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Calebotta esce dalla sede
della S.E.F. Virtus
Antonio Calebotta
nato a: Spalato (YUG)
il: 30/06/1930 - 23/03/2002
altezza: 204
ruolo: centro
numero di maglia: 14 - 21
Stagioni alla Virtus: 1953/54 -
1954/55 -
1955/56 - 1956/57 -
1957/58 - 1958/59 -
1959/60 - 1960/61 -
1961/62 - 1962/63 -
1963/64 - 1964/65 -
1965/66 - 1967/68
palmares individuale in Virtus: 2 scudetti
Nino
di Gianfranco Civolani
- da "I Cavalieri della Vu Nera. I 125 anni della SEF Virtus
attraverso i suoi campioni"
Sala Borsa, i primi anni Cinquanta. Noi ragazzi veniamo a sapere che il Cus
Milano gioca un'amichevole con la Virtus e che nella squadra milanese c e un
gigantone che misura ben due metri e che si chiama Calebotta. Andiamo a
vedere e poi sospiriamo tutti insieme: oh, lo potesse catturare la Virtus,
lo potesse mai un giorno. Da notare che la Virtus dei quattro scudetti
consecutivi è un po' in panne e che in classifica viene anche superata dai
parvenus del Gira. E allora la Virtus, ma sì, riesce a catturare quel
gigantone e sulle prime patisce ancora un bel po' di pene, ma poi comincia a
vincere e sembra non dover smettere più.
Bologna, i dolci colli di via Petrarca. Io lì ci gioco a calcio ogni giorno
e lì nei pressi ci abita la dolce e diafana Laura Mandes, sorella di un
nostro amico. E un bel pomeriggio chi ti vedo inerpicarsi sui dolci colli e
passeggiare poi sotto braccio con la Laura? Ti vedo quell'anima lunga, il
pistolaccio che ci lascia bancaliti, perché come si permette quell'anima
lunga di venire a seminare nei nostri orti?
Ma attenzione al pistolaccio. Ma chi è cal Camel dicono in centro
quando lo vedono toccare il cielo. Camèl che non vuol dire cammello,
ma invece Camillo, un omone che non finisce più. Lui Antonio Nino Calebotta
non è affatto un pistolonaccio come tutti crediamo.
è zaratino e
discende da una famiglia di albanesi (Colbòt ovvero gran capo, Colbot che è
una contrazione del cognome Calebotta) e il suo papà è un funzionario del
Ministero degli esteri e così Antonio Nino viaggia in Egitto, a Odessa, a
Parigi e dintorni vari. E si fa una cultura sui libri e una cultura di vita.
Siccome non ha nemmeno un caratterino tanto soave, guarda sempre di traverso
quegli immancabili burloni che vorrebbero prenderlo in mezzo. E in campo
Nino non si fa mica tanto picchiare. Ha l'uncino mortifero e con la sua
statura, la sua tecnica (notevolissima per un due metri e rotti) e il suo
uncino comincia a determinare parecchio. Con l'avvento in panca del focoso
Moro di Messina (alias Vittorio Tracuzzi) e
con il contributo di altri giocatori di grande qualità (cito per tutti Canna e Alesini) la
Virtus di Calebotta prende il volo e a metà degli anni Cinquanta vince due
scudetti uno dopo l'altro e laurea Antonio Nino Calebotta come uomo e
giocatore di grande rispetto. Dimenticavo: la dolce e diafana Laura, Nino se
la sposa e la dolce e diafana poi al Nino gli dà tre figlie una più
affascinante dell'altra, e siccome il suocero di Nino conduce un'azienda
farmaceutica molto avviata, ecco che Nino capisce al volo che non si può
vivere di solo basket. A Nino piacciono assai i soldoni (le "palanche", come
dice lui) e così succede un giorno che la Virtus reputa Nino un po'
invecchiatone e Nino coglie la palla al balzo andando a giocare prima a
Venezia e poi anche in Abruzzo per chiudere a quarant'anni suonati da quel
dì. Nino fa l'avanti-indietro in treno o in auto perché sa che un bel giorno
la bella favola finirà e lui vuole sempre mantenersi giovine e integro e
infatti invito tutti a fare magari una visita a Nino in azienda, nei pressi
di Calderara. Nino oggi ha sessantacinque anni, ma ha conservato quel suo
fisico asciutto e per certi versi tanto funzionale. Al palasport non ci va
quasi mai, ma vede basket, si diletta di pesca e di nautica, ha una bella
barca, fa parte di associazioni importanti e non manca mai di ostentare in
ogni circostanza la sua naturale brillantezza e quei mattoni di cultura
libresca e pragmatica che ne hanno sempre contrappuntato l'esistenza.
Com'era il pivot Calebotta? Anche un po' stralunato e lunatico, perché non
ricordarlo. Ma appunto determinante come poteva essere un'anima lunga di
metri due e zeroquattro in un'epoca nella quale i gigantoni non c'erano
proprio e pazienza se venivi segnato a dito perché nel basket potevi
veramente fare punti e ancora punti e dunque sfracelli.
E andate oggi a leggervi le cifre: troverete al top dei marcatori italiani
Virtus di sempre le più belle teste coronate, dico
Renatone Villalta, Roberto Brunamonti, Dado Lombardi,
Gigione Serafini e poi Gianni Bertolotti, Marco Bonamico e fra i primi sei o sette di
sempre anche lui, 3.235 punti solo per la V nera, dico e non aggiungo altro.
E più di duemila rimbalzi e raramente una nuvola d'ira che attraversasse mai
quel gigantone, perché Nino era sempre molto sveglio, ma fisiologicamente
contrario alla violenza e alla volgarità.
Negli ultimi anni sono andato qualche volta a trovarlo in azienda. Sempre
così accattivante e disponibile, sempre così pronto a raccontarmi l’ultima
barzelletta ancora intonsa, sempre così orgoglioso della bella famiglia che
mise insieme e che resiste alla grande all’usura del tempo e dei sentimenti.
Pistolonaccio lui? Mica vero e mica tanto, pistolonacci tutti noi che lo
battezzammo in un certo modo e che faticammo a capire che Antonio Nino
Calebotta ci avrebbe dato importanti lezioni di sport, dunque di vita.
Fortissimo giocatore
del dopoguerra (classe '30, 2.04 per 93 kg), nato a Spalato dove il padre
era un noto diplomatico, proviene addirittura dalla famiglia del re di
Albania, mentre il cognome deriva dalla nobile casata macedone dei "Colbot":
il suo ingaggio all'epoca da parte della Virtus
Bologna, che lo prelevò dal Cus Milano insieme ad Achille Canna (erano in
assoluto i primi 2 giocatori non bolognesi schierati da un team delle 2
Torri), fu... una Lambretta! (sulla quale il nostro arrivò a Bologna da
Milano, 200 chilometri
in più di 5 ore ai 40 all'ora...). Quando poi arrivarono i primi soldi veri
(relativamente a quelli che giravano allora...), Nino potè permettersi una
600 Fiat, ma essendo l'unico della Virtus
ad avere l'auto doveva dopo ogni allenamento e partita riaccompagnare i
compagni di squadra: Borghi, Alesini, Pellanera, Barlucchi, Johnson più
Calebotta, tutti e 6 sui 2 metri, più le
relative borsone su una povera 600... Nino era dotato di un gancio alla
Kareem Abdul-Jabbar, grazie al quale nessuno possedeva adeguate contromisure
al suo strapotere sotto canestro: in un incontro contro Pesaro, nella
stagione '55/'56 in maglia Virtus Minganti, realizzò 59 punti (ancor oggi
primo punteggio personale nell'intera gloriosa storia della
Virtus
Bologna e 16esimo punteggio assoluto mai realizzato nel nostro campionato,
meglio di lui 2 soli italiani vale a dire Riminucci e Myers): con le medie
di realizzazione di allora poteva equivalere più o meno a 100 punti odierni.
Il suo idillio con il basket (15 anni alla Virtus
con 2 scudetti, 1 a Venezia, 2 al Fernet Tonic Gira Bologna ed 1 alla GD
ancora di Bologna più 70 presenze in Nazionale) non ha conosciuto stasi,
anche per destino, avendo sposato 2 delle sue 3 figlie (tra l'altro ex
campionesse italiane di nuoto) ad altrettanti cestisti (una all'altro
"bolognese" Piero Valenti); appese le scarpe al chiodo, la "Terza torre di
Bologna" (com'era soprannominato) diventò titolare di un impresa di deposito
e distribuzione di medicinali, oltre a detenere una rinomata collezione
personale di quadri figurativi moderni.
tratto da
www.ciao.it

NINO CALEBOTTA
Giganti del Basket - Settembre 1981
Nato a Spalato il 30 giugno 1930, alto 2,02
viene considerato il primo vero pivot nella storia del nostro basket.
Sessantaquattro volte nazionale ha partecipato all'Olimpiade di Roma. Ha
iniziato la carriera al Cairo con Paratore per continuarla a Milano nella
squadra universitaria del Cus; successivamente passò alla Virtus allenata da
Strong con la quale vinse due titoli; nel '63-'64 passo alla Reyer quindi
rientrò alla Virtus per un altro anno. SUccessivamente andò a giocare a
Roseto in serie B per tornare a Bologna sponda Gira (sempre in B), squadra
con la quale ha giocato fino al '71. Sposato con tre figlie, è titolare di un
grosso deposito farmaceutico che serve la Romagna. Ha due hobby: la vela e i
cani dobermann (ne possiede ben sette): "Da quando ho smesso di giocare sono
andato a vedere sì e no tre-quattro partite di serie A. Ho preferito
ragliare completamente i ponti. Questo è uno sport bello fin che lo
pratichi. Dà molto ma pretende molto. Forse io ho giocato troppo perché mi
hanno "costretto" a smettere a 41 anni. A quel punto, dopo una carriera
intensa di punto in bianco ho deciso di dire stop per dedicarmi ad altre
cose. Questa decisione non è stata facile da prendere e ha creato contrasti
e discussioni anche feroci con gli amici che mi rinfacciavano questa
improvvisa disaffezione. La vita però è fatta di tante pagine, si trova
sempre qualcosa che appassiona, che dà nuovo interesse al di fuori del
lavoro. Ebbene, io ho trovato questo interesse nel mare, nella pesca, nella
vela. Senza dimenticare i miei dobermann che da necessità sono diventati una
passione. Aggiungiamoci gli impegni di lavoro ed ecco che per il basket non
resta più tempo, neppure per tenersi aggiornati tramite i giornali. Non c'è
più un interesse specifico anche perché mi sembra che oggi ci si è
allontanati molto da quello che era lo sport scuola di vita. Una volta c'era
più passione, più entusiasmo, più orgoglio. Oggi, forse giustamente, contano
di più i soldi. E mi riesce impossibile paragonare il nostro gioco con
quello moderno. Oggi gli allenatori richiedono giocatori con un arco di
specialità più vasto. Ieri giocavo pivot stando perennemente sotto canestro
imbeccato dai compagni. Non c'era velocità, l'entrata era sconosciuta; al
massimo c'era il mio uncino che consentiva un rapido e facile rientro a
rimbalzo. Senza contare che un tempo le difese erano meno preparate e il
predominio dell'area era più un gioco d'astuzia piuttosto che una questione
tecnica."
Nino Calebotta, il primo pivot
"vero", come statura ma anche come doti tecniche,del basket italiano: famoso
rimarrà il suo tiro in gancio ricco di tecnica e di coordinazione. Vediamo
di saperne di più riportando un brano di Enrico Campana tratto da "60 anni di
campionato": "Figlio di un funzionario del Ministero degli Esteri,
poliglotta, visse al Cairo, a Odessa, Roma e Milano" racconta Enrico Campana
"Calebotta ha una strana storia da raccontare.
è documentato come egli
discendesse in linea retta dal primo Re d'Albania, montanaro di forza
erculea molto più alto di lui, almeno m 2,20. Si dice che i figli del re
deposto dopo la caduta di Costantinopoli ad opera dei Turchi fuggirono a
Roma". E ancora Adalberto Bortolotti ricorda come "A Bologna ancora oggi si
chiama Calebotta, in senso ironico, un tipo basso di statura". Zelio Zucchi,
responsabile della rubrica basket del Corriere della Sera, invece
racconta un divertente episodio che lo vide protagonista insieme a Calebotta.
"Ero un ragazzino" racconta"e vidi giocare Calebotta a Trieste in Nazionale
contro la Francia. Vedendomelo passare davanti dopo la partita, mi scappò di
dire "varda che toco de mostro" che nel mio dialetto significa soltanto "che
pezzo d'uomo". Ma Calebotta che essendo nato a Zara dovrebbe pur conoscere
bene il dialetto delle mie parti, capì invece tutt'altra cosa e se non ci
fosse stato di mezzo un amico ad evitarmi la mischia, sarei finito piuttosto
male".
Sentiamo invece direttamente
da Nino Calebotta un suo ricordo di quegli anni in cui lui era considerato
il primo pivot moderno. "Giocavo pivot stando perennemente sotto canestro
dove venivo imbeccato dai compagni. Non c'era velocità, l'entrata era
sconosciuta, al massimo c'era il mio uncino che consentiva un rapido e
facile rientro a rimbalzo. Senza contare che un tempo le difese erano meno
preparate e il predominio dell'area era più un gioco d'astuzia piuttosto che
una questione di tecnica". Avete letto un'immagine impietosa di quella
pallacanestro artigianale, ma c'è anche un po' di modestia, perché Nino
Calebotta era, in campo, quella che oggi si definisce una "presenza". Ed era
una "presenza" che è durata a lungo, se è vero come è vero che il
discendente del Re d'Albania è rimasto brillantemente in campo fino a 41
anni. E ha smesso solo per via dei regolamenti che non gli consentivano di
continuare.
tratto da "Virtus
- cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro

PER SEMPRE
BIANCONERO
di Carlo Orzesko
- Bianconero anno
6, n. 4 - 30/03/2002
Non so se sia stato
l'ultimo a fare un'intervista articolata a Nino Calebotta. So però che è
stata un'esperienza bellissima. Avevo proposto a Romano Bertocchi di
intervistare Calebotta per "Bianconero", ne fu subito entusiasta. Per Romano
rappresentava un'idolo, per me un mito. Infatti di Calebotta ne avevo sempre
sentito parlare, ma per ragioni d'età non l'ho mai potuto veder giocare.
Calebotta era sempre il paragone di confronto con una Virtus
che nel periodo della mia giovinezza non è che attraversasse mai periodi di
grande splendore. "Quando c'era Calebotta" ed io ad immaginarmi un mostro
dalle sette teste che dominava gli avversari
dall'alto della sua altezza spropositata nei confronti degli avversari.
Avevo avuto occasione di incontrarlo fugacemente, ma quella sera quando ci
incontrammo fu molto affabile e ben disposto a parlare di sé.
Avevo avuto su di lui un quadro di una persona schiva e poco disponibile,
invece nell'incontro avuto si è dimostrato estremamente affabile e
soprattutto carico di umanità. Il basket, la Slovenia, la sua attività
legata ai prodotti farmaceutici e soprattutto le sofferenze per la guerra
(quella dei Balcani) dove si sentiva moralmente impegnato (lui istriano di
nascita) ma che si rifiutava di accettare. Un lungo racconto che cercai di
condensare nella pagina di "Bianconero". Piccola parte di una lezione di
vita che diventa bagaglio conoscitivo di chi fa la professione del
giornalista. Nel suo racconto esternava ogni sentimento: soddisfazione per
quanto aveva fatto nella vita, amarezza per certi riconoscimenti che lui
riteneva essergli stati negati. Un uomo vivo, vero e che aveva il basket nel
sangue, voleva far finta di non interessarsi più però conosceva
perfettamente ogni tattica di gioco e soprattutto era aggiornatissimo su
ogni ultimo evento. C'eravamo ripromessi di rivederci per continuare lo
scambio di esperienze. Invece i disegni divini hanno deciso in maniera
diversa, lasciando nel cuore tanta tristezza.
La Virtus piange la
scomparsa di Nino Calebotta
di Paolo Francia
-
Il Resto del Carlino - 24/03/2002
Il basket italiano è
in lutto: si è spento all'età di 72 anni Nino Calebotta, una delle prime
torri del basket italiano. Alto 2,07, classe 1930, Calebotta ha vestito la
maglia della Virtus Bologna per 314 volte, quella azzurra per 63 volte
(raggiungendo il quarto posto alle Olimpiadi di Roma), e segnando in maglia
Virtus 3255 punti. Calebotta arrivò in Virtus nel 1954, conquistando lo
scudetto negli anni 1955 e 56. Oggi, prima del derby, sarà osservato un
minuto di silenzio.
Nino Calebotta è stato
un grande in tutti i sensi. Per la statura, innanzitutto ai suoi tempi
superare di 3 o 4 centimetri i 2 metri significava essere la torre del
campionato italiano è uno dei più alti giocatori in Europa. Poi per il suo
talento, un mix di forza e di agilità sottocanestro, che lo fece diventare
il primo vero pivot italiano del basket pre-moderno e lo trasformò nella
carta vincente della Virtus dei campionati 1954- 55 e 1955-56 i primi due
conquistati nel nuovo Palazzo dello Sport dopo l'abbuffata di scudetti (4)
post-bellici della Sala Borsa. Infine per la sua vita di ragazzo costretto
all'avventura dal mestiere del padre. Dino era nato a Spalato, in Dalmazia,
e aveva girovagato nell'Est europeo prima di sistemarsi in Italia dove la
famiglia aveva finalmente trovato l'approdo.
Di quella Virtus magica del biennio di Vittorio
Tracuzzi resta in tutti gli appassionati un forte ricordo. Alesini, Canna e Gambini erano le pallottole in canna della squadra e se potevano tirare
serenamente a canestro, anche perché là sotto comunque c'era Calebotta, che
avrebbe potuto in ogni momento recuperare il rimbalzo vagante.
Se ne è dunque andato un grande virtussino in un momento difficile per il
club. Chissà se anche il ricordo di Calebotta sarà d'aiuto per far capire
che la Virtus non è mai stata nè può essere un club come gli altri.
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