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Alfredo Cazzola
nato a: Bologna
il: 14/02/1950
L'EX NESSUNO VA A CANESTRO CAVALCANDO IL MOTOR SHOW
di
Walter Fuochi – La Repubblica – 16/06/1992
Quarantadue anni,
sposato, due figli, villa a Sasso Marconi, nato povero e cresciuto nei
Salesiani, Alfredo Cazzola fa porre da un decennio ai suoi concittadini la
stessa domanda: "Chissà chi avrà dietro". "Nessun partito politico, e nessun
debito con le banche", ribatte lui, giurando che la sua fulminea ascesa non
ha segreti. Era un signor Nessuno quando, nell'81, rilevò il marchio del
"Motor Show", chiassosa sagra di tutto quanto rombasse, celebrata da 5 anni
alla fiera di Bologna. Sterzando poco per volta dalla filosofia iniziale,
sempre meno donne cannone e acrobati del rischio, sempre più salone e case
ufficiali, Cazzola l'ha gonfiata di milioni di visitatori e trasformata in
una macchina per far soldi. Per la fama sul piccolo sipario della
città-paesone, è invece ricorso a un'altra mossa: comprarsi
la Virtus Pallacanestro,
vessillo glorioso ornato di storia secolare, 10 scudetti, una "fede"
tradotta in una frequentazione quasi mondana al palasport, autentico salotto
cittadino. "Prima ero più conosciuto a Francoforte o a Ginevra, adesso ho
una faccia per il tifoso della curva. Magari da insultare, ma io spero molto
presto di vincere". Il basket è dunque la vetrina locale, più che un
business strategico: e ai giganti s'è pure affezionato, non perdendo neppure
una trasferta. L'avventura di Cazzola parte verso la fine dei Settanta,
quando sta un pezzo in Nord Europa a bazzicare per fiere. Torna a Bologna e
apre con un socio un'azienda di allestimenti. Il boom della fiera cittadina
trascina l'indotto finché, nell'81, Cazzola salta in groppa al bizzarro
puledro del "Motor Show". "Fosse nevicato quella settimana, sarei rimasto
sepolto dalle cambiali", ricorda. Ma non nevicò, e il Motor Show è diventato
grande, ricco e felice: la cassaforte che pompa liquido per un gruppo
ristretto e verticistico (la Promotor), che oggi Cazzola inizia a
"diversificare". L'obiettivo è bilanciare la forbice tra patrimonio e
fatturato, perché la cassaforte resta un'azienda, pur floridissima, che alza
i tendoni solo dieci giorni a dicembre, e che ormai cammina da sola. Così, è
partita l'attività editoriale, acquisendo testate sportive come Rombo,
Superbasket, Forza Sette, puntando ad altre, preparando ora il trasloco
delle redazioni in due fabbricati sulla tangenziale, brillante recupero di
archeologia industriale di una ex fornace pagata 5 miliardi. E poi c'è stata
la scalata alla Virtus: prima come principale azionista, da quasi un anno
come proprietario quasi unico (al 97%) e presidente. Per arrivare allo
scudetto, che a Bologna manca dall'84, la Virtus sponsorizzata Knorr è già
stata la protagonista di una campagna di rafforzamento che non ha lesinato
miliardi e ancora non s'è fermata. Il colpo di Torino sono gli affari, i
canestri restano la partita dell'immagine giocata nei salotti buoni della
città. Cazzola continua a non frequentarli: troppo spesso mormorerebbero
"chissà chi c'è dietro".
CAZZOLA, L’AUTO BIOGRAFIA
di
Carlo Cambi – La Repubblica – 15/04/1994
Vent’anni fa allestiva
gli stand, oggi è il gran regista del Salone di Torino. Lo hanno chiamato al
capezzale della rassegna motoristica per ridare lustro a un appuntamento che
edizione dopo edizione si era appannato. Sono stati proprio i vertici Fiat a
bussare alla porta della Promotor più o meno un anno fa. Com’è nel suo stile
Alfredo Cazzola non ha risposto: ha preso tempo, ci ha pensato su, si è
consultato con il suo partner di sempre, la Fiera di Bologna, e poi ha detto
sì. Tra una settimana saprà se è riuscito a vincere anche questa sfida. "Il
progetto è buono - confida - l’impegno è stato il massimo possibile, il
traguardo è ambizioso". Sa, questo bolognese doc, che da Torino passa la sua
definitiva consacrazione, è una specie di master per lui che l’università
l’ha fatta girando da ragazzino per mezzo mondo mosso da una curiosità
inestinguibile in cerca di idee vincenti. E del resto la sua personalissima
via all’imprenditoria Alfredo Cazzola, 44 anni nascosti da un volto di
eterno ragazzo illuminato da tratti di cordialità e da due occhi
mobilissimi, l’ha trovata con un colpo d'ingegno sorretto dalla voglia di
rischiare e dal desiderio di conoscere. "Non avevo il mito dei motori da
ragazzino - ricorda - ma mi piaceva ascoltare i discorsi da bar, sentivo che
i miei amici si entusiasmavano per le macchine, per le moto". Al momento
giusto Alfredo Cazzola dal bagaglio dei ricordi ha tirato fuori quelle
emozioni e le ha trasformate in un business.
è successo nel 1980 quando gli
è capitata l’occasione di comprare il Motor Show, allora poco più che una
sagra dei campioni delle due e delle quattro ruote. Nacque così la Promotor,
la holding operativa del gruppo Cazzola. Quattordici anni dopo il Motor Show
è diventato la rassegna motoristica annuale più importante d' Europa.
Bastano le cifre a raccontarlo: oltre un milione e duecentomila visitatori,
un fatturato che supera i 40 miliardi, 65 mila metriquadri di spazi
espositivi occupati, cinquecento piloti impegnati nei programmi sportivi. E
non è tutto: il Motor Show è la rassegna dove ogni anno le maggiori case
delle due e delle quattro ruote fanno sfilare i modelli di punta e tra i più
assidui frequentatori ci sono proprio i costruttori giapponesi, quelli che
avevano voltato le spalle a Torino. è
stato così che Alfredo Cazzola è diventato uno dei maggiori promoter di
auto: da Detroit a Tokyo per lui gli 'sportelli' sono sempre aperti. Semmai
'straniero' lo è stato fino a qualche anno fa proprio a Bologna, una città
che bada al concreto. "Mi ricordo - confida Cazzola - che m’inventavo strane
dizioni per descrivere il mio lavoro. Qui in Emilia vogliono vedere la
'roba' per pesarti come imprenditore. E io vendevo allora e vendo oggi
soprattutto idee e organizzazione". Sarà stato forse per questo che Cazzola
ha piano piano affiancato alla sua attività principale altri settori in un
circuito sinergico: lui crea l’evento (il Motor Show), lui raccoglie la
pubblicità, lui infine racconta l’evento attraverso i suoi giornali. E sarà
stato anche per affermare la sua bolognesità che tre anni fa si è comprato
la Virtus Pallacanestro, una delle società più blasonate di tutto lo sport
italiano. Ma anche la Virtus, come il Salone di Torino, prima di entrare
nell’orbita Cazzola aveva la gloria sbiadita dal tempo. Un altro piccolo
segreto nella biografia di Cazzola: di basket prima di comprare la Virtus
sapeva quasi nulla, adesso fa il presidente delle "V" nere con grande
competenza. Chi glielo fa fare? Sempre le solite molle: il gusto per la
sfida, la grande curiosità. Quella stessa che rende difficilissima e insieme
piacevole un’intervista con lui: si finisce sempre per essere intervistati.
Su tutto: il governo, l’economia, i gusti della gente, la cronaca. "Per me
sapere cosa succede e cosa pensa il paese è un bisogno prima ancora di
un’esigenza di lavoro - spiega - e le passioni a volte mi fregano". Capita
che arrivi tardi ad un appuntamento perché ha trovato qualche articolo
interessante, oppure che un pranzo di lavoro dove si deve discutere di spazi
pubblicitari, strategie di comunicazione e di finanza finisca per
trasformarsi in un acceso dibattito politico. Proprio come in piazza
Maggiore dove al canton degli esen c’è sempre un gruppetto di pensionati che
stramaledice la donne, il fisco ed il governo. La bolognesità di Cazzola è
anche questo, è nelle sue scelte per un quadro politico "diverso da quello
uscito dalle urne" è nel suo tifo per il giudice Di Pietro. "Sarà anche per
questo - domanda con un filo d'ironia - che nei salotti buoni m’invitano di
rado?". Però quando serve Cazzola è l’ospite d'onore.
è stato così quando la Fiat ha
deciso di rilanciare il salone di Torino che soffre la concorrenza di
Ginevra e che forte dell’investimento fatto al Lingotto (600 miliardi dalla
società Expo 2000) cercava una chiave per rilanciarsi. Cazzola spera di
averla trovata: "Sono convinto che Torino debba tornare ad essere la
rassegna dello styling automobilistico. L’Italia è il paese che ha vestito
il 70 per cento dei modelli di maggior successo. Senza dimenticare che il
mercato italiano è il secondo in Europa, il quarto nel mondo e che la
rassegna che lo rappresenta deve essere adeguata a questo standard. Devo
dire che abbiamo avuto la sfortuna di organizzare il Salone nel momento di
maggior flessione del mercato, ma abbiamo avuto anche la fortuna di aprirlo
mentre il mercato si sta svegliando. Lo avevamo previsto". Come? Forse che
Cazzola ha la palla di vetro? No, ma se ne è costruita una. Per sapere tutto
sul mercato delle auto ha dato vita al Centro studi Promotor, un’altra
società della sua galassia, che raccoglie mensilmente i dati forniti da 800
concessionari. "E adesso - spiega Cazzola - abbiamo fatto accordi
internazionali che ci consentiranno di vendere servizi completi di studio e
monitoraggio del mercato". Sulla scorta di questa conoscenza Cazzola non
teme la concorrenza tra Motor Show e Salone di Torino. "Intanto - analizza -
sono appuntamenti sfalsati, uno annuale e uno biennale e poi sono
diversissimi per natura: il Motor Show è un salone-evento dove il cliente
può provare le macchine, vedere i campioni, vivere la moto e l’auto. Per
allargarne l’orizzonte da quest’anno il Motor Show sarà aperto anche alle
bici e organizzeremo la sei giorni ciclistica, che un tempo si faceva a
Milano, al nuovo palasport di Casalecchio. Torino è invece un salone
dedicato alla produzione". Il monopolio del basket Alfredo Cazzola per
supportare questa convinzione ha dalla sua la propria biografia
imprenditoriale. Dopo il Motor Show la Promotor è cresciuta. Ora è la holding di un gruppo, controllato dalla Finalca,
la finanziaria di famiglia Cazzola, che fattura attorno a 95 miliardi per
una sessantina di dipendenti. Le attività sono molteplici: raccolta
pubblicitaria, il Centro Studi,
la Edigrafic società di
progettazione e consulenza editoriale, e la Alfredo Cazzola Editore, un
gruppo che stampa 8 testate. Sono tutti settimanali o mensili sportivi che
si occupano di auto e tennis e hanno il "monopolio" dell’informazione sul
basket. Ancora una sinergia: La Virtus e i giornali che parlano di
pallacanestro. "Sono convinto che la sinergia per un gruppo come il nostro -
spiega Cazzola - sia indispensabile per esplorare nuove frontiere". Così è
stato ultimato il contratto per l’acquisto e il rilancio di Forza 7 (mensile
di nautica) e un’altra iniziativa - top secret - è in arrivo. Il sogno nel
cassetto si chiama quotidiano. "No - ammonisce Cazzola - è presto, è ancora
troppo presto". Ma dalla torretta di via Milazzo, nella palazzina primi '900
ornata di quadri seicenteschi che sembra un pezzo d'Inghilterra tra i
condomini della Bologna medioborghese, si vede lontano. E ogni tanto Alfredo
Cazzola alza lo sguardo oltre l’orizzonte.
'NESSUN GIOCATORE VIRTUS ALLA NAZIONALE DI BASKET'
di
Walter Fuochi - La Repubblica – 27/02/1996
Immaginate che Berlusconi
neghi a Sacchi Albertini e Costacurta, Eranio e Simone: se Alfredo Cazzola,
proprietario della Virtus, non cambierà idea, rispetto a ciò che ha
minacciato ieri, quasi mezza Nazionale di basket, cioè Abbio e Moretti, Carera e Coldebella,
si ritirerebbe. E perché mai Cazzola non vuole dare i giganti alla patria?
L'ha scritto ieri "Superbasket", la rivista di cui è editore,
intervistandolo: i suoi giocatori non andranno, se la Federazione
ufficializzerà la scelta di Toto Bulgheroni, cioè di un proprietario di
club, come dirigente accompagnatore. Bisogna addentrarsi fra le trincee
delle attuali guerre del basket, per capire l'ultima, singolare uscita del
patron bolognese: e collocare Bulgheroni sulla sponda della Lega basket che
Cazzola ha assaltato. Secondo il boss virtussino, c'è conflitto di interessi
fra il ruolo privato di Bulgheroni, proprietario di Varese, e quello
pubblico, di dirigente azzurro, già designato per domani, nel match di
qualificazione europea a Gorizia, contro la Macedonia.
è un bisticcio sorprendente e clamoroso: tranne per chi l'ha avviato.
"Mi sorprendo io della sorpresa generale - ha detto ieri Cazzola -. E cito
anch'io il calcio. S'è mai visto Matarrese nominare accompagnatore della
Nazionale Moratti, o Berlusconi? No, Boniperti non c'entra: non era un
proprietario. Bene, questo capita solo nel basket: e non è un fatto
marginale, ma rilevante, di forma e di etica. Se l'accompagnatore delle
squadre nazionali è un ruolo che conta, non va dato a un proprietario; se è
marginale, tanto vale non spenderci un personaggio così importante.
è un momento di
tensione per il basket e Petrucci fa un errore politico e crea altri
attriti, scegliendo Bulgheroni". Petrucci tace: aspetta la lettera di
Cazzola. Bulgheroni dice: "Il presidente mi ha chiesto di rappresentarlo a
Gorizia. L'ho già fatto l'anno scorso in Spagna, lo rifarò. Non commento,
sono spiaciuto di questa uscita di Cazzola, col quale ho avuto un buon
rapporto". Il ct Messina, che non vedrà
nessuno scappare da Gorizia, essendo la querelle appena avviata: "Niente da
dire sulla questione. Ma da uomo di sport ho appena sentito Bucci, presidente della Virtus, sottolineare
l'importanza dell'entusiasmo attorno alla Nazionale. Ora, dallo stesso club,
giungono sapori opposti". Le norme, infine: la mancata risposta ad una
convocazione comporta, se non è motivata, squalifiche a carico dei
giocatori. Nessuno crede ancora, però, che i ragazzi della Virtus torneranno
a casa.
PUBBLICITà
AL VELENO NELLA BOLOGNA
DEL BASKET
di
Walter Fuochi - La Repubblica — 31 maggio 1997
Una pagina di pubblicità
sulle edizioni cittadine di "Repubblica", "Carlino" e "Unità". Testo: "I
virtussini hanno avuto un’infanzia felice senza complessi e guardano al
futuro con grande serenità".
Firma: Virtus Pallacanestro. Meglio: Alfredo Cazzola, presidente.
Questo messaggio, criptico per tutti, tranne che per i cestomani di Basket
City, brulicante d’una quotidiana vita paliesca, ossia manovre, dispetti,
scongiuri per non essere mai, somma indegnità, la torre più bassa, hanno
trovato ieri sui loro fogli i lettori bolognesi. E non era neanche il primo
né, chissà, sarà l’ultimo. Già otto giorni prima, Cazzola aveva fatto
stampare questo spot: "Bologna, grazie alla Virtus Pallacanestro, negli anni
'90 (siamo nel '97) ha vinto 11 titoli. Non possiamo
ritenerci soddisfatti. Statene certi non è finita qui". Messaggio alla sua
nazione, certo, la Virtus Kinder, frustata da 7 derby persi di fila, e appena rianimata con l’acquisto
dell’asso francese Rigaudeau e col ratto,
proprio ai cugini, del pivot Frosini. Ma
messaggio anche al popolo dirimpettaio: quello che non ha mai vinto niente,
e lo canta pure al palazzo, con divertente autoironia. E che aveva, proprio
in quei giorni, appena perso con Treviso la finale scudetto. Non risultando
che Berlusconi punzecchi Moratti, o viceversa, comprando pagine
pubblicitarie, la campagna di Cazzola resta per ora una strategia singolare,
fantasiosa e aggressiva, buona per alimentare la golosa chiacchiera
cittadina, non bastasse il tormentone Ulivieri, e soprattutto per
riaccendere la forte rivalità del basket bolognese. Lui, Alfredo Cazzola, 47
anni, presidente-proprietario della Virtus Basket dal '91, 'inventore’
del Motor Show e organizzatore del Salone di Torino, garantisce di
avere, come solo interlocutore, l’orgoglio da riattivare dei suoi tifosi, un
parco abbonati da 8 miliardi. Ma è fin troppo palese che il vero
destinatario sia invece Giorgio Seragnoli, 41 anni, famiglia della più
solida borghesia cittadina, industriale e finanziere. Seragnoli è
proprietario della Fortitudo da cinque stagioni: lo dice lui, d’essersi
comprato la squadra per cui tifava da bambino. Anzi, per cui soffriva,
perché perdeva troppi derby: da cui i complessi infantili cui l’altro
ammicca, nella pagina. Se a Seragnoli parve "di pessimo gusto" la prima
uscita, chissà questa, così diretta. Ma è all’estero, non dà repliche. Così
come tace Toni Cappellari, il suo general manager, che l’altra volta
commentò "Cazzola sta lucidando l’argenteria", beccandosi in risposta
"L’argenteria la lucida chi ce l’ha". Aspettando le prossime puntate, ci
sarebbe da trovare un perché: che, al di là del marketing orientato sul
pubblico virtussino, esigente e snob, si può far risalire ai pochi mesi fa
in cui i due, con patinato fair play, tessevano un’intesa che addirittura
doveva portare a una fusione. Respinta con somma ignominia da entrambe le
sponde di Basket City, è ora un ricordo stinto pure per i due monarchi, che
s’annusavano diffidenti anche quando trattavano e adesso se lo buttano in
faccia, d’esser di diverse parrocchie.
Alfredo Cazzola
di Gianfranco Civolani - tratto da "Euro
Virtus"
Soldi in tasca pochissimi, la famiglia non poteva proprio
aiutarlo. E allora Alfredo Cazzola from Bolognina decide già da ragazzo di
farsi un viaggione in Svezia per andare a vedere che tempo e che mondo fa. E
lassù nel profondo Nord Alfredo impara l'arte e la mette da parte e io non
so cosa esattamente impara, ma sicuramente scruta, assimila e impara a
lavorare presto e bene perché poi quando torna in Italia si specializza nel
ramo allestimenti fieristici e si acquista una cosa che si chiama Motorshow
facendone appunta una cosa sempre più bella. più grande e più importante.
Il basket? Come non detto, perché Cazzola non
ha mica il tempo per pensare alle robe più ludiche di questa nostra
esistenza terrena. Ma succede che un giorno il badiale Paolo Franca convince
Alfredo a farsi un tuffo nel basket di élite e a investire moneta battente.
E io faccio il presidente operativo e anche di facciata - lo persuade
Paolone - e tu intanto impari. Sì, ma lui in tutte le sue cose impara in un
battito d'ali e allora perché dovrebbe dare la sua moneta in mano altrui?
Facciamola corta: il superbasket a Cazzola
improvvisamente piace, ma soprattutto gli piace farlo e gestirlo in prima
persona e gli piace vincere, figuriamoci. Alfredo passa i quarant'anni, è un
uomo di solido successo, ma gli mancano gli allori e una maggiore
visibilità. Detto e fatto: la sua Virtus veleggia alla grandissima, gli
vincono gli scudetti prima Messina e poi Bucci e sempre
Danilovic perché Cazzola capisce che bisogna conciliare la qualità con
una saggia gestione patrimoniale. E occorre anche tirar fuori gli attributi
in un mondo di lupi inferociti che ti ingoiano se solo ti addormenti un
attimo.
Scudetto sì, gli scudetti. Ma Cazzola vuole di
più, sempre di più. E lui si rimbocca le maniche e nella supersfida con
Seragnoli non sta mai a guardare e anzi certe sfide lui le provoca, perché
Cazzola è nato attaccante di razza e insomma se avesse giocato a calcio
avrebbe fatto il centravanti e se avesse giocato a basket avrebbe fatto il Danilovic in tutto e per tutto, per capirci.
C'era una volta in testa alla Virtus Gigi Porelli. Bene, per certi versi Cazzola è
il Porelli del duemila, stessa forza e - come
dicono gli argentini - stessa garra, ovvero la grinta del vincente.
Intervista ad
Alfredo Cazzola
di Walter Fuochi
- La Repubblica - 07/02/2000
Presidente Cazzola, in
otto giorni la sua Virtus ha perso due partite con Treviso e tante certezze su
se stessa. Che succede?
Succede che ora sono le
cinque, faccio un salto in palestra, guardo l'allenamento e mi sa che parlerò
pure alla squadra.
E cioè?
Opinioni personali e
dibattito interno, prego.
Pubblicamente non ha nulla
da dire?
Se vuole, ne ho tante. Ad
esempio, condivido la diagnosi di Messina. La
Virtus, in questo momento, non è una squadra. Ma attenzione, ho qualche giudizio
e qualche sensazione diffusa da ribaltare. Non è che stentiamo sui lunghi, o sui
nuovi. Qui stanno venendo meno gli esterni, che dovevano essere Ia nostra reale
forza. E stanno dando poco nomi importanti. C'è chi dice: due tirano il carro e
gli altri niente. Dissento. Qui non c'è leadership, o quella che doveva esserci
non riesce, per motivi diversi, ad emergere. Vedo una squadra senza punti di
riferimento.
Non fa nomi, ma due
identikit chiari: Danilovic e Rigaudeau.
Non li faccio anche perché
questa squadra è piena di gente che ha vinto di tutto. E perché questo è il
concetto che mi preme, adesso: la barca, se affonda, affonda con tutti sopra,
insieme. Il mio più grande dispiacere è stato vedere qualcuno che si chiamava
fuori o faceva finita di niente. Sulla barca ci siamo tutti. Ho visto che pure Messina, estremizzando, si è voluto mettere in
discussione.
E lo è?
Non lo è, per carità.
Discuteremo fra noi, discuteremo tutto e tutti, ma lo staff tecnico non è
responsabile e ha la massima fiducia. Qui non si cercano capri espiatori e non
si scappa. Qui ci sono dodici signori miliardari, lautamente pagati, e 4-5
lautissimamente. La smettano di fare le primedonne e si tirino su le maniche Chi
ha vinto molto, non usi le sue medaglie per staccarsi dalla situazione comune. E
tutti tengano presente una cosa. Chi fallisce alla Virtus, fallisce come
professionista. E' un punto d'arrivo, non di partenza, questo club. Lavorino, si
concentrino, tirino fuori la qualità che in questo gruppo, per me, c'è.
Continua a parlare di
pezzi grossi.
Sì, dei tanti che ci sono
nella Virtus. Poi, chi fa le belle interviste a nove colonne mi ha stancato più
degli altri, e deve sapere che qui si è pagati, enormemente pagati, per giocare,
non per fare i presidenti, o gli allenatori, o i general manager. Non ci sono
mostri sacri, e se stimiamo e amiamo le nostre primedonne, sappiano pure che, se
dovremo scegliere tra la storia e la coerenza della Virtus e i mostri sacri,
sceglieremo la prima. Abbiamo un quintetto pieno di nazionali gente che ha vinto
tutto e dappertutto, ma adesso sembrano diventati tutti matti. Questa squadra ha
solo mali psicologici. Vista sabato con Treviso, fa ridere sentir dire che serve
un pivot, con quel che hanno combinato gli esterni. Anzi, badino a sè, non
chiedano altro.
è il momento più brutto
della presidenza Virtussina?
Beh no, non è che siano
mancati, in passato guai di tutti i tipi. E' per i risultato peggiore in
relazione agli sforzi fatti sulla squadra. In un rapporto costi-benefici non era
mai andata così male. So che alla gente fregherà poco, ma è così.
Non è ancora un risultato,
solo un andamento.
D’accordo, in fatti
anch’io ripeto: stiamo calmi, tranquilli, non agitiamoci troppo, un valore nel
gruppo c’è e si può tirare fuori. Ma bisogna entrare nella testa dei giocatori,
cioè di gente che non si integra, per svariati motivi, non solo tecnici, ma
anche di caratteri e provenienze. Non imparare l'italiano, ad esempio, è un
segno negativo. Poi, sentendo parlare di integrazione, aggiungo: sono i vecchi a
dover fare lo sforzo in più per assorbire i nuovi. Per dire, tecnicamente
abbiamo messo Abbio al posto di Crippa e Stombergas
per Panichi.
E Nesterovic in meno.
La so bene, ma Frosini in primo quintetto non sta sfigurando e le
nostre attuali coppie di 4 e 5 non vanno tanto peggio delle coppie di 4 e 5 di
un anno fa. Senza dire che, quando vincemmo campionate ed Eurolega, avevamo un
organico inferiore ad oggi. Il pacchetto di esterni è il più forte, secondo me,
che abbiamo mai avuto in Virtus. E a me, da anni, la raccontano così: alla fine,
in questo gioco, vince chi ha gli esterni buoni, e così è stata costruita questa
squadra.
Che farà adesso?
L'ho detto, due
chiacchiere con la squadra, anche molto franche. E nessuna rivoluzione. Vogliamo
parlarci, capire, entrare nella testa di giocatori che oggi sono mille miglia
lontani da dove dovrebbero essere. Sono stanco di certi atteggiamenti, interni
ed esterni. Avverto tutti che non li sopporterò più e che la società avrà una
linea di estremo rigore contro chi non è costruttivo, e non rema nella direzione
del gruppo.
Post scriptum:
L'incontro con squadra è durato un'oretta, e alle otto passate volti cupi e
muti sono sfilati verso le docce. Oggi la Virtus vola a Francoforte (senza Abbio, Binelli e Danilovic), per giocare domani in Saporta.
Dieci anni in una notte
di Walter Fuochi - La
Repubblica - 13/05/2000
La poltroncina da
padrone del vapore, quella d'angolo tra corridoio e prima fila, punta di
lancia del suo prestigioso parterre, potrebbe ospitare stasera, per l'ultima
volta da grande capo, l'Alfredo Cazzola in completo
grigio (o blù) che per quasi dieci anni ha guidato casa Virtus, facendo
molto più bene che male. Se la sua squadra perde e va sotto 3 a 0 nella
serie con Treviso, da Casalecchio, intorno alle dieci, usciranno in due: la
Kinder dalla corsa scudetto e Cazzola dalla Kinder. Se vince, ci saranno
altre partite qui solo sbancando Treviso, mercoledì 10. Possibile, ma
difficile, e non solo perchè da 0-2 nessuno ha mai rimontato in un pIay-off.
Ci vorrà pur qualcuno, prima o poi, dice chi attacca i record: che sia
questa Virtus piuttosto spolpata, di energie e fiducia, sarebbe almeno
sorprendente. Cazzola avrà così un bel nastro da riavvolgere quando
si siederà, stasera, al solito posto, e sarà la sua partita ufficiale numero
598 con la Virtus, da quando, senza avere mai visto un canestro, la prese,
il 28 novembre del 1990: prima da azionista di riferimento, poi da
proprietario unico. Decise che, nella Bologna che conta, gli serviva una
faccia nota, e non solo i miliardi del Motor Show. Pensò un attimo al
Bologna. Poi finanziò la cordata di Paolo Francia che scalò la montagna
bianconera dopo Paolo Gualandi, l'industriale della Guaber cui bastarono 135
giorni di regno per pentirsi del basket, dei suoi riflettori forti, delle
sue stelle capricciose, delle sconfitte e dei veleni. Altri pochi mesi e
Cazzola tirò dritto da solo. Sono passati quasi 10 anni: un’era, nello
sport. E dentro quelli, 4 scudetti, una Coppa dei Campioni, due Coppe
Italia, una Supercoppa. Nessun presidente della Virtus ha vinto come lui. E
lui, in tutte le sue stagioni da boss, ha vinto almeno un trofeo: tranne la
prima, e quest'ultima, a meno di clamorosi ribaltoni. Di 597 partite, ne ha
vinte 415 e perse 182: quasi un 70%. Il passato ruba righe e pensieri, e
altri ne assorbirà ora il futuro, perchè presto parleranno speranze e
progetti di Marco Madrigali, industriale dei videogiochi, che a Cazzola
subentrerà. Madrigali confermerà Messina, allargandone i compiti anche
manageriali, avrà Kinder sulle maglie, cercherà giocatori di prima fila per
rinfrescare questo gruppo che alla voce bilanci tanto ha dato, ma tanto
anche no, complici accidenti assortiti, ma pure scelte infelici. Cazzola lo
rifondò, con generosa energia, all'indomani di un bruciante 0-3 con la
Fortitudo: doveva nascerne un ciclo, invece quella Virtus spazzolò tutto
subito, Coppa e scudetto del favoloso '98, e poi più poco. Mica poco,
comunque. Adesso si prepara un'altra rivoluzione: arriveranno 4-5 pezzi
nuovi e, da Danilovic in giù, su tutti si
faranno riflessioni. Tra passato e futuro, il presente è il piccolo
spiraglio che Treviso lascia alla Kinder di sopravvivere in questo play-off.
Stasera può vincere, e magari dovrebbe, per non consegnare subito le armi,
davanti alla propria gente, ma la Benetton mostra una bella e serena
solidità. Ha vinto Gara 1 giocando male e stravinto Gara 2 giocando bene: a
Bologna aveva fatto il colpo solo col contropiede, a Treviso ha smantellato
pure la difesa schierata. E lì, l'avviso s'estende ai naviganti di sponda
biancoblù, ha esibito una faccia da finalista degna. Se la Virtus resta
quella, anemica e smarrita, delle ultime uscite, ha poco scampo. Se ce ne
sia ancora un altro formato è la vera domanda di stasera. Palla a due alle
20.30, Rai Sat in diretta, il signor Cazzola in grigio (o in blù)al solito
posto, il signor Madrigali poco lontano, a capire che giocattolo s'è
comprato.
Cazzola vende, si
chiude un'epoca
di Andrea Tosi
- La
Gazzetta dello sport - 14/05/2000
A giorni, Alfredo
Cazzola trasferirà tutte le sue azioni a Marco
Madrigali, 55 anni, titolare della Cto, azienda che produce videogiochi.
In questa intervista Cazzola non fa il nome del prossimo presidente della
Virtus. Una riserva che sarà svelata molto presto, nel corso di una
conferenza stampa preannunciata anche dallo stesso Madrigali.
Signor Cazzola, tutti
datano la sua uscita dal basket il 27 marzo, quando si è dimesso dalla
presidenza della Lega e ha firmato il comunicato che paventava il taglio di Danilovic e
Rigaudeau come un suo disimpegno anche verso la squadra.
"Posso dire in
generale che considero concluso il mio ciclo nella pallacanestro senza
guardare a questi due episodi che sono coincidenti ma solo occasionali. Ho
avuto un'esperienza a tutto tondo. Sono stato editore di basket, salvando
due testate storiche dalla chiusura, presidente ai massimi livelli del club
dominatore negli anni Novanta e, da ultimo, presidente di Lega, più per
disperazione che per convinzione. Speravo, forte del prestigio che mi dava
la Virtus, di avviare una fase nuova improntata sulle aumentate capacità di
autonomia della Lega sul modello spagnolo. E' stato un sacrificio personale
e una buona carta da giocare contro chi cercava di indebolirmi. Colpendo me
hanno invece colpito tutto il movimento. Mi resta la soddisfazione di essere
uscito dopo avere ottenuto il voto di fiducia contro la fronda di tre
società. Ma quel risicato scrutinio era il segnale che non potevo continuare
a governare un'assemblea divorata dalle lotte intestine".
Perché
ha deciso di cedere la Virtus?
"Come imprenditore
avverto che sono cambiate le motivazioni che mi hanno indotto ad entrare nel
basket. Allora era un sistema diverso, certe situazioni sono irripetibili.
Prima c'era il vincolo a garantire una certa patrimonialità, oggi le squadre
sono multinazionali con giocatori che vanno e vengono ogni giorno. Davanti a
me ho una moltitudine di impegni e responsabilità rivolte verso altre
economie. Ma il basket mi è rimasto dentro. Sono entrato come imprenditore
ed esco come appassionato e tifoso della Virtus".
Madrigali entrerà in quota nella gestione del
PalaMalaguti?
"Nomi non ne faccio.
L'atto d'acquisto prevede la cessione, con la squadra, di tutti gli immobili
e le pertinenze che riguardano l'attività del basket. Quindi di tutto il
PalaMalaguti, o meglio di quelle rate, circa il 50% su 28 miliardi del
valore dell'impianto di gioco, che rimangono da versare secondo gli accordi
col Credito Sportivo. Fate un po' voi la cifra globale: la squadra da sola è
stata valutata meno di 10 miliardi".
Possiamo considerarlo
un affare da 25 miliardi?
"Non anticipo i
termini dell'operazione che però saranno rivelati quando sarà ufficializzata
la cessione. Non ci saranno segreti. L'accordo sulle modalità di acquisto è
fatto, manca solo il trasferimento delle quote azionarie".
Si è anche parlato di
cogestione.
"Un'ipotesi che non ha
fondamento. Resterò il tempo strettamente necessario, non oltre questo anno
solare, per garantire al nuovo proprietario un passaggio indolore delle
consegne, non voglio che subisca i travagli che ho avuto io. Darò dei
consigli di mercato: cedo la Virtus in buone mani, la serietà e la passione
dell'acquirente sono per me le migliori garanzie dell'operazione".
Quali virtussini le
rimarranno nel cuore?
"Il mio quintetto
ideale è Brunamonti-Danilovic-Messina-Bucci-Dorigo.
A tutti dico grazie. Con Sasha c'è un rapporto non incrinato dalle ultime
vicende che sono state un po' forzate dai media. Lascio una Virtus alla
quale ho dato e ricevuto tanto".
Qualcuno dei suoi
rivali riderà sotto i baffi?
"Se allude a Giorgio
Seragnoli, ho letto una sua dichiarazione che ci definisce molto diversi.
Sono orgoglioso di questo, verso di lui continuo a nutrire una profonda
antipatia e una scarsa considerazione. Quanto a D'Antoni, alla fine l'ho
votato come unica alternativa al commissario. Non ho pregiudizi sulla
persona, potrà fare bene e diventare un importante uomo politico, ma discuto
la sua figura di sindacalista alla guida di un'assemblea che riunisce 28
imprenditori e 28 S.p.A. Un paradosso che mi ha convinto ad uscire da questo
mondo anche se, per dirla alla Seragnoli, la vita continua lo stesso senza
di me".
Come giustifica due
anni di cattiva programmazione sugli acquisti?
"La radice dei nostri
mali parte da lontano. Nell'estate '98, dopo scudetto ed Eurolega, avevamo
ingaggiato Stojakovic e Nowitzki, ma sono finiti in America. Così ad agosto
ci siamo trovati scoperti ripiegando su Paspalj,
un errore al quale se ne sono aggiunti altri. Ma se fosse entrato almeno uno
dei due prospetti Nba, sono certo che avremmo continuato a vincere scudetti
e coppe".
Un giudizio su questa
stagione della Kinder?
"La più deludente
della mia gestione nel rapporto contratti-prestazioni. Al di là delle
sconfitte non ho visto quel coinvolgimento e quel gioco che hanno sempre
caratterizzato lo spirito Virtus. Due finali perse non possono soddisfare. Abbio è l'unica certezza dalla quale ripartire".
Cazzola:
"Chiudo il bilancio poi apro i ricordi"
La Repubblica
- 20/05/2000
Dieci anni non sono
un soffio e anche la faccia dura è seria di Alfredo Cazzola, il re che
abdica, ha crepe commosse. Ha preparato il testamento spirituale, lo
recita senza sbalzi di voce, stringendo in dieci minuti un avventura
imprenditoriale, ma anche umana, irresistibile, "alla testa di una realtà
importante di Bologna, e per la prima volta, alla Virtus, da proprietario
unico". "Ci entrai da imprenditore" – monologa – "come in tutto: oggi ho
50 anni e faccio l’imprenditore da quando ne avevo 22. Ho sempre pensato
che nella vita si debba giocare per fare le finali. Era la mia idea e la
continuità che mi veniva indicata dal club, e da
Gigi Porelli, che qui saluto, e resta il nostro presidente onorario.
Abbiamo avuto grandi risultati, grazie a grandi apporti: questo pubblico
unico, sponsor di qualità, e non solo peso materiale, la squadra, i
collaboratori e pure qualche risorsa mia, non solo denari, ma anche idee e
rapporti. I risultati sono stati più rapidi del previsto, e già i tre
scudetti consecutivi potevano essere un ciclo splendido e chiuso. Ma a
meta degli anni '90 la forte competizione in città ci ridiede spinta. La
sfida è il sale della vita, noi la sostenemmo, recuperando voglie ed
energie. E la vincemmo. Dopo quel 98, pieno di soddisfazioni e ricordi
indelebili, si poteva finire. Sono venuti altri due anni, a spinta emotiva
rallentata, ed è venuto il momento di cedere. La Virtus è un nome grosso,
la prova è stata che tanti l’hanno cercata: cordate, un gruppo finanziario
internazionale, ma appena ho incontrato Madrigali ho visto che ci sarebbe
stata a continuità: dei 10 anni miei, dei 20 di
Porelli. Accordarsi è stato facile, anche per
i professionisti che hanno curato gli aspetti tecnici. Chiuderò io, al 30
giugno, questo bilancio, dal 1 luglio Madrigali avrà piena proprietà. Nel
frattempo, poiché le strategie di mercato sono già avviate, le traccerà
lui. Sono soddisfatto e felice di averlo accanto oggi. E' un imprenditore,
avrà passione, spinta, entusiasmo".
Coppa Italia a Bologna, ex regina dei cesti.
Cazzola: «Com’era famelica la mia Basket City»
di Daniela De Blasio
- L'Unità - 08/02/2008
C'era una volta Basket City… È l'inizio di una
bella favola, quella che Bologna, in questi giorni teatro delle Final Eight, ha
fatto scrivere grazie ai fasti delle sue due squadre di pallacanestro, Virtus e
Fortitudo.
Due società che nell'immaginario del popolo dei canestri rappresentavano uno dei
simboli di Bologna dopo San Luca, l'Università, le tagliatelle al ragù. E dopo
le Due Torri che a quei tempi non erano solo Garisenda e Asinelli, ma anche Danilovic e Myers.
Questa bella favola, che adesso non va più tanto di moda, aveva anche due re,
anzi due presidenti: Giorgio Seragnoli e, soprattutto, Alfredo Cazzola.
Nato alla Bolognina, il quartiere dove Achille Occhetto rese possibile la svolta
per la trasformazione del Pci in Pds, Cazzola appartiene alla categoria dei
«self made man». È uno di quelli che costruiscono il proprio regno mattone dopo
mattone, che innovano partendo dalla tradizione e che, un po' come Mida,
finiscono per far risaltare ciò che toccano. Pensate sia un'esagerazione? Allora
prendete nota: dal 1991 al 2000 alla guida della Virtus l'ex signor Motor Show
ha conquistato una Coppa dei Campioni - la prima della storia bianconera - 4
scudetti e 2 Coppe Italia. Insomma, chi meglio di lui può spiegare cosa è
successo a Basket City, dimenticando per un attimo il mondo del calcio e il suo
Bologna (per altro primo in classifica in serie B)? «Negli anni '90 - spiega
Cazzola - i successi di Virtus e Fortitudo erano legati a due imprenditori
bolognesi che oltre a sfidarsi tra di loro, sfidarono anche tutti gli altri.
Misero in campo energie economiche forti e una voglia di vincere non comuni,
tali da soddisfare le esigenze di una città che puntava al primato. Oggi mi pare
che al di là dell'entusiasmo con cui gli attuali dirigenti si stanno muovendo,
manchino da un lato la stessa energia economica e dall'altro quello spirito
agonistico che all'epoca attraversava tutta Bologna. In altre parole, quando io
ero presidente della Virtus la città chiedeva il primato, quasi lo pretendeva.
Avevo di fronte un pubblico abituato a vincere, con determinate aspettative.
Oggi vedo soprattutto spirito decubertiano, lo stimolo a partecipare più che a
vincere». Forse perché allora la città era più vicina a chi investiva ad alto
livello? «No, perché da quel punto di vista anche negli anni '90 la città stava
a guardare. Il fatto è che Bologna era più esigente e questo inevitabilmente
stimolava anche chi investiva nello sport. Tra Virtus e Fortitudo la grande
competizione si era tradotta in squadre di alto livello, al top sia in Italia
che in Europa. Il nostro si rivelò un ciclo vincente grazie a certe intuizioni e
alla velocità con cui le mettemmo in pratica. E in questo trascinammo anche la
Fortitudo, stimolati da una sana rivalità sportiva e imprenditoriale». E pensare
che dopo tanti trionfi la Virtus ha addirittura rischiato di scomparire… «È
incredibile - conclude Cazzola - che una società con la sua tradizione e con il
primato nel destino abbia vissuto quei momenti drammatici. Oggi sembrerebbe
tradire quel destino, anche se non bisogna dimenticare che l'anno scorso è
arrivata in finale sia in campionato che in Coppa Italia. In quanto alla
Fortitudo, l'abbandono dell'imprenditore che l'aveva portata ad alto livello ha
inevitabilmente influito sul suo percorso, in parte legato anche alla Virtus,
visto che i successi dell'una fungevano da stimolo per l'altra».
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