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Giordano Consolini stringe la mano a Sabatini
Giordano Consolini
nato a: Bologna
il 12/05/54
Stagioni in Virtus:
2001/02 - 2004/05
statistiche
individuali Serie A
statistiche individuali LegaDue
palmares individuale: 1
Promozione
Il punto di
Giordano Consolini
di Daniele Baiesi
- telebasket.com - 24/05/2000
Entriamo in un
pomeriggio assolato e caldo di maggio nel nuovo feudo del signor
Madrigali. Siamo in Via dell'Arcoveggio, dove sono ubicati gli uffici dai
quali prenderà corpo la sagoma della nuova Virtus. C'è Ettore Messina, c'è Roberto Brunamonti, che si lancia in un
quasi struggente "che strano effetto vedere di questi tempi la palestra
vuota", ed arriva anche Mister CTO, Marco Madrigali, che forse sarebbe
bene abituarsi a chiamare signor Virtus. Entriamo nella saletta del
videotape, dove il confermatissimo e corteggiatissimo Giordano Consolini,
risoluto nel rimanere al fianco di Messina,
sta visionando una videocassetta. "C'è un giocatore interessante", ma non
ci è dato sapere oltre. Ripercorriamo a grandi falcate quella che per
scelte e risultati è stata la peggiore stagione della Virtus dell'era Messina, partendo proprio dal capitolo
acquisti. Giordano, se ti dicessi che
Stombergas era e rimane un giocatore tecnicamente indiscutibile, cosa
mi risponderesti? "Ti risponderei che non posso che essere d'accordo. E'
un giocatore che abbiamo voluto e preso, non posso che concordare su
questo. Il problema evidentemente non era tecnico, anche perché si tratta
di un giocatore che aveva già fatto bene. Saulius è il giocatore che, per
esempio, ci era mancato l'anno precedente, un tiratore pericoloso dal
perimetro, l'ala piccola che ci serviva per riaprire le penetrazioni". Ed
allora, con che etichetta cataloghi il suo problema? "Questo è il problema
che classifica come di ambientamento. Ha fatto fatica a capire come
giocavamo, e forse come si gioca al di fuori della Lituania in genere.
Altrettanto, comunque, ha fatto la squadra, che non ha capito come
lavorare per metterlo nelle condizioni ottimali. Comunque il suo è stato
un problema prettamente mentale". Mi pare dopo la trasferta di Milano, Stombergas ha dichiarato che si sentiva a
suo agio nelle squadre che gli permettevano di penetrare maggiormente e
non solamente di lavorare sugli scarichi. "Saulius è senz'altro un
giocatore che sa anche penetrare, ma noi lo ricordavamo principalmente
come un uomo da non lasciare libero sul perimetro, perché spesso faceva
centro". Altra nota, a detta dei più, dolente:
Ekonomou. "Nikos è un giocatore sotto contratto che nel finale ha
incrementato il suo rendimento, tornando purtroppo a giocare ad un livello
inferiore al suo potenziale nelle serie playoff contro Viola e Benetton".
Secondo te, in termini di giocatori e ruoli, cosa è mancato alla squadra
in questa stagione? "E' difficile fare una disamina di questo tipo senza
considerare la voce infortuni. La squadra era stata concepita in un certo
modo, però nel suo insieme, con tutti i giocatori. Era una squadra
sbilanciata sul primetro, però non credo che sia questa la sede per
rammentare le ragioni di determinate scelte. E poi molte squadre hanno
vinto, e vinto cose importanti, basandosi sugli esterni. Dire cosa è
mancato di ruolo è difficile senza considerare gli infortuni; per il
resto, oramai lo sanno tutti, è mancata la continuità di rendimento, che
ha fatto sì che alternassimo con impressionante frequenza, prove buone e
prove scadenti in un breve lasso di tempo. A volte sembrava anche di avere
trovato la quadratura del cerchio, ma un esempio per tutti è stata la
final eight di Coppa Italia". Lo scorso anno Messina ha dichiarato, nel
momento della presentazione di Ekonomou, che
la sua squadra avrebbe cercato di vincere segnandone uno in più piuttosto
che prendendone uno in meno. Credi che sia la filosofia che farà da
sostrato alla nuova squadra che nasce, oppure che sia stata una sorta di
parentesi?. "Del futuro parleremo in futuro, quando ci sarà la squadra.
Solo allora potremo spiegare le ragioni delle scelte". Cambiamo nome:
Giordano Consolini uomo mercato..."Passiamo alla prossima domanda". Stai
seguendo la finale scudetto? "Sì, è una serie molto interessante". Nelle
prime due gare è saltato il fattore campo. La serie come proseguirà? "Mah,
lo scorso venerdì, durante la conferenza stampa per la cessione della
società, molti tuoi colleghi propendevano per il cappotto da parte della
Paf. Io invece pensavo e penso tuttora che la serie sarà lunga ed
equilibrata. La Benetton ha vinto gara uno, la Paf gara due. Credo che
questi siano risultati che non devono andare aldilà di quello che il
punteggio dice. Sono due gare, le squadre sono in parità. Punto e basta.
La Paf è forse più attrezzata e credo che potrà andare in vantaggio e
ribaltare l'inerzia dalla propria parte. Non mi sono affatto meravigliato
dell'esito delle prime due finali". Nelle ultime tre stagioni, hanno vinto
l'EuroLega tre squadre differenti: Kinder, Zalgiris e Panathinaikos. Tre
modi differenti di vedere la pallacanestro. "Lo scorso anno quando vinse
lo Zalgiris e Varese lo scudetto, tutti parlavano di nuova era, di nuova
frontiera del basket, salvo poi venire prontamente smentiti quest'anno dal
Pana e dall'AEK. Io dico che non esiste un modo universalmente valido per
giocare a pallacanestro. Credo, piuttosto, che esistano modi più validi
per impiegare determinati giocatori. Lo Zalgiris ha vinto perché giocava
un ottimo basket, ma aveva messo i propri giocatori nelle condizioni
ottimali per rendere al massimo, esattamente la cosa fatta da Obradovic
quest'anno e dalla Kinder tre stagioni fa. A volte con una differenza di
gioco maggiore, altre volte meno. AEK e Zalgiris sono senz'altro più
differenti che noi ed il Panathinaikos. Ogni allenatore ha la sua impronta
e non credo che esistano delle vie nuove". Qualcosa cambierà, vista
l'introduzione dei 24 secondi. "Cambia il contesto regolamentare per
tutti, ed allora è un'altra cosa, dato che il cambiamento deriva da una
nuova norma. Credo, però, che prendere un particolare da un altro contesto
ed inserirlo in un contesto differente lasci a molti qualche perplessità.
Mi spiego meglio: i 24 secondi sono una regola NBA, ma in America ci sono
altre norme differenti rispetto al regolamento FIBA".
Giordano Consolini, da
eterno secondo a Coach della Virtus 1934
di Walter
Fuochi -
La Repubblica - 22/09/2003
Giordano Consolini, la
prima della Virtus 1934 è andata. Male.
«Mica vero.
è mancata la
vittoria, solo quella, ma dopo soli 4 allenamenti tutti insieme, era
difficile far meglio. Detta com’è, pensavo di prenderne tante».
Stile Messina, ecco. Che fa, piange un po’?
«No, dico la verità.
Abbiamo perfino avuto la palla per vincere e, senza 3-4 errori filati nel
finale, potevamo farcela. Episodi. Ma la squadra è andata bene, ha reagito
quand’era sotto, nel quarto quarto aveva preso la situazione in mano. Sono
rammaricato per i due punti persi, e questo l’avevo detto, alla vigilia. La
Virtus 1934 parte più indietro delle altre, ma una volta partiti si è tutti
alla pari».
Il contorno s’è
sentito?
«Gran bel contorno,
intanto. Un palazzetto pieno, ma a Ozzano la gente va sempre: è un bel posto
per giocarci. Non avevo particolari attenzioni per il contorno, qualcuno ha
tifato anche contro, ma mi pare fossimo alle unità, neanche alle decine.
Piuttosto, posso dirlo? Tornare a giocare è stata una liberazione».
Dopo l’estate più
lunga della sua vita. O no?
«Ed anche la più
triste, visto che questo lavoro è pure strettamente intrecciato ai
sentimenti. Non finiva mai, un’autentica sofferenza. Avevo sempre dormito,
la notte. Quest’anno, per la prima volta in vita mia, ne ho fatte in bianco.
Ma ci avevo passato 14 anni dentro la Virtus. Qualcosa che ora non c’è più».
Lo farebbe un replay
della sua lunga estate calda?
«Se proprio devo...
Finisce la stagione e ho un’offerta da Reggio Emilia. Biennale, vorrei
andare, ma devo liberarmi dal contratto con la Virtus. Chiedo un colloquio a Madrigali. Mai avuto. Resto e annunciano
Scariolo. Bene, mi dico. Per tutti, e non solo per me, era un segnale
positivo, anzi forte, di ripartenza. Parlo cinque minuti con Sergio:
contentissimo di fargli da assistente. E rinuncio ad andare a Treviso con
Messina».
Ecco, a proposito: nel
processo di Norimberga istruito da Messina, si
metterebbe fra i colpevoli o fra le vittime?
«Mi metto fra quelli
che ad un progetto con Scariolo, allenatore e persona d’alto spessore,
credevano. O forse volevano credere: umanamente, se si vive di questo
lavoro. Colpevole? Ditelo voi».
Giro il coltello nella
piaga: una telefonata a Messina
poteva farla, o forse non ne aveva neppur bisogno, visto che gli
ultimi mesi sul Titanic bianconero li aveva passati a bordo.
«Vero, ma ripeto:
l’ingaggio di Sergio era un messaggio forte e chiaro. Chiesi a lui se aveva
avuto garanzie. Mi disse di sì. Poi, non gliene faccio mica una colpa. Sono
rimasto a bordo per scelta autonoma, adulta e consapevole. Ma arrivò il lodo Becirovic e tutto il resto».
Ne parleremo. Intanto
chiedo: è proprio una vocazione fare l’eterno secondo?
«Più che vocazioni, ho
un desiderio: lavorare in ambienti seri, come società, persone, situazioni.
Dopo, il ruolo non conta: conta sentirsi importanti in un progetto. Nella
Virtus di Messina lo ero, credo lo sarei stato
pure con Scariolo».
Numero uno stava per
diventarlo in inverno.
«Meglio spiegarla
bene, perché se ne son dette troppe. Madrigali
mi chiamò dopo la sconfitta di Udine. Prenda la squadra. Io mi dissi
disponibile, ma lo invitai a considerare che
Tanjevic aveva in mano la situazione e che il tempo avrebbe lavorato per
lui, come spesso nella sua carriera. In più, erano appena arrivati i tre
rinforzi. C’era un’ovvia lealtà verso il mio capo, ma c’era anche una forte
convinzione. Con Boscia non sarebbe finita così male. Detto allora, ribadito
adesso. Piuttosto, dissi a Madrigali, dovremmo mandar via un paio di
giocatori da subito: c’era l’imbarazzo della scelta. Lui tenne Boscia, mi
ringraziò, poi perdemmo con Cantù e tutto precipitò. Così venne in palestra
e mi disse: ho preso Bianchini, lei merita
una squadra tutta sua. Non ci furono miei rifiuti. Pure questo, detto
allora, ridetto adesso».
Lei è nella lista dei
creditori. Magari, se oggi Madrigali e Sabatini fanno l’accordo, un po’ di soldi li
prende.
«Sì, ma non ho fatto
né lodi né istanze. Aspetto».
Intanto ha scelto:
Virtus 1934. Perché?
«La grande Virtus era
morta il 31 agosto, o forse prima, ma teniamo la data dell’ultimo tentativo
fallito. Francia mi offrì quest’opportunità e poche ore per decidere. Di
fronte non c’erano altre garanzie. Non ne incolpo
Sabatini, ma è un fatto che tuttora gli allenatori di quello staff siano
in sospeso. Il progetto della 1934 m’andava bene, c’era una concretezza, ed
era un lavoro reale, qualcosa che vale un rispetto, da parte mia e della mia
famiglia, dopo le due occasioni lasciate e dopo pure una bella parte di
stipendi non incassati dell’anno precedente. Poi, conto che la 1934 possa
riprendere e conservare certi valori della vecchia Virtus, intorno a me c’è
tanta gente che conosco e che stimo. Una scelta dolorosa e sofferta, anzi
soffertissima, ma alla fine l’ho fatta».
La percezione, nelle
contrapposizioni tra buoni e cattivi tipiche di queste storie, è che lei si
sia infilato sul carro dei cattivi.
«Bisognerebbe non
ragionare per luoghi comuni e comunque rifiuto l’etichetta. Sono passate per
colpe della Virtus 1934 semplici scelte, anche molto limpide, ma sono temi,
semmai, per i miei dirigenti. So che la mia non è stata una scelta molto
condivisa, mi auguro possa venire compresa, magari pure per il poco o tanto
che ho fatto per la Virtus in 14 anni».
Neanche l’uscita è
stata tenera.
«Solo qualche amarezza
quando mi sono sentito incolpare di aver telefonato ai bambini di 7 anni del
settore giovanile. Mai fatto. I ragazzi erano liberi, le famiglie hanno
fatto scelte autonome, su dove ritenevano ci fossero più garanzie. Dopo,
intelligentemente, Francia e Sabatini
hanno capito che si dovrà arrivare ad una sola Virtus e l’intesa
procede. E’ la strada che mi auguro, l’unica per salvare l’ingente
patrimonio di anime e di persone che la Virtus raccoglie in sé».
Però, da una tifoseria
disorientata, si potrebbe passar presto ad una divisa e dispersa. Dia un
buon motivo per venire a vedere la Virtus 1934.
«Non sono uno
specialista in proclami, ma questa società vuole proseguire nel solco delle
tradizioni e dei valori della Virtus. Vorrei che la squadra ne fosse
interprete, che giocasse un buon basket, che riscuotesse la simpatia che
spetta a chi indossa quella maglia».
Che campionato farete?
«Lo scopriremo
vivendo, chi siamo e in che campionato siamo. L’obiettivo è far bene, i
traguardi si definiranno per strada. Per adesso è un buon gruppo, che lavora
bene».
Non sarà il massimo
lavorare con la data di scadenza, come le scatolette del tonno. Fra un anno,
potreste confluire in un’altra Virtus e non esserci più.
«Con tutto quel che è
successo in un anno di Virtus, francamente non riesco a veder così lontano.
Abbiamo da fare, ora, il nostro lavoro nel miglior modo possibile. C’è un
campionato, ci sono degli obiettivi. C’è un pallone, finalmente. Per fortuna
si gioca».

Consolini, finalmente
alla guida della Virtus
di Marco Martelli
- La Repubblica - 29/06/2004
Le prime parole della
nuova vita in bianconero di Giordano Consolini arrivano, timide e pacate, al
minuto trentanove del primo tempo. Fin lì, è stato
Sabatini a menare la danza, colpendo, precisando, ribadendo, dopo aver
presentato ufficialmente anche il nuovo gm, Massimo
Faraoni, alla sua sinistra. Al minuto 39 d’una festosa conferenza
stampa, inizia dunque il racconto di «Jordan», partendo dal momento della
chiamata alle prospettive: senza alcun fare da istrione, ma da persona che,
non si fosse capito, preferisce «molto più la palestra ai microfoni».
«Ci siamo incontrati?
attacca - e m’è stato presentato un programma ambizioso, stimolante,
sicuramente difficile. Ma credo di avere le spalle coperte, Faraoni è una garanzia,
come lo è il presidente e come sarà importantissimo lo staff in panchina,
con Gavrilovic e Teglia. L’interrogativo su quale campionato faremo si
scioglierà presto: intanto, possiamo iniziare a lavorare, a costruire una
squadra che possa vincere, perché l’obiettivo è quello». Fra chi c’è già,
non rimarrà McCormack, verranno vagliate le
posizioni di Zanus Fortes (con contratto) e
di Niccolai (accordo sulla parola), verrà
rinnovato il prestito di Podestà, e
probabilmente ridiscusso il contratto di Pelussi.
Ad Abbio, Sabatini
ha proposto un biennale: gli offrono di più da altre parti, un buon
50%. Ma prima di addentrarsi nel tecnico, Consolini spedisce ringraziamenti.
«Prima, Claudio Sabatini e Massimo Faraoni, per la tremenda opportunità
che m’è stata concessa. Poi, Paolo Francia, per la disponibilità dimostrata
nel liberarmi dal contratto con la sua società. E non sono parole di
facciata: è la verità. Infine ringrazio i tifosi, per tutto l’affetto
dimostrato».
Il futuro ricomincia,
ma intanto vanno pure ripercorse alcune tappe di Consolini in Virtus, dai
tempi d’oro, con Messina, al crollo dell’Impero, sotto Madrigali. Dal breve
interregno post-esonero, in cui battè Trieste ed
Avellino, a quel fosco dicembre 2002. «Avevamo perso a Udine - racconta - e
mi venne proposta la panchina: ero pronto, ma dissi a Madrigali che cambiare Tanjevic sarebbe stato un errore, i risultati
non erano colpa sua. Piuttosto, occorreva spedire a casa uno o due
giocatori. Ci tirammo su, battendo Asvel e Real: poi crollammo con Cantù, e
poco dopo mi disse che aveva preso Bianchini. Di lì non me lo chiese più:
solo dopo Milano, a 3 giornate dalla fine. Risposi che era meglio evitare».
L’altro momento chiave
è datato agosto 2003. Giordano è nello staff di Scariolo e attende il
giudizio della Fip, il 31 agosto. Va come va, nasce la 1934, da lui sposata.
«Se ora siamo qui - stoppa subito -, è perché c’è un’unica Virtus. Non
successe nulla di grave («neanche per me - annuisce Sabatini -, ma posso
dire che m’è dispiaciuto?»). Quelli per me furono giorni difficili, ma
l’obiettivo è sempre stato avere un’unica grande Virtus».
La Virtus dei 14 anni già vissuti là dentro. Apparso, da Anzola, nello
stesso '83 in cui arrivò Messina. Tornato,
ancora con Ettore, nel ‘riarmo’ cazzoliano dell’estate '97, dopo la vittoria
in A2 con la Reggiana di Mitchell, Mannion e Basile. Riapparso, stavolta,
senza Messina, sulla panca dove hanno fallito Tanjevic, Bianchini
e anche Bucci. Ora tocca a lui. «Sapete tutti che
rapporto ho con Ettore: se sono qui da tanto, lo devo a lui. M’ha insegnato
come si intende questo lavoro, molto più complicato che capire un pick and
roll. Per me è il numero uno in Italia e in Europa, per il modo d’insegnare,
e spero di essere stata la miglior spugna possibile. La sua ombra? Ma no,
chi allena la Virtus per forza ha pressione. Però ripeto, penso di avere le
spalle coperte: e con tutto il rispetto, sarà tutt’altra cosa rispetto a
quando ero capo a Reggio, da giovane alla prima esperienza. Ora sono di
nuovo alla Virtus, per la sfida di una carriera».
Consolini, stavolta
senza Messina
di Walter Fuochi
-
La Repubblica - 01/07/2004
A cinquant’anni tondi,
Giordano Consolini si issa, da allenatore, alla testa della Virtus: ne ha
già imbevuto circa un terzo della sua vita, e più di metà di quella
professionale. Quattordici anni, in due tranci, nella Virtus vera. Uno nella
1934, nata dalle macerie. E il prossimo, finalmente, nella Virtus che sarà
riaffiliata, ossia tornerà a prendersi nome, insegne, storia, trofei. E
anche facce. Il passaggio non è casuale. Come uomo Virtus, l’ex vice di
Messina viene percepito da una platea bisognosa di scelte identitarie, dopo
tante bastardaggini e bastardate. Del suo ritorno a casa, saggiamente, Claudio Sabatini s’è subito convinto,
grattando via, dopo una franca chiacchierata, gli ultimi avanzi di ruggine.
Per la terza volta, dunque, Consolini riapre l’uscio di casa Virtus. E per
la prima non ha accanto Messina: che però gli
ha fatto strada anche a questo giro, perché in quella
casa ci sono voci che, pur abitando momentaneamente altrove, restano
ascoltate. Quel che doveva spendere, Messina
l’ha speso. Del resto, questa è la storia d’una simbiosi: umana, non
solo professionale.
L’anno è l’83, Porelli rifà la Virtus chiamando Bucci, il professor
Grandi, Messina. Così, la prima camicia a
quadrettoni di Consolini la vedono, nei vecchi uffici di via Calori,
Bucci e Messina: Giordano viene da Anzola, ha più
capelli di oggi e lo stesso buon senso. Arruolato. Farà, nelle giovanili, il
vice di Messina: che intanto farà, in serie A,
il vice di Bucci. La coppia divide tutto: giovani
promesse, stanze d’hotel e scudettini. E il primo telegramma, dell’84, tempo
di telegrafi e non ancora di telefonini, mittente
Porelli destinatario
Messina: «A te, Consolini, i ragazzi, un forte in bocca al lupo». La
frase resiste ancora, tra i due, come saluto rituale ad ogni nuova
avventura.
Nell’89 Messina
ascende, dopo Bob Hill, in prima squadra e
Consolini diventa capo delle giovanili. Due scudettini in proprio e, dopo 8
anni bianconeri, i 6 di Reggio Emilia. Ci plasma un tal Basile che poi,
crescendo, si troverà pieno di babbi. Ma se l’onesto e fortitudino Gianluca
racconta oggi nel suo libro che nel ‘99 avrebbe scelto la Virtus, il vero
padre putativo forse ce l’aveva dentro. Consolini ha quel limite lì. Non
racconta, non reclama, non spaccia. Limite?
Già, la storia è andata avanti. Giordano è tornato da Reggio a Bologna, con Messina, ad assaporare trionfi e a soffrire
cadute, a salutare Cazzola che va e Madrigali che arriva. Tocca a Consolini
quando il signor Cto 'solleva' Messina
(due partite, entrambe vinte: Trieste e Avellino). E poiché i piccoli
e grandi fracassi della storia mischiano spesso tragico e grottesco, gli
tocca pure che, all’indomani dell’esonero, Ettore si presenti in palestra,
brutto come un nuvolone, alla riunione pre-partita. Consigliato dagli
avvocati che, nella nascente guerra con Madrigali,
devono fargli schivare ogni inadempienza, il monarca detronizzato s’accuccia
in un angolo di spogliatoio: tranquillo, Giordano, fai come non ci fossi.
è solo l’avvio
della valanga, troppo nota per suggerire altri remake.
E tanto è noto pure dell’estate torrida del 2003, quando Consolini sa già,
appena scelta la 1934, d’esser salito sulla barca dei dannati. L’altra è la
Virtus salvata dalle acque del fallimento, la sua quella scaturita dalle
anidridi solforose di un esecrato consiglio federale. L’altra è in A2, la
sua in B1. L’altra ha un pubblico, la sua amici e fidanzate. L’altra insegue
progetti e proclami d’un presidente che corre e sbanda, ma non sta un minuto
senza pensare Virtus, la sua ha un padrone che indossa miti come Naomi
gonnellini, se oggi, sfilato il Dna virtussino, s’accinge a mettere i piedi
nelle scarpette rosse di Milano. Lavora, si sbatte, guadagna bene, fa la
squadra coi resti d’un mercato già ripulito. Per un programmatore nato, è
già una condanna, più che il flop finale. Affondati, senza sapere che futuro
ci sarà.
Messina, a Treviso, lo rivorrebbe sempre, ma
ormai non ci prova neanche più. Peccato, perché Consolini è l’altra mezza
mela, l’unico che può tirare il Migliore per la manica, anche in
eurovisione. «Sì, l’accetto da pochi - confida una volta il capo -:
Giordano, Lele Molin e Piccin. Amici, non semplici colleghi». Il diverso
parere è il segreto della simbiosi tecnica: non c’è dialettica se il vice
dice sempre sì, non c’è ovviamente se dice sempre no e, dopo la sconfitta,
ti fa sapere ‘te l’avevo detto’, o peggio lo fa sapere in giro. Messina e Consolini
dibattono, discutono, litigano. La scelta finale è di entrambi: vada bene o
vada male, non ha padri né patrigni. Poi, si sa che Giordano stravedeva per Ginobili ed Ettore sacramentò la notte che
sfuggì Meneghin, costringendoli a ‘ripiegare’ su Manu. Si sa che Giordano
era meno entusiasta di Jaric, ma aveva una
polizza in Bonora, e che tutt’e due avrebbero
dato le chiavi di casa a Rigaudeau, e che Danilovic, beh
Danilovic era sempre lo zar.
La sera che Sasha decide di mollare tutto, il primo dei coach a ricevere la
telefonata è ovviamente Messina, nella quiete
di una serata alla tv. E il primo che Ettore chiama è Giordano. Sasha si
ritira, ed è un attimo sentirsi salire il groppo in gola e scendere sulle
spalle uno zaino di annetti, ma è un altro attimo, subito dopo, ragionare
realisticamente su un settebello per tre maglie che, prima dell’abdicazione
dello zar, allineava Jaric, Rigaudeau,
Danilovic, Ginobili, Abbio, Sconochini, Bonora. Se a qualcuno sembrasse mai un
centrocampo, e non una polveriera.
Con Sasha s’è vinto tanto. Senza Sasha si rivincerà. Il tiro da 4 resterà
nei secoli, ma Messina non Messina
a ricordarlo che, dato Consolini come molto più zonaiolo di lui, e
insistentemente zonaiolo, da strappargliela di dosso, la manica della
giacca, quel ‘98 dei trionfi ebbe anche quel timbro di retroguardia, se si
ricorda quanto la zona produsse, nei tremendi 10-derby-10 con la Fortitudo.
E Savic che reclamava più palloni in post basso?
Mah, per me va molto meglio se sta fuori: hai visto, Ettore, come sta
tirando da tre? Gli allungarono la carriera, Zoran allora non lo sapeva e
mulinava il testone, poco tempo fa ha pubblicamente ringraziato.
Anche Giordano, meno d’un mese fa, s’è trovato a ringraziare Zoran. Si fa,
con chi ti offre un lavoro, e pareva proprio che quel posto da vice di
Repesa, a Bologna, in un grande club che ha appena fatto la finale d’Eurolega,
per uno che non si trasferisce, non gradendolo né lui né donna Marilena,
fosse il miglior approdo possibile. Quattordici anni di Virtus, 14 anni di
Virtus, ma come faccio a cancellarli, e quella sera andavano giù magnifiche
tagliatelle, tra le facce tifose, ed amiche, della ormai tradizionale cena
estiva, stavolta dalle parti dello stadio del baseball. Andavano meno giù
quei tanti nomi che in Virtus si stavano facendo per la ripartenza,
nicchiando invece sulla chiamata di quello che la gente avrebbe voluto,
prima d’ogni altro. Datela a lui, la bicicletta, datela al Jordan di Bazzano,
che il maestro buono ce l’ha avuto e qualcosa dentro, di questa vecchia
bandiera, se lo porta. L’ha avuta, adesso. Pedali, finché
ne ha.
Consolini: "Scusa
Virtus, ho già dato"
di Marco Martelli -
La Repubblica - 14/06/2005
Il panorama Virtus
cambia radicalmente in un torrido pomeriggio bolognese, con lo sfondo sempre
caratteristico di Palazzo d’Accursio, e un ultimo saluto alla stagione
vincente. Stavolta è davvero l’ultimo, perché si volta pagina.
Giordano Consolini non è più, da ieri, l’allenatore della Virtus: ha vinto
il campionato, aveva ancora un anno di contratto da head-coach, ma ha scelto
di fare un passo indietro, o forse avanti, a sentire lui, tornando ad
occuparsi del sempre amato settore giovanile. Sarà sostituito, a giorni, da
Zare Markovski, anni 45, macedone di qualità e risultati, che avrà un
triennale. La prima è ufficiale, la seconda no.
è come lo fosse: l’uomo fu
prenotato un paio di mesi fa, casomai Consolini... Casomai.
«C’è un tempo per tutto» ha detto Giordano nella Sala Rossa, visibilmente
toccato, abbracciato da Sabatini che poco prima l’aveva trascinato, anche
con forza, in prima linea per le carezze di Cofferati. «Sento l’esigenza di
tornare tra i giovani, e quest’esigenza viene da me. Ringrazio Sabatini per
l’opportunità che m’ha dato all’inizio della stagione e per quella che mi dà
ora. Ci ho riflettuto a lungo, ma è una scelta di vita. E penso sia la
migliore».
Fino al 2010, guiderà il settore giovanile, coabitando col fido Marco Sanguettoli. «Sono stato combattuto - aggiunge -, ma sono abbastanza sereno
e ringrazio tutto e tutti per l’annata straordinaria. Ora credo si debba
fare un importante lavoro sui giovani, già iniziato da Faraoni, per
costruire la Virtus del futuro. Sabatini
ci crede molto, d’altronde è Mr.
Futurshow. La Virtus è nelle sue mani, ed è in una botte di ferro».
Al suo fianco, il patron continua l’abbraccio, spendendo parole di rito poi
riattizzate nel cortile. «Abbiamo chiacchierato sei giorni serenamente, come
sempre tra persone che si stimano. Lo ringrazio prima di tutto come uomo,
poi come tecnico. Ho compreso la sua scelta, e me l’aspettavo. Durante
l’anno l’ho visto teso, appesantito dalla pressione: credo si sia
effettivamente tolto un peso». Il discorso scivola tra serenità e pressione,
visi più o meno tirati, che con circostanze e casse di risonanza diverse
riportano alla mente altre due conferenze stampa della recente storia
virtussina: Madrigali su Messina tre anni fa, Sabatini
su Ticchi l’anno
scorso. «Giocare alla Virtus è un onore ma anche un peso. La gente dev’essere
serena, perché solo così si raggiungono i risultati. Questa cappa di mancata
serenità s’è spesso avvertita, pure nel pubblico. E per questo dico: meglio
mille in meno al palazzo, ma quelli che ci sono abbiano spirito e fede
giusta. Se qualcuno pensa ancora a Danilovic, al ritorno di Rigaudeau o
simili, si metta il cuore in pace: non è così. Altrimenti, meglio che non
venga».
Parole dure, secche, che Sabatini
lancia verso la piazza alla vigilia della
campagna abbonamenti e, soprattutto, dell’annuncio dei nuovi quadri. Per la
scrivania, s’è raffreddato il nome di Toni Cappellari, gm papabile per 48
ore. In panchina è ormai seduto Markovski,
benché Sabatini
abbia escluso
ieri che il macedone, manager forzato nelle ultime due campagne in Irpinia,
possa svolgere il doppio ruolo pure in Virtus. «Meglio soli che male
accompagnati», ha detto il patron: Sabatini
potrebbe allargare la sua area
d’azione, o optare per un maggior coinvolgimento del ds Santucci.
La scelta di Consolini, dopo ultimi giorni con segnali contrastanti,
stupisce fino a un certo punto. I tentennamenti di Jordan non hanno mai
fatto breccia in Sabatini
e, globalmente, l’amore sbocciato un anno fa, con
buona pressione della tifoseria, non s’era mai acceso in passione, ammaccato
dall’estate 2003, quella in cui Consolini scelse Francia e la Virtus 1934.
Ora, come dice il patron, il coach di Bazzano «andrà in pensione con la
Virtus», coronando il suo sogno. Mai si sarebbe mosso, a prescindere dalla
veste: attore in prima linea, o egregio manovale dietro le quinte.
Consolini: "Così la
Virtus ricostruisce il vivaio"
di Alessandro Gallo -
Il
Resto del Carlino" - 29/06/2005
L’intesa quinquennale
sottoscritta con l’Aurora Desio non può che lasciare soddisfatto Giordano
Consolini, nuovo responsabile del settore giovanile della Virtus (con un
contratto in scadenza nel 2010), che lavorerà a stretto contatto di gomito
con Marco Sanguettoli, che dai giovani, in
tutti questi anni, non si è mai allontanato.
Consolini, contento per
l’accordo?
«è un aspetto
positivo, anche perché da quelle zone sono usciti elementi di buon valore.
La storia depone a loro favore: hanno sempre lavorato con i ragazzi,
sfornando giovani interessanti».
La Virtus come si inserisce in
tutto questo?
«Nell’opera di reclutamento che, da un po’ di tempo a questa parte,
abbiamo iniziato».
La Virtus si doterà nuovamente di
una foresteria?
«Abbiamo ripreso questo discorso l’anno scorso, grazie a Massimo
Faraoni. Ci sono quattro posti letto a disposizione dei nostri ragazzi».
Basteranno per completare i
‘vostri vuoti’?
«è un buon punto di
partenza».
Questo significa che Bologna e le
zone circostanti non producono talenti?
«No. Significa, piuttosto, che manca qualcosa a livello fisico».
Non mancherà la voglia di
‘sgobbare’ per un posto al sole?
«No, la voglia e la fame non mancano. I ragazzi interessanti li abbiamo
anche noi. Ma, per tradizione e per struttura fisica, questa è la terra dei
play e delle guardie. Cercheremo di chiudere il cerchio pescando, in giro
per l’Italia, i lunghi necessari».
Accordo quinquennale con Desio.
Stessa durata per il suo rapporto con
la V nera. Quali i
tempi per la ‘raccolta’?
«Il discorso, in questo caso, si complica. Perché non esistono, purtroppo,
piani quinquennali per produrre giocatori interessanti. Si può lavorare,
come stiamo facendo, si possono fissare degli obiettivi, si può crescere. Ma
le certezze non esistono. Anche se, seminando e lavorando in un certo modo,
si può essere certi di essere abbastanza vicini alla produzione di un
talento».
La vostra rete di osservatori?
«Ne abbiamo diversi sparsi per l’Italia. Abbiamo diversi contatti. Siamo
attenti e vigili».
Visto
Ginobili?
«Bravino, vero?».
D’accordo. Ma per ‘fabbricare’ un
nuovo Ginobili cosa
serve?
«Il reclutamento è fondamentale, in palestra puoi fare crescere chiunque. Ma
per raggiungere certi livelli è indispensabile la materia prima. Manu ha
lavorato tanto e si è applicato. Ma di base aveva quelle qualità che lo
rendevano unico. Poi, lui, è stato bravissimo a proseguire nel suo
percorso».
da "Il Domani"
Con Gigi Terrieri e
Marco Sanguettoli rappresenta il più tangibile e autentico segno di
continuità con la Virtus che fu. Giordano Consolini è uomo Virtus in tutto e
per tutto. Per la storia personale, per lo stile. Lui è uno di quelli che il
popolo bianconero identifica automaticamente con la "virtussinità", cioè con
l'essere virtussini molto più e molto oltre l'atto formale della firma di un
contratto. Ma lui è anche l'uomo, la figura di fiducia a cui decine di
famiglie sono ben felici di affidare i propri figli per avere una guida
sicura nel delicatissimo spazio che si crea tra l'ambito familiare e quello
scolastico. Per i ragazzi, e per le loro famiglie, Consolini è molto più di
un semplice allenatore. E questo lo ha capito bene
Claudio Sabatini, che proprio in lui (e in
Marco Sanguettoli)
ha individuato la pietra angolare di quel progetto giovani che ormai da anni
rappresenta il fiore all'occhiello della politica bianconera. Archiviata la
bella favola dello scudetto Under 17,un altro anno di lavoro attende questo
personaggio che in realtà ha come caratteristica principale proprio l'essere
un anti-personaggio: poche parole e poche luci, Consolini preferisce
lavorare dietro le quinte, in palestra, lontano dai riflettori. Con e per i
suoi ragazzi. Nella conferenza di presentazione di Koponen,
Sabatini
ha parlato di una decina
di nuovi innesti per il vivaio bianconero. Dunque un progetto giovani sempre
più forte... «Continuiamo a portare avanti un programma che mira ad offrire
un'opportunità importante a ragazzi che abbiano qualità fisiche o tecniche.
L'aspetto importante è la qualità del reclutamento, non la quantità.
I numeri sono importanti ma non determinanti, specie
quando si parla di reclutamento a livello nazionale, che implica una scelta
di vita forte per il ragazzo e per la sua famiglia». Torniamo ai tricolore
degli Under 17. «La vittoria di un titolo è importante, ma non prioritaria.
Gli aspetti fondamentali sono altri due: la crescita umana e tecnica del
ragazzo e la possibilità di fornire giocatori alla prima squadra. Poi è
chiaro che un gruppo competitivo rappresenti di per sé il terreno più
fertile per lo sviluppo delle potenzialità del singolo». I
tifosi l'anno scorso hanno mostrato una certa simpatia nei confronti dei
giovani talenti di casa, forse per la voglia di affezionarsi ad un bolognese
che riesca a sfondare in prima squadra. «Quest'anno
alcuni dei nostri ragazzi andranno a completare la loro crescita nei
campionati inferiori. La prima esigenza di un giovane è quella di giocare:
tra un minuto in prima squadra e venti in LegaDue o B1,
è preferibile questa seconda soluzione, senza dimenticare che i giovani
hanno comunque la possibilità di lavorare con la prima squadra nelle fasi di
pre e post season». Come giudica l'Europeo della
Nazionale Under 16? «Premesso che il gruppo non era
di primissimo livello, penso che sia mancato anche un pizzico di fortuna.
Più di una partita è stata persa involata e così si è arrivati allo
spareggio per non retrocedere, ma in realtà sono convinto che il gap con le
squadre che sono andate avanti non fosse poi così ampio». Tre
stelle di primissimo piano, Gallinari, Bargnani e
Belinelli, e attorno una situazione di relativa povertà di talenti veri.
È questa la fotografia della nostra pallacanestro?
«La legge sullo svincolo e il proliferare degli stranieri hanno
portato per dieci-quindici anni a un atteggiamento di progressivo
disinteresse nei confronti dei vivai e oggi ne stiamo
ancora pagando le conseguenze. Ora il vento sta cambiando e sul tema dei
giovani c'è una nuova progettualità. Discorso differente per i campioni: la
nascita di un fenomeno non è mai qualcosa di programmabile». Veniamo a
Belinelli
e alla Nba: si aspettava
che potesse incontrare tante difficoltà? «Sinceramente no, perché sono
convinto che Marco possegga tutte le caratteristiche e le qualità per
emergere tra i prò. A cominciare dall'atletismo». Gallinari ce la farà?
«Penso proprio di sì. Ha un talento non comune, fa sembrare semplici
le cose più difficili e, soprattutto, è un giocatore totale, tecnicamente
completo. Le uniche difficoltà, semmai, potrebbero creargliele i giocatori
più forti sul piano atletico». Dalla pallacanestro alla
sociologia. Si paria tanto di bullismo, di assenza di
valori. Lei che lavora tante ore a contatto con i ragazzi, che idea si è
fatto delle nuove generazioni? «Prima di tutto, ho imparato ad evitare i
paragoni con le generazioni del passato, perché i giovani sono sempre figli
della società in cui vivono. Quello che posso dire è che i ragazzi di oggi
tendono a vivere sempre più isolati ed è proprio per questo che gli sport di
squadra possono aiutarli molto, perché li costringono a sviluppare una vita
di relazione, fatta di obiettivi, valori e, soprattutto, confronto. L'altra
cosa che ho notato, rispetto a dieci-quindici anni fa, è un minor senso di
responsabilità, cioè una minore coscienza del rapporto causa-effetto. Ad
essere onesto, però, la stessa tendenza la riscontro nei cinquantenni...».
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