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Giordano Consolini stringe la mano a Sabatini

 

Giordano Consolini

nato a: Bologna

il 12/05/54

 

Stagioni in Virtus: 2001/02 - 2004/05

 

statistiche individuali Serie A

 

statistiche individuali LegaDue

 

palmares individuale: 1 Promozione

 

 

Il punto di Giordano Consolini

di Daniele Baiesi - telebasket.com - 24/05/2000

 

Entriamo in un pomeriggio assolato e caldo di maggio nel nuovo feudo del signor Madrigali. Siamo in Via dell'Arcoveggio, dove sono ubicati gli uffici dai quali prenderà corpo la sagoma della nuova Virtus. C'è Ettore Messina, c'è Roberto Brunamonti, che si lancia in un quasi struggente "che strano effetto vedere di questi tempi la palestra vuota", ed arriva anche Mister CTO, Marco Madrigali, che forse sarebbe bene abituarsi a chiamare signor Virtus. Entriamo nella saletta del videotape, dove il confermatissimo e corteggiatissimo Giordano Consolini, risoluto nel rimanere al fianco di Messina, sta visionando una videocassetta. "C'è un giocatore interessante", ma non ci è dato sapere oltre. Ripercorriamo a grandi falcate quella che per scelte e risultati è stata la peggiore stagione della Virtus dell'era Messina, partendo proprio dal capitolo acquisti. Giordano, se ti dicessi che Stombergas era e rimane un giocatore tecnicamente indiscutibile, cosa mi risponderesti? "Ti risponderei che non posso che essere d'accordo. E' un giocatore che abbiamo voluto e preso, non posso che concordare su questo. Il problema evidentemente non era tecnico, anche perché si tratta di un giocatore che aveva già fatto bene. Saulius è il giocatore che, per esempio, ci era mancato l'anno precedente, un tiratore pericoloso dal perimetro, l'ala piccola che ci serviva per riaprire le penetrazioni". Ed allora, con che etichetta cataloghi il suo problema? "Questo è il problema che classifica come di ambientamento. Ha fatto fatica a capire come giocavamo, e forse come si gioca al di fuori della Lituania in genere. Altrettanto, comunque, ha fatto la squadra, che non ha capito come lavorare per metterlo nelle condizioni ottimali. Comunque il suo è stato un problema prettamente mentale". Mi pare dopo la trasferta di Milano, Stombergas ha dichiarato che si sentiva a suo agio nelle squadre che gli permettevano di penetrare maggiormente e non solamente di lavorare sugli scarichi. "Saulius è senz'altro un giocatore che sa anche penetrare, ma noi lo ricordavamo principalmente come un uomo da non lasciare libero sul perimetro, perché spesso faceva centro". Altra nota, a detta dei più, dolente: Ekonomou. "Nikos è un giocatore sotto contratto che nel finale ha incrementato il suo rendimento, tornando purtroppo a giocare ad un livello inferiore al suo potenziale nelle serie playoff contro Viola e Benetton". Secondo te, in termini di giocatori e ruoli, cosa è mancato alla squadra in questa stagione? "E' difficile fare una disamina di questo tipo senza considerare la voce infortuni. La squadra era stata concepita in un certo modo, però nel suo insieme, con tutti i giocatori. Era una squadra sbilanciata sul primetro, però non credo che sia questa la sede per rammentare le ragioni di determinate scelte. E poi molte squadre hanno vinto, e vinto cose importanti, basandosi sugli esterni. Dire cosa è mancato di ruolo è difficile senza considerare gli infortuni; per il resto, oramai lo sanno tutti, è mancata la continuità di rendimento, che ha fatto sì che alternassimo con impressionante frequenza, prove buone e prove scadenti in un breve lasso di tempo. A volte sembrava anche di avere trovato la quadratura del cerchio, ma un esempio per tutti è stata la final eight di Coppa Italia". Lo scorso anno Messina ha dichiarato, nel momento della presentazione di Ekonomou, che la sua squadra avrebbe cercato di vincere segnandone uno in più piuttosto che prendendone uno in meno. Credi che sia la filosofia che farà da sostrato alla nuova squadra che nasce, oppure che sia stata una sorta di parentesi?. "Del futuro parleremo in futuro, quando ci sarà la squadra. Solo allora potremo spiegare le ragioni delle scelte". Cambiamo nome: Giordano Consolini uomo mercato..."Passiamo alla prossima domanda". Stai seguendo la finale scudetto? "Sì, è una serie molto interessante". Nelle prime due gare è saltato il fattore campo. La serie come proseguirà? "Mah, lo scorso venerdì, durante la conferenza stampa per la cessione della società, molti tuoi colleghi propendevano per il cappotto da parte della Paf. Io invece pensavo e penso tuttora che la serie sarà lunga ed equilibrata. La Benetton ha vinto gara uno, la Paf gara due. Credo che questi siano risultati che non devono andare aldilà di quello che il punteggio dice. Sono due gare, le squadre sono in parità. Punto e basta. La Paf è forse più attrezzata e credo che potrà andare in vantaggio e ribaltare l'inerzia dalla propria parte. Non mi sono affatto meravigliato dell'esito delle prime due finali". Nelle ultime tre stagioni, hanno vinto l'EuroLega tre squadre differenti: Kinder, Zalgiris e Panathinaikos. Tre modi differenti di vedere la pallacanestro. "Lo scorso anno quando vinse lo Zalgiris e Varese lo scudetto, tutti parlavano di nuova era, di nuova frontiera del basket, salvo poi venire prontamente smentiti quest'anno dal Pana e dall'AEK. Io dico che non esiste un modo universalmente valido per giocare a pallacanestro. Credo, piuttosto, che esistano modi più validi per impiegare determinati giocatori. Lo Zalgiris ha vinto perché giocava un ottimo basket, ma aveva messo i propri giocatori nelle condizioni ottimali per rendere al massimo, esattamente la cosa fatta da Obradovic quest'anno e dalla Kinder tre stagioni fa. A volte con una differenza di gioco maggiore, altre volte meno. AEK e Zalgiris sono senz'altro più differenti che noi ed il Panathinaikos. Ogni allenatore ha la sua impronta e non credo che esistano delle vie nuove". Qualcosa cambierà, vista l'introduzione dei 24 secondi. "Cambia il contesto regolamentare per tutti, ed allora è un'altra cosa, dato che il cambiamento deriva da una nuova norma. Credo, però, che prendere un particolare da un altro contesto ed inserirlo in un contesto differente lasci a molti qualche perplessità. Mi spiego meglio: i 24 secondi sono una regola NBA, ma in America ci sono altre norme differenti rispetto al regolamento FIBA".

 


 

Giordano Consolini, da eterno secondo a Coach della Virtus 1934

di Walter Fuochi - La Repubblica - 22/09/2003

 

Giordano Consolini, la prima della Virtus 1934 è andata. Male.

«Mica vero. è mancata la vittoria, solo quella, ma dopo soli 4 allenamenti tutti insieme, era difficile far meglio. Detta com’è, pensavo di prenderne tante».

Stile Messina, ecco. Che fa, piange un po’?

«No, dico la verità. Abbiamo perfino avuto la palla per vincere e, senza 3-4 errori filati nel finale, potevamo farcela. Episodi. Ma la squadra è andata bene, ha reagito quand’era sotto, nel quarto quarto aveva preso la situazione in mano. Sono rammaricato per i due punti persi, e questo l’avevo detto, alla vigilia. La Virtus 1934 parte più indietro delle altre, ma una volta partiti si è tutti alla pari».

Il contorno s’è sentito?

«Gran bel contorno, intanto. Un palazzetto pieno, ma a Ozzano la gente va sempre: è un bel posto per giocarci. Non avevo particolari attenzioni per il contorno, qualcuno ha tifato anche contro, ma mi pare fossimo alle unità, neanche alle decine. Piuttosto, posso dirlo? Tornare a giocare è stata una liberazione».

Dopo l’estate più lunga della sua vita. O no?

«Ed anche la più triste, visto che questo lavoro è pure strettamente intrecciato ai sentimenti. Non finiva mai, un’autentica sofferenza. Avevo sempre dormito, la notte. Quest’anno, per la prima volta in vita mia, ne ho fatte in bianco. Ma ci avevo passato 14 anni dentro la Virtus. Qualcosa che ora non c’è più».

Lo farebbe un replay della sua lunga estate calda?

«Se proprio devo... Finisce la stagione e ho un’offerta da Reggio Emilia. Biennale, vorrei andare, ma devo liberarmi dal contratto con la Virtus. Chiedo un colloquio a Madrigali. Mai avuto. Resto e annunciano Scariolo. Bene, mi dico. Per tutti, e non solo per me, era un segnale positivo, anzi forte, di ripartenza. Parlo cinque minuti con Sergio: contentissimo di fargli da assistente. E rinuncio ad andare a Treviso con Messina».

Ecco, a proposito: nel processo di Norimberga istruito da Messina, si metterebbe fra i colpevoli o fra le vittime?

«Mi metto fra quelli che ad un progetto con Scariolo, allenatore e persona d’alto spessore, credevano. O forse volevano credere: umanamente, se si vive di questo lavoro. Colpevole? Ditelo voi».

Giro il coltello nella piaga: una telefonata a Messina poteva farla, o forse non ne aveva neppur bisogno, visto che gli ultimi mesi sul Titanic bianconero li aveva passati a bordo.

«Vero, ma ripeto: l’ingaggio di Sergio era un messaggio forte e chiaro. Chiesi a lui se aveva avuto garanzie. Mi disse di sì. Poi, non gliene faccio mica una colpa. Sono rimasto a bordo per scelta autonoma, adulta e consapevole. Ma arrivò il lodo Becirovic e tutto il resto».

Ne parleremo. Intanto chiedo: è proprio una vocazione fare l’eterno secondo?

«Più che vocazioni, ho un desiderio: lavorare in ambienti seri, come società, persone, situazioni. Dopo, il ruolo non conta: conta sentirsi importanti in un progetto. Nella Virtus di Messina lo ero, credo lo sarei stato pure con Scariolo».

Numero uno stava per diventarlo in inverno.

«Meglio spiegarla bene, perché se ne son dette troppe. Madrigali mi chiamò dopo la sconfitta di Udine. Prenda la squadra. Io mi dissi disponibile, ma lo invitai a considerare che Tanjevic aveva in mano la situazione e che il tempo avrebbe lavorato per lui, come spesso nella sua carriera. In più, erano appena arrivati i tre rinforzi. C’era un’ovvia lealtà verso il mio capo, ma c’era anche una forte convinzione. Con Boscia non sarebbe finita così male. Detto allora, ribadito adesso. Piuttosto, dissi a Madrigali, dovremmo mandar via un paio di giocatori da subito: c’era l’imbarazzo della scelta. Lui tenne Boscia, mi ringraziò, poi perdemmo con Cantù e tutto precipitò. Così venne in palestra e mi disse: ho preso Bianchini, lei merita una squadra tutta sua. Non ci furono miei rifiuti. Pure questo, detto allora, ridetto adesso».

Lei è nella lista dei creditori. Magari, se oggi Madrigali e Sabatini fanno l’accordo, un po’ di soldi li prende.

«Sì, ma non ho fatto né lodi né istanze. Aspetto».

Intanto ha scelto: Virtus 1934. Perché?

«La grande Virtus era morta il 31 agosto, o forse prima, ma teniamo la data dell’ultimo tentativo fallito. Francia mi offrì quest’opportunità e poche ore per decidere. Di fronte non c’erano altre garanzie. Non ne incolpo Sabatini, ma è un fatto che tuttora gli allenatori di quello staff siano in sospeso. Il progetto della 1934 m’andava bene, c’era una concretezza, ed era un lavoro reale, qualcosa che vale un rispetto, da parte mia e della mia famiglia, dopo le due occasioni lasciate e dopo pure una bella parte di stipendi non incassati dell’anno precedente. Poi, conto che la 1934 possa riprendere e conservare certi valori della vecchia Virtus, intorno a me c’è tanta gente che conosco e che stimo. Una scelta dolorosa e sofferta, anzi soffertissima, ma alla fine l’ho fatta».

La percezione, nelle contrapposizioni tra buoni e cattivi tipiche di queste storie, è che lei si sia infilato sul carro dei cattivi.

«Bisognerebbe non ragionare per luoghi comuni e comunque rifiuto l’etichetta. Sono passate per colpe della Virtus 1934 semplici scelte, anche molto limpide, ma sono temi, semmai, per i miei dirigenti. So che la mia non è stata una scelta molto condivisa, mi auguro possa venire compresa, magari pure per il poco o tanto che ho fatto per la Virtus in 14 anni».

Neanche l’uscita è stata tenera.

«Solo qualche amarezza quando mi sono sentito incolpare di aver telefonato ai bambini di 7 anni del settore giovanile. Mai fatto. I ragazzi erano liberi, le famiglie hanno fatto scelte autonome, su dove ritenevano ci fossero più garanzie. Dopo, intelligentemente, Francia e Sabatini hanno capito che si dovrà arrivare ad una sola Virtus e l’intesa procede. E’ la strada che mi auguro, l’unica per salvare l’ingente patrimonio di anime e di persone che la Virtus raccoglie in sé».

Però, da una tifoseria disorientata, si potrebbe passar presto ad una divisa e dispersa. Dia un buon motivo per venire a vedere la Virtus 1934.

«Non sono uno specialista in proclami, ma questa società vuole proseguire nel solco delle tradizioni e dei valori della Virtus. Vorrei che la squadra ne fosse interprete, che giocasse un buon basket, che riscuotesse la simpatia che spetta a chi indossa quella maglia».

Che campionato farete?

«Lo scopriremo vivendo, chi siamo e in che campionato siamo. L’obiettivo è far bene, i traguardi si definiranno per strada. Per adesso è un buon gruppo, che lavora bene».

Non sarà il massimo lavorare con la data di scadenza, come le scatolette del tonno. Fra un anno, potreste confluire in un’altra Virtus e non esserci più.

«Con tutto quel che è successo in un anno di Virtus, francamente non riesco a veder così lontano. Abbiamo da fare, ora, il nostro lavoro nel miglior modo possibile. C’è un campionato, ci sono degli obiettivi. C’è un pallone, finalmente. Per fortuna si gioca».

 

 

 

Consolini, finalmente alla guida della Virtus

di Marco Martelli - La Repubblica - 29/06/2004

 

Le prime parole della nuova vita in bianconero di Giordano Consolini arrivano, timide e pacate, al minuto trentanove del primo tempo. Fin lì, è stato Sabatini a menare la danza, colpendo, precisando, ribadendo, dopo aver presentato ufficialmente anche il nuovo gm, Massimo Faraoni, alla sua sinistra. Al minuto 39 d’una festosa conferenza stampa, inizia dunque il racconto di «Jordan», partendo dal momento della chiamata alle prospettive: senza alcun fare da istrione, ma da persona che, non si fosse capito, preferisce «molto più la palestra ai microfoni».

«Ci siamo incontrati? attacca - e m’è stato presentato un programma ambizioso, stimolante, sicuramente difficile. Ma credo di avere le spalle coperte, Faraoni è una garanzia, come lo è il presidente e come sarà importantissimo lo staff in panchina, con Gavrilovic e Teglia. L’interrogativo su quale campionato faremo si scioglierà presto: intanto, possiamo iniziare a lavorare, a costruire una squadra che possa vincere, perché l’obiettivo è quello». Fra chi c’è già, non rimarrà McCormack, verranno vagliate le posizioni di Zanus Fortes (con contratto) e di Niccolai (accordo sulla parola), verrà rinnovato il prestito di Podestà, e probabilmente ridiscusso il contratto di Pelussi. Ad Abbio, Sabatini ha proposto un biennale: gli offrono di più da altre parti, un buon 50%. Ma prima di addentrarsi nel tecnico, Consolini spedisce ringraziamenti. «Prima, Claudio Sabatini e Massimo Faraoni, per la tremenda opportunità che m’è stata concessa. Poi, Paolo Francia, per la disponibilità dimostrata nel liberarmi dal contratto con la sua società. E non sono parole di facciata: è la verità. Infine ringrazio i tifosi, per tutto l’affetto dimostrato».

Il futuro ricomincia, ma intanto vanno pure ripercorse alcune tappe di Consolini in Virtus, dai tempi d’oro, con Messina, al crollo dell’Impero, sotto Madrigali. Dal breve interregno post-esonero, in cui battè Trieste ed Avellino, a quel fosco dicembre 2002. «Avevamo perso a Udine - racconta - e mi venne proposta la panchina: ero pronto, ma dissi a Madrigali che cambiare Tanjevic sarebbe stato un errore, i risultati non erano colpa sua. Piuttosto, occorreva spedire a casa uno o due giocatori. Ci tirammo su, battendo Asvel e Real: poi crollammo con Cantù, e poco dopo mi disse che aveva preso Bianchini. Di lì non me lo chiese più: solo dopo Milano, a 3 giornate dalla fine. Risposi che era meglio evitare».

L’altro momento chiave è datato agosto 2003. Giordano è nello staff di Scariolo e attende il giudizio della Fip, il 31 agosto. Va come va, nasce la 1934, da lui sposata. «Se ora siamo qui - stoppa subito -, è perché c’è un’unica Virtus. Non successe nulla di grave («neanche per me - annuisce Sabatini -, ma posso dire che m’è dispiaciuto?»). Quelli per me furono giorni difficili, ma l’obiettivo è sempre stato avere un’unica grande Virtus».
La Virtus dei 14 anni già vissuti là dentro. Apparso, da Anzola, nello stesso '83 in cui arrivò Messina. Tornato, ancora con Ettore, nel ‘riarmo’ cazzoliano dell’estate '97, dopo la vittoria in A2 con la Reggiana di Mitchell, Mannion e Basile. Riapparso, stavolta, senza Messina, sulla panca dove hanno fallito Tanjevic, Bianchini e anche Bucci. Ora tocca a lui. «Sapete tutti che rapporto ho con Ettore: se sono qui da tanto, lo devo a lui. M’ha insegnato come si intende questo lavoro, molto più complicato che capire un pick and roll. Per me è il numero uno in Italia e in Europa, per il modo d’insegnare, e spero di essere stata la miglior spugna possibile. La sua ombra? Ma no, chi allena la Virtus per forza ha pressione. Però ripeto, penso di avere le spalle coperte: e con tutto il rispetto, sarà tutt’altra cosa rispetto a quando ero capo a Reggio, da giovane alla prima esperienza. Ora sono di nuovo alla Virtus, per la sfida di una carriera».

 


 

Consolini, stavolta senza Messina

di Walter Fuochi - La Repubblica - 01/07/2004

 

A cinquant’anni tondi, Giordano Consolini si issa, da allenatore, alla testa della Virtus: ne ha già imbevuto circa un terzo della sua vita, e più di metà di quella professionale. Quattordici anni, in due tranci, nella Virtus vera. Uno nella 1934, nata dalle macerie. E il prossimo, finalmente, nella Virtus che sarà riaffiliata, ossia tornerà a prendersi nome, insegne, storia, trofei. E anche facce. Il passaggio non è casuale. Come uomo Virtus, l’ex vice di Messina viene percepito da una platea bisognosa di scelte identitarie, dopo tante bastardaggini e bastardate. Del suo ritorno a casa, saggiamente, Claudio Sabatini s’è subito convinto, grattando via, dopo una franca chiacchierata, gli ultimi avanzi di ruggine. Per la terza volta, dunque, Consolini riapre l’uscio di casa Virtus. E per la prima non ha accanto Messina: che però gli ha fatto strada anche a questo giro, perché in quella casa ci sono voci che, pur abitando momentaneamente altrove, restano ascoltate. Quel che doveva spendere, Messina l’ha speso. Del resto, questa è la storia d’una simbiosi: umana, non solo professionale.
L’anno è l’83, Porelli rifà la Virtus chiamando Bucci, il professor Grandi, Messina. Così, la prima camicia a quadrettoni di Consolini la vedono, nei vecchi uffici di via Calori, Bucci e Messina: Giordano viene da Anzola, ha più capelli di oggi e lo stesso buon senso. Arruolato. Farà, nelle giovanili, il vice di Messina: che intanto farà, in serie A, il vice di Bucci. La coppia divide tutto: giovani promesse, stanze d’hotel e scudettini. E il primo telegramma, dell’84, tempo di telegrafi e non ancora di telefonini, mittente Porelli destinatario Messina: «A te, Consolini, i ragazzi, un forte in bocca al lupo». La frase resiste ancora, tra i due, come saluto rituale ad ogni nuova avventura.
Nell’89 Messina ascende, dopo Bob Hill, in prima squadra e Consolini diventa capo delle giovanili. Due scudettini in proprio e, dopo 8 anni bianconeri, i 6 di Reggio Emilia. Ci plasma un tal Basile che poi, crescendo, si troverà pieno di babbi. Ma se l’onesto e fortitudino Gianluca racconta oggi nel suo libro che nel ‘99 avrebbe scelto la Virtus, il vero padre putativo forse ce l’aveva dentro. Consolini ha quel limite lì. Non racconta, non reclama, non spaccia. Limite?
Già, la storia è andata avanti. Giordano è tornato da Reggio a Bologna, con Messina, ad assaporare trionfi e a soffrire cadute, a salutare Cazzola che va e Madrigali che arriva. Tocca a Consolini quando il signor Cto 'solleva' Messina (due partite, entrambe vinte: Trieste e Avellino). E poiché i piccoli e grandi fracassi della storia mischiano spesso tragico e grottesco, gli tocca pure che, all’indomani dell’esonero, Ettore si presenti in palestra, brutto come un nuvolone, alla riunione pre-partita. Consigliato dagli avvocati che, nella nascente guerra con Madrigali, devono fargli schivare ogni inadempienza, il monarca detronizzato s’accuccia in un angolo di spogliatoio: tranquillo, Giordano, fai come non ci fossi. è solo l’avvio della valanga, troppo nota per suggerire altri remake.
E tanto è noto pure dell’estate torrida del 2003, quando Consolini sa già, appena scelta la 1934, d’esser salito sulla barca dei dannati. L’altra è la Virtus salvata dalle acque del fallimento, la sua quella scaturita dalle anidridi solforose di un esecrato consiglio federale. L’altra è in A2, la sua in B1. L’altra ha un pubblico, la sua amici e fidanzate. L’altra insegue progetti e proclami d’un presidente che corre e sbanda, ma non sta un minuto senza pensare Virtus, la sua ha un padrone che indossa miti come Naomi gonnellini, se oggi, sfilato il Dna virtussino, s’accinge a mettere i piedi nelle scarpette rosse di Milano. Lavora, si sbatte, guadagna bene, fa la squadra coi resti d’un mercato già ripulito. Per un programmatore nato, è già una condanna, più che il flop finale. Affondati, senza sapere che futuro ci sarà.
Messina, a Treviso, lo rivorrebbe sempre, ma ormai non ci prova neanche più. Peccato, perché Consolini è l’altra mezza mela, l’unico che può tirare il Migliore per la manica, anche in eurovisione. «Sì, l’accetto da pochi - confida una volta il capo -: Giordano, Lele Molin e Piccin. Amici, non semplici colleghi». Il diverso parere è il segreto della simbiosi tecnica: non c’è dialettica se il vice dice sempre sì, non c’è ovviamente se dice sempre no e, dopo la sconfitta, ti fa sapere ‘te l’avevo detto’, o peggio lo fa sapere in giro. Messina e Consolini dibattono, discutono, litigano. La scelta finale è di entrambi: vada bene o vada male, non ha padri né patrigni. Poi, si sa che Giordano stravedeva per Ginobili ed Ettore sacramentò la notte che sfuggì Meneghin, costringendoli a ‘ripiegare’ su Manu. Si sa che Giordano era meno entusiasta di Jaric, ma aveva una polizza in Bonora, e che tutt’e due avrebbero dato le chiavi di casa a Rigaudeau, e che Danilovic, beh Danilovic era sempre lo zar.
La sera che Sasha decide di mollare tutto, il primo dei coach a ricevere la telefonata è ovviamente Messina, nella quiete di una serata alla tv. E il primo che Ettore chiama è Giordano. Sasha si ritira, ed è un attimo sentirsi salire il groppo in gola e scendere sulle spalle uno zaino di annetti, ma è un altro attimo, subito dopo, ragionare realisticamente su un settebello per tre maglie che, prima dell’abdicazione dello zar, allineava Jaric, Rigaudeau, Danilovic, Ginobili, Abbio, Sconochini, Bonora. Se a qualcuno sembrasse mai un centrocampo, e non una polveriera.
Con Sasha s’è vinto tanto. Senza Sasha si rivincerà. Il tiro da 4 resterà nei secoli, ma Messina non Messina a ricordarlo che, dato Consolini come molto più zonaiolo di lui, e insistentemente zonaiolo, da strappargliela di dosso, la manica della giacca, quel ‘98 dei trionfi ebbe anche quel timbro di retroguardia, se si ricorda quanto la zona produsse, nei tremendi 10-derby-10 con la Fortitudo. E Savic che reclamava più palloni in post basso? Mah, per me va molto meglio se sta fuori: hai visto, Ettore, come sta tirando da tre? Gli allungarono la carriera, Zoran allora non lo sapeva e mulinava il testone, poco tempo fa ha pubblicamente ringraziato.
Anche Giordano, meno d’un mese fa, s’è trovato a ringraziare Zoran. Si fa, con chi ti offre un lavoro, e pareva proprio che quel posto da vice di Repesa, a Bologna, in un grande club che ha appena fatto la finale d’Eurolega, per uno che non si trasferisce, non gradendolo né lui né donna Marilena, fosse il miglior approdo possibile. Quattordici anni di Virtus, 14 anni di Virtus, ma come faccio a cancellarli, e quella sera andavano giù magnifiche tagliatelle, tra le facce tifose, ed amiche, della ormai tradizionale cena estiva, stavolta dalle parti dello stadio del baseball. Andavano meno giù quei tanti nomi che in Virtus si stavano facendo per la ripartenza, nicchiando invece sulla chiamata di quello che la gente avrebbe voluto, prima d’ogni altro. Datela a lui, la bicicletta, datela al Jordan di Bazzano, che il maestro buono ce l’ha avuto e qualcosa dentro, di questa vecchia bandiera, se lo porta. L’ha avuta, adesso. Pedali, finché ne ha.

 


 

Consolini: "Scusa Virtus, ho già dato"

di Marco Martelli - La Repubblica - 14/06/2005

 

Il panorama Virtus cambia radicalmente in un torrido pomeriggio bolognese, con lo sfondo sempre caratteristico di Palazzo d’Accursio, e un ultimo saluto alla stagione vincente. Stavolta è davvero l’ultimo, perché si volta pagina.
Giordano Consolini non è più, da ieri, l’allenatore della Virtus: ha vinto il campionato, aveva ancora un anno di contratto da head-coach, ma ha scelto di fare un passo indietro, o forse avanti, a sentire lui, tornando ad occuparsi del sempre amato settore giovanile. Sarà sostituito, a giorni, da Zare Markovski, anni 45, macedone di qualità e risultati, che avrà un triennale. La prima è ufficiale, la seconda no. è come lo fosse: l’uomo fu prenotato un paio di mesi fa, casomai Consolini... Casomai.
«C’è un tempo per tutto» ha detto Giordano nella Sala Rossa, visibilmente toccato, abbracciato da Sabatini che poco prima l’aveva trascinato, anche con forza, in prima linea per le carezze di Cofferati. «Sento l’esigenza di tornare tra i giovani, e quest’esigenza viene da me. Ringrazio Sabatini per l’opportunità che m’ha dato all’inizio della stagione e per quella che mi dà ora. Ci ho riflettuto a lungo, ma è una scelta di vita. E penso sia la migliore».
Fino al 2010, guiderà il settore giovanile, coabitando col fido Marco Sanguettoli. «Sono stato combattuto - aggiunge -, ma sono abbastanza sereno e ringrazio tutto e tutti per l’annata straordinaria. Ora credo si debba fare un importante lavoro sui giovani, già iniziato da Faraoni, per costruire la Virtus del futuro. Sabatini ci crede molto, d’altronde è Mr. Futurshow. La Virtus è nelle sue mani, ed è in una botte di ferro».
Al suo fianco, il patron continua l’abbraccio, spendendo parole di rito poi riattizzate nel cortile. «Abbiamo chiacchierato sei giorni serenamente, come sempre tra persone che si stimano. Lo ringrazio prima di tutto come uomo, poi come tecnico. Ho compreso la sua scelta, e me l’aspettavo. Durante l’anno l’ho visto teso, appesantito dalla pressione: credo si sia effettivamente tolto un peso». Il discorso scivola tra serenità e pressione, visi più o meno tirati, che con circostanze e casse di risonanza diverse riportano alla mente altre due conferenze stampa della recente storia virtussina: Madrigali su Messina tre anni fa, Sabatini su Ticchi l’anno scorso. «Giocare alla Virtus è un onore ma anche un peso. La gente dev’essere serena, perché solo così si raggiungono i risultati. Questa cappa di mancata serenità s’è spesso avvertita, pure nel pubblico. E per questo dico: meglio mille in meno al palazzo, ma quelli che ci sono abbiano spirito e fede giusta. Se qualcuno pensa ancora a Danilovic, al ritorno di Rigaudeau o simili, si metta il cuore in pace: non è così. Altrimenti, meglio che non venga».
Parole dure, secche, che Sabatini lancia verso la piazza alla vigilia della campagna abbonamenti e, soprattutto, dell’annuncio dei nuovi quadri. Per la scrivania, s’è raffreddato il nome di Toni Cappellari, gm papabile per 48 ore. In panchina è ormai seduto Markovski, benché Sabatini abbia escluso ieri che il macedone, manager forzato nelle ultime due campagne in Irpinia, possa svolgere il doppio ruolo pure in Virtus. «Meglio soli che male accompagnati», ha detto il patron: Sabatini potrebbe allargare la sua area d’azione, o optare per un maggior coinvolgimento del ds Santucci.
La scelta di Consolini, dopo ultimi giorni con segnali contrastanti, stupisce fino a un certo punto. I tentennamenti di Jordan non hanno mai fatto breccia in Sabatini e, globalmente, l’amore sbocciato un anno fa, con buona pressione della tifoseria, non s’era mai acceso in passione, ammaccato dall’estate 2003, quella in cui Consolini scelse Francia e la Virtus 1934. Ora, come dice il patron, il coach di Bazzano «andrà in pensione con la Virtus», coronando il suo sogno. Mai si sarebbe mosso, a prescindere dalla veste: attore in prima linea, o egregio manovale dietro le quinte.

 


 

Consolini: "Così la Virtus ricostruisce il vivaio"

di Alessandro Gallo - Il Resto del Carlino" - 29/06/2005

 

L’intesa quinquennale sottoscritta con l’Aurora Desio non può che lasciare soddisfatto Giordano Consolini, nuovo responsabile del settore giovanile della Virtus (con un contratto in scadenza nel 2010), che lavorerà a stretto contatto di gomito con Marco Sanguettoli, che dai giovani, in tutti questi anni, non si è mai allontanato.
Consolini, contento per l’accordo?
«è un aspetto positivo, anche perché da quelle zone sono usciti elementi di buon valore. La storia depone a loro favore: hanno sempre lavorato con i ragazzi, sfornando giovani interessanti».
La Virtus come si inserisce in tutto questo?
«Nell’opera di reclutamento che, da un po’ di tempo a questa parte, abbiamo iniziato».
La Virtus si doterà nuovamente di una foresteria?
«Abbiamo ripreso questo discorso l’anno scorso, grazie a Massimo Faraoni. Ci sono quattro posti letto a disposizione dei nostri ragazzi».
Basteranno per completare i ‘vostri vuoti’?
«è un buon punto di partenza».
Questo significa che Bologna e le zone circostanti non producono talenti?
«No. Significa, piuttosto, che manca qualcosa a livello fisico».
Non mancherà la voglia di ‘sgobbare’ per un posto al sole?
«No, la voglia e la fame non mancano. I ragazzi interessanti li abbiamo anche noi. Ma, per tradizione e per struttura fisica, questa è la terra dei play e delle guardie. Cercheremo di chiudere il cerchio pescando, in giro per l’Italia, i lunghi necessari».
Accordo quinquennale con Desio. Stessa durata per il suo rapporto con
la V nera. Quali i tempi per la ‘raccolta’?
«Il discorso, in questo caso, si complica. Perché non esistono, purtroppo, piani quinquennali per produrre giocatori interessanti. Si può lavorare, come stiamo facendo, si possono fissare degli obiettivi, si può crescere. Ma le certezze non esistono. Anche se, seminando e lavorando in un certo modo, si può essere certi di essere abbastanza vicini alla produzione di un talento».
La vostra rete di osservatori?
«Ne abbiamo diversi sparsi per l’Italia. Abbiamo diversi contatti. Siamo attenti e vigili».
Visto Ginobili?
«Bravino, vero?».
D’accordo. Ma per ‘fabbricare’ un nuovo Ginobili cosa serve?
«Il reclutamento è fondamentale, in palestra puoi fare crescere chiunque. Ma per raggiungere certi livelli è indispensabile la materia prima. Manu ha lavorato tanto e si è applicato. Ma di base aveva quelle qualità che lo rendevano unico. Poi, lui, è stato bravissimo a proseguire nel suo percorso».

 


 

da "Il Domani"

 

Con Gigi Terrieri e Marco Sanguettoli rappresenta il più tangibile e autentico segno di continuità con la Virtus che fu. Giordano Consolini è uomo Virtus in tutto e per tutto. Per la storia personale, per lo stile. Lui è uno di quelli che il popolo bianconero identifica automaticamente con la "virtussinità", cioè con l'essere virtussini molto più e molto oltre l'atto formale della firma di un contratto. Ma lui è anche l'uomo, la figura di fiducia a cui decine di famiglie sono ben felici di affidare i propri figli per avere una guida sicura nel delicatissimo spazio che si crea tra l'ambito familiare e quello scolastico. Per i ragazzi, e per le loro famiglie, Consolini è molto più di un semplice allenatore. E questo lo ha capito bene Claudio Sabatini, che proprio in lui (e in Marco Sanguettoli) ha individuato la pietra angolare di quel progetto giovani che ormai da anni rappresenta il fiore all'occhiello della politica bianconera. Archiviata la bella favola dello scudetto Under 17,un altro anno di lavoro attende questo personaggio che in realtà ha come caratteristica principale proprio l'essere un anti-personaggio: poche parole e poche luci, Consolini preferisce lavorare dietro le quinte, in palestra, lontano dai riflettori. Con e per i suoi ragazzi. Nella conferenza di presentazione di Koponen, Sabatini ha parlato di una decina di nuovi innesti per il vivaio bianconero. Dunque un progetto giovani sempre più forte... «Continuiamo a portare avanti un programma che mira ad offrire un'opportunità importante a ragazzi che abbiano qualità fisiche o tecniche. L'aspetto importante è la qualità del reclutamento, non la quantità. I numeri sono importanti ma non determinanti, specie quando si parla di reclutamento a livello nazionale, che implica una scelta di vita forte per il ragazzo e per la sua famiglia». Torniamo ai tricolore degli Under 17. «La vittoria di un titolo è importante, ma non prioritaria. Gli aspetti fondamentali sono altri due: la crescita umana e tecnica del ragazzo e la possibilità di fornire giocatori alla prima squadra. Poi è chiaro che un gruppo competitivo rappresenti di per sé il terreno più fertile per lo sviluppo delle potenzialità del singolo». I tifosi l'anno scorso hanno mostrato una certa simpatia nei confronti dei giovani talenti di casa, forse per la voglia di affezionarsi ad un bolognese che riesca a sfondare in prima squadra. «Quest'anno alcuni dei nostri ragazzi andranno a completare la loro crescita nei campionati inferiori. La prima esigenza di un giovane è quella di giocare: tra un minuto in prima squadra e venti in LegaDue o B1, è preferibile questa seconda soluzione, senza dimenticare che i giovani hanno comunque la possibilità di lavorare con la prima squadra nelle fasi di pre e post season». Come giudica l'Europeo della Nazionale Under 16? «Premesso che il gruppo non era di primissimo livello, penso che sia mancato anche un pizzico di fortuna. Più di una partita è stata persa involata e così si è arrivati allo spareggio per non retrocedere, ma in realtà sono convinto che il gap con le squadre che sono andate avanti non fosse poi così ampio». Tre stelle di primissimo piano, Gallinari, Bargnani e Belinelli, e attorno una situazione di relativa povertà di talenti veri. È questa la fotografia della nostra pallacanestro? «La legge sullo svincolo e il proliferare degli stranieri hanno portato per dieci-quindici anni a un atteggiamento di progressivo disinteresse nei confronti dei vivai e oggi ne stiamo ancora pagando le conseguenze. Ora il vento sta cambiando e sul tema dei giovani c'è una nuova progettualità. Discorso differente per i campioni: la nascita di un fenomeno non è mai qualcosa di programmabile». Veniamo a Belinelli e alla Nba: si aspettava che potesse incontrare tante difficoltà? «Sinceramente no, perché sono convinto che Marco possegga tutte le caratteristiche e le qualità per emergere tra i prò. A cominciare dall'atletismo». Gallinari ce la farà? «Penso proprio di sì. Ha un talento non comune, fa sembrare semplici le cose più difficili e, soprattutto, è un giocatore totale, tecnicamente completo. Le uniche difficoltà, semmai, potrebbero creargliele i giocatori più forti sul piano atletico». Dalla pallacanestro alla sociologia. Si paria tanto di bullismo, di assenza di valori. Lei che lavora tante ore a contatto con i ragazzi, che idea si è fatto delle nuove generazioni? «Prima di tutto, ho imparato ad evitare i paragoni con le generazioni del passato, perché i giovani sono sempre figli della società in cui vivono. Quello che posso dire è che i ragazzi di oggi tendono a vivere sempre più isolati ed è proprio per questo che gli sport di squadra possono aiutarli molto, perché li costringono a sviluppare una vita di relazione, fatta di obiettivi, valori e, soprattutto, confronto. L'altra cosa che ho notato, rispetto a dieci-quindici anni fa, è un minor senso di responsabilità, cioè una minore coscienza del rapporto causa-effetto. Ad essere onesto, però, la stessa tendenza la riscontro nei cinquantenni...».

 


 

Nome

Cognome

Cosa pensi dell’altro (Perdichizzi)?

Questo campionato è…

La squadra rivelazione?

e quella che fin qui ha deluso le aspettative?

Il giocatore più determinante della LegaDue?

… e il più sorprendente?

Il giocatore che farà la differenza in Final Four?

Squadra favorita della manifestazione?

 

Bianconero, 03/2005

 

 

 

Giordano

Consolini

Ottimo allenatore, e i risultati lo dimostrano

Appassionante

Montegranaro

Ferrara

Ovviamente non parlo dei miei…

Chris Owens

Brian Oliver

Capo D’Orlando