Krešimir Ćosićè stato un giocatore di basket croato.
Era anche un prelato della Chiesa Mormone. Nato a Zagabria ma cresciuto a
Zara. Dal 1971 al 1973 ha frequentato l'Università Mormone di Brigham Young
a Salt Lake City. è stato il
primo giocatore straniero ad essere eletto All-American (migliori giocatori
di college) negli anni 1972 e 1973. All'uscita dal college ha rifiutato
diverse offerte dai professionisti della NBA per tornare in Yugoslavia.
Ha disputato le Olimpiadi del 1968, 1972, 1976 e 1980:
nell'ultima ha condotto la sua nazionale alla medaglia d'oro. Ha vinto anche
due Campionati Mondiali, nel 1970 e nel 1978.
Al termine della carriera di giocatore è
diventato allenatore. In questo ruolo ha condotto la nazionale Yugoslava
alla medaglia d'argento delle Olimpiadi del 1988, alla medaglia di bronzo ai
Campionati Mondiali del 1986 e agli Europei del 1987.
è
stato il terzo giocatore straniero assoluto ad essere ammesso nella
Hall of Fame di Springfield. è
inserito nella Hall of Fame della FIBA.
è uno dei due soli giocatori
di Brigham Young del quale è stato ritirato il numero (l'altro è Danny Ainge)
Al termine della carriera sportiva si è dato
alla politica: è stato vice-ambasciatore negli Stati Uniti per la Croazia.
Il 25/05/95 è morto a causa del morbo di
Hodgkin.
biografia liberamente tradotta da http://en.wikipedia.org/wiki/Kresimir_Cosic
UNA SORPRESA DI NOME COSIC
Forse ci ha abituati troppo bene, offrendoci
ogni anno (a noi appassionati di basket e soprattutto ai tifosi della
Sinudyne) qualcosa di nuovo, di bello, di sorprendente. Prima Tom McMillen, poi il ritorno di
Driscoll (e lo scudetto), poi Villalta, l'anno scorso - tanto per non stare
nell'argomento giocatori - un parquet nuovissimo, all'americana. Tutti
dunque ci si chiedeva quale sarebbe stata la trovata dell'avvocato Porelli per la stagione ormai alle porte. Già
le voci circolate all'inizio dell'estate e riguardanti il possibile arrivo
in via Ercolani di sua maestà Dave Cowens avevano fatto capire che tipo di
aria sarebbe tirata quest'anno da quelle parti. Ed infatti, sebbene smentite
le notizie circa l'arrivo del superpivot americano, i tifosi bolognesi e
tutti coloro che seguono con interesse le vicende del nostro basket sono
rimasti a bocca aperta quando, agli inizi di settembre, è giunta ufficiale
la notizia del contratto stipulato tra la squadra bianconera e Kresimir
Cosic, il più grande pivot in assoluto della storia del basket jugoslavo, un
campione invidiato da tutta Europa, non fosse altro che per gli innumerevoli
dispiaceri che ha sempre dato alle Nazionali di tutti i paesi europei. Era
una sorpresa davvero grossa e non solo perché il diabolico avvocato Porelli era riuscito a battere (tanto per
cambiare) la concorrenza dei Boston Celtics. Cosic infatti è stato in questi
ultimi anni senza dubbio il campione straniero, meglio sarebbe dire
"l'avversario", più ammirato e stimato dal pubblico italiano che pure
avrebbe avuto mille e un motivo per nutrire nei suoi confronti ben altri
sentimenti. Invece la sua classe cristallina, le sue incredibili invenzioni
nei momenti più disparati (e spesso disperati...) degli incontri, quel suo
eterno fare un po' guascone e un po' svagato, alla Woody Allen, hanno sempre
attirato su di lui pareri positivi e basta.
Del resto, basterebbe dare un'occhiata al suo
curriculum per rendersi conto che tante lodi e tanta ammirazione non sono
mai stati mal riposti. Nato a Zagabria trent'anni fa, dopo alcuni anni
passati nelle squadre jugoslave si è trasferito nel 1970 negli Stati Uniti,
alla Brigham Young University, dove ha avuto modo di mettersi in luce come
uno dei migliori pivot del campionato universitario americano tanto da
essere inserito nelle scelte dei Los Angeles Lakers (NBA) e dei Carolina
Cougars (ABA). Ritornato in patria, ha ripreso il suo girovagare dal un club
all'altro, continuando nel frattempo a mieter successi con la Nazionale
jugoslava: tre campionati d'Europa, un campionato del mondo,due medaglie
d'argento alle Olimpiadi, un secondo posto nel nostro referendum per
l'elezione del miglior giocatore europeo. A Kresimir Cosic, vescovo mormone
destinato a diventare grande protagonista del prossimo
campionato italiano, manca solo la conquista di uno scudetto italiano:
un'idea, questa, che senz'altro sta bene anche all'avvocato Porelli...
IL "GIGANTE" DI BOLOGNA
di Guido D'Ercole - Superbasket - 07/11/1978
Una volta, erano i tempi di Ignis-Simmenthal,
Cesare Rubini aveva un solo cruccio: trovare l'anti-Meneghin. Ci provò con
Kenney il rosso, con Brosterhouse, poi con Hughes, ma con risultati assai
discutibili. Il Principe avevo però individuato cosa occorreva alla sua
squadra per metter fine all'egemonia varesina: scovare l'uomo che potesse
contrastare la potenza e la mobilità di Super-Dino. I tempi sono cambiati:
Rubini ha passato la mano ed il Simmenthal, dopo tante vicende, è diventato
Billy ed ha ben altri problemiche trovare l'anti-Meneghin.
Il ruolo di rivale numero uno del club
varesino di questi ultimi anni, è passato alla Sinudyne, e Bologna ha in
Porelli il suo Rubini, assillato dallo stesso problema: si possono mettere
in preventivo i 30 punti di Morse o magari tentare di fermarlo con Bertolotti (o, come accadde l'anno dello scudetto, con Bonamico), si può
tentare di pareggiare il conto con Yelverton (meglio Wells che Roche, a
questo proposito), ma restasempre aperto il problema Meneghin. Porelli ha
provato a carcare l'antidoto giusto: ha riportato a Bologna Terry Driscoll,
ma la classe e l'intelligenza del bostoniano non poteva bastare sempre;
allora ha provato con Villalta, quello che doveva essere il Meneghin del
futuro, ma anche Renato ha accusato battute a vuoto: troppo lento, meno
agile ed anche meno potente del varesino.
Ma insomma, dove trovare questo anti-Meneghin?
In America pivot di valore ce ne sono, ma quelli veramente bravi costano un
occhio della testa, ammesso che siano disposti a trasferirsi da noi, e
rischiano di pagare l'ambientamento con una prima stagione sottotono,ma la
Sinudyne non può aspettare. Ma perché andare a cercare oltre Oceano quando
in Europa, anzi a due passi da casa nostra, c'è il pivot che ha fatto
maggiormente soffrire Meneghin nella sua carriera? Ed ecco che l'avvocato
Porelli con il suo eloquio ben accompagnato dai fatti (leggi dollari, tanti
dollari) ha convinto Kresimir Cosic ad approdare a Bologna, battendo
un'antica concorrenza udinese.
Chi sia Kresimir Cosic lo sanno anche i
bambini:29 anni, due volte campione del mondo, tre volte campione d'Europa,
argento a Montreal, campione jugoslavo e oggetto di richieste dai "pro" NBA.
La fama, oltre che giocando, Cosic se l'è
costruita andando in America. Nel '71 abbandonò Zara (dove aveva vissuto
dall'età di due anni e dove probabilmente tornerà a vivere il giorno in cui
lascerà il basket) e varcò l'Oceano. Approdò alla Brigham Young Univeristy,
l'università dei mormoni. Mangiò basket e bibbia. Era un "ateista", come
dice nel suo più che accettabile italiano, e dopo un paio di anni sentì il
bisogno della religione:logico che si convertisse alla fede dei mormoni,
anzi, per usare le sue parole, alla fede dei Santi degli Ultimi Giorni. Una
moda? Macché! Se ne tornò in Jugoslavia, per esigenze della Nazionale plava,
indottrinato fino agli occhi, addirittura vescovo: fece (pochi) proseliti,
ma soprattutto continuò a lungo a mandare dinari in America, per la Chiesa
mormone.
Chi avrebbe potuto guadagnare da questo
contatto di Cosic con gli Stati Uniti era lo Zadar: per la prima volta una
squadra jugoslava si schierò in Coppa dei Campioni con un americano, Doug
Richards. Ma Cosic era molto mormone e moltissimo cestista, questo Richards
molto mormone ma poco cestista, e lo Zadar non fece molta strada nella Coppa
dei Campioni '75. Qualche grana invece la diede in buon Cosic per il suo
iniziale rifiuto di giocare la domenica, giorno consacrato al Signore:
grossi problemi per la Nazionale durante le manifestazioni internazionali,
ma alla fine "Cioco" fu convinto: "è
mio dovere non danneggiare il mio prossimo - sentenziò alla fine Kresimir -
e siccome ho dei doveri verso i miei compagni, giocherò, pur santificando
con le preghiere il giorno del Signore". I meno contenti, ovviamente, furono
gli avversari: loro sì che si sentivano danneggiati... E Cosic continuò ad
essere uno dei pilastri della Nazionale slava: gran mostro difensivo,
eccezionale sui rimbalzi e nell'aprire il contropiede e,quando occorre,
capace di dare i due punti che contano, anche se, ogni tanto, si lascia
trasportare dalla sua indole di gigione e cerca il numero ad effetto, il
palleggio strano o l'acrobazia da piccoletto, forse proprio per far vedere
che anche se è 2.09 è bravo, agile e sciolto come una persona di statura
normale. I "pro" avevano(e forse a ragione) il dubbio che fosse un po'
incostante (e magari anche un po' fragile): lui ammette: "In effetti non
riesco a concentrarmi contro avversari deboli: mi distraggo, mi vien voglia
di scherzare". Ma la Sinudyne, contro gli avversari deboli, può anche fare a
meno di lui: essenziale è che sia all'altezza della sua fama nelle partite
che contano. E contro Meneghin non ha mai sgarrato, neppure a Manila.
Di una cosa comunque si può star certi: si può
mettere la mano sul fuoco sulla sua serietà. Persino nella Nazionale slava,
dove quel pazzerellone di Slavnic impera a mò di capomafia e dove Dalipagic
e Kicanovic continuano a farsi la guerra fredda, lui rappresenta un'isola di
serietà, quasi di ascetismo. è
buono e gentile con tutti, ma sembra vivere in un mondo a parte, con quell'aria
quasi da missionario. Ama la lettura e, dopo aver studiato l'italiano
all'università, dice di aver gustato moltissimo Moravia. E le donne? A
Bologna le tentazioni non mancano... lui si schermisce, non fa vita mondana.
Ma in fin dei conti, non erano proprio i mormoni quelli che ammettevano la
poligamia? Chissà che a Bologna non diventi mormone anche su questo punto...
.
La betulla
di Gianfranco Civolani - da "I
Cavalieri della Vu Nera. I 125 anni della SEF Virtus attraverso i suoi
campioni"
Rubo l'immagine a un
collega, una betulla malata. Il mormone ha già trent'anni, gioca da una vita
e adesso è anche vescovo mormone da quando officiava i suoi riti in campo,
là sul gran lago Salato. Kresimir Cosic detto Creso. Arriva a Bologna tutto
curvo e ramingo, arriva per pilotare la V nera laddove l'anno prima non
c'erano riusciti né Terry Driscoll e nemmeno quel
bizzarro puledro che era John Roche. Ma il vescovo non ha voglia di
allenarsi e di soffrire, inventa sempre una scusa di troppo per disertare la
palestra e le sue prime esibizioni sono roba un po' troppo virtuale, quel
che potrebbe essere e purtroppo non è. Però che fosforo, che classe
purissima, che universalità, ecco. Pivot? Ma no, di tutto un gran bel po'.
Orchestra, detta il verbo, ispira e finalizza. In panca c'è un debuttante di
lusso, quel Terry Driscoll. E l'altro straniero è un buon cristianone - tale
Owen Wells - funzionale al cosiddetto disegno di squadra. Driscoll si muove
sulla stessa lunghezza d'onda di Creso, la lunghezza d'onda
dell'intelligenza vivida e viva.
Creso è sempre così acciaccato e indolente,
in apparenza accusa gravemente il peso degli anni e duemila malanni alla
schiena. Sotto il gomitone, sussurrano i compagnucci che vorrebbero venerare
il venerando e che però si scocciano a vedere che fra loro ce n'è uno solo
che durante la settimana fa delle flanelle giganti. Ma occhio al prodotto.
La betulla malata ti porta due scudetti in serie, la zonona (3-2) montata da
Driscoll paga puntualmente e così Driscoll e Creso fanno tombola entrambi,
due su due e mai più una roba così. Fuori dal campo non sai dire se Creso
sia più godibile e accattivante ancora. Un genio, ma sì. Ti basta stargli un
attimo accanto e capisci di basket più di quanto ne sapessi un po' prima. E
hanno un bel da prenderlo in mezzo i compagnucci simpaticamente malevoli, lo
prendono in mezzo perché si narra che ai mormoni
quella cosa lì non piaccia per niente e così gli dicono in coro: Cioso, ma
tu non ciosi mai? E lui, serafico: "Ce l'avete sorella o fidanzata? Portate
a me, portate". Se ne va onusto di allori e trofei e lascia in tutti noi il
rimpianto di non poter più godere la sua arte inimitabile.
Ma Creso è
proprio una betulla che non si rizza più, la schiena è a pezzi, la voglia di
soffrire zero e la voglia di giocare idem. E allora leggiamo ogni tanto che
Creso fa l'allenatore qua e là e che svezza i giovani talenti come pochi e
un giorno Porellone ha la pensata di far tornare proprio qui il vescovo per
officiare ancora un qualche rito, ma questa volta posando i magri glutei
sulla panca. Chiaramente noi della stampa lo accostiamo in modo più diverso
e variegato rispetto a quando evoluiva sul parquet. La Virtus da lui diretta
va e non va e qualche robustissima paga nel derby accorcia qui la sua vita
da coach. Io un giorno lo invito a una trasmissione radiofonica e resto
colpito dal suo sapere. E a tutto porto con grande semplicità di accenti e
poi finiamo a parlare dell'esistenza e di certi valori inestimabili e su
quel piano non mi convince solamente perché lui crede
e io no, ma l'uomo è sicuramente molto affascinante e il coach è anche tanto
sfigato perché la Virtus che gli affidano non è di
primissima qualità e i risultati sono - come dire - conformi.
Oggi il
ricordo di quel che ci diede Creso resta indelebile. Chi il miglior
straniero Virtus di sempre? Ce lo domandiamo, me lo domandano. Cosic o Mc
Millian o Danilovic, continuo a rispondere, e penso a quella betulla che
puntava sempre verso il cielo e anche verso la nuda terra. Due anni fa andai
a Charlotte, in North Carolina. Creso era diventato vice-ambasciatore di
Croazia a Washington. Si era messo in politica, gli piaceva tanto far
qualcosa per il suo popolo. Lo vidi un giorno al supermercato, girava
portandosi tutta la sua figliolanza. Una ragazza gli chiese di mettersi in
posa per una foto, una ragazza bolognese che tifava e tifa Virtus. Grazie a
te che mi fai quest'onore disse Creso spianando anche a me vecchio amico il
suo sorriso solare. Mi sembrò un uomo molto felice e ci restai di gesso
qualche tempo dopo quanto mi raccontarono che quell'anima lunga era stata
assalita da un terribile male che non dava speranze. Ma io lotto duramente,
confidò Creso da là e dal suo letto di dolore.
Poi l'inevitabile fine, la
betulla che aveva toccato il cielo si era inabissata così. E chi oggi è
stato al cimitero di Zagabria mi dice che là è sepolto il grandissimo Drazen
Petrovic e che nei paraggi c'è anche la tomba - che ha sempre fiori freschi
- dell'incommensurabile Creso. O natura o natura, perché
non rendi poi quel che prometti allor? cantava il poeta.
Creso, il più grande
di Maurizio Roveri - Corriere dello Sport/Stadio
- 26/05/1995
"Il più grande giocatore
che io abbia avuto. Un talento straordinario. E soprattutto un grande uomo.
Un personaggio fuori dal normale, nel senso buono". Così l'avvocato
Gianluigi Porelli ricorda Kresimir Cosic, morto ieri a 46 anni in una
clinica americana, stroncato da un male incurabile.
Porelli ha avuto diverse felici intuizioni nel ventennio di uomo-guida della
Virtus Pallacanestro: è lui che portò in Italia Dan Peterson nel settembre
del '73, è lui che regalò per una stagione al popolo virtussino il talento
giovane di Tom McMillen studente a Oxford destinato alle glorie della Nba, è
lui che riportò da noi Terry Driscoll, e poi ci fece conoscere la scienza di
Jim McMillian il "duca nero". E fra queste intuizioni geniali trova un posto
speciale la scelta di ingaggiare Kresimir Cosic, gigante slavo di 2,11, già
veterano quando arrivò a Bologna nel '78 con un fisico che pareva cadente e
che certo non eccitava la folla del palasport di Piazza Azzarita I settemila
accolsero Kresimir con freddezza, quasi con diffidenza. Ma lui sorrideva,
con quell'aria pacifica. Nei suoi grandi occhi da gigante buono c'era la
luce, la luce di un messaggio.
Il messaggio della sua fede: canestri e Bibbia, Bibbia e canestri. Una
spiritualità più forte di ogni malizia, di ogni intrigo di questo mondo. Il
messaggio della sua pallacanestro: così limpida, così geniale, così
raffinata. Un playmaker di 2,10. Un pivot con il fosforo di un regista. Sì,
pivot e playmaker al tempo stesso. L'arte della creazione del gioco. Luce e
voce di una Virtus vincente. La Virtus di Cosic e Wells e della famosa zona
3-2 ideata da Driscoll al suo primo anno da coach in collaborazione con
Ettore Zuccheri. Ma soprattutto la Virtus di Cosic e di Jimmone McMillian
nella stagione successiva: al loro fianco Caglieris, Villalta e Bertolotti.
Un quintetto da favola, a nostro avviso il più bel quintetto virtussino di
tutti i tempi.
Vi proponiamo un'immagine storica. Finale-scudetto del '79, la Virtus che
trionfa al Palalido contro il Billy di Dan Peterson, la cosiddetta "banda
bassotti". Cosic all'altezza della lunetta col suo lungo e magro braccio
destro in alto, a tenere lassù il pallone: ad altezze dove gli avversari non
potevano arrivare e guardavano impotenti. E intanto, dentro l'area, i vari
Generali, Villalta, Bertolotti "tagliavano"
sottocanestro per ricevere l'assist di Cresimiro. E quei passaggi erano
deliziosi, pennellate d'autore, piccoli capolavori. Non abbiamo mai più
visto qualcosa di simile.
"Prima di quella finale - è un aneddoto che ci racconta Porelli - dico a
Cosic: fai attenzione, Kresimir, che quelli del Billy picchiano, giocano
duro. Sono preoccupato. Lui mi guarda e con un'aria serafica mi fa vedere il
muscolo del braccio destro, dove... il muscolo non c'era. Vedi, avvocato,
che forza? E allora tu devi stare tranquillo". Porelli sul momento rimase
perplesso. Ma capì tutto ad inizio partita. La forza era nella testa dei
giocatori della Virtus, nella loro mentalità, la forza era la serenità di
Cosic. La sua grande luce.
Talvolta scherzavamo con Kreso sulla scelta della sua religione. E sul fatto
che nessuno lo vedeva andare con delle donne. E i compagni di squadra di
quella Sinudyne lo stuzzicavano: Kreso, si dice in giro che i mormoni
possono avere tante donne, è vero? Cosic sorrideva divertito. "Non è più
così oggi. Una volta avevamo la poligamia. Adesso possiamo sposare una sola
donna. Anche i nostri preti sono sposati".
- Ma l'avventura è peccato, si o no?
"Certo, è peccato, come nella religione cristiana".
- Ma non dirmi che tu non hai delle avventure...
"Mica siamo tutti perfetti...".
Ecco, Kresimir Cosic vogliamo ricordano così, con una battuta, lui che la
vita l'ha sempre vissuta con il sorriso sulle labbra.
Il trio delle torri bolognesi
Villalta, Cosic e Generali taglia fuori Bariviera e Flowers mentre Jim
McMillian scatta in contropiede
Addio Creso, genio del
basket
di Walter Fuochi - La
Repubblica - 26/05/1995
Creso ha abbassato il
pallone. Lo teneva lassù, in cima a un braccio sottile
come una liana: nessuno degli avversari poteva arrivarci, lui intanto
guardava, quasi irridente, dove potesse lanciarlo. Era alto 2.10, giocava
pivot. Il ruolo è un limite: in realtà era una testa pensante, su un fisico
fragile, su ogni punto del campo.
Kresimir Cosic ha perso ieri la sua partita col cancro. E morto all'ospedale
John's Hopkins di Baltimora: era stato, aggredito da tempo alle ghiandole
linfatiche, il male e le cure l'avevano fiaccato. Ad amici che lo chiamavano
da Bologna aveva risposto, pochi giorni fa, con toni mesti. Alla Virtus
aveva vinto in 2 anni, da giocatore: ’79 e ’80, con Villalta e Caglieris,
Bertolotti e Generali, Wells e McMillian. Era tornato da tecnico: l'avvocato
Porelli credeva al suo genio un po’ strampalato, unico. Ma il torneo '87-88
andò male e non ci fu conferma. Cosic, che aveva allenato anche la nazionale
jugoslava, lanciando ragazzi come Kukoc e Radia, Divac e Paspalj, quando
parevano bambini troppo imberbi, finì per poco in Grecia, poi riprese la
strada dell'America, dove aveva studiato, all'università mormone. Il suo
paese s'era spaccato, a Washington la Croazia apriva l'ambasciata e Cosic ci
entrò. In America ha scoperto e lottato col suo male, un paio d'anni, senza
fortuna. Resta un ricordo per la Bologna che l'amò. Lui e il suo basket
unico e geniale.
La mia prima partita di basket
fu un Sinudyne-Gabetti dell'anno 1978/79. Era la Virtus dei Villalta, dei
Caglieris, dei Bertolotti ma soprattutto di Cosic. Sì, perché quella Virtus
innanzitutto brillava della luce emanata dall'elegante e filiforme asso
slavo. I suoi appostamenti in lunetta erano un rompicapo per ogni coach
avversario perché, gigioneggiando come solo lui sapeva, si metteva in quella
posizione dalla quale poteva ugualmente tirare o passare. Anche un onesto
mestierante dei parquet come l'Owen Wells del suo primo anno virtussino
sembrava un asso al suo fianco.
Strepitosa la coppia dell'anno successivo
quando insieme a lui venne a miracol mostrare il grande Jim McMillian: la
migliore coppia di stranieri mai vista a Bologna e, a mio modesto parere,
anche in tutta Europa fintanto che di stranieri se ne potevano schierare
solo due.
Due stagioni, due scudetti: il Vescovo
(ovviamente non era un vescovo mormone ma, si sa, le etichette tendono
sempre all'iperbole) è uno dei pochissimi virtussini col percorso netto.
bosforo65, 02/01/08
DI VINCERE NON CI SI STANCA
MAI
di Nando Machiavelli - Superbasket - 23/05/1979
Sul pullman bianconero che,
nella notte di domenica 6 maggio (data importante nella storia della Virtus
ma anche del basket italiano) riportava la Virtus a Bologna i neo campioni
d'Italia, l'euforia era al massimo. Villalta cercava riconoscimenti dai
compagni per i 34 punti messi nella retina del palazzone; Caglieris diceva
che i suoi palleggi avevano costretto D'Antoni ad essere riaccompagnato a
casa tanto era frastornato. Creso Cosic se ne stava in un silenzio
preoccupante, ma a un certo punto sbottò:
"Non mi ringraziate neanche
per la bella figura che vi ho fatto fare? Nel secondo tempo non ho tirato
neanche una volta, per farvi sfogare!"
Rumori di vario tipo seguirono
la frase del campione del mondo, visibilmente soddisfatto di aver vinto uno
scudetto alla sua prima apparizione si parquet italiani e soprattutto per
aver trovato compagni ideali e un ambiente ideale in modo da poter esprimere
la sua immensa classe.
"Chi discute Cosic è un
incompetente - tuona Gigi Porelli - eppure è accaduto che cinque mesi fa mi
siano arrivate lettere anonime per il fatto di averlo ingaggiato". DOve si
dimostra che anche della "magna" Bologna non mancano i matti.
In otto mesi Cosic ha vinto un
mondiale e un titolo nazionale ed ora si prepara a dare una mano ai compagni
jugoslavi per l'assalto al titolo continentale. Non lo preoccupa - gli
chiediamo - questo nuovo impegno?
"Adesso che il fisico è a
posto posso continuare in tutta tranquillità. Ho fatto un po' di fatica a
sistemarmi, quest'inverno ho avuto problemi al polpaccio, quello che più mi
è dispiaciuto sono state le chiacchiere che sentivo in giro. DIcevano che
sarei venuto a Bologna per fare quattrini, senza preoccuparmi di dare il
meglio possibile: è chiaro che qui qualcuno non mi conosceva bene!"
- Cosa ti ha dato questa
esperienza con la Sinudyne?
"Sono rimasto molto
impressionato dall'organizzazione della società, direi a livello
professionistico americano, eppure c'è un rapporto molto lineare tra tutti
noi, l'avvocato è molto chiaro nelle sue richieste, è logico che pretende il
più possibile, ma non ha mai fatto drammi, neppure quando siamo stati in
difficoltà, all'inizio del campionato. Penso che nella fase finale la
squadra abbia dimostrato di meritare il titolo".
- Resterai a Bologna?
"Il mio contratto non scade
ora, perno che sia io che la Sinudyne intendiamo mantenere l'accordo che
prevedeva la mia permanenza per due stagioni".
- Cosa dici di Terry Driscoll?
"é
un giovane coach, che ha avuto necessità di fare esperienza. Probabilmente
all'inizio avrà commesso anche lui degli errori, ma è un uomo eccellente,
con il quale si può anche... contestare. Ci ha pilotato nel finale come un
esperto della panchina, del resto anche come giocatore ha sempre impiegato
molto poco a capire le necessità della squadra in cui giocava".
- A volte in campo ti sei
arrabbiato con i compagni perché non ti assecondavano: non è mica sempre
facile capire le intenzioni di un campione del mondo, sei d'accordo?
"Non esageriamo, io non mi
sono arrabbiato con nessuno; certo mi piace quando tutto funziona, quindi se
c'è una palla persa male o un tiro fatto al momento sbagliato è chiaro che
non sono contento, mala cosa riguarda anche me, perché di stupidaggini ne
commettevo anch'io quante e più degli altri".
- Hai voluto sfottere i
giocatori del Billy nel secondo tempo di Milano, quando tenevi la palla
sulla testa e loro ti saltavano attorno come grilli, senza raggiungerla?
"No, ho semplicemente gelato
il pallone: i piccoli lo fanno palleggiando, io ho la fortuna di avere le
braccia lunghe e il pallone stava bene lassù, io rispetto tutti in campo,
non vedo proprio perché si debbano prendere in giro gli avversari".
- A parte i tuoi compagni, chi
sono i giocatori del campionato che più ti hanno impressionato?
"Non molti, una volta
Sojourner, un'altra Meely, Kupec è un ottimo tiratore, Morse è un modello di
eleganza e correttezza".
- Vuoi diventare anche
campione d'Europa, non sono troppe tre vittorie in nove mesi?
"A vincere non ci si stanca
mai: sì, penso proprio che la mia Jugoslavia possa vincere gli europei. Poi
mi riposerò, per tornare in maglia Sinudyne dopo le vacanze con una nuova
voglia di vincere".
Cosic come rimane nella
memoria di molti: in lunetta a dispensare assist ai taglianti
Con Dan sono
stato fino al suo esonero. Nel 79-80 e 80-81, insieme a Driscoll, vinciamo
lo scudetto. Ho avuto l’onore di allenare il grande Kresimir Cosic, il più
grande straniero (a mio avviso) mai approdato in Italia.
è il fiore
all’occhiello della mia vita di allenatore.
Ettore Zuccheri
Un ricordo di Creso da parte della moglie Lierka e di Charly
Caglieris
tratto dal libro"Slavi d’Italia"di Marco Valenza - Cantelli editore
Lierka attacca a parlare dell'ultimo periodo italiano di suo marito: «Quando
allenava a Bologna fu una fase molto difficile della sua carriera. Lavorava
tantissimo, ma non aveva fortuna, che è una cosa sempre necessaria nello
sport. Penso che non sia stato capito come allenatore. Sapeva più di quello
che gli altri potevano capire, era un genio incompreso e per questo
soffriva. Bologna era una città bellissima, abbiamo tanti amici là. Ma Kreso
non si è divertito tanto come quando giocava».
Quando arrivò a Bologna come giocatore suscitò immediatamente delle
perplessità. Aveva 31 anni, ma fisicamente ne dimostrava di più ed il suo
fisico iniziava ad essere provato dalle fatiche di una carriera che chiamava
già 15 anni di professionismo. Col suo carisma e la sua personalità, si
inseriva in uno spogliatoio di caratteri duri, che inizialmente non
accettarono facilmente il suo estro. Apro una parentesi per un ricordo di
Charly Caglieris: «Mi vengono le lacrime a parlare di Kreso. Credo di essere
stato l'ultimo a sentirlo. Mi avevano detto che stava molto male e lo
chiamai quando negli Stati Uniti erano le 11 del mattino. Mi risposero che
stava dormendo e questo particolare mi insospettì. Riprovai due ore dopo,
riuscii a parlargli. Aveva una voce che ricorderò per sempre. Provata,
sofferta. Provò a tranquillizzarmi: era un grande d'animo, era lui a
rincuorare i suoi amici. Ci eravamo dati un mezzo appuntamento per il
futuro, appena si sarebbe rimesso: ma da lì a tre giorni sarebbe morto».
«Aveva una grossa personalità e, a Bologna, si inseriva in un gruppo di
forti personalità. Un gruppo già formato e che aveva già vinto. Ci volle del
tempo per trovare un'intesa, soprattutto col suo modo di fare. Noi eravamo
grandi amici - prosegue Caglieris, campione d'Europa con la nazionale
italiana, che oggi si è ritirato e vive a Torino - quando nacque mio figlio
ed arrivarono i miei suoceri mi ospitò a dormire a casa sua e vi rimasi per
una settimana. Lo rispettavamo, ma voleva primeggiare appena arrivato ed il
gruppo non lo accettò subito benissimo. Per motivi religiosi la domenica
mattina non voleva allenarsi. Coach Terry Driscoll impazziva, per nulla al
mondo avrebbe cancellato la seduta di tiro e l'ultima riunione. Non è che
Kreso non si presentasse in palestra, lui veniva, ma col vestito buono,
perché magari era appena reduce dalla Messa, in giacca e cravatta, scarpe da
passeggio: Stava lì, passeggiava a bordo campo, rideva. Andammo incontro ad
un paio di sconfitte consecutive ed il coach gli intimò di presentarsi a
tirare la domenica seguente. Kreso, da buon professionista, si presentò: in
giacca, cravatta, ma scarpe da ginnastica ai piedi. Era il suo modo di dire:
sono pronto, tiriamo.
Un'altra volta gli dissi qualcosa io e l'episodio divenne famoso. Ogni tanto
aveva la mania di prendere il rimbalzo e partire in contropiede
palleggiando. Si vede che quella volta lo fece un po' troppo. Eravamo in
allenamento, lo avvicinai e gli dissi: Kreso, sei bravo, ma sei 2.10; dai la
palla a me, che sono 1.80, faccio il play e so palleggiare. Lui mi rispose
con una frase rimasta celebre: "Caro Charly, per costruire le case ci
vogliono i muratori e gli architetti; tu sei il muratore ed io il tuo
architetto".
Come sempre accade per i grandi miti, non si capisce fino a che punto tutto
ciò è realtà e quanto sconfina nella leggenda. Ad esempio, Lierka sostiene
che sia una favola quella degli allenamenti saltati alla domenica mattina.
«Non era nello stile dei mormoni sottrarsi a degli impegni professionali. La
religione gli imponeva di fare tutto ciò di cui la squadra aveva bisogno,
sempre che fosse nelle sue possibilità fisiche. Se ha saltato qualche
allenamento fu solo perché riteneva che non fosse utile al suo fisico ormai
ultratrentenne e che il riposo prima della partita gli giovasse di più»,
spiega Lierka. Vent'anni dopo, una cosa del genere la fa anche Michael
Jordan e si parla del mito capace di autogestirsi per mantenersi a livello
d'eccellenza, non certo di pigrizia. Smise di giocare quando aveva vinto
tutto ed aveva perso un po' di motivazioni: era stanco, ad essere il numero
uno si prendono tante botte; era sempre al centro dell'attenzione. «Voleva
fare un'altra cosa, era allegro, motivato, iniziò a scrivere la sua
autobiografia. La decisione di lasciare il parquet non fu sofferta», ricorda
Lierka.
Cosic, quando conta c'è sempre
di Dino Meneghin - Giganti del
Basket - aprile 1979
Non sempre quando sei in
attesa di un incontro importante o di uno scontro con un grande avversario,
riesci a concentrarti adeguatamente. Può capitarti di rimanere in tensione
per l'intera settimana precedente all'incontro e poi presentarti in campo
senza concentrazione, distratto magari dalla tensione stessa.
è una questione di maturità.
Uno dei pochi giocatori sul
quale riesco a concentrarmi come si deve già due o tre giorni prima
dell'incontro è Kresimir Cosic. Probabilmente perché mentre io ero in ascesa
e già qualcuno cominciava a decantare le mie gesta (si fa per dire) Creso mi
ha fatto fare qualche sano bagno di umiltà, mi ha lasciato il segno.
Lo conobbi per la prima volta
agli Europei junior del '66 a Porto S. Giorgio; poi lo rividi in un incontro
amichevole a Cortina, prima delle Olimpiadi del Messico dove rimase fuori
squadra,e finalmente, come diretto avversario ai mondiali di Lubiana, nel
'70.
Cosic è stato per diversi anni
il miglior giocatore europeo in senso assoluto e a Lubiana era in forma
splendida. Appena rientrato dagli Stati Uniti, dove aveva perfezionato il
suo gioco e rifinito il suo bagaglio fondamentale, l'asso slavo era
assolutamente incontenibile. Allora esisteva un solo giocatore che poteva
sostenere il confronto con la classe di Cosic ed era Zidek, il pivot
cecoslovacco. I termini di paragone però cadevano immediatamente quando si
cercava in Zidek qualcosa che bilanciasse l'estrema versatilità e la varietà
di gioco del mormone. Zidek era un grande pivot e sapeva fare egregiamente
il pivot: basta. Guardando Cosic invece ti rendevi conto di avere di fronte
un fenomeno, un tipo di giocatore fino ad allora assolutamente sconosciuto
in Europa.
A parità di ruolo e di
centimetri è difficile trovare un giocatore ugualmente estroso e con la sua
fantasia. è un giocatore
intelligente e grazie alle sue caratteristiche può giocare anche fuori,
aumentando così il suo potenziale d'attacco. La sua versatilità, che lo
facilita nel cambiare tipo di gioco e posizione nel campo, lo portava
facilmente anche a "gasarsi" come si dice, a strafare un pochino; sembrava
di trovarsi contro un giocatore brasiliano e non era raro vedere
l'allenatore di turno impallidire in panchina e fare scongiuri mentre Cosic
portava i suoi due metri e dieci in giro per il campo, palleggiando dietro
la schiena e sparando assist da mozzafiato. Se poi le cose giravano bene
allora potevi prendere la tuta e tornartene negli spogliatoi: quantomeno
risparmiavi una brutta figura.
Ora, con gli anni, il
giocatore è chiaramente maturato e di conseguenza ha riposto nel cassetto
qualche numero di fanta-acrobazia, impegnandosi invece per mettere al
servizio della squadra la sua grande visione di gioco. In questa specialità
è veramente un fuoriclasse: è capace di organizzare il gioco d'attacco
meglio di un playmaker ed è un ispiratore perfetto per le soluzioni dei
compagni.
Individualmente, come
attaccante ha molte soluzioni: soluzioni che scegli istintivamente a seconda
del tipo di marcamento riservatogli e dalla posizione della difesa del suo
avversario. In questo è bravissimo, ti "sente" molto e si regola di
conseguenza, cambiando tipo di gioca con estrema facilità.
è ugualmente pericoloso sia
in gancio che in sospensione e, se è in giornata, non gli fa molta
differenza la posizione ravvicinata o la lunga distanza.
Non ama molto i marcamenti
"particolari", quelli con la clava in mano per intenderci. Quelli non li può
vedere e ci gira abbastanza al largo, anche perché lui è estremamente
corretto, non pratica il gioco duro e quindi non vuole che lo si pratichi
contro di lui. Come ho detto prima ha un'ottima visione di gioco e passa il
pallone molto bene, tant'è che se può preferisce dare un buon assist che
concludere di persona.
Come rimbalzista è inutile
dilungarsi nel descrivere le sue qualità, perché ormai sono note a tutti. I
rimbalzi sono la sua specialità e per questo ha ottime qualità naturali. è
alto, ha le braccia lunghe, è tempista, ha buoni garretti e prende bene
posizione. Detto questo è detto tutto. Non cura molto il tagliafuori ma
bisogna dire che è uno dei pochi a poterselo permettere.
Il suo modo di difendere è
caratterizzato da una costante che è quella della stoppata. Nella stoppata
Cosic trova la sua massima realizzazione come difensore e la migliore
soddisfazione. QUesta caratteristica, unita al fatto che la difesa
aggressiva non è quella che preferisce, portano inevitabilmente a fare una
distinzione ben precisa nella valutazione di Cosic difensore. Se infatti si
può affermare che nella difesa individuale il pivot della Sinudyne non è
quello che abitualmente si definisce un mastino, non rappresenta uno
spauracchio, nella difesa a zona è una sicurezza. Chiunque vuole costruire
una difesa a zona coi fiocchi non può non indicare in lui il perno ideale.
La sua mobilità, il tempismo, l'esperienza e i suoi lunghi tentacoli sempre
pronti a stoppare tutti i palloni sono le armi che fanno di lui un baluardo
quasi insuperabile. Ho detto prima che Cosic è un giocatore che si gasa: mi
spiego meglio. Come carattere Creso ricorda un po' i giocatori brasiliani,
il cui rendimento è particolarmente influenzabile a secondo dell'andamento
dell'incontro e della propria prestazione personale. Se infatti riesce a
giocare dando spettacolo e sollevando l'entusiasmo del pubblico, Cosic
diventa incontenibile. Diversamente, si limita a fare la sua parte, che
comunque è sempre ragguardevole, senza dannarsi troppo. Il suo esaltarsi è
comunque estremamente produttivo e in quei momenti dare la palla a lui è un
po' come metterla in cassaforte: sai quasi con certezza che finirà nella
retina o nelle mani di un compagno smarcato sotto canestro.
Come uomo lo conosco
attraverso quei pochi momenti che le varie manifestazioni cui abbiamo
partecipato ci hanno concesso. Lui è certamente lo jugoslavo con cui si
parla di più, il più cordiale e il più gentile. Con gli slavi noi italiani
ci siamo sempre limitati al minimo indispensabile nei contatti extra-gioco
perché la rivalità è sempre stata sentita molto. Anche coi russi c'è
rivalità, ma psicologicamente li abbiamo sempre considerati come una realtà
lontana dalla nostra, una cosa a parte.
Con Cosic abbiamo però sempre
avuto rapporti estremamente cordiali, grazie soprattutto alla sua gentilezza
e l'affabilità del suo carattere. La religione che ha abbracciato lo
qualifica di per sé come uomo e possiamo star certi che se è corretto in
campo lo è altrettanto nella vita privata. Se lo incontri venti volte al
giorno sicuramente venti volte ti saluta. Nella rivalità con gli slavi (ci
tengo a non essere frainteso) non è che ci sia qualcosa di personale con
questo o con quello, solamente sentiamo molto l'incontro, è una cosa di
pelle; e poi c'è da dire che battere gli slavi vuol quasi sempre dire
arrivare primi o secondi.
Per concludere il ritratto di
Kresimir Cosic, bisogna dire che, nonostante a volte possa dimostrare di non
impegnarsi fino alla morte o di prendere sottogamba un incontro, è un
giocatore che nelle partite che contano c'è sempre e non si tira mai
indietro, indipendentemente dalle sue condizioni di salute. Anche a Manila
sembrava che fosse sotto tono e nelle partite di qualificazione si era
cominciato a parlare del suo cattivo stato di forma e della sua parabola
discendente. Nel girone finale abbiamo visto poi cosa è stato capace di
fare. A Liegi è stata la stessa cosa e nelle partite chiave, contro di noi e
contro i Russi, è stato insuperabile.
Con lui non ho mai avuto
sconti, né in campo né tantomeno fuori: è un giocatore di classe e con chi
gioca di classe non fai a cazzotti.
Kresimir Cosic
di Gianfranco Civolani - da
Giganti del Basket - luglio 1979
Cioso non beve, e va bene.
Cioso non fuma, e va bene. Cioso non va a donne, e no, non va bene, orrore e
disdoro si grida in città, vergogna delle vergogne, proclamano i
maschilisti, i gaudenti, diciamo pure i tradizionalisti. Quella pellaccia di
Martini prende la palla al balzo. “Ma tu, Cioso, non hai mai quel prurito?”
“Quale prurito, caro, dimmi tu quale” “Cioso, ma a te le donne fanno
schifo?” “Dipende da tua sorella. Tu me la porti qui, io valuto attentamente
e poi semplicemente vai a chiedere a lei, a tua sorella”. Testuale, penso
possa dare l'idea del per sonaggio. E poi d'accordo, pare che il signor
Cioso abbia le sue regole, ma forse è il caso che intorno al personaggio
facciamo un viaggio serio, circostanziato, non il solito viaggio da
cartolina. La Sinudyne lo va a reclutare d'estate. Ci vanno il duce e il suo
vice, il duce truce insieme a Rovati. Quanto vuoi, voglio tanto, va bene per
questo tanto, vi informerò presto, ciao e grazie. Cioso è un professionista
in ogni sua espressione. Sceglie correttamente il club che lo ha
interpellato per primo e ovviamente sarà disponibile dopo Manila. Incontro Nikolic una sera, Manila appena alle spalle.
“Dimmi qualcosa di Cosic” “Cioso fatto molte porcherie” “Impossi bile””Sì,
porcherie che atleta non deve fare” “Ripeto che è impossibile” “Ma tu pensi
sempre a quelle porcherie là. No, lui non preparato campionato come si deve,
lui passato estate poco pensando a pallacanestro, lui Sinudyne soffrirà
molto”. E infatti soffre al punto di far pensare se è stato giusto prenderlo
qui quando ha già trentun'anni e sembra l'immagine spenta del giocatore che
fu. Il duce truce ha una fede incrollabile, ma la Sinudyne perde un po' di
partite, Cioso ciondola per il campo, qualche volta nemmeno segna un punto.
Ha male un po' su e un po' giù, che gentiluomo, che gran signore, che
esempio d'uomo, ma che gran montagna di pillole, che farmacia. Figuratevi
che al duce truce arrivano telefonate molto sinistre. Minacce, pernacchi, lo
sfogo di gente di poca fede. Io stesso scrivo che con le vagonate di milioni
che la Sinudyne si ritrova in cassa, beh, Cioso più
Wells sono un po' poco, a occhio. Poi facciamola corta: saranno state
fatte le profezie di professor Aza, sarà che Cioso è una lenza capace di
dare il meglio quando la posta in palio conta doppio, sarà che tutto il
congegno ordito da Driscoll-Zuccheri
comincia a dar frutti a gioco lungo, sarà che la classe non acqua, si
diceva una volta.Sì, ma il personaggio?
è mormone,
militante mormone, ma non vescovo. E non è vero che passa le sue giornate
andando a far prediche porta a porta. E' impastato di dottrina e non
disdegna fare qualche sermone nella sua sacra chiesa, tutto qui. E si
accultura quotidianamente, frequenta quelli della sua setta, ha
amici-confratelli nel mondo intero. A Bologna frequenta un corso di storia
economica, raramente legge Topolino, nel senso che si distende approfondendo
temi ponderosi e immergendosi sistematicamente nella materia. E vive
religiosamente, nella sostanza dei fatti. Altruista, molto portato a
sostenere il prossimo, pieno di soldi che tranquillamente disperde per la
santa causa. Ha la famiglia a Zara, spesso fila a casa con la Giaguar, altre
volte punta su Zagabria, affari di stato, il suo stato. Ogni estate fa un
volo nello Utah, laddove i mormoni hanno tutto e sono tutto, banchieri,
latifondisti, straricchi da morire. Volete saperne ancora? Cioso ovviamente
è amico di Steve Hawes (mormone), ma pure di Wells
e immaginatevi il perché. Ma perché un nero può essere pure sbordellone come
lo strampalatissimo Owen, ma dite quando mai un
nero non incontra i soliti problemi esistenziali e Cioso è vescovo
nell'anima, pardon, sacerdote pastore, per dirla meglio. Cioso è uomo
amabile, ha la parola giusta per tutti, in politica non si sbilancia (ma non
è comunista, diciamo che socialista utopista), nei rapporti interpersonali
con i suoi datori di lavoro ci mette professionalità e sempre personalità
vincente. Narrano i virtussologi che il duce truce sia stato affascinato e
soggiogato dal carisma del sacerdote, non aggiungo altro. Guadagna sui
cinquantotto milioni l'anno, paga regolarmente le tasse, fate voi il conto,
una ritenuta secca del venti per cento. Gli piace vestire con proprietà, il
casual non lo affascina, è laureato in sociologia, resterà a Bologna un'altr'anno,
poi si vedrà. O coach oppure ciò che suggerirà la mormoneria, dipende. Il
giocatore non credo di dovervelo raccontare. Mi dice Rovati che stiamo
rivedendo il Cioso dei tempi andati, quello che tirava quindici volte a
match, quello che faceva il boia e l'impiccato, quello che calamitava il
pallone per l'intera comunità, ma anche spesso per sé. E mi rendo conto che
questo ritratto vien fuori un po' scompensato e oratoriale, sembra
l'immagine della Madonna, sembra una struggente cosa deamicisiana e dunque
chiedo a Rovati se questa specie di Madonna ha putacaso un qualche mezzo
difettino. “Ti giuro, più ci penso e non mi viene in mente niente di
limitativo. E' molto furbo, ma non è un difetto. Gli piace astrarsi spesso
dal basket, ma non un difetto. Non va a donne, ma siamo noi che diciamo che
sarebbe un difetto>. Cioso mi scusi, ma approfondisco solo un attimo questa
faccenda. Pare che i mormoni non possano frequentare donne prima e al di
fuori del matrimonio. Semplice: Cioso non sposato, semplice per chi ci
riesce. E lui come ci riesce? Gliel'hanno chiesto, qualche curioso gli ha
domandato come respinge le tentazioni e lui, serissimo: “Quando ho certi
pensieri, spingo un bottone nella mia testa, mi concentro al massimo e
cambio pensieri, lutto qui". Krezimir Cosic alias Cioso oppure Kreso oppure
Barbazza. Come mai Barbazza? Ecco perché. Cioso stava penando in Sinudyne,
una sera giocano Harris e Canon, all'ultimissimo istante vince la Canon con
un rocambolesco tiraccio di Barbazza da metà campo. Rovati sta con Cioso e
gli fa: “Impara da Barbazza, vedi se ti riesce di stargli all'altezza”.
Qualche mese dopo Cioso entra in argomento, fa delirare i fans, un
pomeriggio in fila cinque centri consecutivi da lontano, Rovati lo soffoca
nell'abbraccio e lui con il ghigno del figlio di buona donna: “Angelo, ti
prego, dimmi che valgo almeno quel Barbazza là”.
IO, IL GATTO MORMONE
di Kresimir Cosic - V nere - 1990
Arrivai a Bologna nell'estate 1978, forte di
un titolo iridato appena vinto a Manila, con la Nazionale jugoslava. Avevo
31 anni e, alle spalle, una carriera ricca di successi; altri ne sarebbero
arrivati in seguito, ma quel giorno non potevo certo immaginarlo. Ero un
"nome" della pallacanestro europea, lo posso affermare senza falsa modestia,
eppure al mio arrivo sotto le Due Torri molti si dichiararono scettici:
credo che due anni con la maglia bianconera abbiano poi dato ragione
all'Avvocato Porelli, che mi aveva voluto a
tutti i costi. Devo dire che, nei primi tempi, non feci molto per scrollarmi
di dosso quella patina di sospetto che ricopriva il mio nome: stanco per il
superlavoro estivo giocai diverse partite sotto il mio standard abituale.
Nel corso di una gara esterna, mi pare a Varese o a Cantù - non ricordo bene
- non segnai neanche un punto e qualcuno prese a chiamarmi , non sempre
scherzosamente, "Mister Virgola", avendo letto il tabellino di quella
partita dove, anziché un numero, era quel segno di interpunzione a seguire
il mio cognome. Comunque, pian piano, il gioco (anche quello della squadra)
andò progressivamente migliorando, la punto che finimmo la stagione regolare
al secondo posto, staccati di soli due punti dall'Emerson Varese del solito
Meneghin. Molti, e io fra questi, pregustavamo già una riedizione del duello
che anni prima aveva incendiato l'Europa, invece il destino volle che io e
Dino non ci trovassimo più di fronte, quell'anno. Varese, infatti, fu
eliminata dal Billy Milano. Noi, invece, dopo esserci sbarazzati di Siena e
Rieti arrivammo all'appuntamento decisivo per il tricolore.
Del primo incontro, a Bologna, ricordo poco,
forse perché il risultato non fu quasi mai in discussione. Più nitida nella
mente ho invece la seconda partita, quella la palazzone di Milano, che oggi
non c'è più. Credo di non aver mai assistito ad una dimostrazione
di potenza cestistica come quella evidenziata dalla Sinudyne in quella gara,
specialmente all’inizio del secondo tempo. Il Billy fu travolto, annientato
da una Virtus che non sbagliava niente, che azione dopo azione incrementava
il vantaggio dando l’impressione di giocare in scioltezza, quasi con
facilità. Veramente incredibile. Qualcosa del genere capitò anche l’anno
successivo, quando la Sinudyne, rinforzata da Jim
McMillian andò a vincere a Cantù il suo nono scudetto. Il secondo
consecutivo. Ancora oggi mi domandano quale fosse il segreto di quella
squadra, vittoriosa per due anni di fila. Nonostante certe voci quando ci
ritrovavamo al riparo da occhi indiscreti, prima di una gara, sapevamo
guardarci negli occhi. In campo, poi, io, Villalta, Caglieris,
Bertolotti e gli altri avevamo una gran voglia di giocare sì per noi
stessi, ma anche a beneficio della squadra tutta. Comunque, in quella
formazione non ci sarebbe stato spazio per i personalismi: c’era l’avvocato
Porelli a garantire l’ordine e il
bene comune. Conservo un eccellete ricordo di quegli anni e delle battaglie
con i vari Kupec, Meneghin, D’Antoni e Sylvester.
Quest’ultimo, poi, l’ho ritrovato come giocatore della Virtus nel corso
della mia purtroppo breve esperienza di allenatore. Di questa, consentitemi
di non parlare, se non per confessarvi che la gente di Bologna mi è rimasta
nel cuore: mi ha amato quando ho dato tutto quello che potevo; forse ha
compreso che, più tardi, non ero più in grado di fare altrettanto. Se
intendo tornare a Bologna? Beh, sto proseguendo nella mia carriera di
allenatore e, per il momento, mi trovo molto bene anche ad Atene. In Grecia
i tifosi sono speciali, si identificano quasi con la squadra, soffrono a
dismisura come forse non accade nemmeno nei college americani o nei
palazzetti della NBA. Sono caldi, perfino troppo, per un tranquillo vescovo
mormone avanti negli anni come il sottoscritto. Per concludere, permettetemi
di mandare un saluto e un augurio al mio amico
Ettore Messina: finora la sua squadra è stata molto sfortunata, ma
quando tutto tornerà alla normalità riprenderà a vincere. E io sarò ancora
orgoglioso di aver indossato al Vu nera.
CRESO
di Enrico Campana - tratto da "Il cammino
verso la stella"
Il fisico pericolante, da betulla malata. La
magrezza impressionante, l'incarnato cenerino, la miopia che rasentava la
cecità. Quando Cresimir Cosic mise piede a Bologna sembrava abbastanza
consumato per far sognare lo scudetto. Dimostrava almeno 10 anni di più
della sua età e il peso di 15 anni di fatiche gli avevano imbiancato già
molti capelli e disegnato sulla schiena una vaga gobba. Non ricordava
proprio il Creso, l'Apoxyomenos di Lisippo, la famosa cultura del superbo
atleta che si deterge dall'unguento. Sembravano non bastare le referenze, i
suoi trascorsi alla Brigham Young University, la gran messe di titoli
conquistati con la maglia "blu" della Jugoslavia e le storie sulla sua
conversione, quando l'hippie sregolato sulla via Damasco ebbe la visione
della fede e, abbracciata la religione mormone, ne divenne ministro di culto
col grado di vescovo.
Bastarono le prime partite perché mezza
Bologna gli gridasse di tornarsene a casa, o lo schermisse chiamandolo
"gatto marmone". Qualche giocatore geloso aveva già preso a fargli la
guerra.
Quell'estate del 1979 Dan Peterson e la società si erano accorti di
essere diventati due amanti freddi. Si lasciarono consensualmente. Terry Driscoll, guerriero bostoniano, cantò
l'ultima volta come un vecchio cigno ma venne deciso di riciclarlo come
allenatore, per via della sua leadership, l'ascendente sui giovani compagni.
Giovane la squadra, tutto da scoprire l'allenatore, serviva un nome
prestigiosa, una fulgida star in grado di suscitare i giocatori e
terrorizzare i nemici.
Cosic era un mito mondiale, ma quando si
presentò in pelle e ossa, Bologna, abituata a smitizzare, non mancò di
ironia e perplessità. Eppure la sera che si recò fino a Nys, sperduta città
della Jugoslavia, sulle tracce di Kresimir Cosic,
Porelli stentò a credere ai propri occhi penetranti, da incallito
pokerista. Dovette per ben due volte, l'avvocato, passare le mani sulle
palpebre per rendersi conto che non si trattava di un sogno. Quando lo
speaker si soffermò sul nome di "Cioso", il pubblico cominciò a battere le
mani con insistenza. Il frastuono durò per parecchi minuti. Fosse comparso
il maresciallo Tito, amatissimo dal suo popolo, l'entusiasmo, l'eccitazione
non sarebbero stati superiori. Porelli deglutì
soddisfatto, cercò di non sottilizzare troppo sul rachitismo di quel
giocatore che,peraltro, quando entrava in possesso della palla assumeva per
incanto una bellezza, una luce tutta sua, fra l'angelico e il diabolico.
La piazza bolognese che attende le partite
della Virtus come il concerto di un grande pianista o la recita dell'attore
consumato, sembrava dunque accontentata. In più Cosic avrebbe tenuto a bada
Dino Meneghin, come nemmeno avevano saputo fare i grandi pivot statunitensi.
Rimaneva da verificare il rapporto fra Cosic ed i compagni dentro e fuori
dal campo. Il Vescovo avrebbe tenuto le sue prediche, mostrato lo stesso
carattere bisbetico di quando cercava d'imporsi dialetticamente agli altri
fuoriclasse jugoslavi, a Kicanovic, Dalipagic, Delibasic, Slavnic e, per la
mania del funanbolismo, faceva impazzire il povero professor Nikolic?
Dopo i mondiali di Manlia, vinti dallo
squadrone jugoslavo, Cosic arrivò direttamente a Bologna segnato dai duri
scontri sotto canestro contro i panzer russi come Tkachenko. Comparvero,
allarmanti, le prime enormi fasciature elastiche ed i tifosi bolognesi che
si aspettavano lo showman, schiavi di un certo stereotipo, rimasero
sconcertati. Cosic non faceva i numeri, non segnava, preferiva lasciare ai
più giovani compagni le responsabilità del tiro. Un giocatore come un altro,
un tipo assolutamente normale. Dopo diverse partite andate male o stentate,
dopo alcune partite disertate per acciacchi vari, la gente pensò davvero di
essere stata presa in giro. Cominciò il crucifige. Il partito di coloro che
avrebbero voluto rispedirlo a casa s'ingrossava di giornata in giornata.
Creso faceva finta di non sentire. Continuava ad allenarsi quel tanto che
bastava per giustificare la doccia e vedere di non pregiudicare
ulteriormente le sue ossa ormai porose, ostentava ugualmente allegria e
serenità sfogandosi nelle letture più disparate, in italiano, inglese e
jugoslavo e appoggiandosi alla fede nella sua chiesa, proprio due passi
oltre piazza Azzarita. Intanto Villalta, Caglieris,
Bertolotti prendevano dimensione della loro forza; lo scomposto,
elettrico Generali, veniva etichettato dai
cronisti come il Myshkin italiano. E il nero Wells,
ingaggiato da Driscoll per l'unico merito di
essere stato suo vicino di casa a Boston, riusciva a mascherare
accettabilmente i suoi colossali limiti.
Una domenica mattina Cosic, col suo paletot di
cammello ripiegato sul braccio, venne preso di mira da Caglieris mentre assisteva agli allenamenti
della squadra. Caglieris si fece portavoce
dei compagni che non trovavano giusto che loro faticassero elo jugoslavo no.
Senza scomporsi, con quella sua candida e tagliente ironia, Cosic gli
rispose così: "Caro Charly, per costruire le case ci vogliono i muratori e
gli architetti; tu sei il muratore ed io il tuo architetto". Caglieris e tutta la squadra capirono la
lezione, Cosic portò due scudetti. La sua grandezza fu quella di fare grandi
i compagni e la società che provava dopo secoli di pugni nei denti
l'ebbrezza di un mini-ciclo tricolore.
Cosic fu play e pivot, lampo e tuono insieme.
Uomo di pensiero, ma anche di azione. Diresse la squadra, ma seppe prenderla
per mano come quando, nella partita scudetto di Milano, plagiò i compagni e
l'inerme Billy. Era talmente bravo, il Vescovo, da non aver nemmeno bisogno
di dimostrarlo con i due punti. Insegnò anche alla gente a riconoscere la
tecnica: il passaggio, la chiusura difensiva, il tiro a sorpresa. Diede luce
all'intera squadra. Purtroppo qualcuno, ignorando il calcolato altruismo di
Cosic, credette di essere ormai abbastanza adulto, e forte per poter dettare
le proprie condizioni. Serpeggiava la gelosia e Cosic raccolse le sue due
casse di libri e se ne andò in punta di piedi, senza clamore, come quegli
angeli custodi che nei film di Frank Capra assumono sembianze umane e
spariscono al momento giusto, quando capiscono di non essere più graditi.
Per la cronaca, Bologna ha dovuto aspettare la stella altri quattro anni,
fino a quando, un bel giorno è ricomparso un angelo custode del tutto simile
all'indimenticabile Vescovo: Jan Van Breda
Kolff. Che sia merito, forse, dei buoni uffici di Cosic presso il
paradiso? A Bologna, infatti, anche molti di quelli che lo contestavano, lo
ricordano e lo venerano ancor oggi come una specie di santo o di predicatore
scalzo.
Il monumento a Cosic nei pressi del porto di
Zara
ADDIO MAGICO VESCOVO
Superbasket - 30 maggio 1995
Giovedì 25 maggio, al John Hopkins Hospital di
Baltimora, a 47 anni è morto Kresimir Cosic. CIrca un anno fa aveva saputo
l'esatta diagnosi del male che l'aveva colpito, un linfoma, una forma di
cancro che aggredisce le ghiandole linfatiche. E la notizia aveva suscitato
clamore e tristezza anche in Italia, dove Creso aveva lasciato ricordi ed
amici. Ricoverato in un primo tempo alla clinica universitaria di Georgetown,
successivamente era stato trasferito a Baltimora, dove poteva sottoporsi
alle terapie più avanzate.
Kresimir "Creso" Cosic, 211 centimetri di
altezza, era nato il 26 novembre 1948 a Zagabria, ma fu stella dello Zadar e
della famosa "scuola zaratina", dalla quale è uscito anche Arijan Komazec.
Lasciò Zara per trasferirsi negli Usa e studiare alla Brigham Young
University, l'ateneo dei mormoni, dove abbracciò la nuova religione che gli
conferì il ruolo di vescovo-missionario.
Nel '73 venne scelto al 5° giro nei draft dai
Los Angeles Lakers, ma preferì tornare in Jugoslavia. Dopo i Mondiali del
'78 a Manila e due scudetti vinti in patria, arrivò a Bologna e portò la
Sinudyne al titolo tricolore nel '79 e '80 (Wells e McMillian gli stranieri
del tempo). Trasferitosi a Zagabria, giocò nel Cibona e lasciò il campo
nell'83 per diventare allenatore. RInnovò la squadra da cima a fondo dopo la
disfatta di Nantes, a lui si deve il lancio dei vari Petrovic, Vrankovic,
Paspalj. Un'esperienza breve ma importante per la scuola slava, anche se
sullo sfondo già s'intravedeva lo spettro del conflitto serbo-croato. Più di
una volta Belgrado mise i bastoni fra le ruote al croato (e mormone e
cattolico...) Cosic, che tornò a Bologna nell'88 per guidare la Virtus del
rinnovamento.
Cosic si scontrò però con l'ambiente per le
sue teorie innovative ed il carattere molto determinato, trovò all'interno
del sistema resistenze di ogni genere da parte dei collaboratori che
portarono ad un inevitabile quanto amaro divorsio.
Ha disputato 5 Olimpiadi (medaglia d'oro a
Mosca), vinto 2 Mondiali e 4 Europei, più volte selezionato per il resto
d'Europa, è stato allenatore della nazionale di Jugoslavia agli Europei '87
di Atene.
Viveva a Washington, dove ricopriva per meriti
particolari la prestigiosa carica di viceambasciatore della Coaozia.
LO RICORDANO COSI'
Boris Stankovic: "è
stato il giocatore più determinante di tutti i tempi".
Gianluigi Porelli: "Un genio di tecnica e
cervello nato per vincere, farò qualsiasi cosa di cui la famiglia abbia
bisogno".
Renato Villalta: "Sembrava un matto, in realtà
era un fenomeno in campo e nella vita".
Marco Calamai: "Il più grande pivot mai
esistito, un uomo problematico e dunque molto intelligente".
Alberto Bucci: "Quanto era grande, come per
tutti i grandi, lo si è capito quando è andato via dalla Virtus".
Roberto Brunamonti: "Mi ha dato sicurezza,
insegnandomi ad esprimermi al meglio".
Dado Lombardi: "Sono d'accordo con Tanjevic,
ha creato la scuola jugoslava anche se il nettare l'hanno bevuto gli
altri...".
Due interessanti scritti su Cosic da parte
di chi lo ha conosciuto molto da vicino come Ettore Zuccheri
"Io
prima guarda, poi parla", dice Kresimir Cosic, e lo ripete da più d'un mese,
pazientemente: da quando è arrivato a Bologna per allenare la Dietor. O meglio, è tornato a Bologna. Nella Virtus ci giocò due stagioni,
'78-'79 e '79-'80. Furono due scudetti, vinti da quel pivot jugoslavo
gracile, quasi snodabile, che però dirigeva i compagni come un playmaker,
211 centimetri geniali e indecifrabili, per gli avversari, in ogni angolo
del campo. Cosic prima guarda e poi parla perché conosce Bologna: i suoi
abbandoni entusiastici a sentirsi migliore di tutte, quando vince; i suoi
cinismi derisori, quando le cose girano male. Ha trovato aria bassa: la Dietor delle due
deludenti stagioni di
Gamba, la "piazza" contro l'allenatore, la squadra a metà di un sofferto
guado tecnico, sfibrata nel morale, malata di paura di sbagliare. Cosic non
è una sorpresa. Era chiaro che prima o poi sarebbe tornato da coach. Lo
dissero subito, a Bologna, il giorno stesso che si congedò da pivot. Troppo
basket in testa per spremerlo tutto in campo. Così, attraversate panchine
del suo paese, ultima quella della bizzosa nazionale jugoslava, "Creso" non
è mancato al suo appuntamento. Si può nascere a Zara, nel cuore del
triangolo d'oro della pallacanestro slava "ruspante", svelarsi come raro
talento e imparare il resto del basket alla Brigham Young University, nello
Utah, stato dei mormoni. E portare via di là, assieme ai "fondamentali" per
fare canestro, anche una fede tuttora coltivata: così ha fatto Cosic, che è
mormone, è stato vescovo di questa confessione e quel soprannome, non il
ruolo liturgico, ha sempre conservato, in campo e in panchina. Il "Vescovo",
appunto. "Fu una bellissima esperienza, la Brigham Young. Nella vita dello studente al college si riassumeva, e
forse è così ancora adesso, il ritratto migliore dell'America: piacevole,
libera, altruista. Cosa imparai, nel basket? Che contava soprattutto fare
canestro, non il modo in cui ci riuscivi.
è quello che ho ripetuto
sempre, poi, ai miei giocatori". Ma non è stata una dipendenza "culturale"
esagerata, quella del basket italiano che ha da sempre gli occhi fissati
sugli Stati Uniti, mentre in Europa fioriva un modello jugoslavo così
spontaneo ed efficace? "Per crescere è stato utile guardare gli americani,
ma bisogna sempre tener presente che il basket internazionale è diverso da
quello degli States. Loro fanno un gioco solo per americani. Che è cambiato,
a sua volta, da quando sono entrati in forze i neri, mentre negli anni
Cinquanta era uno sport soprattutto per bianchi. Poi là ci sono Nba ed high
school. Due mondi diversi. In Europa un solo basket. E un ragazzo jugoslavo
che a tredici anni è uguale a uno italiano, e a diciotto lo travolge, deve
tutto, davvero, all'"università del cortile", dove rifà le stesse cose per
ore e ore? "Allenarsi da soli è importante, migliora certe qualità tecniche:
e infatti in Jugoslavia continuano a venir fuori guardie fortissime. Perché
la guardia prende la palla e fa. Come Drazen Petrovic, grande talento, che a
16 anni giocava in A a Sebenico. Ma in Jugoslavia non vedevano, da dieci
anni, un pivot nuovo. E non emergeva un'ala brava come Dalipagic, ma un po'
più giovane di "Praja". I lunghi erano gli stessi che giocavano con me:
Zizic, Radovanovic, Knego. Dietro, il vuoto. Io, nella mia Nazionale, ho
messo dentro quattro giocatori nuovi. E tutti a far polemiche, perché
avevo spostato degli equilibri, anche politici e dei club. Ma adesso, in
Jugoslavia, hanno una Nazionale con un futuro, una squadra sulla quale si
può costruire, non conservare. Il tiro da tre punti piace a Cosic. In
allenamento fa eseguire a tutti i suoi centinaia di tiri. Si aspetta molto
da
Villalta, e perfino a
Stokes, canguro dei rimbalzi, chiederà tiri da sette metri. "Non è che
io veda solo i tre punti. Ma quel tiro c’è, bisogna saperlo usare. La mia
Dietor non è una squadra di tiratori, ma dovrà diventarlo. So che a Bologna
conta solo vincere. E che vengono da un periodo magro. Noi ci proveremo,
soprattutto a vincere le partite che diventano dure, o quelle fuori casa,
"proibite" a un certo punto dell'anno scorso. Ho visto molti filmati, la
squadra calava, perdeva sicurezza, e magari vedeva anche che
Brunamonti pompava e pompava il pallone senza trovare soluzioni, e
finiva le partite con la lingua fuori, perché non aveva cambi. Le prove
vere, per noi, verranno di fronte a questi problemi". "Siamo cambiati molto,
è vero. E può darsi che chi ieri era un pilastro, oggi dovrà imparare ad
essere solo un pezzo di questa squadra. Ma un pezzo utile, importante. Il
traffico ci sarà, ma serviranno tutti, non mi preoccupo. Ora poi, partendo
senza
Binelli, che è infortunato e ci sarà da
metà ottobre, siamo anche ridotti. Ecco, da
Binelli mi
aspetto molto: oggi è una grande promessa, non ancora un grande giocatore.
Deve imparare a non farsi spostare nelle partite dure e diventare un vero
rimbalzista. Prima i rimbalzi, poi il resto. Dovremo avere la certezza che
lui ci darà, ogni partita, 10-15 rimbalzi. L' ultima cosa la chiedo a tutta
la squadra. Vincere, qualche volta, anche giocando male. Non preoccuparsi,
sapere che miglioreremo: ma intanto vincere. Come la Tracer, esatto. E
invece, a Bologna, so che spesso va a rovescio. Ne perdi una e tutti a dire:
è finita, il giocattolo s'è rotto, non c'è più niente da fare. Sono qui
anche per non sentirci, dopo qualche inevitabile sconfitta, troppo vicini a
questa fine del mondo". Congedato
Sandro Gamba, tornato alla guida della Nazionale, e assunto Kresimir
Cosic, tecnico della rappresentativa jugoslava, la Dietor ha operato un
rinnovamento di quadri che va oltre i nomi. Aveva sempre puntato su acquisti
giovani, quest' estate ha ingaggiato
Sylvester (36 anni) e
Allen (35) per sopperire ai limiti di esperienza emersi nella parte
finale dell' ultimo campionato. Sei uomini sono confermati,
Sylvester
sostituirà nel ruolo di guardia
Byrnes, ma dovrà anche surrogare
Brunamonti in regia, più del giovane
Marcheselli, promosso dalla formazione juniores assieme a Cappelli. Il
pivot
Floyd Allen, per ora, fa la parte anche di
Binelli, operato al ginocchio, pronto al rientro a metà ottobre.
tratta dal libro“Brunamonti” di R. Gotta, ed. Libri
di Sport, 1996
«Creso Cosic, per me, è stata una persona importantissima. Come allenatore
qui non ha avuto grande successo, visto che la sua stagione, la 1987-88, è
stata molto brutta per la Virtus
e tutti preferiscono ricordarlo come giocatore. Io con lui non ho giocato,
non posso dirti. Ma come coach è stato quello che mi ha dato le maggiori
responsabilità: il suo modo di far giocare la squadra aveva un grande
impatto per chi doveva gestire il pallone. Oh, io avevo già 27-28 anni, ero
pedina importante, titolare in serie A da un decennio, ma lui mi dette
sicurezza, senza conferirmi pubblicamente gradi o ruoli superiori a prima.
Non era questione di schemi ma di atteggiamento mentale, questo mi fece
compiere un passo in avanti e non è che fosse facile, in fondo avevo alle
spalle due Olimpiadi giocate. Però Creso ti faceva sentire responsabile di
te stesso e degli altri anche quando le cose non andavano bene, ti dava la
possibilità di uscirne da solo. Con lui mi sono completato ancora di più
anche dal punto di vista psicologico, fermo restando che fu una stagione
difficile e che io non stavo benissimo per via dei problemi di schiena che
mi hanno poi costretto ad operarmi subito dopo. Io ho avuto la fortuna di
essere spesso nel posto giusto e nel ruolo giusto, Cosic invece capitò qui
in uno dei momenti peggiori per la Virtus:
c'era anche qualche problema interno, ma lui cercò di non farsi
condizionare».
Problema interno. Interessante. Brunamontinon può fermarsi qui, anche se
come sempre neppure sotto la minaccia di una frusta parcheggia la macchina
oltre le strisce dell'understatement, del sottile non detto.
«Problema interno nel senso che Cosic aveva un modo molto particolare, non
tradizionale, di gestire il gruppo. Era molto immediato, diretto, nel bene e
nel male, diceva le cose senza mezzi termini. Non so se era perché non
parlava benissimo l'italiano, ma veniva fuori molto schietto, e qualcuno se
la prendeva, specialmente tra quelli non più giovanissimi. Faceva così anche
con me, intendiamoci, però io sentivo fiducia. Faccio un esempio: giochiamo
a Cantù, e ci massacrano. Dopo la partita Creso viene da me con il foglio
delle statistiche e mi dice "perché non hai tirato di più? Ci prendevi,
avevi sei su sette". Io gli dico che il mio compito principale è far giocare
la squadra, e lui "ma se ci prendi non devi esitare". Bene: una settimana
dopo giochiamo a Livorno, perdiamo di uno e io tiro tredici volte, segnando
un solo canestro. Mi preparo per il rimprovero, e lui "bravo, hai dimostrato
che sai prenderti delle responsabilità". Come dire, l'importante è sentirsi
sicuri. A fine anno andò via, l'eliminazione da parte della Fortitudo aveva
lasciato una traccia. Io lo vidi quando mi venne a trovare in ospedale,
capii che sapeva di dover andare via e infatti la società dopo un po'
annunciò l'arrivo di Bob Hill. In seguito ho continuato a sentirlo: andò
all'AEK Atene, mi ricordo che mi parlava di un bravo playmaker, tale
Patavoukas... Quando ha intrapreso la carriera diplomatica, lavorando
all'ambasciata croata a Washington, sentivo che il basket gli mancava molto,
anche se aveva molti interessi. E adesso è lui che manca a noi».
Cosic contro Virtus, non solo per i soldi: "Se avessi avuto Sugar..."
di Walter Fuochi - La
Repubblica - 17/03/1998
ATENE - Kresimir Cosic, adesso, abita qui. C'è venuto per un anno, senza
famiglia, ad allenare (a titolo gratuito, dice lui, "tanto per non uscire
dal giro") l'Aek, club un tempo glorioso, ora squattrinato, dopo promesse e
bidoni del solito miliardario fanfarone. Dall’Aek, una settimana fa, è
scappato (verso Arese) l'americano Vranes: perché appunto non giravano i
quattrini. Cosic si arrangia come può, fra una squadra abbacchiata e una
società di carta: sabato ha battuto a Salonicco il forte Paok, domani
ospiterà l’Aris. L’altra sera seguiva in tribuna Real Madrid-Caserta, finale
di Coppa: pensando forse che il basket italiano, toccato prima da giocatore
vincente (due scudetti), poi da coach perdente (l'anno scorso, sempre a
Bologna) è proprio un'altra cosa. In questa lunga intervista-confessione,
Cosic torna sulla sua contrastata avventura in panchina, culminata nella
lite con la Virtus
per il contratto (anche se entrambe le parti ammettono ora di
ricercare un'intesa). Porelli dice di non voler fare polemica sui giornali,
Cosic ha speso Invece tante parole. Pesanti come pietre, opinabili,
naturalmente parziali. Un anno dopo, ecco la verità: secondo Creso.
"La Virtus
deve pagarmi un anno di stipendio. Avevo un contratto biennale, ho sempre
fatto il mio dovere e quei soldi mi spettano, anche se la società decise di
mandarmi via dopo il primo. Ho messo la cosa in mano agli avvocati, posso
discutere una transazione, ma intendo andare fino in fondo. Non ce l'ho con
Porelli, di lui ho stima immutata. Lui fa il suo lavoro, io il mio: non ci
siamo più sentiti, dall’altra estate, ma non conta. Di Bologna ho ottimi
ricordi. La Virtus
aveva un'organizzazione perfetta, grandi mezzi, una palestra propria. Qui
non sai la mattina dove ti allenerai la sera: e ad Atene uno come Marcheselli non verrebbe mai fuori. In Italia tornerei: in una società con
programmi ambiziosi, da scudetto. A 40 anni cerco stimoli veri. Poi, da
vecchio, puoi anche pensare solo ai soldi: vai d'accordo con tutti, basta
far finta di lavorare...".
A Bologna Cosic non andava d'accordo con tutti. Aveva contro mezza squadra,
la società l'aveva sconfessato ben prima dei due derby dell'epilogo brutale.
"Mi proposero un accomodamento sul contratto, dissi che mi stava bene, poi
non se ne fece più niente. Mi hanno rimproverato che la squadra non era
unita, che da fuori si vedevano cattivi comportamenti. Io cercavo di farla
vincere, quella squadra, e posso dire che non tutti remavano in quella
direzione. Ho fatto il mio dovere, non ho gradito gli insulti al mio lavoro,
voglio rispetto, e naturalmente i miei soldi. Non chiesi io di venire a
Bologna. Ero il coach della nazionale jugoslava che dava 30 punti
all'Italia, la squadra che tutti ammirano, oggi, dimenticando che Kukoc,
Radja, Divac, io li imposi contro tutti. Decidendo da solo, prendendomi
responsabilità da capo-allenatore. Come alla
Virtus
non mi hanno lasciato fare".
"Quando arrivai, il mio contratto stabiliva che avrei allenato la squadra
fatta dalla società, potendo proporre, ma non imporre, il cambio di un
americano. Contro i due pivot stranieri mi pronunciai subito: avrei
preferito un lungo italiano (un tipo come Generali, per capirci) e una
guardia americana. Ma presi la squadra com’era, la portai al 2° posto,
finché Porelli, dopo Firenze, mi disse: puoi cambiare, scegli chi
vuoi. C’erano Conner Henry o Kyle Macy. Venne Macy, la squadra giocò partite
buonissime, cresceva, quando si ruppe Brunamonti. Senza Roby, non ci fu più
niente da fare: i suoi punti avrebbe dovuto farli uno dei lunghi. Speranza
inutile. Ma questa squadra completa era da scudetto".
"Volevo solo poter allenare a modo mio. Non do colpe a Porelli, lui fece la
squadra che gli avevano consigliato. Ricordate quando Gamba dichiarò: "Ecco
la Virtus
che avrei voluto allenare io"? A lui stava bene a me meno, ma sono punti di
vista. Dovevo però lavorarci io. Io dico questo: gli spaghetti puoi
cucinarli alla bolognese o alla milanese, sono buoni entrambi. Ma non
mischiarli: fanno schifo. A Bologna abbiamo vinto due scudetti quando se ne
andò Peterson e venne Driscoll. Alla bolognese. Milano è una grande squadra
ma è inutile copiarla. Io dicevo: cuciniamo alla bolognese ma loro mi
aggiungevano sempre ragù milanese".
"Bene, di cosa può rimproverarmi la
Virtus,
visto che non le ho fatto spendere una lira? Che ho "fatto" Marcheselli che
oggi vale mezzo miliardo; che secondo loro
Villalta
era finito e con me ha fatto un grande campionato; che Brunamonti ha
giocatola sua miglior stagione? Porelli dice che ha testimoni contro di me: Messina, Canna, Sylvester. Non m’interessa, ho la coscienza a posto. Coi
giocatori il rapporto era normale, non conosco squadre senza problemi,
perché solo giocando con 5 palloni i problemi sparirebbero. Certo, in
spogliatoio dicevo le cose in faccia, e non agli juniores: cose anche dure,
che gli interessati non potrebbero raccontare fuori senza vergognarsi. Il
mio staff lavorava contro di me. Ho le prove: due lettere, una mia, e una
loro risposta. Non so se volevano vincere. Io sì. E anche Porelli: sennò non
mi avrebbe preso Macy. Del resto, quel che pensavo delle squadra glielo
dissi subito. Che ci voleva la Vespa per fare il contropiede. Che c’era poca
voglia di correre in allenamento. Che i due americani erano mediocri. E poi,
se la Virtus
era tanto buona e le colpe solo mie, perché l’hanno cambiata tutta, a
cominciare dagli stranieri, due super che io nemmeno sognavo? Ma intanto la
Knorr di quest’anno, più forte della mia, sta andando peggio. Di Floyd Allen
e Greg Stokes ho detto: con gente mediocre puoi lavorare 6 mesi e combinare
meno che avendo McAdoo e Richardson e stando quei mesi in vacanza.
Villaltae Brunamonti m’hanno dato tanto, anche più di quel che m’aspettassi. A Roby
dissi di non accontentarsi di 10 punti a partita, lui può essere una
macchina da canestri. E poi è onesto, ha accettato senza fiatare anche i
miei rimproveri sbagliati, parole che mi sarei rimangiato. Macy era l’uomo
giusto se non perdevamo Brunamonti. Fantin e Sbaragli hanno fatto il loro
dovere, soffrendo anche per i molti cambi. Silvester. Lui aveva il suo modo
di lavorare, lontano dal mio, ma non mi sembra che a Hill, col quale va
d’accordo, stia dando più di quel che diede a me. Come dovevo farlo giocare, Silvester? Non è play, né guardia, né ala. Non fu Porelli a volerlo, ma Gamba dopo che a Rimini una squadra arrivata sesta un anno prima, con lui e
due buoni americani finì in A2. Se per Gamba era così importante, perché
non l'ha portato in Nazionale? "Sto male qui, sto male
là", diceva sempre:
all'inizio giocò bene, poi non voleva lavorare duro in allenamento. Lo so
che è fatica, anch’io farei una seduta anziché due, e so che un giocatore
anziano, se lo fai venire a correre alle 10 di mattina, brontola. Brontolassero
pure, io non sentivo, mi bastava che corressero. Binelli. Era e rimane un
enigma, anche perché i guai fisici lo tormentano sempre. Deve imparare a
fare bene due cose: difesa e rimbalzi. Il resto, l'attacco, viene da solo: e
il giorno che non viene, tiri meno, ti adegui, ma su difesa e rimbalzi fai
la tua parte. Io invece non sapevo mai, prima di una partita, cosa mi
avrebbe dato Binelli. Eppure sono stato pivot anch'io, in Jugoslavia avevo
lavorato bene con tre pivot giovani. Ma lui è un enigma".
"Bologna mi ha dato molto: soprattutto il piacere di lavorare in una società
ben strutturata. La Virtus
è una grande macchina, ha pure un'ottima base giovanile, anche se, nella
squadra juniores, c'è molta schiuma e poca birra. Non lavorano per
fabbricare il campione, ma risultati immediati. Corradini ha talento, ma io
l'avrei inserito quest'anno: fra due stagioni sarebbe da A. E Conti deve
giocare: non ci sono molti ragazzi jugoslavi più forti di lui, alla sua età.
Le delusioni sono state due. La prima: che si poteva fare di più per
vincere: una squadra più buona negli americani, magari con Righi nel ruolo
di uno dei due, come rincalzo, pensando poi che ora, al suo posto, hanno
speso un miliardo per Gallinari. La seconda: che da capo-allenatore, da
responsabile, dovevo decidere io e gli altri fare quel che dicevo io.
Invece, non andava mai così".