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Carlo Caglieris
nato a: Brescia
il: 02/07/51
altezza: 178
ruolo: playmaker
numero di maglia: 4
Stagioni alla Virtus: 1975/76 -
1976/77 - 1977/78 -
1978/79 - 1979/80 - 1980/81
statistiche individuali
palmares individuale in Virtus: 3 scudetti
biografia su
wikipedia
Il play
di Gianfranco Civolani
Charly Caglieris, il play per definizione. Sì,
ieri Brunamonti e oggi Rigaudeau, grandissimi e comunque globalmente più
bravi di Charly. Ma lui era il play vero, lui era il trottolino che
furoreggiava in cabina di regia, lui era un batuffolo riccioluto che dettava
il ritmo e gli schemi, lui era la pallina talvolta anche impazzita di una
roulette perché qualche cronista malevolo scrisse una volta che Charly era
davvero il re degli assist, un po' per i compagni e un altro po' per le
signore del parterre. lo ricordo Caglieris durante e dopo. Durante lui vinse
i suoi bravi scudetti (tre, con Peterson e poi Driscoll) e spesso fece
disperare il trucissimo professore Nikolic perché il trucissimo era per il
basket rigorosamente scientifico e Caglieris invece era l'immaginazione al
potere, la fantasia e l'estro creativo allo stato purissimo. E con Charly
conversai anche un po' dopo quando per esempio lo incontrai nella
Grande-Place di Bruxelles per quell'infausto Juve-Liverpool e lui prese un
caffè con me volendo parlarmi della sua benamata Juve e invece io gli
domandai di quel Morandotti che giocava a Torino con lui. E la risposta me
la ricordo ancora: «Chi, Ricky? Un tipo strano e speciale, se un giorno lo
prenderete a Bologna vi interrogherete molto». Ci siamo poi interrogati, ma
nessuno più di tanto. Charly era calato a Bologna dal suo Piemunt
ultrasabaudo perché in Virtus avevano stretta e urgente necessità di un
qualcuno che facesse gioco e che ispirasse una comunità che troppo
frequentemente procedeva a mosca cieca. E - mi ripeto - io non so se Charly
è stato in Virtus il miglior play di sempre, ma so che è stato il play,
molto più di un Ravaglia, un Pozzecco o un Brunamonti, per intenderci. E’ da
parecchio che non incontro più Charly. So che insegna educazione fisica e
che è sempre ben dentro il basket. So pure che adora ancora Bologna, ma chi
lo sa, qui da noi Charly ha imperato, ma è passato come tanti e del resto
come diceva quello striscione? Diceva che di Brunamonti
ce n'è uno solo,
grande grandissima verità. Ma torno a Charly. Gli diceva Creso Cosic: io
anche play, tu più piccolo e più veloce per tua piccolezza. E lui: Creso, va
a darla via, sempre.
Playmaker fra i migliori
di tutti i tempi (classe '51, alto solo 1.77), ottenne grandi risultati con
tutte le maglie indossate: arrivato al basket già sedicenne ed istruito a
Varese dal grande Nico Messina, fu pescato nelle serie inferiori (ad Asti,
dove era arrivato dopo 3 anni a Biella) dalla Alco Fortitudo Bologna, ma
dopo un solo anno venne ceduto ai cugini "ricchi" della
Virtus
Sinudyne (per una cifra alquanto bassa...), dove Charly, alla prima stagione
('75/'76), contribuì non poco al ritorno dello scudetto in Virtus
dopo 20 anni esatti dall'ultimo titolo (scudetto bissato poi nel '79 e
nell'80, anno in cui abbandonò la Virtus
per trasferirsi nella sua Torino che era nel momento di massimo fulgore con
il marchio Berloni) e, nell'83, all'oro di Nantes con la nazionale azzurra
con cui, nell'arco delle sue 132 presenze, ottenne anche l'argento a Mosca e
con cui partecipò anche alle Olimpiadi di Los Angeles. Soprannominato
"Lampadina" per la luce e per la chiarezza che sapeva creare in campo,
Caglieris venne anche selezionato nella formazione del Resto d'Europa,
vincendo in Cecoslovacchia l'Oscar del basket; si è ritirato nell'85. Ora
sul palcoscenico del basket nazionale Charly (che insegna educazione fisica
in Piemonte) è stato sostituito dal figlio Emanuele (anch'egli playmaker,
1.85 di altezza, classe '79), prospetto talmente interessante da essere
acquistato nel '95 dalla Cagiva Varese quando già era nel giro delle
nazionali giovanili e lasciato in "parcheggio" in serie B1 (Torino, Biella
ed ancora Torino) fino al '98.
tratto da
www.ciao.it
IL MATCH DELLA MIA VITA:
QUELLA SERA CON VARESE
di Carlo Caglieris - V nere -
29/09/1990
“Ho giocato sei anni nella Virtus. Sei
stagioni bellissime, un periodo bellissimo in cui abbiamo vinto tre scudetti
e tre volte siamo arrivati secondi. Due volte abbiamo perso una finale di
Coppa per un soffio. Questa premessa per dirvi che di partite importanti ne
ho giocate parecchie. Ma quello che considero l’incontro della mia vita è
certamente il match giocato al palasport di Varese, contro la mitica
Mobilgirgi (ex Ignis), alla fine della stagione 1975-76.
Quella domenica, mi sembra fosse il 4 aprile,
chi vinceva avrebbe praticamente conquistato lo scudetto, in quanto gli
ultimi due impegni sarebbero poi stati relativamente facili per entrambi. La
Mobilgirgi, il mercoledì precedente, aveva conquistato la Coppa dei Campioni
contro il Real Madrid. All’entrata in campo Meneghin, Morse e compagni furono
sommersi dai fiori e dai coriandoli, con la gente impazzita dalla gioia.
Noi, ricordo, rimanemmo a lungo soggiogati da
quell’incredibile frastuono e incominciammo la partita con un po’ di timore.
Nonostante tutto giocammo un grande incontro e il risultato rimase
lungamente in equilibrio. Nel finale segnai 4 tiri liberi su 4 (anche allora
non si poteva rinunciare ai tiri dalla lunetta), contribuendo all’allungo
decisivo. Vi lascio immaginare la gioia finale, nello spogliatoio: chi
urlava, chi piangeva. Ricordo ancora benissimo la commozione, malcelata
sotto la maschera burbera, dell’Avvocato Porelli.
Rammento anche un altro fatto eccezionale: pochi giorni più tardi Dan Peterson ci offrì una cena. Ma quello che
davvero non dimenticherò mai è la scena del nostro arrivo a Bologna, con
Piazza Azzarita gremita di gente. Scene del genere pensavo potessero essere
possibili solo per il calcio, ma quella sera la Virtus coronava un
inseguimento durato vent’anni. Personalmente ero strafelice: ero appena
arrivato alla Virtus ed eccomi con uno scudetto, il primo successo
importante della mia carriera. Tre giorni più tardi, la partita della
matematica certezza tricolore, in casa con la Snaidero. Questa volta erano i
nostri tifosi a sembrare impazziti dalla felicità.
Di quel periodo felice c’è poi un aneddoto
curioso. La mattina della partenza per Varese, in pullman, ci sintonizzammo
su una radio privata. C’era una trasmissione condotta da un disc jockey
all’epoca molto famoso, di nome Mandrillo, che ci dedicò parecchie canzoni e
ci fece gli auguri in diretta per la partita. Beh, a distanza di quattordici
anni credo di poter dire che vincemmo un po’ anche per lui.

E ancora, in presa diretta
dalle parole di Dan Peterson solo poche ore
dopo la gioia dello scudetto che aveva fatto delirare, impazzire, una città
con tanto di caroselli di macchine imbandierate: "Caglieris?
Oh Charly ogni giorno è più forte e più maturo: lui si rende conto di ogni
suo difetto. Lo hanno preso in giro per i troppi assist... alle signore del
parterre e lui si applica e ad ogni partita è un po' più Ossola e un po'
meno Charly, ma sempre con un fondo di Charly, per fortuna".
tratto da "Virtus
- cinquant'anni di basket" di Tullio Lauro
CHARLIE CAGLIERIS
di Dan Peterson
Ho avuto
il piacere e l'onore di allenare Charlie Caglieris per i miei ultimi tre
anni alla Virtus Bologna, 1975-78. Purtroppo, ho anche dovuto allenare
contro Charlie: nel 1973-73 con Saclà Torino (anche in semi-finale della
Coppa Italia); nel 1974-75 con la Fortitudo Bologna (l'unico Derby che ho
perso); nel 1978-81 quando io ero a Milano e lui con la Virtus ancora; nel
1981-85 con l'Auxilium Torino, compreso una semi-finale drammatica quando
avevamo Joe Barry Carroll; e nel 1984-85 con la Benetton Treviso. Era molto
meglio avere Charlie dalla mia parte, sicuro.
Charlie ci ha fatto vincere lo scudetto del 1975-76. Non lui da solo, questo
è sicuro. Avevamo una squadra molto compatta e anche di 10 elementi
importanti. Ma l'acquisto di Charlie, nell'estate del 1975 è stato
determinante. Lui era un playmaker puro e di quelli ce ne sono sempre pochi.
Aveva scatto, velocità, equilibrio (piccolo torello), palleggio, passaggio
veloce, sapeva alimentare il pivot (cosa rara, ai tempi, nei play Italiani).
Gli mancavano solo il grande tiro da fuori, grande resistenza fisica e
grande continuità. Guarda caso, che ha migliorato tutte e tre le cose in tre
anni, diventando più forte ogni anno.
è diventato anche
un difensore.
Charlie ha fatto sei anni alla Virtus, 1975-81: tre scudetti e tre finali.
Insomma, per quel periodo, era il play più vincente dell'Italia. E di
concorrenza, ce n'era: Pierluigi Marzorati, Giulio Iellini, anche Mike D'Antoni.
Nessuno ha fatto sei finali in sei anni come Charlie. Chiaro, molti meriti
sono stati dati a Kresimir Cosic per gli
scudetti del 1979 e 1980. Logico: il più forte era lui. Ma il gioco iniziava
con Charlie. Poi, la famosa battuta di Cosic a
Charlie: "Ci sono architetti e muratori; io architetto, tu muratore."
Si scherza così solo quando c'è grande rispetto fra le due persone e so che Cosic amava Charlie.
Il mio ricordo di Charlie va a Varese, dove vincemmo lo scudetto nel 1976.
Una partita difficilissima, con loro freschi da una grande trionfo in finale
Coppa Campioni contro il Real. Ci saltavano addosso: +9 loro tre volte nel
primo tempo. Rimonta, sorpasso, punto a punto. Ultimo minuto, noi +3. Due
liberi per Charlie. Freddo, mette entrambe: +5. Marino Zanatta spara un
passaggio baseball tutto campo a Bisson, che segna: solo +3 per noi. Fallo
su Charlie. Altri due liberi. Super freddo, anche mette questi due: +5 per
noi con 23" sull'orologio. Era fatto. Ho solo guardato Charlie, magistrale,
in quegli ultimi secondi.
Charlie è stato anche importante in nazionale. Chi non ricorda le immagini
di lui che bacia il pallone appena finito la vittoria per l'oro negli
Europei del 1983. Infatti, era arrabbiato con Giancarlo Primo nel 1976,
perché non ha tenuto Charlie nella squadra olimpica.
Infatti, contro la Jugoslavia, Iellini e Marzorati, gli unici due play (e si
portano 3 play e 3 pivot in nazionale), erano in crisi con i falli. Primo,
avesse avuto Charlie, avrebbe vinto la partita (mia opinione). Dopo, però,
Charlie ha fatto vedere tutto il suo valore. Un piccolo ma anche un grande.
Ogni volta che lo vedo, lo ringrazio per lo scudetto del 1976. Giusto.
IL FOSFORO
di Dario Colombo - tratto da "Il cammino verso lastella
La prima volta che entrò assieme ad un paio di amici giornalisti in un
ristorante bolognese di nota fede virtussina, si sentì chiedere da uno dei
proprietari se per caso non avesse un fratello più grande che faceva il
playmaler nella Virtus. "Parché cein acsé, ragazz, à né méa pussebil!"
gli rispose lo stesso proprietario quando Caglieris spiegò che "il fratello
più grande" era proprio lui. Era, come dicevamo, una delle prime volte:
perché, ad essere onesti, Charly Caglieris, non ci ha messo poi molto a
farsi conoscere (e riconoscere) dal pubblico della Virtus. Complice magari
il fatto che il suo arrivo alla corte di Porelli è coinciso con il ritorno
a Bologna dello scudetto; ma complice soprattutto il fatto che, dentro un
involucro diciamo, acsé cein, ci fosse un cervello grande come una
casa, cosa importantissima per tutti, intendiamoci, ma indispensabile per
uno che nella vita ha deciso di fare il playmaker.
Succede dunque che Caglieris arriva a Bologna per una cifra che oggi
farebbe ridere, accompagnato dalla fama di giocatore più che buono ma che,
ahilui, ha avuto la sfortuna di capitare nel basket proprio quando nel suo
ruolo brillano gli astri di Marzorati, Ossola, Iellini. Ma nessuno dei tre
è ovviamente disponibile: e allora Porelli, alla disperata ricerca di un
cervello per ls sua Sinudyne, non resta che puntare sul piccolo
piemontese, nella speranza che riesca a legare con l'altro nano della
compagnia, diventando in campo quello che Peterson è in panchina. L'intuizione
è di quelle giuste, tant'è che l'accoppiata Peterson-Caglieris riesce al
primo colpo a penetrare nel bunker varesino e a impossessarsi di quello
scudetto che mancava a Bologna da vent'anni: il caso vuole che l'impresa
riesca proprio a Varese, nel regno di Ossola, il "cervello" che allora
regnava indiscusso sulla casta dei playmaker. Non è un caso, invece, il
fatto che la Virtus targata Sinudyne rivinca due volte lo scudetto con
Caglieris in cabina di regia, anche se in panchina non c'è più Peterson ma
Driscoll:se un buon allenatore è importante, un buon regista lo è ancora
di più: e la Virtus non sfugge a questa regola. Tant'è che, partito
Caglieris per Torino, anche lo scudetto parte per altre destinazioni:
prima Cantù (dove c'è Marzorati), poi Milano (dove c'è D'Antoni), poi Roma
(dove c'è Wright). Non ci vuol molto, a Porelli. per capire la lezione: ed
in giro, con queste caratteristiche, ce n'è soltanto uno, si chiama
Brunamonti.
(...)
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