistoia, Crippino, ma un capitano non giocatore. Rusconi non lo vedeva e lui, un concentrato di fosforo, intelligenza, buon senso e buon umore, ammuffiva in panchina. Triste viale del tramonto per uno che, pur vivendo a Montecatini - scommettiamo che un giorno lo faranno sindaco della città termale? - aveva dato tutto sé stesso (compreso i capelli) per Pistoia. "La Virtus vuole Crippa", la voce più ricorrente a Basket City. Ma perché mai quel play piccolino se la Virtus ha già Rigaudeau e se Ravaglia, dopo un po' di riposo, tornerà in campo?  La realtà è che lo staff tecnico sapeva Chicco avrebbe faticato a rientrare (com'è poi successo) e cercava l'uomo giusto per dare il cambio al francese. Dal play più alto del campionato a quello - centimetro più, centimetro meno - più basso.

Ma torniamo per un attimo a Gay: è lui, dallo spogliatoio toscano, a fare da ponte con il piccolo grande play. Che non ha un telefonino (che avrebbe poi acquistato, suo malgrado, una volta scoperta Bologna). Ha un tono entusiasta, Crippa, ma non si sbilancia.

"Ma la Virtus che dice?", si limita rispondere facendo sfoggio di diplomazia. In via Milazzo tutto tace, però Crippino arriva all'ospedale Maggiore, per fare le visite, mentre su Bologna si scatena il diluvio. "Play bagnato, play fortunato", viene da dire. E sarà così.

Claudio piomba in città con la maglia e la sua valigia piena di speranza, e si sistema, in punta di piedi, nello spogliatoio. è l'ultimo arrivato e, nelle trasferte gli affidano subito il compagno di stanza ingombrante, Sasha Danilovic.

E già li si vede l'abilità del tessitore: Sasha è un "rompiscatole" per sua stessa ammissione, ma quel "bischero" di Crippa è troppo simpatico. Cuce fuori dal campo, cuce sul parquet, dove si mette in evidenza per i suoi assist e la sua abnegazione. Sì, ma è piccolo, è vecchio e subisce i play avversari, i commenti più taglienti. Attiva la Coppa Italia, per Claudio, ovviamente, è la prima volta, Rigaudeau c'è ma non si vede: Messina usa Claudio con il contagocce. "Non si fida", giurano i bene informati: il coach si sarebbe già pentito della sua scelta.

E Claudio che fa? Quello che ha sempre fatto in tanti anni di carriera. Non si smonta: è uno dei primi ad arrivare agli allenamenti, dà fiducia ai compagni, sgobba duro e dà vita a tanti uno contro uno contro il "Condor".

Si arriva all'Eurolega, al neuroderby. "Riga" è out per ematoma, per fortuna c'è Abiio. Sì, ma gara2 "Tiramolla"è squalificato. Ci passeranno sopra, giurano i pessimisti e poi lo vedete quel Crippa contro il miglior play d'Europa? "Soch" (perdonate l'esclamazione) se lo vediamo. Claudio tesse la tela e, alla fine, è proprio RIvers a rimanerci invischiato. Crippino recupera gli ultimi palloni decisivi e va in lunetta e segna i punti della tranquillità. Mica male per un pensionato, vero?

Ma non è finita, perché prima di Barcellona c'è la tegola Danilovic. è una domenica triste all'Arcoveggio: musi lunghi, facce scure. C'è quello stempiato, però, che conserva il sorriso dei giorni migliori? Che c'è da sorridere, Claudio? "Tranquilli - risponde Crippino - questo è un gruppo che sa sempre cosa fare. Tranquilli: quella coppa la portiamo a casa noi". Come sempre ha ragione lui: non sbaglia mai, Crippino, è troppo intelligente per fallire.

E le finali tricolori? Non si smonta nemmeno qui, Claudio, che agita l'asciugamano dalla panchina, contento. E gioca qualche minuto, senza tradire alcuna emozione. Lui, il solito debuttante, a 36anni e rotti. Ma come farà a essere sempre così' tranquillo?

Negli spogliatoi ride con l'amico Sconochini, e regala la canotta di Djoarkaeff al "bimbone" Nesterovic. Già: ha una passione per il calcio, Crippino, che è cresciuto nel COme e, come il suo fratellino Dan Gay, tifa Inter. Nella partitella in famiglia - quella giocata all'Arcoveggio, sotto lo sguardo attento del prof - Claudio stenta, fino a quando il tifoso che, due giorni prima, gli aveva promesso la maglia numero 33. Quella di Jabbar? Macché, è quella di Colonnese dell'Inter. Ma che volete: anche i piccoli grandi uomini hanno qualche difetto. Ma si può sopportare benissimo la presenza di un interista in una squadra, perché Claudio è una persona speciale. Uno che ha una testa e due palle (si puà scrivere?) grandi così.

Che fare, ora, Crippino? Tornerà a fumare il sigaro di nascosto? "è la giornata anti-fumo - diceva da Benso, la sera del tricolore - ma uno scudetto, il primo scudetto, non si può non festeggiarlo...".

Chissà cosa farà Crippino che, tra l'altro, ha più di 430 partite consecutive (alla faccia del Crippino, questo ha un fisico d'acciao) in serie A. Fossimo nei panni di Cazzola uno così lo terremmo stretto. Lo abbiamo già detto: uno con quella testa sta bene in campo (ora), ma pure in panchina, dietro una scrivania. è un jolly: perché lasciarselo scappare dopo che proprio Pistoia ha fatto un clamoroso harakiri? Claudio Crippa: numero 1...